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Sorveglianza

ID digitali, «una strada digitale verso l’inferno»: verso violazioni gravi e irreversibili dei diritti umani

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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Gli autori di un rapporto del Center for Human Rights and Global Justice della New York University sui sistemi di identità digitale hanno messo in guardia dalle violazioni «gravi e potenzialmente irreversibili» dei diritti umani e hanno sostenuto un dibattito aperto «con piena trasparenza e coinvolgendo tutte le parti interessate».

 

 

Gli autori di un nuovo rapporto sui sistemi di identità digitale hanno avvertito che «le violazioni dei diritti umani effettive e potenziali derivanti dal modello di ID digitale possono essere gravi e potenzialmente irreversibili».

 

Il rapporto di 100 pagine — «Paving the Road to Hell? A Primer on the Role of the World Bank and Global Networks in Promoting Digital ID» — pubblicato dal Centro per i Diritti Umani e la Giustizia Globale della New York University (NYU) ha esortato le organizzazioni per i diritti umani a prestare attenzione alle minacce poste da una spinta globale per gli ID digitali.

 

I ricercatori della NYU hanno affermato che molti sostenitori — tra cui la Banca Mondiale — definiscono gli ID digitali come un mezzo per raggiungere una maggiore inclusività e sostenibilità ambientale quando, in realtà, è probabile che tali sistemi facciano esattamente il contrario.

 

Secondo il rapporto, l’ID digitale è stato travestito da «inarrestabile gigantesco e inevitabile segno distintivo della modernità e dello sviluppo nel XXI secolo», facendo sì che le voci dissenzienti fossero «cancellate come luddisti e ostacoli al progresso».

 

Gli autori hanno sostenuto un dibattito aperto «con piena trasparenza e coinvolgendo tutte le parti interessate», compresi i più emarginati e più vulnerabili.

 

Gli autori, tra cui Christiaan van Veen, L.L.M., consulente speciale per le nuove tecnologie e i diritti umani presso le Nazioni Unite, hanno esortato la comunità dei diritti umani e le organizzazioni della società civile a garantire che le decisioni globali sull’adozione di sistemi di identificazione digitale non siano prese in fretta ma si basino su «prove e analisi serie».

 

Laddove i sistemi di identificazione digitale minacciano i diritti umani, hanno detto i ricercatori della NYU, tali sforzi dovrebbero essere «fermati del tutto».

 

 

Chi ci guadagna davvero?

«I governi di tutto il mondo hanno investito molto nei sistemi di identificazione digitale, spesso con componenti biometriche», hanno affermato gli autori in una dichiarazione.

 

I sistemi di identificazione digitale che spesso raccolgono dati biometrici — come impronte digitali, iride o altro riconoscimento delle caratteristiche facciali — vengono adottati per sostituire o integrare i sistemi di identificazione governativi non digitali.

 

Secondo un rapporto speciale di Access Now, in India nell’ottobre 2021, i sistemi di identificazione digitale — o «Big ID programs» come li chiamava Access Now — sono spinti da un mercato di attori che vendono e traggono profitto dai sistemi e dalle infrastrutture di identificazione digitale, spesso mettendo in pericolo i diritti umani delle persone che ne dovrebbero beneficiare.

 

I ricercatori della NYU sono giunti alla stessa conclusione:

 

«La rapida proliferazione di tali sistemi è guidata da un nuovo consenso di sviluppo, confezionato e promosso da attori globali chiave come la Banca Mondiale, ma anche da governi, fondazioni, fornitori e società di consulenza».

 

I sostenitori dell’ID digitale sostengono che i sistemi possono contribuire all’inclusività e allo sviluppo sostenibile, con alcuni che arrivano a considerare l’adozione di sistemi di ID digitale un prerequisito per la realizzazione dei diritti umani.

 

Ma i ricercatori della NYU hanno affermato di ritenere che l’«obiettivo finale» dei sistemi di identificazione digitale sia quello di «facilitare le transazioni economiche e la fornitura di servizi nel settore privato, portando anche nuovi individui, più poveri, nelle economie formali e «sbloccando» i loro dati comportamentali».

 

«Le promesse di inclusione e fiorenti economie digitali potrebbero apparire affascinanti sulla carta», hanno detto i ricercatori, «ma i sistemi di identificazione digitale non sono sempre riusciti a mantenere queste promesse in situazioni del mondo reale, soprattutto per i più emarginati».

 

Gli autori hanno aggiunto:

 

«In effetti, stanno emergendo prove da molti paesi, in particolare il mega progetto di ID digitale Aadhaar in India, delle gravi e su larga scala violazioni dei diritti umani legate a questo modello. Questi sistemi possono infatti esacerbare forme preesistenti di esclusione e discriminazione nei servizi pubblici e privati. L’uso delle nuove tecnologie può inoltre portare a nuove forme di danno, tra cui l’esclusione biometrica, la discriminazione e i molti danni associati al “capitalismo della sorveglianza“».

 

I vantaggi dell’uso dell’ID digitale sono «mal definiti» e «scarsamente documentati», hanno detto gli autori della NYU.

 

«Dalle prove esistenti, sembra che coloro che ne trarranno i maggiori benefici potrebbero non essere quelli «lasciati indietro», bensì un piccolo gruppo di aziende e governi», hanno scritto.

 

E aggiungono:

 

«Dopotutto, dove i sistemi di identificazione digitale tendono a eccellere è nella generazione di contratti redditizi per le aziende di biometria e nel miglioramento delle capacità di sorveglianza e controllo della migrazione da parte dei governi».

 

 

Più danno che beneficio, soprattutto per i più emarginati del mondo

Gli autori hanno fatto quattro cose nella loro relazione.

 

In primo luogo, hanno esaminato l’impatto dei diritti umani dei sistemi nazionali di identificazione digitale e hanno sostenuto che un’analisi costi-benefici dei sistemi di identificazione digitale suggerisce che fanno più male che bene, soprattutto per gli individui più emarginati del mondo.

 

«Attraverso l’abbraccio delle tecnologie digitali, la Banca Mondiale e una più ampia e globale rete di attori ha promosso un nuovo paradigma per i sistemi di identificazione che dà la priorità a ciò che chiamiamo “identità economica”», hanno scritto gli autori.

 

E aggiungono:

 

«Questi sistemi si concentrano sull’alimentazione delle transazioni digitali e sulla trasformazione degli individui in dati tracciabili. Spesso ignorano la capacità dei sistemi di identificazione di riconoscere non solo che un individuo è unico, ma che hanno uno status giuridico con diritti associati.

 

«Tuttavia, i sostenitori hanno occultato questo nuovo paradigma nel linguaggio dei diritti umani e dell’inclusione, sostenendo che tali sistemi aiuteranno a raggiungere più obiettivi di sviluppo sostenibile».

 

Gli autori hanno aggiunto:

 

«Come le strade fisiche, i sistemi nazionali di identificazione digitale con componenti biometriche (sistemi di identificazione digitale) sono presentati come l’infrastruttura pubblica del futuro digitale.

 

«Eppure queste particolari infrastrutture si sono dimostrate pericolose, essendo state collegate a gravi e diffuse violazioni dei diritti umani in una serie di paesi in tutto il mondo, colpendo i diritti sociali, civili e politici».

 

 

Dare priorità all‘ «identità economica»

Successivamente, i ricercatori hanno esaminato come è nata un’agenda di «identificazione per lo sviluppo» guidata da più attori globali.

 

Hanno discusso il sistema di identificazione digitale chiamato Aadhaar che è attualmente in fase di sperimentazione da parte del governo dell’India e il sistema di identificazione digitale promosso dalla Banca Mondiale — Identificazione per lo Sviluppo, comunemente chiamato l’Iniziativa ID4D.

 

L’Iniziativa ID4D trae ispirazione dal sistema di identificazione digitale Aadhaar molto criticato in India.

 

Nel sistema Aadhaar, agli individui volontari viene assegnato un numero casuale di 12 cifre dalla Unique Identification Authority of India — autorità statutaria sostenuta dal governo dell’India — che stabilisce l’«unicità» degli individui con l’aiuto di tecnologie demografiche e biometriche.

 

Questo modello di ID digitale, hanno detto gli autori del rapporto della NYU, è pericoloso perché dà la priorità a una «identità economica» per un individuo.

 

Il modello non riguarda solo l’identità di un individuo, ha confermato Joseph Atick, Ph.D., presidente esecutivo dell’influente ID4Africa, una piattaforma in cui i governi africani e le principali aziende nel mercato dell’ID digitale si incontrano.

 

Si tratta delle loro interazioni economiche, ha detto Atick.

 

Il modello ID4D «abilita e interagisce con piattaforme di autenticazione, sistemi di pagamento, firme digitali, condivisione dei dati, sistemi KYC, gestione del consenso e piattaforme di distribuzione settoriali», ha annunciato Atick all’inizio dell’incontro annuale di ID4Africa 2022 a metà giugno, presso il Palais de Congrès di Marrakech, in Marocco.

 

Gli autori del rapporto NYU hanno criticato questo modello:

 

«L’obiettivo, quindi, non è tanto l’identità quanto l’identificazione. I tre processi interconnessi di identificazione, registrazione e autorizzazione sono un esercizio di potere.

 

«Attraverso questo processo, un attore riconosce o nega gli attributi di identità di un altro attore. Gli individui possono essere responsabilizzati attraverso il processo di identificazione, ma tali sistemi sono stati a lungo utilizzati per lo scopo opposto: negare i diritti a determinati gruppi ed escluderli».

 

In terzo luogo, gli autori hanno valutato i dettagli essenziali di come la Banca Mondiale e la sua rete di sostenitori dei sistemi di identificazione digitale hanno lavorato per implementare un’agenda di «identificazione per lo sviluppo» in tutto il mondo.

 

Hanno spiegato come funzionano il finanziamento e la governance dell’Iniziativa ID4D e hanno affermato che la Banca Mondiale e i suoi partner aziendali e governativi stanno «producendo consenso» presumendo che il passaggio a un modello di ID digitale sia inevitabile, desiderabile e necessario per il progresso umano.

 

Ma questo «consenso costruito» manca di una base, hanno detto.

 

«Raramente vengono fornite prove concrete e solide dei presunti benefici associati ai sistemi di ID digitale, si afferma semplicemente che l’ID digitale porterà all’inclusione e allo sviluppo», hanno scritto gli autori.

 

 

3 passi che i sostenitori della privacy possono intraprendere

Infine, gli autori hanno delineato ciò che le organizzazioni per i diritti umani e altri attori della società civile possono fare evidenziando tre modalità di azione:

 

  • «Non così in fretta!» Le organizzazioni possono richiedere che l’adozione governativa di sistemi di identificazione digitale non sia affrettata.

 

Gli autori scrivono:

 

«Prima che qualsiasi sistema di identificazione digitale nuovo o potenziato venga implementato a livello nazionale, è fondamentale stabilire una base di prove e adottare tutte le misure necessarie per anticipare e mitigare in anticipo eventuali danni. Gli studi di base, la ricerca sul contesto specifico, le analisi costi-benefici, le analisi del rapporto costi-benefici e le valutazioni d’impatto sono necessari e dovrebbero essere richiesti in ogni fase del processo».

 

  • «Rendetelo pubblico». La progettazione e la possibile attuazione di un sistema di identificazione digitale devono essere discusse approfonditamente in sedi democratiche, compresi i media pubblici e il Congresso o i parlamenti. «Le organizzazioni della società civile dovrebbero esigere l’apertura per quanto riguarda i piani, le gare d’appalto e il coinvolgimento dei governi stranieri e delle organizzazioni internazionali».

 

  • «Siamo tutti azionisti». Mentre la Banca Mondiale si presenta come un consulente rispettato per i governi a cui dovrebbe essere permesso di plasmare e creare le politiche di identificazione digitale dei governi, è solo un attore. «È importante rendersi conto», hanno scritto gli autori, «che, alla fine, tutti hanno un interesse nei sistemi di identificazione, digitali o meno, che sono essenziali per riconoscere gli individui e attuare i loro diritti umani».

 

E aggiungono:

 

«Sempre più organizzazioni ed esperti stanno iniziando a confrontarsi con la rapida diffusione dell’ID digitale in tutto il mondo, dalle organizzazioni per i diritti digitali ai gruppi che rappresentano le persone con disabilità e dagli esperti che lavorano sui diritti sociali ed economici agli economisti dello sviluppo».

 

«Man mano che questa gamma di organizzazioni cresce, sarà fondamentale condividere esperienze, imparare gli uni dagli altri e coordinare la difesa».

 

 

Le alleanze per i diritti umani possono «reinventare» il «futuro digitale»

Secondo il rapporto, le alleanze multidisciplinari e geograficamente diverse possono non solo aiutare a garantire che i sistemi di identificazione digitale non vengano implementati «nei modi dannosi descritti in questo primer», ma possono anche «aiutare a reinventare come potrebbe apparire il futuro digitale senza il particolare modello di sistemi di identificazione promosso dalla Banca Mondiale e da altri».

 

«Poiché i sistemi di identificazione digitale stanno determinando la forma dei governi e delle società mentre ci precipitiamo nell’era digitale, le domande sulla loro forma e progettazione — e la loro stessa esistenza in primo luogo — sono critiche» scrivono gli autori.

 

«Quali visioni alternative possiamo offrire per salvaguardare meglio i diritti umani e preservare i guadagni di innumerevoli anni di lotta per migliorare il riconoscimento e l’istituzionalizzazione dei diritti?»

 

«Quando riuniamo attori che vogliono una società in cui i diritti umani di ogni individuo e gruppo siano protetti, che tipo di sistemi di identificazione digitale potremmo immaginare? In che modo i sistemi di identificazione digitale potrebbero essere progettati per promuovere veramente il benessere umano?»

 

«In che modo questa visione alternativa, che soddisfa i diritti, differisce dall’identità economica e transazionale descritta qui, come promossa dalla Banca Mondiale e da altri? In effetti, avremmo mai digitalizzato i sistemi di identificazione?»

 

Gli autori non hanno fornito risposte a queste domande.

 

Piuttosto, miravano a «riunire l’eccellente lavoro che i nostri partner, colleghi e altri hanno instancabilmente intrapreso in tutto il mondo» e facilitare la collaborazione «per garantire che il futuro dell’ID digitale rafforzi, anziché compromettere, il godimento dei diritti umani».

 

 

Suzanne Burdick

Ph.D.

 

 

Traduzione di Alessandra Boni.

 

 

© 22 luglio 2022, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

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Cina

Xi manda i carri armati in strada durante la protesta antilockdown. Silenzio assoluto dei media mainstream

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Diversi carri armati militari hanno attraversato le strade della Cina mentre Pechino intensificava la sua repressione contro i manifestanti che protestavano contro la politica zero-COVID del presidente Xi Jinping.

 

Lo riporta, praticamente unica testata maggiore al mondo, il britannico Daily Mail. Al momento in cui scriviamo, infatti, praticamente nessuna testata internazionale o nazionale sta pubblicando articoli e servizi su questo segno inquietante, che potrebbe aver portata storica.

 

Un video mostra un flusso costante di carri armati che attraversano la città orientale di Xuzhou lunedì notte.

 

 

Il pensiero va immediatamente al tragico 1989 della strage di Piazza Tiananmen nel 1989, dove centinaia – qualcuno dice migliaia – di manifestanti cinesi furono uccisi dai soldati sui carri armati mandati a reprimere la rivolta popolare dal presidente Deng Xiaoping.

 

Come illustrato da altri video postati da Renovatio 21 nei precedenti articoli, i funzionari del Partito Comunista di Xi hanno intensificato la repressione dei manifestanti, con agenti di polizia, taluni in borghese, che arrestano e trascinano via manifestanti.

 

La Repubblica Popolare si trova in uno stato di agitazione sconosciuto al Paese, quantomeno dal fatale 1989.

 

La miccia di questa rivolta – pacifica e massiva – sarebbero stati gli oltre quaranta morti in un condominio quarantenato a Urumqi nella regione nordoccidentale dello Xinjiang: scoppiato l’incendio, gli abitanti non hanno potuto fuggire, perché la politica di lockdown cinese usa sigillare le porte dall’esterno (sì). Tra i periti nella strage di Urumqi vi sarebbe anche un bambino di 3 anni.

 

Vi è tuttavia un altro motivo per l’improvvisa accelerazione delle proteste, sostengono alcuni: i mondiali di calcio, dove il pubblico sugli spalti pare libero e – addirittura – privo di mascherine. È è stato riportato che la TV cinese sostituisce le inquadrature sul pubblico della diretta delle partite con primi piani di giocatori e allenatori.

 

Anche la visione del pubblico in Qatar, insomma, potrebbe aver contribuito: ricordiamo che, come riportato, che vi sarebbero stati la scorsa settimana 412 milioni di cinesi in lockdown.

 

Nonostante la repressione poliziesca in aumento esponenziale, alcuni manifestanti stanno continuando le manifestazioni, di fatto sfidando l’autorità centrale di Xi e del Partito Comunista Cinese.

 

A Shanghai, circa sei agenti di polizia sono visibili in un video mentre circondano un manifestante, che si sente gridare aiuto. Si vede il manifestante che cerca di impedire agli agenti di arrestarlo, ma senza successo mentre lo trascinano via. Intorno scoppia il caos, con altri cittadini che vengono strattonati dalle forze dell’ordine per essere catturati.

 

 

Nella città nord-orientale di Jinan, un gruppo di manifestanti si è scontrato con agenti nella classica tuta bianca anticontaminazione. I manifestanti sollevano le transenne e le lanciano contro il posto di blocco.

 

 

Decine di agenti di polizia che indossavano tute ignifughe ed enormi scudi di plexyglass sono stati avvistati ieri sera anche nella città meridionale di Guangzhou, mentre cercavano di frenare le proteste rabbiose della popolazione sfinita dal lockdown e dalle menzogne del potere centrale.

 

 

Nessuno può sapere ora cosa accadrà. La protesta, che pare immensa e determinata, non può avere una vera traduzione politica nell’attuale establishment: e ciò è vero, ricordiamolo, non solo per la Cina comunista, ma anche per l’Italia, gli USA, la Germania, la Francia, il Canada, il Brasile, la Nuova Zelanda, e ogni altro Paese, dove le oceaniche proteste anti restrizioni pandemiche sono state ignorate dalla classe politica.

 

Se pensiamo a Tienan’men, dobbiamo pensare a come andarono le cose nel profondo. Nonostante l’eccidio infame, testimoniato in diretta dagli sconvolti reporter  internazionali, nessuna vera azione di contenimento fu fatta contro la Cina, che la passò liscia. Anzi: le fu permesso di divenire protagonista economica della scena mondiale. (Esattamente come sta accadendo alla Russia ora. No?)

 

 

All’epoca del bagno di sangue nella grande piazza pechinese, al potere c’era Deng Xiaoping, il quale – diciamola, al momento, così – non dispiaceva all”élite mondialista, sia per la liberalizzazione dell’economia («arricchirsi è glorioso», era il motto del Paese sotto la sua presidenza) sia, cosa da non scordare mai, perché un decennio prima, convinto da emissari del Club di Roma di Aurelio Peccei, aveva abbracciato la politica del figlio unico, cioè controllo della riproduzione umana e aborti forzati di massa.

 

Dietro ai carrarmati bloccati dal mitico omino con le borse della spesa – una delle immagini più epiche e struggenti di tutti i tempi – non c’era solo l’esercito cinese e il potere di Pechino, ma l’intero Ordine Mondiale che doveva fare della Cina il principale strumento economico e biopolitico del suo progetto, che include la deindustrializzazione dell’Occidente via delocalizzazione asiatica, la conseguente disintegrazione della classe media, e la creazione di uno Stato di sorveglianza totalitaria bioelettronica da cui attingere per i sistemi di ogni Paese e del futuro governo mondiale.

 

È passato del tempo, ma le cose non sono cambiate. Apple limita l’uso di AirDrop nella popolazione cinese proprio nei giorni della protesta, Zuckerberg (il cui prodotto è proibito in Cina) impara il cinese e fa trovare la biografia di Xi Jinping in bella mostra sulla sua scrivania, tutte le realtà maggiori, da Disney all’NBA, paiono inchinarsi dinanzi al Dragone incuranti di questioni di diritti umani che pure predicano ovunque, il clan Biden sarebbe implicato in numerosi affari milionari con la Cina, con tanto di crassa ammissione TV di un economista di Pechino.

 

 

No, la Cina non ha ancora esaurito il suo ruolo di cavallo del Nuovo Ordine Mondiale.

 

Tuttavia, per quanto improbabile, ecco che qualcosa potrebbe mettersi di traverso: il popolo cinese.

 

Che è stato schiavizzato, picchiato, controllato, abortito. Ma che rimane fatto di esseri umani, la cui volontà unita può qualsiasi cosa: persino capovolgere il disegno storico e metastorico della Cultura della Morte.

 

Ecco perché Xi sta mandando in strada i carrarmati. Noi, invece, mandiamo al popolo cinese le nostre preghiere.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Immagine screenshot da Twitter

 

 

 

 

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Pensiero

L’amnistia post-COVID e la nuova stagione di restrizioni pandemiche

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Renovatio 21 pubblica il comunicato del Comitato Internazionale per l’Etica della Biomedicina (CIEB). Le opinioni dei testi pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Il CIEB prende atto della rassegnazione mostrata da una parte degli italiani di fronte alle notizie che sembrano riaprire, a distanza di otto mesi dalla fine apparente dell’emergenza sanitaria, la stagione delle restrizioni pandemiche.

 

In questo senso vanno anzitutto ricordate, sul piano internazionale, le proposte del G20 di Bali volte a subordinare gli spostamenti transfrontalieri all’adozione di «soluzioni digitali e (…) non digitali, inclusa la prova delle vaccinazioni», nonché a «capitalizzare (il) successo degli standard esistenti e dei certificati digitali COVID-19» in vista della creazione di «reti sanitarie digitali globali» destinate a «rafforzare la prevenzione e la risposta a future pandemie». (1)

 

Dette proposte recepiscono di fatto, a livello di vertice politico, l’auspicio verso la cristallizzazione dello strumento di controllo denominato green pass, vero obiettivo delle politiche di stampo totalitario sdoganate dal COVID. Ed è significativo rilevare che esse promanano da un organismo creato appositamente per favorire la globalizzazione dei mercati – e dunque gli interessi delle élite finanziarie transnazionali, più che gli interessi delle popolazioni da esso rappresentate – alla cui riunione ha partecipato anche il promotore del cosiddetto «World Economic Forum», ossia un soggetto che non riveste alcuna carica pubblica istituzionale.

 

Nello stesso senso si indirizza, sul piano nazionale, l’annuncio relativo all’adozione da parte del Ministero della Salute – dietro parere dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive «Lazzaro Spallanzani» di Roma – di nuove norme concernenti la quarantena dei «pazienti positivi asintomatici» (sic!) che, aumentando il grado di confusione in merito all’uso dei tamponi e delle mascherine FFP2, potrebbero di fatto agevolare l’ulteriore diffusione del virus e finire per aprire surrettiziamente la strada a nuove restrizioni e a ulteriori lockdown. (2)

 

Ancora più eclatante è, sul piano locale, la notizia secondo cui l’Ordine dei medici di Torino ha avviato, nei confronti degli iscritti che hanno scelto di non vaccinarsi, una indagine volta ad acquisire, tra l’altro, le «motivazioni del … rifiuto alla vaccinazione, la … posizione rispetto alle pratiche vaccinali tanto obbligatorie quanto facoltative», nonché le modalità con cui i medici in questione hanno garantito «la sicurezza e la prevenzione del contagio» nei rispettivi studi professionali, avvertendo al contempo che, in caso di mancata risposta al questionario d’indagine nel termine di 30 giorni dal suo ricevimento, «il procedimento proseguirà egualmente il suo corso». (3)

 

Queste dichiarazioni sembrano contraddire, in modo per molti inatteso, il clima di rilassatezza post-emergenziale diffusosi nelle scorse settimane e alimentato dagli appelli alla pacificazione nazionale – o «amnistia pandemica» – presentati da più parti e sotto varie vesti. (4)

 

Ma in realtà non c’è alcuna contraddizione: chi ha gestito l’affaire COVID non ha mai inteso concedere tregua alle sue vittime e, come dimostrano i fatti sopra citati, nella pacificazione nazionale può credere solo chi è incapace di cogliere la gravità sistemica di ciò che la gestione del COVID ha comportato, ossia il lampante inveramento di una forma di totalitarismo biopolitico globale, e chi ormai percepisce come nuova normalità la strategia dello stato di emergenza.

 

A fronte della diffusa rassegnazione di fronte a fatti di tale portata, una parte degli italiani sembra invece apprezzare le polemiche alimentate ad arte, da certa politica e da certi media, in merito alle dichiarazioni del Sottosegretario alla Salute concernenti i cosiddetti vaccini anti-COVID.

 

Lungi dal costituire rivelazioni di chissà quale portata, le dichiarazioni in questione si sono limitate a rilevare l’assenza di certezze scientifiche relative all’efficacia e alla sicurezza dei «vaccini» in questione – in ciò allineandosi alle dichiarazioni rese dalla stessa Pfizer appena poche settimane prima – e non fanno altro che ricordare una verità affermata a chiare lettere dalla normativa europea che ha autorizzato in via condizionata l’immissione in commercio dei farmaci sperimentali definiti «vaccini»: verità che i pareri del CIEB ribadiscono da più di un anno. (5)

 

Sulla base di queste considerazioni, il CIEB:

 

  • pur consapevole della diffusa esigenza di dimenticare più di due anni di paure e frustrazioni, raccomanda vivamente ai cittadini di non abbassare la guardia nel momento in cui dall’Italia e dall’estero giungono chiari segnali di consolidamento dei meccanismi di soggiogamento instaurati in forza della cosiddetta pandemia, di cui è già stata annunciata l’estensione alle nuove emergenze climatiche, ambientali ed energetiche;

 

  • invita le autorità competenti – e in particolare la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero della Salute, l’Istituto Superiore di Sanità e l’Agenzia Italiana del Farmaco, anche al fine di salvaguardare la propria autorevolezza e la propria reputazione in campo scientifico – ad avviare quanto prima indagini volte a valutare la fondatezza e l’eticità delle misure adottate durante l’emergenza sanitaria e, se del caso, a censurare pubblicamente l’operato dei soggetti che, agendo in veste istituzionale, hanno tenuto comportamenti volti a ingenerare allarmismo e paura nei cittadini allo scopo di piegarli all’accettazione acritica di misure di prevaricazione e di soppressione dei diritti e delle libertà fondamentali.

 

 

CIEB

 

22 novembre 2022

 

 

Il testo originale del Parere è pubblicato sul sito: www.ecsel.org/cieb

 

 

 

NOTE

 

1) Cfr. https://www.g20.org/wp-content/uploads/2022/11/2022-G20-Bali-Update.pdf, nonché https://www.laverita.info/g20-green-pass-per-sempre-2658686775.html

2) Cfr. https://www.ilsole24ore.com/art/verso-l-addio-tamponi-dopo-5-giorni-si-uscira-casa-senza-bisogno-fare-test-AEE4a4GC.

3) Cfr., tra gli altri, https://www.laverita.info/parte-schedatura-medici-no-vax-2658723548.html;

4)  Cfr., per tutti, https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2022/10/covid-response-forgiveness/671879/.

5) Cfr. l’art. 4, n. 1, del regolamento della Commissione europea n. 507/2006 del 29 marzo 2006, relativo all’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata dei medicinali per uso umano che rientrano nel campo d’applicazione del regolamento (CE) n. 726/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio (in Guue n. L92 del 30 marzo 2022, pag. 6), secondo cui un’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata viene rilasciata «malgrado non siano stati forniti dati clinici completi in merito alla sicurezza e all’efficacia del medicinale» considerato.

 

 

 

 

Renovatio 21 offre questo testo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

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Guerra cibernetica

Centinaia di ex spie israeliane hanno ruoli di primo piano in Google, Facebook, Microsoft e Amazon

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Un  articolo della testata di giornalismo investigativo MintPressNews ha rivelato che centinaia di ex agenti dell’Intelligence militare israeliana hanno acquisito posizioni di influenza in diverse grandi società tecnologiche, tra cui Google, Facebook, Microsoft e Amazon.

 

Si tratta di ex agenti della famigerata Unità 8200, l’ufficio dell’Intelligence militare dello Stato ebraico dedicata alla guerra cibernetica. L’Unità 8200 è nota per «la sorveglianza della popolazione palestinese, accumulando kompromat su individui a scopo di ricatto ed estorsione» scrive MNP. «Spiando i ricchi e famosi del mondo, l’Unità 8200 ha fatto notizia lo scorso anno, dopo lo scoppio dello scandalo Pegasus», cioè l’emersione dell’esistenza di uno spyware potentissimo in grado di penetrare qualsiasi telefono, una vera arma cibernetica che la società israeliana vendo per il mondo. «Gli ex ufficiali dell’Unità 8200 hanno progettato e implementato un software che ha spiato decine di migliaia di politici e probabilmente ha contribuito all’uccisione del giornalista saudita Jamal Khashoggi» scrive il sito americano.

 

Studiando  i profili professionali su LinkedIn, MNP riferisce che Google attualmente impiegherebbe, come minimo, 99 ex agenti dell’Unità 8200, mentre Microsoft godrebbe dei servizi di 166 di questo tipo di veterani. L’autore dell’articolom,  Alan MacLeod, spiega questi numeri certamente sottovalutano la collaborazione tra queste grandi società tecnologiche e questa unità di intelligence israeliana poiché questi numeri non includono ex dipendenti o quelli senza account LinkedIn, o coloro che mantengono tali profili ma hanno obbedito alla legge militare israeliana che richiede loro di nascondere la loro affiliazione con questa unità speciale.

 

Esattamente come Jeffrey Epstein, sospettato di essere una spia dello Stato d’Israele che raccoglieva informazioni incriminanti su uomini potenti a scopo di estorsione, MacLeod spiega che l’Unità 8200 ha utilizzato «big data per compilare dossier su un numero enorme di popolazione domestica indigena [cioè, palestinese, ndr], inclusa la loro storia medica, vite sessuali e perquisire le storie, in modo che possa essere utilizzato per estorsioni in seguito».

 

Esattamente come il green pass, si tratta di un sistema di sorveglianza con ricadute potenti sulla vita dei cittadini. «Se un certo individuo avesse bisogno di attraversare posti di blocco per cure mediche cruciali, il permesso potrebbe essere sospeso fino a quando non si fosse conformato», scrive MacLeod. «Anche le informazioni come ad esempio se una persona tradisce il proprio coniuge o è omosessuale, sono usate come esca per il ricatto». Quello che in gergo dello spionaggio si definisce con una parola russa dei tempi del KGB, kompromat, cioè materiale compromettente.

 

Gli atti di oppressione commessi dall’Unità 8200 provocarono l’invio di una lettera aperta nel 2014 al Primo Ministro Benjamin Netanyahu da parte di un gruppo di 43 riservisti dell’unità israeliana. Nella missiva veniva notificato al premier e ad altri superiori militari che non avrebbero più prestato servizio in questo reggimento a causa di la sua «persecuzione politica» del popolo palestinese.

 

«Ci rifiutiamo di prendere parte ad azioni contro i palestinesi e rifiutiamo di continuare a servire come strumenti per rafforzare il controllo militare sui Territori occupati», hanno scritto i riservisti. «Il nostro servizio militare ci ha insegnato che l’Intelligence è parte integrante dell’occupazione militare israeliana sui territori».

 

È rilevante notare che i riservisti dissenzienti dell’Unità 8200 si sono opposti a trattare l’intera popolazione palestinese come nemica. «Non c’è distinzione tra palestinesi che sono e non sono coinvolti nella violenza», accusava la lettera. Tale sorveglianza aggressiva e completa da parte dell’esercito israeliano «danneggia persone innocenti», hanno affermato i riservisti. «È usato per la persecuzione politica e per creare divisioni all’interno della società palestinese reclutando collaboratori e guidando parti della società palestinese contro se stessa».

 

MacLeod dice quindi che «l’Unità 8200 è in parte un’organizzazione di spionaggio ed estorsione che utilizza il suo accesso ai dati per ricattare ed estorcere gli oppositori dello stato dell’apartheid». La considerazione di Israele come stato che implementa un’apartheid ha ripreso quota recentemente in America, con una collaboratrice (ebrea) della testata The Hill licenziata per averlo sostenuto.

 

«Il fatto che questa organizzazione abbia così tanti operatori (letteralmente centinaia) in posizioni chiave nelle grandi aziende tecnologiche a cui il mondo affida i nostri dati più sensibili (medici, finanziari, ecc.) dovrebbe essere motivo di grave preoccupazione. Ciò è particolarmente vero in quanto non sembrano distinguere tra i “cattivi” e il resto di noi. Per l’Unità 8200, a quanto pare, chiunque è un a possibile preda» continua il MacLeodo.

 

Secondo quanto rivelato da Edward Snowden nel 2013, l’NSA, l’agenzia spionistica per intercettazioni e guerra cibernetica USA, condivide dati grezzi con l’Unità 8200, cosa che fa preoccupare: significa che l’unità militare israeliana analizza anche dati di cittadini americani o europei?

 

Nata decenni fa come agenzia per le intercettazione, l’Unità 8200 è un’unità di élite la cui partecipazione è ambita assai dai giovani informatici israeliani che devono fare i tre anni di servizio militare.

 

Sulla base delle competenze che ricevono da questo addestramento militare ad alta tecnologia, molti veterani continuano a godere di carriere redditizie nei campi tecnologici progettando app popolari come il servizio di mappe Waze e il servizio di comunicazione Viber. Secondo un libro popolare di storia dell’innovazione nello Stato di Israele, Startup Nation, l’immensa fortuna che il piccolo Paese mediterraneo ha nel mondo della tecnologia – con tanto di una sua Silicon Valley, chiamata «Silicon Wadi», dove fluiscono investimenti miliardari da America, Cina e da altrove – sarebbe proprio dovuta alla preparazione fornita dall’Unita 8200 ai suoi soldati, che poi la riversano nella creazione di aziende in grado di produrre software eccezionale.

 

Tuttavia qualcuno sostiene che tali aziende portino «l’esperimento di “sorveglianza” di Israele in Palestina» in un mondo più ampio. Uno dei motivi per cui i palestinesi sono soggetti a tale sorveglianza oppressiva è «perché sono i partecipanti inconsapevoli di un esperimento israeliano molto proficuo», scrive giornalista Ramzy Baroud.

 

In pratica, i sistemi di controllo testati sui palestinesi vengono venduti all’estero, esattamente come sta facendo la Cina con i suoi sistemi di sorveglianza sviluppati per sorvegliare la minoranza uigura e la propria stessa popolazione. Baroud osserva che tali esperimenti consentono alle aziende israeliane di promuovere la loro «sinistra “tecnologia di sicurezza” nel resto del mondo come “provata sul campo”, nel senso che sono state usate contro i palestinesi occupati».

 

Gli esperimenti israeliani includono l’implementazione della tecnologia di riconoscimento facciale «Blue Wolf» che, secondo il Washington Post è «tra le implementazioni più elaborate di tale tecnologia da parte di un Paese che cerca di controllare una popolazione sottomessa».

 

«Le persone si preoccupano delle impronte digitali, ma in questo caso dovete moltiplicare molte volte la cosa» ha detto un informatrice veterana dell’Unità 8200,  recentemente dimessa, motivata a parlare perché questi sistemi di sorveglianza sono una «totale violazione della privacy di un intero popolo».

 

I veterani dell’Unità 8200 continuano anche a lavorare in aziende come NSO Group, che secondo MacLeod è «un’azienda tecnicamente privata» composta principalmente da ex membri dell’unità.

 

Questa azienda ha creato un’«arma di sorveglianza informatica chiamata Pegasus che è stata utilizzata per intercettare più di 50.000 personalità di spicco in tutto il mondo, tra cui quasi 200 giornalisti, dozzine di difensori dei diritti umani e oltre 600 politici, tra cui il presidente francese Emmanuel Macron, iracheno Il presidente Barham Salih e il primo ministro pakistano Imran Khan. Come riportato da Renovatio 21, parrebbe che Pegasus sia stato usato dalla polizia israeliana contro lo stesso premier Netanyahu.

 

Un’altra azienda chiamata Toka è stata «fondata dall’ex ministro della difesa e primo ministro israeliano, Ehud Barak (che, en passant, ricordiamo essere legato a Jeffrey Epstein), con l’aiuto di un certo numero di ufficiali dell’Unità 8200», scrive MacLeod . Agendo efficacemente come «un gruppo di facciata per le operazioni di spionaggio del governo israeliano», questa tecnologia «può infiltrarsi in qualsiasi dispositivo connesso a Internet, inclusi Amazon echo, televisori, frigoriferi e altri elettrodomestici».

 

«Una terza società di spionaggio privata piena di laureati dell’Unità 8200 è Candiru», che secondo il giornalista è ritenuta responsabile degli attacchi malware osservati in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Singapore, Qatar e Uzbekistan.

 

L’articolista  scrive di aver cercato di vedere se «ex spie di paesi avversari come Russia, Venezuela o Iran» potessero essere identificate come assunte anche da queste grandi aziende tecnologiche e non è riuscito a trovarne nessuna nella sua ricerca.

 

MacLeod ha anche documentato come negli ultimi anni «le grandi aziende tecnologiche come Twitter, Facebook, Google, TikTok e Reddit abbiano assunto centinaia di spie dalla CIA, dalla NSA, dall’FBI, dai servizi segreti, dalla NATO e da altre agenzie di Intelligence».

 

Il fatto che l’Unità 8200 sia anche un’entità di reclutamento evidenzia ancora una volta una «relazione speciale» tra Israele e il governo degli Stati Uniti.

 

Più in generale, tali rivelazioni gettano un’ombra assai precisa sui grandi servizi elettronici che utilizziamo quotidianamente: come ogni elemento cibernetico, sono innanzitutto strumenti di sorveglianza e controllo, prima che servizi che ci facilitano la vita. A lavorare nei grandi gruppi tecnologici i cui servizi utilizzate tutti i giorni vi sono persone che hanno utilizzato i dati per sorvegliare e compromettere.

 

Inoltre, da queste storie apprendiamo quale possa essere la volontà profonda degli Stati, nonostante leggi sulla privacy nazionali o transnazionali (pensate al GDPR, che fa impazzire chiunque abbia un sito): controllare la popolazione per sottometterla, spiandola e financo ricattandola.

 

L’era informatica è un’era oscura: bisogna prenderne atto davvero.

 

 

 

 

 

Immagine CCo da Pexels

 

 

 

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