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Forma e significato della messa di «rito maya»

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Come riportato di recente, in Messico si sta preparando un rito «maya» della messa. Lo studio è già avanzato ed è emerso un progetto. Un gruppo di vescovi messicani si è infatti riunito per lavorarvi nella diocesi di San Cristóbal de las Casas con Mons. Aurelio Garcia Macias, sottosegretario del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

 

Preparato a febbraio, il progetto sarà sottoposto ai vescovi messicani prima di essere inviato a Roma a maggio. Prima di leggere il testo, è utile conoscere il contesto.

 

Diocesi di San Cristóbal de las Casas

La diocesi è stata per decenni sotto l’occhio vigile di Roma. In gioco c’è il sincretismo, il processo decisionale comunitario, l’attivismo politico di sinistra e l’ordinazione di centinaia di diaconi permanenti, con le loro mogli, per realizzare una «chiesa indigena».

 

Mons. Samuel Ruiz Garcia, vescovo della diocesi dal 1960 al 2000, è stato all’origine del movimento. Mons. Felipe Arizmendi Esquivel, creato cardinale nel 2020, vescovo della diocesi dal 2000 al 2017, ha proseguito nella linea del suo predecessore, che ha sollevato non poche preoccupazioni a Roma.

 

Il caso dei diaconi permanenti associati alle loro mogli

Nel 2000 il Vaticano ha chiesto che, al momento dell’ordinazione dei diaconi permanenti, il vescovo non imponesse le mani sul capo della moglie, come era prassi. Nel 2005 la Congregazione per il Culto Divino ha sospeso «le ordinazioni diaconali permanenti fino a quando non sarà risolto il problema ideologico di fondo» e che il concetto di celibato sacerdotale fosse rafforzato.

 

Inoltre «la formazione dei candidati al diaconato permanente doveva essere interrotta». La diocesi contava allora 340 diaconi permanenti sposati e un quarto di questo numero di sacerdoti: le parrocchie erano gestite principalmente da diaconi permanenti e dalle loro mogli.

 

Nel 2007 Roma ha chiesto di togliere dal direttorio diocesano l’indicazione che questi diaconi potessero diventare preti sposati.

 

L’incoraggiamento di papa Francesco

Il cardinale Arizmendi racconta come, già nel 2013, fosse incoraggiato dal nuovo Papa. Francesco gli disse che il diaconato permanente sarebbe potuto essere una soluzione molto opportuna nelle comunità indigene e che sarebbe dovuto essere incoraggiato. Lo raccomanda Querida Amazonia, n°92.

 

Pochi mesi dopo il presule ha spiegato che «siamo stati autorizzati a continuare queste ordinazioni». Francesco ha così incoraggiato un diaconato indigeno permanente con mogli considerate co-diaconesse, ma sostenne anche lo sviluppo di un rito indigeno.

 

Gli elementi generali alla base del nuovo progetto

Diversi elementi compaiono nel Sinodo amazzonico del 2019: rafforzamento del ruolo liturgico delle donne (verso un diaconato femminile), ruolo preponderante dei diaconi indigeni sposati (verso i sacerdoti sposati) e un’inculturazione liturgica mista a elementi idolatrici (cfr. culto della Pachamama).

 

Per quanto riguarda l’antica religione maya, essa è intrisa di politeismo, animismo, credenza nella comunicazione con gli antenati, persino sacrifici umani.

 

Il rito «maya» così com’è già praticato nella diocesi di San Cristóbal de las Casas

C’è già una avanzata inculturazione dei riti maya, approvata dal vescovo locale.

 

Alcuni di questi elementi devono essere integrati nel progetto attuale.

 

Incensazione dell’altare da parte delle donne

È un’antica funzione delle donne maya incensare oggetti come l’altare maya; questa funzione si ripete durante la messa, con lo stesso tipo di incensiere: le donne incensano l’altare in momenti diversi durante la messa con un incensiere maya.

 

Le danze rituali

La cultura maya utilizza danze rituali: queste sono previste alla fine della messa. Si ritiene che queste danze siano mezzi per comunicare con divinità e spiriti. Il sito web di World History spiega: «i rituali di danza venivano praticati per comunicare con gli dei. Le danze prevedevano sontuosi costumi raffiguranti i volti delle divinità. (…) I Maya pensavano che vestendosi e comportandosi come un dio, potessero comunicare con lui».

 

La Terra, «dea madre»

Spiega il cardinale Arizmendi: «nella “teologia indiana” la terra è essenziale, la conoscono come la Dea Madre. Ha la sua personalità. Lei è sacra. Lei è il soggetto con cui parliamo e che veneriamo. La terra è fertilità divina. Le piante, in particolare il mais, sono la carne degli dei data all’uomo per il sostentamento».

 

Sincretismo e indifferentismo religioso

La rinascita delle pratiche e dei simboli maya è vista come un ritorno alle tradizioni «precolombiane», cioè pagane. Ma per la teologia indiana non c’è contraddizione con il Cattolicesimo.

 

Un autore scrive che: «mons. Ruiz ha sottolineato che il Dio venerato nella teologia indiana non era diverso dal Gesù venerato nel cattolicesimo».

 

Lo stesso autore descrive l’incorporazione di antichi riti religiosi nei riti cattolici: «alcuni hanno incorporato elementi come l’acqua, il fuoco, i colori ancestrali, che non hanno nulla a che fare con le preghiere della Chiesa cattolica: rimandiamo non solo a un Dio cristiano, ma anche alla terra, le montagne, l’acqua, la luna, il sole, tra gli altri…»

 

Il ruolo liturgico delle donne

Si manifesta nell’inclusione delle mogli nell’ordinazione dei diaconi permanenti. La sposa, scrive Mons. Arizmendi, «rimane accanto al diacono durante tutta la cerimonia, e unisce la sua mano a quella del marito nel momento della promessa di obbedienza». Inoltre «riceve, insieme al marito, il libro dei Vangeli. Assiste come ministro straordinario della comunione. E nelle celebrazioni ordinarie incensa l’altare, i Vangeli, le immagini, i ministri e i fedeli».

 

Inoltre, “abbiamo autorizzato due donne ad amministrare il battesimo e a presiedere la celebrazione del matrimonio quando non ci sono altri ministri»: una delle esigenze del Cammino sinodale…

 

L’altare maya

È un altare dedicato agli dei e alle credenze della religione maya. Questi altari si trovano già nelle chiese della regione e durante molte cerimonie religiose. Scrive Mons. Arizmendi: «in alcuni luoghi è consuetudine fare, davanti all’altare, l’“altare maya”, con fiori e candele colorate, secondo le quattro direzioni dell’universo, con i frutti della terra».

 

Ogni colore ha un significato specifico, quattro dei quali rappresentano i punti cardinali. Ad un certo punto, la congregazione si inchina verso il centro dell’altare che presenta due candele che si ritiene rappresentino Cristo, sebbene queste candele abbiano anche altri significati.

 

Mons. Arizmendi spiega: «abbiamo favorito l’inculturazione dell’adorazione del Santissimo Sacramento presso l’“altare maya””. Ci sono “simboli su questo “altare” della presenza eucaristica di Gesù”. Nella cultura maya, “Dio è invocato come Cuore del Cielo e Cuore della Terra”; tuttavia, spiega il porporato: “Gesù unisce il cielo e la terra, perché è Dio e uomo».

 

Accensione di candele

«Il sacerdote che presiede la celebrazione annuncia alla comunità che la preghiera universale sarà fatta seguendo il metodo di accensione delle candele secondo la tradizione degli antenati» scrive mons. Arizmendi. Secondo la tradizione Maya, è possibile comunicare in questo modo con i propri antenati. Prima dell’inizio della messa viene preparato un posto davanti all’altare dove verranno accese le candele.

 

Il numero di candele varia a seconda dello scopo della preghiera. Il direttore – sempre laico – invita alla preghiera, mentre la musica tradizionale viene suonata con arpa, violino e chitarra. Tutti i partecipanti si inginocchiano. Una donna incensa le candele, poi l’officiante le accende. Il sacerdote sta davanti al luogo dove sono le candele, si inginocchia e prega con il capo.

 

Danza rituale

«Al termine dell’omelia, scrive il porporato, si può eseguire una danza rituale. È un leggero movimento del corpo e dei piedi che può essere eseguito in una o tre danze».

 

Alcuni di questi elementi erano presenti nella messa papale del 15 febbraio 2016, celebrata da Francesco durante la sua visita alla diocesi di San Cristóbal de las Casas: Papa Francesco ha incensato l’altare con due mogli diaconali, entrambe con incensieri maya in mano, sotto lo sguardo dei loro mariti, due diaconi permanenti autoctoni. C’è stata anche una danza rituale.

 

Il lettore rimarrà forse sbalordito di fronte a questa disordinata inculturazione che introduce gli elementi di una cultura profondamente pagana e che non può che – quanto meno – mantenere una deleteria confusione, ma piuttosto tende, quale che sia l’intenzione degli autori, a un rito che non ha più nulla di cattolico e che è solo puro sincretismo.

 

I punti chiave

Gli elementi centrali del progetto sono: l’incenso durante la messa da parte di laici, uomini o donne; preghiere guidate da un laico dotato di una nuova funzione liturgica: il «principale»; danze maya; l’«altare maya», il cui «contenuto è custodito, sotto il nome di offerta maya».

 

La diocesi vuole quindi istituire due nuove funzioni liturgiche, occupate da un laico, uomo o donna, scelto dalla comunità parrocchiale con l’assenso del vescovo. La prima di queste funzioni è quella di «principale», la seconda quella di «incensatore».

 

Il «principale» o «anziano»

Il principale, posto accanto al sacerdote, dirige le preghiere comunitarie durante la messa. Questo ruolo sminuisce notevolmente l’importanza del sacerdote. Questa funzione è di grande importanza.

 

Così «l’ufficio liturgico di principale è conferito alla persona, uomo o donna, che è autorità morale nella comunità, che guida il suo popolo nella preghiera e nella fede. Veglia su coloro che hanno un ministero nella comunità. Nella liturgia guida il popolo, su invito di chi presiede la celebrazione, nei momenti di preghiera comunitaria».

 

Il progetto pone il principale al di sopra del diacono permanente e di sua moglie: «il principale o l’anziano, rappresentante della comunità ecclesiale indigena, è un agente formativo molto importante. Accompagna il diacono permanente e la sua sposa con i suoi consigli, la sua esperienza e la sua saggezza, assicurando che siano radicati nella comunità, secondo la loro cultura».

 

L’incensatore

Deve incensare in momenti diversi durante la Messa, il che sminuisce ulteriormente il ruolo del sacerdote. Il progetto parla di «incensazione della croce e dell’altare e, ove opportuno, delle immagini di Maria e dei santi».

 

Questa nuova funzione liturgica può essere esercitata da un uomo o da una donna:

 

«Si propone che, presso i popoli originari della diocesi, l’ufficio liturgico di incensare resti nelle mani di persone, maschi o femmine, nominate dalla comunità e approvate dall’Ordinario. Queste funzioni, principale e incensatore, esistono già per approvazione episcopale».

 

Preghiera comunitaria secondo la cultura maya

Le radici di questa cultura sono pagane. Nonostante la spiegazione del cardinale Arizmendi – «i riti che proponiamo hanno una base cattolica, ma sono stati sviluppati da questi popoli di origine maya che si sono allontanati dagli antichi maya» – rimane il timore del sincretismo. Il progetto afferma che le pratiche maya sono essenziali affinché i nativi entrino in relazione con Dio:

 

«Pregare ad alta voce e in comunità, guidati dal principale, ci permette di entrare in un rapporto diretto con Dio. Senza questo elemento il cuore non è disposto a partecipare. Così questa preghiera comunitaria è un elemento essenziale da inserire nella Messa celebrata con i popoli della diocesi. Senza di essa non si entrerebbe adeguatamente in una relazione personale con Dio».

 

In altre parole, senza questo antico modo di pregare, accompagnato dall’accensione di candele poste a terra davanti all’altare – pratica derivata dai riti pagani del popolo Maya – la grazia del sacrificio della Messa sembra essere diminuito. Secondo il progetto: «c’è anche un elemento storico, poiché era il modo proprio di queste culture di vivere il rapporto con Dio».

 

«In questo modo, la celebrazione dell’Eucaristia e il modo proprio di pregare di questi popoli non restano estranei o separati, ma si fanno insieme, in armonia, anche con il creato». Per un cattolico, l’armonia con il creato si raggiunge attraverso Dio, e quindi attraverso Gesù Cristo…

 

L’accensione di ceri o candele

La necessità di questa pratica è così spiegata: «La preghiera comunitaria con l’accensione delle candele è stata una delle forme di preghiera più frequentemente utilizzate dagli indigeni, con la quale esprimono tutte le richieste che la comunità ha nel cuore. (…) Questo modo di pregare è uno dei mezzi a disposizione di questi popoli per esprimere con più forza la loro fiducia in Dio».

 

Gli autori del progetto sembrano dire che il rito dell’accensione delle candele sia, per gli indigeni, un mezzo di unione con Dio più potente della Messa, o almeno necessario per la sua piena efficacia.

 

La Madre Terra e gli Antenati

La cerimonia dell’accensione, che è accompagnata dall’inchino del capo, dal contatto con il suolo e dal canto, ha lo scopo di entrare in contatto non solo con Dio, ma anche con gli antenati e con la madre Terra, ponendo così Dio sullo stesso piano della terra o gli antenati. Vediamo come il culto di Dio sembra essere posto sullo stesso piano del culto degli idoli.

 

L’altare maya

L’accensione delle candele è legata all’allestimento di un altare maya, denominato «offerta maya» dal documento, che così lo descrive: deve essere collocato all’interno della chiesa, vicino all’altare, e secondo i colori simbolici maya: rosso, nero, bianco e giallo, nonché i punti cardinali. I colori «cardinali» hanno un significato derivato dall’antica religione politeista.

 

«Vicino all’altare sono poste piante, fiori, frutti e semi della regione, e candele del colore che rappresentano i punti cardinali: a est, rosso; a ovest, nero; a nord, bianco; e a sud, giallo. Vicino alle candele vengono posti frutti o fiori dello stesso colore. Al centro, un crocifisso, una Bibbia, una candela blu e una verde, oltre all’acqua, alla terra e alla chiocciola».

 

Danza liturgica: «I piedi accarezzano il volto della Madre Terra»

Secondo il progetto, «il ringraziamento può essere espresso attraverso una danza». È un «grazie collettivo: nella danza i piedi accarezzano il volto della Madre Terra, compiendo leggeri movimenti. Il volto di Dio viene salutato muovendosi nelle quattro direzioni dell’universo. È il momento di sentire la vicinanza dei nostri fratelli e sorelle, che danzano insieme, sullo stesso essere».

 

«Dio danza in mezzo a noi. (…) È anche sentire la presenza di Gesù, dei santi, dei nostri antenati, che danzano con noi, non come un’immaginazione forzata, ma come una presenza spirituale reale, in una comune armonia».

 

Il testo afferma quindi che gli antenati sono «realmente presenti spiritualmente» in questa danza rituale, cosa che non può essere esatta secondo la dottrina cattolica. Questa danza è «parte integrante dell’azione liturgica»: è una liturgia danzata, e non «una danza nella liturgia».

 

Una parola sugli autori del progetto

L’autore principale è un gesuita, padre Felipe Jaled Ali Modad Aguilar, già impegnato nella preparazione del Sinodo amazzonico. È coordinatore della commissione diocesana per il nuovo rito indigeno in Chiapas, molto attento alla comunicazione con gli antenati.

 

Un altro membro, padre Víctor Manuel Pérez Hernández è parroco della parrocchia di San Juan Chamula, una parrocchia nota per i sacrifici di animali e altre pratiche di culto pagano. Diversi turisti raccontano le loro esperienze in questa chiesa. Ecco un esempio.

 

«Dall’esterno la chiesa assomiglia a tutte le chiese messicane: una facciata luminosa e colorata, con un’architettura molto semplice. Si pagano 25 pesos per entrare, ma è vietato fare foto o video». All’interno «i fedeli praticano rituali unici che coinvolgono santi cattolici, liquori di contrabbando e sacrifici di animali».

 

«Il visitatore è sopraffatto dall’odore dell’incenso di resina di copale e dal fumo di migliaia di candele. Le pareti sono fiancheggiate da statue di santi ornate di specchi per allontanare il male. Non ci sono panchine; freschi aghi di pino ricoprono il terreno. Ogni famiglia spazza uno spazio libero e attacca le candele sulle piastrelle».

 

«I fedeli lasciano che le candele si consumino completamente durante e dopo le loro cerimonie personali. Pregano ad alta voce in tzotzil, a volte piangono e spesso si fanno il segno della croce. Bevono Coca-Cola e “pox” – il distillato regionale; ruttano con l’intenzione di evacuare gli spiriti maligni».

 

«A volte alla famiglia si unisce un curandero [sciamano] che può imporre le mani sui malati, assorbire le loro malattie in un uovo di gallina o guarirli agitando un pollo vivo sopra la loro testa. La gallina viene quindi sacrificata». E la «messa» viene regolarmente celebrata in questa chiesa dal parroco Hernández…

 

Conclusione

Sembra abbastanza ovvio che l’adattamento di elementi culturali e riti di origine maya per la diocesi di San Cristóbal de las Casas non eviti il ​​sincretismo.

 

(…)

 

Se vescovi e sacerdoti possono distinguere le cose, ma per i fedeli è un’altra cosa. Inoltre, che bisogno c’è di immergere il discepolo di Cristo in questi elementi che possono solo turbarlo, lasciandolo legato a pratiche quantomeno superstiziose, se non addirittura idolatre.

 

Quanta responsabilità nello stabilire questo rito paganizzato!

 

 

 

 

Articoli previamente apparsi su FSSPX.news.

 

 

Immagine da FSSPX.news 

 

 

 

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Il cardinale Fernandez ha già preparato l’ordine di scomunica della FSSPX

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Il cardinale Victor Manuel Fernandez avrebbe già preparato un ordine di scomunica per la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) qualora questa consacrasse nuovi vescovi a luglio. Lo riporta LifeSite.

 

In un articolo del 28 aprile, la vaticanista statunitense Montagna ha scritto che il collega Nico Spuntoni, noto per la sua accuratezza nel riportare le notizie prima dei canali ufficiali, le avrebbe confermato che il Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF), guidato dal Cardinale Fernandez, ha già preparato una dichiarazione di scisma per la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) nel caso in cui l’ordine consacri nuovi vescovi il 1° luglio come previsto.

 

Spuntoni avrebbe anche riferito che il DDF sta attualmente predisponendo l’accoglienza pastorale per i fedeli che dovessero lasciare la FSSPX dopo le consacrazioni. «Il Dicastero per la Dottrina della Fede si sta già preparando allo scenario di scisma a seguito delle consacrazioni nella FSSPX» ha scritto ancora il 25 aprile.

 


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La notizia giunge a pochi giorni di distanza dalle indiscrezioni secondo cui Papa Leone XIV avrebbe deciso di seguire l’esempio di Giovanni Paolo II e di dichiarare scomunicati i vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X che parteciperanno alle prossime consacrazioni episcopali della Fraternità, previste per il 1° luglio.

 

«Fonti ben informate sulla questione mi hanno confermato che il Dicastero per la Dottrina della Fede è già preparato a uno scenario di scisma in seguito alle probabili nuove consacrazioni», avrebbe dichiarato Spuntoni a Montagna.

 

Spuntoni ha osservato che la DDF afferma di essere «indulgente» nei negoziati con la Fraternità, ma intende essere «ferma» nella sua risposta qualora le consacrazioni dovessero procedere.

 

Il giornalista ha inoltre sottolineato che, secondo le sue fonti, la DDF «è preoccupata per la cura pastorale delle persone (cioè del clero) legate alla Fraternità che non intendono rimanervi dopo un’ulteriore rottura con Roma».

 

La scorsa settimana, il sito cattolico americano Rorate Caeli ha riferito che papa Leone avrebbe già preparato un decreto «simile, per tono e contenuto, a quello promulgato da papa Giovanni Paolo II tramite il cardinale Bernardin Gantin, prefetto della Congregazione per i Vescovi, il 1° luglio 1988».

 

Come Giovanni Paolo II, Leone avrebbe dichiarato scomunicati ipso facto i vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X – sia quelli consacranti che quelli neo-consacrati – il che significa che sarebbero stati automaticamente scomunicati e considerati colpevoli di un «atto scismatico» per aver partecipato a consacrazioni episcopali senza l’approvazione papale.

 

La scorsa settimana, il corrispondente vaticano Niwa Limbu ha affermato che, secondo le sue fonti, la DDF «sta preparando la possibilità di una scomunica dell’intera Fraternità Sacerdotale San Pio X», intendendo tutti i sacerdoti della Fraternità, non solo i vescovi. Non è chiaro se intendesse includere in questa affermazione anche i laici sostenitori della Fraternità.

 

Lo stesso vescovo della Fraternità Sacerdotale San Pio X, Bernard Fellay, in una recente omelia a St. Mary’s, in Kansas, ha affermato che tali scomuniche imminenti sono molto probabili.

 

«Preferisco non fare il profeta, ma sono abbastanza sicuro che ci sia un’enorme probabilità che tutti voi, noi compresi, possiate essere scomunicati, dichiarati scismatici, c’è un’altissima probabilità perché lo hanno già detto pubblicamente. Quindi, per così dire, si stanno costringendo a farlo. Ma comunque, Dio può fare miracoli. Non è la fine», ha detto Fellay.

 

Lo Spuntoni ha inoltre sottolineato alla Montagna che le sue fonti non hanno specificato se le scomuniche previste dal Vaticano riguarderanno solo i vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X che partecipano alle consacrazioni o anche gli altri membri.

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Spettacolo osceno tenuto nell’ex cappella di Santa Giovanna d’Arco a Parigi

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Una performance oscena e grottesca, definita «demoniaca», si è svolta di recente in una cappella sconsacrata a Parigi, un tempo cappella di Santa Giovanna d’Arco.   Le scene del «cabaret» queer e le immagini pubblicitarie che lo accompagnano evocano l’inferno: rumori cupi e industriali, fiamme sul palco e in tutta la chiesa, un personaggio «serpente» e una «strega», e rappresentazioni perverse permeano lo spettacolo.   L’organizzatore, un gruppo che si autodefinisce «LGBTQIA+» chiamato Cirquefier.es, ha descritto l’evento nei post promozionali su Instagram come un «rituale sovversivo» e una «narrazione sul corpo» che celebra «la diversità delle identità e l’emancipazione individuale».   «Assolutamente tutto è stato sessualizzato», ha osservato il sito francese Christian Tribune Media, che ha seguito l’evento.   Peggio ancora, l’evento assume una connotazione sacrilega poiché si svolge in una cappella tra immagini sacre, tra cui vetrate raffiguranti Santa Giovanna d’Arco e, a quanto pare, crocifissi.  

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Il maestro di cerimonie ha fatto riferimento al martirio di Santa Giovanna d’Arco durante lo spettacolo in modo sacrilego: «Sapete che la cappella Reille non è il suo vero nome; nella vita reale, è la cappella di Santa Giovanna d’Arco, e noi le daremo fuoco!» hanno esclamato.   Sebbene la cappella sia stata desacralizzata, il suo utilizzo a scopo osceno costituisce comunque una violazione del diritto canonico.   Il canone 1222 stabilisce che «Se una chiesa non può in alcun modo servire al culto divino e non è possibile ripararla, può essere ridotta dal vescovo diocesano a un uso secolare non inappropriato».   Il canone 1222 afferma inoltre: «Se una chiesa non può essere utilizzata in alcun modo per il culto divino e non vi è possibilità di ripararla, il vescovo diocesano può destinarla a un uso profano, ma non sordido». Il recente spettacolo di «cabaret» è uno degli esempi più lampanti di tale utilizzo.   Il filmato della performance pornografica, troppo esplicito per essere pubblicato qui, ha suscitato disgusto e indignazione dopo essere stato condiviso su X.   L’abate Mathieu Raffray dell’Istituto del Buon Pastore ha descritto l’evento come «decisamente demoniaco», sottolineando in una dichiarazione l’uso di «simboli esplicitamente satanici come fuoco e serpenti». Ha inoltre ipotizzato che lo spettacolo sia stato allestito intenzionalmente in un luogo precedentemente sacro allo scopo di «profanarlo».   «Perché usare una chiesa per questo? C’è un desiderio di perversione, di profanazione in un luogo costruito per uno scopo ben preciso…», ha dichiarato a Christian Tribune Media. «Mi fa orrore».   L’abate Raffray ha anche descritto la natura pro-LGBT dello spettacolo, che vedeva la partecipazione di drag queen e omosessuali, come «un attacco alla morale della Chiesa», secondo quanto riportato da BVoltaire.   Il religioso inoltre affermato che, oltre ad essere «offensivo per i cattolici» a causa del suo carattere sacrilego, lo spettacolo rappresentava una «provocazione contro l’umanità e la nostra cultura».   La cappella faceva un tempo parte del convento delle Missionarie Francescane di Maria, che vendettero l’intero complesso nel 2020 perché «non erano più in grado di mantenere l’edificio», secondo quanto riportato da BVoltaire. Le missionarie vi risiedevano dal 1895.   Secondo l’abate Raffray, le suore rifiutarono una proposta di acquisto del complesso da parte di fedeli cattolici e scelsero invece di venderlo all’imprenditrice sociale parigina In’li. «È il risultato della mentalità consumistica odierna», ha affermato l’abate Raffray.   Non si tratta del primo esempio di dissacrazione di una chiesa cattolica in Francia. L’anno passato la comica e artista femminista radicale spagnolaAne Lindane aveva pubblicato sui social media un video in cui profana un altare all’interno della storica chiesa di Saint-Laurent-d’Arbérats, nella regione francese dell’Occitania durante uno spettacolo «comico» nell’ambito di un festival locale.

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Come riportato da Renovatio 21, sempre l’anno scorso una delle cattedrali più importanti della Germania, quella di Paderborn, in Vestfalia, aveva ospitato uno spettacolo sacrilego con ballerini a torso nudo e una grottesca «performance» con polli crudi e senza testa, scatenando lo scandalo fra i fedeli.   Nel 2024 a un fedele cattolico anonimo ha distrutto una raffigurazione blasfema e indecente della «Nostra Signora» in nella cattedrale di Santa Maria a Linz dopo che la scultura aveva suscitato indignazione.   Casi che possono ricordare da vicino quello di Carpi, dove un quadro definito da alcuni fedeli come osceno e sacrilego era stato esposto ella chiesa di Sant’Ignazio, chiesa del museo diocesano di Carpi, per poi essere attaccato da uno sconosciuto che avrebbe ferito anche l’artista lì presente. Anche in quel caso, la mostra era stata verosimilmente approvata dalla gerarchia.  

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Vescovo dichiara che non ci sarà alcuna scomunica per chi ha dato l’Eucaristia ai cani

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Una diocesi cattolica svizzera ha stabilito che tre fedeli i quali hanno condiviso le ostie consacrate con i propri cani non sono incorsi nella scomunica, in quanto privi di intento sacrilego. Lo riporta LifeSite.

 

Il 17 aprile, la diocesi di Coira, in Svizzera, ha annunciato la conclusione di un’indagine su un episodio avvenuto il 4 ottobre 2025 presso la parrocchia di Guthirt («Buon Pastore») a Zurigo. Tre persone hanno offerto porzioni della Santissima Eucaristia ai loro cani durante una Messa celebrata insieme alla benedizione degli animali.

 

Il vescovo di Coira, Joseph Maria Bonnemain, ha concluso che gli interessati non hanno agito con intento sacrilego e pertanto non hanno commesso alcun reato canonico che giustifichi la scomunica.

 

«Le indagini hanno chiaramente dimostrato che i tre individui non hanno agito con intento sacrilego. Di conseguenza, non possono essere accusati di sacrilegio, poiché privi di tale intento», si legge nella dichiarazione.

 

Secondo la nota diocesana, «a causa delle cattive previsioni meteorologiche, una benedizione [degli animali]» prevista per il 4 ottobre 2025 «è stata spostata in chiesa e combinata con una celebrazione eucaristica». Durante quella Messa, «tre persone hanno condiviso parti delle loro ostie con i loro cani».

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Monsignor Bonnemain ha aperto un’indagine dopo aver appreso dell’accaduto. L’inchiesta si è concentrata sulla verifica se le azioni configurassero il delitto di sacrilegio secondo il diritto canonico, in particolare se fosse presente l’intento necessario.

 

Secondo il Codice di Diritto Canonico, «Chiunque getta via le specie consacrate o, per fini sacrileghi, le porta via o le trattiene, incorre nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica» (1382 § 1).

 

Una scomunica latae sententiae si incorre automaticamente per il solo fatto dell’atto, senza necessità di formale sentenza di condanna. Tale pena è «riservata alla Sede Apostolica» e solo il Papa può revocarla.

 

La diocesi ha sottolineato che la questione centrale era stabilire se la condotta costituisse il delitto in assenza di un esplicito intento sacrilego. La diocesi ha espresso scetticismo, affermando che «le informazioni ricevute si basavano, tra l’altro, su dicerie. Di conseguenza, si era reso necessario chiarire e documentare adeguatamente le circostanze, lo svolgimento degli eventi, le persone coinvolte e le loro intenzioni».

 

La dichiarazione lascia tuttavia intendere che l’evento blasfemo abbia effettivamente avuto luogo e non si sia trattato di una semplice diceria.

 

Secondo un articolo di The Pillar, la dottrina canonica ritiene che questa norma venga violata solo in tre casi: lo scarto o la dispersione deliberata delle specie consacrate in modo inappropriato, la rimozione dell’Eucaristia dal tabernacolo per scopi profani e la sua conservazione per fini analoghi. La diocesi ha concluso che nessuna di queste condizioni si verificava in senso strettamente canonico, mancando l’elemento soggettivo dell’intenzione.

 

Al contempo, la diocesi ha definito l’incidente «molto deplorevole». Monsignor Bonnemain «ha organizzato un incontro a porte chiuse con l’intero gruppo parrocchiale per approfondire l’esortazione dottrinale di papa Francesco sull’Eucaristia Desiderio Desideravi».

 

Il portale cattolico Swiss-Cath si è mostrato scettico sull’esito dell’inchiesta: «il vescovo Bonnemain ha incaricato il suo pari e confidente Josef Annen, ex vicario generale di Zurigo e Glarona, di indagare. Resta da vedere se sia stato in grado di svolgere il suo lavoro con la necessaria indipendenza e imparzialità». «Probabilmente gli è stato suggerito lo slogan ‘Non toccare la palla’ dal pastore anziano di Coira».

 

«Tenere la palla piatta» è un’espressione svizzero-tedesca che invita a non creare problemi.

 

Secondo Swiss-Cath, l’esito dell’inchiesta non affronta la questione centrale: se, e in che modo – anche implicitamente – gli amministratori parrocchiali abbiano potuto dare segnali che hanno facilitato l’abuso. Una semplice smentita avrebbe chiarito ogni dubbio, ma monsignor Bonnemain non l’ha fornita.

 

La ricostruzione degli eventi del 4 ottobre 2025 fornita dalla diocesi appare contraddittoria. Da un lato si afferma che la benedizione degli animali sia stata aggiunta alla Messa per il maltempo, mentre il volantino originale prevedeva fin dall’inizio una celebrazione unica. Questa versione non coincide neppure con la dichiarazione del parroco, secondo cui la Messa sarebbe stata inserita all’ultimo minuto per i fedeli abituali.

 

Pertanto, la diocesi non ha chiarito in modo esaustivo né le responsabilità né le circostanze. Nel complesso, conclude Swiss-Cath, l’intera vicenda «dà l’impressione di essere un mero gesto simbolico».

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Immagine di Adrian Michael via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

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