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Jean Madiran e le consacrazioni del 1988: «oggi, faccio fatica a credere che avesse torto»

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Cosa pensava realmente Jean Madiran delle consacrazioni episcopali del 1988 celebrate dal vescovo Marcel Lefebvre?

 

In questa intervista approfondita, il professor Jacques-Régis du Cray, esperto di storia, ripercorre il ruolo di Jean Madiran, figura intellettuale di spicco del cattolicesimo francese del XX secolo, nella lotta per la Tradizione cattolica, il suo stretto rapporto con il vescovo Lefebvre durante gli anni del Concilio Vaticano II e nel periodo post-conciliare, e infine la rottura del 1988 sulle consacrazioni episcopali senza mandato papale.

 

Ma soprattutto, questo video mette in luce un aspetto spesso trascurato: l’evoluzione del giudizio di Jean Madiran sulle incoronazioni del 1988.

 

Dopo essere rimasto a lungo in disparte, rifiutandosi di sostenere pubblicamente le consacrazioni e al contempo di condannare monsignor Lefebvre, Jean Madiran riconobbe infine, alla fine della sua vita, i frutti concreti di questo atto storico.

 

Durante un’intervista filmata nel 2011 per il documentario Monsignor Lefebvre: Un vescovo nella tempesta, dichiarò finalmente: «oggi, mi risulta difficile credere che avesse torto». Questa frase segna una vera svolta.

 

  • Nel corso degli anni, Jean Madiran ha osservato:
  • la sopravvivenza e lo sviluppo della Società di San Pio X;
  • la revoca delle scomuniche;
  • l’assenza di scisma;
  • il mantenimento di rapporti franchi con Roma, reso possibile dal fatto che essa ha dei vescovi;
    e il ruolo svolto dalle consacrazioni nella diffusione e nel riconoscimento della messa tradizionale.

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Trascrizione

Un ruolo intellettuale essenziale nella lotta per la Tradizione

È probabile, anzi certo, che l’assenza di consacrazioni non avrebbe impedito ai dissidenti di continuare a usare il catechismo tradizionale e a partecipare alla Messa tradizionale. L’arcivescovo Lefebvre è la figura più strettamente associata a questa resistenza alle riforme post-conciliari, ma la personalità di Jean Madiran è fondamentale. Egli fornì un valido supporto intellettuale a tutti i fedeli che avevano dei dubbi, a coloro che l’arcivescovo Lefebvre chiamava «cattolici perplessi». Offrì un autentico sostegno intellettuale a molti dei suoi contemporanei disorientati, in particolare, e soprattutto, nel mondo francofono.

 

Jean Madiran fu una figura di spicco nella lotta politica del dopoguerra. Fu un convinto difensore del cristianesimo e della comunità cattolica. Dopo il Concilio Vaticano II, si specializzò in tutti i dibattiti religiosi cattolici. Fondò la rivista Itinéraires nel 1956, che fu pubblicata per circa quarant’anni. Per tutti questi quarant’anni, Jean Madiran fornì gli strumenti intellettuali necessari ai cattolici disorientati dai nuovi sviluppi all’interno della Chiesa.

 

Itinéraires era una rivista fondamentale per le persone di quell’epoca. È importante capire che a quei tempi non esistevano YouTube, né siti web istituzionali: i contemporanei venivano a conoscenza dei principali dibattiti religiosi solo attraverso riviste come questa. La stampa dell’epoca svolgeva un ruolo davvero vitale. Itinéraires aveva anche questa caratteristica unica: era una rivista genuinamente intellettuale, pubblicata con una decina di numeri all’anno, che analizzava i principali testi pubblicati dopo il Concilio.

 

Jean Madiran include anche un gran numero di figure religiose di spicco: padre Calmel, padre de La Barre du Lac e padre Guérard des Lauriers contribuiscono tutti a Itinéraires. È quindi una figura davvero essenziale nel plasmare il pensiero dei fedeli cattolici francofoni di quell’epoca.

 

Durante tutta la resistenza alle riforme post-conciliari, collaborò a stretto contatto con l’arcivescovo Lefebvre. Agli albori di Écône, Jean Madiran fu presente fisicamente e intellettualmente con i primi seminaristi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, tenendo conferenze e lezioni sulla dottrina sociale della Chiesa per i giovani seminaristi.

 

Quando l’arcivescovo Lefebvre pronunciò la sua famosa dichiarazione del 1974 – «aderiamo con tutto il cuore e con tutta l’anima alla Roma cattolica» – sorsero dibattiti tra i seminaristi della Fraternità Sacerdotale San Pio X. L’arcivescovo Lefebvre ne era consapevole. Jean Madiran si trovava a Écône in quel periodo, e fu lui a spiegare ai seminaristi come interpretare quella dichiarazione, che segnò, in una certa misura, l’inizio delle difficoltà con Roma.

 

Egli fu dunque una figura chiave in tutta questa lotta post-conciliare, al fianco dell’arcivescovo Lefebvre. E, in effetti, ci fu un piccolo malinteso nel 1988, diciotto anni dopo la fondazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X.

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Il film sull’arcivescovo Lefebvre, Un vescovo nella tempesta

Vi spiegherò cosa accadde circa quindici anni fa. Sono uno storico di formazione e suggerii a padre de Cacqueray, allora superiore del distretto francese della Fraternità Sacerdotale San Pio X e forza trainante del progetto, di realizzare questo film. L’idea era di far conoscere l’arcivescovo Lefebvre a un pubblico più giovane, a persone non necessariamente convinte dalle sue scelte nella storia recente della Chiesa, e di far conoscere meglio la sua personalità.

 

Tra le domande sorte all’inizio, dato che questo documentario di 90 minuti, realizzato nel 2012, ha richiesto diversi anni di preparazione, c’era quella di decidere chi intervistare. Ben presto, la figura di Jean Madiran si è rivelata la scelta più ovvia, poiché era stato uno di coloro che avevano sostenuto l’arcivescovo Lefebvre durante la lotta degli anni Sessanta e Settanta, dopo il Concilio.

 

Quando abbiamo iniziato questo film, il nostro obiettivo era presentare il fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X così com’era veramente. Si trattava di mostrare l’arcivescovo Lefebvre attraverso le testimonianze oggettive dei suoi contemporanei: coloro che lo apprezzavano, coloro che lo apprezzavano meno, coloro che lo seguivano e anche coloro che non lo facevano. Tra gli ex spiritani, alcuni si opposero fermamente a lui, e compaiono nel film. L’idea non era semplicemente quella di presentare le opinioni che i suoi contemporanei avrebbero potuto avere sulle sue scelte.

 

Questo era secondario. Che fosse necessario dire cosa pensasse questa o quella persona riguardo alle consacrazioni o al rifiuto di obbedire a Roma era secondario. Tuttavia, abbiamo fatto un’eccezione per questo passaggio con Jean Madiran, dove, nel film, gli abbiamo permesso di esprimere la sua opinione sulla scelta dell’arcivescovo Lefebvre nel 1988. Questa posizione assunta da Jean Madiran si è rivelata qualcosa di davvero straordinario alla luce di tutta la sua vita e della Fraternità Sacerdotale San Pio X in quegli anni.

 

Fin dall’inizio del Concilio, Jean Madiran conobbe l’arcivescovo Lefebvre e iniziò ad assisterlo e sostenerlo. Fu durante la sessione finale del Concilio che si tenne un incontro a Fontgombault. L’arcivescovo Lefebvre lo chiamò in quell’occasione: in quanto padre conciliare, aveva diritto a un esperto. Aveva padre Berto come esperto ufficiale, ma occasionalmente si rivolgeva anche a Jean Madiran per analizzare lo Schema 13 sulla collegialità. Jean Madiran lavorò tutta la notte su questo argomento. Da quel momento in poi, i due si trovarono in una simbiosi intellettuale.

 

Successivamente, durante i primi anni della Società, Jean Madiran ne fu al fianco. Avviò tutte le discussioni contenute in Itinéraires e intrattenne una fitta corrispondenza con l’arcivescovo Lefebvre. Quando Jean Madiran si rivolse a Paolo VI nel 1974, dicendo: «restituiteci la Messa, restituiteci la Sacra Scrittura, restituiteci la dottrina», le sue parole riecheggiavano quelle dell’arcivescovo Lefebvre. Queste espressioni si ritrovano quasi alla lettera in uno dei suoi sermoni più importanti, dove l’arcivescovo Lefebvre afferma: «restituiteci la dottrina di tutti i tempi, restituiteci la Messa, restituiteci la Sacra Scrittura».

 

Abbiamo davvero due personalità che procedono di pari passo: una creando un sostegno sacerdotale, l’altra armando intellettualmente i fedeli in parallelo.

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Perché Jean Madiran non seguì Monsignor Lefebvre alle consacrazioni episcopali del 1988?

Perché Jean Madiran non seguì l’arcivescovo Lefebvre nel 1988? Forse sovrastimò il danno causato alle famiglie dalla separazione del 1988. È vero che furono fatte scelte diverse. Alcuni vollero seguire l’arcivescovo Lefebvre, rischiando la condanna. Altri si rifiutarono di seguirlo per evitare tale condanna, e questo causò danni all’interno delle famiglie. Probabilmente Jean Madiran temeva che queste dispute avrebbero minato la lotta tradizionalista. Questo è probabilmente il motivo per cui volle ritirarsi.

 

Lui stesso usò questa espressione: disse di non voler prendere posizione. Infatti, non fu tra coloro che cercarono di spiegare su ogni giornale o su ogni stazione radio che l’arcivescovo Lefebvre aveva torto. Non lo fece. Tuttavia, non disse nemmeno che si dovesse seguire l’arcivescovo Lefebvre in modo assoluto, corpo e anima.

 

Jean Madiran, tuttavia, fu tra coloro che, negli anni Settanta, in particolare durante la turbolenta estate del 1976, espressero le proprie idee con grande fermezza. Gli scritti di Jean Madiran erano piuttosto incisivi. Fu tra coloro che puntarono il dito contro i vescovi di Francia senza troppi remore. L’arcivescovo Lefebvre, dal canto suo, fu molto più cauto.

 

Jean Madiran incarna in qualche modo ciò che Louis Veuillot rappresentava nel XIX secolo: un giornalista piuttosto polemico che osava puntare il dito contro i vescovi che non sempre svolgevano un buon lavoro all’interno della Chiesa. Jean Madiran lo fece negli anni Settanta. È quindi una persona di vero coraggio. L’arcivescovo Lefebvre si affidò a lui proprio per questo.

 

E nel 1988, quando si dovette prendere la decisione più cruciale, ci fu un malinteso tra i due uomini. Jean Madiran aveva forse previsto tutte le conseguenze delle sue scelte? Solo Dio sa cosa gli passasse per la testa.

 

È evidente che nel 1988 si verificò una frattura tra i due uomini. Ci fu un risentimento reciproco, non necessariamente iniziato da nessuno dei due. In definitiva, furono quasi i seguaci stessi a provocarla.

 

Molti lettori tradizionalisti si disiscrissero da Itinéraires . La rivista conobbe un declino a partire dal 1988 e cessò le pubblicazioni nel 1996. Questo ebbe un forte impatto su Jean Madiran.

 

Anche da parte dell’arcivescovo Lefebvre è evidente che c’è una ferita aperta. Negli anni Settanta e Ottanta avevano davvero camminato mano nella mano. Dall’anno successivo, l’arcivescovo Lefebvre ritirò i sacerdoti dal pellegrinaggio di Chartres, che è il mondo a cui appartiene Jean Madiran: il Centro Charlier, Bernard Antony, tutta la cerchia ristretta di Jean Madiran.

 

Vi fu dunque un autentico malinteso tra i due uomini, e non ci furono ulteriori chiarimenti fino alla morte del vescovo Lefebvre tre anni dopo, nel 1991.

 

L’incontro del 2011

Seguendo l’idea dell’abate de Cacqueray di contattare Jean Madiran, lo raggiunsi tramite Jeanne Smits, che all’epoca lavorava con lui a Présent, per avere l’opportunità di intervistarlo per il film.

 

Al telefono, inizialmente mi disse che non era per niente interessato, che non aveva mai ricevuto i programmi televisivi, che voleva voltare pagina, che la cosa non lo interessava e che non avrei ottenuto nulla. Ciononostante, mi presi la libertà di dire: «sto ancora cercando di scriverti». Lui rispose: «continua a provare».

 

Infine, quando meno me lo aspettavo, mi ha mandato una lettera in cui diceva: «o ricevuto la tua richiesta. La mia risposta è SÌ», in stampatello maiuscolo e sottolineato, con il suo indirizzo.

 

Poi arrivò l’8 febbraio 2011, quando ebbi l’opportunità di chiedergli dell’arcivescovo Lefebvre. Durante l’intervista, ebbi la sensazione che volesse orientare le domande verso le consacrazioni episcopali del 1988. Io, d’altra parte, cercavo ogni volta di tornare al Concilio, perché sapevo che l’argomento era un po’ delicato.

 

Tuttavia, avevo una domanda che mi incuriosiva: perché aveva incoraggiato l’arcivescovo Lefebvre a disobbedire a Roma nel 1976, ma non lo aveva seguito nel 1988? Fu allora che mi spiegò che, per lui, il 1988 rappresentava qualcosa di diverso, un grado di disobbedienza superiore.

 

Fu lì che pronunciò la sua ormai celebre dichiarazione: «all’epoca non ero in grado di esprimere un giudizio. Oggi trovo difficile credere che avesse torto».

 

Jean Madiran spiegò all’epoca che se la Fraternità Sacerdotale San Pio X esiste ancora oggi, è perché l’arcivescovo Lefebvre consacrò quattro vescovi. Aggiunse che, senza queste consacrazioni, la diffusione della Messa tradizionale in latino sarebbe stata indubbiamente molto più lenta e limitata.

 

Per lui, l’arcivescovo Lefebvre aveva garantito le condizioni per la prosecuzione del suo lavoro.

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«Oggi, trovo difficile credere che avesse torto»

L’aspetto visivamente interessante era che si rivolgeva direttamente a me, con un’espressione molto vivace. Poi, quando ha introdotto l’argomento, si è girato deliberatamente a destra, verso le grandi vetrate che si affacciavano su Parigi. Come se fosse alla ricerca di ispirazione.

 

E lui disse: «all’epoca non ero in grado di esprimere un giudizio”. Poi ci fu un lungo silenzio. E infine: “Oggi trovo difficile credere che avesse torto».

 

«Ciò che possiamo constatare, in ogni caso, è che l’atto più grave non è stato quello di mantenere in vita la Società nonostante la revoca del suo status canonico. La decisione più grave è stata, nel 1988, quella di ordinare quattro vescovi, non solo senza l’autorizzazione del Papa, ma in spregio a un divieto papale personale.

 

«Osservando la regolarizzazione avvenuta, quando la scomunica era automatica nel diritto canonico e fu successivamente revocata da Benedetto XVI, possiamo constatare chiaramente che se la Fraternità Sacerdotale San Pio X esiste ancora oggi, è grazie all’arcivescovo Lefebvre, che ha donato quattro vescovi.

 

«Il motivo per cui ha il peso che ha, e viene preso dal Papa come interlocutore, è perché ci sono i vescovi.

 

«Se non fosse stato per l’ordinazione di quattro vescovi, è probabile, anzi certo, che ciò non avrebbe impedito ai dissidenti di continuare a seguire il catechismo tradizionale e a partecipare alla Messa tradizionale. Ma la liberazione della Messa sarebbe avvenuta molto più lentamente e in modo molto più limitato.

 

«Nella Chiesa, essere vescovo è importante. E quindi il fondatore aveva ragione: aveva creato le condizioni affinché la sua opera potesse perdurare. (Citazione di Jean Madiran dal film)

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Un vero e proprio cambio di posizione?

Quindi, Jean Madiran ha davvero cambiato posizione? Tutto dipende da cosa pensasse realmente. In ogni caso, la sua posizione pubblica non è più stata la stessa dal 2011 in poi.

 

Fino ad allora, aveva affermato di non voler prendere posizione. Ora, dichiarò chiaramente che le consacrazioni episcopali senza mandato erano giustificate. Insistette sul fatto che le scomuniche erano state revocate e che la Fraternità Sacerdotale San Pio X aveva potuto prosperare.

 

Vide i fatti. Vide che la Fraternità non si era separata da Roma, che aveva mantenuto i suoi rapporti con Roma, che diversi cardinali affermavano che non c’era stato alcuno scisma.

 

E ebbe il coraggio, a 91 anni, di riconoscere finalmente che l’arcivescovo Lefebvre aveva fatto bene a compiere quell’azione coraggiosa.

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Il coraggio e l’umiltà di Jean Madiran

A mio parere, è un atto di grande coraggio quello di prendere il suo posto. Si era allontanato dal mondo del giornalismo da tempo. Aveva 91 anni. È morto due anni dopo.

 

Portare le telecamere in casa sua per dire una cosa del genere ha richiesto vero coraggio.

 

Penso che egli abbia consapevolmente ritenuto necessario tornare su questo argomento per fare nuova luce sulla questione. Aveva osservato gli effetti di queste consacrazioni sul tradizionalismo in Francia, sulle comunità consolidate e sulla liberalizzazione della Messa.

 

E così compie questo passo coraggioso, riconoscendo i fatti e riconsiderando quell’atto del 1988 che non aveva condannato, ma sul quale all’epoca non aveva voluto schierarsi.

 

Ha affermato che non era suo compito giudicare la coscienza di un arcivescovo. La consacrazione del 1988 era un atto dell’arcivescovo davanti a Dio: cosa sto facendo del mio episcopato?

 

Jean Madiran ha l’umiltà di dire: “Non sono nella sua coscienza”.

 

In un certo senso, invita anche i giovani a fare un passo indietro prima di giudicare.

 

Nel 1988, la situazione si capovolse. Jean Madiran non si sentiva in grado di esprimere un giudizio, ma ebbe il coraggio di farlo alla fine della sua vita. Riconobbe i frutti, i fatti, le conseguenze positive degli elogi del 1988.

 

La posizione di Jean Madiran sulle incoronazioni è cauta, ma, a posteriori, coraggiosa. Riconosce la validità di quanto è stato proposto.

 

Chiunque scopra questo periodo della storia della Chiesa non può che essere incoraggiato a imparare, a esplorare, a leggere. Ed è proprio ciò che fece Jean Madiran. Era un grande intellettuale, dotato di un vero talento per le parole.

 

Il XIX secolo ha avuto Louis Veuillot; gli anni Settanta e Ottanta hanno avuto Jean Madiran. Lui ha avuto la perspicacia di individuare i veri problemi all’interno della crisi della Chiesa.

 

Il pericolo sta anche nel pensare di essere Jean Madiran. Non tutti sono Jean Madiran. Sta a ciascun individuo analizzare e adempiere al proprio dovere, laddove si trova.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Spirito

Mons. Viganò e la vera matrice dei «diritti dell’uomo»: «libertà, eguaglianza e fraternità sono parole massoniche»

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Renovatio 21 pubblica risposta dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò ad una lettera apparsa sul blog del vaticanista Aldo Maria Valli  
Gentile Dott. Valli,   Ho letto il commento di Mons. Viganò (1) sulle parole del Santo Padre a Parigi che lei ha pubblicato.   Insomma, secondo i paladini della tradizione, il papa sarebbe dovuto andare a dire nella capitale francese che non esiste la libertà di coscienza, che lo Stato non dovrebbe «aprire ad ogni culto» ma solo alla vera religione, che la dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948 è carta straccia, che libertà, eguaglianza, fraternità sono parole massoniche e che non possono trovare la loro ispirazione ultima nel Vangelo.   Non è bastato al mondo tradizionalista vedere nel cuore rivoluzionario di Parigi 800 mila persone partecipare devote alla Santa Messa, allo stadio Saint Denis 80 mila giovani cantare in latino la Salve Regina, frotte di sacerdoti confessare in strada (come non si vedeva da tempo), nel Palazzo dell’Eliseo ascoltare dal Santo Padre la difesa del diritto alla vita come fondamento di ogni altro diritto umano e la condanna alla maternità surrogata, tutto questo in faccia ad uno sciagurato Presidente che ha voluto inserire il diritto all’aborto in Costituzione.

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Io non possiedo certo la cultura di Mons. Viganò ma credo che un conto sia difendere la tradizione, altro arroccarsi su posizioni preconcette, pretendere autoreferenziali prese di posizione che ci pongono fuori dalla realtà e contro il buon senso, negare il giusto sforzo – doveroso per la Chiesa di ogni tempo – di trovare punti di convergenza tra la fede e la storia di un popolo, ciò che non significa rinnegare il Vangelo di Cristo e compromettersi con lo spirito del tempo.   Il Santo Padre deve annunciare Cristo all’uomo moderno, rispettandone la sensibilità e la capacità di comprensione, senza porsi necessariamente in difesa attraverso parole di lapidaria condanna che avrebbero come unico effetto quello di restare non capite e di disperdere il gregge.   Invito con tutto il cuore coloro che amano veramente la Chiesa a lavorare per la sua unità, evitando tutto ciò che possa lacerare la tunica inconsutile del Signore; e preghiamo coesi per i frutti duraturi di questo straordinario viaggio apostolico in Francia in cui abbiamo toccato con mano la grazia di Dio che converte il cuore dell’uomo, nonostante le nostre insufficienze.   È una nostra precisa responsabilità davanti a Dio: e lo è – a maggior ragione – per chi crede che la tradizione sia una fonte perenne della vita della Chiesa in una dinamica sempre nuova.  

Con stima,

 

Pietro Piciocchi

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Hanno riconosciuto l’ingiustizia

e le hanno dato cittadinanza.

2 Ts 2, 11-12

  Caro Avvocato Piciocchi,   ho letto con attenzione la lettera che Ella ha indirizzato al dottor Aldo Maria Valli e che mi ha trasmesso, a proposito del mio commento al discorso di Leone XIV all’Eliseo. So che Aldo Maria ha già pubblicato sul suo blog una risposta esemplare (2); da parte mia, non voglio esimermi dall’affrontare la Sua lettera: senza assecondare la caricatura, senza farci trascinare sul terreno emotivo delle folle, e senza cedere il principio in cambio di un plauso per qualche frase condivisibile.   La Sua lettera si apre con una parafrasi: secondo i «paladini della tradizione», il papa «sarebbe dovuto andare a dire» a Parigi che non esiste la libertà di coscienza, che lo Stato non deve aprire a ogni culto, che la Dichiarazione del 1948 è carta straccia, che libertà, eguaglianza e fraternità sono parole massoniche e non possono trovare ispirazione nel Vangelo.   Le rispondo che nessuno ha chiesto a Leone di recarsi all’Eliseo per recitare il Sillabo a voce alta davanti a Macron. Si è chiesto — ed è cosa diversa — che un Romano Pontefice non contraddica, nella capitale della Rivoluzione, l’insegnamento costante dei suoi Predecessori su ciò che quella Rivoluzione è stata e su ciò che quel motto significa. Non è lo stesso atto. Il primo è una sceneggiata che Ella ci attribuisce per renderci ridicoli; il secondo è il minimo dovuto a chi siede sulla Cattedra di Pietro.   La formula è semplice: noi non pretendiamo dal papa un anatema diplomaticamente inopportuno; pretendiamo che egli non ratifichi ed elogi ciò che i papi hanno chiamato peste. Una volta ristabilito questo, la Sua lettera perde il suo perno.   Il secondo argomento è quello della folla: ottocentomila persone a Place de la Concorde, ottantamila giovani a Saint-Denis che cantano il Salve Regina, sacerdoti che confessano per strada. È l’argomento più efficace sul piano emotivo-sentimentale, e il più debole sul piano della Fede.   Nessuno disprezza quei gesti, al contrario: essi dimostrano che la Grazia opera ancora nel popolo, nonostante i discorsi, non grazie ad essi. Un giovane che canta il Salve Regina in latino non convalida la tesi secondo cui Liberté, Égalité, Fraternité trovano nel Vangelo «una fonte inesauribile di ispirazione». Confondere la pietà dei fedeli con l’ortodossia di un discorso alle autorità è un sofisma. Se la quantità dei presenti bastasse a giudicare un pontificato, avremmo dovuto canonizzare ogni Giornata mondiale della gioventù, anche quando vi si è taciuto ciò che non si può tacere. Le piazze di Parigi erano gremite anche trent’anni fa con Giovanni Paolo II, ma questo non impedì che si giungesse all’approvazione dell’aborto come diritto, al rogo di Notre-Dame, alla blasfema inaugurazione dei Giochi Olimpici, all’eutanasia di Stato.   Aggiungo che proprio quei giovani meritavano di udire dal papa non la benedizione di un motto nato per detronizzare Cristo, ma la distinzione — elementare e paterna — tra la libertà dei figli di Dio e la libertà rivoluzionaria, tra l’uguaglianza delle anime redente e l’egualitarismo collettivista, tra la fraternità in Cristo e la fratellanza senza Dio Padre. Togliere loro quella distinzione non è «rispettare la loro capacità di comprensione»: è sottrarre loro la chiave per capire il tempo in cui vivono. Anzi: è spacciare per valida e vera una falsa lettura degli eventi.

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Ella elenca, a difesa del discorso di Leone, la tutela del diritto alla vita come fondamento di ogni altro diritto e la condanna della maternità surrogata, pronunciate «in faccia» a un presidente che ha iscritto l’aborto in Costituzione. Qui occorre essere precisi, perché è il punto su cui i conservatori si sentono in dovere di applaudire.   Non nego il dato: nego piuttosto la conseguenza che Ella ne trae. Una condanna della maternità surrogata e un accenno alla vita, inseriti in un quadro che assume i «diritti dell’uomo» illuministi e la Dichiarazione del 1948 come «pietra miliare del progresso morale», restano concetti astratti. O meglio: rimangono in quell’iperuranio in cui i funzionari della chiesa sinodale vogliono confinare la dottrina, mentre adeguano la pastorale alla mentalità del mondo   Quella stessa matrice rivoluzionaria dei «diritti» — sganciata dalla legge di Dio e dalla Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo — è precisamente ciò che ha permesso di dichiarare «diritto» l’aborto, e poi di costituzionalizzarlo. Chi loda il principio e depreca uno dei suoi frutti non raddrizza l’albero: ne raccoglie i frutti avvelenati mentre finge di non vedere i rovi.   La risposta utile è dunque: non basta dire il vero su un effetto, se si benedice la causa. Pio XI, in Quas Primas, insegnò che pace e dignità non nascono dalla ribellione della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, ma dal Regno sociale di Cristo. Finché quella lezione resta taciuta, le frasi «pro life» pronunciate all’Eliseo sono un correttivo cosmetico su un edificio costruito senza la pietra angolare. E nessuno meglio del Vicario di Cristo dovrebbe sapere quanto vere siano le parole del Salvatore: Sine me nihil potestis facere (Jo 15, 5).   Ella oppone alla Tradizione «il giusto sforzo — doveroso per la Chiesa di ogni tempo — di trovare punti di convergenza tra la fede e la storia di un popolo». È la formula più insidiosa della Sua lettera, perché suona pastorale e ragionevole. Va presa di petto.   Non Le sono ignoti gli atti magisteriali fino a Pio XII che condannano senza appello la Rivoluzione e i suoi infernali principi. Questi testi non sono «posizioni preconcette»: sono il Magistero. E chi li richiama non si arrocca: ricorda a un papa che egli è custode della Verità rivelata, non padrone. Se oggi quel richiamo «pone fuori dalla realtà», tanto peggio per la realtà che si è costruita contro di essi. Non è il Magistero a doversi scusare con l’Eliseo, né l’erede di Pio VI a doversi umiliare all’erede di Jules Grévy, che si accompagna a un uomo in parrucca nella finzione più grottesca della normalità.   Le cito, parola per parola, il passaggio incriminato. Leone ha detto che l’Illuminismo portò «vere e proprie conquiste»; che tra queste vi è «il riconoscimento dei diritti dell’uomo insiti nella natura della persona umana, in particolare la libertà religiosa»; che libertà, uguaglianza e fraternità «rimandano a esigenze etiche universali, che trovano anche nel messaggio evangelico una fonte inesauribile di ispirazione e di realizzazione»; e che la Dichiarazione del 1948 è, con Giovanni Paolo II, «pietra miliare sulla via del progresso morale dell’umanità». Su queste frasi si discute. Non sul fatto che a Saint-Denis si sia cantato in latino.   Ella chiude invocando l’unità e la tunica inconsutile, addossando la responsabilità di lacerarla a chi critica il discorso papale. È l’argomento che i conservatori usano da sessant’anni ogni volta che si tocca il nervo del Concilio, della messa montiniana, della sinodalità: va rovesciato.   La tunica la lacera chi introduce nella Chiesa un Vangelo diverso da quello ricevuto, non chi rifiuta di ratificarlo. San Paolo non invita i Tessalonicesi a «lavorare per l’unità» a costo della Tradizione: li esorta a stare saldi e a mantenere le tradizioni apprese (2 Tess 2, 15). L’unità cattolica è comunione nella Fede; non è la tregua fra chi benedice la Rivoluzione e chi la chiama col suo nome.   Le richiamo, qui, la distinzione che ho fatto in «Scisma Capitale». Quando colui che siede sulla Cattedra accetta e promuove una nozione del suo ufficio — e, con essa, una nozione della società e della libertà — incompatibile con quella definita dal Magistero perenne, egli non è più semplicemente un papa che sbaglia in un discorso di circostanza: pone un obex, un ostacolo all’esercizio stesso del papato. Chi gli resiste in ciò che è illecito non lacera la Chiesa: la serve. Chi invece, per non «disperdere il gregge», consente all’errore, si trova nella posizione di coloro di cui San Paolo dice εὐδοκήσαντες τῇ ἀδικίᾳ: che hanno riconosciuto l’ingiustizia e le hanno dato cittadinanza (2 Tess 2, 11-12).   Le rispondo dunque che l’unità non si costruisce sul silenzio intorno al punto decisivo: essa si costruisce sulla roccia di Pietro. Ogni tentativo di “resettare” la realtà si fonda sulla sabbia di un dialogo che usa il lessico di chi ha ghigliottinato i suoi figli. Invocare la tunica inconsutile per coprire la contraddizione è, alla lettera, cucire una toppa nuova su un vestito vecchio.

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Ella teme «parole di lapidaria condanna» che resterebbero incomprese. Ammesso e non concesso che i Cattolici, ogni tanto, tirerebbero un sospiro di sollievo se udissero non un mediatore, un conciliatore, un diplomatico, un ecumenico, un filantropo, un globalista, un immigrazionista, un massone o un pagano, ma un papa che finalmente parla da papa. Ma anche concedendoLe l’esigenza della pedagogia, non posso concederLe che la pedagogia obblighi a dire il falso.   Un pontefice poteva, all’Eliseo, ricordare l’eredità cristiana della Francia — Clodoveo, San Luigi, Santa Giovanna d’Arco, le Carmelitane di Compiègne — e aggiungere, con mitezza, che la libertà cristiana non è la libertà del 1789; che l’uguaglianza delle anime dinanzi a Dio non è l’egualitarismo che ha livellato altari e troni; che la fraternità evangelica ha un Padre celeste, e che senza quel Padre diventa la fratellanza delle Logge. Poteva dire che la «giusta laicità» non consiste nel mettere la vera Religione allo stesso rango delle false, e che Nostro Signore è Re anche delle nazioni in cui vige un regime repubblicano che si professa laico.   Poteva, venerando la Corona di Spine a Notre-Dame, ricordare che quella Corona è di un Re, e che quel Re non si concilia con il motto coniato per deporLo.   Nulla di tutto questo è «autoreferenziale». È il catechismo. Se oggi suona inaudito, è perché da decenni si è preferito l’applauso dell’Eliseo alla voce di Pio VI.   Caro Avvocato, non La tratto da avversario. La Sua lettera è sincera per il timore di una Chiesa che «si pone fuori dalla realtà», anche se sono decenni che gli imbarazzanti tentativi di compiacere il mondo rendono patetici i suoi mitrati fautori. Quel timore va rispettato ma corretto: la realtà della Chiesa non è lo specchio del mondo, è il giudizio di Cristo sul mondo. Chi ama davvero la Chiesa non le chiede di diventare credibile agli occhi di un Presidente che ha fatto dell’aborto norma costituzionale; le chiede di rimanere credibile dinanzi a Dio. Poiché l’inizio della saggezza è il timore del Signore (Pr 9,10).   Concludo ricordandoLe che la Tradizione non è «una fonte perenne in una dinamica sempre nuova», se per dinamica si intende la riconciliazione col liberalismo che il Sillabo ha dichiarato impossibile. La Tradizione è la trasmissione integrale del Depositum fidei, senza tagli e senza innesti. Chi la custodisce non lacera la tunica: impedisce che la si sostituisca con la livrea tricolore.   I martiri della Vandea, i sacerdoti di settembre, le contadine di Angers non hanno bisogno che noi li usiamo come randello. Hanno bisogno che un papa, passando sulle pietre bagnate del loro sangue, non lodi il motto in nome del quale furono martirizzati. Se questo richiamo «disperde il gregge», allora quel gregge era già stato disperso da chi gli ha insegnato che obbedire all’errore è virtù e che resistere alla menzogna è scisma.   Le ho scritto perché la Sua lettera non rappresenta un caso isolato: essa costituisce il manuale, per così dire, con cui, dopo ogni gesto «positivo» di questo pontificato, si chiederà ai Cattolici di lasciarsi convincere dall’emozione della piazza senza guardare ai principi che nel frattempo vengono sovvertiti. È esattamente il meccanismo descritto in «Scisma Capitale». Conviene smontarlo ora, con calma e con dottrina, prima che diventi il senso comune anche di chi si dice amico della Tradizione.   Con gratitudine per la franchezza con cui Ella ha scritto,  

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

Viterbo, 1 Ottobre 2026

S.Remigii Episcopi et Confessoris

NOTE  

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Spirito

Leone XIV rilancia la diplomazia vaticana a Mosca

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A distanza di un mese l’uno dall’altro, due emissari di Papa Leone XIV furono ricevuti a Mosca. Dopo l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, giunto per ristabilire il dialogo con il Cremlino e il Patriarcato ortodosso russo, il cardinale Matteo Zuppi proseguì la sua delicata missione tra i prigionieri e le famiglie separate dalla guerra.

 

L’arcivescovo Gallagher incontra Lavrov, cinque anni dopo

Dal 24 al 28 agosto 2026, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, ha effettuato la sua prima visita in Russia dal novembre 2021. Durante quel precedente viaggio, la guerra non era ancora scoppiata su vasta scala e il diplomatico della Santa Sede aveva incontrato il primo ministro Mikhail Mishustin, il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov e il Metropolita Hilarion, allora responsabile delle relazioni esterne del Patriarcato di Mosca. Quasi cinque anni dopo, gli interlocutori politici sono in parte gli stessi, ma il contesto è radicalmente cambiato.

 

Il 25 agosto, l’arcivescovo Gallagher ha incontrato Sergey Lavrov per un lungo colloquio sulle relazioni bilaterali, la situazione internazionale e le prospettive di pace in Ucraina. In una conferenza stampa congiunta, il rappresentante della Santa Sede ha ribadito l’appello di Papa Leone XIV per porre fine alle ostilità e alle sofferenze dei civili. «La guerra deve finire», ha dichiarato, ricordando che il Vaticano resta pronto a offrire i suoi buoni uffici per facilitare i negoziati.

 

Il 26 agosto, l’arcivescovo Gallagher ha incontrato Yuri Ushakov, consigliere del presidente Vladimir Putin per gli affari esteri. Ex ambasciatore russo negli Stati Uniti, Ushakov ricopre una posizione di rilievo nelle relazioni internazionali del Cremlino dal 2012. Non era previsto alcun incontro con Vladimir Putin in persona. Questi incontri hanno comunque permesso all’arcivescovo Gallagher di ristabilire un contatto diretto con due figure chiave della diplomazia russa, poche settimane dopo un viaggio in Ucraina durante il quale aveva incontrato, tra l’altro, il presidente Volodymyr Zelens’kyj.

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Una proposta di mediazione rimasta senza risposta

Al suo ritorno da Mosca, l’arcivescovo Gallagher ha riconosciuto i limiti dell’azione di Roma. Interrogato sull’offerta di mediazione della Santa Sede, ha osservato che non aveva ricevuto alcuna risposta concreta: «non sembra che si desideri un coinvolgimento diretto dei nostri servizi diplomatici».

 

Il prelato ha inoltre chiarito che Roma non intende redigere direttamente i termini di un accordo. La Santa Sede resta a disposizione per facilitare le discussioni, ma la responsabilità dei negoziati spetta alle parti in conflitto. Nonostante i suoi contatti con entrambe le capitali, il Vaticano non ha quindi alcun mandato per condurre i negoziati di pace.

 

L’arcivescovo Gallagher ha tuttavia sottolineato che Leone XIV gli aveva chiesto personalmente di evidenziare la dimensione umanitaria del conflitto. Il Papa auspicava in particolare la prosecuzione della missione del cardinale Zuppi, il cui ritorno a Mosca era già in fase di valutazione.

 

Il Patriarcato di Mosca esprime le proprie rimostranze

Il viaggio dell’arcivescovo Gallagher ha avuto anche una significativa dimensione religiosa. Il 25 agosto, il rappresentante della Santa Sede ha incontrato il metropolita Antonio di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca. Il metropolita Antonio è succeduto al metropolita Ilarione, precedente interlocutore chiave di Roma, nel 2022.

 

Durante l’incontro, i rappresentanti della Chiesa ortodossa russa hanno denunciato le misure adottate dalle autorità ucraine contro la Chiesa ortodossa ucraina, storicamente legata al Patriarcato di Mosca. Hanno menzionato in particolare le restrizioni imposte alle sue istituzioni e i procedimenti legali avviati contro alcuni dei suoi funzionari.

 

La questione è entrata anche nella sfera politica. Dopo l’incontro con l’arcivescovo Gallagher, Sergej Lavrov ha dichiarato che il diplomatico vaticano aveva riconosciuto la natura preoccupante della situazione religiosa in Ucraina e aveva promesso di riferire tali preoccupazioni a Kiev. Questa versione dei fatti, resa pubblica dal ministro russo, non è stata tuttavia confermata in questi termini dalla Santa Sede.

 

Questa questione complica ulteriormente i rapporti tra Mosca e Kiev, in un contesto in cui le affiliazioni ecclesiastiche e le lealtà nazionali sono diventate un elemento centrale del conflitto. I rapporti tra Roma e il Patriarcato russo rimangono tesi da quando il Patriarca Kirill ha pubblicamente appoggiato l’intervento militare russo. Tuttavia, il continuo contatto con il Metropolita Antonio dimostra che la Santa Sede non intende interrompere il dialogo con Mosca.

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I cattolici di Russia, un altro tema in gioco nel viaggio

La missione del vescovo Gallagher non si è limitata ai colloqui diplomatici. Il 27 agosto, il prelato ha incontrato sacerdoti, monaci e suore provenienti dalla Russia, prima di celebrare la messa nella Cattedrale dell’Immacolata Concezione a Mosca, alla presenza dei vescovi cattolici del Paese.

 

Egli trasmise ai fedeli l’incoraggiamento di Leone XIV, esortandoli a perseverare nella loro vita cristiana nonostante le difficoltà. La Chiesa cattolica rappresenta una piccola minoranza in questo vasto paese. È organizzata attorno all’Arcidiocesi della Madre di Dio a Mosca e alle diocesi di Saratov, Novosibirsk e Irkutsk.

 

Il vescovo Gallagher ha inoltre discusso con le autorità russe delle esigenze pastorali delle comunità cattoliche e delle loro attività caritative.

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Zuppi ritorna a Mosca con una missione più concreta.

Un mese dopo l’arcivescovo Gallagher, il cardinale Matteo Zuppi è giunto a Mosca il 28 settembre per una visita di tre giorni. Si è trattato del suo terzo viaggio nella capitale russa, dopo quelli di giugno 2023 e ottobre 2024. L’arcivescovo di Bologna, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, prosegue la missione umanitaria affidatagli da papa Francesco nel 2023 ed espressamente confermata dapapa Leone XIV.

 

Prima del suo arrivo, il cardinale aveva spiegato all’agenzia di stampa russa TASS che il suo mandato riguardava i bambini separati dalle loro famiglie, gli scambi di prigionieri e le questioni relative ai civili. Il cardinale aveva chiarito che la Santa Sede stava esaminando le richieste di entrambe le parti. Pertanto, non si trattava solo di garantire il ritorno dei cittadini ucraini, ma anche di agevolare alcune procedure riguardanti prigionieri o civili russi.

 

Migliaia di prigionieri in attesa

Durante un precedente viaggio in Ucraina, nel mese di luglio, il cardinale Zuppi ha incontrato i familiari di militari e civili detenuti in Russia. In particolare, gli hanno chiesto di adoperarsi per la liberazione di tutti i prigionieri di guerra detenuti da entrambe le parti, secondo il principio «tutti per tutti».

 

Secondo le stime presentate al cardinale e riportate da Vatican News, circa 7.000 ucraini sono detenuti in Russia, a fronte di circa 4.000 russi detenuti in Ucraina. Queste cifre, basate su informazioni raccolte durante la sua missione, non costituiscono un censimento indipendente ed esaustivo.

 

Il cardinale aveva visitato anche un centro di detenzione nella regione di Leopoli, dove erano reclusi soldati russi. Le famiglie ucraine speravano che potesse fare lo stesso per i loro parenti detenuti in Russia.

 

Il 30 settembre, la loro richiesta è stata parzialmente accolta: il cardinale ha potuto visitare un centro di detenzione che ospita prigionieri di guerra ucraini. Ha parlato con alcuni di loro e ha trasmesso un messaggio di solidarietà da parte di Papa Leone XIV. Accompagnato dal Nunzio Apostolico in Russia, l’Arcivescovo Giovanni d’Aniello, ha espresso la speranza che questa visita possa favorire ulteriori scambi.

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Bambini, persone scomparse e civili di Kursk

A Mosca, il cardinale Zuppi ha incontrato Yuri Ushakov, nonché diversi funzionari russi responsabili di questioni umanitarie, tra cui Maria Lvova-Belova, commissaria presidenziale per i diritti dei minori, e Yana Lantratova, presentata come responsabile per i diritti umani.

 

Le discussioni si sono concentrate sui prigionieri militari e civili, sulla ricerca delle persone scomparse e sul ritorno dei minori separati dalle loro famiglie. Il cardinale ha chiesto l’accelerazione delle procedure di verifica per il ricongiungimento familiare. Tali procedure richiedono l’accertamento dell’esatta situazione dei minori coinvolti, del loro luogo di residenza e delle possibilità di un loro ritorno alle famiglie.

 

Durante i colloqui si è discusso anche della situazione dei civili russi sfollati a causa delle operazioni militari ucraine nella regione di Kursk. Mosca desidera in particolare verificare che le persone colpite siano riuscite a tornare a casa. L’ambasciatore russo presso la Santa Sede, Ivan Soltanovsky, ha accolto con favore la visita del cardinale, pur sottolineando le difficoltà legali e pratiche che un eventuale scambio di prigionieri civili comporterebbe.

 

Al termine della missione, non è stato reso pubblico alcun nuovo accordo generale.

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Leone XIV si è confrontrato con i limiti della diplomazia papale

Quando papa Francesco ha affidato al cardinale Zuppi la sua prima missione nel maggio 2023, l’obiettivo era ancora quello di esplorare le vie per risolvere il conflitto. L’arcivescovo di Bologna si è recato successivamente a Kiev, Mosca, Washington e Pechino. Ma le posizioni delle parti in conflitto ridussero rapidamente le prospettive di mediazione. Volodymyr Zelens’kyj, in particolare, ha respinto qualsiasi iniziativa che non tenesse conto delle condizioni poste dall’Ucraina.

 

I colloqui hanno assunto quindi una piega più concreta. Nell’ottobre del 2024, durante il suo secondo viaggio a Mosca, Zuppi ha affrontato già i temi dello scambio di prigionieri, del rimpatrio dei soldati feriti, della restituzione delle salme e del ricongiungimento dei bambini con le loro famiglie. Le autorità russe avrebbero poi riconosciuto il ruolo svolto dalla Santa Sede in alcune operazioni umanitarie, in particolare nel rimpatrio dei soldati feriti.

 

Due anni dopo, Leone XIV ha cercato di ampliare questo margine di manovra ristabilendo contatti diplomatici di alto livello, senza tuttavia abbandonare le iniziative intraprese dal suo predecessore. Il contrasto tra l’accoglienza riservata all’arcivescovo Gallagher e al cardinale Zuppi e la mancata risposta all’offerta di mediazione di Roma è, tuttavia, rivelatore. Mosca ha accettato i buoni uffici del Vaticano su questioni specifiche, ma non riconobbe alcun ruolo per la definizione di una soluzione politica.

 

La diplomazia papale aveva ristabilito i contatti con i suoi interlocutori russi; era ancora in attesa che questi aprissero le porte ai negoziati.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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Spirito

Ruffec, 15 nuove postulanti presso le Suore della FSSPX

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Il noviziato delle Suore della Fraternità accoglie un numero eccezionale di candidate alla vita religiosa.   Il 14 settembre è il grande giorno dell’arrivo dei postulanti nei nostri noviziati nell’emisfero settentrionale.   Il noviziato di lingua francese di Ruffec accoglie quest’anno 15 postulanti: 9 francesi, 2 tedesche, 2 svizzere, 1 polaccoa e 1 slovena. Il numero totale di aspiranti al noviziato di Ruffec sale così a 26 (per un totale di 41 nei nostri tre noviziati). Deo gratias!   La crociata per le vocazioni sta dando i suoi frutti e rendiamo grazie per queste anime generose che bussano alla porta della congregazione, desiderose di donarsi totalmente a Dio nella vita religiosa.   Il raccolto è abbondante, le richieste di fondazioni continuano a moltiplicarsi sia in Francia che all’estero, e preghiamo fervidamente affinché molte altre anime rispondano alla chiamata di Dio!   Nello stesso mese, il 2 settembre, Nostro Signore ha chiamato a sé una delle nostre novizie del noviziato di Pilar, in Argentina: Suor Maria Luz, di 22 anni, che è morta improvvisamente per un attacco di cuore. Questa novizia generosa e gioiosa si stava preparando a emettere i voti di lì a pochi mesi. Mentre continuiamo a pregare per lei, le affidiamo le nostre novizie!   Le Suore della Società di San Pio X     Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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