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Hiroshima e i papi del sacrificio umano

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Tutti gli anni Renovatio 21 ripropone in questi giorni un articolo su un’ipotesi storica misconosciuta quanto gravissima: la possibile complicità di monsignor Montini, cioè del futuro papa, nella chiusura del canale diplomatico tra Giappone e USA nei primi mesi del 1945 – qualcosa che di fatto comportò che la guerra durasse, nei massacri, ancora per mesi, cioè fino all’ecatombe finale dell’atomo su Hiroshima e Nagasaki.

 

Per chi in questi anni non ha letto il pezzo, ripetiamo i fatti. Il 17 gennaio 1945 il rappresentante diplomatico del Sol Levante presso la Santa Sede Masahide Kanayama (1909-1997), si vide con il sostituto della Segreteria di Stato vaticano Giovanni Montini (1897-1978), l’uomo che 18 anni dopo sarebbe divenuto papa con il nome di Paolo VI.

 

Kanayama, si badi, non era ambasciatore: quello era Ken Harada (1893-1973). Kanayama, cioè, era con ogni probabilità l’uomo che doveva portare a termine un lavoro nascosto, cioè aprire il canale segreto per fare appello al papa affinché facesse finire, come mediatore con gli USA, la guerra nel Pacifico.

 

Di particolare importanza, quindi le parole che il diplomatico nipponico proferì durante l’incontro con Montini.

 

«I pacifisti in Giappone hanno grande fede nella Santa Sede. Un tentativo della Santa sede di iniziare la mediazione incoraggerebbe di molto i nostri pacifisti, anche se non vi fossero risultati concreti nell’immediato» disse Kanayama.

 

La risposta di Montini fu una porta chiusa in faccia: «è a noi chiaro che la distanza tra i punti di vista fra i due belligeranti è troppo ampia per permettere la mediazione papale».

 

Seguì, quell’agosto, la distruzione atomica di due intere città giapponesi. La seconda, Nagasaki, considerabile come l’unica vera città cattolica del Paese, dove il cattolicesimo romano era la maggioranza fra la popolazione, riuscendo incredibilmente, eroicamente a sopravvivere ai secoli di persecuzione dello shogunato, e offrendo a Cristo fiumi di sangue di martire.

 

Il fatto che gli USA del presidente massone Truman abbiano bombardato proprio Nagasaki è una strana coincidenza storica sulla quale qui, oggi, non ci soffermeremo. Né ci fermeremo a discutere di come alcuni arrivino a considerare Montini come un asset dell’OSS, il servizio segreto antesignano della CIA: il cardinale parlava con il vertice delle barbe finte USA «Wild Bill» Donovan, e soprattutto con il capo-spia italofono James Jesus Angleton, paranoico e poeta personaggio considerato «madre della CIA».

 

Rimane di fatto il ruolo di Montini nella continuazione del conflitto che avrebbe portato all’annientamento di circa 120 mila civili giapponesi – uomini, donne, bambini, vecchi, i più fortunati polverizzati dal fuoco nucleare, i meno fortunati costretti a portare sul proprio corpo i segni e i dolori di quelle grandi prove generali per l’arma apocalittica.

 

È impossibile, oggi, non pensare a questa catena di eventi. Non tanto per attaccare Montini, ma per il fatto che ci troviamo nel momento della storia in cui, più che mai, siamo a pochi centimetri dalla distruzione termonucleare globale. I falchi americani ne hanno parlato sin dal primo mese di guerra; la cosa più preoccupante, abbiamo visto su queste pagine, è che hanno cominciato a parlarne anche gli intellettuali russi, dettagliando anche sul fatto che per prima dovrebbe essere atomizzata una città europea, di uno dei Paesi che ha armato l’Ucraina. Poi ci sono stati i segni più grotteschi, come lo spot andato in onda a Nuova York dove si diceva alla popolazione che in caso di attacco atomico era meglio chiudere le finestre.

 

Nessuno pare rendersi davvero conto di cosa rappresenta la bomba atomica: uno strumento che oltre la devastazione, va verso la cancellazione del creato stesso, un concetto talmente immenso che nemmeno è chiaro se, ha affermato qualche psicanalista, la mente umana abbia gli strumenti per comprenderlo del tutto.

 

Le conseguenze, studiate durante la guerra fredda o anche recentemente, paiono non interessare più. Milioni di morti subito, miliardi poi per fame, o per una piccola glaciazione che segue alla catastrofe atomica – il cosiddetto «inverno nucleare», un cambiamento climatico vero, questa volta, e pazienza se gli stessi che parlano di climate change oggi (i verdi tedeschi, le sinistre mondiali e pure italiane) sono gli stessi che spingono la guerra in Ucraina, magari pure gli appetiti atomici di Kiev, e quindi il rischio di sconvolgere il clima del pianeta per davvero.

 

Montini forse non poteva saperlo, tuttavia è curioso come questa figura, dopo l’incontro con Kanayama, abbia fatto una grande carriera, rendendosi protagonista di decisioni che hanno pesato, lo sappiate no, sulle nostre stesse vite. Fatto vescovo e cardinale, fu piazzato nell’arcidiocesi più importante del mondo, Milano, dove si sarebbero accumulati dossier e voci su presunte particolarità della sua vita privata, che sarebbero poi diventata accuse pubbliche mosse da scrittori e giornalisti durante gli anni del suo papato.

 

Ma più che le illazioni riguardo la sua presunta omosessualità, conta nella storia di Paolo VI, un atto solo, di importanza capitale per il destino della chiesa cattolica e del gregge degli esseri umani: l’adulterazione, implementata nel 1969, della Santa Messa, trasformata in breve comizio in lingua volgare, con la Santa Eucarestia – cioè il Santissimo, cioè Nostro Signore, cioè la cosa più importante che vi sia – abbandonato in mano ai fedeli… e tutto il resto, lex orandi e lex credendi, il significato e lo stesso senso materiale della celebrazione stravolto e sterilizzato, come da dettami del Concilio Vaticano II, vera bomba atomica sganciata sulla dottrina cattolica e di conseguenza sulla chiesa stessa.

 

Il lettore acattolico può sbadigliare, e magari ha pure ragione. Tuttavia, per capire il discorso che stiamo per fare, basta soffermarsi su un preciso particolare materiale della Messa nuova di Montini: il sacerdote si è girato. Non è più rivolto ad orientem, ad deum, dando le spalle ai fedeli. No, ora è rivolto esclusivamente ad populum. Non guarda più Dio. Guarda gli uomini…

 

È possibile dire quindi che il rito è invertito. La parola tecnica, ci rendiamo conto piena di echi semantici, è proprio quella: invertito. Inversione.

 

Le persone religiose – di qualsiasi religione, pure – non possono che finire a chiedersi come ci si possa attendere che un cambiamento nel rito non comporti un cambiamento metafisico, trascendente. Se capovolgo un rituale, non è che l’effetto spirituale dello stesso sia, anche quello, invertito?

 

Ragionare sull’inversione metafisica del rito spalanca davanti alla propria anima un abisso nel quale si ha paura di guardare.

 

Se la Santa Messa è fondata sulla presenza reale – che è dogma – cosa è il suo contrario? È il grande niente, la vacuità della sunyata, del nirvana (nell’etimologia sanscrita: estinzione) di cui parlano i buddisti? È il nulla senza fine, l’ein sof, di cui parlano i cabalisti giudei? È la cancellazione dell’essere significata dalla bomba atomica?

 

Oppure il contrario della presenza reale di Cristo è la presenza reale di ciò che gli si oppone specularmente – la presenza reale dell’anticristo? Per logica, potrebbe essere. Se volete, a questo punto, spaventatevi pure, o ridacchiate, indignatevi, fate quello che volete. Vi ho detto che questo è un abisso, e non c’è giorno che la mia mente non ne venga divorata.

 

Mettiamola in modo più tecnico, più lineare: la Santa Messa è il sacrificio di Dio per gli uomini, come avvenuto nella Croce dove il Signore ha versato il suo sangue per i molti in remissione dei peccati.

 

E quindi, il contrario di ciò, cosa è, se non il sacrificio degli uomini per una divinità – e cioè il sacrificio umano? L’offerta della vita umana (di uomini, di vergini, di bambini) agli dei, come nella cruenta storia pagana del mondo?

 

Sì, la religione cattolica invertita porta necessariamente al sacrificio umano. Perché se non è Dio che si sacrifica per l’uomo, allora, nel senso invertito, è la vita degli uomini che diviene moneta spendibile nel contatto con gli dèi, cioè nel rito.

 

Se avete seguito, e compreso quello che sto dicendo, tante, tantissime cose, a cui magari non avete fatto subito caso, potrebbero divenirvi chiarissime. Tanti puntini si uniscono.

 

Dalla inspiegabile insistenza sul culto Pachamama e ora perfino sulla «messa maya» ai decenni di mancata vera opposizione all’aborto, dagli scandali pedofili (sempre meno scandalosi) all’accettazione degli squartamenti ospedalieri dei trapianti a cuor battente, dal degrado delle chiese alle aperture all’eutanasia, dai riti pagano-spiritisti in mondovisione al sempre più prossimo sdoganamento dei bambini fatti in provetta… tanti elementi, della nuova chiesa e del panorama mondano che essa va ad abbracciare, corrispondono.

 

La chiesa invertita è in sintonia con il mondo moderno, che è invertito e perverso – come promosso fra i ragazzi nelle scuole dalle educazioni al sesso gender o, piccolo segno della filosofia propalata in licei ed università, dallo straripare di personaggi come Nietzsche e della sua «trasmutazione di tutti i valori» che altro non è se non una linea di comando per caricare il sistema operativo di un eone satanico.

 

Abbiamo scritto un altro articolo, l’anno passato, con una tesi specifica: Montini può aver aiutato indirettamente la strage atomica, Bergoglio di fatto, potrebbe aver fatto perfino peggio, promuovendo attivamente la strage mRNA.

 

È un pensiero che può tormentare per sempre: questi sono i papi del sacrificio umano?

 

E il sacrificio umano, e l’inversione, sono fatti per servire e preparare la venuta del Cristo invertito, cioè dell’anticristo?

 

È probabile, anche se non certo, che potreste essere qui per vedere i tempi ultimi. E chi credete che incontrerete, dapprima, arrivati a quel punto? Credete che non gli stiano preparando la strada?

 

Bombe atomiche, spiriti, creazione di omuncoli umanoidi, cospirazioni, sacrifici di bambini, anticristi. In realtà, in che mondo credevate di essere capitati?

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

 

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L’educazione sessuale come «educastrazione»

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La notizia la leggiamo sepolta dentro un’intervista del quotidiano La Verità al presidente della Società Psicoanalitica Italiana, cioè al capo dei seguaci di Freud – autore divenuto, nell’era del gender, lettura mostruosamente proibita. Parlando della follia dei bloccanti alla pubertà inflitti ai bambini – la famosa triptorelina offerta gratuitamente dal Servizio Sanitario Nazionale – Sarantis Thanopulous sgancia en passant un dato clamoroso: 

 

«La sessualità è seriamente repressa. È usata come dispositivo eccitante e antidepressivo o come calmante, ma sotto lo spettacolo in superficie si diffonde l’astensione dalla profondità del coinvolgimento erotico profondo» commenta. «Tra il 1991 e il 2021 la percentuale degli adolescenti americani che durante le High School hanno fatto l’amore almeno una volta è scesa dal 60%al 30% (dati ufficiali del governo americano)».

 

Fermi tutti. Cosa ci dice Thanopulous? Che i giovani figli della società laica americana, dove pure si è creata una vaga antropologia della perdita della verginità legata al ballo di fine anno del liceo, non si accoppiano più?

 

La questione è gigantesca, e riguarda, in verità, tutto l’Occidente moderno: in un mondo dove il sesso è stato detabuizzato, dove le oscenità e le perversioni vanno a finire persino in TV, in radio, a Sanremo, dove la pornografia è destigmatizzata e ubiqua, dove le pornostar diventano modelli di vita, la gente copula di meno?

 

E ancora: adesso che la cosiddetta «educazione sessuale» viene imposta nelle scuole fin dalla più tenera infanzia, per rendere tutto esplicito, visibile in ogni dettaglio, accessibile sempre, e così demolire a forza l’innato senso del pudore, davvero i ragazzi fanno l’amore meno di quelli che erano cresciuti nel rigoroso silenzio del sesso, con i gettoni telefonici in tasca al posto degli smartphone? 

 

Pare, secondo la statistica, che sia davvero così: il sesso liberato genera meno sesso. È una clamorosa eterogenesi dei fini, in apparenza. In realtà, non lo è affatto.

 

Tutto questo non nasce dal nulla. È un preciso un impegno istituzionale, continuo e radicatissimo, quello di spingere i giovani alla conoscenza di tutto ciò che riguarda il sesso, magari terminologicamente edulcorando il tema con ritocchi cosmetici orwelliani, come accade con l’etichetta tanto carina dell’«affettività».

 

Accade ovunque. Prendiamo l’esempio di un prestigioso liceo italiano, dove in tutte le classi nel corrente anno scolastico viene avviato il progetto di Educazione all’affettività e alla sessualità «approvato dal Collegio dei Docenti e realizzato in collaborazione e con il finanziamento del Comitato Genitori».

 

Si parte dalla lezione su «Emozioni e sentimenti: riconoscere, vivere e raccontare il mio sentire: riconoscere le emozioni e riconoscerle nel corpo», per arrivare presto a quella su «Anatomia sessuale: piacere, strutture biologiche esterne ed interne: la mia rappresentazione dei genitali», nella quale bisogna «creare un clima di condivisione e di confronto, anche in assenza dell’esperto, affrontare l’imbarazzo e conoscere e ri-conoscere le strutture anatomiche dei genitali esterni ed interni adibite al piacere e alla salute sessuale». Per familiarizzare col tema «ognuno disegna i genitali esterni maschili e femminili. Si disegnano insieme alla lavagna, analizzando l’anatomia genitale insieme, confrontandosi e lasciando spazio di espressione e dialogo ai ragazzi».

 

Non è impossibile pensare che tali discorsi anatomici possano causare, nei maschietti, tracolli di testosterone se non disfunzioni erettili conclamate.

 

Consapevoli del disagio che possiamo causare al lettore con la seguente citazione (della citazione), dopo averci pensato a lungo, ci sentiamo tuttavia di riportare un brano del Di[zion]ario erotico, bizzarro libro uscito lustri fa, del giornalista e scrittore Massimo Fini, perché rappresenta perfettamente ciò che potrebbe toccare ai giovani studenti. Si tratta di una lunga descrizione tecnica, tratta dall’Espresso, delle dinamiche biomeccaniche e biochimiche che investono l’organo maschile sottoposto a stimolo erotico: «”Lungo è il cammino che porta lo stimolo sessuale dall’ipotalamo (la zona del cervello dove ha sede l’eros) al muscolo liscio del pene causandone il rilassamento e il conseguente riempimento di sangue delle arterie che lo irrorano (l’erezione). A portare il messaggio al pene sono i trasmettitori che viaggiano lungo il midollo spinale fino ai nervi periferici situati nel pene. Qui, prima dell’arrivo del messaggio erotico, la situazione è tranquilla: il muscolo del pene è teso e arterie e vene fanno scorrere il sangue liberamente. Ma quando il neurotrasmettitore arriva col suo messaggio di eccitazione, le migliaia di caverne che formano il muscolo si rilassano, le spugne del tessuto si gonfiano di sangue, le arterie si dilatano e irrigano i corpi cavernosi e le vene bloccano il riflusso sanguigno mantenendo l’erezione. Uno dei messaggeri chimici che il cervello invia al pene è l’ossido di azoto che viene trasportato nell’organo genitale da un enzima, il GmpC. È questo enzima che induce l’erezione e, dopo l’orgasmo, viene distrutto da un’altra molecola, il Pde5, che ha il compito di ripristinare la quiete” (L’Espresso, 17 giugno 1999)».

 

L’autore quindi commenta: «È chiaro che dopo questa lettura terrorizzante uno il cazzo non se lo ritrova più, tanto è diventato piccolo, ci vuole la pila».

 

«La modernità – leggiamo ancora nel libretto finiano –, con la sua pretesa di illuminare tutto, spiegare tutto, smontare tutto, vivisezionare tutto, destrutturare tutto, ha tolto anche al sesso il mistero e quindi l’incanto. Il sesso vuole zone d’ombra, passaggi sconosciuti e mente sgombra da troppe elucubrazioni. “Il cazzo non vuole pensieri” dicono saggiamente i napoletani». Ancora: «il corpo funziona in base a certi automatismi di cui quello sessuale è uno dei più delicati. Per molte cose l’ignoranza è meglio della conoscenza. Se io mi metto a pensare intensamente al meccanismo che mi fa camminare mi paralizzo».

 

Torniamo ai programmi di «affettività» del prestigioso liceo. Un ulteriore incontro si intitola «Valori e norme interpersonali contrastanti in famiglia e nella società: il corpo delle donne» si tratterà di «potenziamento del pensiero critico, della libertà di scelta; legittimare la libertà di scelta e di pensiero. Identificare stereotipi e pregiudizi di genere». Possiamo immaginare di cosa si tratti questo fervore a favore della «scelta» (ci basta tradurre in inglese: pro-choice), ed è interessante che si tirino fuori, così, esplicitamente, gli eventuali contrasti tra quanto si respira in famiglia e l’aria che tira nella società.

 

Non accade solo dei licei. Anche le scuole inferiori sono oramai zeppe di pratiche di riprogrammazione psicosessuale dei bambini.

 

Raccogliamo storie da una chat di genitori sempre più sconvolti.

 

«Il mio l’ha fatto in terza media. Solo il primo incontro poi l’ho tenuto a casa. Ha portato a casa dei disegni che a momenti vomitavo io. Passando oltre ai soliti genitali descritti con minuzia, addirittura una partoriente con bimbo mezzo fuori in veduta frontale. Vi lascio il tempo di visualizzare e vomitare» dice una madre disgustata. «Ditemi a cosa serve in terza media sapere esplicitamente come nasce un bambino. L’avessi visto io alla sua età manco avrei fatto figli». La signora, forse inconsapevolmente, centra alla perfezione il discorso.

 

L’educazione sessuale, alla pari della cosiddetta «rivoluzione sessuale» (e la sua musica: l’espressione Rock and Roll è di fatto un riferimento osceno al sesso prematrimoniale che i giovani praticavano in auto, magari nei drive in), è stata concepita come strumento di controllo sociale, o meglio, come strumento e sterilizzazione delle masse.

 

Solo apparentemente si tratta di qualcosa di controintuitivo: più il sesso è libero e disinibito, più diventa centrale nella vita dell’individuo (al punto da generare minoranze), più ne sono ossessivamente esplorati, indagati, esaminati i meccanismi, meno è gioioso e fecondo. Semplicemente viene abbattuto il suo slancio vitale.

 

La «rivoluzione sessuale» del resto viene introdotta, casualmente, proprio quando compaiono sul mercato ormoni steroidei in grado di sterilizzare la donna (la pillola, dei cui allucinanti effetti collaterali si parla solo ora) e mentre spuntano leggi che, nei vari ordinamenti, permettono di sbarazzarsi degli effetti indesiderati della sessualizzazione precoce e totale, ovvero con la legalizzazione dell’aborto. 

 

Più sesso, meno popolazione. Una contraddizione solo apparente. Ora i dati raccontano che si è andati ben oltre: più educazione sessuale, più pornografia, meno sesso. 

 

Con ciò certamente il padrone del vapore vuole degradarci e umiliarci, e il sesso disordinato è una tecnica sublime per farlo. Ma non è questa la cosa che gli importa di più. Vuole, soprattutto, la diminuzione della popolazione sulla terra. E ci sta riuscendo. Sessualità, omosessualità, transessualità, polisessualità, sono tutti strumenti per contrarre le nascite. 

 

A rivoluzione sessuale (anzi omotransessuale) pienamente compiuta, ci tocca usare una parola coniata da Mario Mieli, tratta da un suo famigeratissimo passo – che non ripeteremo – contenuto nel suo libro-manifesto Elementi di critica omosessuale: «educastrazione». E tocca persino ringraziare per lo spunto. Grazie, Mario!

 

È un fatto. L’educazione sessuale è precisamente questo: educastrazione. L’educazione sessuale è di fatto un anticoncezionale. Un modo per allontanare l’essere umano non solo dalla riproduzione, ma perfino dal sesso in generale. Un sistema di controllo biologico fatto per interrompere la vita con i suoi processi.

 

Del resto, nella follia dei cambi di sesso promossa presso i giovani, le castrazioni sono materialmente una pratica centrale. Gli educastrati, imbottiti di ormoni sintetici e mutilati delle parti intime (quelle mostrate loro con perizia alla lavagna) non faranno figli. Ma ne faranno meno anche quelli che semplicemente si sono sciroppati a scuola anni di letteratura biomedica sul membro, con gli effetti anatomo-patologici di cui parlava più su il Fini.

 

Il progetto è tutto qua ed è chiarissimo. Chi combatte la vita vuole riportarvi all’inorganico – quindi non solo darvi la morte, ma evitarvi la riproduzione.

 

Se per realizzarlo devono distruggere i magici tremori dell’adolescenza – viva la mononucleosi! – di milioni di esseri umani, pazienza: l’hanno già fatto chiudendoli in camera per due anni in compagnia di un schermo elettronico.

 

Ora si tratta di capitalizzare il disagio prodotto e di ingranare un cambio di marcia, e accelerare sull’autostrada diretta verso un inferno dove la tangenziale della fornicazione corre il rischio di restare deserta, o chiusa per sempre.

 

RDB

EF

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Mani pulite oscure. La realtà di Tangentopoli, dopo 30 anni, viene sempre più a galla

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Abbiamo grande rispetto per Rino Formica, l’ex ministro socialista noto per le sue espressioni sintetiche («la politica è sangue e merda»; «partito di nani e ballerine»; «il monastero è povero, i frati ricchi») ma ancor più, a noi, per la sua lucidità di pensiero riguardo la cosa politica.   Come sa il lettore, Renovatio 21 ha sposato più volte le analisi fornite dal Formica, in particolare quella riguardo l’emergere dello «Stato-partito», la fusione tra partiti più o meno maggioritari (in particolare, progressisti) con spezzoni permanenti dello Stato (caste amministrative, grandi enti, servizi di sicurezza, servizi segreti, etc.), con conseguente formazione di una palude inscalfibile che riesce ad inghiottire con facilità, come si è visto con Conte e i grillini, qualsiasi sedicente forma di opposizione al sistema.   Ciò è osservabile, a nostro giudizio, in ogni Paese occidentale, quasi si trattasse di un’evoluzione naturale della democrazia, passata da essere espressione di difesa del popolo a macchina per la preservazione di una determinata struttura – anche contro il volere, o l’esistenza stessa, del popolo.

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Formica gode di quella caratteristica principale che si assegnava a quasi tutti i craxiani all’epoca: l’intelligenza. Ora a 97 anni, e racconta di essere divenuto cieco. Lo era anche un personaggio mitico della Grecia, che non è lontana dalla sua Puglia: Tiresia, il veggente, «il cieco indovino, di cui sono saldi i precordi: / a lui solo Persefone diede anche da morto, / la facoltà d’esser savio; gli altri sono ombre vaganti» (Odissea, X).   Domenica scorsa l’ex ministro-Tiresia ha concesso un’intervista ad Aldo Cazzullo, quello con la erre liquida che fa gli incontri speciali (Totti, Bergoglio, Fedez) per il Corriere.   La conversazione è lunga e densissima, uno spettacolo di giornalismo e di chiarezza di pensiero storico-politico, anche nelle parti (come l’europeismo dogmatico e forsennato) nelle quali mai potremmo concordare.   Merita una riflessione il suo severo giudizio sul premier Giorgia Meloni: «fortunata, vista la collezione di errori dei suoi contendenti, in particolare quelli della sua area. E furba. Più furba che intelligente. Ma la furbizia in politica dura poco. Molto poco». Quindi per Formica la Meloni «è debolissima. Perché incontrare un politico più intelligente o più colto di te è difficile; ma incontrarne uno più furbo è molto facile».   Tuttavia, è parlando di quel periodo opaco che oltre trenta anni fa distrusse il suo partito, il PSI, che Formica racconta le cose più interessanti.   All’intervistatore, che gli chiede conto di una sua antica dichiarazione, quando, allo scoppiare di Mani Pulite, egli disse che Craxi aveva in mano «un poker d’assi», Formica risponde che si riferiva «alle informazioni che i servizi e la polizia avevano fornito ad Amato, che era presidente del Consiglio».   «Quali informazioni? E come le avevano raccolte?» chiede il Cazzullo.   «Erano segnalazioni sul traffico telefonico dei componenti del pool» risponde con precisione Formica.   «I servizi spiavano i magistrati di Mani Pulite?» incalza l’intervistatore del Corriere.   «I servizi hanno come compito controllare tutto quello che avviene attorno al potere. Anche Mussolini era intercettato, i servizi ascoltavano le sue conversazioni con la Petacci. Certo, il confine tra la tutela delle istituzioni e l’intrigo è sottile. Dipende dall’uso che se ne fa».   «E cosa avevano scoperto i servizi?»   «Che un po’ tutti i magistrati del pool non erano stinchi di santo. Non solo Di Pietro. Ognuno aveva il suo corrispondente esterno: politico, religioso, internazionale. E ognuno aveva la sua ambizione: chi voleva fare il presidente del Consiglio, chi il presidente della Repubblica…».   «Chi voleva fare il presidente della Repubblica?»   «Ovviamente, il capo del pool».

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La rivelazione è enorme. E infatti Cazzullo cerca subito di defilarsi: «Borrelli? Non credo proprio».   «Quando un magistrato appare in tv e dà ordini al Parlamento, già agisce come un aspirante capo di Stato» dice Formica.   Quindi, chi ipotizzava che in Italia covasse un «golpe giudiziario», ossia un rovesciamento dei poteri in cui i giudici – che non solo eletti, sono parti dello Stato – ai danni dei politici – che sono eletti nei partiti – aveva ragione?   Formica non conclude il ragionamento, ma lo facciamo noi, seguendo proprio le sue definizioni: Tangentopoli è stata la prova generale dello Stato-partito, ora installato in Italia e ovunque (in Germania, in USA) come forma principale dello Stato moderno.   Realizzato questo pensiero storico e filosofico-politico, possiamo soffermarci un secondo a quell’altra cosa che butta lì il Tiresia vetero-craxiano, i «corrispondenti esterni» di tipo «politico, religioso, internazionale».   Possiamo immaginare a quale partito si riferisca quando parla dei referenti politici, del resto almeno un membro del pool si sarebbe poi candidato, venendo eletto, con un determinato partito, per poi crearne un altro nella pratica dei partiti biodegradabili utilizzati come alleati acchiappavoti dallo stesso grande partito, fino a scadenza naturale del prodotto.   Non abbiamo idea, lo ammettiamo, a cosa Formica si riferisca quando parla di «corrispondenti religiosi», anche perché ricordiamo le storie su certi cardinali «farmaceutici» che durante la Prima Repubblica prosperavano, e i cui referenti ingobbiti sarebbero stati colpiti dalla magistratura in round ulteriori con accuse spettacolari.   Tuttavia, avremmo voglia di sapere di più riguardo ai «corrispondenti internazionali» dei giudici di cui parla Formica. Ci sono tante voci, tutte più o meno sussurrate, che si sono succedute negli anni.   Nel 2010 sempre il milanese Corriere della Sera, pubblicò in prima pagine le foto di una intensa cena di Natale 1992, consumata in una data qualsiasi: era il 15 dicembre, proprio quella mattina partì l’avviso di garanzia per Bettino Craxi: Tangentopoli nella sua massima espressione.

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In questa foto pubblicata improvvisamente 18 anni dopo dal giornalone meneghino, si vede Antonio Di Pietro che pasteggia amabilmente con Bruno Contrada, allora capo del SISDE, che verrà arrestato una settimana dopo. Accanto, un dipendente della Kroll, che scatena le fantasie di giornalisti e lettori.   Il quotidiano di via Solferino non fu parco di allusioni: «la Kroll, la più grande organizzazione di investigazione d’affari del mondo fondata nel ’72 da Jules Kroll, tremila dipendenti fissi, una quantità di collaboratori, corsia preferenziale per chi arriva da CIA e altri servizi, Mossad compreso, uffici in 60 città di 35 Paesi, stando anche a una inchiesta pubblicata dal New Yorker il 19 ottobre scorso».   Di Pietro negò tutto furiosamente: «Io non ho mai venduto Mani pulite». «La Kroll? Mai avuto a che fare, nemmeno con la CIA. E chi accidenti è l’americano?»   «Si vuol fare credere, attraverso un dossier di 12 foto mie con Mori, Contrada e funzionari dei servizi segreti, che io sia o sia stato al soldo dei servizi segreti deviati e della CIA per abbattere la Prima Repubblica perché così volevano gli americani e la mafia» dice di Pietro, ma il Corriere dice che coinvolgere Mori è un errore, perché estraneo alla cena.   «Soltanto menti malate possono pensare che ho fatto quel che ho fatto per una spy story e non come umile manovale dello Stato, che quando faceva il muro cercava di farlo dritto».   Il teorema, per chi non lo conoscesse, riguarda l’Achille Lauro (la nave da crociera dirottata dove un anziano ebreo fu orrendamente scaraventato in mare dai dirottatori) e la crisi di Sigonella con i carabinieri, che su ordine di Craxi, circondano l’esercito americano che circonda l’aereo con i terroristi palestinesi – Israele, Palestina, USA, tutte cose di assoluta attualità pure in questo momento.   Gli americani, e forse non solo loro, avrebbero promesso vendetta nei confronti di Craxi e del suo atto di insubordinazione – cioè di sovranismo politico. L’uomo non obbediva più, dando adito alla rabbia che servizi e dipartimento di Stato USA avevano sempre avuto nei confronti di questo abile, elegante leader della «portaerei inaffondabile» (questo è l’Italia per il pensiero strategico angloamericano) che, pur antisovietico, non poteva dirsi filoamericano: diceva che non voleva vedere i cosacchi di Stalin abbeverarsi alle fontane del Vaticano, ma nemmeno che da queste sgorgasse la Coca-Cola.   Fu Craxi ad avviare, a livello internazionale, la normalizzazione dei rapporti con l’OLP di Arafat, che in un discorso al Parlamento italiano, per negare l’etichetta di «terrorista», paragonò a Garibaldi (discorso che troviamo doppiamente, triplamente discutibile, ma va andiamo oltre).   Possiamo immaginare quanto di questo fosse felice Israele. Come pure di certi discorsi di Formica sulla strage di Bologna e il ruolo mediterraneo dell’Italia.   È a questo punto che si può venire inghiottiti dal gorgo. Decenni di notizie strambe che si accavallano nella testa, poi smentite, sparite, ridicolizzate – o rimaste lì pronte ad essere dimenticate da tutti. Suscitò reazioni quando, sulla base di dichiarazioni del figlio di un politico mafioso siculo, si desse che il cosiddetto «Signor Franco», ossia il «pontiere tra Stato e mafia» sarebbe stato in realtà un console israeliano.   Sul lato oscuro di Tangentopoli scrisse, da subito e per i decenni seguenti, un ragazzo lombardo che, da lavoratore poco più che maggiorenne, riceveva le telefonate di Craxi, uomo lungimirante che evidentemente in lui aveva visto qualcosa, e di fatto è da ritenersi una delle maggiori penne rimaste al giornalismo nazionale: Filippo Facci.   Facci si è buttato anima e corpo nella questione di Mani Pulite, analizzando, perfino nei gusti musicali (Borrelli era uno studioso di Wagner, un habitué della Scala) i membri del pool, e raccontando una quantità di retroscena susseguitisi negli anni, anche personali, da restare senza fiato.

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A ridosso della strana pubblicazione delle foto di Di Pietro a cena, Facci scrisse di altre storie che scuotono le percezioni che il lettore può avere del magistrato divenuto parlamentare, capo-partito, ministro. In un articolo del quotidiano Libero ancora leggibile su Dagospia, parla di un viaggio di lavoro, su incarico dei vertici, che il giudice nel 1984 avrebbe fatto verso le Seychelles, all’epoca «un regime comunista appoggiato dal Cremlino», dove si era nascosto il faccendiere Francesco Pazienza, inquisito anche per il crack Ambrosiano.   Da qui parte un racconto con spie nordcoreane e sovietiche che «proposero tranquillamente di far fuori l’intruso spingendo la sua auto giù da una scarpata, ritenendolo appunto un agente della CIA del SISMI (…) Pazienza mantenne fede al suo cognome e prese tempo. Andò all’hotel San Souci, dove dimorava quello strano italiano al mare, e ne spiò le generalità: era tal Di Pietro Antonio, magistrato alla Procura di Bergamo».   Nel racconto di Facci, che dice di attingere da «atti giudiziari nonché dal racconto di Francesco Pazienza e da un libro del medesimo pubblicato da Longanesi nel 1999, Il disubbidiente», in effetti, la spy-story parrebbe esservi.   Ci stropicciamo gli occhi: ma è veramente il Di Pietro che vedevamo sui giornali, anche patinati? Il tribuno molisano a cui si chiedeva, consciamente o meno, il primo vero reset della Repubblica Italiana?   Che cosa non ci hanno raccontato, di Tangentopoli? Il socialista, arrivato a quasi cento anni, ha voglia di parlarne. Invece io adesso, in verità, voglio tirare il freno.   Capitemi: a questo punto, quella di Tangentopoli può diventare una tarantola, una cosa che ti morde e poi balli per sempre. Tanti i misteri, tanto il bisogno di verità, tanta la sete di giustizia, che fai la fine di quelli che si addentrano un attimo nella questione del Mostro di Firenze, o di tanti altri assassini seriali magari pure ufficialmente «risolti», e poi non ne escono più, pensano, parlano, scrivono solo di quello.   È il motivo per il quale ci fermiamo qua. Formica sì, tarantola no.   Roberto Dal Bosco  

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Immagine di Amodiovalerio Verde via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic  
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Pensiero

Occidente, isola dei morti che divora se stessa

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Se vogliamo ricomporre la dinamica del caos in cui oggi siamo immersi, mettendo da parte il destino e la necessità, dobbiamo affidarci al principio di causalità, che è il cardine di ogni riflessione. E poiché si tratta appunto di un caos tutto umano, non possiamo non risalire alle possibili degenerazioni di quella ragione, distintiva degli umani, che del vivere comune dovrebbe essere il principio ordinatore e di cui l’occidente in particolare si è preteso l’elaboratore privilegiato.

Del resto, che il dono del pensiero nascondesse anche il veleno della sua pericolosità, se malamente impiegato, era stato ben compreso dagli antichi. Essi avevano già presagito il rischio contenuto anche nel vantaggio del progresso tecnico in cui la razionalità si è manifestata, nonché le implicazioni morali e spirituali per le quali i vantaggi oggettivi possono rovesciarsi nel loro contrario e determinare il deterioramento delle coscienze e dell’autocoscienza, con il superamento di quel limite, e di quella misura, che per i Greci devono governare tutta l’esistenza umana.

 

Il Prometeo eschileo ammette con lungimirante consapevolezza: «ho impedito agli uomini di rendersi conto della propria condizione mortale. Ho dato a loro le cieche speranze». Dunque, egli vede già le conseguenze di ogni miserabile illusione di onnipotenza, mentre il Coro impietosamente aggiunge: «adesso gli uomini possiedono il fuoco fiammeggiante. Ma la tecnica è molto più debole della necessità». Il progresso della tecnica va di pari passo, inoltre, con la evoluzione in senso scientista del pensiero filosofico.

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Non per nulla è proprio nella modernità che comincia a riaffiorare la coscienza che la degenerazione del pensiero occidentale avrebbe potuto condurre a conseguenze catastrofiche. Non occorre arrivare alla critica nicciana portata alla filosofia socratica, nella Nascita della tragedia, o a quella della ragione filosofica di Voltaire.

 

Già potentissima era stata la critica di Vico al razionalismo cartesiano e alla estenuazione della metafisica. Nella Scienza Nuova, nell’Italia tra sei e settecento, e in particolare in una Napoli conquistata appunto dal pensiero cartesiano, egli preconizzava una «seconda barbarie» prossima ventura, quale esito della degenerazione del pensiero filosofico e della falsa civiltà che su di esso si intendeva costruire.

 

Al centro della sua critica sta la considerazione che il metodo matematico non è applicabile all’uomo. Infatti «i popoli maturi distruggono con la ragione tutti i valori e tendono a disgregare la società, e si preparano la barbarie della riflessione», una barbarie che deriva dal distacco del verum dal factum, i quali invece si «convertono vicendevolmente». Insomma, quella «aedequatio rei et intellectus» di Tommaso.

 

Del resto, da una distorta percezione dei fatti e della loro intrinseca verità deriva una distorta formazione del giudizio, una distorta concezione dell’etica, della politica, della cultura e, alla fine, una diversa antropologia. Fenomeni che ora tocchiamo con mano.

 

La critica di Vico sarà ripresa dopo di lui anche in una prospettiva teologica. E tornerà con insistenza nell’insegnamento di Benedetto XVI, mai abbastanza studiato e compreso dai benpensanti cattolici. Ma era tornata con prepotenza nella analisi sociologica e anche filosofica dei pensatori della cosiddetta Scuola di Francoforte, a cavallo tra le due guerre mondiali, e poi ripresa nel dopoguerra con la pubblicazione della Dialettica dell’Illuminismo, in cui si analizza appunto come la supposta forza liberatrice dei «lumi» portati dalla ragione si sia rovesciata in una forma totalitaria di dominio.

 

Tanto che il suo incipit folgorante continua a rappresentare l’immagine che meglio di ogni altra rispecchia la realtà del nostro tempo. «L’illuminismo, nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso, ha perseguito da sempre l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura».

 

La profezia eschilea vi figura totalmente realizzata. Eppure, il mondo contemporaneo continua a rimanere abbarbicato alla sempre rinnovata e pervasiva visione scientista, e ad ignorare la ricerca di un bene superiore comune quale valore assoluto e imprescindibile. Continua a inverare il motto di Bacone «scientia propter potentia».

 

Horkheimer e Adorno hanno analizzato quale sia stata la applicazione del pensiero calcolante ai processi economici moderni a partire dalla rivoluzione industriale e come essa abbia prodotto la reificazione dell’uomo, con un conseguente vero e proprio mutamento antropologico. Un mutamento che oggi ha assunto aspetti grotteschi.

 

Di qui la Dialettica dell’illuminismo è incentrata sulla torsione della ragione occidentale che, dopo avere preteso in via filosofica di liberare l’uomo da ogni forma di superstizione, in primis da quella individuata nella dottrina e nella fede cattolica, di cui si doveva fare tabula rasa, ha creato nuove forme di assoggettamento e nuove superstizioni. «La liberazione andò ben oltre le intenzioni e la economia mercantile scatenata era insieme la figura attuale della ragione e la forza dava scacco alla ragione». Infatti, essa, intesa come pensiero calcolante fondato sulla quantità misurabile matematicamente, nella nuova civiltà mercantile nata dalla rivoluzione industriale si è trasformata in uno strumento di dominio.

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Un rovesciamento paradossale, dunque, foriero di catastrofi morali e materiali. Infatti «la ragione è affine alla violenza o alla mediazione, a seconda di chi l’adopera. La pace e la guerra, la tolleranza e la repressione viene fatta apparire come un “dato” a seconda delle situazioni dell’individuo e dei gruppi. Il pensiero diventa completamente un organo e retrocede a “natura”».

 

Quegli studiosi avevano avuto modo di osservare in profondità i fenomeni da esuli nel pianeta americano, dove quell’assetto socioeconomico che si andava formando anche in Europa era già radicato. Si fermarono ad analizzare le ricadute del pensiero calcolante sulla società di massa e gli effetti già evidenti della industria culturale destinata a diventare progressivamente una delle manifestazioni più appariscenti del potere e una delle armi più potenti per la sua conservazione.

 

Se «l’illuminismo si era impegnato in senso liberatorio e aveva dato corso alla libera economia, alla luce della ragione illuminata si è dissolta come mitologica ogni devozione che si ritenesse oggettiva e fondata sulla realtà, e tutti i vincoli tradizionali sono incorsi nell’interdetto, compresi quelli che erano necessari all’esistenza dello stesso ordine borghese e a quel minimo di fede senza il quale il mondo borghese non può esistere».

 

Non solo, come abbiamo ora sotto gli occhi più che mai, «il principio antiautoritario doveva rovesciarsi nel proprio opposto: la liquidazione di ogni norma direttamente vincolante permette al dominio di decretare sovranamente gli obblighi che via via gli convengono e di manipolarlo a suo piacimento». Una profezia che non potrebbe essere più puntuale di fronte alla messa al bando in via governativa di ogni principio costituzionale e al sovvertimento dei poteri istituzionali.

 

Tuttavia, quegli autori non avevano ancora potuto osservare in profondità come quella degenerazione si fosse estesa dalla teoria e alla prassi con riguardo ad altri fenomeni catastrofici che hanno preso forma compiuta nei decenni successivi.

 

Basti prendere in considerazione due campi in cui quel pensiero calcolante libero da orpelli di ordine morale si è manifestato in modo stupefacente: quello della guerra e dei cosiddetti rapporti internazionali, e quello della morale individuale e dell’etica comunitaria.

 

Come è noto, negli anni della pubblicazione di Dialettica dell’Illuminismo, l’equilibrio dei rapporti tra le potenze dotate di armi atomiche teneva ancora congelata la volontà di espansione indiscriminata statunitense, che esploderà trionfalmente con la prima guerra del Golfo, imponendo ufficialmente allo stesso concetto di guerra un contenuto e un significato che doveva cambiarne anche la percezione comune.

 

Di certo l’imposizione di questo cambiamento era già stata tentata alla fine della prima guerra mondiale con la criminalizzazione del nemico, non più hostis ma criminale, appunto, cosa che Schmitt aveva già colto ante litteram. Una criminalizzazione ad uso dei vincitori prima dei bombardamenti a tappeto sulle popolazioni civili e prima delle bombe atomiche impiegate a scopo sperimentale e correttivo insieme e che godranno paradossalmente della più completa impunità.

 

Il pensiero calcolante si contrappone a un pensiero guidato da una logica benevola, cioè teleologicamente al servizio dell’uomo e non ad un utile parziale, all’interesse «di parte» di una oligarchia di potere spinta ossessivamente dallo spirito di conquista mascherato con ideali fasulli.

 

Un orizzonte in cui anche il significato della guerra viene reimpostato, con il ripudio implicito dello jus ad bellum e dello jus in bello faticosamente elaborati da un pensiero filosofico che aveva sperato di correggere le tentazioni distruttive sempre fatalmente riaffioranti nel tempo.

 

L’utilitarismo angloamericano traccia tutto un nuovo nefasto orizzonte «ideologico» sulla guerra, che impone la distruzione mirata e pedagogica della popolazione civile attraverso il bombardamento a tappeto e, secondo la dottrina di Churchill già applicata in Europa, la distruzione delle città d’arte allo scopo di fiaccare gli animi cancellando la storia. E questa è forse la forma fra le più barbariche in cui si è espresso il pensiero calcolante.

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Nel dopoguerra, il Vietnam, con i suoi esiti tragici, contiene già il paradigma micidiale della guerra statunitense, del resto risalente al tempo della prima conquista, dove la sproporzione dei mezzi cambia la guerra in massacro. Mentre anche la logica diabolica della produzione bellica si sposa felicemente con l’ossessione della conquista e del dominio.

 

Ma è stata la prima guerra del Golfo ad arricchirsi di un nuovo elemento: la spettacolarizzazione che, almeno nelle battute iniziali, doveva fornire una nuova percezione della guerra, del tutto lontana dalla realtà oggettiva, e a produrre, smaterializzando gli eventi, la sublimazione di ogni disvalore etico, neutralizzato insieme al possibile giudizio morale.

 

Molti di noi possono ricordare di avere assistito a quel film surreale trasmesso in via televisiva, in cui comparivano soltanto tante luci intermittenti nella notte e senza ombra di morte. Non vi sarebbero comparsi i centocinquantamila morti a fronte dei centoventiquattro americani caduti anche per fuoco amico. Tuttavia, l’illusione filmica durò poco e presto si ebbero anche le immagini della distruzione dall’alto dell’esercito iracheno in fuga.

 

Intanto è stata creata un’etica truffaldina di supporto. È nata con stupefacente insolenza la guerra umanitaria e in seguito, con grande sprezzo del ridicolo, anche la generosa esportazione della democrazia che, tra l’altro, manca del tutto nei magazzini degli esportatori, insieme ai limitrofi e altrettanto equivoci diritti umani, recipiente linguistico a contenuto variabile ma fornito di una studiata capacità suggestiva.

 

Sul tema, prima del Bombardamento etico di Costanzo Preve, venne pubblicato in quegli anni un libro doppiamente profetico: Fuori dall’ Occidente di Alberto Asor Rosa, dove il tema della guerra, che si riproporrà con tutte le altre guerre puntualmente inscenate dall’impero statunitense, viene messo in relazione con l’Apocalisse di San Giovanni.

 

Doppiamente profetico, perché da un lato vediamo previsti in controluce più o meno tutti fenomeni di cui siamo oggi impotenti spettatori. Dall’altro, perché associa lo svolgimento mostruoso degli avvenimenti presenti e presentiti, che di fatto si sono succeduti dalla prima guerra del Golfo ai giorni nostri, al quadro apocalittico giovanneo, cioè alla visione profetica della lotta estrema tra Bene e Male.

 

In questo spazio temporale, la degenerazione del pensiero «occidentale» si è dispiegata in pieno come volontà di potenza di quel nuovo Occidente politicamente definito che ha risucchiato in sé l’antico Occidente europeo ormai reso impotente sia materialmente sia intellettualmente in quanto sottomesso del tutto al primo.

 

Altre micidiali «guerre» programmate a tavolino, hanno inscenato gratuitamente e in forma delittuosa immani catastrofi di morte e distruzione, e proprio quando, con il nuovo 89, era sembrato nella euforia di un momento che dovesse ormai instaurarsi la pace universale nel superamento del dissidio ideologico.

 

Ma la prima guerra del Golfo era venuta appunto a mostrare che a una pace fittizia fondata sull’equilibrio delle forze era succeduta l’era della guerra come programma planetario istituito stabilmente e gestito da una sola potenza egemone. Che non solo non sarebbe stata ammessa contraddizione, ma anzi sarebbe stata dettata anche la lettura obbligatoria di quel programma di cui dovevamo rimanere spettatori impotenti.

 

Non per nulla Asor Rosa esordisce ricordando di avere tratto l’ispirazione per la sua «scrittura» nella fase tragica e decisiva della guerra del Golfo, perché gli «sembrò incredibile che potesse restare senza risposta sia l’immanità dell’evento, sia l’immanità della rimozione che subito dopo ne fu compiuta, con la stessa disinvoltura con cui si può sopprimere uno schermo luminoso, azionando il pulsante di un televisore».

 

«La spettacolarizzazione senza vera rappresentazione della realtà» aveva neutralizzato l’orrore della guerra. Da quella rappresentazione mancavano le ragioni, mancava il conflitto. Il nichilismo potenziale che il conflitto mortale porta con sé è arrivato alla sua massima risoluzione agghiacciante; è restata la guerra senza il principio del conflitto: la fine del conflitto ha istituzionalizzato e legittimato il governo del male.

 

Di qui anche l’idea, per l’autore, di una rilettura dell’Apocalisse che, per la contiguità impressionante delle immagini evocate, avvicina gli eventi contemporanei ai temi del libro profetico. Temi che una stupefacente serie di arazzi antichissimi conservati nel castello di Angers aveva tradotto in impressionanti immagini allegoriche capaci di rispecchiare ancora perfettamente l’eternità e quindi l’attualità del messaggio apocalittico.

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È oggi più che mai sotto i nostri occhi come quella torsione dello stesso concetto di guerra, diventata prassi consolidata, si sia ripresentata puntualmente nella soluzione finale allestita a Gaza dal potente vassallo israeliano. Appare tutta dispiegata quella concezione barbarica alla quale si era cercato un antidoto in epoca moderna, quando un pensiero veramente evoluto aveva relegato quel fenomeno in un passato da cui la civiltà del secondo millennio dopo Cristo intendeva prendere le distanze.

 

In una visione di certo ottimistica, pensatori come Grozio e Alberigo Gentili avevano cercato di teorizzare la messa in forma della guerra e di gettare le basi di quel diritto internazionale tanto fragile e velleitario da non costituire un argine sicuro per le prepotenze umane, ma capace comunque di rappresentare un richiamo stabile al primato della retta ragione sulle incontrollate pulsioni e passioni del potere e dei popoli.

 

Ora, invece, il modello ispiratore di questo occidente ideologicamente definito sembra essere quello dello sterminio sistematico dei Sassoni allestito da Carlomagno; uno diventato, per ironia della sorte, il patrono della nuova Europa partorita dal feudatario statunitense in virtù dei «valori comuni».

 

Come è noto, Apocalisse è Rivelazione, ricorda il nostro autore, ma il senso comunemente attribuito è quello di catastrofe, e «c’è una immensa sapienza in questa storia di parole. Perché per la prima volta nella storia c’è uno stato che può farsi da solo giudice, gendarme e boia. Infatti, chi ha assunto di fatto il potere egemone, si è dato anche la funzione di giudice e il potere insindacabile di intraprendere impunemente tutte le guerre inanellate dopo il secondo conflitto mondiale di cui si è eletto a vincitore perpetuo. Lo stesso diritto internazionale elaborato dal pensiero europeo è stato definitivamente soppresso perché ridotto a mera figura retorica dai sedicenti portatori di “valori” politici pubblici e privati detti riassuntivamente “democratici”. In altre parole, non è stato eliminato da chi, violandolo, ne ha confermato l’esistenza, ma da quanti hanno rivendicato, per fatti concludenti, il diritto di negarne l’esistenza».

 

A cominciare da quello che ne dovrebbe essere il cardine etico, ovvero il principio del «pacta sunt servanda», seppellito con irridente disinvoltura dai sottoscrittori «occidentali» degli accordi di Minsk.

 

Ma altrettanto appariscente è la degenerazione del pensiero occidentale che, invadendo il campo dell’etica, sembra trapassare semplicemente nella demenza.

 

Il sovvertimento di ogni principio morale applicato alla sfera della vita famigliare e sessuale, con il miraggio primario e ossessivo di catturare la coscienza infantile, mostra come quella degenerazione sia giunta a forma compiuta.

 

Qui si squadernano tutti gli equivoci alimentati anche dal pensiero filosofico attorno al concetto di natura e a quello limitrofo di legge naturale. Qui la manipolazione delle parole e dei concetti e la arbitrarietà delle definizioni mettono in moto il congegno perverso con cui una logica fasulla pretende di funzionare a partire da premesse arbitrarie.

 

È indubbio che i giochi di prestigio allestiti con lo sventolio delle bandierine delle libertà e dei diritti, delle emancipazioni e delle uguaglianze e delle simmetriche oppressioni, abbiano alzato una cortina fumogena sulle capacità cognitive di molti «operatori culturali» nella politica, nella scuola di ogni ordine e grado, per non parlare di una Chiesa afflitta da insolubili problemi tecnici di ristrutturazione.

 

In ogni caso, la stessa campagna omosessualista, insieme a quelle contigue del neofemminismo linguisticamente attrezzato e del genderismo dai larghi orizzonti, è il prodotto organizzato e ben orchestrato secondo i canoni della industria capitalistica dai potentati dell’impero in dissoluzione morale e culturale.

 

Sulla strada imboccata dalla degenerazione del pensiero occidentale a trazione statunitense, si è posta obbediente l’Europa alacremente impegnata a creare una nuova illuminata antropologia. Mentre imperdonabile è stata considerata anche dai vassalli occidentali la resistenza della Russia e della sua Chiesa. E si capisce: il male, se non risulta condiviso, comincia a perdere la propria forza propulsiva.

 

Gli autori della Dialettica dell’Illuminismo non avevano fatto in tempo a considerare questo sbocco concreto e particolare del pensiero occidentale. Ma ne avevano messo in conto la possibilità analizzando la parte assunta da De Sade nella distruzione illuministica della morale familiare e sessuale. Quel pensiero nefando e nefasto si era calato tutto senza riserve di sorta nelle pagine di Juliette e Justine, sulle quali essi si soffermano a lungo. Anche su quel versante, infatti, l’illuminismo aveva dato il meglio di sé, rovesciandosi nell’abominio.

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Senza contare però che il rivoltante disfacimento morale, propagandato da De Sade, alla fine si trovò a cozzare con le altrettanto distruttive esigenze pratiche napoleoniche quando il grande conquistatore, anche egli figlio di una rivoluzione illuminata, si trovò a dover convincere le madri di Francia a mandare al massacro i propri figli. Cosa che gli riuscì se, alla fine della sua mortifera parabola, quello era rimasto solo un Paese di donne.

 

Ora il genderismo di importazione si articola soprattutto in transgenderismo e su questo si appunta l’illuminata attenzione di amministratori pubblici, autorità accademiche e clinici in carriera.

 

Questo robusto impegno culturale non lascia inutile spazio ai venti di guerra che soffiano da ogni parte a distanza ravvicinata, non rientra nel mansionario di amministratori e accademici studiare la deriva economica di un Paese sotto ricatto, e tanto meno le difficoltà esistenziali di tanti amministrati e concittadini, per non dire di quelle legate alla dissoluzione programmata del sistema sanitario. L’ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Padova organizza un importante convegno su «La salute delle persone transgender».

 

Ma le metastasi del pensiero occidentale ridotto allo stremo, e non per questo meno dannoso, si esprimono in tanti modi. Non ultimo il conferimento della laurea post mortem alla vittima di un delitto di sangue. Qui non c’è neppure il rovesciamento della funzione liberatrice della ragione illuminata, c’è soltanto la sua dismissione per non uso, secondo il tranquillizzante principio di irresponsabilità.

 

Ma forse il buon senso finirà per prevalere, magari quando le vittime di questa demenza presenteranno il conto del proprio tempo perduto.

 

In fondo, se si riattiva questa facoltà primordiale che ha a che fare più propriamente con la ragione, e mantiene di fronte a ogni avversità la propria funzione salvifica, tutto questo ciarpame può tornare a liquefarsi nel secchio dei rifiuti.

 

Forse l’occidente europeo potrebbe ritrovare la funzione autentica di una razionalità al servizio della verità delle cose.

 

Nelle pagine conclusive di Fuori dall’occidente leggiamo: «una Riforma si ha soltanto in interiore homini: ovvero passando attraverso la propria anima si può uscire dall’Occidente, e dalla seconda barbarie da cui siamo travolti».

 

Un’anima che ovviamente non ha nulla a che fare con quella che la Thatcher intendeva conquistare in nome del neoliberismo, e che anzi si pone contro l’orizzonte assiologico della signora. Si tratta di ritrovare l’orientamento al Bene anche se bisogna superare l’ostacolo dell’indifferentismo. Che è un modo di vita al servizio del potere, ed è la forma compiuta e perversa della degenerazione della ragione.

 

L’indifferentismo è lo strumento aggiornato con cui il potere politico militare ed economico riesce a prevenire ogni moto di rivolta, o a renderlo innocuo. Quello che è riuscito a far crollare le antiche mura della Chiesa, sopra una massa dei fedeli incapaci di pensiero e di giudizio. Che ha fatto dismettere tutto il patrimonio culturale accumulato dall’Occidente europeo sotto il peso invasivo di un altro occidente.

 

Solo contro questa forma di nichilismo è forse possibile tentare la risalita.

 

Patrizia Fermani

 

Articolo previamente apparso su Ricognizioni.

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