Economia
L’UE valuta la possibilità di modificare il tetto massimo al prezzo del petrolio russo
L’UE sta valutando la possibilità di un congelamento temporaneo del tetto massimo imposto al prezzo del petrolio russo, in seguito all’impennata dei prezzi dell’energia e allo shock economico globale provocati dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Lo riporta Bloomberg, che cita alcune fonti.
La misura proposta fa parte del 21° pacchetto di sanzioni dell’UE contro la Russia per il conflitto in Ucraina, che dovrebbe essere discusso all’inizio di giugno. In base all’attuale meccanismo di tetto massimo al prezzo del petrolio, le entità occidentali non possono commercializzare petrolio russo al di sopra della soglia stabilita, che viene automaticamente fissata ogni sei mesi al 15% in meno rispetto al prezzo medio di mercato del greggio russo degli Urali.
La soglia di prezzo attuale è di 44,10 dollari al barile, mentre il prezzo di mercato degli Urali si aggira intorno agli 86 dollari al barile, sebbene sia significativamente inferiore ai 120 dollari al barile registrati al culmine della crisi iraniana.
Il rialzo del prezzo del petrolio significa che, quando il tetto massimo verrà rivisto a luglio, il livello probabilmente salirà ad almeno 65 dollari, superando la soglia di 60 dollari inizialmente fissata dal gruppo G7, dominato dai paesi occidentali, nel 2022, secondo fonti di Bloomberg. Altre opzioni al vaglio includono la sospensione degli aumenti automatici fino alla fine dell’anno o il ritorno al tetto massimo di 60 dollari.
Sostieni Renovatio 21
Mosca ha respinto il tetto massimo al prezzo del petrolio, definendolo illegale, e ha bloccato le spedizioni di petrolio verso i paesi che lo applicano. Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, lo ha definito una «distorsione e distruzione del processo di determinazione dei prezzi di mercato». La Russia ha dirottato gran parte dell’energia che un tempo esportava in Europa verso paesi come la Cina e l’India.
La guerra con l’Iran ha colpito duramente l’economia dell’UE, con la Banca Mondiale che prevede un aumento dei prezzi dell’energia del 24% entro il 2026. I futures del gas naturale TTF sono aumentati fino al 60% dalla chiusura dello Stretto di Ormuzzo, segnando il più forte shock energetico per il continente dal 2022.
Quell’anno l’UE visse una crisi simile quando le sanzioni imposte alla Russia per il conflitto in Ucraina si rivelarono non solo costose e dannose per l’economia e i contribuenti del blocco, ma generarono anche ingenti entrate per la Russia.
Gli Stati Uniti, che hanno dovuto affrontare anche l’aumento dei prezzi della benzina, hanno concesso una deroga alle sanzioni sul petrolio russo per alleviare la pressione sui mercati, consentendo ai paesi più vulnerabili di acquistare petrolio russo già in mare. La misura è stata prorogata all’inizio di questo mese, nonostante la promessa del Segretario del Tesoro Scott Bessent di non farlo.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)
Economia
Jaguar Land Rover taglierà 4.000 posti di lavoro
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Iscriviti al canale Telegram ![]()
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Economia
Volkswagen licenzia 100.000 lavoratori: «ristrutturazione»
Il più grande gruppo automobilistico europeo, Volkswagen, si prepara a sopprimere circa 100.000 posti di lavoro a livello mondiale, dopo l’intesa tra vertici e sindacati su un ulteriore taglio di 50.000 posizioni entro la fine del decennio, come comunicato dall’azienda. Si tratterebbe di circa un settimo della forza lavoro globale.
Il megataglio, che riguarda anche fabbriche italiani come quella della Ducati, che è di proprietà del colosso germanico dell’automotive, era stato annunziato ancora a giugno, ma era con evidenza nell’aria da ancora più di tempo, con licenziamenti di massa pianificati ancora due anni fa, e l’amministratore delegato che dichiarava che l’azienda non poteva più continuare come prima.
Come gran parte dell’industria tedesca, Volkswagen affronta una crisi finanziaria e operativa pesante, con margini di profitto in forte calo. L’amministratore delegato Oliver Blume ha indicato tra le cause principali l’interruzione delle forniture energetiche russe e la crescente concorrenza cinese.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
La portata della ristrutturazione segna una svolta netta per un’impresa a lungo vista come emblema della potenza industriale della Germania. L’azienda aveva già avviato un piano di riduzione di circa 50.000 posti nei marchi principali, Audi, Porsche e nella controllata software CARIAD, soprattutto tramite uscite volontarie e pensionamenti anticipati. Il nuovo piano di fatto raddoppia quella cifra.
Se applicato per intero, il piano di riduzione del personale, con la perdita di circa 100.000 posti, sarebbe il più ampio ridimensionamento mai attuato da una casa automobilistica globale. Volkswagen occupa circa 650.000 persone nel mondo.
I tagli non si fermano al personale. Il gruppo ha ammesso che gli impianti europei hanno una capacità di oltre 500.000 veicoli all’anno superiore alla domanda attuale. Resta incerto il destino degli stabilimenti di Hannover, Emden, Zwickau e Neckarsulm una volta conclusi, tra il 2031 e il 2034, i programmi di produzione in corso. Per i quattro siti non sono ancora stati individuati modelli sostitutivi competitivi.
L’azienda sta rivedendo al ribasso anche altre ambizioni. La gamma di modelli sarà dimezzata e gli investimenti e la spesa in ricerca per il periodo 2027-2031 sono stati limitati a 135 miliardi di euro. Volkswagen si riorganizza puntando a vendite annue di circa 9 milioni di veicoli e a un margine operativo del 9% entro il 2030.
Colpita dai dazi statunitensi e da una domanda altalenante di auto elettriche, la maggiore casa automobilistica europea si trova in difficoltà su più fronti. In patria la crisi è stata aggravata dal rialzo dei costi energetici, dopo che Berlino ha abbandonato il gasdotto russo a basso costo in seguito all’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022, ricorrendo sempre più a importazioni di GNL più onerose, anche dagli Stati Uniti.
Lo shock energetico ha giocoforza eroso il vantaggio competitivo che per decenni aveva caratterizzato la manifattura tedesca. Il Paese ha poi registrato due anni consecutivi di contrazione economica, seguiti da una crescita debole, con le imprese manifatturiere costrette a tagliare produzione, investimenti e occupazione. Due mesi fa l’Istituto di Ricerca Economica di Halle (IHW) aveva esposto dati che registravano il numero più alto di fallimenti aziendali degli ultimi venti anni.
Nel frattempo Volkswagen ha perso posizioni in Cina (dove aveva impianti di produzione in Xinjiang, la turbolenta provincia uigura dove il governo cinese è accusato di utilizzare il lavoro forzato), un tempo il suo mercato principale, a favore di concorrenti locali come BYD e Geely. Le case automobilistiche cinesi si sono inoltre espanse rapidamente in Europa, aumentando la pressione su Volkswagen, che fatica a rendere i propri veicoli elettrici competitivi per prezzo e costi. In Europa, BYD e altri marchi cinesi come Chery, SAIC e Leapmotor hanno tutti raddoppiato la loro quota di mercato nell’ultimo anno.
Iscriviti al canale Telegram ![]()
Come riportato da Renovatio 21, mesi fa VW affrontò la crisi dei chip dopo che l’Olanda aveva sequestrato una fabbrica cinese. Allo stesso tempo si parlò di una crisi di liquidità della grande società germanica.
Il gruppo ha progressivamente ridotto la produzione in Germania. Lo scorso dicembre ha interrotto la produzione di veicoli nello stabilimento di Dresda: per la prima volta in novant’anni di storia un impianto tedesco dell’azienda ha sospeso la fabbricazione di automobili.
Come riportato da Renovatio 21, BMW ha dichiarato il mese scorso che taglierà 8.000 posti di lavoro. Anche BASF, Bosch, Continental e altri grandi produttori tedeschi hanno chiuso o ridimensionato i propri siti negli ultimi anni.
Ora il destino del colosso automobilistica sembra essere quello di tornare ad una piena produzione di armi come ai tempi di Adolfo Hitler. Per un bizzarro, ma non inspiegabile, ricorso storico, ora VW valuta un accordo per la fornitura di armi ad Israele, con il governo tedesco che ha dato semaforo verde per un patto col produttore di armi israeliano Rafael.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine di Daniel Zimmermann via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
Economia
Uber abbandona l’Africa
Sostieni Renovatio 21
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
-



Bioetica2 settimane faKennedy lo ribadisce: sì, i vaccini sono fatti con gli aborti
-



Morte cerebrale2 settimane faMorte cerebrale: donatore o no, decidono loro quando sei morto
-



Pensiero2 settimane faDall’aborto alla strage figlicida, il ritorno della strega Medea
-



Spirito2 settimane faLeone XIV afferma che non dovremmo «chiuderci nelle nostre sicurezze religiose»
-



Pensiero1 settimana faLo Stato Moloch, l’italiano cattivo e i sanitari che ballano. La tragedia della bambina «no-vax» di Palermo
-



Oligarcato2 settimane faPapa Leone nomina consultori che sostengono l’«ordinazione» delle donne e l’agenda di Davos
-



Salute1 settimana faI malori della 35ª settimana 2026
-



Sport e Marzialistica2 settimane faParacadutista russo realizza il record saltando da 11 mila metri












