Connettiti con Renovato 21

Politica

Ministro tedesco vuole confiscare le armi ai membri di Alternative fuer Deutschland

Pubblicato

il

Il ministro dell’Interno del Land tedesco della Turingia, Georg Maier, vuole ritirare le licenze di armi dai membri di Alternative fuer Deutschland (AfD), un partito politico che detiene 81 seggi nel parlamento tedesco e 9 seggi nel parlamento europeo.

 

Il ministro «ha incaricato i suoi dipendenti di istituire un gruppo di lavoro su “armi ed estremisti” per andare avanti sulla questione» scrive Remix News. «”Hanno in programma di creare “AG WaffEx”, che sarebbe situato presso l’ufficio dell’amministrazione statale e aiuterà le autorità locali “nel trattamento dei casi rilevanti”».

«Mentre il ministro dell’Interno afferma che prenderanno di mira gli “estremisti di destra”, questa lista apparentemente include anche membri legali dell’AfD che non sono mai stati condannati per alcun crimine o che non hanno mostrato alcun segno di partecipazione ad attività terroristiche».

 

«Attuiamo solo la legge applicabile. Non possiamo e non vogliamo fermarci all’AfD», ha sottolineato il ministro dell’Interno della Turingia Georg Maier (SPD). Lo sfondo di ciò è l’inasprimento della legge sulle armi nel 2020. Da allora, le autorità tedesche hanno dovuto chiedere all’Ufficio per la Protezione della Costituzione (quella violata da due anni di lockdown, quella ora modificata per dare più denaro all’esercito) se il proprietario è classificato come estremista per nuove domande e anche per revisioni periodiche di armi proprietari.

 

Secondo la normativa, le persone non sono idonee al possesso di un’arma se hanno svolto attività anticostituzionali negli ultimi cinque anni o sono membri di associazioni con tendenze anticostituzionali.

 

«La situazione giuridica e le classificazioni dell’Ufficio per la protezione della Costituzione fanno sì che i membri dell’AfD non abbiano più la “richiesta ammissibilità” per possedere armi» scrive il sito tedesco di informazioni T-online. I membri del partito «potrebbero perdere la licenza per portare legalmente armi come tiratori sportivi o cacciatori».

 

Secondo le informazioni riportata sulla testata Der Spiegel, il ministero dell’Interno chiede alle autorità per le armi di presentare agli interessati le valutazioni dell’Ufficio per la Protezione della Costituzione sull’associazione statale del loro partito e di convocarli in udienza.

 

Ironicamente, I dati dello stesso governo di Berlino mostrano che i membri e i politici dell’AfD sono il partito più attaccato nel Paese. Leader politici AfD sono costantemente oggetto di attacchi violenti e minacce di assassinio da parte di estremisti di sinistra.

 

Oltre che agli attacchi dai partiti politici, ii membri dell’AfD sono già soggetti a draconiane misure di sorveglianza dopo che l’alta corte tedesca li ha designati come una «potenziale» minaccia per la democrazia.

 

Secondo il ministero, negli ultimi anni le autorità delle armi inferiori in Turingia avevano già disarmato numerosi proprietari di armi facenti parte della cosiddetta scena dei Reichsbürger, i «Cittadini del Reich». Nel frattempo, in 72 casi, in 59 occasioni si sono concluse le procedure con un ritiro della licenza d’armi o con il rigetto di una domanda di licenza d’arma (13 casi). Nessuno di questi affiliati al Reichsbürgerbewegung ha armi da fuoco che richiedono un permesso.

 

Il ministro dell’Interno della Turingia Maier appartiene all’SPD, il Partito Socialdemocratico tedesco che guida il cosiddetto governo «semaforo» (verde-giallo-rosso: ambientalisti, liberali e socialisti) al potere a Berlino con il cancelliere Olaf Scholz.

 

Come ripetuto da Renovatio 21, la Germania sembra attendere davvero il Tag X, il «giorno X». Partita come un’ossessione da parte di giornali (incluso il New York Times), questa teoria della cospirazione racconta di un network segreto (in realtà individuato a partire da Telegram) di uomini tedeschi, tra cui militari e membri delle forze dell’ordine, ma non solo, che si starebbe preparando al momento in cui avverrà il collasso di governo e società della Germania.

 

I tribunali tedeschi, tuttavia, non hanno trovato nulla, e assolto coloro che erano stati denunciati per la cospirazione.

 

A pensarci bene, tuttavia, questa del Tag X è una sorta di profezia autoavverantesi della sinistra: a forza di crederci, parlarne, abbaiare al mondo la loro paura di essa, possono finire per materializzarla.

 

Soprattutto se al potere al governo di Berlino vi sono ministri che ribadiscono la possibilità che a causa del taglio del gas russo (da loro stessi procurato) questo autunno vi saranno disordini civili.

 

Se succederà, parte dei rivoltosi saranno preventivamente neutralizzati. Abbiamo visto la grande pratica che la Polizei ha fatto con i Querdenker, i dissidenti pandemici tedeschi. «Le autorità considerano il proprio popolo come un nemico», disse all’epoca il relatore speciale ONU sulla tortura Nils Melzer, che si era interessato delle scene di massacro viste contro le manifestazioni a Berlino.

 

Sì: umiliazioni morali e fisiche, violenze prossime alla tortura.

 

E un pensiero sparato in faccia ai non vaccinati, ai non allineati: «voi non siete più esseri umani».

 

 

 

 

Immagine di Marius Angelmann via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

 

 

 

Continua a leggere

Necrocultura

Il network neodemocristiano dietro alla Meloni

Pubblicato

il

Da

Le sigle e siglette dell’associazionismo e movimentismo cattolico e pro life, sempre munite dell’appoggio esterno episcopale, storicamente compongono quel soggetto politico che, simulando di difendere la vita umana, ha di fatto aperto le porte al suo definitivo oltraggio.

 

A partire dalla legge 194 del 1978 – partorita da madre democristiana (al governo c’era Belzebù) sotto il nome orwelliano di legge «per la tutela sociale della maternità» – va preso atto di come il vero autore dello scivolamento normativo verso lo stravolgimento dei principi della bioetica (cosiddetti non negoziabili) sia stato proprio il network democristiano, che ha lavorato di fino, a colpi di «male minore», siglando via via tutte le tappe della dissoluzione, per arrivare ai recenti traguardi del genderismo educativo e del transumanesimo biotecnologico – cioè alla manomissione programmatica della vita e del suo codice fondamentale.

 

Non ci fosse stata a ogni passaggio la mano benedicente del mondo ecclesiastico (chierici e laici), il programma non sarebbe filato così liscio, nel continuum montante che è giunto oggi a travolgere la sovranità biologica umana. 

 

Ecco, quella rete neodemocristiana che da decenni avanza nell’interstizio tra CEI e politica, e che negli ultimi tempi appariva decadente e sfilacciata, si è magicamente ri-agglutinata a ridosso della tornata elettorale appena conclusa. Clericali e di ogni ordine e grado hanno risposto tutti al richiamo della fiamma tricolore. E sono diventati, tutti, fratelli d’Italia.

 

Non se ne è accorto nessuno, forse nemmeno i diretti interessati, ma è accaduto che una ben precisa linea di pensiero e un intero sistema di potere ad essa legato, precedente di molto il fenomeno Meloni, sono stati recepiti in blocco nel suo partito, il quale del resto soffre il problema della fragilità: è cresciuto più in fretta della sua classe dirigente, e quindi, già in passato, ha finito per caricare a bordo, pericolosamente, un po’ di tutto. 

 

Quanto all’orizzonte ideale di Giorgia Meloni riguardo al tema della vita, esso è noto da tempo. La Meloni non è contraria all’aborto, non vuole l’abrogazione della legge 194, ripete anche lei l’eterna solfa dell’aiuto alle madri, spesso declinata nella formula della «piena applicazione della 194». 

 

La sua reazione stizzita, lo scorso giugno, dinanzi alla rivoluzionaria sentenza della Corte Suprema americana che depennava l’aborto dalla lista dei diritti federalmente garantiti, è di ciò prova evidente.

 

Per ribadire a scanso di equivoci la posizione per cui l’aborto non si tocca, sono scesi infine in campo addirittura i suoi familiari: la sorella, il compagno. Quest’ultimo ci ha aggiunto sopra il carico di qualche altra perla di modernità, per esempio affermando la liceità di far vedere ai bambini cartoni animati omogenitoriali

 

Meno noto invece è l’altro fatto, e cioè che dietro alla Meloni si sia allineata la costellazione di potere politico-religioso con le varie figurine del suo album. 

 

Per esempio, è significativo che abbiano riesumato la veterana Eugenia Roccella. Prima con il PDL, poi con gli scissionisti NCD di Alfano (dietro i quali, dissero i retroscenisti, c’erano i vescovi), per anni è stata personaggio di riferimento del mondo catto-pro-life e pro-family, al punto che le fecero presentare il primo Family Day nel 2007. Nel 2018 non entrò in Parlamento. Ora, cambiato partito, torna alla grande: fallito l’uninominale da Bologna a Foggia (unica sconfitta del centrodestra in Puglia), è stata ripescata col proporzionale in Calabria.

 

La sua è una storia interessante: figlia di uno dei fondatori del Partito Radicale, in gioventù ha fatto la femminista d’avanguardia, pubblicando anche un manualetto dal titolo: Aborto facciamolo da noi. Poi qualcosa è cambiato, anche se la nostra, in fondo, si è sempre prodigata per la difesa della 194, come ha precisato anche a inizio mese in un’intervista al Giornale.

 

«La 194 non si tocca. Ma si fa ancora troppo poco per la maternità» virgoletta il titolo del pezzo.

 

Per chi pensa che il Family Day fosse una manifestazione spinta dai vescovi, che nel 2007 erano guidati dal cardinale Ruini, all’osservatore profano verrebbe naturale dedurre che la Roccella sia stata reclutata nel partito berlusconiano per rivestire il ruolo di «uomo del Vaticano» in politica, secondo la definizione che Bossi diede alla Pivetti.

 

Del resto lo stesso cardinale Ruini, comandante in capo degli zucchetti, bersaglio degli attacchi di una sinistra talmente sciocca da crederlo un avversario, non mancava occasione per ribadire anche lui quella linea: la 194 non si tocca, diceva già all’epoca, quando nel 2008 chiese di «non rivoltarsi» contro la 194. «L’ex presidente della CEI ha evitato, “parlando a titolo personale”, di utilizzare la parola “omicidio” per l’aborto» scriveva La Stampa, descrivendo un’intervista TV del cardinale con Giuliano Ferrara.

 

Altra candidata eletta con Fratelli d’Italia è Maria Rachele Ruju, che – bizzarra coincidenza – è un’altra presentatrice del Family Day: il secondo, quello del 2015 contro le unioni monosessuali (e si è visto come è finita).

 

La Ruiu vanta una carriera nel giro delle varie siglette pro-vita capitoline: una di queste ha organizzato un evento (in teoria) contro l’aborto – sostegno alla maternità, difesa della vita, eccetera eccetera – lo scorso maggio a Roma. Nel manifesto dell’evento, e nei cartelli precompilati che il sito suggeriva generosamente di stampare a proprie spese e di portare alla manifestazione, non vi era traccia della parola «194», numero che ha giustamente ossessionato decenni di antiabortismo italico.

 

Anche la Ruju, esattamente come la collega di partito e di Family Day Roccella, aveva reso poco prima del voto un’intervista al Giornale, in cui dichiarava, all’unisono con le gerarchie cattoliche, che una richiesta di abolizione della 194 «non avrebbe alcun senso né risultato». 

 

Nel frattempo monsignor Paglia, sempre poche settimane fa, a poche ore dal voto, parlava della 194 come «pilastro della vita sociale» del Paese. 

 

E per l’occasione, a quanto pare importante, rispunta fuori lo stesso cardinale Ruini, che i benpensanti potrebbero ritenere sulla carta un conservatore agli antipodi di Paglia: macché, anche lui, sul Corriere della Sera, canta nel coro a difesa della 194.

 

«Spero che la legge 194 sia finalmente attuata anche dove dice che lo Stato riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio» afferma il cardinale , che ha tenuto poi anche ad enunciare la nuova grande battaglia: «le unioni civili dovrebbero essere differenziate realmente, e non solo a parole, dal matrimonio tra persone dello stesso sesso. Devono essere unioni, non matrimoni».

 

 

Intanto nello stesso coro si arruolano altre voci illustri. Per esempio arriva la scrittrice Silvana De Mari, che già aveva lanciato un movimento-partito (i «Liberi in Veritate», già visti in TV in trasmissioni movimentate), poi aveva fatto endorsement per Italia Sovrana e Popolare, e poi a sorpresa, in zona Cesarini, invita tutti a votare Meloni.

 

A urne appena chiuse, ecco che in un articolo de La Verità sostiene (lei quoque) che bisogna difendere la 194 sotto attacco, come sotto attacco sarebbero anche le unioni civili, per le quali il pericolo è che possano diventare «matrimonio» – ammettiamo a questo punto di non capire esattamente che differenza vi sia, ma ci fidiamo del pensiero della fantasiosa autrice de L’ultimo orco, L’ultimo elfo, l’ultimo mago, Gli ultimi incantesimi

 

Insomma, vengono radunati nomi che garantiscono, in teoria, la pace con la galassia curiale, anche se ormai tutti sanno che questa elettoralmente non conta più nulla.

 

Ora, la posizione dettata dall’alto sull’aborto, e che tutti ripetono a pappagallo come un sol uomo, ben esprime il metodo in uso in ambiente neodemocristiano, metodo che si applica ai vari altri temi del suo programma. Un vasto programma.

 

Dobbiamo infatti ricordare che, dallo stesso partito della Roccella, il NCD, proviene anche Beatrice Lorenzin. Come ministro della Sanità, nel 2014 la Lorenzin volò a Washington per firmare alla Casa Bianca l’impegno a fare dell’Italia il «capofila per le strategie vaccinali a livello mondiale», e in particolare della vaccinazione totale dei bambini. L’impegno si tradusse nella normativa che, dal 2017, ha impedito a tante famiglie di portare i figli a scuola.

 

E quale fu la reazione delle gerarchie cattoliche alla legge ultravaccinista, che di fatto funse da prova generale per la successiva Italia della certificazione verde? Comunicati congiunti di Pontificia Accademia della Vita (ancora Paglia) e medici cattolici per dire che l’obbligo vaccinale sui bambini andava benissimo; note bioetiche per dire che la presenza di linee cellulari di feto abortito nella produzione dei vaccini era moralmente lecita, perché «distante nel tempo» (è il peccato a scadenza, come lo yogurt); qualche cattolicissima pubblicazione per dire che, anche se contenevano cellule di feto abortito, bisognava farli senza tante storie, sarà mai.

 

Insomma, anche qui, corrispondenza di amorosi sensi tra politica e zucchetti, e pure certa intelligentsia catto-conservatrice: come dimenticare il panegirico del banchiere Ettore Gotti Tedeschi per la Lorenzin?

 

Ma non è tutto. Ricordiamo come la Lorenzin fu anche colei che introdusse la riproduzione artificiale nei LEA: cioè, inventò la provetta finanziata dal contribuente. Andò oltre, è lanciò un incredibile evento, il Fertility Day, dove non si celebrava la maternità (altrimenti sarebbe stato maternity) ma la fertilità, e nemmeno nel senso che si può intendere di primo acchito: uno dei poster per reclamizzare l’evento raffigurava infatti una fila di preservativi appesi.

 

Difficile spiegare come la contraccezione ci pigli con la fertilità, a meno che non si capisca come la riproduzione possa essere fatta totalmente divorziare dalla sessualità, e affidata alla zootecnica. Del resto, tra le realtà coinvolte del Fertility Day c’erano importanti ditte di produzione di bambini in vitro.

 

La Roccella, che all’epoca era passata dall’NCD alleato di Renzi (sì, quello del governo che varò le unioni civili della Cirinnà e contro cui facevano i Family Day: un circo) ad un partito biodegradabile chiamato Idea, era più che altro concentrata sul paletto dell’omologa, nel senso: va bene il pupo in provetta, purché sia fatto con i gameti della coppia, in attesa che la Finestra di Overton e la magistratura smontino la legge 40 e sdoganino il gamete qualunque.

 

Fu sottosegretario alla Salute dal 2008 al 2011, ma non sotto il ministero della Lorenzin, nel quale però fu consulente per la Procreazione Medicalmente assistita Assuntina Morresi, definita dall’Espresso «alter ego della Roccella» e autrice di libri insieme a lei. Una che assicurò che la riproduzione artificiale finisse nei LEA e che siede tuttora al CNB, il Comitato Nazionale di Bioetica – in quota cattolica.

 

Ora come esercizio si confronti questa storia di preservativi e bambini artificiali con le ultime esibizioni dalla Pontificia Accademia per la Vita: ed ecco subito apparire convegno e libro che aprono ai bambini sintetici e alla contraccezione, con i gesuiti a dire che potrebbe essere materia della prossima enciclica, per la quale perfino avrebbero già un nome, Gaudium vitae.

 

Se ci avete seguito, avrete capito che il quadro è abbastanza chiaro: vi è un disegno, vecchio di decenni, per portare il mondo cattolico – e quindi, il grosso della destra italiana – verso il definitivo disarmo nei confronti del sacrificio umano, dei bambini fabbricati in laboratorio, della sottomissione biologica via vaccino o terapie geniche sperimentali.

 

Tutti temi che la gerarchia vaticana ha accettato di lasciar andare, e che il network neodemocristiano – infiltrato, come da dottrina Ruini, in tutti i partiti – continua a promuovere materialmente dentro governi e partiti diversi.

 

Permettere l’uccisione dei bambini in grembo, la loro precoce marchiatura, la produzione di bambini artificiali – che, a breve, saranno magari ammessi solo se bioingegnerizzati con il CRISPR – è, ictu oculi, proprio ciò che chiede l’agenda del Nuovo Ordine Mondiale – quella cultura della morte globalista che la neochiesa non vede l’ora di assecondare.

 

Avremo – abbiamo – un mondo di rovina biologica universale, un mondo in cui l’Imago Dei è sistematicamente calpestata, con la guarentigia morale e legale del potere temporale e religioso e la fornitura armi di offesa materiale da parte del complesso industrial-sanitario.

 

Il partito vincitore delle elezioni, consapevole o no, è in questo gioco.

 

Niente di nuovo sotto il sole: se non che, dopo la sottomissione massiva al trattamento genetico di Stato, tutto diviene più accelerato. E più apocalittico.

 

Roberto Dal Bosco

Elisabetta Frezza

 

 

 

 

Immagine di dati.camera.it via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0); immagine modificata

 

 

 

Continua a leggere

Politica

Il rapporto sulla tortura della CIA rimarrà segreto per ragioni di «sicurezza nazionale»

Pubblicato

il

Da

Un giudice federale degli Stati Uniti ha stabilito che un vasto rapporto del Congresso sul programma di tortura della CIA sulla cosiddetta «guerra al terrore» rimarrà riservato, sostenendo che i cittadini non hanno il diritto di accedere al controverso documento, parti del quale erano già trapelate al pubblico da un senatore democratico nel 2014. Lo riporta il Los Angeles Times.

 

Il giudice del distretto di Columbia Beryl Howell ha affermato nella sua sentenza che il rapporto «non si qualifica come un documento pubblico soggetto al diritto di accesso del pubblico di diritto comune», poiché un caso precedente ha concluso che si trattava di un «documento congressuale» e quindi non poteva essere ottenuto tramite le richieste standard del Freedom of Information Act (FOIA), cioè il protocollo per ricevere documenti statali USA.

 

«Il rapporto contiene informazioni altamente riservate sulle politiche e procedure di detenzione e interrogatorio della CIA che comprometterebbero la sicurezza nazionale se rilasciate, superando di gran lunga l’interesse del pubblico alla divulgazione», ha scritto il giudice nella sua opinione.

 

Il giornalista investigativo Shawn Musgrave avevaintentato una causa per il documento, adducendo un argomento sul «diritto alla conoscenza» simile a quelli presentati nel contenzioso FOIA, ma alla fine il suo caso è stato archiviato. L’avvocato del giornalista, Kel McClanahan, ha promesso di impugnare la decisione.

Il rapporto di 6.700 pagine del Senato descrive in dettaglio i programmi di detenzione e tortura clandestini della CIA lanciati dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, durante i quali innumerevoli sospetti stranieri sono stati rinchiusi in prigioni segrete dette «Black Sites» all’estero e sottoposti a torture a volte estreme chiamate con un eufemismo «Enhanced interrogation techniques», cioè «Tecniche di interrogatorio avanzate».

 

Pochi di questi casi sono sfociati in accuse formali per gli accusati, molti dei quali apparentemente sono stati trattenuti a discrezione dell’agenzia, ben al di là della portata del sistema di giustizia penale americano o delle leggi internazionali di guerra.

 

Un riassunto non classificato del documento pubblicato dalla senatrice democratica Dianne Feinstein nel 2014 ha presentato 20 importanti risultati, tra cui che i metodi della CIA raramente hanno aiutato ad acquisire informazioni utili, che ha mentito ripetutamente sull’efficacia di quei metodi e che gli interrogatori dell’agenzia erano molto più violento di quanto i funzionari dell’intelligence avessero mai ammesso ai legislatori.

 

Alcune delle cosiddette tecniche di «interrogatorio potenziato» sono state sviluppate da psicologi assunti dalla CIA per massimizzare la sofferenza inflitta ai sospetti, rilevava il riassunto del documento, concludendo anche che il regime di tortura aveva offuscato la reputazione dell’America nel mondo.

 

Commentando la sentenza di giovedì, la senatrice Feinstein aveva affermato che, sebbene sia d’accordo con alcuni aspetti della decisione, «continuo anche a credere che il rapporto completo sulla tortura – con le opportune redazioni – dovrebbe ad un certo punto essere pubblicato».

«L’uso della tortura da parte del governo americano è stato un segno oscuro nella nostra storia che non deve mai più accadere. Dobbiamo continuare a imparare dai nostri errori e ciò significa alla fine pubblicare il rapporto sulla tortura al momento opportuno», ha dichiarato la senatrice, secondo il Los Angeles Times.

 

Sebbene l’enorme rapporto rimarrà nascosto per ora, l’ex presidente Barack Obama aveva inserito il documento nei suoi archivi presidenziali prima di lasciare la Casa Bianca, il che significa che una copia è ora conservata negli archivi nazionali e potrebbe essere declassificata in parti a partire dal 2029.

 

L’espressione Enhanced interrogation techniques pare essere un calco di quella tedesca «verschärfte Vernehmung», cioè  «interrogatorio intensificato», usata nel 1937 dal capo della Gestapo Heinrich Müller.

 

Il sistema di interrogatorio-tortura era basato sul lavoro svolto dagli psicologi James Elmer Mitchell e Bruce Jessen nel programma SERE (Survival Evasion Resistance Escape) dell’Aviazione statunitense, un programma di addestramento che prepara il personale militare statunitense, i civili del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e gli appaltatori militari privati ​​a sopravvivere e «tornare con onore» in scenari di sopravvivenza.

 

La CIA aveva stipulato un contratto con i due psicologi per sviluppare tecniche di interrogatorio alternative e dure anche se nessuno dei due psicologi aveva alcuna esperienza nella conduzione di interrogatori.

 

I metodi di tortura utilizzati includevano percosse, l’essere legati in contorte posizioni di stress, incappucciamento, assoggettamento a rumori assordanti con musica metal messa a loop, l’interruzione del sonno, l privazione del sonno fino all’allucinazione, la privazione di cibo, bevande e cure mediche per le ferite, nonché il waterboarding (tecnica che simula l’annegamento), lo sbattere sul muro, l’umiliazione sessuale, l’assoggettamento a caldo estremo o freddo estremo, il confinamento in piccole scatole simili a bare, la «reidratazione rettale», la «rianimazione fluida rettale»,  l’«alimentazione rettale».

 

Oltre alla totale brutalizzazione dei detenuti, sono state fatte minacce alle loro famiglie come l’idea di far male i bambini e o la prospettiva di abusi sessuali o sgozzamento delle madri dei detenuti.

 

Riguardo all’uso delle extraordinary rendition, cioè le traduzioni dei sospetti verso i black sites dell’Intelligence USA, in Italia vi fu il memorabile caso del cosiddetto «Imam rapito» Abu Omar, che generò scompiglio anche presso gli agenti CIA che lavoravano sul nostro Paese.

 

 

 

Continua a leggere

Gender

Il compagno della Meloni dichiara che farebbe vedere alla figlia Peppa Pig con due mamme

Pubblicato

il

Da

Dopo la sorella di Giorgia Meloni, è l’ora del compagno. Continuano le dichiarazioni di famigli della vincitrice delle elezioni che sembrano mostrare la prossimità del Meloni alla sensibilità moderna (diciamo così) sui temi bioetici.

 

Come riportato da Renovatio 21, in un’intervista post-elettorale a La Stampa, Arianna Meloni, 47enne sorella maggiore della probabile futura premier, aveva smentito seccamente l’idea che la capa di FdI sia contraria all’aborto.

 

«Hanno detto che Giorgia è contro la legge 194 sull’aborto, ma non è vero. Lei è dalla parte delle donne e dei diritti acquisiti. Chi l’ha accusata lo ha fatto per renderla ridicola ma ha perso perché mia sorella dimostrerà il suo valore e i suoi principi».

 

Ora sui temi etici si esprime anche il compagno della Meloni, Andrea Giambruno, giornalista TV che dal 2020 fa il conduttore, dopo anni di sole figure femminili, del TG Mediaset Studio Aperto.

 

Il Giambruno è stato intervistato dal Corriere della Sera.

 

«Non sono di sinistra, è solo che abbiamo opinioni divergenti su alcuni temi etici, come il suicidio assistito. Io penso che lo Stato debba riflettere se sia giusto che una persona possa morire a casa sua, coi familiari, o sia costretta ad andare a morire in Svizzera» dice il compagno della Meloni.

 

Poi, se mai ci fosse bisogno, una riconferma nettissima della posizione di Giorgia sull’aborto di Stato.

 

«Sull’aborto non c’è alcuna discussione: non troverà una riga in cui Giorgia contesta la 194. Sul resto, non si litiga, si parla e ognuno motiva la sua posizione».

 

A questo punto, il giornalista del Corriere fa una domanda sull’argomento che ha assillato PD e FdI ala fine di questa breve campagna elettorale.

 

«Lei farebbe vedere a Ginevra la puntata di Peppa Pig con due mamme?» chiede il quotidiano di Via Solferino.

 

Risposta: «posso anche fargliela vedere e, se dovesse chiedere perché ci sono due madri, glielo spiego. Però, una cosa è una scelta spiegata da un genitore, un’altra è far passare forzatamente un concetto».

 

È da notare che, in una curiosa sincronia, un certo avvicinamento alle coppie omosessuali è avvertibile non solo nella destra, ma perfino nella curia.

 

In un’intervista sempre al Corriere della Sera il cardinale Ruini, un uomo che sulla stampa passa per «conservatore», ha dichiarato che «le unioni civili dovrebbero essere differenziate realmente, e non solo a parole, dal matrimonio tra persone dello stesso sesso. Devono essere unioni non matrimoni», esternando così la piena accettazione, sua e financo di tutta la curia, alla legge Cirinnà.

 

Tornando ai Melonis, infine, ammettiamo che, in generale, dall’intervista parrebbe trattarsi di una bella coppia, una bella famiglia. Il problema è la devastazione biologica che sta intorno, e che nessuno sembra più aver intenzione di combattere.

 

 

 

 

 

Continua a leggere

Più popolari