Pensiero
Hiroshima e i papi del sacrificio umano
Tutti gli anni Renovatio 21 ripropone in questi giorni un articolo su un’ipotesi storica misconosciuta quanto gravissima: la possibile complicità di monsignor Montini, cioè del futuro papa, nella chiusura del canale diplomatico tra Giappone e USA nei primi mesi del 1945 – qualcosa che di fatto comportò che la guerra durasse, nei massacri, ancora per mesi, cioè fino all’ecatombe finale dell’atomo su Hiroshima e Nagasaki.
Per chi in questi anni non ha letto il pezzo, ripetiamo i fatti. Il 17 gennaio 1945 il rappresentante diplomatico del Sol Levante presso la Santa Sede Masahide Kanayama (1909-1997), si vide con il sostituto della Segreteria di Stato vaticano Giovanni Montini (1897-1978), l’uomo che 18 anni dopo sarebbe divenuto papa con il nome di Paolo VI.
Kanayama, si badi, non era ambasciatore: quello era Ken Harada (1893-1973). Kanayama, cioè, era con ogni probabilità l’uomo che doveva portare a termine un lavoro nascosto, cioè aprire il canale segreto per fare appello al papa affinché facesse finire, come mediatore con gli USA, la guerra nel Pacifico.
Di particolare importanza, quindi le parole che il diplomatico nipponico proferì durante l’incontro con Montini.
«I pacifisti in Giappone hanno grande fede nella Santa Sede. Un tentativo della Santa sede di iniziare la mediazione incoraggerebbe di molto i nostri pacifisti, anche se non vi fossero risultati concreti nell’immediato» disse Kanayama.
La risposta di Montini fu una porta chiusa in faccia: «è a noi chiaro che la distanza tra i punti di vista fra i due belligeranti è troppo ampia per permettere la mediazione papale».
Seguì, quell’agosto, la distruzione atomica di due intere città giapponesi. La seconda, Nagasaki, considerabile come l’unica vera città cattolica del Paese, dove il cattolicesimo romano era la maggioranza fra la popolazione, riuscendo incredibilmente, eroicamente a sopravvivere ai secoli di persecuzione dello shogunato, e offrendo a Cristo fiumi di sangue di martire.
Il fatto che gli USA del presidente massone Truman abbiano bombardato proprio Nagasaki è una strana coincidenza storica sulla quale qui, oggi, non ci soffermeremo. Né ci fermeremo a discutere di come alcuni arrivino a considerare Montini come un asset dell’OSS, il servizio segreto antesignano della CIA: il cardinale parlava con il vertice delle barbe finte USA «Wild Bill» Donovan, e soprattutto con il capo-spia italofono James Jesus Angleton, paranoico e poeta personaggio considerato «madre della CIA».
Rimane di fatto il ruolo di Montini nella continuazione del conflitto che avrebbe portato all’annientamento di circa 120 mila civili giapponesi – uomini, donne, bambini, vecchi, i più fortunati polverizzati dal fuoco nucleare, i meno fortunati costretti a portare sul proprio corpo i segni e i dolori di quelle grandi prove generali per l’arma apocalittica.
È impossibile, oggi, non pensare a questa catena di eventi. Non tanto per attaccare Montini, ma per il fatto che ci troviamo nel momento della storia in cui, più che mai, siamo a pochi centimetri dalla distruzione termonucleare globale. I falchi americani ne hanno parlato sin dal primo mese di guerra; la cosa più preoccupante, abbiamo visto su queste pagine, è che hanno cominciato a parlarne anche gli intellettuali russi, dettagliando anche sul fatto che per prima dovrebbe essere atomizzata una città europea, di uno dei Paesi che ha armato l’Ucraina. Poi ci sono stati i segni più grotteschi, come lo spot andato in onda a Nuova York dove si diceva alla popolazione che in caso di attacco atomico era meglio chiudere le finestre.
Nessuno pare rendersi davvero conto di cosa rappresenta la bomba atomica: uno strumento che oltre la devastazione, va verso la cancellazione del creato stesso, un concetto talmente immenso che nemmeno è chiaro se, ha affermato qualche psicanalista, la mente umana abbia gli strumenti per comprenderlo del tutto.
Le conseguenze, studiate durante la guerra fredda o anche recentemente, paiono non interessare più. Milioni di morti subito, miliardi poi per fame, o per una piccola glaciazione che segue alla catastrofe atomica – il cosiddetto «inverno nucleare», un cambiamento climatico vero, questa volta, e pazienza se gli stessi che parlano di climate change oggi (i verdi tedeschi, le sinistre mondiali e pure italiane) sono gli stessi che spingono la guerra in Ucraina, magari pure gli appetiti atomici di Kiev, e quindi il rischio di sconvolgere il clima del pianeta per davvero.
Montini forse non poteva saperlo, tuttavia è curioso come questa figura, dopo l’incontro con Kanayama, abbia fatto una grande carriera, rendendosi protagonista di decisioni che hanno pesato, lo sappiate no, sulle nostre stesse vite. Fatto vescovo e cardinale, fu piazzato nell’arcidiocesi più importante del mondo, Milano, dove si sarebbero accumulati dossier e voci su presunte particolarità della sua vita privata, che sarebbero poi diventata accuse pubbliche mosse da scrittori e giornalisti durante gli anni del suo papato.
Ma più che le illazioni riguardo la sua presunta omosessualità, conta nella storia di Paolo VI, un atto solo, di importanza capitale per il destino della chiesa cattolica e del gregge degli esseri umani: l’adulterazione, implementata nel 1969, della Santa Messa, trasformata in breve comizio in lingua volgare, con la Santa Eucarestia – cioè il Santissimo, cioè Nostro Signore, cioè la cosa più importante che vi sia – abbandonato in mano ai fedeli… e tutto il resto, lex orandi e lex credendi, il significato e lo stesso senso materiale della celebrazione stravolto e sterilizzato, come da dettami del Concilio Vaticano II, vera bomba atomica sganciata sulla dottrina cattolica e di conseguenza sulla chiesa stessa.
Il lettore acattolico può sbadigliare, e magari ha pure ragione. Tuttavia, per capire il discorso che stiamo per fare, basta soffermarsi su un preciso particolare materiale della Messa nuova di Montini: il sacerdote si è girato. Non è più rivolto ad orientem, ad deum, dando le spalle ai fedeli. No, ora è rivolto esclusivamente ad populum. Non guarda più Dio. Guarda gli uomini…
È possibile dire quindi che il rito è invertito. La parola tecnica, ci rendiamo conto piena di echi semantici, è proprio quella: invertito. Inversione.
Le persone religiose – di qualsiasi religione, pure – non possono che finire a chiedersi come ci si possa attendere che un cambiamento nel rito non comporti un cambiamento metafisico, trascendente. Se capovolgo un rituale, non è che l’effetto spirituale dello stesso sia, anche quello, invertito?
Ragionare sull’inversione metafisica del rito spalanca davanti alla propria anima un abisso nel quale si ha paura di guardare.
Se la Santa Messa è fondata sulla presenza reale – che è dogma – cosa è il suo contrario? È il grande niente, la vacuità della sunyata, del nirvana (nell’etimologia sanscrita: estinzione) di cui parlano i buddisti? È il nulla senza fine, l’ein sof, di cui parlano i cabalisti giudei? È la cancellazione dell’essere significata dalla bomba atomica?
Oppure il contrario della presenza reale di Cristo è la presenza reale di ciò che gli si oppone specularmente – la presenza reale dell’anticristo? Per logica, potrebbe essere. Se volete, a questo punto, spaventatevi pure, o ridacchiate, indignatevi, fate quello che volete. Vi ho detto che questo è un abisso, e non c’è giorno che la mia mente non ne venga divorata.
Mettiamola in modo più tecnico, più lineare: la Santa Messa è il sacrificio di Dio per gli uomini, come avvenuto nella Croce dove il Signore ha versato il suo sangue per i molti in remissione dei peccati.
E quindi, il contrario di ciò, cosa è, se non il sacrificio degli uomini per una divinità – e cioè il sacrificio umano? L’offerta della vita umana (di uomini, di vergini, di bambini) agli dei, come nella cruenta storia pagana del mondo?
Sì, la religione cattolica invertita porta necessariamente al sacrificio umano. Perché se non è Dio che si sacrifica per l’uomo, allora, nel senso invertito, è la vita degli uomini che diviene moneta spendibile nel contatto con gli dèi, cioè nel rito.
Se avete seguito, e compreso quello che sto dicendo, tante, tantissime cose, a cui magari non avete fatto subito caso, potrebbero divenirvi chiarissime. Tanti puntini si uniscono.
Dalla inspiegabile insistenza sul culto Pachamama e ora perfino sulla «messa maya» ai decenni di mancata vera opposizione all’aborto, dagli scandali pedofili (sempre meno scandalosi) all’accettazione degli squartamenti ospedalieri dei trapianti a cuor battente, dal degrado delle chiese alle aperture all’eutanasia, dai riti pagano-spiritisti in mondovisione al sempre più prossimo sdoganamento dei bambini fatti in provetta… tanti elementi, della nuova chiesa e del panorama mondano che essa va ad abbracciare, corrispondono.
La chiesa invertita è in sintonia con il mondo moderno, che è invertito e perverso – come promosso fra i ragazzi nelle scuole dalle educazioni al sesso gender o, piccolo segno della filosofia propalata in licei ed università, dallo straripare di personaggi come Nietzsche e della sua «trasmutazione di tutti i valori» che altro non è se non una linea di comando per caricare il sistema operativo di un eone satanico.
Abbiamo scritto un altro articolo, l’anno passato, con una tesi specifica: Montini può aver aiutato indirettamente la strage atomica, Bergoglio di fatto, potrebbe aver fatto perfino peggio, promuovendo attivamente la strage mRNA.
È un pensiero che può tormentare per sempre: questi sono i papi del sacrificio umano?
E il sacrificio umano, e l’inversione, sono fatti per servire e preparare la venuta del Cristo invertito, cioè dell’anticristo?
È probabile, anche se non certo, che potreste essere qui per vedere i tempi ultimi. E chi credete che incontrerete, dapprima, arrivati a quel punto? Credete che non gli stiano preparando la strada?
Bombe atomiche, spiriti, creazione di omuncoli umanoidi, cospirazioni, sacrifici di bambini, anticristi. In realtà, in che mondo credevate di essere capitati?
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Arriva la «scomunica marinata»?
Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.
Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.
La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.
Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?
Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.
L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.
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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.
La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.
Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.
Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.
Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„
Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.
Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.
Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.
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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.
La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.
Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.
A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.
Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.
C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”
Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».
I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.
Anvedi.
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»
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Palantir Founder Peter Thiel makes his first appearance on South Park, mocking his recent lectures in San Fransisco on the Antichrist pic.twitter.com/8leMiG4IBV
— HOT SPOT (@HotSpotHotSpot) October 16, 2025
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Pensiero
Ecône e il vero ordine mondiale
Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.
La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.
Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.
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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.
Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.

Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.
È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.
Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.
«On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.
La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.

Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.
Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.
Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?
In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.
A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.

Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/9HLHEUHqhy
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.
«Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»
Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/xqKM7l2sEe
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.
Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».
I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.
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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».
Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.
A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).
Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.
New SSPX bishop +Michael Goldade preaching at Vespers:
If the Catholic Church in her Tradition brings forth life, the modernist church is a desert that kills everything that it touches
It kills the supernatural life, the sources of grace & has placed man in the place of God. pic.twitter.com/TaO9hKgEIq
— Michael Haynes 🇻🇦 (@MLJHaynes) July 1, 2026
«Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».
La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.
Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.
In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.
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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.
Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.
Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.
E così sia.
Roberto Dal Bosco
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