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Misteri

Messina Denaro, la massoneria e Roosevelt a Castelvetrano

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La faccenda era partita un po’ in sordina. I giornali, all’inizio, cominciarono con lo scrivere che il medico di Matteo Messina Denaro sarebbe massone.

 

Poi, rapidamente, hanno iniziato a saltar fuori altri «massoni nell’orbita di Messina Denaro», così li ha definiti Repubblica.

 

Infine, da giorni, è il diluvio.

 

Ecco il politico «sotto processo perché sospettato di essere tra i vertici di una loggia massonica segreta che avrebbe raggruppato il gotha di tutta la provincia» che si sarebbe vantato con un amico massone: «Quando eravamo ragazzini ci volevamo bene, poi lui ha fatto la sua strada (…) Siccome noi ci volevamo bene, capito, assai ci volevamo bene, perciò da me puoi stare tranquillo che né mi manderà nessuno, né viene nessuno. Sono in commissione antimafia, appena arrivano lettere anonime sulla massoneria le strappo».

 

«Quando si parla di logge segrete il nome di Matteo salta fuori puntuale come un orologio e non c’è collaboratore di giustizia che non abbia ribadito come uno dei capisaldi del potere e della forza del boss in questi trent’ anni di latitanza sia stata la sua vicinanza se non appartenenza a logge nascoste e con uomini che poi, guarda caso, hanno sempre entrature nei palazzi del potere siciliano» scrive La Repubblica. «Mafia e massoneria sono andati a braccetto da sempre, non è una novità. I verbali dei processi sulla vecchia mafia sono pieni di testimonianze».

 

«Diversi pentiti raccontato che alla massoneria erano affiliati Totò Riina, Michele Greco, Francesco Madonia, Stefano Bontade, Angelo Siino, Vito Cascioferro: i capi storici di Cosa Nostra».

 

Non può mancare la citazione di «Michele Sindona, il banchiere della mafia», il quale «è stato associato alla loggia Camea (…) E in queste logge agivano anche funzionari della Regione: come Salvatore Bellassai, che aveva la sua stanza proprio di fronte a quella del presidente Piersanti Mattarella. Bellassai era il capo della P2 di Gelli per la Sicilia e la Calabria. Ma queste sembrano narrazioni ormai da libri di storia della mafia» si vola altissimi. E qui è sempre il giornale fondato dal «laico» Eugenio Scalfari.

 

«Di certo c’è che Messina Denaro e le sue sentinelle sparse per la Sicilia occidentale, nel suo regno che va da Agrigento a Trapani, hanno avuto legami strettissimi con esponenti di logge massoniche segrete e non, che a loro volta hanno avuto entrature nei palazzi della politica e della burocrazia del capoluogo di regione, Palermo».

 

Quindi arriva l’intervista al giudice che per nove anni ha dato la caccia al boss. «Le indagini sulle ricerche di Matteo Messina denaro furono totalmente ostacolate. Ogni volta che si alzava il livello, ad esempio sulla massoneria, in molti […] cominciavano a non crederci più» dice a La Stampa. «Ripartimmo con enorme fatica dalla massoneria […] ma non fu facile nemmeno stavolta […] Mi ritrovai in una riunione senza nemmeno il consenso dei colleghi». Pensai che l’indagine fosse stata totalmente ostacolata, che la cattura non fosse ritenuta prevalente e che sarebbe stato impossibile ricominciare daccapo».

 

Accade però una cosa particolare: dopo la pubblicazione di questa intervista, il magistrato però scrive una lettera alla Stampa: «In riferimento all’intervista pubblicata su La Stampa di ieri, non ho mai detto che “le mie indagini furono totalmente ostacolate. Pensai non lo volessero prendere” (…) il Procuratore ed i miei colleghi, al contrario di me sul capitolo massoneria, non ritenevano più credibile il collaboratore da cui le relative indagini erano scaturite». Il giornalista ribatte: «La dottoressa sa perfettamente che le è stato inviato in visione il testo dell’intervista e che, alle 21,15, su sua richiesta telefonica di parziali modifiche al testo, le stesse sono state accolte nel corpo pubblicato (…) La vicenda del collaboratore, in relazione alle indagini sulla massoneria, è spiegata nel prosieguo dell’intervista».

 

Cominciano a venire un po’ di vertigini.

 

Del resto, ci erano già venute anni fa leggendo Il Quarto livello, libro del giudice Carlo Palermo, che la mafia cercò di bombardare. In una storia che metteva in fila Ali Agca, Gheddafi, certe famiglie reali europee, il terrorismo islamico e altro, il giudice ricordava l’immane densità massonica di Trapani, dove le logge sono in numero spropositato. «Che il boss è stato ed è capo mandamento di una città – Trapani – in cui Cosa Nostra ha costruito la sua crescita finanziaria e dove, nel tempo, si sono contate 16 logge massoniche» scrive Carlo Bonini su Repubblica.

 

«L’ambiente trapanese è da sempre permeato di rapporti fra mafia e pezzi di ambienti che io chiamo genericamente della borghesia mafiosa» dice il procuratore di Palermo sentito da Il Fatto Quotidiano. «Ma lo faccio per non dare specificazione ad elementi che invece riguardano particolari settori. Dall’imprenditoria al mondo della sanità. E certamente va considerato che la provincia di Trapani è la seconda in Sicilia, dopo quella di Messina, per presenza di logge massoniche. Tutti questi elementi ci inducono a spingere i nostri accertamenti e le nostre verifiche. È quello che contiamo di fare in queste ore».

 

Si va oltre, il Corriere della Sera arriva a parlare di «Massoneria braccio destro della mafia: il piano di Messina Denaro». «U Siccu [nome con cui veniva identificato Matteo Messina Denaro, ndr] aveva in testa un’idea grandiosa: che la mafia si pigliasse la politica. Come? Creando logge massoniche coperte “ove vengano affiliati solo personaggi di un certo rango e ove la componente violenta della mafia ne divenga il braccio armato”». Di più: «meno sangue e tanti legami occulti, fino a farsi, secondo qualche pentito, una loggia segreta tutta sua, La Sicilia».

 

Quindi: Matteo Messina Denaro massone?  Con una loggia tutta sua? Eh?

 

«Matteo ha avuto uomini fidati in tante amministrazioni, dalle questure ai Servizi. Così riusciva a sapere in tempo reale delle nostre indagini» continua il magistrato di cui sopra. «Una rete di copertura di carattere massonico lo ha protetto in tutto il mondo».

 

Insomma: in questi lunghi 30 anni di latitanza, più in quella di Provenzano, in queste decadi di grande consumo della narrazione dell’antimafia nazionale, vuoi che si siano sempre dimenticati di parlarci di questo capitolo, di questo ingrediente magico della storiaccia – cioè, la massoneria?

 

«Non è emerso alcun ruolo della massoneria in ordine alla latitanza o all’arresto di Matteo Messina Denaro» assicurava il 19 gennaio all’AdnKronos il Gran Maestro Stefano Bisi, l’uomo alla guida del Grande Oriente d’Italia. «Non risulta alcun procedimento penale avente ad oggetto la massoneria del GOI o peggio la sua vicinanza alla criminalità – dichiara il venerabile – la responsabilità del singolo, ove accertata in via definitiva, resta tale e non coinvolge l’associazione massonica di appartenenza.

 

La Sicilia è una terra di memoria infinita, un gorgo di umanità – fatto di sangue, fatto di storie – che scende giù nei secoli e nei millenni, talvolta domandando apertamente, tra segreti e tragedie, un posto centrale nell’avventura del mondo. Forse per questo, la Sicilia è piena di persone sagge, persone che ricordano con lucidità quanto accade in mezzo al mare e alla Terra…

 

Ecco che, d’un tratto, qualche amico siculo mi ricorda che Castelvetrano, la zona dove Messina Denaro viveva indisturbato, perfino attorno ad un centro studio CNR (lo disse Report), il luogo dove viveva anche il padre «Don Ciccio» Messina Denaro (che  affidò il figlioletto Matteo a Riina, perché imparasse), il luogo che tutta l’Italia ora guarda con, diciamo così, una certa perplessità (perché proprio quel paesello?), fu teatro di un vertice di rilevanza assoluta per le vicende del pianeta.

 

Il giorno dell’Immacolata, l’8 dicembre 1943 a Castelvetrano – lì – si presentò il presidente americano Franklin Delano Roosevelt. Se pensate sia uno scherzo, vi sbagliate. Se vi fa l’effetto di uno dei «corti» di Elio e le Storie Tese (rimaneggiamenti demenziali dell’audio di documentari), «Hitler in Calabria», siete fuori strada (il tedesco arrivò però quantomeno fino a Sorrento, dove scrisse nel libro dell’albergo che se avesse perso le elezioni sarebbe tornato a vivere lì…). Se ridete come se vi dicessero «Stalin a Cuggiono», «Mao Zedong a Grisignano di Zocco», «Churchill a Poggio Rusco», «Hirohito a Quarto Oggiaro», «Bokassa a Brembate», potete pure farlo – salvo poi affrontare la verità.

 

Castelvetrano, questa microcittadina che sembra al centro di tutta questa storia di mafia del 2023, esattamente 80 anni prima era teatro di un incontro con pochi precedenti.

 

Ufficialmente di passaggio dalla Tunisia (prima era stato alle conferenze del Cairo e di Teheran), il presidente Roosevelt, secondo quanto raccontato, decorava dei generali americani presso l’«aeroporto» di Castelvetrano, allora completamente nelle mani delle forze USA, conquistato, dicono le cronache, bizzarramente senza colpo ferire.

 

Considerate che non era solo: con lui c’era il vertice estremo dell’esercito USA, nomi che oggi fanno tremare i polsi. C’era il generale Patton. C’era il generale Eisenhower – un altro futuro presidente. Il comandante dell’aviazione strategica. Il comandante della terza armata.

 

 

In pratica, un concentrato di potere, politico e militare, senza precedenti. Parliamo degli uomini che hanno vinto per il blocco occidentale la Seconda Guerra Mondiale. Se i tedeschi avessero potuto avere un drone di quelli che la CIA ha usato in Afghanistan, avrebbero potuto operare quello che ora si chiama un decapitation strike: un colpo ai vertici tale di mettere fine alla guerra.

 

Gli storici oggi parlano apertis verbis di una possibile «operazione coperta». L’incontro serviva per capire, dicono, cosa ne avrebbero fatto dalla Sicilia. Forse, qualcuno osa, fu programmato lì il «separatismo» à la Salvatore Giuliano, quello per cui la Trinacria doveva divenire un nuovo Stato USA.

 

Anche in queste ricostruzioni manca, ovviamente, l’ingrediente magico – cioè esoterico, cioè, avete capito, insomma, il grembiuletto.

 

Franklin Delano Roosevelt «fu iniziato in massoneria nella Holland Lodge No. 8, di New York City il 10 ottobre 1911, divenne Compagno il 14 novembre 1911 e Maestro il 28 novembre 1911 ed il 28 febbraio 1929 fu iniziato al 32º grado di rito scozzese antico ed accettato l’Albany Concistory di New York. Fu membro della Holland Lodge n. 8 di New York fino al marzo 1935, come il presidente Theodore Roosevelt e il suo futuro vice Harry Truman. Fu membro onorario della Architect Lodge No. 519 di New York e Gran Maestro onorario della Georgia. Nel 1934 divenne pure Gran Maestro onorario dell’Ordine De Molay». Mica è un segreto: lo scrive Wikipedia, pure nella versione italiana. Che continua aggiungendo cose interessanti.

 

«Fra i suoi consiglieri, ebbe rapporti con l’economista britannico John Maynard Keynes, fautore del deficit spending (come l’alta finanza di quel tempo), frequentatore di vari membri della Fabian Society, detentore e studioso degli scritti alchemici ed esoterico-magici di Isaac Newton, che a sua volta fondò il nuovo corso spirituale della massoneria moderna, rispetto alla muratoria medioevale». Insomma, dentro tutto. Non manca niente.

 

Roosevelt, poliomelitico, morì senza vedere la fine della guerra che aveva voluto. Gli successe un altro massone, Truman, al quale si deve il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki. Come noto, c’è la coincidenza che quest’ultima era una città giapponese quasi interamente cattolica. Ma stiamo divagando.

 

Non è un segreto che lo sbarco alleato venne in Sicilia proprio per i motivi che per anni si sono sussurrati pudicamente: la voce è che come arrivarono gli americani, furono accolti dai canti dei locali «viva l’America, viva la mafia!». Lucky Luciano, l’architetto del sistema dei clan della mafia di Nuova York, era assunto dalla Marina USA come «traduttore». La posta in gioco per la mafia italoamericana (allora ancora gonfia dei proventi diversificati del proibizionismo) era non da poco: il ritorno di Cosa Nostra in Sicilia, dove era stata estirpata dalla repressione sanguinosa degli uomini di Mussolini.

 

La realtà è che non solo la Marina pescò da Luciano e dai suoi simili. È certa l’implicazione dell’OSS, il servizio segreto esterno USA antesignano della CIA. L’uomo che con ogni probabilità ha intessuto il collegamento profondo fu James Jesus Angleton, che in seguito verrà riconosciuto come la «madre» della CIA (il padre era Allen Dulles).

 

Angleton era cresciuto a Milano, dove si era trasferita la famiglia per il lavoro del padre. Era quindi italofono. Era, inoltre, poeta: ammirava immensamente Ezra Pound, cui scriveva lettere piene di passione letteraria, mentre, dopo la guerra, lo teneva al gabbio. Angleton era, si dice, intimo di Montini. Ha gestito con ogni probabilità il ponte mafioso sulla Sicilia (ripetendosi, pochi anni dopo, con Cuba, alleandosi con i picciotti per far fuori Fidel Castro) e pure, con ogni probabilità, il referendum Repubblica o Monarchia. Qualcuno può immaginare che ci sia lui dietro alla creazione del partito che governò il Paese «liberato» nei suoi decenni di «sovranità limitata»: la DC. Il teorico del democristianismo, il francese Jacques Maritain, le cui idee venivano fatte circolare con forza nei circoli cattolici antifascisti, era stato per anni in America, ospite di quelle università americane da cui veniva Angleton e tutti i suoi colleghi cooptati nell’OSS, università che, mi diceva Gianni Collu, «erano presidi della massoneria».

 

James Jesus Angleton, insomma, è un vero padre della patria – un uomo mitico, a cui, nel bene e nel male, dobbiamo la forma attuale dell’Italia Repubblicana, al quale tuttavia nessuno ha mai pensato di dedicare una via o una piazza. Se vi interessa la sua figura, potete intuirne parzialmente la portata guardandovi il capolavoro di Robert DeNiro The Good Shepherd, o la rara miniserie The Company.

 

E quindi, vuoi che la Sicilia abbia giocato questo ruolo oscuro e fondamentale nella storia del Nuovo Ordine Mondiale?

 

Vuoi che Castelvetrano abbia in qualche modo avuto un ruolo nell’incontro di queste forze occulte che hanno plasmato la storia ben oltre l’isola, la penisola, l’Europa?

 

È un caso che, quando si parli di mafia, di reti internazionali, di poteri inspiegabili, si rifinisca in quello stesso paesino brullo di neanche trentamila abitanti?

 

Capite bene che non ho le risposte. Tuttavia, qualche idea, più generale, la ho da tanto tempo.

 

Parlare del rapporto tra mafia e massoneria significherebbe tirare via il velo sul legame tra massoneria e Italia, nel suo senso storico: non ve lo dicono alla scuola dell’obbligo, ma la massoneria ha di fatto creato l’Italia unitaria, il «Risorgimento» è interamente roba loro, Garibaldi e Mazzini e tutti gli altri «patrioti» erano grembiulisti di importanza mondiale, invasati dell’odium immortale massonico contro il cattolicesimo e il suo impero, quello degli Asburgo.

 

Questo sarebbe ancora poco: perché parlare della massoneria potrebbe mostrare quanto essa, nei secoli, sia penetrata e incistata nelle nostre istituzioni, lo scandalo P2, quando si scoprì che una loggia massonica univa generali, politici, imprenditori, direttori di giornali, attori comici, nobili, banchieri, personaggi TV sotto la guida di un tale Licio Gelli che vendeva materassi e simultaneamente gestiva trame nel Sudamerica dei colpi di Stato, potrebbe darvi un esempio: ma i tempi sono cambiati, e i giornalisti che ne parlavano, all’epoca, erano detti bonariamente «pistaroli», mentre oggi a scrivere cose terra-terra come quanto riportato sopra si è solo sporchi, ridicoli «complottisti».

 

Se si parlasse davvero della massoneria, diverrebbe inevitabile, credo, che politica e magistratura arrivino a chiedere le liste degli iscritti: voglio dire, hanno il listone dei non vaccinati, lo hanno chiesto negli anni (a certi gruppi giochi per bambini) e ottenuto definitivamente poco fa, e perché non dovrebbe essere possibile sapere chi è iscritto a quell’associazione?

 

Perché alcune associazioni di persone possono essere libere di tenere segreti i nomi degli associati e altre – come la mafia – hanno invece organi dello Stato  preposti alla loro repressione? Scherziamo, ma abbiamo in mente la faccenda della Yakuza in Giappone, che non può essere sciolta perché il Paese ha ferree leggi sulla totale libertà di associazione, da cui l’esistenza di fanzine e rivistine che celebrano i mafiosi (noi invece dobbiamo accontentarci di romanzi e serie che giurano di non voler glorificarne le gesta, ma poi sui risultati nel pubblico non ci esprimiamo).

 

Era l’obiettivo di Rosy Bindi, si disse: «Basta segreti, fuori i nomi», era il succo della richiesta della Commissione antimafia presieduta dall’onorevole piddina. Nel 2017 la Guardia di Finanza perquisì la sede del Grande Oriente d’Italia su mandato della Commissione parlamentare, che già cominciava anche a trattare di incroci con la ‘Ndrangheta (che, ora, è infinitamente più potente della mafia sicula, almeno economicamente).

 

Elenchi o no, non ci pare sia cambiato nulla.

 

Parlare della massoneria, non si può. Perché significherebbe, come può magari intuire il lettore che ci ha seguito fin qui, far saltare la sua intera percezione storica.

 

Qualcuno potrebbe cominciare a pensare che la Storia non è frutto di un progresso cieco, ma è costruita secondo linee umane precise, secondo progetti – la Storia è il prodotto della volontà, umana e forse non solo umana.

 

E quindi, eccoti che ti ritrovi a pensare che sì, la Storia è la storia della lotta tra il Bene e il Male, tra squadre opposte di attori morali, tra chi lotta per la Vita e il suo Dio e chi invece lotta per la Morte e la sua Cultura – servendo, più o meno consapevolmente, un signore che non è il Dio dei cristiani, ma il signore della Terra, il principe di questo mondo.

 

Gratti il racconto di Castelvetrano, e ti ci ritrovi l’abisso della Storia e della condizione umana.

 

I disgraziati che compilano e seguono Renovatio 21 ci sono abituati. Possono riderci dietro, certo come se raccontassimo che, prima di Messina Denaro, a Castelvetrano ci era passato Roosevelt.

 

A noi che interessa? Nulla. Perché, da veri credenti, sappiamo cosa è accaduto, e cosa sta accadendo – e il nostro ruolo in questo disegno, il suo costo esiziale, e la bellezza eroica di tutta questa battaglia.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

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Trump promette di pubblicare se vince eletto tutti i segreti su JFK, 11 settembre ed Epstein

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L’ex presidente Donald Trump ha promesso che, se vincerà a novembre, declassificherà i documenti riguardanti Jeffrey Epstein, l’11 settembre e l’assassinio di John F. Kennedy.

 

Trump ha fatto la promessa durante un’apparizione come ospite allo show «Fox & Friends Weekend» su Fox News , in cui ha ripetutamente risposto affermativamente quando la co-conduttrice Rachel Campos-Duffy gli ha chiesto se avrebbe «declassificato i file dell’11 settembre… declassificati i file JFK… [e] declassificare i file Epstein».

 

Alcuni documenti di Epstein sono stati pubblicati all’inizio dell’anno in relazione alla causa Virginia Giuffre contro Ghislaine Maxwell, rivelando collegamenti con l’ex presidente Bill Clinton, il mago David Copperfield e lo scienziato Stephen Hawking, tra altre personalità importanti.

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Le testimonianze dei documenti hanno anche dimostrato che Trump non ha mai visitato l’isola di Epstein, né ha avuto alcun coinvolgimento con ragazze minorenni. La Giuffre, che fu dipendente di Trump nel resort di Mar-a-Lago, ha avuto solo parole di lode per l’ex presidente.

 

La promessa di Trump di declassificare tutti i restanti documenti relativi all’assassinio di JFK conferma anche le sue precedenti dichiarazioni sull’argomento.

 

«Quando tornerò alla Casa Bianca, declassificherò e sigillerò tutti i documenti relativi all’assassinio di JFK», ha scritto Trump nel suo account Truth Social. «Sono passati 60 anni, è tempo che il popolo americano conosca la VERITÀ!».

 

La National Archives and Records Administration afferma che il 99% dei documenti legati all’assassinio di JFK è stato pubblicato, con il presidente Joe Biden responsabile della declassificazione di oltre 16.000 documenti relativi all’assassinio dall’inizio del suo mandato nel 2021.

 

Il restante 1% – e i decenni di ritardi che ne hanno impedito il rilascio – hanno alimentato speculazioni su un complotto per assassinare il presidente e domande su quanto la CIA sapesse delle attività dell’assassino Lee Harvey Oswald nella Cuba controllata dai comunisti all’epoca. tempo.

 

Anche il candidato presidenziale indipendente Robert F. Kennedy Jr. – nipote di JFK e figlio di Robert F. Kennedy, assassinato mentre correva per la nomina presidenziale per il Partito Democratico nel 1968 – ha criticato il rifiuto dell’amministrazione Biden di rilasciare l’ultimo per cento di documenti riservati.

 

Kennedy ha affermato che l’amministrazione stava «versando cemento su segreti vecchi di 60 anni in modo che fossero sepolti permanentemente. È molto inquietante». Il candidato ritiene che lo zio e il padre sono stati uccisi con il coinvolgimento della CIA, facendo anche nomi nel caso del genitore. Kennedy ritiene altresì che tra le malefatte del servizio segreto americano vi sia pure finanziamento del laboratorio di Wuhano.

 

Durante il suo primo mandato, Trump ha osservato di aver già declassificato «molto materiale» legato all’assassinio di JFK.

 

Tuttavia, in un’intervista su Real America’s Voice, il confidente di Trump Roger Stone, che servì anche come aiutante dell’avversario presidenziale di JFK nel 1960, l’ex presidente Richard Nixon, affermò che Trump aveva esaminato alcuni dei documenti dopo aver riaperto il processo di declassificazione quando lui entrato in carica nel 2017.

 

«Ha detto: “Non posso dirtelo, è così orribile che non ci crederesti. Un giorno lo scoprirai”. Questo era tutto e non voleva parlarne ulteriormente», ha affermato Stone.

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Come riportato da Renovatio 21, il giornalista Tucker Carlson in un monologo andato in onda su Fox due anni fa ha affermato che la CIA era direttamente coinvolta nell’assassinio di Kennedy, dicendo di averlo saputo da una fonte che non poteva che saperlo con certezza. Secondo alcuni la fonte di Carlson altri non era se non il presidente Trump.

 

Trump è noto per essere stato tra i conoscenti di Epstein, essendo entrambi parte del continuum del jet-set tra Nuova York e la Florida. Un video di più di trenta anni fa mostra l’Epstein arrivare ad una festa di Trump a Mar-a-Lago, e venirne accolto e poi anche un po’ ignorato.

 

 

Trump in seguito avrebbe collaborato con le autorità sul caso dicendo quel che sapeva. In passato è stato detto che i due avevano rotto i rapporti a seguito di un affare immobiliare in Florida. Donald, in un video risalente a prima delle elezioni 2016, aveva annunciato che vi sarebbero stati sviluppi riguardo al principe Andrea, cosa che puntualmente si è verificata un lustro dopo.

 

Svariate foto ad eventi pubblici mostrano che Trump, come moltissimi altri nell’alta società di Nuova York, Londra e la Silicon Valley, conosceva Ghislaine Maxwell, la «madame» di Epstein figlia del magnate ebreo boemo-inglese Robert Maxwell, il quale secondo alcuni, oltre che aver noti contatti con i sovietici, era una spia del Mossad.

 

Quando fu finalmente arrestata, il presidente Trump disse solo a commento «le auguro il meglio».

 

La Maxwell è attualmente in carcere dove pare abbia ritrovato la fede ebraica del padre, il quale fu seppellito in Israele con tutti gli onori e alla presenza di vari alti funzionari del Mossad.

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Il Giappone studierà la minaccia UFO

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I deputati giapponesi stanno progettando di istituire un gruppo bipartisan all’interno del parlamento del Paese (la cosiddetta Dieta), con l’obiettivo di cambiare l’approccio del governo alle indagini sugli avvistamenti di fenomeni anomali non identificati (UAP), il termine formale per quelli che in precedenza venivano descritti come UFO, hanno riferito i media giapponesi questa settimana.   Secondo articoli che citano la dichiarazione costitutiva del comitato, pare che il gruppo si chiamerà «Lega dei membri della dieta per il chiarimento dei fenomeni anomali non identificati da una prospettiva di sicurezza nazionale».   I membri del gruppo ritengono che alcuni UAP potrebbero essere armi o droni spia che utilizzano tecnologia avanzata e potrebbero quindi rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale, affermano i media locali. Secondo quanto riferito, il gruppo intende promuovere una legislazione parlamentare volta a monitorare e sondare gli UAP.   Lo scorso venerdì, durante una conferenza stampa, il capo del gabinetto giapponese Yoshimasa Hayashi ha confermato i piani dei legislatori di istituire il comitato, scrive RT.

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I lavori del gruppo inizieranno ufficialmente il 6 giugno, data della sua riunione costitutiva, scrive il quotidiano nipponico in lingua inglese Japan Times.   Secondo quanto riferito, il comitato includerà numerosi politici giapponesi di alto livello, tra cui Yasukazu Hamada, capo degli affari parlamentari del Partito Liberal Democratico al potere, Shinjiro Koizumi, ex ministro dell’Ambiente e figli dell’ex premier Junichiro Koizumi, e l’ex ministro della Difesa Shigeru Ishiba.   In una conferenza stampa che annunciava la creazione del gruppo il 28 maggio, due dei suoi membri, i parlamentari Kei Endo e Yoshiharu Asakawa, avrebbero affermato di aver visto loro stessi gli UAP.   Secondo quanto riferito, il gruppo prevede di basare il proprio lavoro su quello dell’All-Domain Anomaly Risoluzione Office (AARO), un’agenzia statunitense istituita per indagare sugli UAP come parte del disegno di legge sulla politica di difesa del Congresso del 2021 e promuovere la cooperazione intergovernativa sul monitoraggio degli UAP tra Tokyo e Washington.   Il Giappone ha attirato l’attenzione globale come punto caldo degli UFO nel 2020, dopo che il Pentagono ha pubblicato filmati girati dai piloti della Marina americana sul nord del Giappone che mostrano oggetti volanti che si comportano in modo strano. L’allora ministro della Difesa Taro Kono disse allora che non credeva agli UFO, ma ordinò ai militari di registrare tutti i fenomeni aerei che incontravano nel Paese.   Rapporti di avvistamenti UFO basati su testimonianze oculari spesso emergono nei media giapponesi, con fenomeni inspiegabili più spesso avvistati vicino alle regioni intorno a Hiroshima e Nagasaki, le due città distrutte dalle bombe nucleari statunitensi nel 1945, così come l’area vicino alla centrale nucleare danneggiata di Fukushima.   Come riportato da Renovatio 21, il recente rapporto americano dell’AARO nega le prove di vita extraterrestre, tuttavia rivela anche la costruzione di sistemi sensoristici chiamati «Gremlin» per il rilevamento degli UFO.   A novembre 2023 alcuni giornali come il Daily Mail, dicendo di avere fonti anonime, avevano scritto che la CIA sarebbe riuscita a recuperare almeno nove veicoli potenzialmente alieni, due dei quali «completamente intatti».

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Il tema degli UFO sta scaldando molti animi a Washington in questi ultimi anni, con vari senatori americani che parlano apertis verbis della loro possibile minaccia agli interessi militari americani. «Ci sono cose che volano sopra installazioni militari, e nessuno sa cosa sia e non sono nostre», ha dichiarato il senatore repubblicano Marco Rubio.   Il tema della retroingegneria aliena è stato toccato varie volte, con discrezione, dalla politica americana.   Come riportato da Renovatio 21, nel 2021 al Congresso USA era stato presentato un disegno di legge sulla Difesa che per finanziare il reverse engineering della tecnologia UFO.   Lo scorso autunno lo Sean Kirkpatrick, il responsabile degli UFO presso il Pentagono (o per lo meno, quello che apparentemente fa questo mestiere), arrivato al termine del suo incarico ha fatto un bilancio della sua attività e dichiarato possibile l’esistenza della vita extraterrestre.   In questi anni è emerso anche che vi sarebbe una piccola guerra civile in corso tra i funzionari del governo su quanta parte delle loro informazioni sugli UFO dovrebbero consegnare al Congresso e al pubblico, una presunta piccola «società segreta» di potenti custodi di materiale secretato interna al Pentagono che rifiuterebbe di divulgare qualsiasi informazione a riguardo.

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Un altro uomo armato fermato in Piazza San Pietro: prete ceco con coltelli e pistola cercava di entrare in Vaticano

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La mattina del 7 maggio, in piazza San Pietro, un parroco di 59 anni proveniente dalla Repubblica Ceca è stato fermato dalla polizia ai varchi di prefiltraggio.

 

L’uomo era in possesso di una pistola ad aria compressa, coltelli, un taglierino e un cacciavite. Il religioso è stato denunciato per porto abusivo d’armi.

 

Il sacerdote è stato controllato dalle forze dell’ordine mentre si trovava in piazza, vestito con l’abito talare, insieme a un gruppo di fedeli provenienti dalla Repubblica Ceca, arrivati in pullman. I poliziotti del commissariato Borgo hanno identificato anche il proprietario del borsello, un uomo di 60 anni. Durante il trasferimento in commissariato, il religioso ha dichiarato che le armi erano in suo possesso per motivi di difesa personale.

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Il parroco armato, arrivato dalla Repubblica Ceca insieme ad altri fedeli su un pullmanno, ha spiegato di avere le armi con sé per autodifesa. Di conseguenza, è stato denunciato per porto abusivo di armi.

 

L’episodio segue di pochi giorni dopo quello, ben più inquietante, del Foreign Fighter statunitense combattente in Ucraina fermato mentre, anche lui armato, tentava di entrare in Vaticano.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’uomo era nella lista dei super ricercati USA per trascorsi di violenza criminale a Nuova York. Bloccato dalla polizia italiana, il criminale americano avrebbe avuto con sé tre coltelli, di cui uno a doppia lama, di circa 20 centimetri.

 

Se si tratti, come taluni sussurrano, di «segnali» per l’Oltretevere mandati da qualcuno non sappiamo dirlo.

 

Tuttavia, Renovatio 21 sulla storia dell’uso di squilibrati durante guerre internazionali ha dato qualche ragguaglio.

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