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L’Unione Europea messa in ginocchio dagli Straussiani

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

 

Un gruppuscolo di statunitensi, sviluppatosi attorno al pensiero del filosofo Leo Strauss, ora controlla la segreteria alla Difesa e la segreteria di Stato. Dopo aver organizzato moltissime guerre successive a quelle della Jugoslavia, hanno architettato la guerra in Ucraina. Gli Straussiani manipolano l’Unione Europea e s’apprestano a privarla delle fonti di energia. Se la classe dirigente europea non apre gli occhi, l’alleanza con Washington porterà all’affondamento dell’economia dell’Unione. È illusorio credere che le nazioni europee saranno risparmiate in quanto Paesi sviluppati. Gli Straussiani scrissero già nel 1992 che non avrebbero esitato a distruggere la Germania e l’UE.

 

 

 

Dal 1949 il filosofo tedesco ebreo Leo Strauss insegnò all’università di Chicago. Molto presto radunò attorno a sé un piccolo gruppo di accoliti ebrei, scelti fra i suoi allievi, cui riservò un insegnamento orale molto diverso da quello esposto nelle opere scritte.

 

Secondo Strauss, le democrazie erano state incapaci di proteggere gli ebrei dalla soluzione nazista. Per evitare il ripetersi del dramma e che la mannaia si abbattesse nuovamente sugli ebrei, i discepoli dovevano tenere il coltello dalla parte del manico: Strauss li consigliò di costruire la propria dittatura.

 

Leo Strauss chiamò i suoi discepoli opliti (i soldati di Sparta) e li istruì perché andassero a disturbare le lezioni di alcuni suoi colleghi.

 

Molti membri di questa setta hanno svolto elevatissimi incarichi negli Stati Uniti e in Israele. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, il funzionamento e l’ideologia di questo gruppuscolo sono stati oggetto di molte polemiche. I partigiani e gli avversari del filosofo si sono scontrati in un’infinità di pubblicazioni. Tuttavia i fatti sono incontrovertibili. (1)

 

Autori antisemiti hanno mescolato, a torto, straussiani, comunità ebraiche della diaspora e Stato d’Israele. Ebbene, l’ideologia di Leo Strauss non fu mai discussa nel mondo ebraico prima dell’11 Settembre. Dal punto di vista sociologico è un fenomeno settario, nient’affatto rappresentativo della cultura ebraica. Tuttavia, nel 2003, alla presenza di altri dirigenti israeliani, i sionisti revisionisti di Benjamin Netanyahu conclusero un patto con gli Straussiani statunitensi (2). L’alleanza non fu mai resa pubblica.

 

Una caratteristica di questo gruppuscolo è che è pronto a tutto. Per esempio, volevano far tornare l’Iraq all’età della pietra. Ed è quanto hanno effettivamente fatto. Secondo loro qualsiasi sacrificio è accettabile, anche da parte di loro stessi, pur di continuare a essere i primi; non i migliori, ma i primi! (3)

 

Nel 1992 un consigliere del segretario alla Difesa, lo straussiano Paul Wolfowitz, redasse il Defense Planning Guidance, il primo documento ufficiale Usa ispirato al pensiero di Leo Strauss. (4)

 

Wolfowitz fu iniziato al pensiero di Strauss dal filosofo statunitense Allan Bloom (amico del francese Raymond Aron) e conobbe Strauss solo al termine dell’insegnamento a Chicago. Ciononostante, l’ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU, Jeane Kirkpatrick, ha individuato in Wolfowitz «una delle grandi figure straussiane». (5)

 

Nel contesto del crollo dell’Unione Sovietica, Wolfowitz ha elaborato una strategia per mantenere l’egemonia degli Stati Uniti sul resto del mondo.

 

Il Defense Planning Guidance avrebbe dovuto rimanere riservato, ma il New York Times ne rivelò le linee principali e ne pubblicò alcuni stralci (6). Tre giorni dopo il Washington Post ne rivelò altri dettagli (7). Il testo originale non fu mai pubblicato, ne circolò una versione rivista dal segretario alla Difesa (e futuro vicepresidente) Dick Cheney.

 

Si sa che il documento originale si fonda su una serie di riunioni cui parteciparono gli straussiani Andrew Marshall, teorico del Pentagono che fu sostituito tre anni dopo la sua morte da Arthur Cebrowski, poi Albert Wohlstetter, l’ideatore della strategia della dissuasione atomica, nonché suo genero Richard Perle, futuro direttore del Defence Policy Board.

 

Il Defense Planning Guidance fu redatto da un allievo di Wohlstetter, Zalmay Khalilzad, futuro ambasciatore all’ONU.

 

Il documento parla di un nuovo «ordine mondiale […] alla fine retto dagli Stati Uniti», ove la superpotenza avrebbe stretto soltanto alleanze contingenti, a seconda dei conflitti. L’ONU, e persino la NATO, avrebbero dovuto essere progressivamente messi da parte.

 

In senso più ampio, la dottrina Wolfowitz teorizza la necessità per gli Stati Uniti di bloccare l’emergere di ogni potenziale minaccia alla propria egemonia, segnatamente di «nazioni avanzate», come Germania e Giappone.

 

In particolare viene presa di mira l’Unione Europea: «benché gli Stati Uniti sostengano il progetto d’integrazione europea, dobbiamo vigilare per prevenire l’emergere di un sistema di sicurezza esclusivamente europeo, che minerebbe la NTO, in particolare la sua struttura di comando integrato».

 

Di conseguenza, gli europei saranno invitati a inserire nel Trattato di Maastricht una clausola che subordina la loro politica di difesa a quella della NATO, mentre il rapporto del Pentagono raccomanderà l’integrazione nell’Unione Europea di nuovi Stati dell’Europa centrale e orientale, cui al tempo stesso verrà accordato il vantaggio di un’intesa militare con gli Stati Uniti che li protegga da eventuale attacco russo. (8)

 

 

Il documento è pazientemente messo in atto da trent’anni.

Il Trattato di Maastricht, titolo V, articolo J4, paragrafo 4 stabilisce: «La politica dell’Unione ai sensi del presente articolo non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri, rispetta gli obblighi derivanti per alcuni Stati membri dal trattato dell’Atlantico del Nord ed è compatibile con la politica di sicurezza e di difesa comune adottata in questo ambito».

 

Queste disposizioni sono state riprese da diversi testi, anche dall’art. 42 del Trattato sull’Unione Europea.

 

Gli Stati membri dell’ex Patto di Varsavia hanno aderito quasi tutti all’Unione Europea. La loro decisione è stata una scelta imposta da Washington e annunciata dal segretario di Stato James Baker poco prima della riunione del Consiglio europeo che l’ha avallata.

 

Nel Duemila Paul Wolfowitz fu, con Zbigniew Brzezinski, il principale oratore di un vasto convegno ucraino-statunitense a Washington, organizzato dai nazionalisti integralisti ucraini rifugiati negli USA.

 

Wolfowitz s’impegnò a sostenere l’Ucraina indipendente, a provocare l’entrata in guerra della Russia contro Kiev e infine a finanziare la distruzione del rivale degli Stati Uniti che stava rifiorendo. (9)

 

Gli impegni sono stati messi in atto con l’Ukraine Democracy Defense Lend-Lease Act of 2022, adottato il 28 aprile 2022 (10): l’Ucraina è dispensata da ogni procedura di controllo degli armamenti, in particolare dalla certificazione della destinazione finale; costosissime armi sono concesse in prestito-noleggio dagli USA all’UE per difendere l’Ucraina. Quando la guerra sarà finita gli europei dovranno pagare quanto consumato. E il conto sarà salato.

 

Benché le élite europee abbiano finora tratto beneficio dall’alleanza con gli Stati Uniti, non devono meravigliarsi se, come vuole il Defense Planning Guidance, oggi Washington tenta di distruggerle.

 

Già dopo gli attentati dell’11 Settembre hanno potuto constatare ciò di cui gli Usa sono capaci: Paul Wolfowitz impedì ai Paesi che avevano espresso riserve sulla guerra contro l’Iraq, come Germania e Francia, di concludere contratti per la ricostruzione del Paese. (11)

 

Nella congiuntura attuale l’aumento dei prezzi delle fonti di energia, cui se n’è aggiunta la penuria, minacciano non solo il riscaldamento e il trasporto dei cittadini, ma soprattutto la sopravvivenza delle industrie. Se il fenomeno si protrarrà sarà l’insieme dell’economia europea a crollare bruscamente, facendo retrocedere la popolazione di almeno un secolo.

 

È un fenomeno difficile da analizzare dal momento che i prezzi e la disponibilità delle fonti di energia dipendono da numerosi fattori.

 

Innanzitutto i prezzi derivano dalla domanda e dall’offerta. Sono dunque risaliti con la ripresa dell’economia globale dopo la fine della pandemia di COVID-19.

 

Secondariamente le fonti di energia sono l’obiettivo principale degli speculatori, ancor più delle monete. Il prezzo mondiale del petrolio può aumentare di 2,5 volte per effetto solo della speculazione.

 

Questi sono fenomeni ricorrenti e conosciuti. Ma le sanzioni contro la Russia, rea di aver voluto applicare l’Accordo di Minsk II, di cui si era fatta garante di fronte al Consiglio di Sicurezza, hanno mandato in frantumi il mercato mondiale.

 

Ora il prezzo globale non esiste più, i prezzi si differenziano a seconda dei Paesi dei venditori e degli acquirenti. I prezzi dell’energia sono tuttora quotati in borsa a Wall Street e alla City, ma non hanno alcun rapporto con i prezzi praticati a Beijing o a Nuova Delhi.

 

Ma, soprattutto, petrolio e gas, prima abbondanti nell’Unione Europea, ora qui cominciano a scarseggiare, pur continuando a sovrabbondare a livello globale.

 

Tutti i nostri punti di riferimento sono stravolti. I nostri strumenti statistici, concepiti per il mercato globale, si rivelano inutili. Possiamo solo formulare ipotesi, ma non abbiamo strumenti per verificarle. Questo permette a tanti “esperti” di raccontare con aria dotta un sacco di idiozie; di fatto tutti si sbizzarriscono in pronostici.

 

Uno dei nuovi fattori è il riflusso dei dollari che servivano per gli scambi, nonché per la speculazione, e che non sono più utilizzabili in determinati Paesi. Questa moneta, soprattutto virtuale, esce dalla Russia e dai Paesi suoi alleati per andare o tornare in Paesi dove ha ancora corso. Un fenomeno gigantesco che la Riserva federale e le forze armate USA hanno sempre voluto evitare, ma che gli straussiani dell’amministrazione Biden (il segretario di Stato Antony Blinken e la vice Victoria Nuland) hanno deliberatamente provocato.

 

Convinti, a torto, che la Russia ha invaso l’Ucraina e intende annetterla, gli europei si sono auto-vietati di commerciare con Mosca. Continuano a usare gas russo, ma sono persuasi che Gazprom chiuderà il rubinetto.

 

Per esempio, la stampa europea ha annunciato che la compagnia russa avrebbe chiuso il gasdotto Nord Stream, sebbene la società avesse solo avvertito di un’interruzione di tre giorni per ragioni tecniche. Normalmente le forniture dei gasdotti vengono interrotte due giorni ogni due mesi per manutenzione. In questo caso, il blocco occidentale, che impediva la restituzione delle turbine inviate in Canada per la riparazione, ha creato intralci a Gazprom. Poco importa, la popolazione europea ha capito che i cattivi russi avrebbero chiuso il gas alla vigilia dell’inverno.

 

La propaganda europea mira a preparare l’opinione pubblica alla chiusura definitiva del gasdotto, addossandone la responsabilità alla Russia.

 

In questa vicenda gli europei non fanno che applicare le direttive degli straussiani: sabotano la propria industria a danno dei cittadini. Già alcune imprese energivore hanno ridotto la produzione, se non addirittura chiuso.

 

Il processo di decadenza dell’Unione Europea sarà inarrestabile fintanto che qualcuno oserà opporvisi.

 

Con grande sorpresa generale, il 3 settembre si è svolta a Praga una manifestazione a favore della Russia. La polizia ha ammesso la partecipazione di 70 mila persone, su 10 milioni di abitanti; probabilmente i manifestanti erano più numerosi. I commentatori politici li hanno denigrati definendoli «utili idioti di Putin». Sono insulti che mascherano malamente il disagio delle élite europee.

 

Gli esperti di energia considerano inevitabili interruzioni di corrente in tutta l’Unione. Solo l’Ungheria, che ha ottenuto alcune dispense, potrebbe sfuggire alle regole del mercato unico dell’energia. I Paesi in grado di produrre elettricità la dovranno condividere con i Paesi incapaci di produrla, non importa se per iattura o imprevidenza.

 

Bruxelles dovrebbe cominciare da un abbassamento di tensione elettrica, poi decretare interruzioni notturne, infine diurne. I privati avranno difficoltà nell’uso degli ascensori, per il riscaldamento invernale, per cucinare, se utilizzano fornelli elettrici; inoltre, chi utilizza treni, autobus o vetture elettriche avrà difficoltà negli spostamenti.

 

Le imprese energivore, come gli altiforni, dovrebbero chiudere. Alcune infrastrutture dovrebbero diventare impraticabili: per esempio i tunnel oltre una certa lunghezza, che non potranno più essere aerati. Ma, soprattutto, gli impianti elettronici, concepiti per funzionare ininterrottamente, non sopporteranno ripetute interruzioni.

 

Sarà il caso, per esempio, delle reti di telefonia mobile, che dopo tre mesi di simile trattamento saranno inservibili.

 

Nei Paesi del Terzo Mondo, ove l’elettricità scarseggia, si utilizzano led a batteria per illuminazione e UPS [gruppi di continuità] per alimentare macchine che consumano poco, come computer o televisori. Ma sono strumenti non commercializzati nell’Unione.

 

Il PIL dell’Unione è già diminuito di quasi l’1%. La recessione continuerà, come pianificato dagli straussiani, o i cittadini dell’Unione si opporranno come ha cominciato a fare parte del popolo ceco?

 

Gli straussiani andranno fino in fondo. Hanno approfittato della decadenza statunitense per arrogarsi il Potere, quello vero. Giacché un tossicodipendente, mai eletto, può utilizzare aerei ufficiali a gogò per fare affari ovunque nel mondo (12), gli straussiani si sono installati con discrezione all’ombra del presidente Biden e governano in sua vece.

 

I dirigenti europei dal canto loro o sono ciechi o troppo coinvolti per fermarsi, per riconoscere trent’anni di errori e invertire la rotta.

 

Cosa va ricordato:

Gli straussiani sono una setta di fanatici pronta a tutto pur di mantenere la supremazia degli Stati Uniti sul mondo.

 

Hanno pianificato le guerre che funestano il mondo da trent’anni e l’attuale in Ucraina.

 

Hanno persuaso l’Unione Europea che Mosca voleva annettersi l’Ucraina, poi tutta l’Europa centrale, convincendo Bruxelles a bloccare ogni transazione commerciale con la Russia.

 

La crisi energetica, solo agli inizi, spinge l’Unione Europea verso interruzioni di elettricità e di corrente che provocheranno devastazioni sul tenore di vita dei cittadini e sull’economia.

 

 

Thierry Meyssan

 

 

NOTE

1) Gli specialisti interpretano il pensiero politico di Leo Strauss in modo molto contraddittorio. Per quanto mi riguarda, non m’interesso alla posizione del filosofo sui pensatori classici, ma a quello che professano coloro che, a torto o a ragione, fanno riferimento al suo pensiero e che si trovano al Pentagono, nonché adesso anche al dipartimento di Stato. Political Ideas of Leo Strauss, Shadia B. Drury, Palgrave Macmillan (1988.); Leo Strauss and the Politics of American Empire, Anne Norton, Yale University Press (2005); The Truth About Leo Strauss: Political Philosophy and American Democracy, Catherine H. Zuckert & Michael P. Zuckert, University of Chicago Press (2008); Leo Strauss and the conservative movement in America : a critical appraisal, Paul Edward Gottfried, Cambridge University Press (2011); Crisis of the Strauss Divided: Essays on Leo Strauss and Straussianism, East and West, Harry V. Jaffa, Rowman & Littlefield (2012); Leo Strauss and Anglo-American Democracy: A Conservative Critique, Grant Havers, Cornell University Press (2013); Leo Strauss and the Invasion of Iraq: Encountering the Abyss, Aggie Hirst, Routledge (2013); Leo Strauss, The Straussians, and the Study of the American Regime, Kenneth L. Deutsch, Rowman & Littlefield (2013); Straussophobia : Defending Leo Strauss and Straussians Against Shadia Drury and Other Accusers, Peter Minowitz, Lexington Books (2016); Leo Strauss in Northeast Asia, Jun-Hyeok Kwak & Sungwoo Park, Routledge (2019).

3) Per una breve storia degli straussiani si veda: «È agli Straussiani che la Russia ha dichiarato guerra», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 7 marzo 2022.

4)Il rapporto del 1976 dell’«Équipe B», che accusava l’URSS di voler dominare il mondo, non era un’esposizione della dottrina, ma un’argomentazione propagandistica per giustificarla.

5) Intervista a James Mann, citata in Rise of the Vulcans: The History of Bush’s War Cabinet, James Mann, Viking (2004).

6) «US Strategy Plan Calls For Insuring No Rivals Develop» Patrick E. Tyler, New York Times, 8 marzo, 1992. Il quotidiano ne pubblica anche ampi stralci a pag. 14: «Excerpts from Pentagon’s Plan: “Prevent the Re-Emergence of a New Rival”».

7)«Keeping the US First, Pentagon Would preclude a Rival Superpower» Barton Gellman, The Washington Post, 11 marzo, 1992.

8) «Paul Wolfowitz, l’âme du Pentagone», di Paul Labarique, Réseau Voltaire, 4 ottobre 2004.

9) Cfr.: “Ucraina: la seconda guerra mondiale non è finita”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 26 aprile 2022.

11) «Instructions et conclusions sur les marchés de reconstruction et d’aide en Irak», di Paul Wolfowitz, Réseau Voltaire, 10 dicembre 2003.

12)  «La decadenza dell’impero statunitense», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 6 settembre 2022.

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

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Geopolitica

Lavrov: UE sta commettendo un «harakiri». E aggiunge: europei terrorizzati dai piani di Trump

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L’UE sta di fatto commettendo un «harakiri» abbandonando l’energia russa nel tentativo di danneggiare Mosca, ha dichiarato il ministro degli Esteri della Federazione Russa Sergej Lavrov.

 

Lunedì, parlando agli studenti dell’Istituto statale di relazioni internazionali di Mosca (MGIMO), la principale accademia di formazione diplomatica russa, Lavrov ha sostenuto che i leader europei stanno facendo pagare ai propri elettori il costo delle politiche nei confronti della Russia.

 

«L’Europa sta semplicemente commettendo harakiri e dichiarando con orgoglio che il suo popolo deve soffrire… per i valori europei», ha affermato Lavrov, riferendosi al suicidio rituale giapponese noto anche come seppuku.

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«A quanto pare, per “valori europei” intendono il nazismo, seppellire i criminali nazisti con onori militari e vietare la lingua russa, l’istruzione in lingua russa, la cultura e i media russi, nonché la Chiesa ortodossa ucraina canonica», ha aggiunto, riferendosi alle politiche del governo ucraino sostenuto dalla UE.

 

Lavrov ha sostenuto che il tentativo dell’UE di fare pressione su Mosca non è riuscito a privare la Russia di clienti. «Non c’è alcun panico. Abbiamo sempre avuto molti acquirenti», ha affermato, aggiungendo che gli esportatori russi si sono orientati verso «quelli più affidabili». «Se l’Europa vuole pagare 800-900 dollari per mille metri cubi di gas naturale liquefatto americano, cosa possiamo farci?», ha chiesto.

 

A causa delle sanzioni occidentali, la Russia ha riorientato progressivamente le proprie esportazioni energetiche verso l’Asia. Le spedizioni di greggio via mare verso la Cina hanno raggiunto il livello record di 1,86 milioni di barili al giorno a gennaio, con un aumento del 46% su base annua. La Russia è rimasta inoltre il principale fornitore di petrolio dell’India, vendendo circa 2,1 milioni di barili al giorno ad agosto, pari al 45% delle importazioni del Paese, secondo la società di intelligence marittima Kpler.

 

Lavrov ha affermato che questo cambiamento non dovrebbe essere visto come un improvviso «pivot verso l’Est», sostenendo che la Russia ha a lungo coltivato legami economici in entrambe le direzioni.

 

Il mese scorso la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha riconosciuto che la perdita delle importazioni di energia a basso costo ha inferto un duro colpo all’economia del blocco. Lavrov ha sostenuto che tali politiche dimostrano che i leader europei «non pensano agli elettori che li hanno portati al potere».

 

In un’intervista pubblicata martedì, Lavrov ha proseguito dicendo che i  leader europei erano «terrorizzati» dalle proposte del presidente statunitense Donald Trump per la risoluzione del conflitto in Ucraina e hanno lavorato senza sosta per sabotare gli sforzi di compromesso di Washington.

 

L’alto diplomatico russo ha accusato i membri europei della NATO di voler impedire a Trump di riprendere le idee discusse con il presidente russo Vladimir Putin in Alaska lo scorso anno. Ha inoltre fatto riferimento a una telefonata tra i due leader avvenuta il 4 luglio di quest’anno.

 

«L’Europa capisce che se gli americani tornassero improvvisamente alle loro proposte originali… come è successo ad Anchorage, l’Europa si spaventerebbe a morte», ha detto Lavrov. Secondo lui, i leader europei si sono «sbrigati immediatamente» a convincere Trump ad abbandonare le proprie iniziative.

 

Lavrov ha richiamato le dichiarazioni del presidente francese Emmanuel Macron al vertice NATO di giugno, in cui il leader francese si era sostanzialmente vantato del fatto che l’iniziativa di Anchorage fosse stata «sepolta» e che Washington fosse di nuovo allineata con l’Europa in un fronte unito contro la Russia.

 

«Se la diplomazia occidentale si riduce a frenare i Paesi che propongono iniziative di compromesso ragionevoli ed equilibrate, allora così sia», ha affermato Lavrov. Mosca perseguirebbe quindi i suoi obiettivi «non al tavolo delle trattative», che a suo dire la Russia preferirebbe, «ma sul campo di battaglia».

 

Le dichiarazioni di Lavrov arrivano mentre l’amministrazione Trump si impegna di nuovo per rilanciare la diplomazia in stallo. L’inviato speciale statunitense Steve Witkoff e il genero di Trump, Jared Kushner, hanno incontrato Putin a Mosca sabato per oltre tre ore, prima di recarsi a Kiev il giorno successivo.

 

La Casa Bianca ha affermato che le parti hanno discusso «piani concreti per i prossimi passi» verso la fine del conflitto, mentre il collaboratore del Cremlino Yury Ushakov ha descritto l’incontro come «estremamente franco» e ha dichiarato che gli inviati americani hanno presentato diverse idee su possibili vie per una soluzione.

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Lavrov, tuttavia, ha sostenuto che gran parte del discorso pubblico sulla diplomazia proveniente da Kiev e dai suoi sostenitori occidentali ha lo scopo di ottenere un’ulteriore tregua nei combattimenti e dare agli alleati ucraini il tempo di riarmarsi e riorganizzarsi. Nonostante il rinnovato impegno degli Stati Uniti, Lavrov ha insistito sul fatto che al momento non sono in corso negoziati di pace costruttivi.

 

«Sul fronte diplomatico non sta succedendo nulla», ha affermato, aggiungendo che gli sviluppi si stanno invece verificando «sul fronte reale», dove le forze russe stanno avanzando.

 

Il ministro degli Esteri ha inoltre avvertito che Mosca intende dare seguito alle minacce di rappresaglia per gli attacchi ucraini contro le infrastrutture civili russe. La Russia aveva avvertito che tali attacchi avrebbero innescato una risposta «molto più dura per l’Ucraina», ha affermato, aggiungendo: «Questo sta accadendo ora».

 

Il massimo diplomatico russo ha anche criticato Londra, che ha promesso di rimanere al fianco di Kiev fino alla fine. «Mi dispiace per la Gran Bretagna», ha detto, poiché la sua fine «non sarà felice».

 

Riguardo ai preparativi europei per un possibile futuro conflitto con Mosca, Lavrov ha ribadito la posizione di Putin secondo cui la Russia non ha alcuna intenzione di attaccare l’Europa. Tuttavia ha avvertito che se i Paesi europei dovessero attaccare la Russia, si tratterebbe di «una guerra fondamentalmente diversa» e «molto breve».

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);

 

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Geopolitica

Otto Paesi musulmani denunciano i piani israeliani di espellere i palestinesi da Gaza

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I ministri degli Esteri di Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Giordania, Indonesia, Pakistan, Turchia ed Egitto hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui condannano le proposte discusse la scorsa settimana dal ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben Gvir e dal ministro della Difesa Israel Katz per l’espulsione della popolazione palestinese da Gaza, mascherata da eufemismi come «emigrazione volontaria». Lo riporta EIRN.   La dichiarazione congiunta condanna tali proposte affermando: «Tali dichiarazioni e proposte incendiarie violano palesemente i principi del diritto internazionale, compreso il diritto internazionale umanitario, e rappresentano una minaccia diretta ai diritti legittimi e inalienabili del popolo palestinese… I ministri ribadiscono il loro inequivocabile rifiuto e la loro condanna di qualsiasi tentativo o piano volto a sfollare il popolo palestinese, sia all’interno che all’esterno dei Territori Palestinesi Occupati, con qualsiasi pretesto o giustificazione. Mettono in guardia contro le gravi conseguenze derivanti dal trasformare gli appelli allo sfollamento forzato in politiche dichiarate o misure concrete volte a sradicare i palestinesi dalla loro terra».   Tali azioni costituiscono una sfida diretta agli sforzi internazionali volti al raggiungimento della pace, primo fra tutti il Piano globale del presidente Donald Trump per porre fine al conflitto di Gaza, che include il suo inequivocabile rifiuto degli sfollamenti forzati, e rischiano seriamente di compromettere le prospettive di stabilità nella regione.

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I ministri «ribadiscono che l’unica via per raggiungere una pace giusta e duratura risiede nell’attuazione della soluzione dei due Stati con la creazione di uno Stato palestinese indipendente, secondo i principi del 4 giugno 1967, con Gerusalemme Est come capitale, in conformità con le pertinenti risoluzioni del diritto internazionale».   «I ministri invitano inoltre la comunità internazionale, in particolare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ad assumersi le proprie responsabilità e a contrastare con fermezza qualsiasi tentativo di imporre una nuova realtà demografica o geografica nei Territori Palestinesi Occupati, garantendo il rispetto delle norme del diritto internazionale. Ribadiscono il loro pieno e continuo sostegno alla fermezza del popolo palestinese sulla propria terra e il loro rifiuto di ogni tentativo volto a cancellare la causa palestinese o a minare i legittimi diritti del popolo palestinese».   Il 3 agosto il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir ha presentato un piano per favorire l’emigrazione «volontaria» dei palestinesi da Gaza, secondo quanto riferito dal quotidiano israeliano Ynet. La proposta punta a far uscire da Gaza 250.000 palestinesi nel primo anno e 1,86 milioni entro sette anni.   L’idea di sfollare con la forza milioni di palestinesi da Gaza è stata avanzata più volte da leader israeliani e statunitensi dall’inizio di quello che il testo definisce il genocidio dei palestinesi nell’ottobre 2023.   Una proposta del ministero dell’Intelligence israeliano che chiedeva la pulizia etnica di Gaza è trapelata pochi giorni dopo l’operazione di Hamas contro la moschea di Al-Aqsa del 7 ottobre 2023, scrive The Cradle. Il piano prevedeva di scatenare su Gaza una violenza tale che lo spostamento forzato dei palestinesi verso campi nella penisola del Sinai, in Egitto, o in Paesi ancora più lontani apparisse come un’iniziativa umanitaria destinata a salvare vite palestinesi.   Da allora, secondo il ministero della Salute di Gaza, Israele ha ucciso oltre 73.000 palestinesi, in gran parte donne e bambini. Stime indipendenti, che tentano di quantificare anche le morti indirette legate alla guerra, arrivano a centinaia di migliaia.   Almeno 800.000 palestinesi sono senzatetto e vivono in campi di tende precari lungo la costa della Striscia, dopo che bombardamenti e demolizioni israeliane hanno distrutto le loro case.

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Ben Gvir e altri coloni ebrei in Israele hanno sostenuto tali piani come parte dell’obiettivo più ampio di annettere Gaza e insediare colonie ebraiche nell’enclave devastata. Come riportato da Renovatio 21, a febbraio 2024 ministri del gabinetto Netanyahu si trovarono ad un convegno pubblicoche celebrava la colonizzazione celebrato con balli sfrenati su musica tunza-tunza.   Nel febbraio 2025 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump propose di svuotare Gaza dai palestinesi nell’ambito dei suoi progetti per ricostruire la Striscia e trasformarla nella «Riviera del Medio Oriente». In alcune fasi anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha promosso piani analoghi.   Secondo Ben Gvir, Turchia, Etiopia, Congo e diversi Paesi arabi figurano tra le possibili destinazioni dello sfollamento forzato dei palestinesi. Al momento, tuttavia, nessun Paese ha accettato di accogliere come rifugiati i palestinesi cacciati da Gaza.   La proposta prevede un investimento iniziale israeliano di 3,3 miliardi di dollari per avviare il programma, più un finanziamento israeliano di pari importo fino a 16 miliardi di dollari, subordinato alla partecipazione internazionale e ad accordi con i Paesi che accoglieranno i palestinesi. .

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Immagine di Jaber Jehad Badwan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International   
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Bardella: la Francia non può finanziare l’Ucraina per sempre

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La Francia non dispone di risorse proprie e non può finanziare l’Ucraina all’infinito, ha dichiarato Jordan Bardella, presidente del partito di destra Rassemblement National (NR) di Marine Le Pen.

 

Il principale partito di opposizione francese è stato oggetto di dure critiche da parte dei rivali all’inizio di questa settimana, dopo che il vicepresidente Louis Aliot ha affermato che NR «chiuderebbe i rubinetti» per Kiev qualora salisse al potere dopo le elezioni presidenziali del 2027. Si ritiene che Le Pen abbia ottime possibilità di successo alle elezioni del prossimo anno, indipendentemente da chi sarà il suo avversario al secondo turno.

 

Sabato, intervenendo al Forum Ambrosetti a Cernobbio, Bardella è tornato sulla questione, sostenendo che l’Ucraina ha bisogno del sostegno della Francia e delle altre nazioni occidentali nel conflitto con la Russia, ma che «il nostro obiettivo non dovrebbe essere quello di finanziare la guerra ad vitam æternam», espressione latina che significa «per sempre».

 

La Francia ha un debito pubblico di 3.500 miliardi di euro e non può «dare soldi che non abbiamo più» al governo di Volodymyr Zelens’kyj, ha sostenuto.

 

«La situazione estremamente grave e preoccupante delle finanze pubbliche francesi significa che non possiamo erogare denaro senza garanzie o assicurazioni che questo denaro verrà un giorno restituito», ha affermato il presidente del Rassemblement National.

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Parigi è stata uno dei più convinti sostenitori di Kiev nell’UE dopo l’escalation del conflitto in Ucraina nel febbraio 2022, erogando miliardi in aiuti militari e diverse armi sofisticate, tra cui obici semoventi CAESAR e aerei da combattimento Mirage.

 

Secondo il Bardella, gli americani erano «molto più furbi» degli europei nel fornire assistenza a Kiev, «perché i fondi che hanno dato all’Ucraina sono garantiti contro l’estrazione di terre rare». Si riferiva all’accordo raggiunto lo scorso anno tra Washington e Kiev, che assicura agli Stati Uniti un accesso preferenziale alle risorse minerarie ucraine.

 

Durante il secondo mandato del presidente statunitense Donald Trump, Washington ha inoltre ridotto in misura significativa gli aiuti all’Ucraina, costringendo i membri europei della NATO a pagare le armi di fabbricazione americana destinate al Paese.

 

All’inizio di questa settimana Trump ha avvertito che intende presentare all’Europa un conto, seppur tardivo, per i miliardi di dollari che Washington ha speso per armare l’Ucraina sotto la presidenza del predecessore Joe Biden. In precedenza aveva stimato che Biden avesse fornito a Kiev armi per un valore di oltre 300 miliardi di dollari «gratuitamente».

 

Giovedì Le Pen ha dichiarato che il Rassemblement National è scettico su ulteriori aiuti all’Ucraina perché ritiene che il conflitto con la Russia richieda una soluzione diplomatica.

 

Un sondaggio Harris Interactive di fine agosto indicava che Le Pen godeva del sostegno del 34% dell’opinione pubblica francese, risultato che dovrebbe garantirle l’accesso al secondo turno delle presidenziali, dove avrebbe probabilmente una vittoria agevole contro il rivale di sinistra Jean-Luc Mélenchon o il candidato centrista, l’ex primo ministro Édouard Philippe.

 

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Immagine di Thomas Bresson via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International

 

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