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Pensiero

Generale di quell’esercito che ha vaccinato la popolazione e armato l’Ucraina critica i gay: idolo istantaneo degli antisistema da Telegram

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Impazziti per il generale. Tutti. Alla sinistra non è sembrato vero di poter trovare un bersaglio da linciare con tiro di pietre arcobaleno, oramai non se ne trovano più; il governo non si è fatto sfuggire l’occasione di fare un ulteriore inchino a Sodoma, rimuovendo il militare, non si sa quanto lecitamente; i giornali, di ambo i versanti della valle italica, tripudianti per una storia che finalmente crea interesse nel nulla mediatico estivo.

 

Lo spettacolo peggiore, tuttavia, lo offre la dissidenza antisistema – nel senso, quella che dice di opporsi al mainstream, all’obbligo di vaccinazione, di gender, di ucrainofilia, la vasta popolazione della dissidenza che si trova sui canali Telegram e le chat Whatsapp, quella che, dosata di dopamina ad ogni scrollata, si indigna e chiede il cambiamento in questo mondo di menzogna.

 

Ecco orde di no-greenpassisti, di telegrammatori antisistemici in solluchero per quello che passa e dice, in un libro autopubblicato, una cosa critica dei gay. Un partito chiede addirittura al militare di candidarsi alle elezioni per il seggio lasciato vacante da Silvio Berlusconi. Idolo istantaneo. «Santo subito».

 

Che dire, sarà il fascino della divisa. Il generale Vannacci, tre lauree e due master in materia di scienza strategica, non è un personaggio di secondo piano. Pochi giorni prima del Natale 2017, compare in un messaggio del presidente Mattarella, videocollegato dall’Iraq, dove il generale addestrava le truppe irachene: «la sconfitta di Daesh è un grande risultato, ottenuto anche con l’importante contributo dell’Italia», dice il canuto capo dello Stato. «Daesh» è il modo in cui quelli bravi chiamano l’ISIS. In pratica il generale ha condotto la battaglia contro lo Stato Islamico e ha vinto, dice il presidente della Repubblica.

 

Era tenente quando tra il 1992 e il 1994 partecipava alla Missione Ibis, in Somalia – una storia controversa con polemiche roventi, bufale, scoop, scandali, scuse che nessuno tuttavia ricorda. Tutto rientrato.

 

Incursore, diviene, da maggiore, capo del Battaglione, quindi capo delle Forze Speciali dell’Allied Rapid Reaction Corps della NATO. Elabora una dottrina interforze per le Operazioni speciali, leggiamo sull’ottimo profilo che qualche giorno fa ne ha dato La Verità.

 

Nel 2009 è a Kabul come assistente del capo di Stato maggiore che su mandato del Consiglio di Sicurezza ONU deve sorvegliare la capitale afghana. Qui lavora a stretto contatto con Stanley McChrystal, il generale che in un’intervista su Rolling Stone nel 2010 criticò Obama, venendo poi rimosso. Il giornalista, invece, morì non troppo tempo dopo in un incidente d’auto difficilmente spiegabile, che lasciò tanti dubbi ai soliti cospirazionisti. (La storia di McChrystal è raccontata nel film con Brad Pitt War Machine, dove tuttavia il destino di Hastings non è toccato nemmeno con un bastone.)

 

A Herat e Farah, tra le enigmatiche ed esiziali lande afghane, il generale italiano coordina la Task Force 45, dove comanda la lotta agli insorti.

 

Nel 2011, quando scoppia la cosiddetta «Primavera Araba», è inviato dallo Stato maggiore in Libia per proteggere i diplomatici italiani, di cui, ricevuto l’ordine, dispone l’evacuazione in maniera impeccabile con un C-130 dell’aeronautica militare italiana.

 

Quindi, torna in Afghanistan per la NATO come capo di Stato maggiore delle Forze Speciali: gli americani lo premieranno con una Bronze Star Medal per «atti di eroismo o di servizio meritevole in zone di combattimento».

 

Tornato in Italia, la carriera continua in modo irresistibile: eccolo a capo del 9° Reggimento d’assalto Col Moschin, poi si occupa di relazioni militari internazionale negli uffici dello Stato maggiore; promosso a generale di Brigata viene messo a capo della Folgore, dove rompe la tradizione e invece di rimanere in silenzio nel giorno dell’insediamento, come usa, tiene un discorso. Dopo la Folgore, l’Iraq e l’ISIS, pardon, «Daesh».

 

Nel 2020 è a Mosca dove gli è affidata la sicurezza della diplomazia italiana. Nel 2022, riporta sempre La Verità, nelle prime fasi del conflitto, l’Italia espelle diplomatici russi operanti sul territorio nazionale; la Russia reagisce in modo speculare: anche Vannacci, ora generale di divisione, è dichiarato «persona non gradita» dal Cremlino.

 

Leggendo questo curriculum, del quale abbiamo saltato sicuramente moltissimo, viene voglia solo di togliersi il cappello: questa è una carriera con i fiocchi, questo è un guerriero servitore dello Stato fatto e finito.

 

Se poi ci si mette anche il fatto che il nostro si è distinto per denunce vere e proprie a difesa dei suoi uomini, si potrebbe pure far scattare, davvero, la standing ovation. Leggiamo infatti che tornato dall’Iraq avrebbe presentato «due denunce, una alla Procura militare e l’altra alla Procura della Repubblica di Roma, nelle quali denuncia «gravi» e «ripetute omissioni» nella tutela della salute del contingente italiano, esposto, stando alla sua versione, ai rischi dell’uranio impoverito usato per le munizioni e mettendosi di traverso al ministero della Difesa, che aveva assunto una posizione decisamente opposta», scrive il quotidiano milanese.

 

Ci vuole un certo eroismo, sì: difendere i propri uomini (e, possibilmente, la loro progenie…) davanti all’Istituzione non è da tutti.

 

Tuttavia, qui ci parte un campanellino… Ci sembra che, negli anni, si sia sviluppata una certa vulgata, anche piuttosto pubblicizzata dalle Commissioni Parlamentari di Inchiesta, sul ruolo che sulla salute dei soldati avrebbero avuto i vaccini.

 

Non è che ce lo sogniamo, la questione è perfino nel nome: «Commissione parlamentare di inchiesta sui casi di morte e di gravi malattie che hanno colpito il personale italiano impiegato in missioni militari all’estero, nei poligoni di tiro e nei siti di deposito di munizioni, in relazione all’esposizione a particolari fattori chimici, tossici e radiologici dal possibile effetto patogeno e da somministrazione di vaccini, con particolare attenzione agli effetti dell’utilizzo di proiettili all’uranio impoverito e della dispersione nell’ambiente di nanoparticelle di minerali pesanti prodotte dalle esplosioni di materiale bellico e a eventuali interazioni Relazione sulla sicurezza sul lavoro e sulla tutela previdenziale nelle forze armate».

 

La storia, di cui non ha il monopolio l’Italia (pensiamo agli USA, e alla questione dei vaccini sperimentali antiantrace, e oltre) fa venire in mente la ripugnante idea che, come sempre, i nostri soldati vengano utilizzati come carne da cannone – e carne da siringa.

 

Tuttavia, al di là di queste valutazioni, possibile che la questione dei vaccini militari nel contesto dell’uranio non sia arrivata al generale?

 

Non sappiamo. Tuttavia nel libro autopubblicato, vi è un passaggio che fa pensare al fatto che il generale forse non vede di buon occhio chi critica i sieri inoculati alla popolazione.

 

Nel primo capitolo, intitolato, «Il Buonsenso» (con la maiuscola) leggiamo che «il riferirsi a sé stessi [sic] è una delle caratteristiche dei tempi moderni che ha mosso i suoi primi timidi passi, probabilmente, da quando Cartesio ha pronunciato il fatidico anatema “Cogito ergo sum“».

 

I limiti di questa tendenza cartesiana individuata dal generale vengono subito spiegati: «diventa difficile da sostenere quando ci riferiamo solo e unicamente a noi stessi senza tener conto di alcun altro, di quelli che ci hanno preceduto, della società, della maggioranza e mettiamo in dubbio anche quello che dovrebbe essere ormai palesemente considerato come acquisito». (Il corsivo qui è nostro)

 

Quindi l’invettiva:

 

«Ecco, allora, che la terra ritorna a essere piatta, che la NASA ha inscenato un teatrino spaziale per farci credere che l’uomo abbia passeggiato sul suolo lunare, che i vaccini diventano vettori per microchip al fine di controllare in senso orwelliano la nostra esistenza, che il virus del COVID non esiste, che i galli, ogni tanto, fanno le uova e che non conta se sono un uomo barbuto, muscoloso e dalla pelle olivastra, ma se mi percepisco come una donna bionda, esile e bisognosa di protezione tutti mi devono raffigurare in tale maniera ed, in primis, i miei documenti d’identità!». (anche qui il corsivo è nostro)

 

In sintesi: molti lettori di questo sito, pur non considerando che i vaccini contengano chip (con la penuria che c’è, causa Taiwan, poi) vengono accomunati a coloro che non credono allo sbarco sulla luna (cioè, a pochi metri dal terrapiattismo, vien da pensare), e a categorie come quella dei nerboruti levantini che si sentono ragazze nordiche e perfino, questa davvero ci mancava, a coloro che credono che i galli fanno le uova». (Ci sono? Chi sono? Hanno un’associazione? Hanno un sito? Una newslettera a cui iscriversi?).

 

Vorremmo dire: se non si è capito che è un mondo di sorveglianza più che orwelliana quello che si sta dipanando sotto i nostri occhi, probabilmente c’è da fare una diagnosi consistente di prosciutto oftalmico.  Così come non comprendere che proprio i vaccini hanno introdotto un sistema di controllo – tramite chip, sì: quelli dei telefonini – ci lascia basiti. In questo libro auto-edito nel 2023, la parola green pass in effetti non ricorre nemmeno una volta.

 

Ora: qualcuno ha detto che le frasi su gay, immigrazione e di involuzione della società civile contenute nel libro, più che inopportune, sono di grande superficialità. Si può essere d’accordo: a leggere i passaggi incriminati, pare di vedere le reazioni di qualcuno che ha appena scoperto tali fenomeni, e non abbia davvero idea di quanto essi siano radicati non solo nella società, ma nello stesso Stato che il militare serve.

 

Il privilegio istituzionale omosessuale è stato letto da alcuni come materia di fatto già codificata con lo stralcio dell’obbligo di fedeltà nella legge Cirinnà: in pratica, a differenza degli eterosessuali che sono sottoposti, anche se «sposati» in Comune, all’obbligo di non tradire, nelle unioni gay le corna sono libere. E questa non è un’opinione politica: è legge della Repubblica Italiana. E questo è solo uno degli esempi possibili.

 

Il discorso sulla pallavolista di origine nigeriana Egonu (che, aggiungiamo noi, offre in combo anche il coming out fatto sul Corriere nel 2018: è stata con un’altra atleta, per poi però dirigersi su un altro atleta, senza apostrofo, maschio) è anche quello un po’ stucchevole: «anche se Paola Egonu è italiana di cittadinanza, è evidente che i suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità che si può invece scorgere in tutti gli affreschi, i quadri e le statue che dagli etruschi sono giunti ai giorni nostri». Chi scrive una cosa del genere non ha mai sentito parlare di Piano Kalergi, né probabilmente si è reso conto che lo sforzo di africanizzare l’Europa è visibilmente portato avanti dagli Stati stessi.

 

Vi è quindi un passaggio sugli «occupatori abusivi ed i ladri di case», i quali sono «più tutelati dei loro legittimi proprietari». Una posizione pure condivisibile (anche se avvocati del settore ci dicono essere, nella maggior parte dei casi, meno irrisolvibile di quanto si creda), ma che ci fa scattare il pensiero definitivo: ma con tutti i problemi apocalittici davanti a noi, e nel piccolo di milioni di casi, con l’angoscia di non arrivare a fine mese delle partite IVA e dei dipendenti non garantiti (cioè, non statali), dobbiamo davvero metterci a pensare a chi ha due o tre case?

 

Siamo, decisamente, dalle parti dei discorsi della media borghesia conservatrice (quella benestante, benpensante, quella del «Buonsenso», con la maiuscola), in zona Feltri, Libero, etc. – che di fatto hanno abboccato subito.

 

A questo punto ci viene da ricordare che in Italia, come in altri Paesi, il programma di vaccinazione di massa è stato realizzato dai militari, con il comando dell’indimenticabile generale Figliuolo. Si tratta proprio dello stesso esercito in cui serve il Vannacci. I militari, che esistono grazie alla Costituzione italiana (il Giappone, in teoria, non ne ha: e per costituzione) hanno quindi lasciato tranquilli che essa venisse violata in quantità di articoli. Anzi, ci ricordiamo pure di quando, in un momento magico, il direttore di un giornale dell’oligarcato industrial-finanziario, compenetrato totalmente con l’establishment e la sinistra, chiese una sorta di golpe militare vaccinale.

 

E ci viene in mente pure che l’Ucraina, in questo momento, è armata con estrema generosità dall’Italia, che si è privata perfino di sistemi antiaerei (i SAMP-T) senza i quali ora siamo vulnerabili e che non si è capito bene con quale velocità saranno rimpiazzati.

 

Non so come la pensano i vertici militari, tuttavia in molti ritengono che armare l’Ucraina, con lo spettacolo osceno dei video finiti in rete carri e dei cannoni fermi nelle stazioni ferroviarie, abbia un microscopico effetto collaterale: apra alla possibilità di una guerra termonucleare.

 

Sappiamo che non tutti i decisori dell’esercito sono d’accordo: lo strano caso dei trasporti di carrarmati fermati e multati in autostrada in Campania (!) ci avevano fatto pensare a qualche malumore interno alle forze armate.

 

Tuttavia, ad eccezione del generale Mini, che è in pensione e la dice tutta, non ci pare di aver visto altri casi in cui un soldato, cioè un uomo che tecnicamente vive per difendere la patria e i compatrioti, abbia alzato la mano per dire: «è una follia, ci stiamo esponendo al rischio di una Terza Guerra Mondiale combattuta con le atomiche».

 

È possibile eseguire un ordine senza protestare, se si sospetta che esso possa ingenerare il genocidio dello stesso popolo che si deve difendere?

 

È possibile servire un comando che può portare alla devastazione definitiva della terra che si è giurati di proteggere? Qui si entra nella parte più abissale della riflessione che vogliamo fare, che accomuna i sieri mRNA e le atomiche, e va molto al di là del caso del generale.

 

Sì, una tale follia è possibile a causa della struttura stessa dello Stato moderno. Nella sua concezione sorta più o meno duecento anni fa, tuttora inflittaci, lo Stato va obbedito a prescindere, in quanto deposito di ideali (ideali, non persone), concetti e contenuti talvolta confusamente raffazzonati.

 

«Forse ingenuamente ed illudendomi un po’ – scrive nel suo libro il generale Vannacci – ritengo che nelle mie vene scorra una goccia del sangue di Enea, di Romolo, di Giulio Cesare, di Dante, di Fibonacci, di Giovanni dalle Bande Nere e di Lorenzo de Medici, di Leonardo da Vinci, di Michelangelo e di Galileo, di Paolo Ruffini, di Mazzini e di Garibaldi».

 

La vertigine della lista, diciamo un po’ eterogenea, è notevole, e riattiva nel cinefilo che è in tutti noi all’apologia del Made in Italy contenuta nel polpettone dei Fratelli Taviani Good Morning Babilonia (1987): «queste mani hanno restaurato le cattedrali di Pisa e Lucca, Firenze» diceva, in una scena di kitsch assoluto, un immigrato nostrano nella Hollywood dei primordi, dinanzi agli insulti italofobi di un tizio a caso. «Di chi sei figlio tu? Noi siamo i figli dei figli dei figli di Michelangelo e Leonardo». (Quindi apprendiamo che i due grandi artisti non erano gay, con grande sollievo di taluni)

 

Bene, ma nell’elenco mistico-patriottico del generale ci sono anche, e soprattutto, Mazzini e Garibaldi. Sì, loro: il terrorista massone morto latitante come un Bin Laden qualsiasi (come si può morire da ricercati, e poi ricevere l’onore della toponomastica ancora persistente, è un mistero che ci spiegheranno un giorno, forse, a Londra, o forse a Livorno) e il ladro di cavalli, massone anche lui, che nonostante l’orecchio mozzato (era la punizione sudamericana per l’abigeato) e la passione per la giovane Anita (quanti anni aveva?), ha fatto carriera, come anche i figli suoi – chiedete, magari, ai correntisti della Banca Romana, lo scandalo Etruria dell’Ottocento, partito praticamente nell’immediatezza dell’Italia Unita.

 

La Nazione creata dai grembiulisti Mazzini e Garibaldi non era costituita da persone – gli italiani, a detta dello stesso Cavour, erano ancora da farsi – ma da concetti astrusi, nonché dai loro ideali massonici e dai loro traffici.

 

La Nazione, quindi, non era fatta, come dovrebbe suggerire l’etimo, dei nati. Anzi, alla nuova Nazione, al nuovo Stato, dei nati non sarebbe fregato niente: carne da cannone per guerre inutili prima, poi, inoltrandoci nel XX secolo, ecco il genocidio dei non-nati istituito per legge dallo Stato stesso.

 

In pratica, lo Stato moderno non difende la vita: esso è una struttura inorganica, una macchina, che agisce secondo il software che le si immette. Talvolta il programma è ancora quello dei massoni di due secoli fa, talaltra si sono innestate linee di comando nuove, e ancora più distruttive.

 

Ecco che, tra il XX e il XXI secolo, lo Stato moderno è divenuto definitivamente una macchina di morte: aborti, provette, eutanasie, contraccezioni, psicodroghe, predazione degli organi e vaccini ce lo dicevano apertamente da decenni. Ora si è aggiunta, grazie alla follia ucraina, anche la minaccia dell’annientamento dell’atomo.

 

In tutti questi casi, è sensibile più che mai il fatto che è la Necrocultura a guidare lo Stato e il super-Stato che lo contiene e lo informa, sia esso la UE o la NATO o chissà quale consesso occulto informi le decisioni che ricadono sulle nostre misere esistenze.

 

Lo Stato moderno è lo Stato della morte.

 

La domanda è: possibile davvero servirlo, anche quando il suo pungiglione diviene evidente?

 

Qual è la vera patria da proteggere? È un’insalata di nomi storici di artisti e scienziati e tizi vari, è l’accumulo dei monumenti, è la lingua (che in forme varie era parlata anche a Malta e in Isvizzera, dove Mazzini mai ha pensato annettere nulla, mentre Nizza è stata donata tranquillamente ai francesi, mentre Istria e Dalmazia, pochi anni fa, sono state semplicemente dimenticate), è l’ideale nazionale fatto della pastasciutta, dei musei, della squadra di calcio, del buon vino, della moda (fatta da stilisti gay, spesso), dei residui archeologici, degli gnocchi, delle auto sportive, della TV, del ragù… di cosa?

 

Peraltro quanto elencato dall’ ingenuo impulso nazionalista, dobbiamo aprire gli occhi, non solo non è eterno: è ora sotto la diretta minaccia della distruzione termonucleare, della cancellazione dal piano dell’esistenza pura e semplice: il fatto, quindi, che per chi si dica nazionalista non sia una priorità – anzi lavori in senso opposto – è un pensiero che dà sgomento.

 

E quindi, ancora, cos’è la patria? Cos’è che dobbiamo davvero proteggere?

 

La patria, o ancora meglio la madrepatria, è fatta, già nella parola, di qualcosa di assai immediato e di ben poco ideale: il padre, la madre. La generazione di esseri umani, i nati, costituisce la Nazione.

 

Materialmente: queste non sono idee, astrazioni sono fatti – sono vite umane.

 

Qualcuno ha detto che il patriottismo è la difesa della legge naturale. Forse, ma crediamo che sia ancora un’astrazione che non rappresenti la realtà ultima di ciò che dovrebbe proteggere lo Stato.

 

La vera madrepatria – riascoltate la parola, ancora una volta – non può che essere la vita. Il senso ultimo dello Stato non dovrebbe essere altro se non la protezione e la moltiplicazione della vita umana.

 

L’unica vera patria è la Vita. L’unico vero patriottismo è quello verso il Dio vivente.

 

Tale pensiero, speriamo di avervelo fatto capire, è totalmente opposto alla realtà dello Stato moderno, e quindi sconosciuto ai suoi servitori.

 

Ora possiamo capire come sia possibile che i militari eseguano la vaccinazione genica sperimentale di massa della popolazione che dovrebbero difendere.

 

Ora possiamo capire come sia possibile che i militari espongano il popolo che dovrebbero proteggere – e perfino la terra, i monumenti, i palazzi, le opere d’arte, i paesaggi – al rischio concreto di annichilazione nucleare.

 

E quindi, sceglietevi gli eroi antisistema che volete, lasciatevi risucchiare dalla sindrome da cartellone del momento, fate pure scroll su Telegram in cerca di eccitazione, di indignazione dopaminica. Ne avete diritto: la superficialità non è proibita dalla legge, anzi.

 

Ma rammentatelo sempre: il sistema ed i suoi uomini, in ultima analisi, non lavorano per la vostra vita, né quella dei vostri figli. Mai.

 

Solo uno Stato nato dalla fine dello Stato moderno, uno Stato rifondato nella sua profondità, basato sulla continuazione dell’essere umano, potrà farlo.

 

Non sappiamo se lo vedremo mai. Ma è ciò a cui dobbiamo tendere con tutte le forze che ci rimangono.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; modificata con taglio e ricolorazione.

 

 

 

Eutanasia

La festa della morte in Veneto

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Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».

 

Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.

 

C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.

 

Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.

 

La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.

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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.

 

Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.

 

Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.

 

Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.

 

Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.

 

Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?

 

Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?

 

E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.

 

Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?

 

Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.

 

Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.

 

Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.

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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.

 

Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.

 

«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.

 

È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.

 

Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.

 

E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».

 

Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.

 

L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.

 

E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?

 

Massimo Zanetti

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Cremazione

Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia

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Mettiamo le mani avanti: non siamo mai stati nel novero degli estimatori di Francesco Guccini.   Nel periodo d’oro del cantautorato italiano altri erano i nostri riferimenti. Guccini no: ci dispiaceva la plumbea appartenenza politica, e più di tutto una certa monotonia del timbro e il modo enfatico e pesante di cantare, per il quale le canzoni sembravano composte da una sola nota martellata e ribattuta, anche se poi non era vero.   Naturalmente qualche suo pezzo lo si conosceva pure noi. Il repertorio di turpiloquio dell’Avvelenata era troppo ghiotto perché non lo si mandasse a memoria. È noto che il nostro non la considerasse un capolavoro, e pare che la ripudiasse addirittura: a riprova che gli artisti sono in genere pessimi critici.   Rammentiamo poi vivamente i grevi scongiuri a cui ci si abbandonava non appena si sentiva intonare In morte di S.F.. Nonostante l’ala del tempo sia passata anche su di noi, ancora oggi ne subiremmo la cupa suggestione, l’impulso a scaricarne la jella nel modo più maschio e triviale. Per la verità, bn pochi amavano sentirla, soprattutto in automobile, motivo per il quale ne ricordiamo solo l’inizio e la fine.    Sul rimanente, si conosceva qualcosa de La locomotiva, qualcosa di più de Il pensionato, e poco altro.   Uno dei problemi delle canzoni di Guccini, tra l’altro, è che si era costretti a cantarle come Guccini: cioè con un pronunciato sforzo di gola, calcando tutto e fingendo di pesare più di novanta chili. Fatica improba, che come tutto risultato dava quello, davvero non esaltante, di avvicinarsi all’imitazione che ne fece Fiorello in Come mai degli 883.     

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Se non possiamo essere considerati degli estimatori, non possiamo però essere inclusi nella schiera dei detrattori. Guccini ha percorso la sua lunga vita senza il nostro affetto ma anche senza la nostra ostilità. Era come avere per condomino della scala B un apprezzato cultore di letteratura occitanica, che si saluta per le scale ma non si frequenta.    Osservatori distanti, certo più indifferenti che curiosi, ci troviamo forse in posizione privilegiata per valutare l’alluvione di parole spese e scritte post mortem sull’Omero di Pàvana. Posata la polvere, possiamo dire che non ci ha sorpreso quasi niente.   Erano da immaginarsi, per esempio, le paginate e paginate di encomio, lo sbrodolo agiografico, la commozione, i ricordi evocati in coro, spalla contro spalla, da chi lo ha conosciuto o semplicemente ascoltato in gioventù.   È un fatto: ogni generazione desidera celebrare sé stessa, e l’occasione migliore per farlo è indubbiamente un funerale. Davanti al capobandiera che se ne va, piccolo o grande che sia, i superstiti provano il bisogno di stringere l’asta e di gridare a sé stessi, nonché al mondo, di essere ancora in vita.   Alla notizia si è infatti radunata, da oriente a occidente, la moltitudine che l’esistenza, le inclinazioni e i travagli avevano diviso e sparpagliato. I vincenti e i perdenti, gli sciupati, gli ambiziosi, le promesse mantenute, le promesse mancate, gli umiliati, i talentuosi, i gregari: ognuno con la sua magagna ha frugato in volto il vicino in cerca di antichi bagliori e ha scoperto l’orgoglio di appartenere a una sola generazione.   E giù a dire quanto sono stati e sono ancora oggi belli e generosi, e soprattutto unici e irripetibili.   Cose già viste. Al loro tempo – magari con qualche riscontro in più – l’hanno proclamato i risorgimentali al funerale del Carducci; i fiumani, dinanzi alla bara del Vate; e via via sdrucciolando fino ai battistiani prePanella alla morte di Battisti, ai patiti del birignao-carioca alle esequie della Vanoni.   Giacché si è accennato al Carducci e al D’Annunzio, era ovvio che anche il Guccini venisse subito incoronato «poeta». Per settimane gli articoli hanno traboccato di citazioni a casaccio, anche su temi su cui il nostro non ha mai detto nulla. Dietro di esse, in controluce, si potevano intravedere vecchi vinili girare su giradischi addormentati, mentre sessantenni fanno i piatti canticchiando Cirano. Da qui a invocare che i versi del poeta (tipo: «la ragazza dietro al banco mescolava/birra chiara e sevenàp») irrompano nelle antologie scolastiche è un passo. Poesia, poesia!   Nessuna meraviglia anche in questo caso.

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Com’è risaputo, gli italiani della loro poesia non ne sanno una beata. Il bagaglio da stiva regolamentare ospita in genere quattro endecasillabi imposti nelle scuole dell’obbligo e sei o sette nomi che, per ausilio mnemonico, ritornano nella toponomastica cittadina – e via andare.   Ammettiamolo: da noi la poesia forse si studia, ma non si legge. Non se ne conoscono né le leggi né il lessico, non la si comprende e non la si gusta. Non si sa manco che cos’è. Per dirla in una parola, la poesia italiana, come dire ottocento anni filati, non se la fila nessuno.   Del resto, l’italiano ne fa allegramente a meno e campa lo stesso. Per chi vuole, al fabbisogno – così come un po’ a tutto ciò che attiene alla sfera ludico-artistica – ci pensano gli americani. Non è un caso se il poeta più letto (in traduzione) sia Emily Dickinson. Dicono che i suoi versi (in originale) siano anche i più tatuati sugli avambracci delle signore.   Se si hanno meno pretese, poi, ci sono i cantanti: per certuni sono i soli veri poeti. Il monte Elicona, un tempo più esclusivo della Trilaterale, ormai rigurgita di menestrelli italiani. Oggi si aggiunge il Guccini. E viva l’Italia.   Abbiamo pure appreso che il nostro era un uomo buono. D’accordo, de mortuis nihil nisi bonum, ma sia pur da lontano siamo portati a crederlo. Da giovane il Guccini sembrava un orso con il naso, poi invecchiando un orso in maglione con la zip: è difficile farsi un’idea diversa da quella del burbero di buon cuore. E chissà, pensiamo, quante preghiere di zie, prozie, nonni, bisnonni e trisavoli, nell’arco di secoli, sono salite e poi scese, a gocce, a rivoli, affinché ottanta e passa anni fa il piccolo Francesco, nel ricevere la vita, ricevesse in dote anche questa piccola perla che in fondo è una disposizione naturale, un bonus senza merito come l’occhio azzurro o l’alta statura.   Certo, le preghiere non sono riuscite a far sì che diventasse un cristiano, un cattolico. Per quello occorre il concorso del libero arbitrio, e qui il Guccini ha toppato.   Agnostico dichiarato e ribadito, come tanti, come tanti ha civettato con l’idea dell’Ente superiore senza arrivare mai al dunque. Se la parola Dio ha fatto talora capolino nelle sue canzoni, magari per dire che è morto, il nome di Gesù Cristo è rimasto oggetto di uno strano pudore. E forse è stato meglio così: almeno per quelli ai quali, come a noi, non piacciono i paciughi.   Già, perché il nostro ha abbracciato senza riserve tutte le più scontate battaglie della modernità: divorzio, aborto, unioni civili, eutanasia. Ossia, la borghesissima marcia che ha strappato gli italiani al loro retroterra per gettarli avanti a pedate verso un progresso fatto di solitudini, paura e vuoto. Francesco Guccini, tanto per capirci, ha preso perfino la tessera del partito radicale, il movimento più filisteo mai visto sulla faccia della terra.

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A noi però fanno un po’ pena quelli che a dispetto di tutto cercano di farne un credente malgré lui, un cattolico fuori menù, descrivendolo come di una persona «in ricerca», di un’anima naturaliter cristiana. Un agnostico «possibilista», che «non ha mai smesso di chiedere e ascoltare», un cultore del dubbio: insomma, un cardinal Martini. E verrebbe voglia di dire loro: ma non provate vergogna?   È come quando i periodici cattolici, sul finale di intervista, domandano all’ateo di successo se crede in Dio, sperando nel contentino del «Sì, ma». «Sì, ma non in modo tradizionale»; «Sì, ma non mi riconosco nei dogmi»; «Sì, ma la Chiesa deve cambiare/ venire incontro/essere povera/aprire alle diversità/ai divorziati/alle coppie omo»; «Sì, ma la mia fede è intima, non gridata». E ancora, per gradire: «Parlo spesso con Dio, magari per rimproverarlo»; «L’ho sentito vicino nella malattia del mio cane»; «Mi è di molto conforto leggere le parole di papa Francesco».   Questo vi basta? Siete dei poveracci.   Non sappiamo quanto nel Guccini ardesse la sete d’assoluto, quanto abbia chiesto e quanto abbia raccolto. Sono conteggi che lasciamo all’Onnipotente, che li sa fare.   Per quello che ne possiamo capire noi, ci sembra che sia stato di inequivocabile coerenza in vita e in morte. Si stava ancora grattando il violino che è stata data la notizia che il funerale sarebbe stato laico. Qualche discorso, una benedizione dell’amico cardinale e poi via all’inceneritore.   Forse Dio non l’avrà trovato, ma ha trovato lo Zuppi.   Anche questo non sorprende.   Avv. Renzo Magalozzi

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Civiltà

Chi sono i fabiani?

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).

 

 

(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.

 

Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.

 

Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.

 

La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.

 

 

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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.

 

George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.

 

Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.

 

La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.

 

La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.

 

Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.

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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno

 

Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.

 

Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.

 

Krzysztof Szczawinski

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