Connettiti con Renovato 21

Pensiero

Il governo Meloni sarà il governo della repressione?

Pubblicato

il

Leggiamo con estremo interesse quello che scrive l’ex ministro Rino Formica, uomo che è appartenuto all’ultimo gruppo di politici di intelligenza unita all’ambizione che il Paese possa ricordare: i socialisti di Craxi.

 

Citiamo spesso la definizione, lucida e abissale, che Formica dà dell’ora presente: l’ascesa dello Stato-partito – la condizione del Paese, con lo Stato stesso che si presenta come forza politica, che puoi votare o avversare in toto, perché la fusione tra cosa politica e cosa amministrativa è oramai assoluta.

 

Il 92enne uomo della Prima Repubblica qualche giorno ha vergato un editoriale in cui porta ancora più avanti questo tipo di pensiero. Formica dice che il discorso di Draghi a Rimini, al Meeting ciellino, è di enorme importanza.

 

«Draghi quel giorno, al Meeting di Comunione e liberazione, ha aperto e chiuso la campagna elettorale (…) Draghi ha liquidato il partito degli amici di Draghi. Al Terzo polo ha detto in pratica “siete irrilevanti” (…) Al PD ha detto di non sbracciarsi “tanto non governerete”».

 

Ma l’uomo BCE avrebbe in realtà parlato direttamente alle destre date per vincitrici, in particolare a Giorgia Meloni.

 

«Alle destre ha detto “otterrete la maggioranza ma non illudetevi che questa sia una condizione di stabilità politica, anche voi dovrete fare i conti non con l’agenda Draghi, ma con il metodo Draghi”, cioè la capacità di mettere insieme la maggioranza con l’opposizione, cioè creare condizioni di basso conflitto perché solo così è gestibile un paese che ha una politica economica e sociale condizionata dall’Europa. “Nessuno stato potrà fare da solo”, ha detto Draghi».

 

Seguendo l’intuizione di Formica, Draghi si sarebbe offerto alla Meloni come «nuova figura giuridica-istituzionale che supera l’assetto costituzionale del Paese»: il Lord protettore.

 

«Il lord protettore è chi usa la legge perché egli stesso è la legge, dispone della forza perché egli è la forza, manipola le istituzioni perché è egli stesso le istituzioni, gode della fiducia del potere esteri perché è punto di riferimenti del potere sovranazionale».

 

«Questo è il lord protettore moderno, non un dittatore ma uno che dà l’orientamento, il consiglio. Per il lord protettore il Paese deve essere sereno, unito, deve superare le difficoltà economiche e sociali perché restare nella cabina di regia dell’impero».

 

L’ex ministro sta analizzando nel profondo una situazione che già ci figuriamo, e di cui già abbiamo scritto su Renovatio 21: la continuità totale che la politica post-25 settembre avrà con Draghi, Conte e tutto il sistema di governo pandemico.

 

Come abbiamo detto, sono solo due i temi che la politica ha in questo momento: il rifiuto del sistema pandemico, con relativa riduzione ai diritti dei cittadini a accessi «premiali» consentiti dai database di sorveglianza bioinformatica; l’accettazione della realtà «russa»,  che è al contempo coscienza della devastazione energetica e finanziaria in arrivo e al contempo rifiuto di una pericolosa guerra annientatrice che bussa alle nostre porte.

 

Essendo questi due temi gli unici che rivestono importanza per l’ora presente, su di essi non vi fanno votare – conoscete l’adagio, se votare contasse qualcosa non ve lo lascerebbero fare.

 

Come sapete, nessun partito maggiore sui due temi si può discostare da quanto è loro ordinato dal metaverso NATO. Non vi è distinzione tra la Meloni che vuole proseguire l’armamento dell’Ucraina e non ritiene green pass e mRNA di Stato un abominio. Tra Fratelli d’Italia e il PD, quindi, che differenza sostanziale può esserci? Purtroppo questo non è un discorso qualunquista: è una amara realtà che vivremo sulla nostra pelle, geopoliticamente e biologicamente, con le nostre aziende e con le nostre famiglie.

 

Semmai, come abbiamo cercato di dire, la vera distinzione si potrebbe trovare all’interno della stessa coalizione di centrodestra, dove per diversi motivi, Forza Italia e Lega potrebbero risultare partiti in grado di riallacciare con la Russia e, nel caso della Lega, riportare in testa qualche parlamentare in grado di opporsi all’orrore della sottomissione bioelettronica di vaccino e certificato verde (ci rendiamo conto che molti non sono d’accordo con quest’ultima idea, hanno perso la speranza nei confronti anche di quelli che sembravano i più accesi cavalieri nella Lega, non siamo in grado di difendere questa posizione, né di difendere nessuno di questi parlamentari: se ringhiate e ci mordete, avete ragione).

 

Il Draghi lord-protettore si innesta in questa guerra interna al centrodestra. L’uomo che garantisce al mondo la continuità del governo Meloni (che, ricordiamolo, in teoria era all’opposizione), con il suo governo precedente. Parliamo del Draghi che è stato tra i responsabili, ha scritto il Financial Times, del primo vero episodio di guerra economica della storia umana, ossia il sequestro di 300 miliardi di valuta estera della Banca Centrale russa depositati nelle banche centrali straniere. Un’operazione che, diciamo pure, ha danneggiato Mosca più dei lanciamissili HIMARS regalati da Washington con cui Kiev in queste ore starebbe provando (e fallendo) la sbandierata controffensiva d’agosto.

 

Un governo Meloni che si pone in continuità con ciò che era prima – cioè ciò che ordina il potere costituito sovranazionale, di cui Draghi era portatore – quindi non sarà in grado di risolvere né il problema energetico, né la minaccia del contagio della guerra, né la sottomissione dei cittadini alla siringa e a sistemi di biosorveglianza oramai inevitabili come l’euro digitale.

 

Fin qui, tutti possono capirlo.

 

Vogliamo però qui ipotizzare qualcosa di più oscuro. E, se possibile, di più doloroso – almeno fisicamente.

 

Renovatio 21 ha spesso ripetuto come, dall’Austria alla Germania ad altri Paesi, governi e servizi interni europei si stiano attendendo un autunno freddo (per mancanza di gas) ma caldissimo per le rivolte popolari, che danno per certe.

 

Moti di popolo non vi saranno solo per la disoccupazione, con forse un centinaio di migliaia di aziende che chiuderanno in Italia nelle prossime settimane, perché incapaci di pagare bollette e tasse. Vi saranno perché le case al freddo produrranno un malcontento popolare mai esperito prima.

 

Come abbiamo scritto, in Germania, non è un mistero, lo Stato si sta preparando alla repressione.

 

Confisca di armi a persone con credenze politiche «sbagliate», definizione di «estremista» allargata a chiunque protesti: non è diverso, se ci pensiamo, a quanto sta accadendo negli USA, in cui il presidente ha additato una volta per tutte gli elettori che non hanno votato per lui (circa 73 milioni di persone, probabilmente la maggioranza) come estremisti nemici della democrazia. Anche oltreoceano, insomma, si preparano alla repressione, che laggiù potrebbe tingersi dei colori della guerra civile.

 

Ne consegue che anche il prossimo governo italiano, con tutta probabilità, sarà un governo della repressione. Il pensiero che si può fare è che, se non fosse così, i poteri sovranazionali non lascerebbero che si faccia un governo. Come l’adagio di prima: se il governo fosse libero  di fare scelte che contano, mica te lo lascerebbero fare.

 

E quindi, se repressione deve essere in tutto il mondo, sarà repressione anche in Italia.

 

La cosa dovrebbe spaventare. Perché ricordiamo le repressioni dello scorso anno contro il popolo che ogni sabato protestava contro la follia delle restrizioni pandemiche, contro l’mRNA obbligatorio, contro il green pass. Su queste pagine ne abbiamo dato conto: è stato un crescendo tremendo, lancinante. Abbiamo visto, legge dopo legge, sabato dopo sabato, arresto dopo arresto, la repressione azzerare la protesta, fin nel suo ultimo rappresentante, la vecchietta, il vecchietto, il ragazzino, chiunque.

 

 

Ancora di più, vogliamo ricordare quello che da un ventennio è un cavallo di battaglia della sinistra, e che qui ci tocca però di tenere a mente: i cosiddetti «fatti della Diaz». G8 di Genova 2001, la scuola Diaz viene adibita a centro stampa del cosiddetto Genoa Social Forum, una sigla che dava una parvenza di organizzazione alla protesta (inutile, fessa) contro il G8 ligure. La città fu messa a ferro e fuoco (nel gergo dell’anarchismo, «aperta») dai cosiddetti Black Block – mascherati, disciplinati, in molti casi con strane uniformi – tuttavia la notte del 21 luglio reparti della Polizia, con il supporto di alcuni battaglioni dei Carabinieri, irrompevano nella scuola.

 

Vi furono 93 arresti e 63 feriti portati in ospedali, tre in prognosi riservata , uno in coma. Il numero degli agenti è ancora sconosciuto, tuttavia, se ci basiamo sulle informazioni fornite durante il processo dal questore, potremmo parlare di «346 Poliziotti, oltre a 149 Carabinieri incaricati della cinturazione degli edifici».

 

Le immagini che ne uscirono furono definite dal vicequestore Fournier «macelleria messicana».

 

Abbiamo qualche ricordo delle immagini che uscirono dalla notte horror di quella scuola. In particolare, abbiamo questa memoria di una pozza di sangue che inzuppava un libro tascabile. Non siamo sicuri di averla vista: era il 2001, si è dissipata nell’etere, forse l’abbiamo sognata. Tuttavia di macchie di sangue filmate ve n’è un’abbondanza.

 

 

Ci teniamo a precisare, con le parole dell’enciclopedia online, che «i procedimenti penali aperti in merito alle responsabilità delle violenze, alle irregolarità e ai falsi dichiarati nelle ricostruzioni ufficiali sui fatti avvenuti alla Diaz e a Bolzaneto, si sono svolti nei successivi tredici anni, concludendosi nella maggior parte dei casi con assoluzioni, dovute all’impossibilità di individuare i diretti responsabili delle stesse o per l’intervenuta prescrizione dei reati».

 

Ci teniamo a dire che, se poi hanno trovato come dissero delle armi, le ragioni per l’irruzione le forze dell’ordine ce le avevano.

 

Ci teniamo a rammentare anche, en passant, che il ministro degli Interni, presente a Genova in quei giorni era Gianfranco Fini. «È necessario ricordare e ripetere che nei giorni di Genova Gianfranco Fini, presente in prefettura e per alcune ore nella caserma dei carabinieri di Forte San Giuliano, è stato costantemente informato degli avvenimenti» scrisse Giuseppe D’Avanzo su Repubblica il 9 agosto 2001.

 

Non sappiamo quanti poliziotti di fatto abbiano votato, negli anni MSI, AN, poi PDL e infine FdI.

 

Però sappiamo che un numero cospicuo di loro è pronto a reprimere le proteste di chi, a differenza dei goscisti del G8 di Genova, mai ha in cuore di attaccare poliziotti e carabinieri, anzi, ne cerca l’appoggio, li applaude quando questi, come è capitato, mostrano un segno di solidarietà verso il popolo in protesta contro la follia pandemica.

 

A Renovatio 21 sono arrivate alcune storie strazianti di membri delle Forze dell’Ordine che provavano a resistere all’obbligo vaccinale, magari su base di un’obiezione spirituale. La cronaca poi ha parlato di quei poliziotti umiliati a pranzo, costretti a mangiare fuori, magari sotto la pioggia, perché non dotati di green pass.

 

Poliziotti e carabinieri che hanno capito la mostruosa trasformazione dello Stato moderno in questi due anni – di cui ora si vuole la persistenza – ve ne sono.

 

Tuttavia, i loro colleghi invece non hanno dimostrato nessuna pietà nella repressione della protesta. Lo abbiamo visto, con estremo nitore in Germania, o in Olanda, Paese in cui in più occasioni si è sparato sui manifestanti, li si è investiti con i furgoni e pure fatti sbranare dai cani-poliziotto.  Ma anche l’Italia ha avuto i suoi momenti magici di «movimento ondulatorio».

 

Bisogna quindi capire che i giovinastri pseudocomunisti del G8 non avevano contro di loro giornali, politici, leggi, il sentire popolare tutto. I gìottini non erano un capro espiatorio nazionale; né possiamo dire che erano un problema per la NATO (anzi, a fare certi pensieri, uno potrebbe dire che i black blocchi hanno fatto un ottimo lavoro nello screditare ogni possibile opposizione razionale alla globalizzazione).

 

I no-vax, ora filo-Putin, sì. Sono il capro espiatorio. Sono nemici del sistema atlantico. Sono, perfino, schedati, inseriti in blacklist di cui stiamo prendendo coscienza.

 

Per loro la repressione, nel caso della protesta autunnale, sarà inevitabile.

 

Se il governo sarà quello della Meloni, accadrà così? Molti hanno fiducia in lei, alcuni, ho sentito, vogliono votarla anche se nessuna posizione coincide con quelle di chi ha sentito la propria vita fracassata dall’impero della menzogna slatentizzatosi definitivamente dal 2020.

 

Giorgia è brava, Giorgia è buona. Non lo mettiamo in dubbio: guardate come ieri ha rispedito via il ragazzo con la bandiera LGBT salito sul palco ad interromperla, chiedendo per il tizio applausi dal pubblico. Maestria, sicurezza. «Pronti», dice lo slogan della campagna. Vero.

 

Tuttavia noi abbiamo in mente anche un altro palco, che fu davvero uno spartiacque molto significativo, soprattutto ora.

 

Il 25 settembre 2021 Giorgia Meloni era in Piazza Duomo a Milano per un grande comizio. Palco imponente, cornice da centro del mondo. La rimonta di Fratelli d’Italia, che si apprestava a disintegrare nei sondaggi la Lega, c’era tutta.

 

Solo un piccolo particolare: l’evento della Meloni era programmato di sabato, il giorno della settimana in cui, imperterrito, il popolo anti-green pass si ritrovava per manifestare il dissenso contro il governo.

 

Come abbiamo ripetuto qui varie volte, per consistenza, vastità e qualità (e assenza di leader visibili), bisognava riconoscere a Milano il titolo di capitale della protesta nazionale. Erano tanti, tantissimi: di tutte le età, di tutte le classi sociali. Erano determinati, erano inarrestabili. Ci vengono in mente i cori: «libertà, libertà…». Una protesta così non si era mai vista.

 

 

Il luogo di concentrazione delle manifestazioni del sabato a Milano era Piazza Fontana: cioè, a pochi metri da Piazza Duomo, dove la Meloni teneva il suo comizione.

 

Qui si sarebbe potuto pensare che il capo della cosiddetta opposizione al governo, avrebbe quantomeno provato a fare mezzo occhiolino ai no-vax: il nemico, del resto, è lo stesso, è il governo attuale. I no-green pass poi, sono tanti, tantissimi, e sono arrabbiati. Se non si è ciechi, dovrebbe essere chiaro che quelli sono in larga parte voti vagolanti, liberati finalmente dal M5S ma anche dalla Lega e dal PD, che attendono solo di essere catturati con il retino – o meglio un occhiolino, un sorrisino, un ammiccamento di qualsiasi tipo.

 

Uno potrebbe pensare che l’unico motivo per indire un comizio del partito d’opposizione parlamentare proprio nelle medesime coordinate spazio temporali della protesta no-vax, sia quello: sedurli, irretirli.

 

E invece, ci siamo trovati davanti uno spettacolo allucinante: transenne e celerini in assetto antisommossa per separare i no-green pass dal comizio di Fratelli d’Italia. Sostenitori del partito (smilzetti e pelati senza nemmeno essere skinhead: ma dove sono finiti i ragazzotti di destra di un tempo?) che vanno ad attaccar briga, mascherina sopra il naso, con i no-green pass, che hanno fatto il giro e vogliono entrare in piazza. Poliziotti con elmi, scudi e manganelli fanno da barriera.

 

Il comizio partitico meloniano, con i megaschermi e il logo grande, ha qualche centinaio di spettatori. I no-green pass sono migliaia.

 

La Meloni poi se ne va via veloce su sull’auto blu di ordinanza.

 

 

 

Non è che si possa chiedere un quadro più chiaro della situazione.

 

In nulla un governo Meloni si vorrà porre davvero contro il potere mondialista e i suoi segni visibili, la NATO e la UE, Washington e Big Pharma, Francoforte e Kiev.

 

E quindi, cosa dobbiamo aspettarci?

 

Dobbiamo aspettarci sul serio un governo chiamato alla repressione? Un governo a cui sarà permesso di esistere – proprio per reprimere le proteste residue di un popolo oramai stremato?

 

Che vinca la Meloni o Letta, Calenda, Speranza, Renzi, Conte o chiunque altro, sarà il governo della palude, quella che voluto il presidente bis e soprattutto Draghi, quella palude di mostri che ci ha venduti ad un potere che vuole sottometterci tutti ai suoi database o sacrificarci a milioni in una guerra con una superpotenza termonucleare.

 

Qualsiasi sarà il governo, dovrà essere il governo della repressione. La determinazione, l’intensità con cui ciò avverrà forse, da destra a sinistra, non cambieranno nemmeno poi tanto.

 

Perché l’impero della Cultura della Morte non permetterà altro.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Immagine screenshot da YouTube; modificata

 

 

Pensiero

Il Grande Grande Reset: il mondo dei banchieri muore, inizia quello dei costruttori

Pubblicato

il

Da

Renovatio 21 pubblica la traduzione del testo scritto su X dall’imprenditore e attivista francese Brivael Le Pogam, di cui avevamo pubblicato il mese scorso un denso articolo di sintesi sui danni mondiali fatti dalla filosofia parigina dei Foucault, Deleuze e Derridda. Le Pogam è ingegnere informatico e sviluppatore francese, noto soprattutto per essere il co-fondatore e CTO di Argil, una startup innovativa supportata dall’acceleratore americano Y Combinator.

 

Perché il mondo dei banchieri sta morendo e perché i costruttori erediteranno il secolo.

 

Ci troviamo a un punto di svolta storico.

 

E sono profondamente convinto che questa svolta darà vita a un mondo radicalmente migliore. Non “migliore” nel senso degli slogan di Davos. Migliore nel senso più concreto che ci sia: più giusto, più efficiente, più vero.

 

Per capire dove stiamo andando, dobbiamo prima guardare con lucidità da dove veniamo.


Aiuta Renovatio 21

Il vecchio mondo: prenditori e banchieri

Per decenni, il mondo è stato governato da due caste. I predatori e i banchieri. I «prenditori» [takers, ndt] e i banchier.

 

La loro alleanza non ha mai prodotto valore. Ha prodotto sistemi. Sistemi stratificati, narrazioni sovrapposte l’una sull’altra, progettate non per servire ma per estrarre. Un’intera architettura la cui funzione primaria non è mai stata quella di creare, ma di catturare: catturare la rendita, catturare l’attenzione, catturare il potere e poi rendersi indispensabile al flusso stesso che aveva deviato.

 

Quel mondo non produce costruttori. Produce personaggi. Uomini plasmati dalla macchina: selezionati, confezionati, spinti dalle reti intrecciate di finanza, media e istituzioni. Macron, Obama: prodotti puri di quel software. Brillanti manager del nulla. Non hanno mai costruito nulla che esista nel mondo reale. Hanno amministrato, incarnato, interpretato un ruolo scritto altrove, da altri.

 

Il talento era reale, ma era il talento dell’attore, non dell’ingegnere. E la gente lo percepiva. Confusamente, ma con certezza. Percepiva che la correttezza aveva abbandonato i sistemi. Che qualcosa non quadrava nel meccanismo. È da qui che nasce la tensione permanente della nostra epoca: da quell’intuizione condivisa che chi prende le decisioni non sia né competente, né legittimo, né in contatto con la realtà.

 

Ray Dalio ha dedicato la sua vita allo studio dei cicli dei grandi imperi. La sua conclusione è agghiacciante e si riassume in una sola frase: le civiltà non muoiono quasi mai per mano di nemici esterni. Si decompongono dall’interno, attraverso la decadenza delle loro élite, la finanziarizzazione di ogni cosa e il silenzioso crollo della qualità delle loro decisioni. Ed è proprio in questa situazione che ci troviamo. L’incompetenza non è più un’anomalia del sistema. È diventata il sistema operativo.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

L’altra specie di uomo: il costruttore

 

Naval, il filosofo della Silicon Valley, lo ha riassunto in una frase che ha fatto il giro del mondo: «È l’era dei costruttori. (ci dispiace per i finanzieri e i chiacchieroni)».

 

 

Soffermiamoci un attimo su quello specchio quasi perfetto. I finanzieri e i chiacchieroni sono esattamente i miei banchieri e i miei prenditori. Due uomini che non si sono mai coordinati, un’intuizione rigorosamente identica. Questo è il segno che ciò che stiamo descrivendo non è un’opinione o un capriccio ideologico, ma un cambiamento epocale che ormai tutti possono percepire sotto i propri piedi.

 

Di fronte a quella casta, è sempre esistita un’altra specie di uomo: il costruttore. Colui che non narra il mondo, ma lo costruisce. Colui per cui la verità non è un’opinione da imporre, ma un vincolo da rispettare. Il reale non negozia: il razzo vola o esplode. L’auto si muove o non si muove. Il software funziona o si blocca. Nessuna narrazione, nessuna rete, nessun bicchiere di champagne salverà un oggetto che non funziona. Questo è ciò che rende incorruttibile il costruttore, laddove il prenditore è infinitamente malleabile: egli risponde a qualcosa di più grande di sé.

 

E l’incarnazione assoluta del costruttore degli ultimi vent’anni, colui che condensa l’intero cambiamento di paradigma in un’unica figura, è Elon Musk.

Sostieni Renovatio 21

Elon Musk, l’uomo che ha cambiato le regole

Bisogna valutare ciò che rappresenta veramente. Musk non è semplicemente un imprenditore di successo. È la prova vivente che il vecchio mondo era un bluff. Che si possono costruire cose ritenute impossibili – far atterrare verticalmente uno stadio di un razzo, industrializzare l’auto elettrica, connettere il pianeta dall’orbita – non nonostante ci si rifiuti di stare al gioco delle sciocchezze aziendali, ma proprio perché ci si rifiuta di starci.

 

Non è mai entrato nel gioco dello status. Non è mai entrato nel silenzioso teatro delle sale riunioni, nelle reti di favoritismi, nello scambio di favori. Dove il vecchio mondo punta sull’apparenza, lui punta sulla realtà. Dove il vecchio mondo assume in base al pedigree, lui assume in base alla capacità di ottenere risultati. Questa ossessione per il concreto – quasi maniacale – è esattamente ciò che i prenditori non sono mai stati in grado di comprendere, ed è esattamente ciò che li rende obsoleti.

 

Tuttaviala mossa più importante di Musk sta altrove. Non si tratta né di SpaceX né di Tesla. Significa aver compreso che l’ultimo territorio rimasto da conquistare non era quello industriale, bensì quello narrativo.

 

Per decenni, i costruttori hanno regnato sulla produzione e sono rimasti in silenzio sulla storia. Hanno fabbricato la realtà, ma hanno lasciato che i prenditori ne scrivessero la storia. Acquistando la piazza pubblica, rifiutandosi di lasciare il monopolio del discorso alla casta che lo aveva sempre detenuto, Musk ha fatto qualcosa che nessun costruttore aveva mai osato fare: ha portato la guerra sul terreno delle idee. Ha strappato dalle mani dei prenditori l’ultima cittadella.

 

Ecco perché è odiato con tanta intensità. Non perché abbia torto. Perché dimostra, ogni giorno, pubblicamente, che il re è nudo.

Iscriviti al canale Telegram

Un aneddoto che dice tutto

Un’esperienza vissuta in prima persona, che cattura l’intero cambiamento meglio di qualsiasi saggio. Quando lavoravo per Y Combinator [celebre programma della Silicon Valley per la formazione delle startup, ndt], la stragrande maggioranza degli eventi era priva di sfarzo. Niente tartine, niente calici di champagne, niente rituali da alta società. Burritos, pizze, un po’ di birra. Parlavamo di prodotto, di fatturazione, di realizzazione. Pragmatismo allo stato puro, perché questa è la vera cultura dei costruttori: la realtà prima di tutto, il decoro mai.

 

Gli unici eventi sfarzosi erano quelli in cui ricevevamo gli investitori, persone provenienti dal vecchio mondo, più riservato. Allora sì, spuntavano i tartine, lo champagne e gli abiti eleganti. Allora ci lanciavamo nel gioco dello status. Indossavamo la maschera.

 

Ma è proprio questo il punto: è un costume. Un indumento che si indossa per parlare la lingua del vecchio mondo per la durata di un incontro, non un’identità, non una cultura, non un modo di essere. Il prenditore è il suo costume. Chi lo crea lo indossa e lo toglie. L’intera differenza di civiltà risiede in questo dettaglio.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Quel mondo sta morendo

Diciamolo chiaramente: il vecchio mondo è in agonia. È proprio per questo che resiste con tanta violenza. Un sistema morente non si arrende in silenzio: morde, si chiude a riccio, demonizza, criminalizza. Ciò che scambiamo per potere è spesso solo la resistenza di un corpo che si rifiuta di morire.
Ma in fondo, sa già di aver perso.

 

Perché le esigenze del popolo sono cambiate. Non chiedono più discorsi o simboli: chiedono servizi. Sempre più efficienti, sempre più concreti, sempre più rapidi. E le élite sanno, meglio di chiunque altro, di essere strutturalmente incapaci di fornirli. Non si crea efficienza con persone addestrate a gestire la narrazione. Quel terreno appartiene ai costruttori – e come tutto ciò che toccano, se lo prenderanno con le prove, non con il permesso.

 

L’IA ha rimescolato le carte

Eppure, restava un’ultima linea di difesa. Il regno delle idee, dei concetti, della teoria. L’unico terreno in cui il prenditore manteneva un reale vantaggio, perché produrre narrazioni su larga scala era un’arte a sé stante, riservata alla loro casta: giornalisti, comunicatori, intellettuali televisivi, opinionisti. Chi costruiva, storicamente, era muto. Sapeva fare, ma non sapeva dire. Poteva costruire un impero industriale senza mai intervenire nella battaglia culturale.

 

L’IA ha appena fatto saltare quel lucchetto. Ora chi costruisce può anche pensare, scrivere, strutturare e distribuire – su larga scala, senza intermediari, senza dover implorare per avere accesso al microfono. Il monopolio della narrazione è appena crollato. Il costruttore non è più condannato al silenzio. Entra a sua volta nella guerra delle idee e la vincerà, per una ragione semplice e inconfutabile: parla dal reale. Non sta difendendo un’astrazione; sta descrivendo ciò che ha costruito con le proprie mani.

 

È l’ultimo baluardo dei prenditori che crolla. Ed è quello a cui si sono aggrappati con più tenacia.

 

Il vero reset

Ecco perché il vero reset non è quello che ci è stato promesso. Il «Grande Reset» dei banchieri è stata un’operazione di conservazione mascherata da trasformazione: mantenere il potere cambiando il vocabolario, consolidando un ordine morente sotto il linguaggio del progresso.

 

La nostra è l’esatto opposto. È una liberazione. Il trasferimento del potere da chi narra a chi agisce. Da figure costruite ad uomini reali. Da sistemi di sfruttamento a macchine di creazione.

 

Il Grande Grande Reset. Ed è già iniziato.

 

Brivael Le Pogam

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine screenshot da YouTube

Continua a leggere

Pensiero

Deputata inglese, cattolica e pro-life, assassinata

Pubblicato

il

Da

Ann Widdecombe, ex parlamentare britannica e star televisiva, è stata assassinata.   La polizia britannica sta indagando sulla morte della Widdecombe, 78 anni, trovata ferita e senza vita nella sua casa nel Devon, in Inghilterra, il 9 luglio. Secondo il Daily Telegraph, la polizia del Devon e della Cornovaglia sta cercando «un uomo bianco» come sospetto della sua morte. La notizia del decesso della Widdecombe è stata diffusa dai giornali britannici questa mattina senza alcun riferimento a un atto criminoso.   Secondo le ultime notizie, un uomo di 26 anni, descritto dalla polizia come un «cittadino britannico bianco», è stato arrestato in relazione al suo omicidio.   Convertita al cattolicesimo e attivista pro-vita, la Widdecombe si è fatta amare dai britannici grazie alle sue apparizioni sorprendentemente popolari nei programmi televisivi Strictly Come Dancing e Celebrity Big Brother.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

La Widdecombe è stata deputata conservatrice dal 1987 al 2010, successivamente membro del Brexit Party e poi del Reform Party.   Si tratta del secondo omicidio di un politico cattolico pro-life di alto profilo in Inghilterra in questo decennio. Sir David Amess, membro del Parlamento per 38 anni e amico di Widdecombe, è stato assassinato sul posto di lavoro nel 2021 dall’islamista Ali Harbi Ali.   La figlia di Amess, Katie, ha rilasciato una dichiarazione. «Sono profondamente addolorata per la scomparsa di Ann Widdecombe», ha scritto. «Ann è stata un’amica leale e di lunga data di mio padre, Sir David Amess, e la nostra famiglia le sarà sempre grata per la gentilezza, la forza e la dignità che ha dimostrato nei momenti più difficili della nostra vita».   «L’elogio funebre che ha pronunciato per mio padre nella Cattedrale di Westminster, e la compassione che ci ha dimostrato nei giorni e nei mesi successivi alla sua scomparsa, hanno rispecchiato il meglio del suo carattere: caloroso, integerrimo e incrollabile nel suo sostegno a coloro a cui voleva bene», ha continuato Katie Amess. «L’amicizia di Ann significava moltissimo per mio padre, e le sue parole hanno portato conforto a tantissime persone che gli volevano bene. Oggi la ricordiamo con affetto e rispetto, e porgiamo le nostre più sentite condoglianze alla sua famiglia e ai suoi amici. Possa riposare in pace».   L’assassino di Amess, secondo alcuni, aveva legami con i terroristi islamisti somali al-Shabbab, ai quali il governo italiano, tempo prima, aveva pagato un lauto riscatto per una cooperante rapita e poi tornata sorridente e convertita all’islam.  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
 
Continua a leggere

Geopolitica

L’Europa verso la guerra contro la Russia. Senza USA e NATO

Pubblicato

il

Da

La sensazione che abbiamo, a questo punto, è che si prepara uno scontro cinetico, di proporzioni ora non calcolabili, tra i Paesi del blocco europeo e la Federazione Russa.

 

Non disponiamo di informazioni di Intelligence, ma abbiamo capacità di unire i puntini, e di annusare l’aria del tempo. La quale, da ambo le parti della nuova cortina di ferro, odora di guerra.

 

Partiamo dalla più pazzesca sentenza della Corte UE, che la settimana scorsa ha sentenziato che in nessun modo si possano condividere i contenuti di Russia Today (RT), canale televisivo e testata governativa del Cremlino. Gli eurogiudici d’un colpo spazzano via le Costituzioni dei Paesi membri (tipo la Carta della Repubblica Italiana, articolo 21), ma anche le regole europee, che si sdilinquivano nei decenni riguardo la pluralità d’informazione necessaria al cittadino sincero-eurodemocratico per farsi un’opinione corretta del mondo.

 

La sentenza, che non ha precedenti, non ha trovato nessuna resistenza nella stampa nostrana (quella che gridava alla minaccia costituita da Berlusconi per la libertà di parola e per la democrazia) e nei suoi organi sindacali, nonché nella politica, con elementi del partito post-missino al governo che esultano.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Il lettore capisca che con questo primo passo è chiaro che verranno a bussare a testate come Renovatio 21, per farci chiudere o persino peggio, e che potrebbe capitare anche a singoli utenti dei social le cui idee sulla politica estera non siano allineate. Siamo decisamente in ambito non solo totalitario, ma di assetto bellico – la situazione in cui per prima cosa si blocca la propaganda del nemico.

 

Come riportato da Renovatio 21, il blocco censorio imposto su RT è risalente, con le TV (la cui popolarità in Paesi come gli USA e la Germania era piuttosto alta) oscurate come il sito internet, reso irraggiungibile anche dall’Italia. Non che vi siano contenuti spaventosi: per lo più, si tratta di una raccolta di sintesi di articoli di testate mondiali, in particolare occidentali, che certo può essere in linea con il pensiero di Mosca, ma resterebbe al lettore, in democrazia, cosa pensarne.

 

Non c’è da prendere alla leggera questo ulteriore, oltraggioso, anticostituzionale giro di vite contro il medium governativo russo. L’odio nei suoi confronti è sfociato in attentati veri e propri contro la vita della sua direttrice, Margarita Simonyan, che si è vista droni kamikaze ucraini lanciati a pochi metri dalla casa di famiglia a Mosca e a Sochi, così come sono stati sventati complotti per assassinarla.

 

La Simonyan, vedova di recente (il marito era il regista Tigran Keosayan, celebre in patria), è una star dell’opinione pubblica russa, ospite fissa nella popolarissima trasmissione di Vladimir Solovev (in Italia molto controverso per gli insulti al premier italiano ed altro). Tra il 2022 e il 2023 divenuta oggetto di sanzioni UE per essere «una figura centrale della propaganda del governo russo». Dicono sia molto vicina a Putin. Di più: conosce il sistema mediatico occidentale, perché ha studiato negli USA. Forse per questo qualcuno, nello Stato profondo europeo, vuole imbavagliarla – o peggio?

 

Il segnale che registriamo è che, con droni, forclusioni internet e sentenze giudiziarie vogliono fermare la voce del Cremlino. Appunto, come fosse, ufficialmente, il nemico.

 

Non si tratta dell’unica cosa che compone il tetro disegno all’orizzonte.

 

Abbiamo sentito negli scorsi giorni un Putin particolarmente duro contro «gli istigatori» di Kiev. Quello che accade è semplice da capire: il regime Zelens’kyj sembra aver alzato il tiro, moltiplicando le devastazioni dei droni contro i civili. In particolare, la Russia è rimasta sconvolta dal massacro al dormitorio femminile delle scorse settimane.

 

Il limite, per il presidente russo, pare superato. Specie pensando che la fornitura di tali armi di morte viene procurata dagli europei senza alcuna pudicizia. Non considerare l’Europa come parte in causa nei massacri di cittadini russi, a questo punto, richiede davvero un bello sforzo. Uno sforzo che Mosca fa sotto la deterrenza dell’articolo 5 della NATO: attaccasse qualsiasi fabbrica di droni, o convoglio di fornitura d’armi in territorio dei Paesi del Trattato provocherebbe la guerra della più grande alleanza militare della Storia contro la Russia. Una prospettiva sulla quale, con evidenza, Putin non si è voluto arrischiare. Almeno fino ad ora.

 

Perché qui captiamo altri segnali. Il portavoce del Cremlino, Demetrio Peskov, che poco fa esce con una dichiarazione di non facilissima comprensione sulla «posizione coerente di Trump» nei riguardi dell’Ucraina. Ma come? Gli USA continuano a fornire missili ed altro a Kiev… al punto che il biondo della Casa Bianca scherza sull’insegnare agli ucraini a costruire i Patriot. Scusate, ma non era Trump che aveva promesso di finire la guerra in 24 ore, per poi non riuscirci in alcun modo?

Sostieni Renovatio 21

Sì. Renovatio 21, aveva annotato anche quello che sembrava un evidente irrigidimento di Mosca negli scorsi giorni, con Lavrov e Putin che dichiaravano di fatto l’inutilità del meeting di Anchorage del ferragosto 2025.

 

E invece ecco che il 4 luglio Trump chiama Putin, ed ecco che partono gli elogi: al punto che il presidente russo dichiara dell’importanza della «responsabilità speciale» nella cooperazione tra le due superpotenze atomiche per la sicurezza globale.

 

Cosa è successo? Non lo sappiamo, ma crediamo di aver ben presente cosa piaccia tremendamente al russo: un mondo senza NATO. Una prospettiva, come sa il lettore di Renovatio 21, non impossibile sotto Trump, forse il primo vero presidente della piccola tradizione dei NATO-scettici americani.

 

E quindi, stiamo dicendo che Trump avrebbe promesso a Putin lo smantellamento della NATO? Non abbiamo nessuna informazione in merito ovviamente, ma ciò spiegherebbe perché improvvisamente il Cremlino sembra indicare una possibile punizione per i fiancheggiatori di Kiev. Al contempo, ciò spiegherebbe il teatrino di Trump contro la Meloni che ha scioccato la politica italiana nello scorso mese, e pure gli insulti all’Europa «Terzo Mondo» di poche ore fa.

 

Donald sta, essenzialmente, forsennando la piattaforma. Sta rendendo la NATO invivibile: chiede più soldi dagli alleati (con la voce per cui si arriverà alla richiesta del 5% del PIL per la Difesa dei Paesi atlantici), si lamenta per la mancanza di supporto per Ormuzzo, e ancora più provocatoriamente torna a reclamare la Groenlandia, tema che, come abbiamo visto, lo pone in antitesi totale con i Paesi europei e NATO, al punto che in passato abbiamo immaginato che sia un sistema per scompaginare gli atlantici.

 

Rebus sic stantibus, seguendo il nostro ragionamento, ci troveremo dinanzi alla prospettiva concreta di una guerra tra Europa e Russia, dove la prima non godrebbe dell’ombrello NATO né di quello americano, mentre la seconda, chissà, potrebbe coinvolgere la Cina: Pechino fa buoni affari con il Vecchio Continente, ma vederlo ancora più sottomesso potrebbe renderli ottimi.

 

Ora, non si tratta solo di Putin. Abbiamo visto come gli euroburocrati siano serissimi sulla questione del riarmo, una parola che fino a pochi mesi fa era un tabù assoluto. Ripetiamolo: il solo fatto che la Germania si stia rimilitarizzando (con le industrie già allineate: niente più auto, ma cannoni) rappresenta di per sé la fine della NATO, che era stata creata per «tenere gli europei dentro, i russi fuori, i tedeschi sotto».

 

Le dichiarazioni bellicose degli ufficiali tedeschi, in primis il ministro della Difesa Boris Pistorius, oramai si sprecano, al punto che qualcuno fa il conto alla rovescia: quanto manca a che divenga mainstream la nostalgia della Wehrmacht hitleriana? Quando Merz dice che la Germania sta tornando ad avere ancora una volta il primo esercito d’Europa, implicitamente sta rievocando la possanza militare del Terzo Reich – i cui simboli, al momento proibiti in terra tedesca, sono di già presenti ad abundantiam nelle milizie ucraine sostenute ed armate dagli occidentali.

 

E quindi, ambo le parti sembrano oramai pronti al conflitto diretto, fisico, «cinetico, come si dice in gergo. Cioè: devastazione e morte.

 

Come può andare a finire lo dobbiamo immaginare: nessuno, in Europa, è pronto ad affrontare la prima superpotenza nucleare planetaria, che ha un inventario stimato di circa 5.459 testate nucleari complessive. Non solo: la guerra ucraina ha mostrato le capacità russe in fatto di produzione militare (munizionamento, etc.) e di logistica.

 

E poi: dimentichiamo che con la tecnologia ipersonica qualsiasi punto d’Europa può essere colpito da un missile russo, con testata a piacere?

 

Dimentichiamo che la Russia in questi quattro lunghi anni (più di quanto è durata per i russi la Seconda Guerra Mondiale, che chiamano Grande Guerra Patriottica) ha sviluppato capacità tattiche immense, ad esempio nella guerra urbana e soprattutto riguardo all’uso di droni?

Iscriviti al canale Telegram

Gli europei sembrano non ricordare nemmeno la disposizione al sacrificio dei russi, che nell’ultimo conflitto globale hanno messo sul piatto una ventina di milioni di morti, riuscendo comunque a vincere e portarsi a casa mezza Europa.

 

No, i vertici europoidi non hanno imparato niente, né dalla storia né dal presente, ed è difficile capire perché. Sappiamo cosa guida la russofobia americana: l’odio multigenerazionale dei neocon, cioè in ultima analisi degli ebrei emigrati dagli shtetl, per lo Zar e la sua reincarnazione – un argomento del qualesi parla sempre più apertamente, come fa Tucker Carlson.

 

Per l’Europa è diverso: non ci sono ebrei, apparentemente, nelle stanze dei bottoni. Ci sono democristiani (specie a Berlino), ma anche Verdi, conservatori, laburisti, socialisti, post-fascisti (in Italia)… eppure tutti posseggono, sull’orco russo e la sua presunta minaccia, una posizione intercambiabile.

 

Lassù in alto, ci sono, probabilmente, dei massoni. Questo può spiegare tante cose: in primis la volontà di distruggere un Paese cristiano che mantiene protetta la maggioranza europea («bianca»), cioè un esempio del contrario di quello che voleva l’ideale europeista del conte Coudenhove-Kalergi.

 

Di più: un ordine diramato da un ente segreto può spiegare il mistero, mai davvero analizzato dai nostri intellettuali e giornalisti, dell’inversione di rotta su Putin: tutte le amministrazioni avevano con Vladimir Vladimirovic rapporti diretti e calorosi. È il caso della Germania con il socialista Schroeder. In Francia, i rapporti eran eccellenti con Macron (certo, prima delle questioni nell’Africa occidentale…) così come lo erano con i predecessori, come Sarkozy. Abbiano negli occhi ancora le immagini, davvero belle, delle Olimpiadi di Londra 2012, quando Putin si presenta alle finali del judo al fianco del premier britannico David Cameron.

 

Il discorso va moltiplicato per l’Italia, perché l’amicizia tra Putin e Berlusconi era qualcosa di vero e solido, anche dal punto di vista del legame economico creato tra i nostri Paesi. Torniamo a chiederci perché, nonostante i festoni di ricevimento riservati al presidente russo quando (spesso) veniva in Italia, non sia saltata fuori una foto insieme a Giorgia Meloni, che per il Silvio è stata ministro della Gioventù.

 

Tutti questi Paesi sono passati dai rapporti cordiali con Putin, l’uomo che aveva salvato la Russia dal collasso tenendo lontanissime le ombre di un ritorno all’impero sovietico, all’isteria patologica demonizzante che vediamo oggi. Non un cambiamento naturale. E allora, chi ha dato l’ordine? A questo punto è quasi inutile chiederselo.

 

Perché, il lettore di Renovatio 21 lo sa, in Russia da qualche anno avanza la teoria secondo cui la cosa giusta da fare geostrategicamente è un attacco contro un paese europeo. È la proposta del politologo Sergej Karaganov, che l’ha calibrata e spiegata oramai in tantissime occasioni. Non si tratta di una figura marginale: l’anno scorso lo abbiamo visto accanto a Putin allo SPIEF, il Forum economico annuale di San Pietroburgo, e abbiamo pensato che si trattasse di un segnale chiarissimo.

 

In pratica, sì, gli euroburocrati giocano con il fuoco atomico – e cioè con le nostre vite, con la nostra civiltà.

 

Ribadiamo di non capire come ciò sia possibile: fare i bulli senza poter chiamare il cuggino americano? Andare davvero allo showdown con un’iperpotenza militare che non solo è pronta alla guerra, ma che opera già in teatri cruenti da quattro anni?

Aiuta Renovatio 21

Parrebbe vada così, e si tratta del quadro più spaventoso a cui possiamo pensare. La palla, a questo punto, dovrebbe andare a quei (pochi) governanti europei che, a differenza degli europoteri occulti e non, non sono divorziati totalmente dalla realtà e dall’impulso di difesa della vita. Se Giorgia Meloni si ascrivesse a questa categoria, dovrebbe immediatamente prendere l’occasione e cavarsi – con attuale benedizione USA, che potrebbe durare ancora per gli anni di presidenza Trump – da NATO e UE, e così proteggere 60 milioni di italiani, e non solo loro.

 

Non è detto che Roma riesca, neanche questa volta, ad alzare la testa rispetto a questa inerzia di morte.

 

E le conseguenze potrebbero essere apocalittiche. Immaginate l’economia, la vita quotidiana durante una guerra moderna, con missili ipersonici e droni, e le atomiche oramai fuori dal tabù. Immaginatevi in un teatro di guerra, i ragazzi mandati al macello, i vostri figli piccoli che potrebbero non avere un futuro, tra fame e rovine. Pensate alla fine di tutto ciò che fate ed amate. Pensate all’inferno.

 

Perché abbiamo eletto solo persone che non riescono a realizzarlo?

 

Perché non abbiamo sopra di noi qualcuno che voglia difenderci?

 

Perché permettiamo alla Necrocultura di dominarci, e minacciare noi e i nostri figli?

 

Roberto Dal Bosco

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);

Continua a leggere

Più popolari