Pensiero
Conversione e terrorismo. La jihad come frutto del Concilio Vaticano II
È il caso di riportare alla memoria, in questi giorni di polemiche fiammeggianti, il caso di quella che i giornali italiani chiamavano Lady Jihad. Perché la chiamassero così non lo ho mai capito, perché nonostante l’universo di sangue in cui si era infilata mi sembrava sempre, in tutto e per tutto, una ragazzina.
Forse la vicenda non l’avete dimenticata: la definirono «la prima Foreign Fighter italiana». Emigrò nello Stato Islamico per combattere con le truppe ISIS. La sua storia famigliare, dove tutti si erano convertiti all’Islam radicale, era impressionante. I genitori, che lei aveva convertito, sono morti entrambi qui in Italia, il viaggio verso il Levante gli fu impedito dai nostri servizi di sicurezza. La sorella è ancora in carcere. Lei, dicono, potrebbe essere morta nel 2017. Quello che è certo è che di Maria Giulia – Fatima – si sono perse le tracce.
Era giovane. Era una convertita all’Islam – quello radicale, quello wahabita
Era giovane. Era una convertita all’Islam – quello radicale, quello wahabita.
Ricordo ancora video in cui umiliava via Skype l’intervistatrice del Corriere: la giornalista sincero-democratica travolta dalla fede assoluta di questa ragazzina di provincia non può che vendicarsi scrivendo che «la follia si respira in ogni sua sillaba».
Al contrario, a me Maria Giulia Sergio – l’oggetto del sensazionalismo della stampa borghese che l’apostrofava come «la prima foreign fighter italiana» – sembrava lucidissima. Di più: oso dire che era impossibile non vedere come si sentisse una donna realizzata. Una vita dedicata integralmente per seguire il suo Dio e suo uomo – la sua famiglia – nella piena libertà del proprio cuore: anche se questo può costare la morte violenta, o la galera, o la vergogna. Non importa.
Maria Giulia – che ora vorrebbe la chiamassero Fatima Az Zahra – parlava in tranquillità anche quando sapeva di essere intercettata.
Senza dover nascondere nulla, Maria Giulia si esprime e agisce secondo il suo animo perfino dopo che hanno arrestato – l’accusa non mi è chiara – tutta la sua famiglia in Italia: padre, madre, sorella, zia del marito, parentado vario. Tutti in carcere preventivo, per la gioia dello Stato democratico.
No. La storia di Maria Giulia è diversa. A suo modo, è perfetta: è pura
Una donna realizzata
Siamo davanti ad un esemplare unico e perfettamente riuscito, pure su una scala di comparazione globale. Le varie Jihad Jane sparse per il mondo non sono degne di allacciarle i calzari, qualora calzati sotto il niqab.
Nulla vale, in paragone, l’infermiera fermata all’aeroporto di Denver mentre espatriava per unirsi ai barbuti dell’ISIS. Niente valgono le sciaquette austriache che sono andate in Siria e poi hanno piagnucolato per tornare. Ritengo che la sua fibra sia perfino superiore a quella della «Vedova Bianca», ossia Samatha Lewthwaite, stragista in hijab legata ai massacri londinesi e africani, data per morta varie volte e riemersa.
No. La storia di Maria Giulia è diversa. A suo modo, è perfetta: è pura.
C’è il bene e c’è il male. C’è Allah e chi vi si oppone. C’è il dar-al-Islam, «il luogo dell’Islam» e c’è dar-al-harb, «la dimora della guerra», la casa degli infedeli da combattere
Ad ascoltare tutte le intercettazioni non ci si convince di trovarsi di fronte ad una conversazione particolarmente intelligente.
Lei segue un piano semplice. Glielo fornisce, incredibile dictu, ciò che proprio a questo dovrebbe essere preposto: la religione. Segue dei precetti, una visione di insieme che non conosce complessità o profondità di sorta.
C’è il bene e c’è il male. C’è Allah e chi vi si oppone. C’è il dar-al-Islam, «il luogo dell’Islam» – come dice nell’intervista al giornale democratico – e c’è dar-al-harb, «la dimora della guerra», la casa degli infedeli da combattere.
Lei, semplicemente, ha fatto hijira, è migrata verso la terra dell’Islam. Cosa perfettamente logica: i genitori arrestati si apprestavano a fare lo stesso, tanto da chiederle al computer se era il caso di comperare delle valigie trolley e portare in Siria anche Adriano, il gatto di casa. «No mamma, non si può, ascoltami mamma, il viaggio è troppo lungo, in aereo, in macchina…». «Hai ragione, già quando l’abbiamo portato a Napoli miagolava sempre». «Anche questa è una prova grande cui ci sottoponiamo. Adriano starà bene, inshallah».
«Un uomo sposato è andato con un altra donna, Said [il marito, ndr] come mujaheddin, come soldato per Allah, va con altri fratelli per lapidarlo» racconta ridendo alla sorella Marianna
È inquietante quando promette a Mamma e Papà che in Siria avranno finalmente una casa con l’orto, anzi possono avere tutta la terra che vogliono, «perché la Siria è vuota».
«Un uomo sposato è andato con un altra donna, Said [il marito, ndr] come mujaheddin, come soldato per Allah, va con altri fratelli per lapidarlo» racconta ridendo alla sorella Marianna. Credo che nessuna femminista possa godere di una simile fantasia realizzata: il maschio traditore che viene giustiziato. Per Maria Giulia è la realtà.
I video di lei che si addestra con gli AK-47 pare che non circolino perché il marito, l’albanese jihadista Aldo detto Said, glielo ha proibito.
«Noi quando decapitiamo qualcuno, dico noi perché anche io faccio parte dello Stato Islamico, quando facciamo un’azione del genere, stiamo obbedendo alla sharia»
«Noi quando decapitiamo qualcuno, dico noi perché anche io faccio parte dello Stato Islamico, quando facciamo un’azione del genere, stiamo obbedendo alla sharia». Perché vergognarsi di seguire la legge divina?
In fondo, questa è una storia-paradigma. Frequentava la moschea di Segrate – non quella controversa di Viale Jenner – dove rilasciava interviste alle giornaliste in cerca del solito pezzo su «donne e Islam». Si dichiarava moderata. Usava la parola preferita dai democristiani e dai massoni, «dialogo». Andava alle lezioni in Statale con il velo, ma era amica di tutti. Andò a Canale 5 per dimostrare in diretta alla Santanché che essere donna e musulmana può essere bello e pacifico.

Non credo che fosse così cambiata da quando dalla Siria parla vis Skype di mutilazioni, decapitazioni e sterminio degli infedeli. Non pareva diversa da quel 27% di giovani francesi (età 18-24) che simpatizza per l’ISIS, né da quel 81% di fan del Califfo rilevato tra il pubblico muslmano di Al Jazeera.
Una suora stupenda
«Non siamo musulmani italiani! Siamo musulmani del Jihad»
La Maria Giulia, che divorziò dal primo marito magrebino perché troppo islamicamente tiepido, e ciò risalta in maniera stupenda. «Non siamo musulmani italiani! Siamo musulmani del Jihad» urla ai genitori.
La fede universale più forte di qualsiasi confine. Sì, devo ammettere che questa devozione può suscitare ammirazione. O forse, non è ammirazione quella si prova, perché tutto questo ha un sapore tanto amaro.
Che disastro. Che spreco.
Sappiamo tutti dove una sessantina di anni fa sarebbe finita una come Maria Giulia. Un convento, magari una bella clausura. Ho pochi dubbi su questo.
Quale meravigliosa madre superiore, severa e determinata quanto serve, sarebbe stata Maria Giulia!
Chi possedeva tale zelo, quando vi era l’opzione, sceglieva quella strada. Quale meravigliosa madre superiore, severa e determinata quanto serve, sarebbe stata Maria Giulia!
Una religiosa in grado di spingere tutta la famiglia dentro la religione, come succedeva una volta a chi aveva un prete o una suora tra i famigli: Maria Giulia aveva convertito tutti quanti, padre e madre e chissà chi altri, perché è sul suo slancio mistico che si appoggia chi le sta vicino, le pecore seguono il pastore e pure il suo cane.
Così – una monaca capace di eseguire in indefessamente quello che la sua religione l’ha programmata: custodire il convento, educare i bambini, sfamare i poveri, assistere i malati. Se è il caso, abbracciare il fucile, come quella suor Eupraxia, unica abitante di quel convento a Drenica, in Kosovo, dove né albanesi né serbi né giornalisti sono mai riusciti a penetrare, ché quella – programmata allo zelo – sparava appena ti avvicinavi al campanello.
Una monaca capace di eseguire in indefessamente quello che la sua religione l’ha programmata: custodire il convento, educare i bambini, sfamare i poveri, assistere i malati
Il prodotto del Concilio
Sappiamo cosa ha fatto sì che a suor Maria Giulia si sostituisse un’assassina islamista: si chiama Concilio Vaticano II. Quella che ritengo sia la più grande catastrofe della storia umana. Lo stand-down dello spirito cattolico, la perversione della dottrina, la distruzione dell’ultimo argine rimasto alle tenebre del relativismo,cioè alle tenebre tout court.
Il suicidio della Chiesa Cattolica ha fatto sì che persone come Maria Giulia cercassero altrove quel senso profondo che brama il cuore.
Il suicidio della Chiesa Cattolica ha fatto sì che persone come Maria Giulia cercassero altrove quel senso profondo che brama il cuore
Possiamo, quindi, anche dirlo: la jihad è un frutto del Concilio.
Lo abbiamo scritto varie volte: l’islamo-nichilismo dell’ISIS, con la sua narrazione fatta di tweet e progetti millenari, finirà giocoforza per filtrare nella mente della gioventù europea, innaturalmente sedata dall’onanismo, dalle droghe, dalla omosessualizzazione forzata, dai giochi elettronici, e – nel peggiore dei casi – dalla falsa religione conciliare, dove Dio è un amico, la messa è un concerto di chitarre, l’Eucarestia un pezzo di pane, l’Inferno è vuoto.
Maria Giulia, infatti, era cattolica. «Molto cattolica» disse in una intervista anni fa, quando faceva la ragazza immagine per le italiane convertite. Erano «ferventi cattolici», riportano le cronache, anche i genitori. Il padre Sergio Sergio, cassaintegrato, si era mosso da Torre del Greco dieci anni fa solo dopo aver avuto da una conoscente la garanzia che a Inzago avrebbe risolto le sue difficoltà economiche, con il pieno supporto di Caritas e parrocchia, dove i Sergio erano assidui.
Possiamo, quindi, anche dirlo: la jihad è un frutto del Concilio Vaticano II
Immaginiamo cosi vi abbiano trovato. Il Cattolicesimo del Concilio, perfino nella sua forma ultimativa, quella di ONG pietosa, quella del Papa amico dei poveri: i preti hanno dato loro il pane, ma evidentemente i Sergio erano in cerca di qualcosa d’altro. Cercavano lo spirito – chiaro quindi che la Chiesa moderna non li abbia saputi accontentare.
Tanto più che è la Chiesa stessa a indicare le vie di uscita.
L’islamo-nichilismo dell’ISIS, con la sua narrazione fatta di tweet e progetti millenari, finirà giocoforza per filtrare nella mente della gioventù europea, innaturalmente sedata dall’onanismo, dalle droghe, dalla omosessualizzazione forzata, dai giochi elettronici, e – nel peggiore dei casi – dalla falsa religione conciliare, dove Dio è un amico, la messa è un concerto di chitarre, l’Eucarestia un pezzo di pane, l’Inferno è vuoto
«La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione».
«Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno. Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà».
Sono le parole della dichiarazione Nostra Ætate (28 ottobre 1965), il documento del Concilio che rappresenta l’inizio del processo di decadenza patente del Papato. Gli ebrei, non più deicidi, divengono per decreto «amici» dei cattolici. I musulmani sono da comprendere e stimare.
La chiesa moderna è divenuta insomma come l’inferno della sua nuova teologia: vuota.
La chiesa moderna è divenuta insomma come l’inferno della sua nuova teologia: vuota
Era la profonda verità già nota a Federico II: in fondo, pensava l’imperatore, i maomettani sono facili da governare.
È il caso sunnita che abbiamo sotto gli occhi. Nessun Papa, nessuna gerarchia, nessuna legge naturale, nessuna inclinazione allo sviluppo, corpi proni alla frusta. Dovete guardare all’Arabia Saudita: uno Stato ricco al centro dell’Islam, tenuto sotto scacco da una famiglia che affama, umilia, ammazza il suo popolo mentre dilapida trilioni in oscene gozzoviglie.
Fitna
In questo stallo, come è possibile vincere? Senza che abbiano una vera religione ai nostri figli, come possiamo anche solo pensare di reagire di fronte all’avanzata di Maometto? Quale motivo, quale valore può avere nel cuore chi sarà preposto a difenderci?
Prima di ucciderci i figli perché cafri, l’Islam potrà sedurli riempiendone il vuoto creato dentro di loro dalla non-chiesa conciliare
Prima di ucciderci i figli perché cafri, l’Islam potrà sedurli riempiendone il vuoto creato dentro di loro dalla non-chiesa conciliare.
Su una cosa ulteriore sono d’accordo con Maria Giulia. «E’ finito il tempo che il musulmano sta nella terra della miscredenza, quello era il tempo dell’ignoranza» tuona ai famigliari. È per colpa degli islamici moderati che l’Islam si trova in questa situazione imperfetta. I tiepidi vanno abbattuti.
Sì: se vogliamo guarire la terra desolata della Chiesa di Cristo, dobbiamo innanzitutto liberarci di coloro che l’hanno avvelenata. Traditori, modernisti, democristiani.
Essi sono la causa della catastrofe. Essi sono i veri padri della jihad, che in un mondo pienamente cristiano – quello che ci ha domandato Nostro Signore – nemmeno avrebbe potuto partire.
Sono i cattolici del Concilio i creatori del vuoto che ha convertito la famiglia di Maria Giulia. Essi sono la causa della catastrofe. Essi sono i veri padri della jihad
Sono i cattolici del Concilio i creatori del vuoto che ha convertito la famiglia di Maria Giulia.
È lo stesso vuoto che inghiottirà tutto l’Occidente, e loro stessi. Sappiamo infatti che il loro è un desiderio di morte, un imperativo suicida che la forza oscura ha inserito nel loro sistema operativo.
C’è un termine nell’Islam, fitna. È jihad, «sforzo», ma rivolta ad intra, dentro la stessa comunità dei fedeli.
I credenti dell’Unica Vera Religione sono chiamati ora alla fitna.
Solo una volta che questa sarà terminata, potremo darci alla nostra «jihad» del Logos, e portarla in tutto il mondo, come da comando di Dio, convertendo il profondo del cuore umano, e difendendo la nostra Fede, la nostra terra, le nostre donne.
Suore, madri superiore: non terroriste jihadiste.
Roberto Dal Bosco
Eutanasia
La festa della morte in Veneto
Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».
Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.
C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.
Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.
La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.
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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.
Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.
Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.
Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.
Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.
Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?
Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?
E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.
Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?
Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.
Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.
Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.
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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.
Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.
«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.
È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.
Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.
E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».
Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.
L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.
E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?
Massimo Zanetti
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Cremazione
Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia
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Civiltà
Chi sono i fabiani?
Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).
(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.
Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.
Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.
La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.
I’ll be honest with you: until recently I didn’t know much about the Fabian Society. Maybe it’s because the English know how to be smooth – so correct me if I am getting something wrong.
The Fabian Society was founded in London in 1884. Named after Quintus Fabius Maximus – the… https://t.co/jvd7MHLpsW pic.twitter.com/NWXYjatLs3
— Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.
George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.
Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.
La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.
La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.
Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.
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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno
Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.
Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.
Krzysztof Szczawinski
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Immagine generata artificialmente
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