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Cibo a base di vermi e insetti in Gazzetta Ufficiale. Ma lo schifo la destra melonica ce lo sta facendo mangiare da un po’

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L’uso degli insetti nel cibo è ora consentito in Italia. Le farine a base delle larve del verme della farina minore (Alphitobius diaperinus), delle larve gialle della farina (Tenebrio molitor), delle locuste migratorie e dei grilli domestici (Acheta domesticus), in forma congelata, essiccata o liofilizzata, sono oggi permesse dallo Stato italiano

 

A fine anno, aveva fatto il giro di Whatsapp e Telegram lo screenshot dell’edizione della Gazzetta Ufficiale che sanciva la liceità dell’insetto come alimento anche nel Bel Paese, dove gli abitanti tanto sono fieri delle proprie tradizioni culinarie, e ti stressano ogni ora con dettagli su quello che mangiano e quanto è bello.

 

Ora, invece, italiani, mangiatevi pure anche gli insetti.

 

Qualcuno mi ha anche raccontato di aver provato a parlarne con esponenti di Fratelli d’Italia, il partito sedicente nazionalista e sovranista che costituisce la magna pars (magna nel senso dell’aggettivo latino per «grande», non come coniugazione del verbo magnare) dell’attuale governo.

 

«Non è mica obbligatorio» si difende il Fratello d’Italia. Eccerto, non lo è – al momento. Potrebbe non esserlo, anzi, come non lo era il vaccino: ricordate, mica era obbligatorio sierarsi. Come no.

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C’è da considerare poi la questione che, anche se non obbligatorio, l’insetto può finire in un impasto, quindi te lo mangi senza saperlo: colpa tua che non hai letto la microscopica tabella degli ingredienti nella confezione, e indentificato, dopo diecine di elementi chimici, anche il nome scientifico dell’invertebrato la cui poltiglia ti sei ingollato.

 

Tutto con buona pace di chi sta ponendo interrogativi sui parassiti degli insetti (un tema vasto) e sulla digeribilità delle sostanze di cui sono fatti gli esoscheletri chitinosi di queste bestie.

 

Ma come? Scusate, la destra al governo non era quella che aveva montato un’eroica resistenza contro la carne sintetica, mettendosi di traverso perfino al capo dello Stato? Non avevamo al governo un partito che automaticamente avrebbe difeso la tradizione italiana, la sovranità pure alimentare. Un partito che naturaliter avrebbe difeso la legge naturale. No?

 

Maddeché. Sentite la voce: magnateve ‘sto insetto, e state ‘bboni. L’accento romano vi riecheggi nella testa, mentre tentate di digerire la pasta di grillo.

 

Realizzatelo: il governo Meloni apparecchia la tavola del futuro, aprendo la strada a quello schifo che epperò è tanto sostenuto dall’Europa, da Klaus Schwab col WEF, un domani dal solito Bill Gates, da tutto l’oligarcato mondialista del Nuovo Ordine in coro.

 

La questione è che non è l’unico schifo che ci sta rifilando il governo giorgiano. È più di un anno che sta là, e di cose ributtanti sotto il naso ce ne hanno fatte passare tante.

 

Abbiamo annotato, dal primo momento, il programma della Meloni, fatto dire dalla sorella e da personale vario prima di essere declamato alle Camere riunite, che la legge sull’aborto non l’avrebbe mai toccata – e si tratta, ricordiamo, del partito della destra, dei conservatori, di quelli vicini ai cattolici (al punto che ad una certa Giorgia mette la mano sul braccio del pontefice, e pazienza ‘sti protocolli). La realtà dietro la conoscevamo: è il network neodemocristiano che l’aborto l’ha reso possibile e digeribile a quarant’anni di esistenza del Paese, Giorgia ne ha cooptato i pezzi direttamente del governo, così il tema è chiuso.

 

C’è stata la nomina immediata di un membro del CTS – la cabina di regia biotecnocratica che programmava le clausure e le sierizzazioni di massa, cantando le lodi della pozione miracolosa mRNA – a ministro della Sanità. Se qualcuno l’aveva votata – perché chiaramente non memore di quel 25 settembre 2021 in piazza Duomo a Milano quando Giorgia scappò dinanzi alla massa no green pass lasciando che qualche sostenitore FdI cercasse lo scontro con la protesta, contatto evitato appena dai celerini – si sarà grattato la testa, pensiamo. Soprattutto poi quando sono cominciati i goal di Schillaci, come le nuove campagne vaccinali e per la riproduzione artificiale a carico del contribuente.

 

C’è stata la questione dello specchietto per le allodole della fine anticipata dell’obbligo e del reintegro dei non vaccinati voluta dalla Meloni, che in realtà era un assist alla Consulta per aprire la pista ad un futuro di vaccini forzati. Tutti urlavano di gioia, noi invece lo abbiamo detto subito: hanno alzato la palla alla Consulta per schiacciarvi con l’obbligo vaccinale più infernale. Detto, fatto. Magra consolazione aver ragione anche qui.

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Ritorniamo con la mente poi il G20 di Bali, e la firma della premier al documento finale che prevedeva i passaporti vaccinali digitali internazionali. O pensiamo a quando in Giappone si è lasciata investire dal figlio canadese di Fidel Castro (Castreau). O a quando in Albania ha incontrato un uomo di Soros.

 

C’è il caso, apparentemente più leggero, del «cognato d’Italia», il Lollobrigida, pure parente dell’attrice maggiorata recentemente defunta, ma famoso per altri motivi: ecco la fermata del Frecciarossa prevista per lui all’aeroporto, ecco la dichiarazione estiva del fatto che nelle case degli italiani poveri si mangia meglio (una preparazione all’era del pranzo invertebrato?). È chiaro che Repubblica e compagnia si danno ancora i pizzicotti, uno così dove lo trovano? Una fonte di scandalo e zimbellamento più sicura e pulsante, è possibile?

 

Il cognato del premier aveva dato anche sulla questione degli insetti gastronomici in Gazzetta Ufficiale: il 3 dicembre aveva vergato un post sui social dove aveva assicurato che i decreti pubblicati mentre gli italiani digerivano zampone e panettone nelle ultime ore del 2023 non «”liberalizzano” il consumo di farine e alimenti derivanti da insetti». No, certo che no: cioè sì… è che c’è un’autorizzazione avvenuta a livello europeo e che «vincola ogni paese facente parte dell’UE», anzi, il governo di sua cognata ha messo «regole rigidissime» per chi produce, regole «volte ad informare minuziosamente i nostri cittadini che consumano, in modo tale che chiunque voglia possa evitare facilmente di acquistare questi prodotti, o viceversa». Eccallà: com’è che diceva quell’altro? Non è mica obbligatorio…

 

A noi, più che per la sequenze di perle lollobrigide come questa che finiscono ciclicamente giornali, ci ha colpito quando si è rimangiato un discorso sulla situazione etnica, arrivando a negare di conoscere la questione del Piano Kalergi. Machedaverodavero? Decenni in FdI, PdL, AN, forse pure nel Movimento Sociale, e il nome del conte Kalergi mai lo aveva udito?

 

Pensiamo proprio agli immigrati: sì, con il governo Meloni, dato di pochi giorni fa, gli sbarchi sono aumentati, Lampedusa di fatto un’isola africanizzata, un inferno migratorio fatto e finito. Ci aveva promesso il blocco navale, invece ci ritroviamo a dire che da quando c’è lei i barconi arrivano in orario.

 

Ci sono poi questioni drammatiche come quella dell’onorevole Fratello d’Italia che porta una pistola alla festa di capodanno e un ragazzo rimane ferito: si tratta, anche qui, di una catastrofe delle aspettative per chi, come qui su Renovatio 21, sogna un’Italia dove sia possibile l’open carry (cioè un porto d’armi che permette di tenere seco fucili e pistole, anche apertamente, come in certi Stati americani).

 

Il partito della Meloni, con la Lega, era riconosciuto come amico dei cacciatori e amico dei poligoni di tiro, ed un governo di destra, si pensava, avrebbe potuto solo estendere le libertà del cittadino che vuole armarsi. Ebbene, dopo la bravata di San Silvestro alla Pro loco di Rosazza, credete che sarà facile che arrivi una qualche legge che favorisca le armi da fuoco, ne alleggerisca la burocrazia, ne potenzi anche solo la cultura?

 

Credete che vi sarà fornito il modo di difendere la vostra casa, la vostra famiglia dall’anarco-tirannia calergista che stanno installando nel vostro quartiere a suon di africani lasciati sbarcare col gommone? Il fenomeno, sempre per restare al capodanno 2024, è già piuttosto visibile.

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Uno dice che però ci siamo risparmiati il MES. Vero, ma la questione è che nemmeno doveva finire sul tavolo, considerando quanto pensato, detto, promesso, fatto negli ultimi anni. Invece se ne è discusso, ci hanno fatto stare col fiatone, invece che dirci che l’Italia non si sarebbe sottomessa ancora, punto e stop. Suspence dura e pura per il popolo sovranista, almeno fino a quando, da quanto ci pare di capire, la situazione è stata risolta da un blitz di Salvini, più che dalle ferme decisioni dirimenti della Meloni, che fa gli occhi dolci al Palazzo di Bruxelles e al PPE e il broncio a Marine Le Pen e AfD.

 

E poi dobbiamo pensare alla guerra: forniamo armi per uccidere uno dei pochi popoli che ama davvero i nostri prodotti – e ama anche noi – cioè i russi. Le sanzioni che abbiamo accettato di piazzare su Mosca distruggono miliardi e miliardi di esportazioni del tessuto produttivo italiano; il rifiuto del gas russo ha creato il fenomeno allucinante delle bollette pazze per le famiglie e la deindustrializzazione di interi comparti dell’economia produttiva italiana.

 

Possiamo ringraziare, della pazzia masochista antirussa, solo Giorgia e i suoi sgherri accucciati sotto la NATO, e diciamo a tutti grazie pure per aver fatto tornare l’incubo della distruzione termonucleare che pensavamo finito sotto il Muro di Berlino, ma che invece oggi rinasce sotto forma dell’idolatria, ben propalata anche dall’Italia melonica, di un buffone fatto feticcio per ordine dell’establishment mondialista.

 

Ora, a poche ore da quando sarà pubblicato questo articolo, pare che Report manderà in onda un servizio che parlerà dei traffici del padre della Meloni. Diciamo subito, anche prima di vedere la trasmissione, che troviamo questo fatto rivoltante: che ad una figlia separata dal padre (pare per volontà della stessa bambina) sia fatto ricadere fango vecchio di decenni e che non la riguarda è osceno davvero, sono colpi bassi inimmaginabili.

 

Così come è qualcosa di aberrante quello che la Meloni ha dovuto subire con i fuori onda del più potente programma della TV nazionale, che parrebbe aver messo la parola fine alla relazione con il suo uomo: di mezzo c’è una bambina, tutti se ne sono fregati allegramente, era più importante mostrare scenette private squalificanti.

 

Quindi, sia chiaro: mai ci presteremo a quell’odio cieco e artificiale, portato avanti con strumenti immorali, che stanno cercando di montare contro la figura della premier.

 

Ciò detto, se il servizio di Report riguarderà i rapporti del partito con la ‘Ndrangheta, allora sarà interessante ascoltarlo. Perché sappiamo che i calabresi, che grazie al monopolio della cocaina sono forse la mafia più ricca del mondo (ricca, ricchissima – e silenziosa) non è che bazzicano solo dalle parti del FdI, arrivando fino a Nord. Noi che abbiamo tenuto qualche appunto, ricordiamo i casi di indagini su figure del PD in Toscana e in Emilia: anzi, rammentiamo proprio l’operazione Aemilia (2015) che portò all’arresto di 160 persone in Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Veneto, Calabria e Sicilia. Le inchieste, è riportato, arrivarono fino ad un certo punto. Poi alla mente sovviene il capolavoro: l’incontro dei boss della ‘Ndrangheta al circolo Arci «Falcone e Borsellino» di Paderno Dugnano, Lombardia.

 

La storia del patto tra ‘ndranghetisti ed esponenti neri, dove talvolta qualcuno piazza pure lo zampino della massoneria, è antica. Certo è curioso che l’unica rivolta di destra degli anni caldi fu proprio a Reggio Calabria, quella dove si coniò il celeberrimo slogan neofascista «boia chi molla».

 

Tuttavia, qui la questione è più pratica, aritmetica: la crescita ipertrofica di FdI, che si trova nella condizione di avere più preferenze che candidati, più potere che idee, più poltrone che uomini da passare, apre giocoforza ad infiltrazioni di ogni tipo, e non parliamo solo della mafia. Della cooptazione di vecchi spezzoni democristiani abbiamo detto. Dell’ingresso di qualche ulteriore figura di garanzia per l’oligarcato neoliberale mondialista sapremo probabilmente a breve.

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L’asticella si alza: ora dicono che Macron, che aveva giurato vendetta vera già da quando la Meloni maramaldeggiava sulla decomposizione dell’«Impero francese» sputtanando in TV il franco coloniale, metterà alla presidenza della Commissione Mario Draghi, che sembrava aver promesso una mentorship alla Meloni, ma forse non tutto è andato come doveva.

 

Con Draghi a capo dell’Europa, a Roma spetterà un commissario minore, e ci ritroveremo così con nessun peso in Europa, perché se c’è una cosa di cui possiamo essere certi è che Mario non farà il gioco dell’interesse nazionale – lo sappiamo dai tempi del Britannia e degli «invisibili britannici», lo sappiamo dai tempi in cui era a capo della BCE a Francoforte, unica carica in cui i tedeschi non vorrebbero mai vedere un italiano, invece eccotelo lì.

 

È, ammettiamo, un bel casino. È il risultato del sovranismo alla romana.

 

È un anno di schifo che ci hanno messo sul piatto, cercando pure di ricattarci dicendo che non c’è altro da mangiare.

 

Continuate pure, noi però i vermi non li mangiamo.

 

Come disse nostro signore: «Questa razza di demòni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno». (Mt 17,21)

 

E noi preghiamo, e digiuniamo. Non mangeremo nemmeno mezza fetta di questo schifo.

 

Roberto Dal Bosco

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Perché Trump attacca il papa?

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E così, dopo la hybris estrema dell’ultimatum che annunziava «la cancellazione di un’intera civiltà» – con tanto di frase aggiunta «lode ad Allah» – il presidente Donald Trump è andato molto oltre.   Sul suo social, Truth, spunta un suo post dove compare nei panni di Gesù Cristo che taumaturgicamente guarisce il popolo americano..   L’immagine è blasfema ed irricevibile. Qualcuno ha notato, sullo sfondo del sole luminoso, forse la figura di una versione mecha-kaiju della Statua della Libertà, ma sarà il solito tocco inquietante che dà l’Intelligenza Artificiale.  

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Tuttavia, sappiamo che un paragone tra Nostro Signore e The Donald era stato tracciato pochi giorni fa da Paula White, la «pastora» sionista in carica alla Casa Bianca, la cui congregazione a Pasqua raccoglieva nella sua «funzione» forse 200 persone (c’è quasi più gente agli eventi che organizza il vostro affezionatissimo).     Era presente sul palco il vescovo Robert Barron, prelato podcasterro che ha paura del diavolo e non difende le signore cattoliche dinanzi alla prepotenza sionista. E quindi, il Donaldo per forza si sente un po’ unto. Al punto che ora il bersaglio è diventato ufficialmente il papa – e qui cercheremo di dire perché.   Il messaggio è ancora più impressionante di quelli di scherno agli avversari morti che il presidente ha prodotto di recente, e pure di quello con cui ha insultato Tucker Carlson, Megyn Kelly, Candace Owens, Alex Jones, ai quali deve porzioni non indifferenti di consenso per tutte e due le elezioni vittoriose.   «Papa Leone è DEBOLE in materia di criminalità e pessimo in politica estera» attacca il presidente statunitense. «Parla di “paura” dell’amministrazione Trump, ma non menziona la PAURA che la Chiesa Cattolica e tutte le altre organizzazioni cristiane hanno provato durante il COVID, quando arrestavano sacerdoti, ministri e chiunque altro per aver celebrato funzioni religiose, anche all’aperto e mantenendo una distanza di tre o addirittura sei metri». Qui, bisogna dire, il presidente non ha tutti i torti, tuttavia va ricordato che le prime clausure, e l’avvio del programma letale del vaccino mRNA, furono fatti nell’ultimo anno del suo primo mandato.   «Preferisco di gran lunga suo fratello Louis a lui, perché Louis è un vero sostenitore del MAGA. Lui ha capito tutto, Leone no!» puntualizza il Donald, che subito dopo l’elezione al Soglio del Prevost aveva invitato alla Casa Bianca e ad altri eventi il fratello floridiano suo sostenitore – che per qualche ragione aveva posato con Trump presso lo Studio Ovale in camicetta.  

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«Non voglio un papa che pensi che sia giusto che l’Iran abbia un’arma nucleare» dice Trump, che non è nemmeno cattolico. «Non voglio un papa che pensi che sia terribile che l’America abbia attaccato il Venezuela, un Paese che inviava enormi quantità di droga negli Stati Uniti e, peggio ancora, svuotava le sue prigioni, compresi assassini, spacciatori e criminali, nel nostro Paese».   «E non voglio un papa che critichi il Presidente degli Stati Uniti perché sto facendo esattamente ciò per cui sono stato eletto, CON UNA VITTORIA SCHIACCIANTE, ovvero raggiungere livelli record di criminalità e creare il miglior mercato azionario della storia. Leone dovrebbe essermi grato perché, come tutti sanno, è stata una sorpresa sconvolgente. Non era in nessuna lista per diventare papa, ed è stato messo lì dalla Chiesa solo perché era americano, e pensavano che questo fosse il modo migliore per gestire il Presidente Donald J. Trump» assicura il presunto «leader del mondo libero».   «Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano. Sfortunatamente, la debolezza di Leone sulla criminalità e sulle armi nucleari non mi va giù, né mi va giù il fatto che incontri simpatizzanti di Obama come David Axelrod, un PERDENTE della sinistra, che è uno di quelli che volevano che i fedeli e il clero venissero arrestati».   «Leone dovrebbe darsi una regolata come Papa, usare il buon senso, smetterla di assecondare la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un grande papa, non un politico. Gli sta causando molto danno e, cosa ancora più importante, sta danneggiando la Chiesa cattolica!» conclude, firmandosi «Presidente DONALD J. TRUMP»   L’attacco è senza precedenti, oltre che per linguaggio, per l’assoluta mancanza di diplomazia. In molti lo vedono come un attacco frontale al cattolicesimo, e lo è. Non solo: nella logica invertita di «colpirne 100 per educarne 1», Trump sta con probabilità bastonando il cattolicesimo americano, e ancora più a fondo i suoi rappresentanti all’interno dell’amministrazione. In particolare, il convertito JD Vance.   Avevamo scritto come, allo scoccare della tregua, gli «adults in the room» cattolici avessero preso in mano le redini della questione, contro i luterani sionisti che avevano portato il Paese nell’umiliante stallo di Ormuzzo. Vari livelli cattolici dell’amministrazione si erano mossi contro la guerra voluta da Israele. Il capo dell’antiterrorismo Joe Kent (veterano della forze speciali e vedovo di soldatessa criptologa uccisa in Siria, accusato pure lui di essere «debole») si era dimesso. Il segretario di Stato Marco Rubio, che è stato neocon ma è pur sempre cattolico (nonostante varie altre conversioni), dopo aver detto che gli USA erano stati trascinati in guerra dallo Stato Ebraico è sparito – durante le negoziazione ad Islamabad, lui era ad un incontro di MMA…   E poi lui, JD Vance, il ragazzo che dovrebbe ereditare la Casa Bianca nel 2028 (a meno che il re non voglia piazzarci un suo figliuolo: del resto è amico di Kim…). Il vicepresidente, lo sappiamo, non piace tantissimo agli ebrei: caso unico, non è andato a chinare la kippah sul Muro del Pianto – passaggio obbligatorio per qualsiasi politico USA, dal presidente in giù – preferendo, nel suo ultimo viaggio in Israele, andare a visitare i cristiani della Terra Santa e i loro luoghi.   La risposta degli israeliani è arrivata immediata. La Knesset, il Parlamento dello Stato Giudaico, emette, lui ancora presente, vota sulla sovranità della Cisgiordania – che gli israeliani e i loro minions americani sionisti chiamano «Giudea & Samaria», un affronto terrificante, che JD ritiene essere stata una «stupida trovata politica».   Lo stesso Vance, è emerso, era risolutamente contrario alla guerra in Iran. Non è un caso, a questo punto, quello che è successo dopo. Gli iraniani hanno fatto capire che avrebbero voluto lui per i negoziati. Detto, fatto: lo spediscono in Pakistan, ma ci attaccano i due consiglieri ebrei di Trump, l’amico avvocato Steve Witkoff e il genero Jared Kushner, ebreo ortodosso la cui famiglia finanzia da decadi Netanyahu. Il lettore di Renovatio 21 ricorderà quando, ottenuto il rilascio da parte di Hamas di tutti gli ostaggi, i due cercavano di placare la folla di Tel Aviv che fischiavano il nome del premier israeliano.   In rete ora circolano ricostruzioni secondo cui a far fallire i negoziati nell’ultima ora sarebbero stati i due ebrei vicini a Trump. JD resta col cerino in mano, e finisce perfino a rimangiarsi ridicolmente la protezione del Libano: perché l’accordo prevedeva lo stop ai bombardamenti di Beirut, e invece gli israeliani – i veri padroni del giuoco – lanciano subito 100 azioni militari in 10 minuti, colpendo quartieri residenziali della capitale libanese, morti e feriti ovunque, caos e rovina, sangue e distruzione, as usual.   E quindi: è in atto un purga anticattolica dentro il potere americano, e il presidente ha deciso da che parte stare. Qualcuno ha programmato questa operazione. Noi avevamo notato una strana puzza attorno alla notizia, ripetuta a pappagallo da tutte le testate del mondo, dell’incontro dove gli uomini del Pentagono avrebbero minacciato il Vaticano con le spettro di una nuova Avignone: non solo era sospetto il racconto (Elbridge Colby, l’ufficiale della Difesa coinvolto, è cattolico, e pure ragionevole), lo era pure la fonte, la testata The Free Press della lesbica sionista Bari Weiss, la giovane giornalista è ora al centro di immensi investimenti della classe degli ultramiliardari filoisraeliani (come gli Ellison, che le hanno affidato, a lei giornalista poco più che blogger, l’intera rete di notizie CBS, e comprato TikTok per soprammercato).   La divisione, infiammata a dovere dagli strateghi nemmeno più tanto occulti, segue quindi una linea etno-religiosa. I cattolici vanno neutralizzati perché sono la vera, consistente minaccia all’altra parte, cioè gli ebrei e i loro sodali cristiano-sionisti, i fondamentalisti luterani millenaristi («dispensazionalisti», è il termine teologico esatto) che, dopo essersi fatti riscrivere la Scrittura da un tizio finanziato dai Rothschild (la Bibbia Scofield), credono che bisogna difendere Israele ad ogni costo, perché il loro Messia, che sarebbe il nostro anticristo, meccanicamente produrrà dopo 7 anni il ritorno di Cristo sulla Terra.   In molti ora dicono che questa teologia è oramai al capolinea: non attecchisce in alcun modo sulle nuove generazioni, che vedono con orrore il genocidio di Gaza e si chiedono come la generazione dei loro genitori abbia potuto accettarla e persino fare il tifo per essa. Il capolinea del fondamentalismo sionista americano significa la fine del consenso per le violenze israeliane – e Israele lo sa, e per questo agisce con questa fretta infernale, i boomer – come Trump, che guarda ancora la TV e vi crede pure – non dureranno per sempre.   In realtà, in America non si sta spegnendo solo il fondamentalismo cristiano-sionista: è tutto il protestantismo che sta morendo. A differenza del cattolicesimo, che sta registrando un boom di battesimi mai visto (al punto che la trasmissione di inchiesta 60 Minutes vi ha realizzato un servizio in cui interroga tre vescovi bergogliani, che ovviamente non ci stanno capendo nulla), è tutto il protestantesimo che sta andando al macero, vittima della sua grottesca rarefazione, delle sue contraddizioni, del suo cattivo gusto rivoltante.   Secondo il saggista francese Emmanuel Todd, autore del libro La sconfitta dell’Occidente, il declino degli USA dipende dalla sparizione della sua grammatica profonda – cioè il protestantesimo. Tale tesi è stata sposata dallo studioso cattolico americano E. Michael Jones, che dice: se il protestantesimo sparisce, le uniche due «identità» americane rimaste, cioè cattolici ed ebrei, si trovano a lottare per la primazia sul Paese, nella società come nel governo.   E quindi non deve sorprendere l’anticattolicesimo alzare la testa in USA. Attacchi ai cattolici tradizionisti sono arrivati dal senatore texano Ted Cruz, noto per aver dichiarato che il suo primo obiettivo politico è la difesa di Israele (e noto pure, ricordiamo noi, per essere figlio di uno strano cubano-canadese che frequentava Lee Harvey Oswald).   Negli stessi giorni, è spuntato al Pentagono un pastore protestante, Doug Wilson, che ha dichiarato che le processioni cattoliche andrebbero proibite, perché costituiscono «idolatria», cos’ come il culto della Vergine. Discorsi del genere non si sentivano pubblicamente da decenni: la cattofobia pare, quindi, sempre più slatentizzata.  

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Si muove una nuova persecuzione anticattolica in America? Non è improbabile. Il presidente che parla del vicario di Cristo come di un «debole» è in linea con il suo padrone Bibi Netanyahu, che pochi giorni fa ha detto che sul piano storico Genghis Kahn (cioè la forza militare ferale, cioè la volontà di sterminio) vince sempre su Gesù Cristo. Un discorso che avrebbe dovuto incendiare mezzo mondo, non solo per la bestemmia, ma per l’incapacità totale di comprendere Cristo, il suo messaggio, la sua forza.   A Tel Aviv e a Washington non credono nella Pace, perché non credono nella sua forza, non credono nel suo Dio. Il Dio della pace ha dimostrato di poter regnare sulla storia, e far sopravvivere il suo culto dinanzi ai nemici militari più armati ed assetati di sangue. Questo i cratolatri, coloro che credono solo nel potere della forza, non sembrano considerarlo.   Eppure, qualcuno glielo dovrebbe dire, ai re del mondo moderno. Il Re dei re, nella pace e nell’amore, è loro superiore. Il Re dei re vive nei millenni: e il suo regno, a differenza dei miseri mandati umani, non avrà fine. Il Re dei re può detronizzarli fulmineamente, perché, come disse Nostro Signore a Ponzio Pilato che con tutta la potenza dell’Impero romano lo stava mettendo a morte, non est enim potestas nisi a Deo, non c’è autorità se non da Dio.   E invece: hanno deciso di sfidare Dio, persino di canzonarlo. Lo sapranno? Deus non irridetur. Dio non si fa irridere, mentre la battaglia tra ebrei e cattolici dentro l’America avrà ramificazioni immani in tutto il mondo.   Sappiamo già chi vincerà – perché lo abbiamo già visto. Perché sappiamo che pure nell’umiliazione più disperante, nella violenza più degradante, Cristo vince. Cristo regna. Christus imperat.   Cristo comanda. Lo Stato moderno ha bisogno di reimpararlo. Il momento probabilmente è arrivato.   Roberto Dal Bosco    

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Ordo Ab Chao. Le ragioni di una guerra

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Renovatio 21 pubblica il comunicato del Comitato Internazionale per l’Etica della Biomedicina (CIEB).

 

Parere (n. 29): Ordo Ab Chao. Le ragioni di una guerra

 

È innegabile che, bombardando ospedali, industrie farmaceutiche, centrali elettriche e altre strutture civili, gli Stati Uniti d’America si stanno comportando in Iran come Israele si comporta in Palestina; ed è altrettanto innegabile che, tenuto conto della reale rilevanza strategica dello stretto di Hormuz per l’America e l’Europa in particolare (1), gli USA hanno attaccato l’Iran solo per secondare la dispotica politica mediorientale israeliana.

 

Prima o poi, qualcuno si preoccuperà di spiegare al mondo perché Putin debba essere considerato a tutti i costi un diabolico aggressore e Trump, o Netanyahu, no. 

 

Per il momento, il CIEB si limita a riassumere sinteticamente le cause e gli scopi di una guerra che, al di là di ciò che propala il mainstream, poco o nulla ha a che fare con l’egemonismo statunitense e che, invece, serve due scopi diversi, ma correlati: da una parte, confermare il rapporto ancillare degli USA rispetto alle strategie totalitaristiche di élites finanziarie transnazionali chiaramente identificabili, che de facto governano il mondo mediante organismi dalle stesse finanziati e organizzati (2); dall’altra, fornire ai grand commis dell’Unione europea – che di quelle élites sono anch’essi fedeli servitori e sulle cui labbra la parola «guerra» aleggia dal giorno successivo alla fine del Covid – il pretesto tanto atteso per varare ulteriori politiche liberticide.

 

Per fare ciò, sono sufficienti tre parole: Ordo ab chao. Da sola, infatti, questa locuzione, assurta a motto della Massoneria universale, riassume e chiarisce le cause e gli scopi di una guerra ordita e pianificata secondo una spirale autoconclusiva: la guerra è funzionale all’emergenzialismo, che è funzionale a misure restrittive, che sono funzionali al controllo totalitario delle popolazioni, che è funzionale al mantenimento dello status quo, che è funzionale alla sopravvivenza delle élites che esprimono gli apparati di governo che promuovono la guerra. 

 

Il cerchio si chiude con la stessa naturalezza con cui sono state sbrigativamente messe da parte le ripugnanti vicende dello scandalo Epstein in cui quelle élites, fino a poche settimane fa, sembravano immerse fino al collo.

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Nel baratro in cui ci sta precipitando l’agenda delle élites in questione, a cui il presidente degli Stati Uniti dà il suo personale contributo, l’establishment dell’Unione europea fa quello per cui è lì: comprimere le libertà individuali prospettando lockdown, smart working e didattica a distanza, in attesa di elaborare nuove e più sinistre misure destinate a rendere problematico anche il soddisfacimento di bisogni primari, a partire da quello alimentare (3)

 

Le parole pronunciate nel 2022 dall’Uomo della Provvidenza («Volete la pace o i condizionatori?») (4), prontamente rilanciate dalla compiacente grancassa dei media schierati con l’agenda liberticida, mantengono la loro attualità, come la strategia ad esse sottesa.

 

Dietro la guerra, dietro l’emergenzialismo e le restrizioni a esso collegate si cela il totalitarismo biopolitico globale fondato sulla propaganda del terrore e sulla manipolazione delle evidenze, entrambe funzionali al soggiogamento delle masse. E sullo sfondo di questa deriva totalitaria già si intravede, tra l’evoluzione incontrastata dell’Intelligenza Artificiale e lo sviluppo illimitato delle converging technologies (robotica, biologia sintetica, nanotecnologie), la creazione dell’ibrido uomo-macchina, proposto dal transumanesimo come unica forma possibile di sopravvivenza futura su una Terra devastata da guerre, epidemie e inquinamento.

 

L’attacco all’Iran, quindi, non è una questione di geopolitica o di diritto internazionale, non compromette la sicurezza energetica, non serve ad aumentare i profitti o ad alimentare speculazioni sul prezzo del petrolio: serve a oscurare la realtà, a impedire ai cittadini di prendere coscienza del fatto che la finanza transnazionale ha preso il posto della politica nella gestione della società civile e che le emergenze – dalla guerra al global warming – sono create e alimentate espressamente allo scopo di introdurre misure restrittive che giustifichino e legittimino l’annichilimento dei valori democratici, delle libertà fondamentali e della dignità dell’essere umano in quanto ostacoli alla strategia di controllo totalitario dell’umanità perseguita in taluni salotti buoni. 

 

Ordo ab chao, appunto.

 

In questo contesto, il CIEB auspica che gli italiani non ripetano gli errori del passato e non accettino supinamente le misure restrittive che saranno eventualmente imposte, contestandone la legittimità e la fondatezza mediante iniziative civili e democratiche.

 

CIEB

 

10 aprile 2026

 

NOTE

 

1) Emblematico il caso dell’Italia, che importa gas e petrolio principalmente dall’Africa e dall’Asia centrale (Algeria, Libia, Azerbaijan e Kazakistan forniscono, da soli, oltre il 50% del totale delle importazioni complessive): speculazioni economiche e derive totalitaristiche a parte, quindi, è difficile credere che la guerra in Iran possa generare una crisi energetica, come invece il mainstream sostiene a gran voce.

 

2) Basti pensare ai «salotti buoni» che periodicamente ospitano rappresentanti più o meno istituzionali di quelle élites: si tratta di organismi di controversa natura e finalità, le cui attività sono costantemente sotto i riflettori dei media, che non perdono occasione per celebrarle. Per inciso, che una parte consistente delle élites evocate nel testo sia di matrice ebraica è cosa nota e incontrovertibile, come conferma, ad esempio, la proprietà di BlackRock, la più potente e ramificata società d’investimento del mondo. Possedendo o controllando (mediante i tipici meccanismi di borsa) gran parte della finanza globale, le lobby ebraiche si rivelano in grado di incidere sui circuiti accademici, scientifici, tecnologici, produttivi, industriali, commerciali, comunicativi, mediatici, sociali, culturali, politici e dunque, in poche parole, sul mondo intero; e una conferma di tale pervasività può essere fornita, oltreché dal silenzio che circonda il genocidio in Palestina o lo scandalo Epstein, dalle proposte di legge sull’antisemitismo che stanno fiorendo in alcuni Paesi europei, dalla Francia all’Italia, proprio al culmine della crisi internazionale scatenata da Israele e dagli USA. In Italia, in particolare, la proposta di legge presentata in Parlamento riproduce pedissequamente la definizione di antisemitismo fornita dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), definizione palesemente fondata sul metodo di chiedere all’oste com’è il vino, visto che fa leva sulla «percezione» (sic!) che gli ebrei hanno dell’«odio nei loro confronti». Sebbene questa definizione (che si concretizza in una serie di fattispecie elencate dallo stesso IHRA a titolo fortunatamente esemplificativo), configuri insanabili lesioni della libertà di espressione garantita dalla Costituzione italiana, il progetto di legge in questione è stato già approvato dal Senato in prima lettura: così, se diventerà illegale fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella del Terzo Reich, potrebbe diventare illegale sostenere cose altrettanto ovvie, come, appunto, la matrice giudaica della grande finanza transnazionale. Per le proposte francese e italiana, si veda, rispettivamente, https://www.ilgiornaleditalia.it/news/esteri/779067/francia-la-liberticida-proposta-di-legge-yadan-mascherata-da-lotta-allantisemitismo-minaccia-la-liberta-di-espressione-in-ue.html e https://pagellapolitica.it/articoli/che-cosa-prevede-testo-antisemitismo

 

3) Poiché «la crisi sarà lunga» (secondo quanto vaticina, inspiegabilmente, il Commissario europeo all’energia: cfr. https://tg24.sky.it/economia/2026/04/03/dan-jorgensen-financial-times), si pensi all’impatto che avrà, sui costi dei prodotti alimentari, l’aumento del prezzo del gasolio utilizzato in agricoltura.

 

4) Cfr. https://tg24.sky.it/politica/2022/04/07/draghi-condizionatore-video.

 

5) La deriva transumanista, caldeggiata in ogni Paese europeo dai partiti politici più liberisti e globalisti, è chiaramente supportata dalle istituzioni europee e internazionali che a suo tempo hanno favorito la pseudocampagna vaccinale anti-Covid, fondata, come noto, sull’impiego di terapie geniche sperimentali. In questa prospettiva assumono peculiare rilievo le recenti pronunce della Corte Costituzionale tedesca secondo cui qualsiasi affermazione diffusa sui social network, che sia in grado di contraddire le informazioni fornite da istituzioni come l’Organizzazione Mondiale della Sanità, può essere rimossa dai social medesimi anche se corrispondente alla realtà scientificamente fondata (https://it.insideover.com/media-e-potere/germania-allarme-autoritarismo-il-costituzionalista-murswiek-denuncia-la-censura-di-stato.html).

 

Il testo ufficiale del presente Parere è pubblicato su: http//:www.ecsel.org/cieb

 

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Presidenti USA ricattati da Israele: Tucker Carlson risponde a Trump

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In un testo circolato via mail e sul suo sito intitolato «He is in a tough spot» («Si trova in una situazione difficile»), il giornalista Tucker Carlson ha risposto al posto di insulti scritto due giorni fa dal presidente statunitense Donald Trump, che tra improperi e cattiverie ha puntato il dito su quattro popolarissimi podcaster – Megyn Kelly, Candace Owens, Alex Jones e lo stesso Carlson – che non sostengono la sua agenda bellica iraniana. I quattro, va notato, hanno sostenuto Trump negli anni, quando i suoi attuali sicofanti – molto spesso ebrei e/o legati ad Israele – invece combattevano l’ascesa di The Donald.   L’implicazione diretta, nemmeno tanto implicita, è che il presidente USA sia sotto ricatto da parte dello Stato degli ebrei.   Il testo di Carlson mostra che per una parte consistente dell’opinione pubblica americana (con la Owens e la Kelly ha statisticamente i primi posti di ascolto nell’ambito dei podcast, che superano di molto le TV) è arrivato al punto di non ritorno nei rapporti con lo Stato Ebraico, e prevediamo che vi saranno a breve anche profonde revisioni storiche a riguardo.   

Si trova in una situazione difficile

  I media mainstream non ne parlano mai, ma il governo israeliano ha una lunga storia di ricatti ai danni dei presidenti degli Stati Uniti. Forse l’esempio più sconvolgente risale agli anni Novanta, quando Israele usò le registrazioni di una conversazione telefonica a sfondo sessuale tra Bill Clinton e Monica Lewinsky come leva per fare pressione su Clinton affinché rilasciasse Jonathan Pollard, la spia condannata.   Non stiamo scherzando. È successo davvero. Vale la pena ricordare la storia della conversazione telefonica a sfondo sessuale, ora che il presidente Trump sta cercando di porre fine alla guerra con l’Iran. Come molte altre azioni compiute da Israele, dimostra che l’«alleato speciale» dell’America è disposto a giocare sporco per raggiungere i suoi obiettivi. Finanziamenti occulti alle campagne elettorali, estorsioni, minacce fisiche e persino assassinii. Nella loro visione anticristiana, il fine giustifica sempre i mezzi. Non si fanno scrupoli a distruggere vite umane.   L’attuale priorità assoluta di Israele è garantire che l’Operazione Epic Fury non si fermi. Sanno che il fatto che gli Stati Uniti combattano la loro guerra al posto loro rappresenta la migliore opportunità per espandere i propri confini e diventare una superpotenza globale, e un accordo di pace manderebbe in fumo il loro piano.   Basandosi sul passato del Paese, i suoi leader sono senza dubbio disposti a spingersi fino in fondo per garantire che lo spargimento di sangue continui. Ciò potrebbe significare un ricatto in stile Clinton contro Trump, o qualcosa di ben più macabro. Non sappiamo con certezza se ciò stia accadendo, ma la sola possibilità è abbastanza inquietante da togliere il sonno al presidente. È sottoposto a una pressione che la maggior parte delle persone non riesce a immaginare, con i fanatici sostenitori dell’Israel First che lo perseguitano ferocemente ogni volta che osa deviare anche solo leggermente dall’agenda del loro Paese preferito.   La loro spudorata persecuzione è così tenace da far impazzire persino un uomo come Donald Trump. Sono persistenti come nessun altro gruppo nella storia, a prescindere da quanto bene la Casa Bianca li abbia trattati in passato. Non sono mai grati, vogliono sempre di più e si rifiutano di concedere al presidente nemmeno un centimetro di respiro. È una pressione incessante e totale.   Abbiamo deciso di scrivere di questo dopo che Trump ha pubblicato un post su Truth Social attaccando la nostra azienda, Megyn Kelly, Candace Owens e Alex Jones, che lo hanno sostenuto per anni.   Piuttosto che abbandonarci a meschini insulti, vogliamo mostrare comprensione verso il presidente. Sta affrontando una pressione talmente forte da poterlo indurre ad abbandonare le promesse elettorali e a trasformarsi proprio nel tipo di politico che un tempo aveva giurato di distruggere. Non avrebbe permesso che ciò accadesse se non ci fosse stato un interesse personale davvero enorme.   Speriamo che riesca a superare questa situazione.   Tucker Carlson

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
 
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