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La NATO e il sistema statale-industriale della censura globale: la democrazia capovolta da militari e tecnologia

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Tucker Carlson ha trasmesso il 16 febbraio un’intervista di importanza epocale sulla manipolazione del discorso sociale da parte di forze dello Stato profondo attraverso il controllo di Internet, compresi gli sforzi per censurare ciò che viene etichettato come «disinformazione» – un’operazione che in realtà nasconde un intero cambio di paradigma della democrazia nello Stato moderno, una trasformazione che avviene, letteralmente, manu militari, e sotto i nostri occhi.

 

L’intervistato, Michael Benz, aveva lavorato nella campagna di Donald Trump nel 2016, e nei quattro anni successivi aveva servito come vice segretario di Stato aggiunto per le comunicazioni internazionali e la politica dell’informazione presso l’Ufficio per gli affari economici e commerciali. La sua Foundation for Freedom Online, di cui è direttore esecutivo, ha avviato le sue attività nell’ottobre 2022, e si occupa del tema della libertà di parola nell’era delle reti digitali.

 

Nell’intervista, Benz afferma che negli anni Novanta la squadra del Dipartimento di Stato, Dipartimento della Difesa, CIA, NSA e il gruppo della Silicon Valley, spingeva sul concetto della «libertà di parola su Internet», poiché avrebbe promosso i dissidenti, gruppi e rivoluzioni colorate nelle società considerate «chiuse».

 

«Ora, il culmine di questo tipo di momento di libertà di parola su Internet è stata la Primavera Araba del 2011-2012, quando uno dopo l’altro tutti i governi avversari dell’amministrazione Obama, Egitto, Tunisia, hanno cominciato a essere rovesciati nelle rivoluzioni di Facebook e nelle rivoluzioni di Twitter» dichiara il Benz.

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Tuttavia, nel 2014, «dopo il colpo di Stato in Ucraina, si è verificato un inaspettato contro-colpo di stato in cui la Crimea e il Donbass si sono separati…. E quando i cuori e le menti del popolo della Crimea hanno votato per l’adesione alla Federazione Russa, quella è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso il concetto di libertà di parola su Internet», ha detto Benz.

 

«Per esempio, come abbiamo fatto in Ucraina, Viktor Yanukovich è stato eletto democraticamente dal popolo ucraino, come lui o lo odia. Non esprimo nemmeno un parere in merito. Ma il fatto è che, lo abbiamo defenestrato via rivoluzione colorata, lo abbiamo licenziato con una sorta di 6 gennaio».

 

«In realtà, ad essere sincero, abbiamo un Dipartimento di Stato finanziato da sgherri del Settore Destro e, sapete, 5 miliardi di dollari di denaro della società civile pompati in questo per rovesciare un governo democraticamente eletto nel Paese in nome della democrazia. E hanno portato a casa quella speciale serie di abilità. E ora è qui, forse potenzialmente, per restare. E questo ha cambiato radicalmente la natura della governance americana a causa della minaccia che una piccola voce diventi popolare sui social media».

 

 

Il nuovo focus, dice l’ex funzionario americano, è diventato quello di «controllare i media e l’ecosistema dei social media, perché è quello che controlla le elezioni. E se si mette semplicemente al potere la giusta amministrazione, questi controllano le forze armate».

 

«Era stata creata un’industria che comprendeva il Pentagono, il Ministero della Difesa britannico e Bruxelles in un’organizzazione di guerra politica organizzata. Essenzialmente un’infrastruttura creata, inizialmente di stanza in Germania e nell’Europa centrale e orientale (…) per creare la capacità di far collaborare i militari con le società di social media, per censurare la propaganda russa» e poi «i gruppi populisti di destra nazionali in Europa».

 

La Brexit del giugno 2016, insieme al generale malcontento dei lavoratori nei confronti dell’immigrazione, hanno fatto sì che i gruppi militare-finanziari non potessero più controllare le elezioni, sostiene il Benz, che dice inoltre che nello stesso anno una botta non indifferente fu percepita anche con le elezioni filippine, quando al potere arrivò Rodrigo Duterte.

 

«La NATO pubblicava libri bianchi affermando che la più grande minaccia che la NATO deve affrontare non è in realtà un’invasione militare dalla Russia. Sta perdendo le elezioni nazionali in tutta Europa (…) Ora l’intero ordine internazionale basato su regole crollerebbe a meno che i militari non prendessero il controllo sui media (…) L’UE andrebbe in pezzi, quindi la NATO verrebbe uccisa senza che venga sparato un solo proiettile. E poi, non solo, ora che la NATO non c’è più, non c’è più alcun braccio armato per il Fondo Monetario Internazionale, il Fondo monetario internazionale o la Banca mondiale. Quindi ora gli stakeholder finanziari che dipendono dall’ariete dello Stato di sicurezza nazionale sarebbero sostanzialmente impotenti contro i governi di tutto il mondo. Quindi, dal loro punto di vista, se i militari non iniziassero a censurare Internet, tutte le istituzioni e le infrastrutture democratiche che hanno dato origine al mondo moderno dopo la seconda guerra mondiale crollerebbero».

 

L’intervistato dettaglia con precisione le pressioni fatte dagli americani sui Paesi europei, obbligandoli a fare leggi di limitazione della libertà di parola e imponendo, a livello europeo, multe insostenibili per i colossi di internet, che sono sati così indotti ad obbedire.

 

Benz aggiunge inoltre che studi di sul Natural Language Processing – «Intelligenza Artificiale, apprendimento automatico, capacità di creare significato dalle parole per mappare tutto ciò che tutti dicono su Internet e creare questa vasta topografia, topografia di come sono organizzate le comunità online, chi sono i principali influencer, cosa fanno di cui stiamo parlando, quali narrazioni stanno emergendo o di tendenza e di essere in grado di creare questa sorta di grafico di rete, per sapere a chi rivolgersi e, e, e come le informazioni si muovono attraverso un ecosistema» –creati dai militari ed ora impiegati sui civili.

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Tale Intelligenza Artificiale censoria, ufficialmente creata dalla DARPA (il ramo ricerca e sviluppo del Pentagono) per rilevare i gruppi ISIS che reclutavano su Internet, ora è inflitta alla popolazione americana stessa, con granularità sempre maggiore offerta dal progresso tecnologico informatico.

 

«In ogni università, ora ci sono più di 60 università che ricevono sovvenzioni dal governo federale per farlo. Censura, lavoro di censura e lavoro di preparazione alla censura, in cui ciò che fanno è creare questi codici della lingua che le persone usano nello stesso modo in cui li usavano per l’ISIS. Lo fanno, ad esempio, con il COVID, hanno creato questi lessici COVID di ciò che i gruppi dissidenti dicevano sui mandati, sulle maschere, sui vaccini, su individui di alto profilo come Tony Fauci o, se, Peter Daszak o qualcuno di questi altri erano protetti VIP e individui la cui reputazione doveva essere protetta online. E hanno creato questi codici. Hanno suddiviso le cose in narrazioni».

 

Quindi «ha avuto luogo il passaggio dall’estero all’interno, dove hanno preso tutta questa architettura di censura che abbraccia DHS, FBI, CIA, DOD, DOJ e poi le migliaia di ONG finanziate dal governo e le aziende mercenarie del settore privato, sono state tutte sostanzialmente trasmesse da un predicato estero, un predicato di disinformazione russa, a un predicato di democrazia, affermando che la disinformazione non è solo una minaccia quando viene dai russi, ma in realtà è una minaccia intrinseca alla democrazia stessa. E così, in questo modo, sono stati in grado di riciclare l’intero kit di strumenti per il cambio di regime per la promozione della democrazia, giusto in tempo per le elezioni del 2020».

 

Ciò spinge Carlson a rispondere: «è quasi incredibile che sia successo. Voglio dire, mio ​​padre ha lavorato per il governo degli Stati Uniti in questo settore [1986-91] nella guerra dell’informazione contro l’Unione Sovietica e, sai, ha avuto una parte importante in questo. E l’idea che qualcuno di questi strumenti potesse essere usato contro i cittadini americani dal governo degli Stati Uniti era, penso, voglio pensare, assolutamente impensabile, diciamo, nel 1988».

 

«Quando si è verificata la Brexit nel 2016, è stato quel momento di crisi in cui improvvisamente non dovevano più preoccuparsi solo dell’Europa centrale e orientale. Stava arrivando verso ovest l’idea del controllo russo sui cuori e sulle menti. E così la Brexit era nel giugno 2016. Il mese successivo, alla Conferenza di Varsavia, la NATO ha formalmente modificato il suo statuto per impegnarsi espressamente nella guerra ibrida in presenza di questa nuova capacità della NATO».

 

«Quindi sono passati da praticamente 70 anni di carri armati a questo esplicito rafforzamento delle capacità per censurare i tweet se fossero considerati delegati russi. E ancora una volta, non è solo propaganda russa. Erano questi ora i gruppi Brexit o gruppi come Matteo Salvini in Italia, o in Grecia o in Germania o in Spagna con il partito Vox».

 

Il nome di Salvini saltato fuori ha colpito molti osservatori italiani. Tuttavia, rammentiamo il ruolo centrale di Facebook – o meglio, di quella che si chiamava «la Bestia» – nel successo di Salvini, che difesa appassionatamente il colosso zuckerberghiano in sede del Parlamento europeo gridando «viva Facebook» con indosso una t-shirt con su scritto «Basta Euro» (altri tempi…)

 

Benz passa quindi ad attaccare tutta una serie di think tank più o meno legati alla NATO e allo Stato profondo, dall’Atlantic Council all’Aspen Institute, tutti con un qualche ruolo nel processo che ha portato allo Stato di sorveglianza censoria digitale; Carlson, una vita a Washington come figlio di papà dell’apparato diplomatico-propagandistico, nell’intervista si trova spesso in contropiede perché ammette di conoscere personalmente alcune delle persone accusate da Benz.

 

Un nome particolare fatto nell’illuminante conversazione è quello del veterano del giornalismo USA Walter Isaacson, già a capo di TIME Magazine (considerata, da molti, una creatura della CIA) e ai vertici dell’Aspen Institute. Tucker interrompe, e fa una domanda ficcante: com’è possibile che lo stesso Isaacson sia l’autore della recente, e piuttosto simpatetica, biografia di Elon Musk, l’uomo che acquistando per 44 miliardi di dollari (cifra monstre in ogni senso possibile) Twitter rappresenta il nemico numero uno dell’apparato di censura globale?

 

Alla domanda non si sa rispondere, tuttavia apprendendo questo lato del teatro, il lettore italiano può fare supposizioni sul retroscena del rapporto forte e diretto tra Musk e Giorgia Meloni, detta dai suoi critici «Lady Aspen».

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Il significato principale dell’incredibile intervista, diremmo anche più scioccante ed importante di quella a Putin, è il cambiamento di paradigma in atto presso lo Stato moderno: «ciò che essenzialmente hanno detto è che dobbiamo ridefinire la democrazia da una questione di volontà degli elettori a una questione di sacralità delle istituzioni democratiche. E quali sono le istituzioni democratiche? Oh, siamo noi, sai, sono i militari, è la NATO, è il FMI e la Banca Mondiale. Sono i media mainstream, le ONG. E, naturalmente, queste ONG sono in gran parte finanziate dal Dipartimento di Stato o dall’IC».

 

La democrazia «sono essenzialmente tutte le élites, minacciate dall’ascesa del populismo interno, che hanno dichiarato che il proprio consenso è la nuova definizione di democrazia. Perché se definisci la democrazia come la forza delle istituzioni democratiche piuttosto che come un focus sulla volontà degli elettori, allora ciò che ti rimane è essenzialmente che la democrazia è solo l’architettura di costruzione del consenso all’interno delle stesse istituzioni democratiche».

 

Come insiste negli anni Renovatio 21: lo Stato moderno è una macchina che difende se stessa, a discapito delle masse di esseri umani che dovrebbe governare e proteggere. Lo Stato moderno è una macchina di morte che non ha interesse per gli uomini. Questa è la realtà vera dell’oligarchia che viviamo nell’ora presente, con tutti i suoi presidenti e partiti «democratici» che agiscono di fatto contro l’interesse e la vita stessa dei cittadini.

 

Per il nuovo potere, prosegue imperterrito il Benz, «la democrazia è portare le ONG ad essere d’accordo con Blackrock, ad essere d’accordo con il Wall Street Journal, sai, ad essere d’accordo con, ad esempio, la comunità e i gruppi di attivisti che sono coinvolti rispetto a una particolare iniziativa. Questo è il difficile processo di costruzione del voto dal loro punto di vista. Alla fine, un gruppo di gruppi populisti decide che a loro piace un camionista popolare su TikTok più del consenso, accuratamente costruito, dei vertici militari della NATO. Ebbene, allora, dal loro punto di vista, questo è un attacco alla democrazia (…) E, naturalmente, ancora una volta la democrazia ha quel magico predicato di cambiamento di regime, dove la democrazia è, è la nostra parola d’ordine magica per essere in grado di rovesciare i governi da zero in una sorta di rivoluzione colorata, lo sforzo dell’intera società per rovesciare un governo democraticamente eletto dall’interno»

 

«Quindi, dal loro punto di vista, se i militari non avessero iniziato a censurare Internet, tutte le istituzioni e le infrastrutture democratiche che hanno dato origine al mondo dopo la Seconda Guerra Mondiale crollerebbe».

 

A Carlson che chiede di cosa resta della democrazia, Benz risponde dicendo «Quello che sto descrivendo è un governo militare. È l’inversione della democrazia». E di fatto la radice NATO – cioè del più potente compagine miliare della storia umana – di tutta l’operazione per la quale probabilmente anche voi siete stati spiati e censurati (che lo sappiate o no) sui social media o su altre app (credete che le chat siano sicure, innocue?) sta emergendo in tutta la sua dimensione drammatica.

 

Siamo oggetto di un’operazione militare, un’azione di guerra psicologica vera e propria – del quale siamo vittime ma pure contribuenti. Quousque tandem?

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Droni ucraini attaccano il gigante informatico Yandex, il Google russo

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Un attacco di droni ucraini ha colpito un importante data center del colosso tecnologico russo Yandex, costringendo a interrompere le attività e causando, secondo le prime indicazioni, disagi ai servizi per aziende e utenti in tutto il Paese.   Yandex è la principale azienda tecnologica russa e offre servizi di ricerca, trasporto privato, e-commerce, cloud computing e intelligenza artificiale. La piattaforma Yandex Cloud, che fornisce potenza di calcolo, archiviazione dati e strumenti di IA, è utilizzata da oltre un terzo delle maggiori imprese russe. Yandex è considerabile come una sorta di Google russo.   L’attacco di domenica ha interessato una struttura di Yandex nella regione di Vladimir, a circa 180 km a Nord-Est di Mosca. Il sito ospita anche Galushkin, uno dei tre supercomputer dell’azienda impiegati per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. L’attacco ha danneggiato l’infrastruttura del data center e ne ha imposto lo spegnimento, ha comunicato Yandex su Telegram.   «L’infrastruttura del data center di Yandex a Vladimir è stata danneggiata a seguito di un attacco con droni e le operazioni del data center sono state completamente sospese. Alcuni servizi di Yandex non sono disponibili per gli utenti», ha dichiarato l’azienda.

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Non sono stati segnalati feriti. Le squadre di emergenza e i tecnici di Yandex hanno lavorato per valutare i danni e ripristinare i servizi. L’azienda ha invitato i clienti dei servizi cloud ad attivare piani di ripristino di emergenza alternativi.   Secondo i media, l’attacco ha costretto Yandex Cloud a entrare in modalità di emergenza, con interruzioni che hanno coinvolto banche, marketplace online, servizi di consegna, app di vendita al dettaglio, farmacie, palestre e il sito web dell’aeroporto Pulkovo di San Pietroburgo.   In un successivo aggiornamento, Yandex ha precisato che l’accesso ad alcuni dei suoi servizi, tra cui l’assistente AI Alice, Ricerca, Mappe, Taxi e Mail, veniva gradualmente ripristinato.   Si è trattato del terzo attacco a un centro dati di Yandex in quattro giorni, nel quadro di un’intensificazione degli attacchi ucraini contro le infrastrutture civili in Russia. Il data center di Yandex a Sasovo, nella regione di Rjazan, aveva subito gravi danni in un attacco notturno il 7 ottobre, che ne aveva causato la disattivazione. Un impianto nella regione di Kaluga, a circa 150 km a Sud-Ovest di Mosca, era stato danneggiato da un attacco di droni venerdì.   Gli attacchi si inseriscono in un contesto di crescenti critiche statunitensi verso le azioni di Kiev contro la Russia, in particolare contro le raffinerie di petrolio. Sabato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha attaccato duramente il leader ucraino Volodymyr Zelens’kyj, accusandolo di aver respinto gli accordi di pace e di aver aggravato la carenza globale di gasolio ignorando gli avvertimenti contro gli attacchi alle infrastrutture di raffinazione russe.   «Penso che sia giunto il momento per l’Ucraina di avere un nuovo presidente», ha detto Trump.

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Le sue dichiarazioni sono seguite a una telefonata con il presidente Vladimir Putin avvenuta venerdì, durante la quale i due presidenti hanno concordato misure per alleviare la crisi globale dei carburanti. Il Dipartimento del Tesoro statunitense ha temporaneamente sospeso le sanzioni sulle esportazioni di diesel russo in cambio del rilascio immediato da parte della Russia di 300.000 tonnellate metriche sui mercati globali e di altre 500.000 il mese prossimo, al fine di attenuare la crisi dei carburanti.   Pure il miliardario tecnologico Elon Musk ha poi appoggiato Trump, scrivendo su X che Zelens’kyj «si è spinto troppo oltre».   Domenica Zelens’kyj ha dichiarato che l’Ucraina continuerà i suoi attacchi fino a quando non verrà raggiunto un cessate il fuoco supportato da «garanzie reali». Più tardi, Trump ha affermato su Truth Social che Russia e Ucraina avrebbero concordato un cessate il fuoco immediato nel settore energetico, esortando entrambe le parti a non violarlo. Nessuno dei due Paesi ha confermato pubblicamente i termini del presunto accordo.   La Russia ha respinto l’idea di congelare il conflitto senza affrontarne le cause profonde, sostenendo che un cessate il fuoco temporaneo darebbe solo all’Ucraina il tempo di ricostruire il proprio esercito e riprendere le ostilità. Putin ha recentemente avvertito che Kiev rischia uno «scenario catastrofico» attaccando le infrastrutture economiche e civili russe.   In risposta agli attacchi, la Russia ha intensificato i raid contro installazioni militari-industriali ucraine, infrastrutture di telecomunicazione, operatori di telefonia mobile e centri dati, interrompendo l’accesso a Internet, alla televisione digitale e ad altri servizi. Durante gli ultimi raid notturni, le forze russe hanno dichiarato di aver colpito il centro dati di Tenet a Odessa, sulla costa ucraina del Mar Nero. Mosca sostiene di prendere di mira solo installazioni e infrastrutture militari ucraine a supporto dello sforzo bellico di Kiev.

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Immagine di ermakov via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
 
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Macron vuole la censura europea: no alla «libertà di parola americana»

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Il presidente francese Emmanuel Macron ha respinto quella che ha definito «libertà di parola americana», difendendo il controverso Digital Services Act (DSA) dell’UE, che i funzionari statunitensi hanno etichettato come uno strumento di censura.

 

Mercoledì, parlando con i giornalisti durante un viaggio in Spagna, Macron ha detto di aver chiesto all’UE di applicare il DSA «in modo molto più esteso, molto più rapido e molto più energico» per contrastare la disinformazione.

 

«La cosiddetta “libertà di parola” americana – almeno per come esiste oggi ed è stata promossa da alcuni – è l’opposto della libertà di parola», ha affermato, sostenendo che le libertà individuali comportano responsabilità e rispetto per le libertà altrui. «Lo so bene quando cammino per strada: la mia libertà non può significare che sono libero di picchiarti, insultarti o vandalizzare lo spazio pubblico che appartiene a tutti. Eppure, questa è l’idea che alcune persone hanno di “libertà di parola”», ha aggiunto.

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«Finché non riterremo responsabili coloro che diffondono contenuti sui social media, non saremo in grado di regolarli», ha detto il leader francese. «Quando qualcuno scrive qualcosa – quando un giornalista scrive qualcosa di completamente falso o un redattore lo pubblica – può essere chiamato a risponderne».

 

Come riportato da Renovatio 21, ad inizio anno Macron aveva dichiarato che «la libertà di parola è una pura stronzata», magari aspettandosi i 92 minuti di applausi della Corazzata Kotmkin di Fantozzi, ma questi non sono arrivati.

 

Adottato nel 2022, il DSA obbliga piattaforme come Facebook, X, TikTok, Google e YouTube a contrastare i contenuti illegali, ad aumentare la trasparenza su pubblicità e algoritmi, a proteggere i minori e a valutare e mitigare rischi sistemici come la disinformazione. Le piattaforme più grandi hanno obblighi ulteriori e possono essere multate fino al 6% del fatturato annuo globale in caso di violazioni.

 

Nel dicembre 2025 l’UE ha inflitto la prima sanzione ai sensi del DSA, ordinando a X di Elon Musk di pagare 120 milioni di euro. Il mese scorso il governo statunitense ha appoggiato il ricorso di X, sostenendo che il blocco aveva ecceduto i propri poteri prendendo di mira un’azienda americana.

 

«Non tollereremo che la Commissione Europea si impegni in un’eccessiva ingerenza normativa nel tentativo di controllare i motori americani dell’innovazione e della crescita economica», ha dichiarato Brett Shumate, assistente del procuratore generale della Divisione civile del Dipartimento di Giustizia.

 

Come riportato da Renovatio 21, a inizio anno la UE aveva accusato il social muskiano di antisemitismo e pedopornografia. Musk aveva risposto chiedelo l’abolizione dell’UE, definita come «Quarto Reich».

 

Funzionari statunitensi hanno accusato l’UE di erodere la libertà di parola e di tentare di mettere a tacere le voci dissenzienti per ragioni politiche. «L’UE dovrebbe sostenere la libertà di parola, non attaccare le aziende americane per la spazzatura», ha scritto a dicembre su X il vicepresidente JD Vance.

 

L’anno scorso gli Stati Uniti hanno imposto restrizioni sui visti a funzionari europei e a responsabili di gruppi di monitoraggio online, tra cui Thierry Breton, ex commissario per il mercato interno e uno dei principali artefici del DSA. Breton ha paragonato la misura al maccartismo, la campagna dell’era della Guerra Fredda contro sospetti comunisti e presunti sovversivi.

 

La censura in Europa aveva subito un’accelerazione decisiva la scorsa estate, quando sulla scia delle elezioni europee, i vertici dell’Unione stanno lavorando per rendere ancora più controverso il DSA, che molti osservatori hanno definito come una legge di censura radicale.

 

L’Unione Europea ha iniziato a far leva sul DSA per intensificare la repressione di quella che definisce «disinformazione» sullecampagne di vaccinazione.

 

L’espansione delle maglie della censura da parte dell’Europa è risalente, e ha trovato fiato soprattutto durante gli anni pandemici, nei quali sono stati mandati avanti appalti per la realizzazione elettronica del sistema.

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Come riportato da Renovatio 21, Elon Musk due anni fa aveva raccontato che X (già Twitter) ha respinto la richiesta di Bruxelles di censurare segretamente le opinioni sulla piattaforma, ricevendone in risposta una persecuzione ai sensi del DSA.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’Europa si sta scagliando contro i colossi della pornografia web con il pretesto della protezione dei minori ma con il fine, nemmeno tanto dissimulato, di introdurre sistemi di identificazione digitale di precisione per tutti i cittadini, il famoso portafoglio UE.

 

Sullo sfondo, l’avvio dell’euro digitale, la piattaforma di controllo che ingollerà mezzo milione di europei comandandone per sempre le esistenze. Il credito sociale della Repubblica Popolare Cinese al confronto sembrerà una mite misura liberale.

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Immagine di European Union, 1998 – 2026 via Wikimedia pubblicata secondo indicazioni

 

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Facebook ha ingannato gli utenti sulla privacy dei dati: sentenza

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Una giuria del Nuovo  Mexico ha ritenuto Meta Platforms responsabile di aver ingannato intenzionalmente gli utenti di Facebook su privacy e politiche della piattaforma, infliggendo al gigante dei social un’altra pesante sconfitta legale quest’anno.   Il caso nasce dallo scandalo Cambridge Analytica, emerso nel 2018 dopo la denuncia di una gola profonda: la società di consulenza politica britannica avrebbe ottenuto dati di decine di milioni di utenti Facebook senza consenso tramite un’app di terze parti.   Quei dati furono usati per profilare gli elettori e per il targeting politico, anche nella campagna presidenziale di Donald Trump del 2016, conclusa con la sua vittoria. Cambridge Analytica fallì nel giro di pochi mesi, mentre Facebook subì multe e risarcimenti per miliardi di dollari per la gestione dei dati degli utenti.

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Il Nuovo Messico ha presentato denuncia nel 2021, unendosi a una serie di azioni legate allo scandalo. Lo Stato ha accusato Meta di aver dato informazioni fuorvianti sull’accesso di terzi ai dati e ha richiamato le indagini di Facebook sui data broker dopo le rivelazioni su Cambridge Analytica.   Dopo un processo di due settimane, venerdì la giuria ha stabilito che Meta ha ingannato intenzionalmente i consumatori, commettendo oltre 43 milioni di violazioni che hanno riguardato l’intera popolazione dello Stato, oltre 2 milioni di persone. Un giudice dovrà ora fissare la sanzione: lo Stato chiede fino a 5.000 dollari per violazione, con un massimo teorico di 219 miliardi di dollari.   Meta ha respinto ogni accusa e ha sostenuto di essere stata trasparente sulle lacune nella gestione della privacy e della disinformazione. Un portavoce ha detto che l’azienda non condivide il verdetto e continuerà a difendersi «dai tentativi di distorcere la nostra versione dei fatti».   Il procuratore generale del Nuovo Mexico, Raul Torrez, ha affermato che il processo ha mostrato «in modo lampante il modo in cui questa azienda non rispetta le regole», definendo l’esito una «sentenza storica» negli sforzi per chiamare a responsabilità le grandi aziende tecnologiche.   La sentenza è l’ennesima grave sconfitta per Meta in Nuovo Mexico. A marzo un’altra giuria di Santa Fe l’aveva ritenuta responsabile di 75.000 violazioni sulla sicurezza dei minori, con sanzioni da 375 milioni di dollari. In seguito un giudice locale aveva definito le piattaforme di Meta una « fonte di disturbo pubblico » e disposto ulteriori risarcimenti per 567 milioni. Meta ha annunciato il ricorso.   Le vicende giudiziarie di Meta non si fermano al Nuovo Messico. Il mese scorso la società ha accettato di pagare circa 17 miliardi di dollari per chiudere le controversie con decine di Stati e territori statunitensi, secondo cui avrebbe progettato di proposito Facebook e Instagram per creare dipendenza nei minori e avrebbe ingannato il pubblico sui rischi. L’accordo comprendeva anche una transazione sulle accuse legate a Cambridge Analytica, ma il Nuovo Messico non ha aderito e il suo caso è andato a processo.   Meta non è l’unica a fronteggiare un controllo crescente sulle pratiche di gestione dei dati delle big tech. Il mese scorso TikTok e la controllante ByteDance hanno accettato di pagare 400 milioni di dollari per chiudere le accuse statunitensi di raccolta illecita di dati personali dei minori senza il consenso dei genitori. Anche Google, Apple, Netflix e altri giganti della tecnologia sono coinvolti in contenziosi sulla privacy.

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Come riportato da Renovatio 21, a marzo Meta , è stata condannata nello Stato del Nuovo Messico a pagare 375 milioni di dollari per aver consapevolmente danneggiato la salute mentale dei bambini e per aver occultato prove di sfruttamento sessuale minorile sulle proprie piattaforme di social media.   Un altro processo di grande risonanza è quello di Los Angeles, dove famiglie e istituti scolastici hanno intentato causa contro i principali giganti dei social media – Meta, TikTok e YouTube – nel primo caso di responsabilità da prodotto: le piattaforme sarebbero state progettate consapevolmente per indurre dipendenza nei bambini e compromettere la loro salute mentale.   Come riportato da Renovatio 21, negli anni si sono accumulate varie accuse e rivelazioni su Facebook, tra cui accuse di uso della piattaforma da parte del traffico sessuale, fatte sui giornali ma anche nelle audizioni della Camera USA.   Due anni fa durante un’audizione al Senato americano era stato denunciato da senatori e testimoni come i social media ignorano le reti pedofile che operano sulle loro piattaforme.   Secondo il Wall Street Journal, che già in passato aveva trattato l’argomento, Meta avrebbe un problema con i suoi algoritmi che consentono ai molestatori di bambini sulle sue piattaforme. La cosa stupefacente è il fatto che ai pedofili potrebbe essere stato concesso di connettersi sui social, mentre agli utenti conservatori no,   Le accuse sono finite in una storia udienza a Washington di Mark Zuckerberg, che è stato indotto dal senatore USA Josh Holloway a chiedere scusa di persona alle famiglie di bambini danneggiati dal social. Lo Stato del Nuovo Messico ha fatto causa a Meta allo Zuckerberg per aver facilitato il traffico sessuale minorile.   L’ultima tornata di documenti del tribunale aveva mostrato anche che Meta avrebbe insabbiato le ricerche sulla salute mentale degli utenti Facebook.   Sulla caduta del colosso social per mano dei tribunali starebbe per uscire un film hollywoodiano, The Social Reckoning.    

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