Pensiero
Mani pulite oscure. La realtà di Tangentopoli, dopo 30 anni, viene sempre più a galla
Abbiamo grande rispetto per Rino Formica, l’ex ministro socialista noto per le sue espressioni sintetiche («la politica è sangue e merda»; «partito di nani e ballerine»; «il monastero è povero, i frati ricchi») ma ancor più, a noi, per la sua lucidità di pensiero riguardo la cosa politica.
Come sa il lettore, Renovatio 21 ha sposato più volte le analisi fornite dal Formica, in particolare quella riguardo l’emergere dello «Stato-partito», la fusione tra partiti più o meno maggioritari (in particolare, progressisti) con spezzoni permanenti dello Stato (caste amministrative, grandi enti, servizi di sicurezza, servizi segreti, etc.), con conseguente formazione di una palude inscalfibile che riesce ad inghiottire con facilità, come si è visto con Conte e i grillini, qualsiasi sedicente forma di opposizione al sistema.
Ciò è osservabile, a nostro giudizio, in ogni Paese occidentale, quasi si trattasse di un’evoluzione naturale della democrazia, passata da essere espressione di difesa del popolo a macchina per la preservazione di una determinata struttura – anche contro il volere, o l’esistenza stessa, del popolo.
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Formica gode di quella caratteristica principale che si assegnava a quasi tutti i craxiani all’epoca: l’intelligenza. Ora a 97 anni, e racconta di essere divenuto cieco. Lo era anche un personaggio mitico della Grecia, che non è lontana dalla sua Puglia: Tiresia, il veggente, «il cieco indovino, di cui sono saldi i precordi: / a lui solo Persefone diede anche da morto, / la facoltà d’esser savio; gli altri sono ombre vaganti» (Odissea, X).
Domenica scorsa l’ex ministro-Tiresia ha concesso un’intervista ad Aldo Cazzullo, quello con la erre liquida che fa gli incontri speciali (Totti, Bergoglio, Fedez) per il Corriere.
La conversazione è lunga e densissima, uno spettacolo di giornalismo e di chiarezza di pensiero storico-politico, anche nelle parti (come l’europeismo dogmatico e forsennato) nelle quali mai potremmo concordare.
Merita una riflessione il suo severo giudizio sul premier Giorgia Meloni: «fortunata, vista la collezione di errori dei suoi contendenti, in particolare quelli della sua area. E furba. Più furba che intelligente. Ma la furbizia in politica dura poco. Molto poco». Quindi per Formica la Meloni «è debolissima. Perché incontrare un politico più intelligente o più colto di te è difficile; ma incontrarne uno più furbo è molto facile».
Tuttavia, è parlando di quel periodo opaco che oltre trenta anni fa distrusse il suo partito, il PSI, che Formica racconta le cose più interessanti.
All’intervistatore, che gli chiede conto di una sua antica dichiarazione, quando, allo scoppiare di Mani Pulite, egli disse che Craxi aveva in mano «un poker d’assi», Formica risponde che si riferiva «alle informazioni che i servizi e la polizia avevano fornito ad Amato, che era presidente del Consiglio».
«Quali informazioni? E come le avevano raccolte?» chiede il Cazzullo.
«Erano segnalazioni sul traffico telefonico dei componenti del pool» risponde con precisione Formica.
«I servizi spiavano i magistrati di Mani Pulite?» incalza l’intervistatore del Corriere.
«I servizi hanno come compito controllare tutto quello che avviene attorno al potere. Anche Mussolini era intercettato, i servizi ascoltavano le sue conversazioni con la Petacci. Certo, il confine tra la tutela delle istituzioni e l’intrigo è sottile. Dipende dall’uso che se ne fa».
«E cosa avevano scoperto i servizi?»
«Che un po’ tutti i magistrati del pool non erano stinchi di santo. Non solo Di Pietro. Ognuno aveva il suo corrispondente esterno: politico, religioso, internazionale. E ognuno aveva la sua ambizione: chi voleva fare il presidente del Consiglio, chi il presidente della Repubblica…».
«Chi voleva fare il presidente della Repubblica?»
«Ovviamente, il capo del pool».
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La rivelazione è enorme. E infatti Cazzullo cerca subito di defilarsi: «Borrelli? Non credo proprio».
«Quando un magistrato appare in tv e dà ordini al Parlamento, già agisce come un aspirante capo di Stato» dice Formica.
Quindi, chi ipotizzava che in Italia covasse un «golpe giudiziario», ossia un rovesciamento dei poteri in cui i giudici – che non solo eletti, sono parti dello Stato – ai danni dei politici – che sono eletti nei partiti – aveva ragione?
Formica non conclude il ragionamento, ma lo facciamo noi, seguendo proprio le sue definizioni: Tangentopoli è stata la prova generale dello Stato-partito, ora installato in Italia e ovunque (in Germania, in USA) come forma principale dello Stato moderno.
Realizzato questo pensiero storico e filosofico-politico, possiamo soffermarci un secondo a quell’altra cosa che butta lì il Tiresia vetero-craxiano, i «corrispondenti esterni» di tipo «politico, religioso, internazionale».
Possiamo immaginare a quale partito si riferisca quando parla dei referenti politici, del resto almeno un membro del pool si sarebbe poi candidato, venendo eletto, con un determinato partito, per poi crearne un altro nella pratica dei partiti biodegradabili utilizzati come alleati acchiappavoti dallo stesso grande partito, fino a scadenza naturale del prodotto.
Non abbiamo idea, lo ammettiamo, a cosa Formica si riferisca quando parla di «corrispondenti religiosi», anche perché ricordiamo le storie su certi cardinali «farmaceutici» che durante la Prima Repubblica prosperavano, e i cui referenti ingobbiti sarebbero stati colpiti dalla magistratura in round ulteriori con accuse spettacolari.
Tuttavia, avremmo voglia di sapere di più riguardo ai «corrispondenti internazionali» dei giudici di cui parla Formica. Ci sono tante voci, tutte più o meno sussurrate, che si sono succedute negli anni.
Nel 2010 sempre il milanese Corriere della Sera, pubblicò in prima pagine le foto di una intensa cena di Natale 1992, consumata in una data qualsiasi: era il 15 dicembre, proprio quella mattina partì l’avviso di garanzia per Bettino Craxi: Tangentopoli nella sua massima espressione.
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In questa foto pubblicata improvvisamente 18 anni dopo dal giornalone meneghino, si vede Antonio Di Pietro che pasteggia amabilmente con Bruno Contrada, allora capo del SISDE, che verrà arrestato una settimana dopo. Accanto, un dipendente della Kroll, che scatena le fantasie di giornalisti e lettori.
Il quotidiano di via Solferino non fu parco di allusioni: «la Kroll, la più grande organizzazione di investigazione d’affari del mondo fondata nel ’72 da Jules Kroll, tremila dipendenti fissi, una quantità di collaboratori, corsia preferenziale per chi arriva da CIA e altri servizi, Mossad compreso, uffici in 60 città di 35 Paesi, stando anche a una inchiesta pubblicata dal New Yorker il 19 ottobre scorso».
Di Pietro negò tutto furiosamente: «Io non ho mai venduto Mani pulite». «La Kroll? Mai avuto a che fare, nemmeno con la CIA. E chi accidenti è l’americano?»
«Si vuol fare credere, attraverso un dossier di 12 foto mie con Mori, Contrada e funzionari dei servizi segreti, che io sia o sia stato al soldo dei servizi segreti deviati e della CIA per abbattere la Prima Repubblica perché così volevano gli americani e la mafia» dice di Pietro, ma il Corriere dice che coinvolgere Mori è un errore, perché estraneo alla cena.
«Soltanto menti malate possono pensare che ho fatto quel che ho fatto per una spy story e non come umile manovale dello Stato, che quando faceva il muro cercava di farlo dritto».
Il teorema, per chi non lo conoscesse, riguarda l’Achille Lauro (la nave da crociera dirottata dove un anziano ebreo fu orrendamente scaraventato in mare dai dirottatori) e la crisi di Sigonella con i carabinieri, che su ordine di Craxi, circondano l’esercito americano che circonda l’aereo con i terroristi palestinesi – Israele, Palestina, USA, tutte cose di assoluta attualità pure in questo momento.
Gli americani, e forse non solo loro, avrebbero promesso vendetta nei confronti di Craxi e del suo atto di insubordinazione – cioè di sovranismo politico. L’uomo non obbediva più, dando adito alla rabbia che servizi e dipartimento di Stato USA avevano sempre avuto nei confronti di questo abile, elegante leader della «portaerei inaffondabile» (questo è l’Italia per il pensiero strategico angloamericano) che, pur antisovietico, non poteva dirsi filoamericano: diceva che non voleva vedere i cosacchi di Stalin abbeverarsi alle fontane del Vaticano, ma nemmeno che da queste sgorgasse la Coca-Cola.
Fu Craxi ad avviare, a livello internazionale, la normalizzazione dei rapporti con l’OLP di Arafat, che in un discorso al Parlamento italiano, per negare l’etichetta di «terrorista», paragonò a Garibaldi (discorso che troviamo doppiamente, triplamente discutibile, ma va andiamo oltre).
Possiamo immaginare quanto di questo fosse felice Israele. Come pure di certi discorsi di Formica sulla strage di Bologna e il ruolo mediterraneo dell’Italia.
È a questo punto che si può venire inghiottiti dal gorgo. Decenni di notizie strambe che si accavallano nella testa, poi smentite, sparite, ridicolizzate – o rimaste lì pronte ad essere dimenticate da tutti. Suscitò reazioni quando, sulla base di dichiarazioni del figlio di un politico mafioso siculo, si desse che il cosiddetto «Signor Franco», ossia il «pontiere tra Stato e mafia» sarebbe stato in realtà un console israeliano.
Sul lato oscuro di Tangentopoli scrisse, da subito e per i decenni seguenti, un ragazzo lombardo che, da lavoratore poco più che maggiorenne, riceveva le telefonate di Craxi, uomo lungimirante che evidentemente in lui aveva visto qualcosa, e di fatto è da ritenersi una delle maggiori penne rimaste al giornalismo nazionale: Filippo Facci.
Facci si è buttato anima e corpo nella questione di Mani Pulite, analizzando, perfino nei gusti musicali (Borrelli era uno studioso di Wagner, un habitué della Scala) i membri del pool, e raccontando una quantità di retroscena susseguitisi negli anni, anche personali, da restare senza fiato.
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A ridosso della strana pubblicazione delle foto di Di Pietro a cena, Facci scrisse di altre storie che scuotono le percezioni che il lettore può avere del magistrato divenuto parlamentare, capo-partito, ministro. In un articolo del quotidiano Libero ancora leggibile su Dagospia, parla di un viaggio di lavoro, su incarico dei vertici, che il giudice nel 1984 avrebbe fatto verso le Seychelles, all’epoca «un regime comunista appoggiato dal Cremlino», dove si era nascosto il faccendiere Francesco Pazienza, inquisito anche per il crack Ambrosiano.
Da qui parte un racconto con spie nordcoreane e sovietiche che «proposero tranquillamente di far fuori l’intruso spingendo la sua auto giù da una scarpata, ritenendolo appunto un agente della CIA del SISMI (…) Pazienza mantenne fede al suo cognome e prese tempo. Andò all’hotel San Souci, dove dimorava quello strano italiano al mare, e ne spiò le generalità: era tal Di Pietro Antonio, magistrato alla Procura di Bergamo».
Nel racconto di Facci, che dice di attingere da «atti giudiziari nonché dal racconto di Francesco Pazienza e da un libro del medesimo pubblicato da Longanesi nel 1999, Il disubbidiente», in effetti, la spy-story parrebbe esservi.
Ci stropicciamo gli occhi: ma è veramente il Di Pietro che vedevamo sui giornali, anche patinati? Il tribuno molisano a cui si chiedeva, consciamente o meno, il primo vero reset della Repubblica Italiana?
Che cosa non ci hanno raccontato, di Tangentopoli? Il socialista, arrivato a quasi cento anni, ha voglia di parlarne. Invece io adesso, in verità, voglio tirare il freno.
Capitemi: a questo punto, quella di Tangentopoli può diventare una tarantola, una cosa che ti morde e poi balli per sempre. Tanti i misteri, tanto il bisogno di verità, tanta la sete di giustizia, che fai la fine di quelli che si addentrano un attimo nella questione del Mostro di Firenze, o di tanti altri assassini seriali magari pure ufficialmente «risolti», e poi non ne escono più, pensano, parlano, scrivono solo di quello.
È il motivo per il quale ci fermiamo qua. Formica sì, tarantola no.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Amodiovalerio Verde via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic
Pensiero
Il Grande Grande Reset: il mondo dei banchieri muore, inizia quello dei costruttori
Perché il mondo dei banchieri sta morendo e perché i costruttori erediteranno il secolo.
Ci troviamo a un punto di svolta storico. E sono profondamente convinto che questa svolta darà vita a un mondo radicalmente migliore. Non “migliore” nel senso degli slogan di Davos. Migliore nel senso più concreto che ci sia: più giusto, più efficiente, più vero. Per capire dove stiamo andando, dobbiamo prima guardare con lucidità da dove veniamo.— Brivael Le Pogam (@brivael) July 7, 2026
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Il vecchio mondo: prenditori e banchieri
Per decenni, il mondo è stato governato da due caste. I predatori e i banchieri. I «prenditori» [takers, ndt] e i banchier. La loro alleanza non ha mai prodotto valore. Ha prodotto sistemi. Sistemi stratificati, narrazioni sovrapposte l’una sull’altra, progettate non per servire ma per estrarre. Un’intera architettura la cui funzione primaria non è mai stata quella di creare, ma di catturare: catturare la rendita, catturare l’attenzione, catturare il potere e poi rendersi indispensabile al flusso stesso che aveva deviato. Quel mondo non produce costruttori. Produce personaggi. Uomini plasmati dalla macchina: selezionati, confezionati, spinti dalle reti intrecciate di finanza, media e istituzioni. Macron, Obama: prodotti puri di quel software. Brillanti manager del nulla. Non hanno mai costruito nulla che esista nel mondo reale. Hanno amministrato, incarnato, interpretato un ruolo scritto altrove, da altri. Il talento era reale, ma era il talento dell’attore, non dell’ingegnere. E la gente lo percepiva. Confusamente, ma con certezza. Percepiva che la correttezza aveva abbandonato i sistemi. Che qualcosa non quadrava nel meccanismo. È da qui che nasce la tensione permanente della nostra epoca: da quell’intuizione condivisa che chi prende le decisioni non sia né competente, né legittimo, né in contatto con la realtà. Ray Dalio ha dedicato la sua vita allo studio dei cicli dei grandi imperi. La sua conclusione è agghiacciante e si riassume in una sola frase: le civiltà non muoiono quasi mai per mano di nemici esterni. Si decompongono dall’interno, attraverso la decadenza delle loro élite, la finanziarizzazione di ogni cosa e il silenzioso crollo della qualità delle loro decisioni. Ed è proprio in questa situazione che ci troviamo. L’incompetenza non è più un’anomalia del sistema. È diventata il sistema operativo.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
L’altra specie di uomo: il costruttore
Naval, il filosofo della Silicon Valley, lo ha riassunto in una frase che ha fatto il giro del mondo: «È l’era dei costruttori. (ci dispiace per i finanzieri e i chiacchieroni)».Soffermiamoci un attimo su quello specchio quasi perfetto. I finanzieri e i chiacchieroni sono esattamente i miei banchieri e i miei prenditori. Due uomini che non si sono mai coordinati, un’intuizione rigorosamente identica. Questo è il segno che ciò che stiamo descrivendo non è un’opinione o un capriccio ideologico, ma un cambiamento epocale che ormai tutti possono percepire sotto i propri piedi. Di fronte a quella casta, è sempre esistita un’altra specie di uomo: il costruttore. Colui che non narra il mondo, ma lo costruisce. Colui per cui la verità non è un’opinione da imporre, ma un vincolo da rispettare. Il reale non negozia: il razzo vola o esplode. L’auto si muove o non si muove. Il software funziona o si blocca. Nessuna narrazione, nessuna rete, nessun bicchiere di champagne salverà un oggetto che non funziona. Questo è ciò che rende incorruttibile il costruttore, laddove il prenditore è infinitamente malleabile: egli risponde a qualcosa di più grande di sé. E l’incarnazione assoluta del costruttore degli ultimi vent’anni, colui che condensa l’intero cambiamento di paradigma in un’unica figura, è Elon Musk.It’s the Age of Builders.
(sorry financiers and talkers) — Naval (@naval) June 18, 2026
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Elon Musk, l’uomo che ha cambiato le regole
Bisogna valutare ciò che rappresenta veramente. Musk non è semplicemente un imprenditore di successo. È la prova vivente che il vecchio mondo era un bluff. Che si possono costruire cose ritenute impossibili – far atterrare verticalmente uno stadio di un razzo, industrializzare l’auto elettrica, connettere il pianeta dall’orbita – non nonostante ci si rifiuti di stare al gioco delle sciocchezze aziendali, ma proprio perché ci si rifiuta di starci. Non è mai entrato nel gioco dello status. Non è mai entrato nel silenzioso teatro delle sale riunioni, nelle reti di favoritismi, nello scambio di favori. Dove il vecchio mondo punta sull’apparenza, lui punta sulla realtà. Dove il vecchio mondo assume in base al pedigree, lui assume in base alla capacità di ottenere risultati. Questa ossessione per il concreto – quasi maniacale – è esattamente ciò che i prenditori non sono mai stati in grado di comprendere, ed è esattamente ciò che li rende obsoleti. Tuttaviala mossa più importante di Musk sta altrove. Non si tratta né di SpaceX né di Tesla. Significa aver compreso che l’ultimo territorio rimasto da conquistare non era quello industriale, bensì quello narrativo. Per decenni, i costruttori hanno regnato sulla produzione e sono rimasti in silenzio sulla storia. Hanno fabbricato la realtà, ma hanno lasciato che i prenditori ne scrivessero la storia. Acquistando la piazza pubblica, rifiutandosi di lasciare il monopolio del discorso alla casta che lo aveva sempre detenuto, Musk ha fatto qualcosa che nessun costruttore aveva mai osato fare: ha portato la guerra sul terreno delle idee. Ha strappato dalle mani dei prenditori l’ultima cittadella. Ecco perché è odiato con tanta intensità. Non perché abbia torto. Perché dimostra, ogni giorno, pubblicamente, che il re è nudo.Iscriviti al canale Telegram ![]()
Un aneddoto che dice tutto
Un’esperienza vissuta in prima persona, che cattura l’intero cambiamento meglio di qualsiasi saggio. Quando lavoravo per Y Combinator [celebre programma della Silicon Valley per la formazione delle startup, ndt], la stragrande maggioranza degli eventi era priva di sfarzo. Niente tartine, niente calici di champagne, niente rituali da alta società. Burritos, pizze, un po’ di birra. Parlavamo di prodotto, di fatturazione, di realizzazione. Pragmatismo allo stato puro, perché questa è la vera cultura dei costruttori: la realtà prima di tutto, il decoro mai. Gli unici eventi sfarzosi erano quelli in cui ricevevamo gli investitori, persone provenienti dal vecchio mondo, più riservato. Allora sì, spuntavano i tartine, lo champagne e gli abiti eleganti. Allora ci lanciavamo nel gioco dello status. Indossavamo la maschera. Ma è proprio questo il punto: è un costume. Un indumento che si indossa per parlare la lingua del vecchio mondo per la durata di un incontro, non un’identità, non una cultura, non un modo di essere. Il prenditore è il suo costume. Chi lo crea lo indossa e lo toglie. L’intera differenza di civiltà risiede in questo dettaglio.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Quel mondo sta morendo
Diciamolo chiaramente: il vecchio mondo è in agonia. È proprio per questo che resiste con tanta violenza. Un sistema morente non si arrende in silenzio: morde, si chiude a riccio, demonizza, criminalizza. Ciò che scambiamo per potere è spesso solo la resistenza di un corpo che si rifiuta di morire. Ma in fondo, sa già di aver perso. Perché le esigenze del popolo sono cambiate. Non chiedono più discorsi o simboli: chiedono servizi. Sempre più efficienti, sempre più concreti, sempre più rapidi. E le élite sanno, meglio di chiunque altro, di essere strutturalmente incapaci di fornirli. Non si crea efficienza con persone addestrate a gestire la narrazione. Quel terreno appartiene ai costruttori – e come tutto ciò che toccano, se lo prenderanno con le prove, non con il permesso.L’IA ha rimescolato le carte
Eppure, restava un’ultima linea di difesa. Il regno delle idee, dei concetti, della teoria. L’unico terreno in cui il prenditore manteneva un reale vantaggio, perché produrre narrazioni su larga scala era un’arte a sé stante, riservata alla loro casta: giornalisti, comunicatori, intellettuali televisivi, opinionisti. Chi costruiva, storicamente, era muto. Sapeva fare, ma non sapeva dire. Poteva costruire un impero industriale senza mai intervenire nella battaglia culturale. L’IA ha appena fatto saltare quel lucchetto. Ora chi costruisce può anche pensare, scrivere, strutturare e distribuire – su larga scala, senza intermediari, senza dover implorare per avere accesso al microfono. Il monopolio della narrazione è appena crollato. Il costruttore non è più condannato al silenzio. Entra a sua volta nella guerra delle idee e la vincerà, per una ragione semplice e inconfutabile: parla dal reale. Non sta difendendo un’astrazione; sta descrivendo ciò che ha costruito con le proprie mani. È l’ultimo baluardo dei prenditori che crolla. Ed è quello a cui si sono aggrappati con più tenacia.Il vero reset
Ecco perché il vero reset non è quello che ci è stato promesso. Il «Grande Reset» dei banchieri è stata un’operazione di conservazione mascherata da trasformazione: mantenere il potere cambiando il vocabolario, consolidando un ordine morente sotto il linguaggio del progresso. La nostra è l’esatto opposto. È una liberazione. Il trasferimento del potere da chi narra a chi agisce. Da figure costruite ad uomini reali. Da sistemi di sfruttamento a macchine di creazione. Il Grande Grande Reset. Ed è già iniziato. Brivael Le PogamIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Pensiero
Deputata inglese, cattolica e pro-life, assassinata
Ann Widdecombe, ex parlamentare britannica e star televisiva, è stata assassinata.
La polizia britannica sta indagando sulla morte della Widdecombe, 78 anni, trovata ferita e senza vita nella sua casa nel Devon, in Inghilterra, il 9 luglio. Secondo il Daily Telegraph, la polizia del Devon e della Cornovaglia sta cercando «un uomo bianco» come sospetto della sua morte. La notizia del decesso della Widdecombe è stata diffusa dai giornali britannici questa mattina senza alcun riferimento a un atto criminoso.
Secondo le ultime notizie, un uomo di 26 anni, descritto dalla polizia come un «cittadino britannico bianco», è stato arrestato in relazione al suo omicidio.
Convertita al cattolicesimo e attivista pro-vita, la Widdecombe si è fatta amare dai britannici grazie alle sue apparizioni sorprendentemente popolari nei programmi televisivi Strictly Come Dancing e Celebrity Big Brother.
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La Widdecombe è stata deputata conservatrice dal 1987 al 2010, successivamente membro del Brexit Party e poi del Reform Party.
Si tratta del secondo omicidio di un politico cattolico pro-life di alto profilo in Inghilterra in questo decennio. Sir David Amess, membro del Parlamento per 38 anni e amico di Widdecombe, è stato assassinato sul posto di lavoro nel 2021 dall’islamista Ali Harbi Ali.
La figlia di Amess, Katie, ha rilasciato una dichiarazione. «Sono profondamente addolorata per la scomparsa di Ann Widdecombe», ha scritto. «Ann è stata un’amica leale e di lunga data di mio padre, Sir David Amess, e la nostra famiglia le sarà sempre grata per la gentilezza, la forza e la dignità che ha dimostrato nei momenti più difficili della nostra vita».
«L’elogio funebre che ha pronunciato per mio padre nella Cattedrale di Westminster, e la compassione che ci ha dimostrato nei giorni e nei mesi successivi alla sua scomparsa, hanno rispecchiato il meglio del suo carattere: caloroso, integerrimo e incrollabile nel suo sostegno a coloro a cui voleva bene», ha continuato Katie Amess. «L’amicizia di Ann significava moltissimo per mio padre, e le sue parole hanno portato conforto a tantissime persone che gli volevano bene. Oggi la ricordiamo con affetto e rispetto, e porgiamo le nostre più sentite condoglianze alla sua famiglia e ai suoi amici. Possa riposare in pace».
L’assassino di Amess, secondo alcuni, aveva legami con i terroristi islamisti somali al-Shabbab, ai quali il governo italiano, tempo prima, aveva pagato un lauto riscatto per una cooperante rapita e poi tornata sorridente e convertita all’islam.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Geopolitica
L’Europa verso la guerra contro la Russia. Senza USA e NATO
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