Connettiti con Renovato 21

Misteri

Messina Denaro, la massoneria e Roosevelt a Castelvetrano

Pubblicato

il

La faccenda era partita un po’ in sordina. I giornali, all’inizio, cominciarono con lo scrivere che il medico di Matteo Messina Denaro sarebbe massone.

 

Poi, rapidamente, hanno iniziato a saltar fuori altri «massoni nell’orbita di Messina Denaro», così li ha definiti Repubblica.

 

Infine, da giorni, è il diluvio.

 

Ecco il politico «sotto processo perché sospettato di essere tra i vertici di una loggia massonica segreta che avrebbe raggruppato il gotha di tutta la provincia» che si sarebbe vantato con un amico massone: «Quando eravamo ragazzini ci volevamo bene, poi lui ha fatto la sua strada (…) Siccome noi ci volevamo bene, capito, assai ci volevamo bene, perciò da me puoi stare tranquillo che né mi manderà nessuno, né viene nessuno. Sono in commissione antimafia, appena arrivano lettere anonime sulla massoneria le strappo».

 

«Quando si parla di logge segrete il nome di Matteo salta fuori puntuale come un orologio e non c’è collaboratore di giustizia che non abbia ribadito come uno dei capisaldi del potere e della forza del boss in questi trent’ anni di latitanza sia stata la sua vicinanza se non appartenenza a logge nascoste e con uomini che poi, guarda caso, hanno sempre entrature nei palazzi del potere siciliano» scrive La Repubblica. «Mafia e massoneria sono andati a braccetto da sempre, non è una novità. I verbali dei processi sulla vecchia mafia sono pieni di testimonianze».

 

«Diversi pentiti raccontato che alla massoneria erano affiliati Totò Riina, Michele Greco, Francesco Madonia, Stefano Bontade, Angelo Siino, Vito Cascioferro: i capi storici di Cosa Nostra».

 

Non può mancare la citazione di «Michele Sindona, il banchiere della mafia», il quale «è stato associato alla loggia Camea (…) E in queste logge agivano anche funzionari della Regione: come Salvatore Bellassai, che aveva la sua stanza proprio di fronte a quella del presidente Piersanti Mattarella. Bellassai era il capo della P2 di Gelli per la Sicilia e la Calabria. Ma queste sembrano narrazioni ormai da libri di storia della mafia» si vola altissimi. E qui è sempre il giornale fondato dal «laico» Eugenio Scalfari.

 

«Di certo c’è che Messina Denaro e le sue sentinelle sparse per la Sicilia occidentale, nel suo regno che va da Agrigento a Trapani, hanno avuto legami strettissimi con esponenti di logge massoniche segrete e non, che a loro volta hanno avuto entrature nei palazzi della politica e della burocrazia del capoluogo di regione, Palermo».

 

Quindi arriva l’intervista al giudice che per nove anni ha dato la caccia al boss. «Le indagini sulle ricerche di Matteo Messina denaro furono totalmente ostacolate. Ogni volta che si alzava il livello, ad esempio sulla massoneria, in molti […] cominciavano a non crederci più» dice a La Stampa. «Ripartimmo con enorme fatica dalla massoneria […] ma non fu facile nemmeno stavolta […] Mi ritrovai in una riunione senza nemmeno il consenso dei colleghi». Pensai che l’indagine fosse stata totalmente ostacolata, che la cattura non fosse ritenuta prevalente e che sarebbe stato impossibile ricominciare daccapo».

 

Accade però una cosa particolare: dopo la pubblicazione di questa intervista, il magistrato però scrive una lettera alla Stampa: «In riferimento all’intervista pubblicata su La Stampa di ieri, non ho mai detto che “le mie indagini furono totalmente ostacolate. Pensai non lo volessero prendere” (…) il Procuratore ed i miei colleghi, al contrario di me sul capitolo massoneria, non ritenevano più credibile il collaboratore da cui le relative indagini erano scaturite». Il giornalista ribatte: «La dottoressa sa perfettamente che le è stato inviato in visione il testo dell’intervista e che, alle 21,15, su sua richiesta telefonica di parziali modifiche al testo, le stesse sono state accolte nel corpo pubblicato (…) La vicenda del collaboratore, in relazione alle indagini sulla massoneria, è spiegata nel prosieguo dell’intervista».

 

Cominciano a venire un po’ di vertigini.

 

Del resto, ci erano già venute anni fa leggendo Il Quarto livello, libro del giudice Carlo Palermo, che la mafia cercò di bombardare. In una storia che metteva in fila Ali Agca, Gheddafi, certe famiglie reali europee, il terrorismo islamico e altro, il giudice ricordava l’immane densità massonica di Trapani, dove le logge sono in numero spropositato. «Che il boss è stato ed è capo mandamento di una città – Trapani – in cui Cosa Nostra ha costruito la sua crescita finanziaria e dove, nel tempo, si sono contate 16 logge massoniche» scrive Carlo Bonini su Repubblica.

 

«L’ambiente trapanese è da sempre permeato di rapporti fra mafia e pezzi di ambienti che io chiamo genericamente della borghesia mafiosa» dice il procuratore di Palermo sentito da Il Fatto Quotidiano. «Ma lo faccio per non dare specificazione ad elementi che invece riguardano particolari settori. Dall’imprenditoria al mondo della sanità. E certamente va considerato che la provincia di Trapani è la seconda in Sicilia, dopo quella di Messina, per presenza di logge massoniche. Tutti questi elementi ci inducono a spingere i nostri accertamenti e le nostre verifiche. È quello che contiamo di fare in queste ore».

 

Si va oltre, il Corriere della Sera arriva a parlare di «Massoneria braccio destro della mafia: il piano di Messina Denaro». «U Siccu [nome con cui veniva identificato Matteo Messina Denaro, ndr] aveva in testa un’idea grandiosa: che la mafia si pigliasse la politica. Come? Creando logge massoniche coperte “ove vengano affiliati solo personaggi di un certo rango e ove la componente violenta della mafia ne divenga il braccio armato”». Di più: «meno sangue e tanti legami occulti, fino a farsi, secondo qualche pentito, una loggia segreta tutta sua, La Sicilia».

 

Quindi: Matteo Messina Denaro massone?  Con una loggia tutta sua? Eh?

 

«Matteo ha avuto uomini fidati in tante amministrazioni, dalle questure ai Servizi. Così riusciva a sapere in tempo reale delle nostre indagini» continua il magistrato di cui sopra. «Una rete di copertura di carattere massonico lo ha protetto in tutto il mondo».

 

Insomma: in questi lunghi 30 anni di latitanza, più in quella di Provenzano, in queste decadi di grande consumo della narrazione dell’antimafia nazionale, vuoi che si siano sempre dimenticati di parlarci di questo capitolo, di questo ingrediente magico della storiaccia – cioè, la massoneria?

 

«Non è emerso alcun ruolo della massoneria in ordine alla latitanza o all’arresto di Matteo Messina Denaro» assicurava il 19 gennaio all’AdnKronos il Gran Maestro Stefano Bisi, l’uomo alla guida del Grande Oriente d’Italia. «Non risulta alcun procedimento penale avente ad oggetto la massoneria del GOI o peggio la sua vicinanza alla criminalità – dichiara il venerabile – la responsabilità del singolo, ove accertata in via definitiva, resta tale e non coinvolge l’associazione massonica di appartenenza.

 

La Sicilia è una terra di memoria infinita, un gorgo di umanità – fatto di sangue, fatto di storie – che scende giù nei secoli e nei millenni, talvolta domandando apertamente, tra segreti e tragedie, un posto centrale nell’avventura del mondo. Forse per questo, la Sicilia è piena di persone sagge, persone che ricordano con lucidità quanto accade in mezzo al mare e alla Terra…

 

Ecco che, d’un tratto, qualche amico siculo mi ricorda che Castelvetrano, la zona dove Messina Denaro viveva indisturbato, perfino attorno ad un centro studio CNR (lo disse Report), il luogo dove viveva anche il padre «Don Ciccio» Messina Denaro (che  affidò il figlioletto Matteo a Riina, perché imparasse), il luogo che tutta l’Italia ora guarda con, diciamo così, una certa perplessità (perché proprio quel paesello?), fu teatro di un vertice di rilevanza assoluta per le vicende del pianeta.

 

Il giorno dell’Immacolata, l’8 dicembre 1943 a Castelvetrano – lì – si presentò il presidente americano Franklin Delano Roosevelt. Se pensate sia uno scherzo, vi sbagliate. Se vi fa l’effetto di uno dei «corti» di Elio e le Storie Tese (rimaneggiamenti demenziali dell’audio di documentari), «Hitler in Calabria», siete fuori strada (il tedesco arrivò però quantomeno fino a Sorrento, dove scrisse nel libro dell’albergo che se avesse perso le elezioni sarebbe tornato a vivere lì…). Se ridete come se vi dicessero «Stalin a Cuggiono», «Mao Zedong a Grisignano di Zocco», «Churchill a Poggio Rusco», «Hirohito a Quarto Oggiaro», «Bokassa a Brembate», potete pure farlo – salvo poi affrontare la verità.

 

Castelvetrano, questa microcittadina che sembra al centro di tutta questa storia di mafia del 2023, esattamente 80 anni prima era teatro di un incontro con pochi precedenti.

 

Ufficialmente di passaggio dalla Tunisia (prima era stato alle conferenze del Cairo e di Teheran), il presidente Roosevelt, secondo quanto raccontato, decorava dei generali americani presso l’«aeroporto» di Castelvetrano, allora completamente nelle mani delle forze USA, conquistato, dicono le cronache, bizzarramente senza colpo ferire.

 

Considerate che non era solo: con lui c’era il vertice estremo dell’esercito USA, nomi che oggi fanno tremare i polsi. C’era il generale Patton. C’era il generale Eisenhower – un altro futuro presidente. Il comandante dell’aviazione strategica. Il comandante della terza armata.

 

 

In pratica, un concentrato di potere, politico e militare, senza precedenti. Parliamo degli uomini che hanno vinto per il blocco occidentale la Seconda Guerra Mondiale. Se i tedeschi avessero potuto avere un drone di quelli che la CIA ha usato in Afghanistan, avrebbero potuto operare quello che ora si chiama un decapitation strike: un colpo ai vertici tale di mettere fine alla guerra.

 

Gli storici oggi parlano apertis verbis di una possibile «operazione coperta». L’incontro serviva per capire, dicono, cosa ne avrebbero fatto dalla Sicilia. Forse, qualcuno osa, fu programmato lì il «separatismo» à la Salvatore Giuliano, quello per cui la Trinacria doveva divenire un nuovo Stato USA.

 

Anche in queste ricostruzioni manca, ovviamente, l’ingrediente magico – cioè esoterico, cioè, avete capito, insomma, il grembiuletto.

 

Franklin Delano Roosevelt «fu iniziato in massoneria nella Holland Lodge No. 8, di New York City il 10 ottobre 1911, divenne Compagno il 14 novembre 1911 e Maestro il 28 novembre 1911 ed il 28 febbraio 1929 fu iniziato al 32º grado di rito scozzese antico ed accettato l’Albany Concistory di New York. Fu membro della Holland Lodge n. 8 di New York fino al marzo 1935, come il presidente Theodore Roosevelt e il suo futuro vice Harry Truman. Fu membro onorario della Architect Lodge No. 519 di New York e Gran Maestro onorario della Georgia. Nel 1934 divenne pure Gran Maestro onorario dell’Ordine De Molay». Mica è un segreto: lo scrive Wikipedia, pure nella versione italiana. Che continua aggiungendo cose interessanti.

 

«Fra i suoi consiglieri, ebbe rapporti con l’economista britannico John Maynard Keynes, fautore del deficit spending (come l’alta finanza di quel tempo), frequentatore di vari membri della Fabian Society, detentore e studioso degli scritti alchemici ed esoterico-magici di Isaac Newton, che a sua volta fondò il nuovo corso spirituale della massoneria moderna, rispetto alla muratoria medioevale». Insomma, dentro tutto. Non manca niente.

 

Roosevelt, poliomelitico, morì senza vedere la fine della guerra che aveva voluto. Gli successe un altro massone, Truman, al quale si deve il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki. Come noto, c’è la coincidenza che quest’ultima era una città giapponese quasi interamente cattolica. Ma stiamo divagando.

 

Non è un segreto che lo sbarco alleato venne in Sicilia proprio per i motivi che per anni si sono sussurrati pudicamente: la voce è che come arrivarono gli americani, furono accolti dai canti dei locali «viva l’America, viva la mafia!». Lucky Luciano, l’architetto del sistema dei clan della mafia di Nuova York, era assunto dalla Marina USA come «traduttore». La posta in gioco per la mafia italoamericana (allora ancora gonfia dei proventi diversificati del proibizionismo) era non da poco: il ritorno di Cosa Nostra in Sicilia, dove era stata estirpata dalla repressione sanguinosa degli uomini di Mussolini.

 

La realtà è che non solo la Marina pescò da Luciano e dai suoi simili. È certa l’implicazione dell’OSS, il servizio segreto esterno USA antesignano della CIA. L’uomo che con ogni probabilità ha intessuto il collegamento profondo fu James Jesus Angleton, che in seguito verrà riconosciuto come la «madre» della CIA (il padre era Allen Dulles).

 

Angleton era cresciuto a Milano, dove si era trasferita la famiglia per il lavoro del padre. Era quindi italofono. Era, inoltre, poeta: ammirava immensamente Ezra Pound, cui scriveva lettere piene di passione letteraria, mentre, dopo la guerra, lo teneva al gabbio. Angleton era, si dice, intimo di Montini. Ha gestito con ogni probabilità il ponte mafioso sulla Sicilia (ripetendosi, pochi anni dopo, con Cuba, alleandosi con i picciotti per far fuori Fidel Castro) e pure, con ogni probabilità, il referendum Repubblica o Monarchia. Qualcuno può immaginare che ci sia lui dietro alla creazione del partito che governò il Paese «liberato» nei suoi decenni di «sovranità limitata»: la DC. Il teorico del democristianismo, il francese Jacques Maritain, le cui idee venivano fatte circolare con forza nei circoli cattolici antifascisti, era stato per anni in America, ospite di quelle università americane da cui veniva Angleton e tutti i suoi colleghi cooptati nell’OSS, università che, mi diceva Gianni Collu, «erano presidi della massoneria».

 

James Jesus Angleton, insomma, è un vero padre della patria – un uomo mitico, a cui, nel bene e nel male, dobbiamo la forma attuale dell’Italia Repubblicana, al quale tuttavia nessuno ha mai pensato di dedicare una via o una piazza. Se vi interessa la sua figura, potete intuirne parzialmente la portata guardandovi il capolavoro di Robert DeNiro The Good Shepherd, o la rara miniserie The Company.

 

E quindi, vuoi che la Sicilia abbia giocato questo ruolo oscuro e fondamentale nella storia del Nuovo Ordine Mondiale?

 

Vuoi che Castelvetrano abbia in qualche modo avuto un ruolo nell’incontro di queste forze occulte che hanno plasmato la storia ben oltre l’isola, la penisola, l’Europa?

 

È un caso che, quando si parli di mafia, di reti internazionali, di poteri inspiegabili, si rifinisca in quello stesso paesino brullo di neanche trentamila abitanti?

 

Capite bene che non ho le risposte. Tuttavia, qualche idea, più generale, la ho da tanto tempo.

 

Parlare del rapporto tra mafia e massoneria significherebbe tirare via il velo sul legame tra massoneria e Italia, nel suo senso storico: non ve lo dicono alla scuola dell’obbligo, ma la massoneria ha di fatto creato l’Italia unitaria, il «Risorgimento» è interamente roba loro, Garibaldi e Mazzini e tutti gli altri «patrioti» erano grembiulisti di importanza mondiale, invasati dell’odium immortale massonico contro il cattolicesimo e il suo impero, quello degli Asburgo.

 

Questo sarebbe ancora poco: perché parlare della massoneria potrebbe mostrare quanto essa, nei secoli, sia penetrata e incistata nelle nostre istituzioni, lo scandalo P2, quando si scoprì che una loggia massonica univa generali, politici, imprenditori, direttori di giornali, attori comici, nobili, banchieri, personaggi TV sotto la guida di un tale Licio Gelli che vendeva materassi e simultaneamente gestiva trame nel Sudamerica dei colpi di Stato, potrebbe darvi un esempio: ma i tempi sono cambiati, e i giornalisti che ne parlavano, all’epoca, erano detti bonariamente «pistaroli», mentre oggi a scrivere cose terra-terra come quanto riportato sopra si è solo sporchi, ridicoli «complottisti».

 

Se si parlasse davvero della massoneria, diverrebbe inevitabile, credo, che politica e magistratura arrivino a chiedere le liste degli iscritti: voglio dire, hanno il listone dei non vaccinati, lo hanno chiesto negli anni (a certi gruppi giochi per bambini) e ottenuto definitivamente poco fa, e perché non dovrebbe essere possibile sapere chi è iscritto a quell’associazione?

 

Perché alcune associazioni di persone possono essere libere di tenere segreti i nomi degli associati e altre – come la mafia – hanno invece organi dello Stato  preposti alla loro repressione? Scherziamo, ma abbiamo in mente la faccenda della Yakuza in Giappone, che non può essere sciolta perché il Paese ha ferree leggi sulla totale libertà di associazione, da cui l’esistenza di fanzine e rivistine che celebrano i mafiosi (noi invece dobbiamo accontentarci di romanzi e serie che giurano di non voler glorificarne le gesta, ma poi sui risultati nel pubblico non ci esprimiamo).

 

Era l’obiettivo di Rosy Bindi, si disse: «Basta segreti, fuori i nomi», era il succo della richiesta della Commissione antimafia presieduta dall’onorevole piddina. Nel 2017 la Guardia di Finanza perquisì la sede del Grande Oriente d’Italia su mandato della Commissione parlamentare, che già cominciava anche a trattare di incroci con la ‘Ndrangheta (che, ora, è infinitamente più potente della mafia sicula, almeno economicamente).

 

Elenchi o no, non ci pare sia cambiato nulla.

 

Parlare della massoneria, non si può. Perché significherebbe, come può magari intuire il lettore che ci ha seguito fin qui, far saltare la sua intera percezione storica.

 

Qualcuno potrebbe cominciare a pensare che la Storia non è frutto di un progresso cieco, ma è costruita secondo linee umane precise, secondo progetti – la Storia è il prodotto della volontà, umana e forse non solo umana.

 

E quindi, eccoti che ti ritrovi a pensare che sì, la Storia è la storia della lotta tra il Bene e il Male, tra squadre opposte di attori morali, tra chi lotta per la Vita e il suo Dio e chi invece lotta per la Morte e la sua Cultura – servendo, più o meno consapevolmente, un signore che non è il Dio dei cristiani, ma il signore della Terra, il principe di questo mondo.

 

Gratti il racconto di Castelvetrano, e ti ci ritrovi l’abisso della Storia e della condizione umana.

 

I disgraziati che compilano e seguono Renovatio 21 ci sono abituati. Possono riderci dietro, certo come se raccontassimo che, prima di Messina Denaro, a Castelvetrano ci era passato Roosevelt.

 

A noi che interessa? Nulla. Perché, da veri credenti, sappiamo cosa è accaduto, e cosa sta accadendo – e il nostro ruolo in questo disegno, il suo costo esiziale, e la bellezza eroica di tutta questa battaglia.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

Misteri

UFO, Trump dice che presto verranno pubblicati dei file «molto interessanti»

Pubblicato

il

Da

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che la sua amministrazione declassificherà e pubblicherà a breve i documenti governativi sugli oggetti volanti non identificati (UFO), definendo parte del materiale «molto interessante».

 

Il Pentagono ha recentemente dichiarato di star esaminando e consolidando i documenti relativi prima di qualsiasi pubblicazione, citando motivi di sicurezza. A febbraio, Trump ha firmato un ordine esecutivo che incarica il Dipartimento della Guerra di divulgare «ogni singola informazione» relativa agli UFO e ai fenomeni aerei non identificati (UAP).

 

«Penso che pubblicheremo il più possibile nel prossimo futuro… e alcune di queste informazioni saranno molto interessanti per la gente», ha detto Trump ai giornalisti durante un briefing alla Casa Bianca mercoledì sera, aggiungendo che l’interesse del pubblico sull’argomento si era accumulato «da molto tempo».

 

«Ho intervistato alcuni piloti, persone davvero in gamba. E mi hanno detto di aver visto cose incredibili», ha affermato.

 

L’ordine di Trump sui file relativi agli UFO è seguito a un podcast ampiamente condiviso dall’ex presidente Barack Obama, il quale ha affermato di credere nell’esistenza degli alieni, ma ha insistito sul fatto che il governo statunitense non nasconde alcuna prova. Obama ha fatto riferimento all’Area 51, un sito classificato dell’aeronautica militare statunitense in Nevada, da tempo al centro di teorie del complotto secondo le quali il governo vi condurrebbe ricerche segrete e vi conserverebbe materiali e tecnologie extraterrestri.

 

Iscriviti al canale Telegram

Trump in seguito ha affermato che Obama aveva divulgato informazioni classificate e ha dichiarato che la prevista pubblicazione del documento era intesa a soddisfare l’«enorme interesse» del pubblico americano. Il segretario alla Guerra statunitense Pete Hegseth ha affermato che scoprirà «insieme» al pubblico se il suo dipartimento possiede documenti che provano l’esistenza di vita extraterrestre.

 

Le autorità americane raccolgono da decenni segnalazioni di avvistamenti di UFO e UAP, e il Pentagono ora gestisce un Ufficio per la Risoluzione delle Anomalie in Tutti i Domini (AARO) a tale scopo. Nel marzo 2024, il Pentagono ha affermato di non avere prove che alcun fenomeno aereo non identificato fosse di origine aliena, aggiungendo che molti casi riguardavano palloni meteorologici, aerei spia, satelliti o altre attività di routine.

 

In un rapporto pubblicato alla fine del 2024, il dipartimento ha dichiarato di aver ricevuto 757 segnalazioni di UAP tra maggio 2023 e giugno 2024, di cui 21 «meritano ulteriori analisi» a causa di «caratteristiche e/o comportamenti anomali».

 

Trump aveva annunziato la pubblicazione di file UFO ancora due mesi fa.

 

Come riportato da Renovatio 21, negli scorsi anni il Pentagono ha ripetuto di non possedere «alcuna prova che indichi che vita extraterrestre abbia visitato il pianeta».

 

L’uscita del presidente americano arriva mentre continua la sequela di scienziati di tecnologia avanzata (in alcuni casi considerata come correlata agli UFO) morti o scomparsi negli ultimi mesi, sulla quale ora indaga anche l’FBI.

 

Come riportato da Renovatio 21, poche settimane fa il vicepresidente JD Vance – in passato dettosi «ossessionato» dagli UFO – ha dichiarato di credere che gli UFO siano in realtà entità demoniache.

 

In molti ritengono che il tema degli UFO sia utilizzato sempre più spesso come una sorta di arma di distrazione di massa, tirata fuori alla bisogna quando bisogna allontanare la mente del pubblico da problemi più stringenti – per esempio, ora, l’impopolarità di Trump rilevata nei sondaggi, causata dalla guerra in Iran e dai conseguenti fallimenti di politica economica anche interna agli USA.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


 

Continua a leggere

Misteri

Trovata una «lettera di suicidio» di Epstein da un suo compagno di cella

Pubblicato

il

Da

Un presunto biglietto d’addio del defunto Jeffrey Epstein sarebbe rimasto custodito sotto chiave in un tribunale per anni, al di fuori della portata degli inquirenti. Lo riporta il New York Times.   Il giornale neoeboraceno ha rivelato che il messaggio sarebbe stato rinvenuto dal compagno di cella di Epstein, Nicholas Tartaglione, nel luglio 2019, dopo che il finanziere statunitense, caduto in disgrazia, era stato trovato privo di sensi con una striscia di stoffa intorno al collo presso il Metropolitan Correctional Center di New York.   Epstein sopravvisse a quell’episodio, ma venne poi rinvenuto morto nella sua cella il 10 agosto dello stesso anno. Il condannato per reati sessuali si sarebbe apparentemente impiccato utilizzando le lenzuola, sebbene gli scettici continuino a sostenere che sia stato assassinato per occultare le malefatte di individui potenti presumibilmente coinvolti nel caso.   Tartaglione, ex agente di polizia attualmente detenuto per quattro ergastoli legati a un quadruplice omicidio, ha dichiarato per telefono al New York Times che il biglietto di suicidio era scritto su un pezzo di carta gialla strappato da un blocco per appunti e inserito all’interno di una graphic novel che Epstein era solito leggere.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Secondo il compagno di cella, nel messaggio il finanziere affermava che gli inquirenti non avevano trovato «nulla» su di lui nonostante le ricerche durate mesi. Ha aggiunto che il messaggio di Epstein si concludeva con le parole: «Cosa vuoi che faccia, che mi metta a piangere? È ora di dire addio».   Tartaglione ha affermato di aver consegnato il documento ai suoi avvocati, ritenendo che potesse servire a confutare le accuse formulate da Epstein dopo l’incidente del luglio 2019, secondo cui sarebbe stato aggredito dal suo compagno di cella.   Il biglietto è stato infine secretato da un giudice federale nell’ambito del procedimento penale contro Tartaglione e rimane tuttora custodito in un tribunale di New York, ha riferito il NYT. Ciò significa che gli investigatori impegnati nelle indagini sulla morte di Epstein non hanno mai potuto disporre di quello che avrebbe potuto rivelarsi un elemento di prova fondamentale, ha sottolineato il giornale.   Un portavoce del dipartimento di Giustizia statunitense ha confermato al quotidiano di Nuova York che l’agenzia non ha mai visionato il biglietto. Secondo l’articolo, inoltre, esso non è stato rinvenuto tra la vasta mole di documenti relativi a Epstein resi pubblici dal dipartimento di Giustizia di Washingtone all’inizio di quest’anno.   Come riportato da Renovatio 21, nelle stranezze emerse sulla morte del finanziere è emerso settimane fa che una delle guardie carcerarie della struttura in cui è morto l’Epstein ha cercato il suo nome su Google pochi minuti prima che il suo corpo venisse ritrovato e ha effettuato un misterioso deposito di 5.000 dollari qualche giorno prima.   Come riportato da Renovatio 21, l’amministrazione Trump ha dichiarato che mai pubblicherà i video degli abusi di Epstein. Lo stesso presidente si è dimostrato riguardo a domande sull’argomento all’ultima riunione di gabinetto.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Continua a leggere

Misteri

Misteri, complotti e stranezze dell’ultimo attentato a Trump

Pubblicato

il

Da

D’un tratto, la stampa mondiale s’è svegliata complottista. Chi ha visto i giornaloni italiani (perfino) avrà notato: l’ultimo attentato a Trump è stato una messa in scena, fanno capire, tra occhiolini e gomitatine al lettore.

 

Massì dai: Trump vuole una nuova Sala da Ballo per la Casa Bianca, indi per cui ecco che ha usato il suo tentato omicidio alla White House Corrispondent Dinner (evento secolare, dove il presidente USA in smoking si incontra con i giornalisti, e pletore di celebrità varie ed avariate, per scherzare e farsi scherzare) come casus belli per il suo appetito architettonico: un giudice ha bloccato i lavori della nuova ala del Palazzo, dove dovrebbe sorgere un salone per ricevimenti dedicato a Charlie Kirk.

 

Si parlava l’anno scorso dell’ascesa di BlueAnon, nome con cui si indicava i complottismo di sinistra, imperante in certi social pro-democrat (come Blue Sky) che sparavano teorie ancora più allucinanti di quelle di QAnon. Ora ad essere blueanonizzata è l’intero establishment: tutti a puntare il dito contro la povera Karoline Leavitt, la portavoce molto incinta della Casa Bianca.

 

Nell’anticipare alla TV i contenuti del discorso del presidente – che in genere alla WHCD è ben divertente – aveva detto che «there will be shots fire», cioè «saranno sparati dei colpi». Sapeva qualcosa e voleva rivelarlo in mondovisione tutta tirata in abito da sera? Oppure si è trattato di un’espressione invecchiata mostruosamente nel giro di poche ore, come si è chiesto Tucker Carlson?

 

Sostieni Renovatio 21

I guai per la portavoce mica finiscono lì. Dopo l’allarme, una giornalista di Fox, presente sul posto, si collega al telefono con la diretta TV, e racconta di aver parlato col marito della Leavitt, il palazzinaro Nicholas Riccio (32 anni più anziano, ricordiamo en passant) che avrebbe detto alla Leavitt di «fare molta attenzione stasera». La linea, bizzarramente, cade mentre la corrispondente cerca di dire qualcosa di più.

 

 

Il giornalistone sincero democratico ha delle certezze: era tutto falso, guardate come fanno scappare via prima il vicepresidente Vance e poi Trump, che in effetti non pare fare un plissé (è abbastanza abituato, oramai). In realtà, non sembrano impanicati nemmeno gli ospiti, che hanno offerto l’immagine più plastica del loro mestiere: eccoteli beccati che, mentre uomini armati salgono sul palco per controllare la sala, si lanciano nella razzìa delle bottiglie di champagne. Si tratta della sintesi visiva migliore del mestiere del giornalismo oggi.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Prima di procedere, vorremmo ricordare che fu a quella stessa cena che di fatto cominciò, sempre a partire da teorie della cospirazione discusse e derise, l’era politica di Trump. Nel 2011 The Donald era uno degli ospiti, e Obama, nel suo discorso che voleva essere divertente, si indirizzò direttamente a lui, canzonandolo perché notoriamente dubbioso sul certificato di nascita del presidente di padre kenyota (e mamma probabilmente CIA) cresciuto in Indonesia, Pakistan etc.

 

All’epoca Trump era il protagonista della trasmissione TV più popolare del Paese. Obama, rivolgendosi direttamente al biondo ospite, lo derise come complottista, paragonandolo a quelli che non credono allo sbarco sulla Luna . «Cosa è davvero accaduto a Roswell?» andò avanti il presidente negro tra le sghignazzate. «Dove sono Biggie e Tupac?», cioè i due rapper spariti probabilmente in faide tra ghenghe di cantanti-spacciatori afroamericani.

 

Battute scadute in maniera drammatica: a non credere allo sbarco sulla Luna ora sono in moltissimi, oggi. Di Roswell e gli UFO proprio Obama si è messo a parlare di recente, mentre è sparito nel nulla, con un’altra diecina di scienziati, un generale dell’aeronautica che lavorava nel mitico Hangar 18. Mentre riguardo ai neri morti, sappiamo che con la storia di Puff Daddy, da alcuni sospettato di essere il mandante, è emerso un giro epsteinante incredibile.

 

 

Insomma, meglio non ridere di certi misteri. E, aggiungiamo, anche di Trump. Chi lo derideva, come il presidente dalla sessualità discussa, poi se l’è ritrovato alla Casa Bianca. Questa però è un’altra storia.

 

Ci sono incongruenze maggiori. La prima è un tweet risalente al 2023, da parte di un utente sconosciuto che non ha postato altro, che non segue nessuno, che non fa nulla. Si chiama Henry Martinez.

 

L’unico tweet del tizio, con Pepe, il meme del rospo trumpiano, come foto di profilo, ha solo due parole: nome e cognome dell’attentatore.

 


Aiuta Renovatio 21

Osserviamo meglio. Il rospo del profilo è in smoking, esattamente come Trump. Il post non ha nulla: né hashtag, né trend, né contesto.

 

Tutto questo è ovviamente allucinante. Ma in Italia abbiamo la fortuna di avere David Puente, il mitico debunker che lavorava per Casaleggio prima e per Mentana poi, che c’ha la spiega in canna: «Questa tecnica è ben nota: 1) crea un account 2) imposta il profilo come privato con post nascosti 3) scrivi post con nomi o eventi (ad esempio, la data della morte del Papa) 4) se l’evento si verifica, cancella tutto il resto e lascia solo il post corrispondente 5) rendi pubblico il profilo 6) il profilo diventa virale e guadagna follower Quanti post ha l’utente? Solo uno: quello con il nome».

 

Genio. Ricordiamo il Puentes quando tentò di smontare, dal suo computerino, l’inchiesta di mesi di Seymour Hersh, premio Pulitzer, 60 anni di mestiere, fonti abissali dentro gli apparati americani, sul bombardamento del Nord Stream da parte di Biden. Lo avevamo apprezzato ancora quando – un po’ come Cato, il domestico dell’ispettore Closeau, addestrato ad attaccare chiunque entrasse, compreso lo stesso padrone di casa – quando si scagliò contro la sua stessa testata, Open, caduta in una fake news antirussa a caso, quella delle code di russi alla dogana con la Finlandia.

 

Con buona pace del David, spunta un’altra cosa ancora. L’immagine di copertina della pagina X (allora Twitter) di Martinez è uno strano insieme di colori digitali. Alcuni dentro – pareidolia, può dire lo scettico – ci vedono dentro una foto. L’immagine iconica di Trump che alza il braccio sotto la bandiera americana dopo l’attentato di Butler, Pennsylvania.

 

 

Qui si va verso la fantascienza: impazziscono, a questo punto, i forum reddit riguardanti il viaggio nel tempo. Tuttavia, nel concreto, la fantascienza più oscura, quanto concreta, fa capolino dietro alla figura dell’attentatore.

 

Non si tratta di un ebete qualsiasi, di quelli visti berciare e picchiare la gente in Minnesota in protesta con l’espulsione dei clandestini. Cole Allen, che si definisce «mezzo bianco e mezzo nero» (rara avis: prendete lo stesso Obama, cresciuto da mamma e nonni bianchissimi ma autodefinentesi afro) ha studiato in una delle università più prestigiose ed esclusive del pianeta, il politecnico californiano Caltech. Si tratta dell’accademia che fornisce gli scienziati alla NASA, che ha un’amplissima base a Los Angeles.

 

Non solo: l’Allen ha fatto una interneship presso il Jet Propulsion Laboratory (JPL), il centro di ricerca a finanziamento federale che sviluppa i missili per lo spazio. Il lettore di Renovatio 21 conosce la storia: il JPL fu fondato dal giovane pioniere della missilistica Jack Parsons, la cui matrice culturale era fatta dapprima dalla protofantascienza dei racconti nelle rivista pulp del primo Novecento, poi dalla cosiddetta religione di Thelema: Parsons era il più prominente discepolo americano dell’inventore del satanismo moderno Aleister Crowley.

 

Una serie TV di un lustro fa chiamata Strange Angel, realizzata con piglio viscontiano e poi cancellata dalla rete, raccontava la vita di Parsons dagli esordi (dove bazzicava proprio il Caltech) ai megacontratti con l’aeronautica americana in guerra col Giappone, mentre la fede crowleyana lo impegnava in orge e banchetti con ogni freak della zona – compare nella sua villa, ad un certo punto, il fondatore di Scientology, allora semplice scrittore di sci-fi, L. Ron Hubbard – e riti esoterici complessi (la cosiddetta «messa cattolica gnostica»).

 

Ebbene sì: la conquista dello spazio da parte degli USA non solo è stata resa possibile dagli scienziati nazisti importati a fine conflitto con l’Operazione Paperclip, ma è stata iniziata da un vero e proprio zelota del satanismo applicato, che più tardi nella vita, prima di morire nel 1952 a 37 anni a causa di una violenta esplosione nel suo laboratorio casalingo a Pasadena, era stato ingaggiato dal neonato Stato di Israele, mentre di suo lavorava all’avvento dell’anticristo sulla Terra («il lavoro di Babalon», secondo il suo linguaggio).

Sostieni Renovatio 21

Come riportato da Renovatio 21, le storie attorno al JPL e alla vicenda di Parsons sono tornate alla ribalta negli ultimi mesi a causa della sequela di scienziati ed esperti di tecnologia avanzata (aerospazio, fusione, forse persino retroingegneria UFO) non più negabile, al punto che persino Trump ne ha parlato e l’FBI ha cominciato ad indagare. Le antenne si sono alzate, inoltre, quando il vicepresidente JD Vance ha dichiarato di credere che gli UFO siano in realtà demoni, una teoria che avanza sempre più nella neodestra americana.

 

Se un collegamento tra l’attentatore e il lato oscuro della NASA può sembrare tenue, più preoccupante è quello che riguarda il «mago» che era esattamente al fianco di Trump quando è scoppiato l’allarme in sala.

 

Parliamo di Oz Pearlman, un «mentalista» – cioè una sorta di prestigiatore che indovina le cose – che aveva fatto molto parlare di sé nell’ultimo anno. Nel 2025 il Pearlman era stato ospite del primo podcast del mondo, The Joe Rogan Experience, dove aveva sconvolto – ed irritato assai – il suo ospite.

 

Il mentalista, fronte alta e sorrisone viscido che hanno un po’ tutti quelli del mestiere (ricordiamo le antiche apparizioni in RAI di Uri Geller, quello, conterraneo del nostro, che piegava i cucchiaini), chiede a Rogan di pensare al PIN della sua carta, ma di dirgli un altro numero da lui inventato: il Pearlman dice che è in grado di indovinarlo. Rogan dapprima rifiuta, poi accetta di farselo scrivere su un foglietto nascosto al pubblico.

 

Rogan quindi fornisce il codice «falso»: 2020 (in American i PIN hanno quattro cifre). Pearlman comincia a sparare una serie di spiegazioni francamente poco credibili – i maschi mentono sparando numeri più piccoli, assicura, e poi lui è in grado di prendere dati dalla reazione corporale di Rogan… – poi mostra al podcaster un foglietto.

Aiuta Renovatio 21

«È questo il tuo PIN», chiede il prestigiatore. «Sì, lo è» dice Rogan con espressione molto infastidita. «La cosa è che lo ho ricevuto per mail. Questa cosa non mi piace» dice il podcasterro al limite dell’imbarazzo e del fastidio.

 

A questo punto alcuni rivelano un possibile trucchetto dietro le capacità incredibili del mentalista: il Pearlman è un sabra, ossia un ebreo nato in Israele. Il padre ingegnere, emigrato nel 1985 negli USA, aveva il ruolo di tenente comandante nella marina israeliana. A questo punto si scatena la rete: un’informazione del genere la può aver ottenuta tramite database che gli hacker di Stato israeliano bucano come vogliono. È il pensiero di Alex Jones – recentemente dissato come «stupido» e «in bancarotta» dal presidente stesso – che assicura che il suo amico Rogan non metterebbe mai in scena una cosa del genere, e che non vi è altra spiegazione possibile.

 

E quindi, cosa sta succedendo? L’israeliano va nel podcast più seguito al mondo, ospitato da un uomo di cui tutti si fidano – onesto, diretto, intelligente, diligente: il sogno dell’americano medio odierno – ad umiliarlo dimostrandogli che nemmeno il suo conto in banca è al sicuro?

 

Cos’era, un messaggio, neanche tanto subliminale, a tutta la popolazione mondiale?

 

Domande che fioccavano già giorni fa. Poi arriva il nuovo attentato e, indovinate chi era esattamente al fianco di Trump nel momento del parapiglia?

 

Aiuta Renovatio 21

Massì, lui, il mago Pearlmanno, in piedi tra il presidente e Melania, con in mano un fogliettino per un giochetto suo.

 

Nel momento in cui non è più controverso dire che Trump è stato dirottato da Netanyahu nell’avventura disastrosa della guerra iraniana – e i meme sono inclementi –, nell’ora in cui apertis verbis improvvisamente si può parlare della sudditanza del gigante USA verso il nano Israele, dobbiamo pensare che sia una coincidenza?

 

O per caso era anche questo qui un messaggio preciso?

 

Carlson e tutta la fazione in rivolta contro la guerra in Iran – come il dimissionario capo dell’antiterrorismo Joe Kent – iniziano ad essere poco criptici: perché hanno bloccato le indagini sull’eventuale influenza straniera nell’attentato di Butler e nell’assassinio di Charlie Kirk?

 

La base MAGA, o ex MAGA, pure ribolle. Marjorie Taylor Green ha rilanciato negli scorsi giorni un lungo post su X di una politica locale repubblicana che racconta dei dubbi che comincia ad avere rispetto a Butler, in particolare dice di aver incontrato con altri colleghi Trump poco dopo l’attentato, e questi avrebbe fatto un discorso strano, dicendo che non avrebbe mai più parlato dell’accaduto.

 

Iscriviti al canale Telegram

Di fatto le indagini – anche nel caso dell’altro attentatore, il filo-ucraino oltranzista Ryan Routh – sono mancate (il figlio però è stato subito arrestato per pedopornografia), e le pochissime cose che ci erano state dette sull’attentatore, Thomas Crooks, erano false: non era vero, ad esempio, che il nostro non aveva alcuna traccia in rete. Perché, quindi, questo insabbiamento? Perché la stessa vittima dell’attentato non vuole parlarne, né cercare la verità? Qui mancano davvero dei tasselli.

 

C’è molto che non sappiamo, ma possiamo immaginare. Una forza oscura, e millenaria, si muove sulla scena, ora in modo tracotante, al punto da lasciarsi vedere. È un grande errore. Ma, nel paradosso, una buona notizia per l’umanità.

 

Obbliga il nemico a rivelarsi, dice Sun Tzu. Il nemico, tra misteri e bizzarrie, tra stragi ed atti sorverchianti, si sta rivelando. Forse perché sa di avere poco tempo, il suo regno è in scadenza. E quindi, ha perso la saggezza, e la strategia.

 

No, il nemico non è più lucido. La sua hybris trascina nell’abisso anche Trump. Che con grande probabilità sapeva, ma, come in una storia antica, è comunque andato incontro alla sua tyche, al fato molesto che consegue alla sua scelta scellerata.

 

Più che una teoria della cospirazione, è una tragedia classica.

 

Roberto Dal Bosco

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine screenshot da YouTube

Continua a leggere

Più popolari