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Politica

La trappola del decreto di reintegro dei medici non vaccinati

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Nessuno pare aver capito quale trappola vi sia dietro il decreto legge 162/2002, il primo atto del nuovo governo, quello con cui, ha titolato in prima pagina il quotidiano La Verità la settimana passata, «la  Meloni smonta la gabbia del COVID».

 

Crediamo che non solo ciò risponda al vero, ma che vi sia, insito nel decreto incensato, un pericolo immenso. E non solo per i sanitari: per tutti.

 

Davanti al presunto DL liberatore, le reazioni, nell’Italia polarizzata, sono state quelle che ci immaginiamo: da una parte, il mondo vaccinatore (governatori, capi-istituzione sanitaria, virologi TV, la stampa tutta etc.) che si scaglia contro l’ingiusta reintegrazione dei pericolosi no-vax, che non solo sono contagiosi, ma che, come il figliol prodigo, hanno evitato il conformismo dei colleghi autosottopostisi alla terapia genica con di Stato.

 

Dall’altra parte vi sono, più preoccupanti, le reazioni dei non vaccinati: i quali sono larga parte gioiosi per il ritorno al lavoro (e, comprensibilmente, allo stipendio), in una sorta di tacita approvazione di quanto fatto subito dal governo melonico, che parrebbe loro aver allungato la mano verso chi aveva scelto di stare lontano dalla siringa mRNA. Ben fatto Giorgia, taluni dicono, magari bofonchiandeselo tra sé.

 

Altri reintegrati no-vax sono invece seccati: non basta essere stati riammessi, ci vogliono le scuse, non possiamo lasciar correre una simile infrazione dei diritti individuali, della legge, della Costituzione, etc. E nemmeno un’umiliazione personale come quella subita in questi mesi. Non hanno torto.

 

Tuttavia, a guardare il panorama delle reazioni, davvero nessuno pare aver capito una cosa fondamentale: non è finita. Manco per niente. La cosa non solo è sorprendente, è un po’ fastidiosa: vedere i cavalieri festeggiare la fine del drago quando quello è ancora lì, appena dietro l’angolo, con il suo respiro ancora ben percepibile, è uno spettacolo triste e disperante. La cosa, soprattutto, è pericolosa: non capire quello che sta per succedere ci lascia vulnerabili a chi invece non solo ha una lettura migliore della mappa, ma comanda il gioco.

 

Basterebbe capire in cosa consiste questo decreto rivoluzionario, andandosi a vedere cosa hanno detto i diretti interessati. «Il provvedimento che abbiamo preso oggi durante il Consiglio dei ministri è quello di anticipare al 1 novembre la scadenza dell’obbligo vaccinale per gli esercenti delle professioni sanitarie» ha dichiarato il neoministro della Salute Orazio Schillaci il 31 ottobre in una conferenza stampa a Palazzo Chigi.

 

Il ministro, già nel CTS che decise la sottomissione del popolo italiano alla prigionia pandemica, ha ragione: ciò che fa il decreto è semplicemente spostare la lancetta della fine dell’obbligo vaccinale dal 31 dicembre al 1° novembre. Uno sconto di una sessantina giorni.

 

Potete guardare il testo in Gazzetta Ufficiale: davvero, non c’è altro. Articolo 7, «Disposizioni in materia di obblighi di vaccinazione anti SARS-CoV-2»:

 

«1. Al decreto-legge 1° aprile 2021, n. 44, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 maggio 2021, n. 76, sono apportate le seguenti modificazioni: a) all’articolo 4: 1) al comma 1, le parole: “31 dicembre 2022” sono sostituite dalle seguenti: “1° novembre 2022”; 2) al comma 5, alla fine del primo periodo, le parole: «31 dicembre 2022» sono sostituite dalle seguenti: “1° novembre 2022”; 3) al comma 6, le parole: “31 dicembre 2022» sono sostituite dalle seguenti: “1° novembre 2022”; b) all’articolo 4-bis, comma 1, le parole: “31 dicembre 2022” sono sostituite dalle seguenti: “1° novembre 2022”; c) all’articolo 4-ter, commi 1 e 3, le parole: “31 dicembre 2022” sono sostituite dalle seguenti: “1° novembre 2022″».

 

Fine. Questo è il grande ribaltamento fatto dal governo Meloni in merito alle politiche pandemiche. Un accorciamento dei tempi, peraltro già arrivati, praticamente, a scadenza.

 

Uno dice: ma insomma, sono due mesi di stipendi, e magari anche la tredicesima. Vero. Tuttavia, vale la pena di sforzarsi a vedere come nell’apparente vacuità queste righe potrebbe esserci innestato un meccanismo che rimetterà tutto in discussione.

 

Il decreto, di fatto, non attacca l’obbligo vaccinale: semplicemente, ne anticipa la fine. Non prende posizione sull’imposizione del siero, semplicemente ne accorcia i tempi.

 

Chi conosce i magheggi del legislatore italiano, sa bene come alcune leggi paiono essere create con la chiara intenzione di vederle poi smontate più avanti dalla magistratura, sia da quella ordinaria che dai livelli superiori. Chi scrive crede di aver visto qualcosa del genere con la legge 40/2004, quella che in teoria doveva regolare la produzione di esseri umani in laboratorio: una legge da per sé iniqua, ma pure con evidenti contraddizioni al suo interno, con non sequitur tali da far pensare il malizioso che chi la compilò prefigurasse già il suo smontaggio per mano giudiziaria.

 

Qui avviene qualcosa di simile, o se vogliamo, di ancora più cristallino. Non prendendo alcuna posizione sulla siringa di Stato, il decreto crea un vuoto che non può essere lasciato esistere, un vuoto che, immancabilmente, chiamerà qualcuno che lo riempirà. E noi pensiamo alla Corte Costituzionale.

 

È inevitabile: quello che è considerato il più alto organo di garanzia di rispetto della Carta sarà chiamato, una volta per tutte, a dirimere la questioni dei vaccini, che si trascina dall’anno lorenziniano 2017, e che ora non è più rinviabile, specie quando la Costituzione è chiamata in causa da coloro che erano, e in larga parte ancora sono, giudicati dall’esprit du temps come nemici pubblici, i no-vax.

 

Quindi, il decreto Meloni è un cross fatto in area per la Corte Costituzionale? Parrebbe: e aggiungete che il portiere è a farfalle i giocatori della difesa sono già negli spogliatoi. Basterà appoggiarla in rete. Qualcuno può ricordare cosa accadde dieci mesi fa con la storia delle cure domiciliari, con la sentenza del TAR, che le liberalizzava – come previsto dalla legge, dalla Costituzione e dalla deontologia medica – ribaltata da un altro alto organo giudiziario, il Consiglio di Stato, con decreto monocratico del suo presidente Franco Frattini.

 

Quindi, quando sarà chiesto alla Corte la risposta finale sulla legittimità dell’obbligo, la risposta cambierà tutto. E in modo piuttosto permanente – e difficilmente appellabile.

 

Nel caso i giudici costituzionali rilevassero che l’imposizione della siringa genica è legittima, possiamo immaginare il caos che seguirebbe. In pratica, il decreto appena passato sarebbe disintegrato, e così le vite delle persone che vi erano appese.

 

Ho parlato con un’amica giurista. Lei esclude che in una prospettiva del genere possano arrivare a rivolere indietro gli stipendi degli esclusi non vaccinati. Personalmente, non lo so: abbiamo imparato, in questi anni, la meschineria dei funzionari intermedi: magari non lo fa il governo, ma cominciano a domandarlo i governatori regionali, i capi delle ASL, i direttori sanitari, i ras ospedalieri, e via elencando tutta la burocrazia della cattiveria che abbiamo imparato a riconoscere, quelli più realisti del re, quelli che pretendono il green pass anche quando per legge non possono più farlo.

 

Immaginate la catastrofe. Dipingetevi nella mente questo reset. Le lancette che si spostano, stavolta davvero, indietro a quando l’apartheid biotica era una realtà granitica, onnipervadente, pienamente visibile, non discutibile.

 

Immaginatevi il disordine, la delusione, il dolore. La rabbia. Magari immaginatevi pure la protesta – e la legge anti-rave pronta ad accoglierla.

 

Questa, secondo noi, è la situazione che giocoforza si prepara: perché la vacuità del decreto meloniano, che neanche per sogno disattiva la bomba dell’obbligo vaccinale, apre esattamente a questa prospettiva.

 

Del resto, basta far attenzione alle parole. A quando Giorgia, nel discorso più importante della sua vita, ha trovato di modo di comunicare che «purtroppo non possiamo escludere una nuova ondata di COVID, l’insorgere in futuro di una nuova pandemia». Un momento di fischiettamento, con la neopremier che zufola un motivetto facendo finta di niente, ci sarebbe pure stato bene, a quel punto. A chi può interessare, del resto, il potere politico assoluto che, abbiamo visto, può fornire un’emergenza?

 

Tuttavia, basta anche solo sentire cosa dichiara apertis verbis il neoministro CTS Schillaci. «Oggi il quadro epidemiologico è mutato rispetto a quando il provvedimento è stato preso», ha detto in conferenza stampa: quindi, significa che se i numeri dovessero divenire preoccupanti (e sappiamo come li hanno fatti, i conti del COVID…), i non vaccinati non dovrebbero tornare. Capite: non è una questione di diritto, né di realtà oggettiva – è il conformarsi al senso pandemico dell’esistenza, alla politica che abbiamo subito sin dal 2020.

 

Senza contare come il ministro abbia ribadito poi la tesi utilitarista della «grave carenza del personale medico e sanitario nei nostri ospedali»: in mancanza di meglio, facciamo tornare i no-vaxi. «Crediamo fortemente che aver rimesso a lavorare nelle nostre strutture questi medici e questi operatori sanitari serve a contrastare la carenza che si registra sul territorio. Questo è importante per garantire il diritto alla salute, sancito dall’articolo 32 della nostra Costituzione».

 

Rileggetevi il passaggio: dice, in pratica, che usiamo medici e infermieri non vaccinati per garantire i diritti costituzionali dei pazienti, cioè degli altri, cioè della massa vaccina. Non, per prima cosa, il diritto dei soggetti reintegrati, ma quello degli utenti della Sanità azzoppata dalla legge del razzismo biomolecolare. La contrapposizione tra classi sociali biologiche ci è evidente: non va pensata la mostruosa violazione dell’art. 32 subita dallo stesso personale sanitario (che è fatto, ricordiamolo, di cittadini…); no, bisogna pensare al diritto alla salute dei loro pazienti.

 

Lo vedete anche voi? Siamo noi che crediamo stia dicendo che i medici no-vax sono al massimo uno strumento per far funzionare gli ospedali della popolazione vaccinata?

 

È una nostra impressione che questo linguaggio nasconda una volontà di apartheid biotica virulenta tanto quanto quella dei governi Conte e Draghi?

 

Del resto, sappiamo come è la storia: ci ricordiamo quel 25 settembre 2021, quando a Milano la futura premier, che teneva un comizio a latere del luogo d’incontro settimanale della protesta no-green pass (grande idea), di fatto si tenne separata, lei capo dell’opposizione, dai manifestanti antigovernativi, e vi furono pure tafferugli. Giorgia se ne andò via rapidamente, senza nemmeno tentare di stabilire un contatto con quella marea di persone che, c’è da pensare, in parte potevano pure votarla…

 

 

Ricordiamo altresì i resoconti secondo cui la premier, iniziata la campagna elettorale, avrebbe cancellato i suoi post pro-vaccini sui social. Pensare che FdI fosse un partito anti-green pass è come pensare che sia un partito contro l’aborto, l’Europa, le sanzioni, etc. Puro wishful thinking di un elettorato estenuato.

 

Sappiamo bene cosa abbiamo davanti. Non è che c’è solo Giorgia Meloni, con i suoi ministri e la sfilza di impresentabili caporioni al seguito.

 

C’è un programma da implementare, che è quello della sottomissione definitiva delle popolazioni occidentali, e poi mondiali. L’inflizione di restrizioni emergenziali, accoppiate con l’emergere di piattaforme elettroniche di controllo e programmazione totali – come l‘imminente euro digitale, costruito ben prima della pandemia sulle stesse basi informatiche del green pass.

 

Il programma avanza non solo da noi, ma in ogni Stato del mondo, in Asia o nelle Americhe, in pace o in guerra. Ora, che sia la Meloni o il PD, Draghi o Conte, nulla può davvero cambiare davanti alla vastità e alla potenza della macchinazione planetaria in corso, che non bisogna aver più paura di chiamare, se si vuole, Nuovo Ordine Mondiale.

 

Per questo riteniamo non sia il caso di festeggiare questo decreto, né pensare che esso possa essere davvero di aiuto anche ai singoli che parrebbero beneficiarne. Guardate, per favore, più avanti del vostro naso.

 

Timeo Danaos et dona ferentes. Non sarà l’ultimo cavallo di Troia che vedremo nei prossimi mesi. Perché la nostra città, alla fine, deve essere saccheggiata e bruciata, e noi siamo gli ultimi ad opporsi a questo piano.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

Politica

Netanyahu scioglie il gabinetto di guerra

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Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha sciolto il gabinetto di guerra che sovrintendeva al conflitto a Gaza dopo che un membro chiave, il generale in pensione Benny Gantz, si è dimesso dal governo di emergenza, secondo quanto riportato dai media.

 

Secondo quanto riferito, il primo ministro ha annunciato il passaggio ai ministri durante una riunione del gabinetto domenica.

 

Gantz, ex ministro della Difesa senza portafoglio entrato nel gabinetto di guerra poco dopo l’inizio del conflitto con il gruppo militante palestinese Hamas lo scorso ottobre, ha annunciato le sue dimissioni all’inizio di questo mese, citando il disaccordo con le politiche di Netanyahu.

 

«Il gabinetto era nell’accordo di coalizione con [il deputato per l’unità nazionale Benny] Gantz su sua richiesta. Non appena Gantz se ne è andato, non c’è più bisogno di un governo», ha detto Netanyahu secondo i giornali israeliani.

 

Si prevede ora che il primo ministro tenga consultazioni sul conflitto di Gaza con un piccolo gruppo di ministri, tra cui il ministro della Difesa Yoav Gallant e il ministro degli Affari strategici Ron Dermer, che era stato nel gabinetto di guerra.

 

Poco dopo le dimissioni di Gantz, anche un altro ministro senza portafoglio, l’ex capo di stato maggiore dell’IDF Gadi Eisenkot, si è dimesso dal gabinetto, dove prestava servizio come uno dei tre osservatori. Un altro osservatore, il membro della Knesset Yechiel Tropper, ha fatto lo stesso annuncio.

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Sia Gantz che Eisenkot hanno dichiarato di essersi dimessi a causa del fallimento di Netanyahu nel definire una strategia per la guerra a Gaza.

 

Durante l’incontro di governo di domenica, Netanyahu avrebbe affermato che «per raggiungere l’obiettivo di eliminare le capacità di Hamas, ho preso decisioni che non erano sempre accettabili per il livello militare», aggiungendo, «abbiamo un Paese con un esercito e non un esercito con un paese».

 

Il gabinetto di guerra è stato istituito l’11 ottobre, pochi giorni dopo lo scoppio della guerra tra Israele e Hamas in seguito all’attacco a sorpresa del gruppo militante palestinese nel sud di Israele, in cui oltre 1.000 persone furono uccise e circa 250 furono prese in ostaggio.

 

Il gabinetto era presieduto da Netanyahu e comprendeva Gantz e Gallant, insieme a tre osservatori: Dermer, Eisenkot e il leader del partito Shas Aryeh Deri.

 

Come riportato da Renovatio 21, il ministro israeliano Itamar Ben Gvir aveva minacciato di far cascare il governo Netanyahu, di cui è membro con il suo partito ultrasionista Otzma Yehudit («Potere ebraico») qualora l’esercito israeliano non fosse entrato a Rafah.

 

Anche il ministro delle Finanze israeliano e leader sionista Bezalel Smotrich, ha minacciato il premier Benjamin Netanyahu che uscirà dal governo dello Stato Ebraico qualora l’attuale esecutivo dovesse accettare la proposta di tregua con Hamas annunciata dal presidente USA Joe Biden.

 

Come riportato da Renovatio 21, le minacce di far cadere il governo se non si fosse cambiato il piano d’azione su Gaza erano partite dal ministro del gabinetto di guerra Benny Gantz ancora quattro settimane fa.

 

Nel frattempo, l’Egitto ha avvertito Israele che l’invasione di Rafah potrebbe porre fine al trattato di pace siglato nel 1979. Il Cairo ha inoltre segnalato di voler partecipare al processo per «genocidio» della Corte Internazionale di Giustizia.

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Immagine di Avi Ohayon / Government Press Office of Israel via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

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Politica

Le elezioni anticipate prima delle Olimpiadi sono «estremamente preoccupanti»: parla il sindaco di Parigi

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La decisione di tenere elezioni parlamentari anticipate settimane prima dell’inizio dei Giochi Olimpici di Parigi è «estremamente preoccupante», ha detto lunedì il sindaco della città, Anne Hidalgo.   L’annuncio del presidente francese Emmanuel Macron domenica sera l’ha lasciata scioccata, ha detto ai giornalisti durante una visita a una scuola di Parigi.   «Come molte persone sono rimasto sbalordito nel sentire il presidente decidere di sciogliere l’Assemblea nazionale», ha dichiarato Hidalgo.   Allo stesso tempo, la sindaca ha affermato di comprendere la necessità di Macron di chiedere il voto dopo il disastroso risultato previsto per il suo partito alle elezioni del Parlamento europeo. Mentre Macron «non poteva continuare» come se nulla fosse successo, chiedere uno «scioglimento [dell’Assemblea Nazionale] subito prima dei Giochi, è davvero qualcosa di estremamente preoccupante», ha detto la Hidalgo.   Il sindaco ha tuttavia tentato di minimizzare il potenziale impatto sui Giochi, insistendo sul fatto che le elezioni non li avrebbero effettivamente disturbati dato che i preparativi per l’evento erano già in gran parte completati. «Ciò che resta è accogliere il mondo intero e lo faremo con la gioia di ospitare questi Giochi Olimpici e Paralimpici a Parigi», ha affermato.

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Una posizione simile è stata assunta dal capo del Comitato Olimpico Internazionale (CIO), Thomas Bach, che ha espresso la fiducia che l’imminente sondaggio sia «un processo democratico che non disturberà» i Giochi. «La Francia è abituata alle elezioni e le farà ancora una volta», ha dichiarato il capo del CIO.   La Francia si appresta ad andare alle urne per eleggere una nuova Assemblea nazionale il 30 giugno, con un secondo turno previsto per il 7 luglio. Macron ha deciso di sciogliere la legislatura del paese dopo che la sua coalizione «Besoin d’Europe» ha ottenuto scarsi risultati durante le elezioni del Parlamento Europeo tenutosi nel fine settimana.   Si prevede che il blocco otterrà solo il 15% circa dei voti, meno della metà di quello che si prevede riceverà il partito di destra Rassemblement National, associato a Marine Le Pen.   Le Olimpiadi destano preoccupazione da tempo, oltre che per la polveriera etnica delle banlieues, anche per le posizioni geopolitiche assunte dal presidente.   Forse temendo una nuova fiammata del terrore in Francia, Macron ha fatto capire di temere per l’incolumità della sua Olimpiade, arrivando a chiedere, anche grottescamente, una «tregua» dei conflitti in corso – lui che, contro l’opinione degli omologhi europei e dello stesso popolo francese, paventa truppe NATO in Ucraina, e che secondo alcuno già sarebbero state spedite ad Odessa.   A questo quadro un mese fa si è aggiunta la notizia che il sistema antiterrorismo delle Olimpiadi di Parigi scambia i condizionatori per droni.   Come riportato da Renovatio 21, la gestione oscena di un grande evento sportivo totalmente rovinato dalle orde extracomunitarie a Parigi si era già vista nel caso della finale di Champions League Liverpool-Real Madrid nel 2021, quando serque di immigrati stazionanti fuori dallo stadio di Saint Denis crearono disordini e molestarono senza requie i tifosi lidpuliani.   Nel frattempo, qualcuno degli organizzatori olimpici si è lamentato del fatto che per il nuoto la Senna sembra non andare bene: è stato rilevato troppo Escherichia Coli, cioè troppa materia fecale. In mezzo a Parigi scorre un fiume di cacca, letteralmente, e il governo d’Oltralpe vuole per grandeur che gli atleti di tutto il globo vi si tuffino.   La 64enne Hidalgo aveva già affrontato polemiche riguardo le Olimpiadi. Nel 2023 si era recata in Polinesia francese, per un viaggio che i suoi oppositori politici definirono come una «vacanza». In risposta, ha pubblicato un elenco degli incontri a cui ha partecipato tra cui tuttavia mancava il sito di surf delle Olimpiadi estive del 2024 a Tahiti. La Hidalgo rispose che in vece sua lo ha fatto il suo viceresponsabile dello sport.

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Immagine di Jacques Paquier via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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Oligarcato

Hunter Biden dichiarato colpevole

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Il figlio del presidente americano Joe Biden, Hunter, è stato dichiarato colpevole martedì da una giuria del Delaware, lo Stato da cui proviene la sua famiglia. Il Biden junior ha dovuto affrontare tre accuse federali relative al possesso di un’arma da fuoco mentre era dipendente dalla droga.

 

Hunter Biden è stato accusato di aver mentito su un modulo di acquisto di armi nel 2018, attestando falsamente di non essere un tossicodipendente quando, in realtà, all’epoca era sotto l’effetto di crack e cocaina.

 

Il verdetto di martedì significa che Biden è il primo figlio di un presidente in carica ad essere condannato da un tribunale federale. Potrebbe ricevere fino a 25 anni di carcere, anche se si prevede che la pena sarà molto più clemente.

 

Nel corso del processo durato una settimana, la giuria ha ascoltato dettagli sulla storia di Biden con la droga, nonché testimonianze dei suoi ex partner romantici. Hanno anche visualizzato i suoi messaggi personali e le foto private. L’accusa aveva presentato come prova il laptop di Hunter Biden, lo stesso che scatenò uno scandalo nel 2020 dopo che il figlio del presidente lo aveva lasciato in un’officina di riparazione del Delaware.

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L’ex moglie di Biden e due ex fidanzate hanno testimoniato del suo uso di crack e cocaina e dei suoi tentativi falliti di disintossicarsi. Sebbene Hunter non abbia preso posizione, un testimone chiave contro di lui è stata Hallie Biden, la vedova del suo defunto fratello Beau e amante di Hunter per un certo periodo, che ha dichiarato di aver trovato il revolver nel camion di Hunter nell’ottobre 2018, prima di farsi prendere dal panico e gettarlo nel bidone della spazzatura di un negozio, dove è stato ritrovato più tardi.

 

L’accusa ha presentato testi in cui si afferma che Biden stava cercando di acquistare droga nel periodo in cui ha acquistato la pistola. In uno dei messaggi di testo, ha ammesso ad Hallie che stava fumando crack. La difesa ha sostenuto che Hunter Biden non intendeva ciò che aveva scritto e stava semplicemente tentando di respingere Hallie.

 

«Vi chiediamo di stabilire che la legge si applica ugualmente a questo imputato come a chiunque altro», ha chiesto il pubblico ministero Derek Hines alla giuria nelle argomentazioni conclusive. «Quando ha deciso di mentire e di comprare una pistola, ha violato la legge. Vi chiediamo di restituire l’unico verdetto supportato dalle prove: colpevolezza», ha detto Hines.

 

La squadra di difesa di Biden ha sostenuto di aver dimostrato il loro caso e ha definito «brutte» le prove dell’accusa.

 

I pubblici ministeri hanno tentato di ottenere un patteggiamento con Biden nel 2023, ma è andato in pezzi dopo essere stato criticato dal giudice.

 

Joe Biden ha difeso pubblicamente suo figlio. «Come presidente, non commento e non commenterò i casi federali pendenti, ma come padre, nutro un amore sconfinato per mio figlio, fiducia in lui e rispetto per la sua forza», ha detto in una dichiarazione la scorsa settimana.

 

La quantità di scandali in cui è coinvolto Hunter Biden – dal lavoro in Ucraina (che tocca perfino l’affare dei biolaboratori) al business con pericolose centrali nucleari cinesi fino alle illazioni in rete sulla cocaina alla Casa Bianca – è impressionante. Basti pensare che tempo fa si disse che chiunque consultasse il materiale rinvenuto nel suo laptop – che è finito online – poteva incorrere in un reato orrendo, mentre Hunter, che è proprietario di quel computer ed è presente in quelle immagini, rimane tranquillamente libero.

 

In particolare, riguardo alla droga, c’è da considerare come il senatore Joe Biden fu firmatario di una legge che inaspriva duramente le leggi per i consumatori di crack, portando alla carcerazione di decine di migliaia di persone (magari appartenenti a minoranze…), mentre suo figlio si riprende svariate volte mentre fuma la droga o la pesa durante uno dei festini con quelle che sembrano escort, con amplessi registrati e forse, è stato riportato, caricati su Pornhub.

 

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Il caso di Hunter Biden è l’esempio più lampante del potere dell’oligarcato, che – a differenza del comune mortale che con le sue tasse paga i privilegi della casta –riesce a salvare i suoi figli debosciati e drogati qualsiasi cosa facciano.

 

Di più: è la prova che la stampa è oramai totalmente incapace di tenere da conto l’establishment, essendone totalmente asservita. La riprova fu l’interferenza elettorale costituita dalla censura delle notizie sul laptop di Hunter durante l’ultimo tratto della campagna presidenziale 2020, notizia oscurata da Twitter – che arrivò a chiudere l’account del New York Post – e poi definita pubblicamente come «disinformazione russa» da cinquanta ex agenti CIA, tra cui vari direttori, che speriamo un giorno pagheranno per la loro menzogna.

 

Di fatto la notizia è che, nonostante tutto questo scandalo, nulla è mai successo.

 

Analizzando la presente condanna, possiamo pensare che si tratti di uno specchietto delle allodole: Biden si potrà presentare al dibattito elettorale con Trump questo mese dicendo che nessuno è al di sopra della legge, neanche la sua famiglia. Consideriamo che i crimini di Hunter cui si è discusso in questi anni sono molto più gravi – l’aver accettato danari dall’estero, tra cui la moglie dell’ex sindaco corrotto di Mosca e da un papavero dell’Intelligence cinese – e coinvolgerebbero direttamente il capofamiglia Joe Biden. Crimini gravissimi, che qualcuno pensano possano sfiorare il tradimento.

 

In un’altra ipotesi, possiamo pensare che la condanna di Hunter può essere una prima mossa dell’apparato dello Stato Profondo e del Partito Democratico per liberarsi di un candidato divenuto impresentabile, soprattutto dopo che mezzo mondo ridacchia riguardo al cosiddetto poop gate: in molti si interrogano infatti se durante la visita in Normandia per le celebrazioni del D-Day il presidente USA si sia fatto la cacca addosso.

 


Non è la prima volta che girano voci simili. Secondo un giornale indiano lo stesso sarebbe successo durante una visita con il papa qualche anno fa, ma si tratta di una notizia non verificata.

 

Una cronaca più dettagliata la fecero i giornali inglesi quando, pochi giorni dopo l’incontro del sommo pontefice, il presidente Biden incontrò i reali britannici, per il summit sul clima Cop26 emettendo, durante un ricevimento, un forte e squassante peto. «È stato lungo, rumoroso e impossibile da ignorare» avrebbe detto secondo le fonti dei giornali Camilla Parker-Bowles, seconda moglie di Carlo e ora regina d’Inghilterra.

 

In realtà, dei Biden e delle sue malefatte stiamo ignorando non solo le ventosità, ma le patenti mostruosità.

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Immagine CC0 via Wikipedia

 

 

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