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La NATO e il sistema statale-industriale della censura globale: la democrazia capovolta da militari e tecnologia

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Tucker Carlson ha trasmesso il 16 febbraio un’intervista di importanza epocale sulla manipolazione del discorso sociale da parte di forze dello Stato profondo attraverso il controllo di Internet, compresi gli sforzi per censurare ciò che viene etichettato come «disinformazione» – un’operazione che in realtà nasconde un intero cambio di paradigma della democrazia nello Stato moderno, una trasformazione che avviene, letteralmente, manu militari, e sotto i nostri occhi.

 

L’intervistato, Michael Benz, aveva lavorato nella campagna di Donald Trump nel 2016, e nei quattro anni successivi aveva servito come vice segretario di Stato aggiunto per le comunicazioni internazionali e la politica dell’informazione presso l’Ufficio per gli affari economici e commerciali. La sua Foundation for Freedom Online, di cui è direttore esecutivo, ha avviato le sue attività nell’ottobre 2022, e si occupa del tema della libertà di parola nell’era delle reti digitali.

 

Nell’intervista, Benz afferma che negli anni Novanta la squadra del Dipartimento di Stato, Dipartimento della Difesa, CIA, NSA e il gruppo della Silicon Valley, spingeva sul concetto della «libertà di parola su Internet», poiché avrebbe promosso i dissidenti, gruppi e rivoluzioni colorate nelle società considerate «chiuse».

 

«Ora, il culmine di questo tipo di momento di libertà di parola su Internet è stata la Primavera Araba del 2011-2012, quando uno dopo l’altro tutti i governi avversari dell’amministrazione Obama, Egitto, Tunisia, hanno cominciato a essere rovesciati nelle rivoluzioni di Facebook e nelle rivoluzioni di Twitter» dichiara il Benz.

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Tuttavia, nel 2014, «dopo il colpo di Stato in Ucraina, si è verificato un inaspettato contro-colpo di stato in cui la Crimea e il Donbass si sono separati…. E quando i cuori e le menti del popolo della Crimea hanno votato per l’adesione alla Federazione Russa, quella è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso il concetto di libertà di parola su Internet», ha detto Benz.

 

«Per esempio, come abbiamo fatto in Ucraina, Viktor Yanukovich è stato eletto democraticamente dal popolo ucraino, come lui o lo odia. Non esprimo nemmeno un parere in merito. Ma il fatto è che, lo abbiamo defenestrato via rivoluzione colorata, lo abbiamo licenziato con una sorta di 6 gennaio».

 

«In realtà, ad essere sincero, abbiamo un Dipartimento di Stato finanziato da sgherri del Settore Destro e, sapete, 5 miliardi di dollari di denaro della società civile pompati in questo per rovesciare un governo democraticamente eletto nel Paese in nome della democrazia. E hanno portato a casa quella speciale serie di abilità. E ora è qui, forse potenzialmente, per restare. E questo ha cambiato radicalmente la natura della governance americana a causa della minaccia che una piccola voce diventi popolare sui social media».

 

 

Il nuovo focus, dice l’ex funzionario americano, è diventato quello di «controllare i media e l’ecosistema dei social media, perché è quello che controlla le elezioni. E se si mette semplicemente al potere la giusta amministrazione, questi controllano le forze armate».

 

«Era stata creata un’industria che comprendeva il Pentagono, il Ministero della Difesa britannico e Bruxelles in un’organizzazione di guerra politica organizzata. Essenzialmente un’infrastruttura creata, inizialmente di stanza in Germania e nell’Europa centrale e orientale (…) per creare la capacità di far collaborare i militari con le società di social media, per censurare la propaganda russa» e poi «i gruppi populisti di destra nazionali in Europa».

 

La Brexit del giugno 2016, insieme al generale malcontento dei lavoratori nei confronti dell’immigrazione, hanno fatto sì che i gruppi militare-finanziari non potessero più controllare le elezioni, sostiene il Benz, che dice inoltre che nello stesso anno una botta non indifferente fu percepita anche con le elezioni filippine, quando al potere arrivò Rodrigo Duterte.

 

«La NATO pubblicava libri bianchi affermando che la più grande minaccia che la NATO deve affrontare non è in realtà un’invasione militare dalla Russia. Sta perdendo le elezioni nazionali in tutta Europa (…) Ora l’intero ordine internazionale basato su regole crollerebbe a meno che i militari non prendessero il controllo sui media (…) L’UE andrebbe in pezzi, quindi la NATO verrebbe uccisa senza che venga sparato un solo proiettile. E poi, non solo, ora che la NATO non c’è più, non c’è più alcun braccio armato per il Fondo Monetario Internazionale, il Fondo monetario internazionale o la Banca mondiale. Quindi ora gli stakeholder finanziari che dipendono dall’ariete dello Stato di sicurezza nazionale sarebbero sostanzialmente impotenti contro i governi di tutto il mondo. Quindi, dal loro punto di vista, se i militari non iniziassero a censurare Internet, tutte le istituzioni e le infrastrutture democratiche che hanno dato origine al mondo moderno dopo la seconda guerra mondiale crollerebbero».

 

L’intervistato dettaglia con precisione le pressioni fatte dagli americani sui Paesi europei, obbligandoli a fare leggi di limitazione della libertà di parola e imponendo, a livello europeo, multe insostenibili per i colossi di internet, che sono sati così indotti ad obbedire.

 

Benz aggiunge inoltre che studi di sul Natural Language Processing – «Intelligenza Artificiale, apprendimento automatico, capacità di creare significato dalle parole per mappare tutto ciò che tutti dicono su Internet e creare questa vasta topografia, topografia di come sono organizzate le comunità online, chi sono i principali influencer, cosa fanno di cui stiamo parlando, quali narrazioni stanno emergendo o di tendenza e di essere in grado di creare questa sorta di grafico di rete, per sapere a chi rivolgersi e, e, e come le informazioni si muovono attraverso un ecosistema» –creati dai militari ed ora impiegati sui civili.

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Tale Intelligenza Artificiale censoria, ufficialmente creata dalla DARPA (il ramo ricerca e sviluppo del Pentagono) per rilevare i gruppi ISIS che reclutavano su Internet, ora è inflitta alla popolazione americana stessa, con granularità sempre maggiore offerta dal progresso tecnologico informatico.

 

«In ogni università, ora ci sono più di 60 università che ricevono sovvenzioni dal governo federale per farlo. Censura, lavoro di censura e lavoro di preparazione alla censura, in cui ciò che fanno è creare questi codici della lingua che le persone usano nello stesso modo in cui li usavano per l’ISIS. Lo fanno, ad esempio, con il COVID, hanno creato questi lessici COVID di ciò che i gruppi dissidenti dicevano sui mandati, sulle maschere, sui vaccini, su individui di alto profilo come Tony Fauci o, se, Peter Daszak o qualcuno di questi altri erano protetti VIP e individui la cui reputazione doveva essere protetta online. E hanno creato questi codici. Hanno suddiviso le cose in narrazioni».

 

Quindi «ha avuto luogo il passaggio dall’estero all’interno, dove hanno preso tutta questa architettura di censura che abbraccia DHS, FBI, CIA, DOD, DOJ e poi le migliaia di ONG finanziate dal governo e le aziende mercenarie del settore privato, sono state tutte sostanzialmente trasmesse da un predicato estero, un predicato di disinformazione russa, a un predicato di democrazia, affermando che la disinformazione non è solo una minaccia quando viene dai russi, ma in realtà è una minaccia intrinseca alla democrazia stessa. E così, in questo modo, sono stati in grado di riciclare l’intero kit di strumenti per il cambio di regime per la promozione della democrazia, giusto in tempo per le elezioni del 2020».

 

Ciò spinge Carlson a rispondere: «è quasi incredibile che sia successo. Voglio dire, mio ​​padre ha lavorato per il governo degli Stati Uniti in questo settore [1986-91] nella guerra dell’informazione contro l’Unione Sovietica e, sai, ha avuto una parte importante in questo. E l’idea che qualcuno di questi strumenti potesse essere usato contro i cittadini americani dal governo degli Stati Uniti era, penso, voglio pensare, assolutamente impensabile, diciamo, nel 1988».

 

«Quando si è verificata la Brexit nel 2016, è stato quel momento di crisi in cui improvvisamente non dovevano più preoccuparsi solo dell’Europa centrale e orientale. Stava arrivando verso ovest l’idea del controllo russo sui cuori e sulle menti. E così la Brexit era nel giugno 2016. Il mese successivo, alla Conferenza di Varsavia, la NATO ha formalmente modificato il suo statuto per impegnarsi espressamente nella guerra ibrida in presenza di questa nuova capacità della NATO».

 

«Quindi sono passati da praticamente 70 anni di carri armati a questo esplicito rafforzamento delle capacità per censurare i tweet se fossero considerati delegati russi. E ancora una volta, non è solo propaganda russa. Erano questi ora i gruppi Brexit o gruppi come Matteo Salvini in Italia, o in Grecia o in Germania o in Spagna con il partito Vox».

 

Il nome di Salvini saltato fuori ha colpito molti osservatori italiani. Tuttavia, rammentiamo il ruolo centrale di Facebook – o meglio, di quella che si chiamava «la Bestia» – nel successo di Salvini, che difesa appassionatamente il colosso zuckerberghiano in sede del Parlamento europeo gridando «viva Facebook» con indosso una t-shirt con su scritto «Basta Euro» (altri tempi…)

 

Benz passa quindi ad attaccare tutta una serie di think tank più o meno legati alla NATO e allo Stato profondo, dall’Atlantic Council all’Aspen Institute, tutti con un qualche ruolo nel processo che ha portato allo Stato di sorveglianza censoria digitale; Carlson, una vita a Washington come figlio di papà dell’apparato diplomatico-propagandistico, nell’intervista si trova spesso in contropiede perché ammette di conoscere personalmente alcune delle persone accusate da Benz.

 

Un nome particolare fatto nell’illuminante conversazione è quello del veterano del giornalismo USA Walter Isaacson, già a capo di TIME Magazine (considerata, da molti, una creatura della CIA) e ai vertici dell’Aspen Institute. Tucker interrompe, e fa una domanda ficcante: com’è possibile che lo stesso Isaacson sia l’autore della recente, e piuttosto simpatetica, biografia di Elon Musk, l’uomo che acquistando per 44 miliardi di dollari (cifra monstre in ogni senso possibile) Twitter rappresenta il nemico numero uno dell’apparato di censura globale?

 

Alla domanda non si sa rispondere, tuttavia apprendendo questo lato del teatro, il lettore italiano può fare supposizioni sul retroscena del rapporto forte e diretto tra Musk e Giorgia Meloni, detta dai suoi critici «Lady Aspen».

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Il significato principale dell’incredibile intervista, diremmo anche più scioccante ed importante di quella a Putin, è il cambiamento di paradigma in atto presso lo Stato moderno: «ciò che essenzialmente hanno detto è che dobbiamo ridefinire la democrazia da una questione di volontà degli elettori a una questione di sacralità delle istituzioni democratiche. E quali sono le istituzioni democratiche? Oh, siamo noi, sai, sono i militari, è la NATO, è il FMI e la Banca Mondiale. Sono i media mainstream, le ONG. E, naturalmente, queste ONG sono in gran parte finanziate dal Dipartimento di Stato o dall’IC».

 

La democrazia «sono essenzialmente tutte le élites, minacciate dall’ascesa del populismo interno, che hanno dichiarato che il proprio consenso è la nuova definizione di democrazia. Perché se definisci la democrazia come la forza delle istituzioni democratiche piuttosto che come un focus sulla volontà degli elettori, allora ciò che ti rimane è essenzialmente che la democrazia è solo l’architettura di costruzione del consenso all’interno delle stesse istituzioni democratiche».

 

Come insiste negli anni Renovatio 21: lo Stato moderno è una macchina che difende se stessa, a discapito delle masse di esseri umani che dovrebbe governare e proteggere. Lo Stato moderno è una macchina di morte che non ha interesse per gli uomini. Questa è la realtà vera dell’oligarchia che viviamo nell’ora presente, con tutti i suoi presidenti e partiti «democratici» che agiscono di fatto contro l’interesse e la vita stessa dei cittadini.

 

Per il nuovo potere, prosegue imperterrito il Benz, «la democrazia è portare le ONG ad essere d’accordo con Blackrock, ad essere d’accordo con il Wall Street Journal, sai, ad essere d’accordo con, ad esempio, la comunità e i gruppi di attivisti che sono coinvolti rispetto a una particolare iniziativa. Questo è il difficile processo di costruzione del voto dal loro punto di vista. Alla fine, un gruppo di gruppi populisti decide che a loro piace un camionista popolare su TikTok più del consenso, accuratamente costruito, dei vertici militari della NATO. Ebbene, allora, dal loro punto di vista, questo è un attacco alla democrazia (…) E, naturalmente, ancora una volta la democrazia ha quel magico predicato di cambiamento di regime, dove la democrazia è, è la nostra parola d’ordine magica per essere in grado di rovesciare i governi da zero in una sorta di rivoluzione colorata, lo sforzo dell’intera società per rovesciare un governo democraticamente eletto dall’interno»

 

«Quindi, dal loro punto di vista, se i militari non avessero iniziato a censurare Internet, tutte le istituzioni e le infrastrutture democratiche che hanno dato origine al mondo dopo la Seconda Guerra Mondiale crollerebbe».

 

A Carlson che chiede di cosa resta della democrazia, Benz risponde dicendo «Quello che sto descrivendo è un governo militare. È l’inversione della democrazia». E di fatto la radice NATO – cioè del più potente compagine miliare della storia umana – di tutta l’operazione per la quale probabilmente anche voi siete stati spiati e censurati (che lo sappiate o no) sui social media o su altre app (credete che le chat siano sicure, innocue?) sta emergendo in tutta la sua dimensione drammatica.

 

Siamo oggetto di un’operazione militare, un’azione di guerra psicologica vera e propria – del quale siamo vittime ma pure contribuenti. Quousque tandem?

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Internet

Streamer francesi condannati per aver trasmesso in diretta un omicidio

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Due streamer francesi sono stati condannati con la sospensione della pena per aver ripetutamente maltrattato e umiliato un uomo durante le loro trasmissioni in diretta, prima della sua scomparsa.   Un tribunale penale di Nizza ha riconosciuto Safine Hamadi e Owen Cenazandotti colpevoli di violenza ai danni di Raphael Graven, 46 anni, conosciuto online come Jean Pormanove, nonché di istigazione all’odio per gli insulti rivolti contro di lui.   Graven è deceduto il 18 agosto 2025, mentre gli spettatori erano assopiti durante una diretta. I pubblici ministeri hanno successivamente dichiarato che il decesso era probabilmente connesso a problemi di salute e a una debolezza cardiaca, piuttosto che agli abusi subiti.   Le violenze sono state trasmesse in streaming sulla piattaforma Kick per diversi giorni. Gli imputati hanno affermato che le aggressioni e le umiliazioni erano state programmate, in parte recitate e realizzate con il consenso di Graven.

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Hamadi, che ha manifestato rimorso nel corso del processo, ha ottenuto una pena di 18 mesi con sospensione condizionale e una multa di 5.000 euro (5.770 dollari). Cenazandotti è stato condannato a due anni con sospensione condizionale e a una multa di 15.000 euro.   A entrambi è stato inoltre imposto il divieto di pubblicare contenuti sui social media per sei mesi.   «La condanna è principalmente simbolica. Siamo soddisfatti della sentenza», ha dichiarato l’avvocato di Hamadi, Tom Michel. Ha aggiunto che il suo cliente ha riconosciuto che alcuni contenuti risultavano inaccettabili e non potevano essere giustificati come consensuali o preordinati.   Il tribunale ha prosciolto i due dall’accusa di omicidio colposo e di aver sfruttato la fragilità psicologica di Graven. Secondo Michel, Graven aveva in precedenza dichiarato alla polizia di aver acconsentito alle bravate.   Il caso ha provocato una vasta indignazione in Francia dopo che sui social media hanno circolato video in cui Graven appariva vittima di percosse, umiliazioni e prove degradanti prolungate per mesi. Secondo alcune fonti, gli spettatori potevano corrispondere pagamenti per stimolare alcune di queste azioni, trasformando gli abusi in una forma di intrattenimento redditizia.   Lo scandalo si è aggravato quando è emerso che il canale era già stato segnalato alle autorità decine di volte e che Kick aveva attivamente pubblicizzato alcuni dei suoi contenuti. La ministra francese per il Digitale, Clara Chappaz, ha definito il trattamento riservato a Graven un «orrore assoluto».   Kick ha dovuto affrontare ulteriori critiche dopo aver ripristinato momentaneamente l’accesso pubblico al canale a seguito del decesso. Le autorità di regolamentazione francesi hanno evidenziato che la piattaforma disponeva di soli 75 moderatori, nessuno dei quali parlava francese, sollevando dubbi più ampi sulla sua capacità di controllare i contenuti violenti.   L’autorità francese di regolamentazione del settore audiovisivo, Arcom, e la procura di Parigi hanno avviato indagini sulla piattaforma con sede in Australia. Secondo quanto riportato, sono stati emessi mandati di arresto anche nei confronti di alcuni membri del suo management.   Secondo l’accusa, Graven avrebbe ricavato circa 265.000 euro dalle sue dirette streaming tra il 2021 e il 2025.

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Economia

Putin legalizza le criptovalute in Russia

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Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato una legge storica che rende legale il trading di criptovalute, le quali saranno regolamentate come parte integrante del sistema finanziario del Paese.

 

La legge sulle valute digitali e sui diritti digitali, firmata e pubblicata martedì, formalizza un mercato già in forte crescita. Secondo la società di analisi blockchain Chainalysis, la Russia occupa il primo posto in Europa per volume di transazioni nel settore delle criptovalute, stando agli ultimi dati disponibili, mentre il Ministero delle Finanze stima che il volume degli scambi di criptovalute a livello nazionale si aggiri intorno ai 50 miliardi di rubli (circa 650 milioni di dollari) al giorno.

 

La legislazione rientra nel più ampio impegno del governo per far emergere le attività legate alle criptovalute dall’economia sommersa, facilitando al contempo gli scambi transfrontalieri, dopo che le sanzioni connesse all’Ucraina hanno fortemente ristretto l’accesso della Russia al sistema finanziario occidentale basato sul dollaro e sull’euro.

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Fino a oggi, i cittadini russi potevano legalmente detenere criptovalute, ma le transazioni avvenivano principalmente su piattaforme estere o tramite servizi operanti al di fuori del quadro normativo russo.

 

La nuova legge istituisce il primo mercato regolamentato di criptovalute del Paese. A partire dal 1° settembre 2026, i cittadini russi potranno acquistare e vendere criptovalute approvate tramite piattaforme autorizzate e supervisionate dalla Banca Centrale. Nuovi archivi digitali terranno traccia dei proprietari di criptovalute, in modo analogo a quanto avviene per le attività finanziarie tradizionali.

 

Allo stesso tempo, alcune cose resteranno invariate. Le criptovalute non hanno ancora corso legale in Russia, il che significa che non possono essere utilizzate per pagare beni e servizi all’interno del Paese.

 

Sia i cittadini russi comuni che i professionisti degli investimenti potranno acquistare criptovalute, sebbene gli investitori dovranno rispettare regole più rigorose.

 

Gli investitori al dettaglio dovranno innanzitutto superare un test di conoscenza di base e potranno acquistare criptovalute per un valore massimo di 300.000 rubli (circa 3.800 dollari) all’anno tramite ciascuna piattaforma. Anche gli investitori professionali, o «qualificati», dovranno superare il test, ma non saranno soggetti a limiti di investimento.

 

Inizialmente, sul mercato regolamentato russo saranno disponibili solo le criptovalute più grandi e più scambiate al mondo. Per qualificarsi automaticamente, una criptovaluta deve aver avuto una capitalizzazione di mercato media superiore a 5 trilioni di rubli (circa 55,3 miliardi di euro) e un volume medio giornaliero di scambi superiore a 1 trilione di rubli (circa 11 miliardi di dollari) negli ultimi due anni.

 

Secondo Vladimir Chistyukhin, primo vice governatore della Banca Centrale, Bitcoin, Ether (Ethereum) e la stablecoin USDT attualmente soddisfano tali requisiti. La Banca Centrale potrà approvare in futuro ulteriori criptovalute che soddisfino i criteri.

 

In Russia il mining di criptovalute è già legale, ma soggetto a rigide normative. Le aziende che si dedicano a questa attività a livello industriale devono registrarsi presso le autorità, dichiarare le criptovalute prodotte e pagare le tasse sui propri guadagni. I privati possono comunque dedicarsi al mining di criptovalute a casa senza registrarsi, a condizione che il loro consumo di energia elettrica rimanga al di sotto dei limiti stabiliti dal governo.

 

L’attività cripto-mineraria è inoltre soggetta a restrizioni in alcune zone del Paese dove le forniture di energia elettrica sono sotto pressione. Il governo ha vietato o limitato stagionalmente l’attività mineraria in diverse regioni almeno fino al 2031 per prevenire carenze di energia. La nuova legislazione lascia sostanzialmente invariato il quadro normativo esistente in materia di attività mineraria.

 

Sebbene le criptovalute rimangano vietate per i pagamenti quotidiani all’interno della Russia, le aziende possono continuare a utilizzarle per i pagamenti transfrontalieri. Esportatori e importatori possono regolare le transazioni direttamente tramite portafogli di criptovalute o attraverso intermediari autorizzati.

 

L’iniziativa mira a offrire alle imprese russe maggiori opzioni per pagare i partner stranieri in un momento in cui le sanzioni occidentali hanno ostacolato l’accesso ad alcune parti del tradizionale sistema finanziario internazionale. Dal 2022, molte banche russe sono state escluse dal sistema SWIFT e hanno subito restrizioni sulle transazioni in dollari ed euro, spingendo Mosca a cercare canali di pagamento alternativi.

 

La Russia ha sempre più spesso regolato le transazioni in rubli e nelle valute nazionali dei suoi partner commerciali, come lo yuan cinese e la rupia indiana.

 

La legge sulle criptovalute si inserisce inoltre nel quadro dei pacchetti di sanzioni dell’UE che prendono di mira il mercato russo delle valute digitali.

 

Ad aprile, il ventesimo pacchetto di sanzioni dell’UE ha vietato le transazioni che coinvolgono la stablecoin RUBx e il previsto rublo digitale, citando il timore che potessero essere utilizzate per eludere le sanzioni. Il mese scorso, il ventunesimo pacchetto ha ampliato le restrizioni relative alle criptovalute vietando le transazioni con ulteriori piattaforme e fornitori di servizi nel settore.

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Come riportato da Renovatio 21, un anno fa il principale istituto di credito russo, Sber (ex Sberbank), aveva introdotto obbligazioni strutturate legate a Bitcoin, secondo un annuncio sul sito web della banca. Il nuovo prodotto finanziario segue sia il prezzo della principale criptovaluta sia il tasso di cambio dollaro-rublo.

 

All’inizio di quest’anno, dopo l’approvazione della Camera AltaPutin aveva firmato la nuova legge che legalizza il mining di Bitcoin e di criptovalute all’interno del Paese.

 

Come riportato da Renovatio 21, il movimento di avvicinamento della Russia al Bitcoin era iniziato due anni fa, con l’inizio del conflitto ucraino. In precedenza il governo russo aveva annunciato manovre di regolazione della principale criptovaluta.

 

In precedenza era emerso che la Russia era pronta ad usare le criptovalute per il commercio estero.

 

La Russia da anni si parla anche di rublo digitale. Due anni fa gli economisti russi Sergej Glazev e Dmitrj Mitjaev hanno sostenuto l’uso dell’oro per proteggere il sistema finanziario russo.

 

Come riportato da Renovatio 21, mesi fa un deputato russo aveva proposto una riserva strategica di Bitcoin.

 

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Internet

Deputati indiani chiedono a Zuckerberg di scusarsi

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Una commissione parlamentare indiana ha chiesto a Mark Zuckerberg, fondatore e CEO di Meta, di scusarsi per la rimozione, avvenuta la scorsa settimana, di un video del Primo Ministro Narendra Modi rivolto ai giovani del Paese. La rimozione ha scatenato una forte reazione negativa contro il colosso dei social media.   Il presidente della commissione, Nishikant Dubey, membro del Parlamento e del Bharatiya Janata Party di Modi, ha affermato che Zuckerberg dovrebbe scusarsi per la rimozione temporanea del video di Modi su Facebook, aggiungendo che Meta dovrebbe perdere la protezione del «porto sicuro» se non lo farà.   «Il nostro comitato ha affermato due cose e ha chiaramente dichiarato che le scuse devono provenire da Zuckerberg. Se Zuckerberg non le presenterà, allora la protezione prevista dalla Sezione 79 dovrà essergli revocata», ha detto Dubey ai giornalisti al termine della riunione.   La sezione 79 della legge indiana sulle tecnologie dell’informazione protegge i fornitori di servizi internet, le piattaforme di social media e i marketplace online dalla responsabilità legale per i contenuti di terzi, a condizione che agiscano come host neutrali e rispettino le norme di base in materia di sicurezza.

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Sebbene in India una commissione parlamentare non possa punire direttamente nessuno, può presentare raccomandazioni punitive all’intera Assemblea per la votazione finale.   Il responsabile globale delle politiche pubbliche di Meta, la società proprietaria di Facebook e Instagram, è stato recentemente convocato dal Ministero dell’Elettronica e dell’Informatica indiano (MeitY) in merito alla questione.   In India, la base utenti combinata di Facebook, Instagram e WhatsApp supera 1,15 miliardi, rendendo il Paese il mercato più importante per Meta.   La riunione della Commissione parlamentare permanente per le tecnologie dell’informazione è stata convocata per discutere la regolamentazione delle piattaforme di social media e dei media digitali.   I rappresentanti di Meta, YouTube, X, Snapchat, del ministero degli Interni indiano e del MeitY sono comparsi davanti alla commissione. Meta si è scusata davanti alla commissione, affermando che la rimozione del video era dovuta a un errore.   Tuttavia, i membri della commissione hanno assunto una posizione intransigente, con diversi legislatori che hanno affermato che la questione andava oltre le semplici scuse. Secondo quanto riportato, hanno chiesto che i responsabili venissero chiamati a rispondere delle proprie azioni.   «I membri del comitato hanno anche chiesto provvedimenti legali contro il funzionario di Meta responsabile della rimozione del video», si legge in un rapporto dell’agenzia di stampa ANI, che cita alcune fonti.   La scorsa settimana, la polizia di Hyderabad, città del sud dell’India, ha aperto un’indagine contro il responsabile nazionale di Meta e diversi utenti di Facebook e Instagram per post ritenuti offensivi nei confronti di Modi.   Lunedì, i parlamentari hanno chiesto a Meta informazioni dettagliate sui provvedimenti adottati dall’azienda in merito ai contenuti controversi e inappropriati presenti sulle sue piattaforme.   L’India ha inasprito le norme sui contenuti che tutelano le piattaforme online dalla responsabilità per i contenuti generati dagli utenti. Da febbraio, le piattaforme sono tenute a rimuovere i contenuti illegali segnalati dai tribunali o dal governo entro tre ore. In precedenza, il termine era di 36 ore.

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Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso in una nota inviata a Meta, proprietaria di WhatsApp oltre che di Facebook, il governo indiano aveva dichiarato mercoledì che la nuova funzione di cambio nome utente potrebbe aumentare «truffe online, phishing, truffe di arresto digitale e furto d’identità».   In un rapporto pubblicato a marzo, Meta ha affermato che l’India è seconda solo agli Stati Uniti tra i paesi più presi di mira dai truffatori online, confermando così le preoccupazioni di Nuova Delhi.   In India ci sono oltre 500 milioni di utenti WhatsApp, e la piattaforma di messaggistica è la più utilizzata nel Paese di 1,4 miliardi di abitanti. L’India è anche il più grande mercato globale per Telegram, con circa 150 milioni di download.   In India, la base utenti combinata di Facebook, WhatsApp e Instagram supera il miliardo, rendendo il Paese un mercato di primaria importanza per Meta. Gli incidenti di sicurezza informatica sono raddoppiati nel Paese, dove si stima che l’86% delle famiglie sia connesso a Internet, raggiungendo oltre 2 milioni nel 2024 rispetto al 2022.   WhatsApp afferma di aver bloccato oltre 7 milioni di account indiani solo nel mese di maggio.
 

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Immagine di Anthony Quintano via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
 
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