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Il governo Meloni sarà il governo della repressione?

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Leggiamo con estremo interesse quello che scrive l’ex ministro Rino Formica, uomo che è appartenuto all’ultimo gruppo di politici di intelligenza unita all’ambizione che il Paese possa ricordare: i socialisti di Craxi.

 

Citiamo spesso la definizione, lucida e abissale, che Formica dà dell’ora presente: l’ascesa dello Stato-partito – la condizione del Paese, con lo Stato stesso che si presenta come forza politica, che puoi votare o avversare in toto, perché la fusione tra cosa politica e cosa amministrativa è oramai assoluta.

 

Il 92enne uomo della Prima Repubblica qualche giorno ha vergato un editoriale in cui porta ancora più avanti questo tipo di pensiero. Formica dice che il discorso di Draghi a Rimini, al Meeting ciellino, è di enorme importanza.

 

«Draghi quel giorno, al Meeting di Comunione e liberazione, ha aperto e chiuso la campagna elettorale (…) Draghi ha liquidato il partito degli amici di Draghi. Al Terzo polo ha detto in pratica “siete irrilevanti” (…) Al PD ha detto di non sbracciarsi “tanto non governerete”».

 

Ma l’uomo BCE avrebbe in realtà parlato direttamente alle destre date per vincitrici, in particolare a Giorgia Meloni.

 

«Alle destre ha detto “otterrete la maggioranza ma non illudetevi che questa sia una condizione di stabilità politica, anche voi dovrete fare i conti non con l’agenda Draghi, ma con il metodo Draghi”, cioè la capacità di mettere insieme la maggioranza con l’opposizione, cioè creare condizioni di basso conflitto perché solo così è gestibile un paese che ha una politica economica e sociale condizionata dall’Europa. “Nessuno stato potrà fare da solo”, ha detto Draghi».

 

Seguendo l’intuizione di Formica, Draghi si sarebbe offerto alla Meloni come «nuova figura giuridica-istituzionale che supera l’assetto costituzionale del Paese»: il Lord protettore.

 

«Il lord protettore è chi usa la legge perché egli stesso è la legge, dispone della forza perché egli è la forza, manipola le istituzioni perché è egli stesso le istituzioni, gode della fiducia del potere esteri perché è punto di riferimenti del potere sovranazionale».

 

«Questo è il lord protettore moderno, non un dittatore ma uno che dà l’orientamento, il consiglio. Per il lord protettore il Paese deve essere sereno, unito, deve superare le difficoltà economiche e sociali perché restare nella cabina di regia dell’impero».

 

L’ex ministro sta analizzando nel profondo una situazione che già ci figuriamo, e di cui già abbiamo scritto su Renovatio 21: la continuità totale che la politica post-25 settembre avrà con Draghi, Conte e tutto il sistema di governo pandemico.

 

Come abbiamo detto, sono solo due i temi che la politica ha in questo momento: il rifiuto del sistema pandemico, con relativa riduzione ai diritti dei cittadini a accessi «premiali» consentiti dai database di sorveglianza bioinformatica; l’accettazione della realtà «russa»,  che è al contempo coscienza della devastazione energetica e finanziaria in arrivo e al contempo rifiuto di una pericolosa guerra annientatrice che bussa alle nostre porte.

 

Essendo questi due temi gli unici che rivestono importanza per l’ora presente, su di essi non vi fanno votare – conoscete l’adagio, se votare contasse qualcosa non ve lo lascerebbero fare.

 

Come sapete, nessun partito maggiore sui due temi si può discostare da quanto è loro ordinato dal metaverso NATO. Non vi è distinzione tra la Meloni che vuole proseguire l’armamento dell’Ucraina e non ritiene green pass e mRNA di Stato un abominio. Tra Fratelli d’Italia e il PD, quindi, che differenza sostanziale può esserci? Purtroppo questo non è un discorso qualunquista: è una amara realtà che vivremo sulla nostra pelle, geopoliticamente e biologicamente, con le nostre aziende e con le nostre famiglie.

 

Semmai, come abbiamo cercato di dire, la vera distinzione si potrebbe trovare all’interno della stessa coalizione di centrodestra, dove per diversi motivi, Forza Italia e Lega potrebbero risultare partiti in grado di riallacciare con la Russia e, nel caso della Lega, riportare in testa qualche parlamentare in grado di opporsi all’orrore della sottomissione bioelettronica di vaccino e certificato verde (ci rendiamo conto che molti non sono d’accordo con quest’ultima idea, hanno perso la speranza nei confronti anche di quelli che sembravano i più accesi cavalieri nella Lega, non siamo in grado di difendere questa posizione, né di difendere nessuno di questi parlamentari: se ringhiate e ci mordete, avete ragione).

 

Il Draghi lord-protettore si innesta in questa guerra interna al centrodestra. L’uomo che garantisce al mondo la continuità del governo Meloni (che, ricordiamolo, in teoria era all’opposizione), con il suo governo precedente. Parliamo del Draghi che è stato tra i responsabili, ha scritto il Financial Times, del primo vero episodio di guerra economica della storia umana, ossia il sequestro di 300 miliardi di valuta estera della Banca Centrale russa depositati nelle banche centrali straniere. Un’operazione che, diciamo pure, ha danneggiato Mosca più dei lanciamissili HIMARS regalati da Washington con cui Kiev in queste ore starebbe provando (e fallendo) la sbandierata controffensiva d’agosto.

 

Un governo Meloni che si pone in continuità con ciò che era prima – cioè ciò che ordina il potere costituito sovranazionale, di cui Draghi era portatore – quindi non sarà in grado di risolvere né il problema energetico, né la minaccia del contagio della guerra, né la sottomissione dei cittadini alla siringa e a sistemi di biosorveglianza oramai inevitabili come l’euro digitale.

 

Fin qui, tutti possono capirlo.

 

Vogliamo però qui ipotizzare qualcosa di più oscuro. E, se possibile, di più doloroso – almeno fisicamente.

 

Renovatio 21 ha spesso ripetuto come, dall’Austria alla Germania ad altri Paesi, governi e servizi interni europei si stiano attendendo un autunno freddo (per mancanza di gas) ma caldissimo per le rivolte popolari, che danno per certe.

 

Moti di popolo non vi saranno solo per la disoccupazione, con forse un centinaio di migliaia di aziende che chiuderanno in Italia nelle prossime settimane, perché incapaci di pagare bollette e tasse. Vi saranno perché le case al freddo produrranno un malcontento popolare mai esperito prima.

 

Come abbiamo scritto, in Germania, non è un mistero, lo Stato si sta preparando alla repressione.

 

Confisca di armi a persone con credenze politiche «sbagliate», definizione di «estremista» allargata a chiunque protesti: non è diverso, se ci pensiamo, a quanto sta accadendo negli USA, in cui il presidente ha additato una volta per tutte gli elettori che non hanno votato per lui (circa 73 milioni di persone, probabilmente la maggioranza) come estremisti nemici della democrazia. Anche oltreoceano, insomma, si preparano alla repressione, che laggiù potrebbe tingersi dei colori della guerra civile.

 

Ne consegue che anche il prossimo governo italiano, con tutta probabilità, sarà un governo della repressione. Il pensiero che si può fare è che, se non fosse così, i poteri sovranazionali non lascerebbero che si faccia un governo. Come l’adagio di prima: se il governo fosse libero  di fare scelte che contano, mica te lo lascerebbero fare.

 

E quindi, se repressione deve essere in tutto il mondo, sarà repressione anche in Italia.

 

La cosa dovrebbe spaventare. Perché ricordiamo le repressioni dello scorso anno contro il popolo che ogni sabato protestava contro la follia delle restrizioni pandemiche, contro l’mRNA obbligatorio, contro il green pass. Su queste pagine ne abbiamo dato conto: è stato un crescendo tremendo, lancinante. Abbiamo visto, legge dopo legge, sabato dopo sabato, arresto dopo arresto, la repressione azzerare la protesta, fin nel suo ultimo rappresentante, la vecchietta, il vecchietto, il ragazzino, chiunque.

 

 

Ancora di più, vogliamo ricordare quello che da un ventennio è un cavallo di battaglia della sinistra, e che qui ci tocca però di tenere a mente: i cosiddetti «fatti della Diaz». G8 di Genova 2001, la scuola Diaz viene adibita a centro stampa del cosiddetto Genoa Social Forum, una sigla che dava una parvenza di organizzazione alla protesta (inutile, fessa) contro il G8 ligure. La città fu messa a ferro e fuoco (nel gergo dell’anarchismo, «aperta») dai cosiddetti Black Block – mascherati, disciplinati, in molti casi con strane uniformi – tuttavia la notte del 21 luglio reparti della Polizia, con il supporto di alcuni battaglioni dei Carabinieri, irrompevano nella scuola.

 

Vi furono 93 arresti e 63 feriti portati in ospedali, tre in prognosi riservata , uno in coma. Il numero degli agenti è ancora sconosciuto, tuttavia, se ci basiamo sulle informazioni fornite durante il processo dal questore, potremmo parlare di «346 Poliziotti, oltre a 149 Carabinieri incaricati della cinturazione degli edifici».

 

Le immagini che ne uscirono furono definite dal vicequestore Fournier «macelleria messicana».

 

Abbiamo qualche ricordo delle immagini che uscirono dalla notte horror di quella scuola. In particolare, abbiamo questa memoria di una pozza di sangue che inzuppava un libro tascabile. Non siamo sicuri di averla vista: era il 2001, si è dissipata nell’etere, forse l’abbiamo sognata. Tuttavia di macchie di sangue filmate ve n’è un’abbondanza.

 

 

Ci teniamo a precisare, con le parole dell’enciclopedia online, che «i procedimenti penali aperti in merito alle responsabilità delle violenze, alle irregolarità e ai falsi dichiarati nelle ricostruzioni ufficiali sui fatti avvenuti alla Diaz e a Bolzaneto, si sono svolti nei successivi tredici anni, concludendosi nella maggior parte dei casi con assoluzioni, dovute all’impossibilità di individuare i diretti responsabili delle stesse o per l’intervenuta prescrizione dei reati».

 

Ci teniamo a dire che, se poi hanno trovato come dissero delle armi, le ragioni per l’irruzione le forze dell’ordine ce le avevano.

 

Ci teniamo a rammentare anche, en passant, che il ministro degli Interni, presente a Genova in quei giorni era Gianfranco Fini. «È necessario ricordare e ripetere che nei giorni di Genova Gianfranco Fini, presente in prefettura e per alcune ore nella caserma dei carabinieri di Forte San Giuliano, è stato costantemente informato degli avvenimenti» scrisse Giuseppe D’Avanzo su Repubblica il 9 agosto 2001.

 

Non sappiamo quanti poliziotti di fatto abbiano votato, negli anni MSI, AN, poi PDL e infine FdI.

 

Però sappiamo che un numero cospicuo di loro è pronto a reprimere le proteste di chi, a differenza dei goscisti del G8 di Genova, mai ha in cuore di attaccare poliziotti e carabinieri, anzi, ne cerca l’appoggio, li applaude quando questi, come è capitato, mostrano un segno di solidarietà verso il popolo in protesta contro la follia pandemica.

 

A Renovatio 21 sono arrivate alcune storie strazianti di membri delle Forze dell’Ordine che provavano a resistere all’obbligo vaccinale, magari su base di un’obiezione spirituale. La cronaca poi ha parlato di quei poliziotti umiliati a pranzo, costretti a mangiare fuori, magari sotto la pioggia, perché non dotati di green pass.

 

Poliziotti e carabinieri che hanno capito la mostruosa trasformazione dello Stato moderno in questi due anni – di cui ora si vuole la persistenza – ve ne sono.

 

Tuttavia, i loro colleghi invece non hanno dimostrato nessuna pietà nella repressione della protesta. Lo abbiamo visto, con estremo nitore in Germania, o in Olanda, Paese in cui in più occasioni si è sparato sui manifestanti, li si è investiti con i furgoni e pure fatti sbranare dai cani-poliziotto.  Ma anche l’Italia ha avuto i suoi momenti magici di «movimento ondulatorio».

 

Bisogna quindi capire che i giovinastri pseudocomunisti del G8 non avevano contro di loro giornali, politici, leggi, il sentire popolare tutto. I gìottini non erano un capro espiatorio nazionale; né possiamo dire che erano un problema per la NATO (anzi, a fare certi pensieri, uno potrebbe dire che i black blocchi hanno fatto un ottimo lavoro nello screditare ogni possibile opposizione razionale alla globalizzazione).

 

I no-vax, ora filo-Putin, sì. Sono il capro espiatorio. Sono nemici del sistema atlantico. Sono, perfino, schedati, inseriti in blacklist di cui stiamo prendendo coscienza.

 

Per loro la repressione, nel caso della protesta autunnale, sarà inevitabile.

 

Se il governo sarà quello della Meloni, accadrà così? Molti hanno fiducia in lei, alcuni, ho sentito, vogliono votarla anche se nessuna posizione coincide con quelle di chi ha sentito la propria vita fracassata dall’impero della menzogna slatentizzatosi definitivamente dal 2020.

 

Giorgia è brava, Giorgia è buona. Non lo mettiamo in dubbio: guardate come ieri ha rispedito via il ragazzo con la bandiera LGBT salito sul palco ad interromperla, chiedendo per il tizio applausi dal pubblico. Maestria, sicurezza. «Pronti», dice lo slogan della campagna. Vero.

 

Tuttavia noi abbiamo in mente anche un altro palco, che fu davvero uno spartiacque molto significativo, soprattutto ora.

 

Il 25 settembre 2021 Giorgia Meloni era in Piazza Duomo a Milano per un grande comizio. Palco imponente, cornice da centro del mondo. La rimonta di Fratelli d’Italia, che si apprestava a disintegrare nei sondaggi la Lega, c’era tutta.

 

Solo un piccolo particolare: l’evento della Meloni era programmato di sabato, il giorno della settimana in cui, imperterrito, il popolo anti-green pass si ritrovava per manifestare il dissenso contro il governo.

 

Come abbiamo ripetuto qui varie volte, per consistenza, vastità e qualità (e assenza di leader visibili), bisognava riconoscere a Milano il titolo di capitale della protesta nazionale. Erano tanti, tantissimi: di tutte le età, di tutte le classi sociali. Erano determinati, erano inarrestabili. Ci vengono in mente i cori: «libertà, libertà…». Una protesta così non si era mai vista.

 

 

Il luogo di concentrazione delle manifestazioni del sabato a Milano era Piazza Fontana: cioè, a pochi metri da Piazza Duomo, dove la Meloni teneva il suo comizione.

 

Qui si sarebbe potuto pensare che il capo della cosiddetta opposizione al governo, avrebbe quantomeno provato a fare mezzo occhiolino ai no-vax: il nemico, del resto, è lo stesso, è il governo attuale. I no-green pass poi, sono tanti, tantissimi, e sono arrabbiati. Se non si è ciechi, dovrebbe essere chiaro che quelli sono in larga parte voti vagolanti, liberati finalmente dal M5S ma anche dalla Lega e dal PD, che attendono solo di essere catturati con il retino – o meglio un occhiolino, un sorrisino, un ammiccamento di qualsiasi tipo.

 

Uno potrebbe pensare che l’unico motivo per indire un comizio del partito d’opposizione parlamentare proprio nelle medesime coordinate spazio temporali della protesta no-vax, sia quello: sedurli, irretirli.

 

E invece, ci siamo trovati davanti uno spettacolo allucinante: transenne e celerini in assetto antisommossa per separare i no-green pass dal comizio di Fratelli d’Italia. Sostenitori del partito (smilzetti e pelati senza nemmeno essere skinhead: ma dove sono finiti i ragazzotti di destra di un tempo?) che vanno ad attaccar briga, mascherina sopra il naso, con i no-green pass, che hanno fatto il giro e vogliono entrare in piazza. Poliziotti con elmi, scudi e manganelli fanno da barriera.

 

Il comizio partitico meloniano, con i megaschermi e il logo grande, ha qualche centinaio di spettatori. I no-green pass sono migliaia.

 

La Meloni poi se ne va via veloce su sull’auto blu di ordinanza.

 

 

 

Non è che si possa chiedere un quadro più chiaro della situazione.

 

In nulla un governo Meloni si vorrà porre davvero contro il potere mondialista e i suoi segni visibili, la NATO e la UE, Washington e Big Pharma, Francoforte e Kiev.

 

E quindi, cosa dobbiamo aspettarci?

 

Dobbiamo aspettarci sul serio un governo chiamato alla repressione? Un governo a cui sarà permesso di esistere – proprio per reprimere le proteste residue di un popolo oramai stremato?

 

Che vinca la Meloni o Letta, Calenda, Speranza, Renzi, Conte o chiunque altro, sarà il governo della palude, quella che voluto il presidente bis e soprattutto Draghi, quella palude di mostri che ci ha venduti ad un potere che vuole sottometterci tutti ai suoi database o sacrificarci a milioni in una guerra con una superpotenza termonucleare.

 

Qualsiasi sarà il governo, dovrà essere il governo della repressione. La determinazione, l’intensità con cui ciò avverrà forse, da destra a sinistra, non cambieranno nemmeno poi tanto.

 

Perché l’impero della Cultura della Morte non permetterà altro.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Immagine screenshot da YouTube; modificata

 

 

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Il Giappone di fronte alla legalizzazione della prostituzione

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La Takaichi ha fatto anche cose buone. Nel corso di marzo una commissione del governo giapponese dovrebbe iniziare a discutere una riforma della legge che regolamenta la prostituzione nel Paese. Allo stato attuale la compravendita di prestazioni sessuali opera in un’area grigia ampiamente tollerata, fondata su quello che è di fatto un patto Stato-crimine organizzato efficace, per quanto esecrabile.

 

Sulla carta, la legge in Giappone non permette atti sessuali a pagamento che comportino la penetrazione vaginale, il che ha portato al fiorire di un’offerta di prestazioni alternative per soddisfare l’inevitabile domanda. È facile intuire però che le stanze degli alberghi a ore non dispongano di VAR, ragion cui per cui eventuali operazioni di meretricio sconfinanti nell’illecito non si vedono fischiare il pur meritato fuorigioco.

 

Al di là della visione «pagana» che ha della sessualità una civiltà che, per sua disgrazia, ha rifiutato il cristianesimo, si può semplificare dicendo che l’interesse della legislazione nipponica è quello di mantenere la prostituzione entro un’area limitata, proibendo ad esempio la ricerca di clienti in strada, in modalità peripatetica.
Allo stato attuale, chi viene punito è chi vende il servizio, non chi lo compra: il cliente è quindi di fatto deresponsabilizzato.

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Alcuni fatti di cronaca recenti hanno però portato l’attuale esecutivo a riconsiderare la situazione. In primis c’è la trasformazione della zona della capitale tra Kabukicho e Shin Okubo (uno dei centri della vita notturna tokyota) in un centro della prostituzione di strada, dove ragazze poco più che adolescenti stanno nei parchi o sul ciglio della strada in cerca di clienti.

 

La zona in questione è anche una delle visite obbligatorie per i turisti stranieri (gattino in 3D e testone di Godzilla vi dicono niente?): unite la cosa all’attualmente bassissima valutazione dello yen e otterrete come il risultato che il Giappone sta diventando meta di turismo sessuale per i turisti di mezzo mondo.

 

Che le autorità sembrino finalmente volersi muovere contro questo umiliante fenomeno non può che essere apprezzato da chiunque, al di là delle personali idiosincrasie politiche.

 

A fare sì invece che si iniziasse a considerare la responsabilità penale del cliente è stata l’amara scoperta che a Yushima, a due passi dal famoso parco di Ueno, una dodicenne thailandese sia stata per mesi fatta lavorare in un bordello locale (ovvero: tecnicamente non un bordello sul modello di quelli attualmente legalizzati in Europa, ma comunque un esercizio che sulla carta operava legalmente).

 

Sono stati immediatamente arrestati la donna thailandese che fungeva da procacciatrice di lavoratrici per il postribolo e il proprietario dello stesso, ma il fatto che le indagini non abbiano immediatamente coinvolto i clienti ha causato indignazione generale.

 

Alla carrellata degli orrori di un mondo che l’idiozia imperante vende, a turno, come occasione di emancipazione della donna, raffinato passatempo per esteti gaudenti o razionale strumento di educazione sessuale, aggiungiamo il feto fatto a pezzi trovato nel frigorifero di un bordello di Kinshicho, nella zona est di Tokyo.

 

Una 22enne che lavorava e, a quanto pare viveva, nel bordello avrebbe partorito il bambino e, colta dal panico, immediatamente deciso di eliminarlo. Volendo però che il suo bambino le restasse vicino, avrebbe poi nascosto il corpo smembrato nel reparto congelatore del frigorifero del locale.

 

Non si sa quanto tempo sia passato prima che una delle altre lavoratrici se ne accorgesse, né come sia stato possibile che gravidanza, parto e infanticidio siano sfuggiti a gestore, clienti e colleghe.

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Al di là dell’orrore in questione, la notizia è un eccellente promemoria di un altro inevitabile effetto collaterale della prostituzione: gravidanze indesiderate e conseguente strage di innocenti.

 

La recente approvazione alla vendita della pillola abortiva come medicinale da banco in Giappone non potrà che peggiorare la situazione. Auguriamo di cuore al governo Takaichi di riuscire a sanare, almeno in parte, i danni che la prostituzione infligge alla società giapponese.

 

A Tokyo, nei pressi della stazione di Minowa, si trova il tempio Jokanji. Qui un monumento ricorda le più di 25000 prostitute del vicino quartiere dei piaceri di Yoshiwara che, una volta morte, venivano buttate come spazzatura all’entrata del tempio affinché i monaci si occupassero delle loro salme.

 

Se questo è il numero stimato delle donne gettate come oggetti inutili, proviamo a immaginare quello dei bambini indesiderati. Spero che un giorno Tokyo avrà un cimitero cattolico dove verranno ricordate le innumerevoli vite innocenti sacrificate nei secoli ai demoni che tiranneggiano sul Giappone.

 

Beato Giusto Takayama Ukon, prega per il Giappone.

 

Taro Negishi

Corrispondente di Renovatio 21 dal Giappone

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Consacrazioni FSSPX, non «chi», ma «quanti»: il sogno di un fedele

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Per il piccolo mondo antico tradizionista è di certo la notizia più clamorosa, ancorché attesa, che si possa immaginare: le nuove consacrazioni della Fraternità San Pio X sono la comunicazione che tanti – nel mondo, milioni – aspettavano, e da decadi.   Chi scrive è un fedele FSSPX, per cui addentro, anche felicemente, a questa vorticosa, irrinunciabile hype ecclesiastica. Nel giro lefebvrista ovviamente non si parla d’altro, e si è slatentizzata definitivamente la pratica del toto-vescovi, che veniva esercitata sottovoce negli scorsi anni, mentre ora è in ogni chiacchiera fuori dalle cappelle, ogni telefonata, e non voglio pensare cosa siano ora certi gruppi Whatsapp e Telegram, applicazioni da cui cerco di tenermi più alla larga possibile.   Sì, il toto-consacrazioni impazza, al punto che alla pratica possiamo dare pure il nome in lingua inglese («l’inglese è il greco moderno») di bishopping. Chiunque ora si dà alle gioie del bishopping, con bishoppatori di tutte le età, bishoppano le vecchie guardie che hanno conosciuto monsignor Lefebvre come i neoconvertiti, i giovani, quelli di passaggio – che, per fortuna non mancano mai: una realtà senza «portoghesi» è una realtà morta.

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Ebbene, con discrezione, senza esagerare, mi ci sono messo anche io. Ho sentito varie voci, tra fraternitologi e persone con ampie cognizioni della FSSPX, per verificare quello che penso, farmi un’idea, tracciare un’ipotesi più chiara. Ne sono uscito solo con una certezza: ho solo opinioni, congetture – e sogni. E forse vale la pena, per una volta, di concentrarsi su questi.   Con ordine: il primo fraternitologo che ho sentito ha, come tutti (come me), alzato le mani al cielo – non c’è modo di sapere nulla. Mi dice: dicono che non faranno un africano, anche se forse sarebbe il caso, e rimarrano in Europa. L’età sarà bassa, perché per fare il vescovo della Fraternità ci vuole un fisico bestiale, per resistere agli urti della chiesa moderna, cresimando bambini a quattro angoli del pianeta, dall’Alaska al Sudafrica, da Tokyo all’Amazzonia. Ne faranno, secondo lui, tre: cifra conservativa. Di lui mi fido sempre, ma qui?   E chi saranno i futuri prelati? Ecco che si fa qualche nome, questo qui che fa questo, quest’altro che fa quello.   Sento un’altra voce con profonda conoscenza della materia, che con profonda saggezza mi conferma che non c’è modo di sapere: lo sa solo chi ha deciso, cioè chi le nomine le ha fatte, e chi verrà consacrato (forse). Lui dice: non ne faranno più di quattro. Immagino che sia perché quattro è il numero di vescovi ordinati eroicamente nel 1988 dal fondatore. Ma può esserci certezza qui? No. Nemmeno della provenienza: ci sarà un francese, un americano… probabile, sì, ma in ultima analisi cosa ne sappiamo? Nessuna certezza!   Nel frattempo è arrivata Roma. «Proseguono i contatti tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede, la volontà è quella di evitare strappi o soluzioni unilaterali rispetto alle problematiche emerse» ha detto il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni. Ad occhio non sanno nulla neanche loro, anzi sanno meno di noi: con evidenza non hanno idea di cosa fare, mentre noi sì, pregare e tripudiare, baciare gli anelli, ricevere e tramandare, persistere, esistere – combattere sempre, perché militia est vita hominis super terram (Gb 7,1)   Non sappiamo nemmeno se la lettera ricevuta dal Vaticano, quella che da quel che dice il superiore generale don Davide Pagliarani avrebbe cagionato la decisione a procedere autonomamente con le consacrazioni, sarà pubblicata. Qualcuno bisbiglia: non è che la letterina sia venuta fuori di punto in bianco, stile bigliettini a scelta binaria con crocetta che circolano in classe a fine-elementari-inizio-medie: «Ti vuoi mettere con me? □ SI □ NO»   Immaginiamo il livello di difficoltà, con la Curia che può dire: «no… anzi sì, ma tra un po’… anzi no, anzi uno… uno nel 2028… anzi no… anzi sì, uno nel 2030, scelto da noi… anzi uno scelto da noi, da fuori della Fraternità». Roma locuta, causa infinita.   E cioè, tutto quello che non è stato fatto per i comunisti cinesi. Perché, rammentiamolo pure noi, la situazione è paradossalmente la medesima della Chiesa patriottica, il fac-simile della Chiesa Cattolica creato dal Partito Comunista Cinese, con cui Roma ha pensato bene di fare accordi – i famigerati, catastrofici, accordi sino-vaticani – ottenendone per premio la repressione più tremenda dalla chiesa sotterranea, la distruzione di chiese, il rapimento di seminaristi e sacerdoti, torture ai religiosi, insomma una tragedia immane, bagnata da ondate continue di sangue di martire.   Il Partito Comunista Cinese ha nominato e consacrato, tra i tanti degli ultimi mesi di scandalo, il vescovo di Shanghai – non solo quelli di province impronunciabili dell’entroterra sinico, ma il vertice della diocesi della seconda città più importante del Dragone. E cosa ha fatto il Sacro Palazzo? Nulla. Spallucce. Pazienza.

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Ma scusate, non ci sarebbe la questione della… scomunica? Massì, la scomunica latae sententiae per chi ordina vescovi illecitamente, ma validamente: un vescovo ordinato da un vescovo è un vescovo, anche se satanista. Latae sententiae significa che la pena canonica arriva senza giudizi, esce subito quando l’azione è compiuta. Cioè, la scomunica va considerata all’atto stesso: quindi anche i prelati comunisti cinesi, pur ratificati a posteriori, sono da considerarsi scomunicati?   Per il diritto canonico alla pena latae sententiae si contrappone la pena ferendae sententiae: in questo caso la scomunica c’è solo nel momento in cui viene pubblicamente dichiarata dal Sacro Palazzo, come nel recente caso di mons. Viganò.   E quindi, alla fine, tutto questo si risolve in una grande questione di PR? Il problema, per alcuni, non è tanto quello di incorrere in una scomunica automatica, ma quello che lo dica la Sala Stampa vaticana. Non abbiamo solo l’esempio cinese: con le ordinazioni di monsignor Williamson non pare ci sia stata alcuna comunicazione mediatica di scomunica – creiamo un ulteriore neologismo: «scomunicazione» – da parte di Roma. La scomunica c’è comunque, ma bisogna evitare – dicono certuni – la scomunicazione.   A questo punto del labirinto capisco che devo mollare il principio di realtà: non c’è modo di sapere niente di niente nemmeno qui. E allora, se non posso contare sui ragionamenti, posso solo parlare di quello che sogno. Io non sogno «chi», ma «quanti».   Sogno che la Fraternità non faccia uno, due, tre, quattro vescovi: sogno che ne facciano dieci, venti. Sogno che facciano tanti americani, un africano, un italiano, svizzeri, tedeschi, spagnoli, brasiliani, un (il…) giapponese, un polacco, e quanti francesi vogliono. Sogno che divengano vescovi anche quei tanti bravi preti ordinati da monsignor Lefebvre che in Italia, in Francia, in Germania hanno lavorato per la Fraternità rendendola questo monumento invincibile – una nomina «onoraria», se vogliamo, impossibile, mi dicono, ma vi sto parlando di sogni, non della realtà.   «Sarebbe come di quegli eserciti africani, in cui ci sono più generali che soldati» mi ha detto un santo sacerdote della FSSPX quando gli ho esternato, ancora un anno fa, la mia speranza di vedere consacrazioni a doppia cifra. Ha sicuramente ragione lui, tuttavia lo stesso sogno che faccio io mi è stato confessato, sulle scale di pietra di un millenario oratorio della Fraternità da un fedele pater familias, ad alta voce in lingua veneta: «i gà da farghene diese o venti – minimo!».   Si era subito dopo l’incidente che ferì monsignor Tissier portandolo poi all’agonia e alla morte. «’Sa ‘speteli» diceva il fedele, «cosa aspettano». Il popolo la pensa così. Vox populi vox Dei: bisogna ammettere che di fedeli spaventati dalle scomuniche non ne conosco nemmeno uno. Anzi c’è chi teorizza pure, e non senza saggezza: se non ci fosse stato Ratzinger a togliere le scomuniche nel 2009 il problema non si sarebbe mai posto.

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La realtà sarà certamente differente dai sogni dei fedeli. Mi sono riservato queste righe solo per significare per sempre che questi sogni esistono. E parlano di cose concretissime.   Perché il sogno vero è quello di vedere la vera Chiesa cattolica convincersi di essere non una minoranza numerica, ma una maggioranza spirituale – l’unica vera forza che deve riprendere Roma e il mondo, e da lì tornare ad irradiare all’umanità ferita il verbo del Dio della Vita, consegnando alle future generazioni quello che abbiamo, forse per poco, fatto in tempo a ricevere prima dell’estinzione, del messaggio e della vita umana stessa.   Sogno che la capsula del tempo che contiene la vera Chiesa di Cristo si apra, e ricostruisca su questo panorama di rovine romane che è sotto i nostri occhi e dentro le nostre anime.   Sì, sogno un esercito di vescovi per cui combattere, e se necessario morire, al fine di riconquistare la Terra a Cristo.   Non fatemene una colpa. E non pensate che sia solo: molti sono come me. E molti verranno dopo, lo sappiamo perché li stiamo allevando.   E quindi: lasciateci sognare. Lasciateci seminare, nei sogni e nelle parole, nello spirito e nella carne, per la Crociata salvifica di cui abbisogna il pianeta – e per i vescovi che essa merita.   Roberto Dal Bosco

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Immagine da FSSPX.News
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Essere genitori

Bambini nella neve, bambini nel bosco: pedolatria olimpica e pedofobia di sistema

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Un bambino di undici anni è stato lasciato a terra dall’autista della corriera di linea che doveva riportarlo a casa dopo la scuola, da San Vito a Vodo di Cadore, perché il biglietto ordinario, di cui pure era in possesso, non era valido in costanza di celebrazioni olimpiche. Così, se ne è ritornato a piedi camminando all’imbrunire per sei chilometri e due ore. Per fortuna è arrivato alla meta sano e salvo.

 

Il signor Salvatore Russotto, dipendente della ditta di trasporti responsabile del misfatto, si è scusato con la famiglia del piccolo e si è detto mortificato per non aver avuto la prontezza di trovare lì per lì una soluzione congrua alle circostanze, soprattutto all’età del viaggiatore. Ha semplicemente fatto – automaticamente e stolidamente – quello che gli era stato detto di fare. «L’azienda ci aveva dato disposizioni chiare: invitare a scendere chiunque non avesse il titolo di viaggio valido. Non ci hanno detto nulla sui minorenni che vanno fatti salire comunque». «Mi fa male il cuore, a pensarci a mente fredda mi rendo conto di aver sbagliato, chiedo scusa al bambino e alla sua famiglia». «Mi assumo la responsabilità e pagherò quello che ci sarà da pagare».

 

È stata aperta un’inchiesta; intanto, il signor Russotto ha ricevuto un provvedimento di sospensione dal lavoro a tempo indeterminato. E intanto, la ditta opera a pieno regime.

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Sulla vicenda, che ha suscitato un grande clamore mediatico, si sono scatenati i commentatori sociali compulsivi invocando punizioni esemplari verso l’unico birillo esposto alla pubblica gogna e al libero insulto: l’autista disumano.

 

Ma ai giustizieri sommari, agli incontinenti da tastiera e in genere a coloro cui va bene così – capro espiatorio e via – andrebbe mostrata qualche altra faccia di quello che sembra un monolite, nella realtà è un poliedro. Perché, guardando all’insieme, il quadro forse si fa un po’ diverso, e come sempre c’è un dito e c’è una luna.

 

A partire dalla trovata del biglietto olimpico, che non è un’invenzione del signor Russotto. Per viaggiare da scuola a casa, infatti, l’undicenne avrebbe dovuto davvero esibire il biglietto speciale ultramaggiorato (di quattro volte tanto) imposto a chiunque, per qualsiasi motivo, tocchi percorrere un pezzo qualsiasi della tratta Calalzo-Cortina e viceversa durante il lungo arco temporale investito dai giochi invernali.

 

Per muoversi su e giù per la valle con mezzi privati, ai residenti e persino ai lavoratori abituali, è richiesto un permesso speciale, proprio allo scopo di disincentivare l’uso dell’auto a favore dei trasporti pubblici. Che però, appunto, costa(va)no una follia. Un modo come un altro, insomma, per costringere tutti, nessuno escluso, a prendere parte all’ultimo opulento rituale collettivo, offrendo sacrifici – non a Zeus, ma ad altre divinità sopravvenute.

 

Solo dopo il fattaccio, la provincia ha cercato di salvare la faccia: in prima battuta, con grande sprezzo del ridicolo, ha graziosamente concesso ai residenti che ne facessero regolare domanda di provare a ottenere un rimborso dei biglietti già acquistati, fino a esaurimento fondi, e tanti auguri; poi, crepi l’avarizia, ha addirittura ripristinato, per i residenti, il prezzo consueto dei biglietti.

 

Ci si chiede: serviva una storia come questa, e i riflettori puntati addosso a una fettina del sistema che sta dietro ai lustrini, per portare alla luce una fettina del latrocinio che si consuma all’ombra dei giochi? Perché di latrocinii e di sfregi e di soprusi olimpici in danno dei territori e dei loro abitanti, di lavoratori e di studenti, di incolpevoli cittadini e di poveri contribuenti, è difficile ormai tenere il conto. Per conferma, chiedere ai milanesi.

 

Ma non è tutto qui. Il tempismo e il genio risolutore delle istituzioni si sono magicamente manifestati – stavolta sub specie Malagò – anche nei confronti del bambino, al quale è stato offerto un ruolo nella cerimonia di apertura delle olimpiadi a titolo di compensazione. Motivazione a favor di telecamera: «per scaldargli il cuore». Famiglia entusiasta, dice festante la mamma: «siamo increduli, dalle stalle alle stelle». Da una scarpinata, insomma, è nata una star: giornaloni, trasmissioni TV, parti in commedia (occhio ora al San Remo all’orizzonte), foto, luci e sipari.

 

Dalla favola resta fuori l’autista, privato dello stipendio in attesa del verdetto della ditta di cui è dipendente. Non escludiamo che in questo tripudio di gioie, una volta scontata un po’ di graticola, ne uscirà graziato, e l’immagine dell’azienda lucidata a festa anche lei. Perché le Olimpiadi rendono tutti più buoni e più belli, dentro e fuori, come dice la pubblicità. Certo è che, nel mentre, il signor Russotto sta materialmente pagando: paga il proprio zelo spinto fin oltre il dovuto.

 

E qui sommessamente ricordiamo che, come lui, hanno agito tanti suoi colleghi in tempo di altri lasciapassare, quando ai bambini senza tessera verde era impedito di salire sul bus, o addirittura venivano costretti a scendere a corsa iniziata, magari in mezzo al nulla. Eppure, nessuno allora si stracciava le vesti. Anzi, la gente plaudiva ai bravi controllori, ai diligenti gregari rispettosi delle regole, perché è così che si fa: gli infedeli al culto di Stato andavano puniti in modo esemplare, senza limiti di età. Ai bambini si poteva infliggere impunemente ogni sorta di vessazione e infatti ogni sorta di vessazione è stata loro inflitta, nell’invasamento orgiastico fomentato da raffiche di dpcr e dalla loro libera interpretazione a senso unico non alternato. Si stava celebrando un altro rito, allora, i cui effetti devastanti sono oggi manifesti, e sono incalcolabili.

 

Evidentemente quella lezione lì qualcuno l’ha imparata, senza accorgersi che nel frattempo la scena era mutata, che ora vige in via provvisoria un’altra religione, e che i suoi sacerdoti preferiscono indossare la maschera dei difensori dell’infanzia perché si porta bene, e poi perché nella nuova fiction ecumenica manca un nemico oggettivo sul quale sfogare sadismi repressi, manca l’elemento dissenziente sul quale infierire: manca il mostro – o mostriciattolo – no vax.

 

La piega pedolatrica olimpica serve a lavarsi la coscienza, ad autoconvincersi e a convincere il pubblico pagante che questa società, pedofoba e pedofila, è una società che difende i bambini.

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E invece i bambini sono le sue prede privilegiate e fuori dalle quinte degli spettacoli di distrazione di massa continuano a essere programmaticamente maltrattati, indottrinati, manipolati, strappati alle loro mamme e ai loro papà se refrattari alle liturgie. Continuano a soffrire, defraudati di tutto quanto dovrebbe spettare all’età dello stupore e della scoperta.

 

Il paradigma con cui dobbiamo fare i conti non è, come vorrebbero farci credere, la bella festa di Riccardo, eroe olimpico per caso e per magnanimità dei potenti. Il vero paradigma è il Forteto, è l’infinita serie di famiglie dilaniate dai servizi sociali, è la scientifica distruzione della casa nel bosco e di mille altre case sui cui muri gli addetti alla sorveglianza hanno individuato una crepa attraverso la quale far penetrare la zampa del lupo, più o meno travestito. Storie dove manca il finale in cui vissero tutti felici e contenti grazie a un intervento dall’alto.

 

Nessuna carica istituzionale interverrà a fermare i lupi (che non sono gli autisti di autobus) e a consolare quel fiume carsico di dolore allo stato puro che scorre ovunque sotto di noi; nessuno arriverà mai a «scaldare il cuore» di quei bambini.

 

La vera guerra da cui proteggere i corpi e le anime dei nostri piccoli è una guerra silenziosa che ci tocca combattere da soli, a mani nude.

 

Elisabetta Frezza

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