Pensiero
Cibo a base di vermi e insetti in Gazzetta Ufficiale. Ma lo schifo la destra melonica ce lo sta facendo mangiare da un po’
L’uso degli insetti nel cibo è ora consentito in Italia. Le farine a base delle larve del verme della farina minore (Alphitobius diaperinus), delle larve gialle della farina (Tenebrio molitor), delle locuste migratorie e dei grilli domestici (Acheta domesticus), in forma congelata, essiccata o liofilizzata, sono oggi permesse dallo Stato italiano
A fine anno, aveva fatto il giro di Whatsapp e Telegram lo screenshot dell’edizione della Gazzetta Ufficiale che sanciva la liceità dell’insetto come alimento anche nel Bel Paese, dove gli abitanti tanto sono fieri delle proprie tradizioni culinarie, e ti stressano ogni ora con dettagli su quello che mangiano e quanto è bello.
Ora, invece, italiani, mangiatevi pure anche gli insetti.
Qualcuno mi ha anche raccontato di aver provato a parlarne con esponenti di Fratelli d’Italia, il partito sedicente nazionalista e sovranista che costituisce la magna pars (magna nel senso dell’aggettivo latino per «grande», non come coniugazione del verbo magnare) dell’attuale governo.
«Non è mica obbligatorio» si difende il Fratello d’Italia. Eccerto, non lo è – al momento. Potrebbe non esserlo, anzi, come non lo era il vaccino: ricordate, mica era obbligatorio sierarsi. Come no.
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C’è da considerare poi la questione che, anche se non obbligatorio, l’insetto può finire in un impasto, quindi te lo mangi senza saperlo: colpa tua che non hai letto la microscopica tabella degli ingredienti nella confezione, e indentificato, dopo diecine di elementi chimici, anche il nome scientifico dell’invertebrato la cui poltiglia ti sei ingollato.
Tutto con buona pace di chi sta ponendo interrogativi sui parassiti degli insetti (un tema vasto) e sulla digeribilità delle sostanze di cui sono fatti gli esoscheletri chitinosi di queste bestie.
Ma come? Scusate, la destra al governo non era quella che aveva montato un’eroica resistenza contro la carne sintetica, mettendosi di traverso perfino al capo dello Stato? Non avevamo al governo un partito che automaticamente avrebbe difeso la tradizione italiana, la sovranità pure alimentare. Un partito che naturaliter avrebbe difeso la legge naturale. No?
Maddeché. Sentite la voce: magnateve ‘sto insetto, e state ‘bboni. L’accento romano vi riecheggi nella testa, mentre tentate di digerire la pasta di grillo.
Realizzatelo: il governo Meloni apparecchia la tavola del futuro, aprendo la strada a quello schifo che epperò è tanto sostenuto dall’Europa, da Klaus Schwab col WEF, un domani dal solito Bill Gates, da tutto l’oligarcato mondialista del Nuovo Ordine in coro.
La questione è che non è l’unico schifo che ci sta rifilando il governo giorgiano. È più di un anno che sta là, e di cose ributtanti sotto il naso ce ne hanno fatte passare tante.
Abbiamo annotato, dal primo momento, il programma della Meloni, fatto dire dalla sorella e da personale vario prima di essere declamato alle Camere riunite, che la legge sull’aborto non l’avrebbe mai toccata – e si tratta, ricordiamo, del partito della destra, dei conservatori, di quelli vicini ai cattolici (al punto che ad una certa Giorgia mette la mano sul braccio del pontefice, e pazienza ‘sti protocolli). La realtà dietro la conoscevamo: è il network neodemocristiano che l’aborto l’ha reso possibile e digeribile a quarant’anni di esistenza del Paese, Giorgia ne ha cooptato i pezzi direttamente del governo, così il tema è chiuso.
C’è stata la nomina immediata di un membro del CTS – la cabina di regia biotecnocratica che programmava le clausure e le sierizzazioni di massa, cantando le lodi della pozione miracolosa mRNA – a ministro della Sanità. Se qualcuno l’aveva votata – perché chiaramente non memore di quel 25 settembre 2021 in piazza Duomo a Milano quando Giorgia scappò dinanzi alla massa no green pass lasciando che qualche sostenitore FdI cercasse lo scontro con la protesta, contatto evitato appena dai celerini – si sarà grattato la testa, pensiamo. Soprattutto poi quando sono cominciati i goal di Schillaci, come le nuove campagne vaccinali e per la riproduzione artificiale a carico del contribuente.
C’è stata la questione dello specchietto per le allodole della fine anticipata dell’obbligo e del reintegro dei non vaccinati voluta dalla Meloni, che in realtà era un assist alla Consulta per aprire la pista ad un futuro di vaccini forzati. Tutti urlavano di gioia, noi invece lo abbiamo detto subito: hanno alzato la palla alla Consulta per schiacciarvi con l’obbligo vaccinale più infernale. Detto, fatto. Magra consolazione aver ragione anche qui.
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Ritorniamo con la mente poi il G20 di Bali, e la firma della premier al documento finale che prevedeva i passaporti vaccinali digitali internazionali. O pensiamo a quando in Giappone si è lasciata investire dal figlio canadese di Fidel Castro (Castreau). O a quando in Albania ha incontrato un uomo di Soros.
C’è il caso, apparentemente più leggero, del «cognato d’Italia», il Lollobrigida, pure parente dell’attrice maggiorata recentemente defunta, ma famoso per altri motivi: ecco la fermata del Frecciarossa prevista per lui all’aeroporto, ecco la dichiarazione estiva del fatto che nelle case degli italiani poveri si mangia meglio (una preparazione all’era del pranzo invertebrato?). È chiaro che Repubblica e compagnia si danno ancora i pizzicotti, uno così dove lo trovano? Una fonte di scandalo e zimbellamento più sicura e pulsante, è possibile?
Il cognato del premier aveva dato anche sulla questione degli insetti gastronomici in Gazzetta Ufficiale: il 3 dicembre aveva vergato un post sui social dove aveva assicurato che i decreti pubblicati mentre gli italiani digerivano zampone e panettone nelle ultime ore del 2023 non «”liberalizzano” il consumo di farine e alimenti derivanti da insetti». No, certo che no: cioè sì… è che c’è un’autorizzazione avvenuta a livello europeo e che «vincola ogni paese facente parte dell’UE», anzi, il governo di sua cognata ha messo «regole rigidissime» per chi produce, regole «volte ad informare minuziosamente i nostri cittadini che consumano, in modo tale che chiunque voglia possa evitare facilmente di acquistare questi prodotti, o viceversa». Eccallà: com’è che diceva quell’altro? Non è mica obbligatorio…
A noi, più che per la sequenze di perle lollobrigide come questa che finiscono ciclicamente giornali, ci ha colpito quando si è rimangiato un discorso sulla situazione etnica, arrivando a negare di conoscere la questione del Piano Kalergi. Machedaverodavero? Decenni in FdI, PdL, AN, forse pure nel Movimento Sociale, e il nome del conte Kalergi mai lo aveva udito?
Pensiamo proprio agli immigrati: sì, con il governo Meloni, dato di pochi giorni fa, gli sbarchi sono aumentati, Lampedusa di fatto un’isola africanizzata, un inferno migratorio fatto e finito. Ci aveva promesso il blocco navale, invece ci ritroviamo a dire che da quando c’è lei i barconi arrivano in orario.
Ci sono poi questioni drammatiche come quella dell’onorevole Fratello d’Italia che porta una pistola alla festa di capodanno e un ragazzo rimane ferito: si tratta, anche qui, di una catastrofe delle aspettative per chi, come qui su Renovatio 21, sogna un’Italia dove sia possibile l’open carry (cioè un porto d’armi che permette di tenere seco fucili e pistole, anche apertamente, come in certi Stati americani).
Il partito della Meloni, con la Lega, era riconosciuto come amico dei cacciatori e amico dei poligoni di tiro, ed un governo di destra, si pensava, avrebbe potuto solo estendere le libertà del cittadino che vuole armarsi. Ebbene, dopo la bravata di San Silvestro alla Pro loco di Rosazza, credete che sarà facile che arrivi una qualche legge che favorisca le armi da fuoco, ne alleggerisca la burocrazia, ne potenzi anche solo la cultura?
Credete che vi sarà fornito il modo di difendere la vostra casa, la vostra famiglia dall’anarco-tirannia calergista che stanno installando nel vostro quartiere a suon di africani lasciati sbarcare col gommone? Il fenomeno, sempre per restare al capodanno 2024, è già piuttosto visibile.
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Uno dice che però ci siamo risparmiati il MES. Vero, ma la questione è che nemmeno doveva finire sul tavolo, considerando quanto pensato, detto, promesso, fatto negli ultimi anni. Invece se ne è discusso, ci hanno fatto stare col fiatone, invece che dirci che l’Italia non si sarebbe sottomessa ancora, punto e stop. Suspence dura e pura per il popolo sovranista, almeno fino a quando, da quanto ci pare di capire, la situazione è stata risolta da un blitz di Salvini, più che dalle ferme decisioni dirimenti della Meloni, che fa gli occhi dolci al Palazzo di Bruxelles e al PPE e il broncio a Marine Le Pen e AfD.
E poi dobbiamo pensare alla guerra: forniamo armi per uccidere uno dei pochi popoli che ama davvero i nostri prodotti – e ama anche noi – cioè i russi. Le sanzioni che abbiamo accettato di piazzare su Mosca distruggono miliardi e miliardi di esportazioni del tessuto produttivo italiano; il rifiuto del gas russo ha creato il fenomeno allucinante delle bollette pazze per le famiglie e la deindustrializzazione di interi comparti dell’economia produttiva italiana.
Possiamo ringraziare, della pazzia masochista antirussa, solo Giorgia e i suoi sgherri accucciati sotto la NATO, e diciamo a tutti grazie pure per aver fatto tornare l’incubo della distruzione termonucleare che pensavamo finito sotto il Muro di Berlino, ma che invece oggi rinasce sotto forma dell’idolatria, ben propalata anche dall’Italia melonica, di un buffone fatto feticcio per ordine dell’establishment mondialista.
Ora, a poche ore da quando sarà pubblicato questo articolo, pare che Report manderà in onda un servizio che parlerà dei traffici del padre della Meloni. Diciamo subito, anche prima di vedere la trasmissione, che troviamo questo fatto rivoltante: che ad una figlia separata dal padre (pare per volontà della stessa bambina) sia fatto ricadere fango vecchio di decenni e che non la riguarda è osceno davvero, sono colpi bassi inimmaginabili.
Così come è qualcosa di aberrante quello che la Meloni ha dovuto subire con i fuori onda del più potente programma della TV nazionale, che parrebbe aver messo la parola fine alla relazione con il suo uomo: di mezzo c’è una bambina, tutti se ne sono fregati allegramente, era più importante mostrare scenette private squalificanti.
Quindi, sia chiaro: mai ci presteremo a quell’odio cieco e artificiale, portato avanti con strumenti immorali, che stanno cercando di montare contro la figura della premier.
Ciò detto, se il servizio di Report riguarderà i rapporti del partito con la ‘Ndrangheta, allora sarà interessante ascoltarlo. Perché sappiamo che i calabresi, che grazie al monopolio della cocaina sono forse la mafia più ricca del mondo (ricca, ricchissima – e silenziosa) non è che bazzicano solo dalle parti del FdI, arrivando fino a Nord. Noi che abbiamo tenuto qualche appunto, ricordiamo i casi di indagini su figure del PD in Toscana e in Emilia: anzi, rammentiamo proprio l’operazione Aemilia (2015) che portò all’arresto di 160 persone in Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Veneto, Calabria e Sicilia. Le inchieste, è riportato, arrivarono fino ad un certo punto. Poi alla mente sovviene il capolavoro: l’incontro dei boss della ‘Ndrangheta al circolo Arci «Falcone e Borsellino» di Paderno Dugnano, Lombardia.
La storia del patto tra ‘ndranghetisti ed esponenti neri, dove talvolta qualcuno piazza pure lo zampino della massoneria, è antica. Certo è curioso che l’unica rivolta di destra degli anni caldi fu proprio a Reggio Calabria, quella dove si coniò il celeberrimo slogan neofascista «boia chi molla».
Tuttavia, qui la questione è più pratica, aritmetica: la crescita ipertrofica di FdI, che si trova nella condizione di avere più preferenze che candidati, più potere che idee, più poltrone che uomini da passare, apre giocoforza ad infiltrazioni di ogni tipo, e non parliamo solo della mafia. Della cooptazione di vecchi spezzoni democristiani abbiamo detto. Dell’ingresso di qualche ulteriore figura di garanzia per l’oligarcato neoliberale mondialista sapremo probabilmente a breve.
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L’asticella si alza: ora dicono che Macron, che aveva giurato vendetta vera già da quando la Meloni maramaldeggiava sulla decomposizione dell’«Impero francese» sputtanando in TV il franco coloniale, metterà alla presidenza della Commissione Mario Draghi, che sembrava aver promesso una mentorship alla Meloni, ma forse non tutto è andato come doveva.
Con Draghi a capo dell’Europa, a Roma spetterà un commissario minore, e ci ritroveremo così con nessun peso in Europa, perché se c’è una cosa di cui possiamo essere certi è che Mario non farà il gioco dell’interesse nazionale – lo sappiamo dai tempi del Britannia e degli «invisibili britannici», lo sappiamo dai tempi in cui era a capo della BCE a Francoforte, unica carica in cui i tedeschi non vorrebbero mai vedere un italiano, invece eccotelo lì.
È, ammettiamo, un bel casino. È il risultato del sovranismo alla romana.
È un anno di schifo che ci hanno messo sul piatto, cercando pure di ricattarci dicendo che non c’è altro da mangiare.
Continuate pure, noi però i vermi non li mangiamo.
Come disse nostro signore: «Questa razza di demòni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno». (Mt 17,21)
E noi preghiamo, e digiuniamo. Non mangeremo nemmeno mezza fetta di questo schifo.
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
Ecône e il vero ordine mondiale
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Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.
È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.
Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.
«On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.
La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.
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Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.
Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.
Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?
In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.
A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.
La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima. «Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/9HLHEUHqhy
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto. Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”». I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/xqKM7l2sEe
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«Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita». La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche. Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano. In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.New SSPX bishop +Michael Goldade preaching at Vespers:
If the Catholic Church in her Tradition brings forth life, the modernist church is a desert that kills everything that it touches It kills the supernatural life, the sources of grace & has placed man in the place of God. pic.twitter.com/TaO9hKgEIq — Michael Haynes 🇻🇦 (@MLJHaynes) July 1, 2026
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Pensiero
Il Grande Grande Reset: il mondo dei banchieri muore, inizia quello dei costruttori
Renovatio 21 pubblica la traduzione del testo scritto su X dall’imprenditore e attivista francese Brivael Le Pogam, di cui avevamo pubblicato il mese scorso un denso articolo di sintesi sui danni mondiali fatti dalla filosofia parigina dei Foucault, Deleuze e Derridda. Le Pogam è ingegnere informatico e sviluppatore francese, noto soprattutto per essere il co-fondatore e CTO di Argil, una startup innovativa supportata dall’acceleratore americano Y Combinator.
Perché il mondo dei banchieri sta morendo e perché i costruttori erediteranno il secolo.
Ci troviamo a un punto di svolta storico.
E sono profondamente convinto che questa svolta darà vita a un mondo radicalmente migliore. Non “migliore” nel senso degli slogan di Davos. Migliore nel senso più concreto che ci sia: più giusto, più efficiente, più vero.
Per capire dove stiamo andando, dobbiamo prima guardare con lucidità da dove veniamo.
— Brivael Le Pogam (@brivael) July 7, 2026
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Il vecchio mondo: prenditori e banchieri
Per decenni, il mondo è stato governato da due caste. I predatori e i banchieri. I «prenditori» [takers, ndt] e i banchier.
La loro alleanza non ha mai prodotto valore. Ha prodotto sistemi. Sistemi stratificati, narrazioni sovrapposte l’una sull’altra, progettate non per servire ma per estrarre. Un’intera architettura la cui funzione primaria non è mai stata quella di creare, ma di catturare: catturare la rendita, catturare l’attenzione, catturare il potere e poi rendersi indispensabile al flusso stesso che aveva deviato.
Quel mondo non produce costruttori. Produce personaggi. Uomini plasmati dalla macchina: selezionati, confezionati, spinti dalle reti intrecciate di finanza, media e istituzioni. Macron, Obama: prodotti puri di quel software. Brillanti manager del nulla. Non hanno mai costruito nulla che esista nel mondo reale. Hanno amministrato, incarnato, interpretato un ruolo scritto altrove, da altri.
Il talento era reale, ma era il talento dell’attore, non dell’ingegnere. E la gente lo percepiva. Confusamente, ma con certezza. Percepiva che la correttezza aveva abbandonato i sistemi. Che qualcosa non quadrava nel meccanismo. È da qui che nasce la tensione permanente della nostra epoca: da quell’intuizione condivisa che chi prende le decisioni non sia né competente, né legittimo, né in contatto con la realtà.
Ray Dalio ha dedicato la sua vita allo studio dei cicli dei grandi imperi. La sua conclusione è agghiacciante e si riassume in una sola frase: le civiltà non muoiono quasi mai per mano di nemici esterni. Si decompongono dall’interno, attraverso la decadenza delle loro élite, la finanziarizzazione di ogni cosa e il silenzioso crollo della qualità delle loro decisioni. Ed è proprio in questa situazione che ci troviamo. L’incompetenza non è più un’anomalia del sistema. È diventata il sistema operativo.
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L’altra specie di uomo: il costruttore
Naval, il filosofo della Silicon Valley, lo ha riassunto in una frase che ha fatto il giro del mondo: «È l’era dei costruttori. (ci dispiace per i finanzieri e i chiacchieroni)».
It’s the Age of Builders.
(sorry financiers and talkers)
— Naval (@naval) June 18, 2026
Soffermiamoci un attimo su quello specchio quasi perfetto. I finanzieri e i chiacchieroni sono esattamente i miei banchieri e i miei prenditori. Due uomini che non si sono mai coordinati, un’intuizione rigorosamente identica. Questo è il segno che ciò che stiamo descrivendo non è un’opinione o un capriccio ideologico, ma un cambiamento epocale che ormai tutti possono percepire sotto i propri piedi.
Di fronte a quella casta, è sempre esistita un’altra specie di uomo: il costruttore. Colui che non narra il mondo, ma lo costruisce. Colui per cui la verità non è un’opinione da imporre, ma un vincolo da rispettare. Il reale non negozia: il razzo vola o esplode. L’auto si muove o non si muove. Il software funziona o si blocca. Nessuna narrazione, nessuna rete, nessun bicchiere di champagne salverà un oggetto che non funziona. Questo è ciò che rende incorruttibile il costruttore, laddove il prenditore è infinitamente malleabile: egli risponde a qualcosa di più grande di sé.
E l’incarnazione assoluta del costruttore degli ultimi vent’anni, colui che condensa l’intero cambiamento di paradigma in un’unica figura, è Elon Musk.
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Elon Musk, l’uomo che ha cambiato le regole
Bisogna valutare ciò che rappresenta veramente. Musk non è semplicemente un imprenditore di successo. È la prova vivente che il vecchio mondo era un bluff. Che si possono costruire cose ritenute impossibili – far atterrare verticalmente uno stadio di un razzo, industrializzare l’auto elettrica, connettere il pianeta dall’orbita – non nonostante ci si rifiuti di stare al gioco delle sciocchezze aziendali, ma proprio perché ci si rifiuta di starci.
Non è mai entrato nel gioco dello status. Non è mai entrato nel silenzioso teatro delle sale riunioni, nelle reti di favoritismi, nello scambio di favori. Dove il vecchio mondo punta sull’apparenza, lui punta sulla realtà. Dove il vecchio mondo assume in base al pedigree, lui assume in base alla capacità di ottenere risultati. Questa ossessione per il concreto – quasi maniacale – è esattamente ciò che i prenditori non sono mai stati in grado di comprendere, ed è esattamente ciò che li rende obsoleti.
Tuttaviala mossa più importante di Musk sta altrove. Non si tratta né di SpaceX né di Tesla. Significa aver compreso che l’ultimo territorio rimasto da conquistare non era quello industriale, bensì quello narrativo.
Per decenni, i costruttori hanno regnato sulla produzione e sono rimasti in silenzio sulla storia. Hanno fabbricato la realtà, ma hanno lasciato che i prenditori ne scrivessero la storia. Acquistando la piazza pubblica, rifiutandosi di lasciare il monopolio del discorso alla casta che lo aveva sempre detenuto, Musk ha fatto qualcosa che nessun costruttore aveva mai osato fare: ha portato la guerra sul terreno delle idee. Ha strappato dalle mani dei prenditori l’ultima cittadella.
Ecco perché è odiato con tanta intensità. Non perché abbia torto. Perché dimostra, ogni giorno, pubblicamente, che il re è nudo.
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Un aneddoto che dice tutto
Un’esperienza vissuta in prima persona, che cattura l’intero cambiamento meglio di qualsiasi saggio. Quando lavoravo per Y Combinator [celebre programma della Silicon Valley per la formazione delle startup, ndt], la stragrande maggioranza degli eventi era priva di sfarzo. Niente tartine, niente calici di champagne, niente rituali da alta società. Burritos, pizze, un po’ di birra. Parlavamo di prodotto, di fatturazione, di realizzazione. Pragmatismo allo stato puro, perché questa è la vera cultura dei costruttori: la realtà prima di tutto, il decoro mai.
Gli unici eventi sfarzosi erano quelli in cui ricevevamo gli investitori, persone provenienti dal vecchio mondo, più riservato. Allora sì, spuntavano i tartine, lo champagne e gli abiti eleganti. Allora ci lanciavamo nel gioco dello status. Indossavamo la maschera.
Ma è proprio questo il punto: è un costume. Un indumento che si indossa per parlare la lingua del vecchio mondo per la durata di un incontro, non un’identità, non una cultura, non un modo di essere. Il prenditore è il suo costume. Chi lo crea lo indossa e lo toglie. L’intera differenza di civiltà risiede in questo dettaglio.
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Quel mondo sta morendo
Diciamolo chiaramente: il vecchio mondo è in agonia. È proprio per questo che resiste con tanta violenza. Un sistema morente non si arrende in silenzio: morde, si chiude a riccio, demonizza, criminalizza. Ciò che scambiamo per potere è spesso solo la resistenza di un corpo che si rifiuta di morire.
Ma in fondo, sa già di aver perso.
Perché le esigenze del popolo sono cambiate. Non chiedono più discorsi o simboli: chiedono servizi. Sempre più efficienti, sempre più concreti, sempre più rapidi. E le élite sanno, meglio di chiunque altro, di essere strutturalmente incapaci di fornirli. Non si crea efficienza con persone addestrate a gestire la narrazione. Quel terreno appartiene ai costruttori – e come tutto ciò che toccano, se lo prenderanno con le prove, non con il permesso.
L’IA ha rimescolato le carte
Eppure, restava un’ultima linea di difesa. Il regno delle idee, dei concetti, della teoria. L’unico terreno in cui il prenditore manteneva un reale vantaggio, perché produrre narrazioni su larga scala era un’arte a sé stante, riservata alla loro casta: giornalisti, comunicatori, intellettuali televisivi, opinionisti. Chi costruiva, storicamente, era muto. Sapeva fare, ma non sapeva dire. Poteva costruire un impero industriale senza mai intervenire nella battaglia culturale.
L’IA ha appena fatto saltare quel lucchetto. Ora chi costruisce può anche pensare, scrivere, strutturare e distribuire – su larga scala, senza intermediari, senza dover implorare per avere accesso al microfono. Il monopolio della narrazione è appena crollato. Il costruttore non è più condannato al silenzio. Entra a sua volta nella guerra delle idee e la vincerà, per una ragione semplice e inconfutabile: parla dal reale. Non sta difendendo un’astrazione; sta descrivendo ciò che ha costruito con le proprie mani.
È l’ultimo baluardo dei prenditori che crolla. Ed è quello a cui si sono aggrappati con più tenacia.
Il vero reset
Ecco perché il vero reset non è quello che ci è stato promesso. Il «Grande Reset» dei banchieri è stata un’operazione di conservazione mascherata da trasformazione: mantenere il potere cambiando il vocabolario, consolidando un ordine morente sotto il linguaggio del progresso.
La nostra è l’esatto opposto. È una liberazione. Il trasferimento del potere da chi narra a chi agisce. Da figure costruite ad uomini reali. Da sistemi di sfruttamento a macchine di creazione.
Il Grande Grande Reset. Ed è già iniziato.
Brivael Le Pogam
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Immagine screenshot da YouTube
Pensiero
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