Pensiero
Il governo Meloni sarà il governo della repressione?
Leggiamo con estremo interesse quello che scrive l’ex ministro Rino Formica, uomo che è appartenuto all’ultimo gruppo di politici di intelligenza unita all’ambizione che il Paese possa ricordare: i socialisti di Craxi.
Citiamo spesso la definizione, lucida e abissale, che Formica dà dell’ora presente: l’ascesa dello Stato-partito – la condizione del Paese, con lo Stato stesso che si presenta come forza politica, che puoi votare o avversare in toto, perché la fusione tra cosa politica e cosa amministrativa è oramai assoluta.
Il 92enne uomo della Prima Repubblica qualche giorno ha vergato un editoriale in cui porta ancora più avanti questo tipo di pensiero. Formica dice che il discorso di Draghi a Rimini, al Meeting ciellino, è di enorme importanza.
«Draghi quel giorno, al Meeting di Comunione e liberazione, ha aperto e chiuso la campagna elettorale (…) Draghi ha liquidato il partito degli amici di Draghi. Al Terzo polo ha detto in pratica “siete irrilevanti” (…) Al PD ha detto di non sbracciarsi “tanto non governerete”».
Ma l’uomo BCE avrebbe in realtà parlato direttamente alle destre date per vincitrici, in particolare a Giorgia Meloni.
«Alle destre ha detto “otterrete la maggioranza ma non illudetevi che questa sia una condizione di stabilità politica, anche voi dovrete fare i conti non con l’agenda Draghi, ma con il metodo Draghi”, cioè la capacità di mettere insieme la maggioranza con l’opposizione, cioè creare condizioni di basso conflitto perché solo così è gestibile un paese che ha una politica economica e sociale condizionata dall’Europa. “Nessuno stato potrà fare da solo”, ha detto Draghi».
Seguendo l’intuizione di Formica, Draghi si sarebbe offerto alla Meloni come «nuova figura giuridica-istituzionale che supera l’assetto costituzionale del Paese»: il Lord protettore.
«Il lord protettore è chi usa la legge perché egli stesso è la legge, dispone della forza perché egli è la forza, manipola le istituzioni perché è egli stesso le istituzioni, gode della fiducia del potere esteri perché è punto di riferimenti del potere sovranazionale».
«Questo è il lord protettore moderno, non un dittatore ma uno che dà l’orientamento, il consiglio. Per il lord protettore il Paese deve essere sereno, unito, deve superare le difficoltà economiche e sociali perché restare nella cabina di regia dell’impero».
L’ex ministro sta analizzando nel profondo una situazione che già ci figuriamo, e di cui già abbiamo scritto su Renovatio 21: la continuità totale che la politica post-25 settembre avrà con Draghi, Conte e tutto il sistema di governo pandemico.
Come abbiamo detto, sono solo due i temi che la politica ha in questo momento: il rifiuto del sistema pandemico, con relativa riduzione ai diritti dei cittadini a accessi «premiali» consentiti dai database di sorveglianza bioinformatica; l’accettazione della realtà «russa», che è al contempo coscienza della devastazione energetica e finanziaria in arrivo e al contempo rifiuto di una pericolosa guerra annientatrice che bussa alle nostre porte.
Essendo questi due temi gli unici che rivestono importanza per l’ora presente, su di essi non vi fanno votare – conoscete l’adagio, se votare contasse qualcosa non ve lo lascerebbero fare.
Come sapete, nessun partito maggiore sui due temi si può discostare da quanto è loro ordinato dal metaverso NATO. Non vi è distinzione tra la Meloni che vuole proseguire l’armamento dell’Ucraina e non ritiene green pass e mRNA di Stato un abominio. Tra Fratelli d’Italia e il PD, quindi, che differenza sostanziale può esserci? Purtroppo questo non è un discorso qualunquista: è una amara realtà che vivremo sulla nostra pelle, geopoliticamente e biologicamente, con le nostre aziende e con le nostre famiglie.
Semmai, come abbiamo cercato di dire, la vera distinzione si potrebbe trovare all’interno della stessa coalizione di centrodestra, dove per diversi motivi, Forza Italia e Lega potrebbero risultare partiti in grado di riallacciare con la Russia e, nel caso della Lega, riportare in testa qualche parlamentare in grado di opporsi all’orrore della sottomissione bioelettronica di vaccino e certificato verde (ci rendiamo conto che molti non sono d’accordo con quest’ultima idea, hanno perso la speranza nei confronti anche di quelli che sembravano i più accesi cavalieri nella Lega, non siamo in grado di difendere questa posizione, né di difendere nessuno di questi parlamentari: se ringhiate e ci mordete, avete ragione).
Il Draghi lord-protettore si innesta in questa guerra interna al centrodestra. L’uomo che garantisce al mondo la continuità del governo Meloni (che, ricordiamolo, in teoria era all’opposizione), con il suo governo precedente. Parliamo del Draghi che è stato tra i responsabili, ha scritto il Financial Times, del primo vero episodio di guerra economica della storia umana, ossia il sequestro di 300 miliardi di valuta estera della Banca Centrale russa depositati nelle banche centrali straniere. Un’operazione che, diciamo pure, ha danneggiato Mosca più dei lanciamissili HIMARS regalati da Washington con cui Kiev in queste ore starebbe provando (e fallendo) la sbandierata controffensiva d’agosto.
Un governo Meloni che si pone in continuità con ciò che era prima – cioè ciò che ordina il potere costituito sovranazionale, di cui Draghi era portatore – quindi non sarà in grado di risolvere né il problema energetico, né la minaccia del contagio della guerra, né la sottomissione dei cittadini alla siringa e a sistemi di biosorveglianza oramai inevitabili come l’euro digitale.
Fin qui, tutti possono capirlo.
Vogliamo però qui ipotizzare qualcosa di più oscuro. E, se possibile, di più doloroso – almeno fisicamente.
Renovatio 21 ha spesso ripetuto come, dall’Austria alla Germania ad altri Paesi, governi e servizi interni europei si stiano attendendo un autunno freddo (per mancanza di gas) ma caldissimo per le rivolte popolari, che danno per certe.
Moti di popolo non vi saranno solo per la disoccupazione, con forse un centinaio di migliaia di aziende che chiuderanno in Italia nelle prossime settimane, perché incapaci di pagare bollette e tasse. Vi saranno perché le case al freddo produrranno un malcontento popolare mai esperito prima.
Come abbiamo scritto, in Germania, non è un mistero, lo Stato si sta preparando alla repressione.
Confisca di armi a persone con credenze politiche «sbagliate», definizione di «estremista» allargata a chiunque protesti: non è diverso, se ci pensiamo, a quanto sta accadendo negli USA, in cui il presidente ha additato una volta per tutte gli elettori che non hanno votato per lui (circa 73 milioni di persone, probabilmente la maggioranza) come estremisti nemici della democrazia. Anche oltreoceano, insomma, si preparano alla repressione, che laggiù potrebbe tingersi dei colori della guerra civile.
Ne consegue che anche il prossimo governo italiano, con tutta probabilità, sarà un governo della repressione. Il pensiero che si può fare è che, se non fosse così, i poteri sovranazionali non lascerebbero che si faccia un governo. Come l’adagio di prima: se il governo fosse libero di fare scelte che contano, mica te lo lascerebbero fare.
E quindi, se repressione deve essere in tutto il mondo, sarà repressione anche in Italia.
La cosa dovrebbe spaventare. Perché ricordiamo le repressioni dello scorso anno contro il popolo che ogni sabato protestava contro la follia delle restrizioni pandemiche, contro l’mRNA obbligatorio, contro il green pass. Su queste pagine ne abbiamo dato conto: è stato un crescendo tremendo, lancinante. Abbiamo visto, legge dopo legge, sabato dopo sabato, arresto dopo arresto, la repressione azzerare la protesta, fin nel suo ultimo rappresentante, la vecchietta, il vecchietto, il ragazzino, chiunque.
Ancora di più, vogliamo ricordare quello che da un ventennio è un cavallo di battaglia della sinistra, e che qui ci tocca però di tenere a mente: i cosiddetti «fatti della Diaz». G8 di Genova 2001, la scuola Diaz viene adibita a centro stampa del cosiddetto Genoa Social Forum, una sigla che dava una parvenza di organizzazione alla protesta (inutile, fessa) contro il G8 ligure. La città fu messa a ferro e fuoco (nel gergo dell’anarchismo, «aperta») dai cosiddetti Black Block – mascherati, disciplinati, in molti casi con strane uniformi – tuttavia la notte del 21 luglio reparti della Polizia, con il supporto di alcuni battaglioni dei Carabinieri, irrompevano nella scuola.
Vi furono 93 arresti e 63 feriti portati in ospedali, tre in prognosi riservata , uno in coma. Il numero degli agenti è ancora sconosciuto, tuttavia, se ci basiamo sulle informazioni fornite durante il processo dal questore, potremmo parlare di «346 Poliziotti, oltre a 149 Carabinieri incaricati della cinturazione degli edifici».
Le immagini che ne uscirono furono definite dal vicequestore Fournier «macelleria messicana».
Abbiamo qualche ricordo delle immagini che uscirono dalla notte horror di quella scuola. In particolare, abbiamo questa memoria di una pozza di sangue che inzuppava un libro tascabile. Non siamo sicuri di averla vista: era il 2001, si è dissipata nell’etere, forse l’abbiamo sognata. Tuttavia di macchie di sangue filmate ve n’è un’abbondanza.
Ci teniamo a precisare, con le parole dell’enciclopedia online, che «i procedimenti penali aperti in merito alle responsabilità delle violenze, alle irregolarità e ai falsi dichiarati nelle ricostruzioni ufficiali sui fatti avvenuti alla Diaz e a Bolzaneto, si sono svolti nei successivi tredici anni, concludendosi nella maggior parte dei casi con assoluzioni, dovute all’impossibilità di individuare i diretti responsabili delle stesse o per l’intervenuta prescrizione dei reati».
Ci teniamo a dire che, se poi hanno trovato come dissero delle armi, le ragioni per l’irruzione le forze dell’ordine ce le avevano.
Ci teniamo a rammentare anche, en passant, che il ministro degli Interni, presente a Genova in quei giorni era Gianfranco Fini. «È necessario ricordare e ripetere che nei giorni di Genova Gianfranco Fini, presente in prefettura e per alcune ore nella caserma dei carabinieri di Forte San Giuliano, è stato costantemente informato degli avvenimenti» scrisse Giuseppe D’Avanzo su Repubblica il 9 agosto 2001.
Non sappiamo quanti poliziotti di fatto abbiano votato, negli anni MSI, AN, poi PDL e infine FdI.
Però sappiamo che un numero cospicuo di loro è pronto a reprimere le proteste di chi, a differenza dei goscisti del G8 di Genova, mai ha in cuore di attaccare poliziotti e carabinieri, anzi, ne cerca l’appoggio, li applaude quando questi, come è capitato, mostrano un segno di solidarietà verso il popolo in protesta contro la follia pandemica.
A Renovatio 21 sono arrivate alcune storie strazianti di membri delle Forze dell’Ordine che provavano a resistere all’obbligo vaccinale, magari su base di un’obiezione spirituale. La cronaca poi ha parlato di quei poliziotti umiliati a pranzo, costretti a mangiare fuori, magari sotto la pioggia, perché non dotati di green pass.
Poliziotti e carabinieri che hanno capito la mostruosa trasformazione dello Stato moderno in questi due anni – di cui ora si vuole la persistenza – ve ne sono.
Tuttavia, i loro colleghi invece non hanno dimostrato nessuna pietà nella repressione della protesta. Lo abbiamo visto, con estremo nitore in Germania, o in Olanda, Paese in cui in più occasioni si è sparato sui manifestanti, li si è investiti con i furgoni e pure fatti sbranare dai cani-poliziotto. Ma anche l’Italia ha avuto i suoi momenti magici di «movimento ondulatorio».
Bisogna quindi capire che i giovinastri pseudocomunisti del G8 non avevano contro di loro giornali, politici, leggi, il sentire popolare tutto. I gìottini non erano un capro espiatorio nazionale; né possiamo dire che erano un problema per la NATO (anzi, a fare certi pensieri, uno potrebbe dire che i black blocchi hanno fatto un ottimo lavoro nello screditare ogni possibile opposizione razionale alla globalizzazione).
I no-vax, ora filo-Putin, sì. Sono il capro espiatorio. Sono nemici del sistema atlantico. Sono, perfino, schedati, inseriti in blacklist di cui stiamo prendendo coscienza.
Per loro la repressione, nel caso della protesta autunnale, sarà inevitabile.
Se il governo sarà quello della Meloni, accadrà così? Molti hanno fiducia in lei, alcuni, ho sentito, vogliono votarla anche se nessuna posizione coincide con quelle di chi ha sentito la propria vita fracassata dall’impero della menzogna slatentizzatosi definitivamente dal 2020.
Giorgia è brava, Giorgia è buona. Non lo mettiamo in dubbio: guardate come ieri ha rispedito via il ragazzo con la bandiera LGBT salito sul palco ad interromperla, chiedendo per il tizio applausi dal pubblico. Maestria, sicurezza. «Pronti», dice lo slogan della campagna. Vero.
Tuttavia noi abbiamo in mente anche un altro palco, che fu davvero uno spartiacque molto significativo, soprattutto ora.
Il 25 settembre 2021 Giorgia Meloni era in Piazza Duomo a Milano per un grande comizio. Palco imponente, cornice da centro del mondo. La rimonta di Fratelli d’Italia, che si apprestava a disintegrare nei sondaggi la Lega, c’era tutta.
Solo un piccolo particolare: l’evento della Meloni era programmato di sabato, il giorno della settimana in cui, imperterrito, il popolo anti-green pass si ritrovava per manifestare il dissenso contro il governo.
Come abbiamo ripetuto qui varie volte, per consistenza, vastità e qualità (e assenza di leader visibili), bisognava riconoscere a Milano il titolo di capitale della protesta nazionale. Erano tanti, tantissimi: di tutte le età, di tutte le classi sociali. Erano determinati, erano inarrestabili. Ci vengono in mente i cori: «libertà, libertà…». Una protesta così non si era mai vista.
Il luogo di concentrazione delle manifestazioni del sabato a Milano era Piazza Fontana: cioè, a pochi metri da Piazza Duomo, dove la Meloni teneva il suo comizione.
Qui si sarebbe potuto pensare che il capo della cosiddetta opposizione al governo, avrebbe quantomeno provato a fare mezzo occhiolino ai no-vax: il nemico, del resto, è lo stesso, è il governo attuale. I no-green pass poi, sono tanti, tantissimi, e sono arrabbiati. Se non si è ciechi, dovrebbe essere chiaro che quelli sono in larga parte voti vagolanti, liberati finalmente dal M5S ma anche dalla Lega e dal PD, che attendono solo di essere catturati con il retino – o meglio un occhiolino, un sorrisino, un ammiccamento di qualsiasi tipo.
Uno potrebbe pensare che l’unico motivo per indire un comizio del partito d’opposizione parlamentare proprio nelle medesime coordinate spazio temporali della protesta no-vax, sia quello: sedurli, irretirli.
E invece, ci siamo trovati davanti uno spettacolo allucinante: transenne e celerini in assetto antisommossa per separare i no-green pass dal comizio di Fratelli d’Italia. Sostenitori del partito (smilzetti e pelati senza nemmeno essere skinhead: ma dove sono finiti i ragazzotti di destra di un tempo?) che vanno ad attaccar briga, mascherina sopra il naso, con i no-green pass, che hanno fatto il giro e vogliono entrare in piazza. Poliziotti con elmi, scudi e manganelli fanno da barriera.
Il comizio partitico meloniano, con i megaschermi e il logo grande, ha qualche centinaio di spettatori. I no-green pass sono migliaia.
La Meloni poi se ne va via veloce su sull’auto blu di ordinanza.
Non è che si possa chiedere un quadro più chiaro della situazione.
In nulla un governo Meloni si vorrà porre davvero contro il potere mondialista e i suoi segni visibili, la NATO e la UE, Washington e Big Pharma, Francoforte e Kiev.
E quindi, cosa dobbiamo aspettarci?
Dobbiamo aspettarci sul serio un governo chiamato alla repressione? Un governo a cui sarà permesso di esistere – proprio per reprimere le proteste residue di un popolo oramai stremato?
Che vinca la Meloni o Letta, Calenda, Speranza, Renzi, Conte o chiunque altro, sarà il governo della palude, quella che voluto il presidente bis e soprattutto Draghi, quella palude di mostri che ci ha venduti ad un potere che vuole sottometterci tutti ai suoi database o sacrificarci a milioni in una guerra con una superpotenza termonucleare.
Qualsiasi sarà il governo, dovrà essere il governo della repressione. La determinazione, l’intensità con cui ciò avverrà forse, da destra a sinistra, non cambieranno nemmeno poi tanto.
Perché l’impero della Cultura della Morte non permetterà altro.
Roberto Dal Bosco
Immagine screenshot da YouTube; modificata
Pensiero
Lo Stato Moloch, l’italiano cattivo e i sanitari che ballano. La tragedia della bambina «no-vax» di Palermo
Pareva un caso sonnacchioso da fine estate.
Una bimba di quattro anni, tale Anna Rosa, Rosa Maria o giù di lì, viene portata all’ospedale di Palermo perché ha la febbre alta, mal di gola e vomito. Al pronto soccorso ci sarà qualche specializzando o un medico consumato dal caldo. La guardano un po’ e la dimettono subito con diagnosi di «tonsillite essudativa febbrile».
Che significa, in parole povere, che ha le placche; anche in agosto, succede; ormai non ci si capisce più niente, sapete quanti ne abbiamo? Prenda l’antibiotico e la tachipirina, e nel caso tornate.
Però la febbre non passa, e quando la riportano in ospedale, due giorni dopo, qualcuno si accorge che non è una tonsillite, ma una difterite. Malattia poco frequente e però curabile, se si prende in tempo. La curano, infatti, ma potrebbe non essere stata presa in tempo, o qualcosa va storto, perché la bimba muore.
Oh be’, sarà un errore medico, uno delle centinaia di migliaia in cui ogni anno incorrono i medici in Italia. Una morte che riempie un trafiletto di colore ed entra dritta dritta nelle statistiche, come quello di Trento, quell’altro di Albenga, quelli di Bari, e così via. Spiace, s’intende.
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Ma ecco che salta fuori che la bambina non era vaccinata, perché i genitori si sono opposti.
La belva apre l’occhio. In un lampo si volta e mette a fuoco la preda.
Partono all’assalto i cosiddetti professionisti dell’informazione. Alla faccia di ogni privacy: sparano il nome e cognome della bambina; il nome e cognome della mamma; il nome e cognome del papà. Chi sono e da dove vengono.
Non c’è ancora nessuna conferma, si attendono gli esami, l’autopsia è ancora di là da farsi. Beh, inezie. Il verdetto è già pronto e strillato nei titoli: BAMBINA NON VACCINATA MORTA DI DIFTERITE – I GENITORI SONO NOVAX.
È il lacerante colpo di timpano che dà il via all’osceno sabba intorno al corpicino di Anna Rosa. Ai giornali, ai TG e ai sedicenti esperti non sembra vero di stirare la gobba e rinverdire i fasti del COVID, e fanno a gara per puntare l’indice più a fondo nelle anime straziate di due genitori ai quali è morta una figlia.
Da subito ci si preoccupa di chiarire che i medici non c’entrano niente. L’hanno detto subito, in ospedale: noi abbiamo fatto di tutto. Come non crederci? Lo dice anche il luminare televisivo. Anche se poi si scopre che non solo hanno confuso la difterite con la tonsillite, perdendo tre giorni, ma che a quanto pare hanno recuperato, il 17 agosto, vaccinandola. D’accordo, una volta si diceva che non si vaccina a malattia in corso per via dell’effetto ADE che intensifica l’infezione, ma che sarà mai? I medici e gli infermieri sono i buoni. Sono sempre i buoni, figuriamoci. Ballano perfino Jerusalema.
I cattivi invece sono i genitori «novax». La morte è colpa loro. Capite, mamma e papà? Lo spiegano i virologi con il muso bianco di cerone: la colpa è solo vostra. Della vostra scelta di non vaccinare Anna Rosa, della vostra riluttanza, ignoranza e diffidenza antiscientifica.
Non importa se nella sola Europa l’obbligo vaccinale anti-difterite è sconosciuto in Austria, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Irlanda, Islanda, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Portogallo, Spagna, Svezia e Regno Unito. Che è come dire 260 milioni di abitanti nelle quali non si scorge alcuna ecatombe.
Non importa nemmeno se in Italia il tasso di mortalità all’introduzione del vaccino, nel 1939, era stabilmente basso da vent’anni; non importa se negli anni successivi è perfino aumentato ed è andato a diminuire solo dal 1946, con la fine della guerra e il miglioramento delle condizioni di vita. Se non ci si vaccina, ci si ammala e si muore: parole famose, degne del marmo. La piccola è morta per causa vostra, cari genitori. Altre ragioni non ce ne sono. Siete colpevoli.
È tutto un po’ folle e campato in aria, ma l’azione va a segno. La mamma di Anna Rosa ne è ferita e sfoga il suo dolore su Facebook, respingendo tutto. Denuncia l’errore medico, osserva che la difterite è ancora un sospetto, e ricorda che in casa ha una bara bianca e che solo Dio può giudicare. Sciocchezze. La povera donna ha il torto di rifarsi a quelli che in tempi di maggior decenza si chiamavano rispetto, prudenza, tatto, umanità, timor di Dio. Nulla le viene perdonato, anche perché il suo messaggio, giustamente, non si cura affatto del decoro: è senza punteggiatura, ha una sintassi sconnessa e indulge ad abbreviazioni come «ke» per «che», e «xke» in luogo di «perché».
La madre della bambina morta viene dunque derisa a sangue dalla schiera degli esseri superiori che scrivono pulito. Un’ignorante, dicono sguaiatamente, ed è il meno; un’analfabeta, non fa meraviglia che creda in Dio.
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Del resto, è del quartiere Zen di Palermo, o no? Ci pensa un articolo illuminato a rivelare che qui, come in certe tribù del Borneo, ci sia una «radicata credenza popolare» secondo cui i vaccini siano legati all’autismo, per cui la gente rifiuta l’esavalente. Si informa, peraltro, che allo Zen i ragazzini circolano su moto truccate, girano come ridere coltelli e armi, a capodanno sparano e il parroco è minacciato. Non c’entra nulla, è chiaro, ma tant’è. Siamo tra i selvaggi.
Si alzano sospiri, si scuotono teste: a gente così andrebbero tolti i figli.
Detto, fatto. Si muovono i pezzi da novanta. La Procura competente iscrive mamma e papà, a lettere di pece, nel registro degli indagati per omicidio colposo. Omicidio della loro figlia di quattro anni.
Il Tribunale per i minorenni, per non essere da meno, fa partire degli accertamenti per valutare la loro responsabilità genitoriale. Già, perché hanno altri tre bambini: e glieli porteranno via.
Non solo: avvia un’operazione, definita «urgentisssima», in grande stile. «A partire dal primo giorno di scuola i Carabinieri entreranno nelle materne e nelle elementari di Palermo nord per scovare i bambini non vaccinati». Proprio così, scovare.
La storia continua e non terminerà a breve, ma già da questo si capisce che a Palermo si è riproposto il terno che sei anni fa è uscito su tutte le ruote e ha sbancato l’Italia tutta.
A questo punto, per comprendere bene conviene rivolgersi alla smorfia napoletana, la più titolata, rodata e attendibile.
Innanzitutto si deve considerare la propaganda, affidata ai giornalisti impapocchiati, ai luridi programmi televisivi, ai virologi drogati. Loro, il compito di dare l’accelerata improvvisa, di montare il caso dicendo tutto anche se non si sa niente. Prestigiatori dell’apparenza, stringono un qualunque effetto alla causa che viene loro additata, a scorno di ogni logica, senza timore alcuno. Strillano all’unisono, berciano, battono la grancassa, la buttano in caciara, fanno gran mostra di civici sdegni e invocano il pugno duro.
La smorfia discretamente suggerisce il 4, «’o Puorco».
Tra i significati del numero ci sono anche la Casacca, che si gira e si volta con la convenienza; il Carnefice, colui che fa il lavoro sporco di sgozzare e imbrattarsi; la Bara Vuota, emblema del nulla spacciato per tragedia, come a Bergamo; e, naturalmente, i Pupazzi e il Servo.
Com’è ovvio, la propaganda nulla fa se non ci sono orecchie per ascoltare e bocche per ripetere e amplificare.
E qui entra in gioco l’innumere e garrulo esercito dei vigliacchi, dei mezzi sapienti la cui cultura affonda le radici nei libri di Piero Angela o di Biglino, degli sputacchioni di schermi, degli spiritosissimi, degli statisti da bar, dei rospi ricoperti di veleno. I loro versi assordano come lo starnazzo delle oche alla vista del pastone, ignare dei fornelli che si scaldano alle loro spalle.
Sono i fiancheggiatori, gli utili idioti, la falange quadrata in cui una testa vale l’altra e tutte insieme non valgono uno zero. L’esponente tipico si distingue per la cattiveria: perché l’italiano, checché se ne dica, è cattivo. Basta farsi un giro sui social, dove la melma ribolle più acre, per rendersi conto della pochezza e della mancanza di umanità con cui il bastardume italico tratta le tre cose su cui non è lecito scherzare mai: l’innocenza dei bambini, la misericordia di Dio e il dolore dei genitori.
La smorfia napoletana, a colpo sicuro, indica il 71, «l’Ommo ‘e Merda». Il numero si riferisce peraltro anche al Corvo, egida di queste ripugnanti creature; all’Allegria, loro livido connotato; al Gelo, perché tanto e di natura infernale ce ne vuole in cuore, per fare quel che fanno e come lo fanno; all’Inquisizione, nel duplice senso di tribunale – ma plebeo, da pescivendole e tricoteuses – e di delazione e caccia all’uomo; al Carcinoma, poiché infine questo sono, e della specie più malodorante, rispetto al corpo del disgraziato nostro Paese.
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L’ultimo estratto della terna è il 90, «’a Paura». L’abbinamento alla vicenda sembra banale tanto è semplice, ma a ben vedere c’è di più. La smorfia, che le verità maggiori le indica per accenni, tra i significati riporta il Quirinale: e non è dubbio che con ciò voglia intendere lo Stato italiano nella sua essenza.
Già, perché lo Stato fa paura.
Fa paura in quanto dallo Stato c’è soprattutto da aspettarsi il Male. I suoi bracci operativi, esplica la smorfia, sono il Magistrato che gli conferisce la patente di legittimità e il Generale che lo esegue con la forza. La tenaglia – lo si vede tutti i giorni – si inceppa quando c’è da far rispettare il Bene, il Giusto, la tutela degli inermi, la protezione dell’uomo comune, della famiglia, dell’ordine naturale. In questi casi, quando non fa difetto il magistrato non risponde il generale; e così si forma la convinzione comune che lo Stato sia un ente floscio, imbelle, malfatto e deforme, buono solo a farsi buggerare e ridere dietro.
È un inganno. Laddove lo Stato vuol far valere le cose che gli stanno più a cuore si strappa la maschera di buon minchione, e si svela nella sua vera natura di Moloch.
C’è da far seccare una radice? Da esigere un sacrificio della vita, della libertà, della dignità? Occorre opprimere qualcuno? La tenaglia funziona a meraviglia. Preceduta dalla propaganda di regime e invocata dalla turba dei vili, lo Stato irrompe con la pesantezza di un elefante indiano in piena corsa, stritolando tutto ciò che trova. Il magistrato, seduto nel castelletto sulla groppa, muove il suo bastoncello, imperturbabile, velato da mille cortine di seta; il generale, alle redini, spinge l’animale a tutta forza contro l’obiettivo.
La famiglia di Anna Rosa ha ben motivo di temere. Lo Stato l’ha presa di mira ed è capacissimo, con il pretesto della morte della bambina, di smembrarla e di alzare le teste dei suoi membri sulle picche per spargere il panico.
Lo Stato infatti non solo fa paura in quanto è da temere, ma fa paura in quanto genera terrore. La paura è il modo con cui il Moloch si alimenta e alimenta i suoi soggetti. L’ideale è quello di una popolazione intimorita e inerme, che si può comandare alzando appena un sopracciglio o con una mezza parola. Un po’ come facevano certi padri antichi, i quali però amavano la prole e ne ricevevano il rispetto, dove lo Stato senza pupille esige solo l’obbedienza e la sottomissione più vieta.
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Colpirne uno per educarne cento: i recalcitranti, e anche soltanto i dubbiosi, devono essere ammaestrati dall’accaduto. Devono avere paura di fare la fine di Anna Rosa, di essere colpiti dalla difterite, di non essere curati, di morire, di essere disprezzati e segnati a dito, di perdere la capacità genitoriale, di doversi svenare in spese legali, di passare anni a combattere oltre i propri mezzi, nella solitudine e nel dolore.
Devono avere paura e chinare la testa davanti a questo mostro di morte che è lo Stato, indicibilmente inumano, ingiusto e violento, che vuol essere onorato come un dio, la cui cifra è proprio la paura e il cui numero è il 90.
Ad esso la smorfia napoletana, dalla quale non si sfugge, alla lettera S offre il significato di Satana.
Massimo Zanetti
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Immagine screenshot da Twitter
Pensiero
Dall’aborto alla strage figlicida, il ritorno della strega Medea
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Pensiero
Cos’è lo Stato e chi lo controlla?
Renovatio 21 traduce e pubblica questo articolo del Brownstone Institute.
Che cos’è lo Stato, da dove proviene e chi lo controlla? Si potrebbe pensare che queste domande abbiano risposte ovvie. In realtà la risposta è sfuggente, non facilmente identificabile nemmeno da chi fa parte del sistema.
Trump lo ha scoperto durante il suo primo mandato. Dava per scontato che il presidente avrebbe avuto il controllo, almeno per quanto riguarda il potere esecutivo. Si è ricreduto quando le agenzie governative collaborarono strettamente con i media per minarlo a ogni passo. Dopo una pausa di quattro anni, tornò con la ferma intenzione di diventare presidente.
È più facile a dirsi che a farsi. I funzionari di gabinetto si lamentano spesso in privato di dover affrontare burocrazie inflessibili che possiedono tutta la conoscenza istituzionale. Spesso si sentono come dei sostituti o dei manichini. Trump è un raro esempio di presidente che ha persino tentato di essere al comando. La maggior parte si accontenta degli emolumenti della carica e degli elogi che ne derivano.
In ogni caso, chiunque raggiunga i vertici di un qualsiasi apparato statale scopre che la realtà è ben diversa da quella descritta nei libri di testo.
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Platone concepiva lo Stato come parte integrante della vita stessa, rispecchiando la struttura dell’anima umana. La società era divisa tra i governanti (i re-filosofi), i guardiani (i guerrieri) e i produttori (i lavoratori). Lo Stato esiste per realizzare la giustizia, dove ogni classe svolge il proprio ruolo assegnato in armonia.
Aristotele offrì una visione più realistica. Sebbene lo Stato sia un’entità organica, non è dotato di anima. Ha funzioni ben precise per promuovere il benessere di tutti attraverso leggi ed istruzione, bilanciando gli interessi delle diverse classi. Aristotele era favorevole a un governo misto per prevenire la tirannia e promuovere la stabilità.
Passando al periodo dell’Illuminismo, le teorie sullo Stato in Occidente si evolsero di pari passo con i progressi tecnologici ed economici. Thomas Hobbes considerava lo Stato essenziale per prevenire la guerra civile tra le fazioni. Senza di esso, la vita sarebbe stata solitaria, sgradevole, brutale e breve. Va detto che scriveva nel pieno della Guerra civile inglese.
Anche John Locke, nel suo Secondo trattato sul governo, considerava lo Stato essenziale ma estremamente limitato. Il suo compito era quello di proteggere la proprietà e i diritti fondamentali. Poteva anche essere rovesciato in condizioni di tirannia. La questione gli stava particolarmente a cuore, essendo stato vittima del trauma della guerra, della rivoluzione e della censura.
Locke fu l’autore del modello di quello che in seguito divenne la Dichiarazione d’Indipendenza. In essa troviamo la visione secondo cui lo Stato è un «male necessario», una prospettiva ampiamente accettata come vera dai Padri Fondatori degli Stati Uniti.
Poco dopo, all’interno della tradizione platonica, nacque la visione hegeliana. G.F.W. Hegel valorizzò lo Stato come un dio che marcia sulla terra, la forza convergente del firmamento sociale destinata a piegare la storia all’inevitabile vittoria dei legittimi vincitori. Questa visione fu ripresa sia a destra (nazionalsocialismo) che a sinistra (socialismo internazionale) per infondere ad altre concezioni dello Stato un’aura di inevitabilità.
Tutto questo parlare del carattere organico ed essenziale dello Stato apparve a una tradizione di pensiero più radicale come irrimediabilmente ingenuo. Franz Oppenheimer scrisse che lo Stato è una forza inorganica invasiva, una forza conquistatrice, sempre sgradita, un’istituzione esogena alla società stessa.
Questa visione fu sostenuta da Albert Jay Nock e in seguito da Murray Rothbard, entrambi convinti che lo Stato fosse intrinsecamente sfruttatore. La soluzione era semplice: eliminarlo una volta per tutte, ma non nel modo immaginato da Marx. Il risultato dell’assenza dello Stato non sarebbe stata un’utopia, bensì qualcosa di più simile a ciò che Locke aveva immaginato: una società pacifica e ben funzionante, organizzata sulla base della proprietà e della cooperazione volontaria.
Bertrand de Jouvenel offre una prospettiva storica profondamente informata sullo Stato . A suo avviso, lo Stato si organizza a partire dal tessuto stesso della società, man mano che le élite naturali conquistano la fiducia del pubblico nella risoluzione delle controversie. Le élite si costituiscono come arbitri e figure culturali, acquisendo gradualmente il controllo monopolistico sull’uso legale della coercizione nella società. Questa visione è stata sostenuta da Erik von Kuehnelt-Leddihn , Hans-Hermann Hoppe e, ai giorni nostri, da Auron MacIntyre . Ognuno di loro ha interpretato i dettagli che tratta, ma tutti concordano sul fatto che lo Stato sia un prodotto delle élite, con i suoi pregi e difetti.
Esiste una vasta letteratura su questo argomento, naturalmente. Ogni ideologia offre una teoria su cosa sia lo Stato e cosa dovrebbe essere. Una visione che mi sembra vicina alla mia migliore intuizione sul funzionamento dello Stato nel secolo scorso proviene da Gabriel Kolko nella sua storia dell’era progressista.
A suo avviso, non sono le élite qualsiasi a guidare le politiche statali, ma in particolare le élite industriali. Analizzando la storia dell’industrializzazione moderna, ha individuato le industrie dominanti al centro di ogni agenzia. Il Safe Food and Drug Act del 1906 fu concepito dall’industria in cerca di un’alleanza con il potere per soffocare la concorrenza di mercato. La Federal Reserve è un cartello di banche. Anche il Dipartimento del Commercio e il Dipartimento del Lavoro sono frutto dell’organizzazione sindacale industriale.
Tutte queste istituzioni incarnano ciò che James Burnham definì la rivoluzione manageriale. Essa consiste nell’esaltazione da parte delle élite industriali della propria competenza scientifica e capacità organizzativa, che esse consideravano superiori al caos della società naturale e dei mercati. Date potere e risorse ai meritocrati, ed essi saranno in grado di portare razionalità nella vita economica e nell’organizzazione sociale e culturale molto meglio del popolo. Altri autori che scrivono in questa tradizione sono C. Wright Mills, Philip H. Burch, G. William Domhoff e Carroll Quigley.
Da questa letteratura, ricaviamo un quadro dello Stato che abbiamo ereditato ai giorni nostri. In effetti, nessuna persona vivente ne ha mai conosciuto un altro. Al di là di tutti gli slogan di democrazia e libertà, lo Stato, così come lo conosciamo, consiste in un cartello ambizioso di interessi industriali dominanti in ogni settore, impegnati in continue cospirazioni contro un mercato libero e competitivo. Normalmente non pensiamo allo Stato in questo modo, ma questa sembra la concezione più realistica di ciò che effettivamente è e fa.
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Consideriamo la FDA. La sua forza trainante è l’industria, che ne finanzia metà e condivide i diritti di proprietà intellettuale con essa, così come con le agenzie sorelle e madri del NIH, del CDC e dell’HHS. L’industria farmaceutica esercita di gran lunga la maggiore influenza sul funzionamento di queste agenzie, ed è per questo che Robert F. Kennedy Jr., acerrimo nemico del settore, ha enormi difficoltà a gestirle e a riorientarne le priorità. Ciò non dovrebbe sorprendere, dato che questa è stata la sua stessa origine: l’industria in cerca di legittimità e protezione dalle insidie della sovranità dei consumatori.
Lo stesso dramma influenza tutti i tentativi di riforma presso la Federal Reserve (banche), il dipartimento dell’Agricoltura (le grandi aziende agricole), il dipartimento per l’Edilizia e lo Sviluppo Urbano (i costruttori edili), il Dipartimento dell’Istruzione (i sindacati degli insegnanti), il Dipartimento dei Trasporti (treni e automobili) e il Dipartimento della Difesa/Guerra (i produttori di munizioni). Ovunque si guardi oggi a Washington, si trova la mano dei potenti attori industriali. È così nella maggior parte del mondo.
Questo stato industriale ha almeno tre livelli. C’è un livello profondo composto dalle agenzie di Intelligence e dai loro benefattori e partner nell’industria. La NSA e la CIA esternalizzano la maggior parte delle loro attività a società digitali del settore privato, con risultati classificati. C’è poi il livello superficiale (o di vendita al dettaglio) in cui le industrie regolamentate eseguono i desideri delle agenzie asserviti; ecco perché CVS ha rimosso le terapie tradizionali dai suoi scaffali a favore delle iniezioni di mRNA modificato e perché l’establishment medico ha aderito con tanto entusiasmo alla risposta al COVID. E infine c’è il livello intermedio, costituito dalle agenzie stesse che hanno orchestrato tutti i trasferimenti.
Se questa è la situazione ai nostri giorni, che dire del passato? Il modello è ancora valido? Forse, se consideriamo la Chiesa come un’industria, possiamo individuare le stesse forze all’opera nel Medioevo. Se pensiamo agli apparati militari come a delle industrie, otteniamo una prospettiva diversa su ciò che animava gli stati antichi di Roma e Atene.
Come si concilia questa visione concreta e leggermente cupa della genesi e del funzionamento dello Stato con le teorie precedenti? Essa mette a tacere l’idealismo di Platone e Hegel, introduce un elemento di realismo tipico di Hobbes e Locke, arricchisce le teorie di Marx e Rothbard e dà maggiore sostanza a quelle di de Jouvel e Hoppe.
Per quanto ne sappiamo, si tratta della descrizione più accurata della realtà dello statalismo moderno attualmente disponibile. E questo sottolinea ulteriormente l’enorme sfida che si presenta a qualsiasi amministratore temporaneo che pretenda di prosciugare la palude, eliminare la cattura delle agenzie o comunque arginare la corruzione. Il problema è che l’intero apparato statale è di fatto la palude. La cattura del regolatore è essenziale. La corruzione è intrinseca al funzionamento dello Stato.
Tutto ciò non significa che non valga la pena tentare una riforma. Ma è fondamentale comprendere che nessuno degli apparati statali è concepito per adattarsi ai riformatori e alle pressioni democratiche. L’inerzia è sempre nella direzione opposta. Già quanto accaduto con Trump 2.0, pur con i limitati successi che abbiamo visto, rappresenta un’anomalia. Ci vorrà un miracolo per ottenere ulteriori cambiamenti, ma è possibile.
Una delle affermazioni più sagge nella storia della teoria politica proviene da David Hume. A suo avviso, il ruolo dell’opinione pubblica è cruciale in ogni esercizio del potere. Quando il pensiero pubblico cambia, lo Stato non ha altra scelta che adeguarsi.
«Nulla appare più sorprendente a coloro che considerano le vicende umane con occhio filosofico della facilità con cui i molti sono governati dai pochi, e dell’implicita sottomissione con cui gli uomini rinunciano ai propri sentimenti e alle proprie passioni in favore di quelli dei loro governanti. Quando ci interroghiamo su come si realizzi questo prodigio, scopriremo che, poiché la forza è sempre dalla parte dei governati, i governanti non hanno altro sostegno che l’opinione pubblica. È dunque sull’opinione stessa che si fonda il governo; e questa massima si estende ai governi più dispotici e militaristi, così come a quelli più liberi e popolari».
Cambiare l’opinione pubblica: questo è il compito essenziale.
Jeffrey A. Tucker
Jeffrey Tucker è fondatore, autore e presidente del Brownstone Institute. È inoltre editorialista senior di economia per Epoch Times, autore di 10 libri, tra cui Life After Lockdown , e di migliaia di articoli pubblicati su riviste accademiche e divulgative. Tiene numerose conferenze su temi di economia, tecnologia, filosofia sociale e cultura. È inoltre un tabarrista.
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