Pensiero
Cibo a base di vermi e insetti in Gazzetta Ufficiale. Ma lo schifo la destra melonica ce lo sta facendo mangiare da un po’
L’uso degli insetti nel cibo è ora consentito in Italia. Le farine a base delle larve del verme della farina minore (Alphitobius diaperinus), delle larve gialle della farina (Tenebrio molitor), delle locuste migratorie e dei grilli domestici (Acheta domesticus), in forma congelata, essiccata o liofilizzata, sono oggi permesse dallo Stato italiano
A fine anno, aveva fatto il giro di Whatsapp e Telegram lo screenshot dell’edizione della Gazzetta Ufficiale che sanciva la liceità dell’insetto come alimento anche nel Bel Paese, dove gli abitanti tanto sono fieri delle proprie tradizioni culinarie, e ti stressano ogni ora con dettagli su quello che mangiano e quanto è bello.
Ora, invece, italiani, mangiatevi pure anche gli insetti.
Qualcuno mi ha anche raccontato di aver provato a parlarne con esponenti di Fratelli d’Italia, il partito sedicente nazionalista e sovranista che costituisce la magna pars (magna nel senso dell’aggettivo latino per «grande», non come coniugazione del verbo magnare) dell’attuale governo.
«Non è mica obbligatorio» si difende il Fratello d’Italia. Eccerto, non lo è – al momento. Potrebbe non esserlo, anzi, come non lo era il vaccino: ricordate, mica era obbligatorio sierarsi. Come no.
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C’è da considerare poi la questione che, anche se non obbligatorio, l’insetto può finire in un impasto, quindi te lo mangi senza saperlo: colpa tua che non hai letto la microscopica tabella degli ingredienti nella confezione, e indentificato, dopo diecine di elementi chimici, anche il nome scientifico dell’invertebrato la cui poltiglia ti sei ingollato.
Tutto con buona pace di chi sta ponendo interrogativi sui parassiti degli insetti (un tema vasto) e sulla digeribilità delle sostanze di cui sono fatti gli esoscheletri chitinosi di queste bestie.
Ma come? Scusate, la destra al governo non era quella che aveva montato un’eroica resistenza contro la carne sintetica, mettendosi di traverso perfino al capo dello Stato? Non avevamo al governo un partito che automaticamente avrebbe difeso la tradizione italiana, la sovranità pure alimentare. Un partito che naturaliter avrebbe difeso la legge naturale. No?
Maddeché. Sentite la voce: magnateve ‘sto insetto, e state ‘bboni. L’accento romano vi riecheggi nella testa, mentre tentate di digerire la pasta di grillo.
Realizzatelo: il governo Meloni apparecchia la tavola del futuro, aprendo la strada a quello schifo che epperò è tanto sostenuto dall’Europa, da Klaus Schwab col WEF, un domani dal solito Bill Gates, da tutto l’oligarcato mondialista del Nuovo Ordine in coro.
La questione è che non è l’unico schifo che ci sta rifilando il governo giorgiano. È più di un anno che sta là, e di cose ributtanti sotto il naso ce ne hanno fatte passare tante.
Abbiamo annotato, dal primo momento, il programma della Meloni, fatto dire dalla sorella e da personale vario prima di essere declamato alle Camere riunite, che la legge sull’aborto non l’avrebbe mai toccata – e si tratta, ricordiamo, del partito della destra, dei conservatori, di quelli vicini ai cattolici (al punto che ad una certa Giorgia mette la mano sul braccio del pontefice, e pazienza ‘sti protocolli). La realtà dietro la conoscevamo: è il network neodemocristiano che l’aborto l’ha reso possibile e digeribile a quarant’anni di esistenza del Paese, Giorgia ne ha cooptato i pezzi direttamente del governo, così il tema è chiuso.
C’è stata la nomina immediata di un membro del CTS – la cabina di regia biotecnocratica che programmava le clausure e le sierizzazioni di massa, cantando le lodi della pozione miracolosa mRNA – a ministro della Sanità. Se qualcuno l’aveva votata – perché chiaramente non memore di quel 25 settembre 2021 in piazza Duomo a Milano quando Giorgia scappò dinanzi alla massa no green pass lasciando che qualche sostenitore FdI cercasse lo scontro con la protesta, contatto evitato appena dai celerini – si sarà grattato la testa, pensiamo. Soprattutto poi quando sono cominciati i goal di Schillaci, come le nuove campagne vaccinali e per la riproduzione artificiale a carico del contribuente.
C’è stata la questione dello specchietto per le allodole della fine anticipata dell’obbligo e del reintegro dei non vaccinati voluta dalla Meloni, che in realtà era un assist alla Consulta per aprire la pista ad un futuro di vaccini forzati. Tutti urlavano di gioia, noi invece lo abbiamo detto subito: hanno alzato la palla alla Consulta per schiacciarvi con l’obbligo vaccinale più infernale. Detto, fatto. Magra consolazione aver ragione anche qui.
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Ritorniamo con la mente poi il G20 di Bali, e la firma della premier al documento finale che prevedeva i passaporti vaccinali digitali internazionali. O pensiamo a quando in Giappone si è lasciata investire dal figlio canadese di Fidel Castro (Castreau). O a quando in Albania ha incontrato un uomo di Soros.
C’è il caso, apparentemente più leggero, del «cognato d’Italia», il Lollobrigida, pure parente dell’attrice maggiorata recentemente defunta, ma famoso per altri motivi: ecco la fermata del Frecciarossa prevista per lui all’aeroporto, ecco la dichiarazione estiva del fatto che nelle case degli italiani poveri si mangia meglio (una preparazione all’era del pranzo invertebrato?). È chiaro che Repubblica e compagnia si danno ancora i pizzicotti, uno così dove lo trovano? Una fonte di scandalo e zimbellamento più sicura e pulsante, è possibile?
Il cognato del premier aveva dato anche sulla questione degli insetti gastronomici in Gazzetta Ufficiale: il 3 dicembre aveva vergato un post sui social dove aveva assicurato che i decreti pubblicati mentre gli italiani digerivano zampone e panettone nelle ultime ore del 2023 non «”liberalizzano” il consumo di farine e alimenti derivanti da insetti». No, certo che no: cioè sì… è che c’è un’autorizzazione avvenuta a livello europeo e che «vincola ogni paese facente parte dell’UE», anzi, il governo di sua cognata ha messo «regole rigidissime» per chi produce, regole «volte ad informare minuziosamente i nostri cittadini che consumano, in modo tale che chiunque voglia possa evitare facilmente di acquistare questi prodotti, o viceversa». Eccallà: com’è che diceva quell’altro? Non è mica obbligatorio…
A noi, più che per la sequenze di perle lollobrigide come questa che finiscono ciclicamente giornali, ci ha colpito quando si è rimangiato un discorso sulla situazione etnica, arrivando a negare di conoscere la questione del Piano Kalergi. Machedaverodavero? Decenni in FdI, PdL, AN, forse pure nel Movimento Sociale, e il nome del conte Kalergi mai lo aveva udito?
Pensiamo proprio agli immigrati: sì, con il governo Meloni, dato di pochi giorni fa, gli sbarchi sono aumentati, Lampedusa di fatto un’isola africanizzata, un inferno migratorio fatto e finito. Ci aveva promesso il blocco navale, invece ci ritroviamo a dire che da quando c’è lei i barconi arrivano in orario.
Ci sono poi questioni drammatiche come quella dell’onorevole Fratello d’Italia che porta una pistola alla festa di capodanno e un ragazzo rimane ferito: si tratta, anche qui, di una catastrofe delle aspettative per chi, come qui su Renovatio 21, sogna un’Italia dove sia possibile l’open carry (cioè un porto d’armi che permette di tenere seco fucili e pistole, anche apertamente, come in certi Stati americani).
Il partito della Meloni, con la Lega, era riconosciuto come amico dei cacciatori e amico dei poligoni di tiro, ed un governo di destra, si pensava, avrebbe potuto solo estendere le libertà del cittadino che vuole armarsi. Ebbene, dopo la bravata di San Silvestro alla Pro loco di Rosazza, credete che sarà facile che arrivi una qualche legge che favorisca le armi da fuoco, ne alleggerisca la burocrazia, ne potenzi anche solo la cultura?
Credete che vi sarà fornito il modo di difendere la vostra casa, la vostra famiglia dall’anarco-tirannia calergista che stanno installando nel vostro quartiere a suon di africani lasciati sbarcare col gommone? Il fenomeno, sempre per restare al capodanno 2024, è già piuttosto visibile.
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Uno dice che però ci siamo risparmiati il MES. Vero, ma la questione è che nemmeno doveva finire sul tavolo, considerando quanto pensato, detto, promesso, fatto negli ultimi anni. Invece se ne è discusso, ci hanno fatto stare col fiatone, invece che dirci che l’Italia non si sarebbe sottomessa ancora, punto e stop. Suspence dura e pura per il popolo sovranista, almeno fino a quando, da quanto ci pare di capire, la situazione è stata risolta da un blitz di Salvini, più che dalle ferme decisioni dirimenti della Meloni, che fa gli occhi dolci al Palazzo di Bruxelles e al PPE e il broncio a Marine Le Pen e AfD.
E poi dobbiamo pensare alla guerra: forniamo armi per uccidere uno dei pochi popoli che ama davvero i nostri prodotti – e ama anche noi – cioè i russi. Le sanzioni che abbiamo accettato di piazzare su Mosca distruggono miliardi e miliardi di esportazioni del tessuto produttivo italiano; il rifiuto del gas russo ha creato il fenomeno allucinante delle bollette pazze per le famiglie e la deindustrializzazione di interi comparti dell’economia produttiva italiana.
Possiamo ringraziare, della pazzia masochista antirussa, solo Giorgia e i suoi sgherri accucciati sotto la NATO, e diciamo a tutti grazie pure per aver fatto tornare l’incubo della distruzione termonucleare che pensavamo finito sotto il Muro di Berlino, ma che invece oggi rinasce sotto forma dell’idolatria, ben propalata anche dall’Italia melonica, di un buffone fatto feticcio per ordine dell’establishment mondialista.
Ora, a poche ore da quando sarà pubblicato questo articolo, pare che Report manderà in onda un servizio che parlerà dei traffici del padre della Meloni. Diciamo subito, anche prima di vedere la trasmissione, che troviamo questo fatto rivoltante: che ad una figlia separata dal padre (pare per volontà della stessa bambina) sia fatto ricadere fango vecchio di decenni e che non la riguarda è osceno davvero, sono colpi bassi inimmaginabili.
Così come è qualcosa di aberrante quello che la Meloni ha dovuto subire con i fuori onda del più potente programma della TV nazionale, che parrebbe aver messo la parola fine alla relazione con il suo uomo: di mezzo c’è una bambina, tutti se ne sono fregati allegramente, era più importante mostrare scenette private squalificanti.
Quindi, sia chiaro: mai ci presteremo a quell’odio cieco e artificiale, portato avanti con strumenti immorali, che stanno cercando di montare contro la figura della premier.
Ciò detto, se il servizio di Report riguarderà i rapporti del partito con la ‘Ndrangheta, allora sarà interessante ascoltarlo. Perché sappiamo che i calabresi, che grazie al monopolio della cocaina sono forse la mafia più ricca del mondo (ricca, ricchissima – e silenziosa) non è che bazzicano solo dalle parti del FdI, arrivando fino a Nord. Noi che abbiamo tenuto qualche appunto, ricordiamo i casi di indagini su figure del PD in Toscana e in Emilia: anzi, rammentiamo proprio l’operazione Aemilia (2015) che portò all’arresto di 160 persone in Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Veneto, Calabria e Sicilia. Le inchieste, è riportato, arrivarono fino ad un certo punto. Poi alla mente sovviene il capolavoro: l’incontro dei boss della ‘Ndrangheta al circolo Arci «Falcone e Borsellino» di Paderno Dugnano, Lombardia.
La storia del patto tra ‘ndranghetisti ed esponenti neri, dove talvolta qualcuno piazza pure lo zampino della massoneria, è antica. Certo è curioso che l’unica rivolta di destra degli anni caldi fu proprio a Reggio Calabria, quella dove si coniò il celeberrimo slogan neofascista «boia chi molla».
Tuttavia, qui la questione è più pratica, aritmetica: la crescita ipertrofica di FdI, che si trova nella condizione di avere più preferenze che candidati, più potere che idee, più poltrone che uomini da passare, apre giocoforza ad infiltrazioni di ogni tipo, e non parliamo solo della mafia. Della cooptazione di vecchi spezzoni democristiani abbiamo detto. Dell’ingresso di qualche ulteriore figura di garanzia per l’oligarcato neoliberale mondialista sapremo probabilmente a breve.
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L’asticella si alza: ora dicono che Macron, che aveva giurato vendetta vera già da quando la Meloni maramaldeggiava sulla decomposizione dell’«Impero francese» sputtanando in TV il franco coloniale, metterà alla presidenza della Commissione Mario Draghi, che sembrava aver promesso una mentorship alla Meloni, ma forse non tutto è andato come doveva.
Con Draghi a capo dell’Europa, a Roma spetterà un commissario minore, e ci ritroveremo così con nessun peso in Europa, perché se c’è una cosa di cui possiamo essere certi è che Mario non farà il gioco dell’interesse nazionale – lo sappiamo dai tempi del Britannia e degli «invisibili britannici», lo sappiamo dai tempi in cui era a capo della BCE a Francoforte, unica carica in cui i tedeschi non vorrebbero mai vedere un italiano, invece eccotelo lì.
È, ammettiamo, un bel casino. È il risultato del sovranismo alla romana.
È un anno di schifo che ci hanno messo sul piatto, cercando pure di ricattarci dicendo che non c’è altro da mangiare.
Continuate pure, noi però i vermi non li mangiamo.
Come disse nostro signore: «Questa razza di demòni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno». (Mt 17,21)
E noi preghiamo, e digiuniamo. Non mangeremo nemmeno mezza fetta di questo schifo.
Roberto Dal Bosco
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Essere genitori
I bambini che libereranno Faccetta nera
Pope Leo does the ‘67’ meme in new video. pic.twitter.com/nnaPtFa36L
— Pop Base (@PopBase) May 17, 2026
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Pensiero
Quando la nightlife universitaria è un lontano ricordo
Il tempo della sfrenata vita notturna universitaria perugina è un lontano ricordo, non solo per i miei sopraggiunti limiti di età, ma soprattutto perché quello che vi era una volta oggi non c’è più. Un centro storico vivo, carico, pieno di studenti provenienti da tutta Italia che potevano tirar tardi – fino alle prime luci dell’alba – in più di un disco pub.
Oggi quella nightlife è svanita. Ce n’è un’altra, diversa, sicuramente bella per chi la vive, ma un dato oggettivo e incontrovertibile è sotto gli occhi di tutti: mancano i locali per ballare, per incontrarsi, per socializzare.
L’unico luogo rimasto deputato ai balli notturni (e si badi bene, solo nel fine settimana) è un caffè situato nei pressi della facoltà di Economia che, ahinoi, è stato chiuso l’anno passato a causa di una rissa violenta e della tragica morte di un giovane studente che voleva solo passare una serata tra amici. Pare, e dico pare, che nella prossima stagione forse riaprirà per dare spazio alla musica e ai giovani. Vedremo.
Le ragioni di questa desertificazione non sono di facile analisi e credo risiedano in profondità. Due decenni non possono non segnare un cambiamento a livello sociale, ma è altresì vero che lo svuotamento lento e inesorabile dell’acropoli ha portato a una situazione che oggi dovrebbe farci riflettere, e non poco. La nuova amministrazione di sinistra ha sempre proclamato di essere dalla parte della musica, ma a tutt’oggi non si sono ancora viste piazze e vie piene di gente che balla sulle note di qualche band o artista.
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Nel mio ultimo iter universitario, risalente all’inizio del decennio precedente, ricordo un docente di economia che spiegava come le pay-tv e le varie piattaforme, come Netflix e affini, investissero consistenti cifre di denaro in pubblicità indicizzandola nella fascia di età che va dai diciotto ai quasi cinquant’anni. Perché? Perché in quel periodo della vita si è più portati a uscire e abbandonare il divano, per poi reimpossessarsene dopo i cinquanta. Quindi il marketing spinge per convincere quella clientela a restare a casa e godere dei piaceri del vecchio tubo catodico – o meglio, del mega schermo – con la copertina di pile e lo scaldotto.
Era un’impresa non facile accaparrarsi quei telespettatori vogliosi di socialità, di uscite serali per un aperitivo lungo, per una pizza e financo per andare a ballare non solo nel weekend. Ci ha pensato l’avvento della «psico-pandemia» e il conseguente isolamento forzato a fare il lavoro sporco per le grandi multinazionali del networking; d’un tratto ci siamo ritrovati col pigiamone e le ciabatte di pelo a vagare da una stanza all’altra e a ingozzarci di serie televisive e di talk-show contornati da saltimbanchi che urlano sproloqui, con una sottaciuta felicità perché al sicuro da possibili rischi di contagio.
Quando il mondo è tornato come prima (più o meno…), quell’apatia indotta credo sia rimasta in molti, aggravata da un uso sempre più smodato dei social, sia tra i giovani che nelle generazioni a salire fino ai boomer.
I centri urbani sembrano isolarsi progressivamente, vedendo scomparire quei pub e discopub che in tempi recenti sono stati il motore dell’economia notturna e luoghi deputati all’aggregazione. Con loro muore una socialità vera, sincera e reale, che ci permetteva di intessere relazioni con persone improbabili incontrate al bancone del bar o, meglio ancora, di interagire con l’altro sesso. Oggi queste regole d’ingaggio sono profondamente cambiate: il filtro che si frappone tra noi e l’altro è uno smartphone che ci descrive già l’interlocutore in toto. Sappiamo come la pensa, quello che gli piace, il suo orientamento politico, dove lavora, che abitudini ha, e le foto ci mostrano la sua fisicità da diverse prospettive.
A causa della tecnologia sparisce la curiosità, il gusto di incontrare una persona in un locale, avvicinarla, parlarle e cercare di conoscersi e scoprirsi assieme, magari anche dopo il primo incontro. Oggi filtriamo prima; lo facciamo dal divano, senza avere la voglia e il desiderio di alzarci e farci un giro per la città. La pigrizia della socialità reale ha preso il sopravvento, ha fagocitato i nostri desideri e quel sapore della scoperta e dell’incognito che ci permetteva di sentirci vivi ogni qual volta interagivamo con qualcuno.
Il mondo universitario di oggi è, e sempre lo sarà, divertente per le generazioni che lo stanno vivendo. Il boomer che si arroga la saccenza di dire «ai tempi miei…» è irritante, supponente e infelice. Però abbiamo un dato incontestabile: molte città avevano un’offerta maggiore di luoghi deputati alla movida. Prendiamo ad esempio la mia Perugia: è un polo universitario riconosciuto per la sua importanza, non fosse altro per l’Università per Stranieri, dove da decenni studenti da tutto il mondo arrivano e studiano ammirando il nostro Arco Etrusco, adiacente alla facoltà.
L’integrazione e il sano divertimento sono stati un caposaldo nel corso degli anni passati. Mi preme rimembrare un vecchio articolo scritto da due studenti di allora, nonché amici: Jacopo Cossater e Mimmo Arena. Quest’ultimo, il vocalist più simpatico e coinvolgente che abbia avuto Perugia in quel periodo, insieme al DJ Alex Menichetti ha fatto saltare e ballare generazioni di ragazzi. I due baldanzosi studenti, al tempo, hanno tratteggiato con veritiera ironia la settimana notturna perfetta dello studente, sottolineando che «il vero clubber non riesce a stare a casa la sera». Un programma serrato, ricco, succulento, pieno di divertimento, colmo di scambio di allegria e socialità, di molteplici opportunità di svago per tutti i gusti e per tutte le tasche. Una vita universitaria a gas spalancato, vissuta al massimo e piena di gioia.
Parte la settimana e «il lunedì c’è gente che riesce comunque a tirar le sei», chiudendo la serata in un angusto disco club di fronte allo storico Teatro Morlacchi.
Il martedì, oltre al solito aperitivo e cena, si andava allo Zoologico fino a dopo le due di notte, dove la fila per entrare era un serpente che si snodava lungo la discesa che portava a questo luogo magico, in cui l’interazione tra i ragazzi e le ragazze raggiungeva una sublimazione quasi mistica. Ma il martedì c’era pure la discoteca fino alle prime luci dell’alba per gli studenti più temerari, per poi fare lo spuntino al forno del «Sanfra», ossia a ridosso della chiesa di San Francesco al Prato, trasformata da tempo in un auditorium dove tutti gli amanti del jazz e della musica non possono non ricordare le notti infinite di Umbria Jazz, dove la Gil Evans Orchestra incantava la città con le sue note. Il mercoledì è la notte del rock ed è vietato mancare.
Il giovedì universitario è un appuntamento fisso in una delle discoteche a ridosso della città. Il venerdì sono pieni tutti i locali e il sabato le discoteche della provincia (almeno cinque) erano tutte quasi sempre sold out. La domenica notte si ballavano gli anni Ottanta in uno dei locali più cool del centro.
Raccontare ciò sembra di narrare qualcosa vissuto in un’altra vita, in un’altra dimensione. Oggi c’è lo scenario del deserto, dello street bar che ha preso il sopravvento e vede decine di ragazzi tracannare alcol di pessima qualità a basso costo. Ma se vogliamo essere ancor più chirurgici e veritieri, anche questa moda – durata pure troppo a lungo per il sottoscritto – è bella che decotta. Di cinque discopub all’interno delle mura storiche non vi è più traccia; i pub, con le loro tavolate di giovani a bere birra e a chiacchierare, sono scomparsi. A girare in centro nelle ore notturne a volte si ha una sensazione di insicurezza, perché quell’anarco-tirannia che ha azzannato le periferie si sposta, piano piano, anche in città, deformando in parte una ciclicità di lifestyle sempre più appassita.
Solo per citare uno degli ultimi incresciosi avvenimenti in ordine di tempo, come riportato dall’edizione locale de Il Messaggero, qualche settimana fa una delle principali piazze del centro storico è diventata lo scenario di un brutale scontro tra nordafricani, costringendo gli esercenti ad abbassare le serrande in anticipo per paura. Questo episodio non rappresenta un alterco isolato, ma è l’ulteriore conferma di una situazione alquanto compromessa dal punto di vista dell’ordine pubblico all’interno della città vecchia.
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La volontà di proporre offerte di entertaiment nuove nel centro storico è latitante e aleatoria, anche alla luce di una palpabile insicurezza percepita oramai da tutti i cittadini.
La solitudine ha preso possesso delle nostre vite già assai svuotate da ogni principio etico e morale, ma riempite quantomeno di spensierato divertimento con il nostro prossimo. La coda lunga del sano e rimpianto edonismo degli anni Ottanta ce la siamo portata dietro fino all’inizio del nuovo millennio. Dopo lo shock economico del 2007/2008 qualcosa è cambiato, qualcosa che già sotto la cenere ardeva da tempo e in ispecie a Perugia il famigerato omicidio Meredith ha scoperchiato un vaso di pandora che è deflagrato dopo quell’efferato evento che ha avuto una cassa di risonanza mediatica mondiale.
In definitiva, la desertificazione notturna dell’acropoli perugina non è un fenomeno isolato, né la semplice conseguenza di un ricambio generazionale. È il sintomo tangibile di una mutazione antropologica più profonda, dove lo spazio pubblico ha smesso di essere il palcoscenico dell’incontro e dell’imprevisto per trasformarsi in un vuoto di passaggio.
Davanti a questo scenario, l’immobilismo delle istituzioni e la mancanza di una visione strategica volta, non solo al domani, ma al dopodomani, rischiano di cronicizzare il problema del centro storico. Non basta sventolare slogan a favore della cultura se poi si permette alla delinquenza di prendere sempre più piede e allo sballo low-cost dei pochi «street bar» rimasti di ridefinire l’identità della città, scacciando la vitalità sana che per decenni ha reso Perugia un punto di riferimento internazionale.
Per invertire la rotta non serve la nostalgia fine a sé stessa del «si stava meglio prima», ma un atto di coraggio politico e sociale: restituire ai giovani dei luoghi fisici in cui potersi guardare in faccia, ballare e riscoprire la bellezza di viversi, finalmente, fuori da uno schermo.
Francesco Rondolini
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Intelligenza Artificiale
Il volto nascosto della democrazia
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Il desiderio protestante come forza motrice della democrazia
La democrazia moderna mira a trasformare i cittadini in individui dalla mentalità di gregge, che obbediscono ciecamente alla volontà dello Stato (non è forse l’UE, ormai logora e reduce dalla capitolazione a Trump, che tuttavia disciplina i suoi cittadini con la frusta, un perfetto esempio di ciò?), per la semplice ragione che si fonda interamente sulla negazione protestante del libero arbitrio. La democrazia moderna non crede nelle autentiche libertà individuali; al contrario, attraverso la teoria della predestinazione, trasforma l’essere umano che si considera eletto, e che viene riconosciuto come tale dai Poteri Forti, in un falso dio che, attraverso la formazione di uno Stato repressivo degli eletti (si pensi agli Stati Uniti o all’Israele sionista), crede di poter trasformare in realtà i suoi desideri più oscuri. Il desiderio è, di fatto, l’elemento più importante per comprendere le cause del crollo della democrazia moderna. Secondo il mito hegeliano del padrone e dello schiavo, il desiderio dello schiavo di essere riconosciuto dal padrone, e viceversa, è fondamentale per comprendere la formazione delle società umane e la progressione dialettica della storia verso una società perfetta come quella rappresentata dalla democrazia imposta in tutto il mondo dal Codice Civile napoleonico. Secondo l’Hegel divulgato da Alexandre Kojève in Introduzione alla lettura di Hegel, padrone e schiavo si riconciliano nella figura del cittadino, che trova la libertà obbedendo alle leggi di uno stato omogeneo e universale – il culmine della democrazia – che si estenderà in tutto il mondo. Kojève merita maggiore attenzione di quanta ne riceva di solito, in quanto figura chiave per la comprensione della natura dispotica della democrazia. Non solo l’ha teorizzata, influenzando un’intera generazione di intellettuali europei, ma l’ha anche messa in pratica nella sua forma più brutale. Secondo Fukuyama, se Kojève dedicò gran parte della sua vita alla burocrazia di alto livello e abbandonò il lavoro intellettuale, lo fece per «supervisionare la costruzione [dell’Unione Europea] come dimora definitiva dell’ultimo uomo», in cui, in quanto stato universale omogeneo, la politica avrebbe dovuto essere sostituita dall’amministrazione e i confini nazionali dissolti. Kojève non usa mezzi termini e, in una lettera a Leo Strauss del 19 settembre 1959, chiarisce che in questo stato omogeneo universale, che è positivo semplicemente perché rappresenta lo stadio finale dell’umanità, gli esseri umani in quanto tali cessano di esistere e vengono sostituiti da «automi sani» che sono «soddisfatti» praticando sport, arte o indulgendo nell’erotismo, mentre «quelli che sono automi malati [insoddisfatti] vengono rinchiusi». In un’altra lettera del 1955, indirizzata a Carl Schmitt, Kojève spiega che lo stato omogeneo universale si è sviluppato in tutta l’umanità grazie all’impulso di grandi uomini, da Alessandro Magno a Napoleone, e da Napoleone a Stalin («l’Alessandro Magno del nostro mondo, il Napoleone industrializzato»). Kojève spiega anche, senza il minimo imbarazzo, che «Hitler era una versione nuova, ampliata e migliorata di Napoleone», ma che «sfortunatamente, Hitler è arrivato con 150 anni di ritardo». In ogni caso, Kojève, autore dell’opuscolo «Marx è Dio e Ford è il suo profeta», crede che la fine della storia sia già arrivata e che lo stato universale omogeneo sia inarrestabile e che alla fine combinerà la sostituzione della politica con l’amministrazione caratteristica dell’URSS e lo sviluppo industriale tipico di una società senza classi, come egli vedeva negli Stati Uniti del suo tempo.Iscriviti al canale Telegram ![]()
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