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Satira

Ho sognato che Klaus Schwab mi entrava in casa. Quando mi son svegliato c’era davvero

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Ho sognato che Klaus Schwab mi entrava in casa, e non capivo bene il perché. Era proprio lui: abito impeccabile, palpebra pesante, parlata tedesca caricaturale. Ma cosa ci faceva a casa mia? E cosa voleva?

 

Bisogna capire che una o due volte l’anno faccio sogni significativi, con i quali poi spesse volte tedio il lettore. A mia discolpa c’è il fatto che a volte pubblico pure i sogni delle lettrici di Renovatio 21. Perché i sogni sono importanti, e talvolta pieni di senso. Tutti lo sappiamo.

 

Non mi capita spessissimo un sogno come questo, un sogno VIP. Qualche anno fa, qualche tempo dopo la sua morte, sognai di George Bush senior, il quale mi passava due blister con un farmaco liquido verde e una puntina rossa. Mi ripeteva con che lui si era trovato bene, e sembrava sincero e onestissimo. Io portavo a casa il medicinale misterioso chiedendomi se fosse il caso di provarlo.

 

Una notte di fine estate 2019 sognai che incontravo Vladimir Putin, nel buio stellato del confine tra la Germania e la Russia, un confine che ovviamente nel mio sogno esisteva. Il presidente russo  era vestito con un giubbotto e stava appena fuori dalla dogana illuminata dai neon, per terra c’era nevischio e intorno a me sentivo i boschi e un’aria pungente ma non freddissima.

 

Era praticamente solo, non aveva guardie del corpo o altre persone nelle sue immediate vicinanze. Vedendolo, lo informavo subito delle mie intenzioni di fare una conferenza a Costabissara riguardo le sue supposte origini vicentine. Lui, che in qualche modo mi conosceva già (forse da sogni precedenti), diceva che era a conoscenza del mio progetto, e gli andava bene. Poi, con imbarazzo, gli facevo un’altra richiesta: in realtà, ero lì perché stavo facendo una potente maratona transnazionale, che finiva chissà dove in Siberia. Ero infatti in tenuta da corsa, e me ne rendevo conto lì per lì. Arrivato al confine d’Europa, mi rendevo conto di aver dimenticato il passaporto a casa (del problema del visto per la Russia, che tanto mi angustiava tutte le volte che vi sono andato, nel sogno non mi curavo).

 

Chiedevo quindi mestamente al presidente Putin se poteva fare qualcosa. Lui in silenzio fa un cenno di assenso, si alza e fa una telefonata con un telefono fisso qualche passo più in là. Torna indietro e mi dà in mano un tubetto di gomma, di quelli che si usano per alzare la macchina fotografica dal cavalletto: «Tieni questo». Con in mano questo oggetto miracoloso che era un lasciapassare per correre attraverso tutte le Russie e finire la maratona, ringraziavo e mi avviavo oltre il confine pensando che non avevo nemmeno dovuto sforzarmi di parlare in russo, in quanto il mio interlocutore parlava un italiano perfetto, e comunque, sentivo, già sapeva tante cose.

 

Ovviamente, la conferenza sul Putin costabissarese è un sogno che ora mai diverrà realtà: non voglio nemmeno pensare a cosa deve essere chiedere il permesso per un incontro del genere, sia pur nella cittadina dove diecine e diecine di famiglie si chiamano Putìn e non vedono l’ora che si sdogani una volta per tutte la loro parentela con lo Zar. Non voglio pensare alla quantità di forze dell’ordine, questura, celerini, DIGOS, SISDE, SISMI, COPASIR, CIA, FBI necessaria per una innocua baraccata come questa: e poi, le polemiche sui giornali, i lanci dei politici, le orde di badanti inferocite, o ancora peggio i loro nipoti tatuati-svasticati venuti dritti da Azovlandia peraltro senza pagare il pedaggio in autostrada.

 

Vi dirò di più: c’è un sottopassaggio che da Vicenza porta al Comune dei Putìn, funzionante da pochi mesi – ma lo hanno già imbrattato di insulti ebeti contro Putin e contro i russi in generale.

 

Ma vabbè, quelli sono altri sogni – dove, tuttavia, è bizzarro sia il comportamento dei VIP onirici, così come anche il mio, che non è quello che avrei nelle circostanze della veglia.

 

Eccomi quindi alle prese con il Klaus Schwab che mi entra in casa. È lì, in piedi che va avanti e indietro e si lamenta. Ha un completo blu impeccabile, che gli stringe un po’ il collo, la testa che gli esce fuori come un palloncino di carne fiappa, gli occhialini, il mento tecnicamente assente, la voce roca di un tedesco delle barzellette tipo fantasma formaggino. È proprio lui, mi dico: e mi rendo conto che per il sogno era perfettamente normale che fosse lì, anzi forse eravamo pure d’accordo. Ma mica mi ricordo perché: anzi, sono disturbato da questa invasione: insomma, il capo del World Economic Forum mi è entrato in casa! Ma che roba è?

 

Lo Schwabbo sembra sicuro di sé ma in realtà è nervosissimo, zompetta, si volta di scatto, parla e parla, si lamenta tantissimo: perché dicono che è svizzero quando invece lui è di Friburgo, ma in realtà è svizzero… E poi tutta ‘sta storia delle armi atomiche del Sudafrica dell’apartheid… le balle su sua madre, che di fatto con i Rothschild non c’entra proprio nulla… lui ha da fare, perché gli remano tutti contro? In realtà è come se stesse parlando fra sé, borbotta, si ringhia da solo.

 

Io son lì che lo guardo: ha la pelle più chiara del previsto, è come unta, madida di una sostanza riflettente. Il lucore epidermico emanato dal personaggio stride con il salotto buio, ma io sono assalito da un altro pensiero: e adesso, non è che mi tocca dargli da mangiare? Mi tocca davvero offrirgli qualcosa, chessò, un tè? Ma come è possibile che non sappia che detesto tutto quello che rappresenta? Com’è possibile che io debba rimanere calmo, anzi addirittura civile ed ospitale, quando ho Klaus Schwab che mi è entrato in casa? Ma che razza di sogno è?

 

Qui mi sveglio.

 

Grazie al cielo, lo Schwab in casa non c’è. O almeno, ad una prima occhiata sembra non esserci.

 

Ho di fianco a me mio figlio, che nel suo modo sonnambolico è sgattaiolato sotto le mie coperte nelle prime ore del mattino. Scatta il sospiro di sollievo. Per fortuna sono qui con la mia famiglia, e non con un petulante distruggitore della Civiltà umana. Fiuuu.

 

Quando è ora di far la colazione al bambino, mi viene in mente il primo flash: è il video che abbiamo pubblicato ieri con gli scolari olandesi che mangiano larve. Mio figlio mangia i cereali, per un momento posso allucinare che invece dei fiocchi tostati nel suo cucchiaio, con il latte, ci sono vermi e insetti – proprio come vuole il World Economic Forum.

 

Pizzicotto. Tranquillo. Sei a casa tua. Klaus non c’è: è solo un sogno. Fatti un caffè che ti passa.

 

Ecco, ho la mia bella tazza fumante, nel mio mug preferito, quello con il teschio de Il Punitore. Guardo fuori dal balcone le prime luci dell’alba, e vedo la mia macchina parcheggiata fuori. Penso che devo far benzina.

 

Bum, secondo flash: il WEF che vuole alzare ancora di più i prezzi del carburante per salvare la democrazia. Cambia canale, subito. Pensa a qualcos’altro, magari ad un’altra macchina. Ecco: inizio col dipingermi nella mente una bella Mustang nera, tuttavia poco dopo, non so come scivolo a pensare che è arduo oramai permettersi un’auto di per sé.

 

Bum, flash: «il World Economic Forum chiede l’abolizione della proprietà private della auto».

 

Pizzicotto. Pizzicotto. Non serve a niente: guardo l’ora sul telefono ma vedo sullo schermo i codici QR per le pompe di benzina in Sri Lanka. Mi torna su, come qualcosa di mal digerito, anche il discorso di Davos del premier Weckremesinghe, «come arricchirò il mio Paese entro il 2025».

 

Oramai la mente è difficile fermarla. Guardo le luci ma penso ai blackout, quelli che ci hanno promesso a Davos. Guardo il termostato sulla parete ma vedo i discorsi sul carbon tracking al World Economic Forum. Penso ad uscire a prendere una boccata d’aria, ma mi torna in mente l’articolo WEF in ode ai lockdown rispettati ubbidientemente da milioni di persone.

 

Bum. Bum. Bum.

 

Cosa vuoi fare, occupare la mente magari leggendo qualche notizia? Eccoti lo Schwab che ti parla di fusione di intelligenza umana e artificiale per censurare preventivamente la disinformazione.

 

Niente: Klaus è ovunque. Klaus c’è. Dappertutto.

 

Bisogna staccare: vai al PC, dai una prima occhiata rapida alla posta, guarda il meteo, ché devi capire se prendere o non l’ombrello per portare i bambini a scuola. Il computer si accende, tra le mille lucette delle ventole ignoranti con cui lo ho agghindato. Ecco, compare un logo… è quello di Windows. Microsoft. Bill Gates…

 

A questo punto non inizio neanche, è il caso di arrendersi. Parte della mia vita sta per passare attraverso i progetti di un comitato mondialista svizzero, e vabbè. Ma un’altra porzione non indifferente della mia esistenza arriva attraverso un software del grande nemico dell’umanità, il Billo – ed è così da decenni, da quando ancora faceva pubblicità di Windows 95 con la canzone Start me Up dei Rolling Stones. L’uomo che vaccina il mondo ha creato l’unico sistema operativo massacrato dai virus, per i quali – a questo punto ricordiamolo – la principale cura è un antivirus… russo. Il Kaspersky, che è, si dice, anche lui, come lo Zar di Costabissara, proveniente dal KGB

 

Resta il fatto che se vuoi lavorare devi pagare Gates. Accendi il tuo calcolatore personale, ti appare il magnate universale.

 

Siamo fottuti.

 

Vabbè, sapevamo già anche questo: ma che te lo dicano pure i sogni è un passo avanti che mica mi immaginavo.

 

Quel che voglio dire è che lo Schwabbo – come Gates – non è che se ne sta solo a Davos, e cala magari a Roma per incontrare in modo riservato il premier Draghi: Klaus Schwab ci è entrato in casa.

 

Proprio così: Klaus Schwab vi è entrato in casa. Anche a voi.

 

Datevi pure i pizzicotti: non è un sogno, non è un incubo, è l’amara realtà.

 

C’è qualcuno che vuole mettersi con noi a capire in quale modo possiamo mandarlo via? In campagna elettorale, i politici non ne hanno fatto parola. E sì che Klaus Schwab è entrato in casa anche a loro, alcuni anzi sono stati pure ospiti suoi, e la lista, dicono quelli che vorrebbero pubblicarla, sarebbe pazzesca, con migliaia e migliaia di nomi da tutto il mondo. Sono coloro che per conto di Klaus «penetrano» i governi (parole sue), perché probabilmente già penetrati dalle idee WEF.

 

Volevo chiudere l’articolo mostrando quel video satirico fatto l’anno scorso, quello con Schwab che sognava il futuro per tutti noi. C’è ancora l’articolo su Renovatio 21, ma non c’è il video, sparito da YouTube e dai social. Forse il Klaus se l’è presa e lo ha fatto togliere. Però anche lui: la prossima volta che deve entrarmi in casa, almeno abbia la decenza di telefonare, bussare, mettersi d’accordo. Magari darci pure qualcosa in cambio. Anzi, che idea: per ripagarci del disturbo domestico, che venga a fare da relatore alla grande conferenza sulle origini vicentine di Putin a Costabissara – visto che peraltro lo conosce bene.

 

Devo dire che, qualora accettasse e – nel mondo della veglia – me lo trovassi lì davanti all’auditorium comunale tra ucronazisti, piddini, badanti, e schiere di polizia antisommossa, non saprei quanto riuscire ad essere ospitale con lui.

 

Anche perché come organizzatore dell’evento, a differenza sua, mi rifiuterei di piazzare chip cerebrali al pubblico per capire cosa stanno pensando, che a lui son cose che piaccion tantissimo.

 

Al massimo mi darei ancora qualche pizzicotto, perché davvero la realtà che ha programmato per noi, e che stiamo già vivendo,  è un incubo.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

PS Fermi tutti ho ritrovato il vecchio video satirico sullo Schwab e il 2030. C’è poco da dire, è proprio un incubo. Il nostro incubo.

 

 

 

 

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Satira

Il vero significato del 5 maggio

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Il 5 maggio per molti è soprattutto la data più funesta della storia del Football Club Internazionale Milano, per qualche ragione chiamato Inter. Il 5 maggio 2002 la squadra nerazzurra, a digiuno di scudetti da tredici anni (cioè dai tempi dell’Inter dei Record di Trapattoni), doveva vincere lo scudetto: in classifica la squadra degli Agnelli era staccata di un punto, e l’ultima partita si sarebbe giocata all’Olimpico con la Lazio, squadra che era fuori dai giochi per la Champions e la cui tifoseria era amica di quella interista.

 

Finì invece che i laziali spinsero fino a vincere 4-2, con un crollo fisico e mentale netto dei giocatori ambrosiani – tra cui la coppia Vieri-Ronaldo, per non dire nulla dei tifosi rimasti a Milano per preparare il festone (chi scrive c’era, è testimone oculare).

 

Materazzi pianse. Sotto il Duomo scattò un’immane, repentina aria di lutto. Qualche anno dopo, scoppiò Calciopoli e la Juventus di Moggi fu retrocessa in B. Vabbè, è un’altra storia.

 

Tuttavia, il coro «5 maggio! 5 maggio!» ancora risuona negli stadi dalle curve degli avversari dell’Inter.

 

È che la data sa di sconfitta, per colpa in realtà del solito complotto massonico italiano. Il 5 maggio è la data della morte del distruttore dell’Europa e della cristianità, Napoleone Bonaparte.  Sull’appartenenza del corso alla Loggia esiste un rarissimo libro edito in Italia nel 1986 da Nardini, Napoleone imperatore e Massone, dello storico François Collaveri (1900-1989), massone marsigliese della Gran Loggia di Francia, con vari incarichi diplomatici amministrativi, insignito della Legion d’Onore come tanti politici del PD.

 

Il Collaveri ritiene che non può essere che Napoleone non sia stato massone, perché lo erano il fratello Giuseppe (iniziato a Marsiglia nel 1793, Gran Maestro della Massoneria di Francia e dei Regni di Napoli e di Spagna), l’altro fratello Girolamo ed anche il padre Carlo, nonché il cognato Gioacchino Murat, venerabile della Loggia Sainte Caroline.

 

Insomma, Napoleone era talmente immerso dalla massoneria che forse, ritengono alcuni, nemmeno avrebbe bisogno di essere iniziato.

 

Del resto, il lavoro che fece era proprio quello programmato dalla Setta Verde: distruzione di trono e altare, e conseguente eliminazione della monarchia e della spiritualità cristiana dalla vita pubblica europea, il tutto con carneficine su tutto il continente, prontamente annotate nell’arco di trionfo della capitale francese.

 

Può far sorridere (non noi) che ora il custode della Terra Santa, il patriarca di Gerusalemme Pizzaballa, dica che «l’alleanza tra il trono e l’altare non ha mai giovato, né al trono né all’altare», ma sappiamo bene da dove viene l’idea.

 

Tuttavia, il basso imperatore ci ha regalato involontariamente episodi che non ci fanno disperare: mentre nel 1806 veniva portato come prigioniero verso la Francia papa Pio VII, il Bonaparte si rivolse sprezzante al cardinale Consalvi, il segretario di Stato vaticano, dicendogli: «In pochi anni, io avrò distrutto la Chiesa!». Il cardinale ebbe la risposta secca e giustissima: «non ci siamo riusciti noi preti, a distruggerla, e in 17 secoli, vuole riuscirci Lei?»

 

Napoleone, per l’Italia del Risorgimento ed oltre, viene presentato come un eroe: è questa la vulgata diacronica tipica della scuola italiana (pubblica e privata, cattolica), quella per cui Napoleone era un campione sfortunato, uno di quegli atleti bravissimi che però perdono in finale.

 

La cosa è continuata anche durante la Prima Repubblica, quando al potere c’erano i democristiani – perché, di fatto, il loro dominio era condiviso con quelli dei massoni (e dei comunisti) – di un’accordo vero e proprio nel primissimo dopoguerra si racconta nel libro L’uomo di fiducia di Ettore Bernabei, con De Gasperi per la DC, Togliatti per il PCI e il banchiere Raffaele Mattioli indovinate per chi – e quindi mica potevano operare per convertire, ricristianizzare il Paese: avevano altro da fare, i democristiani. Dovevano fare compromessi, tutto il dì, tutta la notte, sulla pelle della popolazione che li pagava.

 

Quindi eccoci, con Napoleone eroe. Del resto, una grossa mano gliela dà sempre un altro strano personaggio che sembra creato all’uopo per sedimentare lo Stato catto-massonico: Alessandro Manzoni. Scrittore che tormenta da generazioni la scuola italiana con un suo romanzo noioso e fumoso (qual è, davvero, il suo messaggio?) chiamato I promessi sposi, venerato come classico, è noto che il Manzoni proveniva dalla «Milano illuminista» (sissì, dite pure «illuminista») e che la sua tanto decantata conversione al cattolicesimo è in realtà dibattuta, al punto che lui stesso non avrebbe dato spiegazioni esaustive (come certi ministri di oggidì, viene da pensare, anche quelli provenienti magari da famiglie «illuministe»).

 

Nel 1860, ancora prima che fosse proclamato il Regno d’Italia – unita con un’operazione massonica transnazionale chiamata «Risorgimento» – il Manzoni accettò di essere nominato senatore del Regno di Sardegna per meriti patriottici.  Nel 1864, quindi, votò per lo sposamento della capitale da Torino a Firenze nell’attesa che Roma fosse «liberata», il che vuol dire che aspettava che lo Stato pontificio, il Regno del Papa re, fosse «abbattuto». Non male per un cattolico, partecipare, da senatore, ad uno Stato, l’Italia sabauda, creato contro il papato, in odium fidei. Fu ricompensato: viveva da signore a Milano, e una volta, visitando i musei di quella che fu la Banca Commerciale Italiana, mi fu mostrato l’ufficio del banchiere Mattioli (sempre lui), dicendomi che stavano lì perché così il boss dalla finestra poteva vedere la casa del Manzoni.

 

Insomma questo è il personaggio, spacciato per cattolico ai nostri figli da decenni e secoli di programmi malefici ed insegnanti ebeti, che ritenne nel 1821 – quindi a più di 10 anni della sua supposta «conversione» di comporre una poesiuola sulla morte a Sant’Elena di Napoleone. E considerando quanto scritto sopra, dubbi non ce n’erano.

 

La poesia, «Il cinque maggio», è stata inflitta ad innumeri studenti italiani, talvolta fatta imparare a memoria.

 

«Ei fu. Siccome immobile, dato il mortal sospiro, / stette la spoglia immemore / orba di tanto spiro, / così percossa, attònita /la terra al nunzio sta».

 

Versi celebrati come grande poesia, anche se noi non abbiamo mai inteso come funzioni la cosa: l’italiano praticamente non esisteva, quindi questi (Manzoni, Leopardi, Foscolo) si inventavano le parole come pareva loro, mutilando desinenze, ignorando le doppie, storpiando i lemmi per fare rime idiote. La lingua italiana non sussisteva davvero, era conosciuta da una microscopica parte dell’élite (che anche a Milano, magari, parlava francese, se non milanese), forse era udita sono nell’Opera, tuttavia non aveva davvero delle regole condivise per chi scriveva.

 

Però, ecco, noi dobbiamo sapere che quella è grande poesia. L’inno al massone genocida, all’anticristo corso, va imparato a memoria.

 

Ecco perché troviamo gradevole il ricordo di una parodia dei versi manzoniani, che circolavano già ai tempi dei nostri padri.

 

Ei fu, siccome immobile
seduto sul pitale
stando ad aspettare
la scarica finale
Tre volte si chinò,
tre volte si sforzò,
e dal culo suo fetente
un pirito cacciò.

 

«Pirito» è termine siculo corrispondente all’italiano «ventosità». Il remix goliardico del testo manzonico conosce anche altre versioni.

 

Ei fu, siccome immobile
seduto sul pitale
mentre aspettava immemore
la scarica fatale
tre volte ei si sforzò
la quarta, al fin, cacò.

 

Chiunque abbia inventato questi versi, merita i fantozziani 92 minuti di applausi, perché il poema il Cinque maggio «è una cagata pazzesca». Cagata, appunto.

 

A questo punto si dovrebbe dire che tutta l’opera di Manzoni è una… ma no, temiamo che confonderemmo il lettore, il quale potrebbe pensare a Piero Manzoni (1933-1963), artista incommensurabilmente più grande dell’avo letterato, che creò la famosa opera d’arte chiamata «Merda d’artista». Il fratello di Piero, oggi professore di storia dell’arte, è persona che conosciamo per essere simpatica, religiosa e pure tabarrista: quindi, non è che possiamo dire che il casato sia stato rovinato dal famoso antenato filonapoleonico.

 

Tuttavia, rimane una considerazione da fare. Napoleone – e ciò che rappresentava– cominciò il suo declino quando attaccò la Russia. Era del resto nelle direttive della banda

 

I suoi amici nostri coevi, a quanto sembra, non hanno imparato niente. Studiassero la storia, invece che le poesie sceme.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

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Satira

I tifosi scozzesi cantano a Re Carlo: «la tua incoronazione ficcatela su per il»

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È divenuto virale il filmato di uno stadio pieno di tifosi del Celtic in Scozia in piedi, che battono le mani e cantano all’unisono: «You Can Shove Your Coronation up your arse».

 

La traduzione letterale del coro dello stadio di Hampden Park è «puoi ficcarti l’incoronazione su per il sedere», anche se non è sbagliato dire che arse si traduca proprio con «culo».

 

Insomma, i sudditi celtico-calcistici d’Iscozia mandan un segnale chiaro, ed inedito, a Buckingham Palace: «puoi ficcarti l’incoronazione su per il culo». Non è chiaro quale risposta sia arrivata da parte del regnante, che in effetti deve essere preso proprio dalle procedure per far entrare la coronation nella storia.

 

 

Il Celtic è la squadra di Glasgow tendenzialmente associata alla comunità cattolica, che magari, in effetti, qualche ruggine con la monarchia di Albione potrebbe conservarla.

 

La partita della semifinale della coppa di Scozia, in cui i Celtic hanno battuto, del derby di Glasgow, i Rangers 1-0. I Rangers sono la squadra della capitale scozzese associata alla comunità protestante. Anche questo aiuta a spiegare il coro irrispettoso del corpo del sovrano del Regno Unito, nonché capo della chiesa anglicana.

 

Il video di insulto al sovrano britannico, filmato il 1° maggio, è diventato virale in tutto il mondo.

 

E non solo in rete: anche i programmi televisivi britannici e australiani lo hanno trasmesso. Per esempio durante alla trasmissione BBC dell’ora di pranzo con Jeremy Vine, che ha riprodotto la clip mentre uno striscione correva lungo la parte inferiore dello schermo con il numero di telefono da chiamare per rispondere alla domanda: «Giurerai fedeltà al re?»

 

Anche Reuters e il Washington Post hanno preso atto nei giorni scorsi del diffuso interesse per le proteste «Not My King» («non il mio re») organizzate in Gran Bretagna da un gruppo chiamato Republic, che dal 1983 si batte per sostituire la monarchia con una repubblica. I loro manifestanti sono già apparsi agli eventi prima dell’incoronazione, sfoggiando magliette gialle e sventolando cartelli «Not My King».

 

 

Il capo organizzatore Graham Smith è entusiasta del fatto che 1.000 persone dovrebbero unirsi alla protesta del Giorno dell’incoronazione della Repubblica a Londra, che si terrà nel punto lungo il percorso della processione dove si trova la statua di Carlo I, il re la cui decapitazione nel 1649 ha portato all’ultima breve repubblica nella storia inglese.

 

Manifestazioni simili per il giorno dell’incoronazione contro la monarchia sono previste per le capitali della Scozia e del Galles. Graham ha anche assicurato a Reuters che i giovani in Gran Bretagna non sono interessati alla monarchia e, visti gli aumenti del costo della vita, il sostegno della popolazione in genere sta diminuendo.

 

Si è aperto nel frattempo anche un fronte diplomatico cinese all’incoronazione del Carlo. Il Telegraph ha espresso il disappunto per la decisione del presidente cinese Xi Jinping di inviare come suo rappresentante «l’architetto dell’oppressione di Hong Kong», Han Zheng.

 

«La Cina è stata accusata di provocazione “oltraggiosa”, poiché Han Zheng, noto per il suo ruolo nella repressione delle proteste di Hong Kong, rappresenterà Pechino alla cerimonia di incoronazione della prossima settimana». Carlo era peraltro presente alla storica cerimonia di passaggio di consegne del 1997 in cui l’Impero britannico restituiva Hong Kong alla Cina. Anche lì, è il caso di ricordare, magari c’è qualche ruggine che perdura dai tempi delle guerre dell’oppio, in cui la Corona inglese bombardava Pechino perché voleva narcotrafficare e drogare liberamente i cinesi.

 

In passato i tifosi del Celtic avevano fatto negli stadi altri cori e coreografie che attestavano la loro stima nei confronti di Buckungham Palace, per esempio «if you hate the Royal Family clap your hands», cioè «se odi la famiglia reale batti le mani». Clap Clap.

 

 

Il canto originale da cui i tifosi del Celtic hanno tratto l’ultimo messaggio per la Corona sembra tuttavia provenire da un coro udito negli scorsi mesi, «You can Stick your Royal Family Up Your Arse», «puoi ficcarti la famiglia reale su per il…».

 

 

Gli stessi fecero anche capire che non avevano intenzione di inginocchiarsi dinanzi alla morte della sovrana Elisabetta, mostrando invece, come ai tempi di Guglielmo Wallace, le terga.

 

 

La storia di Carlo, lo sappiamo, non è stata limpidissima, dalla morte Diana ai milioni presi dalla famiglia Bin Laden in buste di plastica.

 

Tuttavia non sono i dettagli di cronaca, pur speciosi, ad essere rilevanti: a preoccupare è l’appartenenza della stirpe alla Cultura della Morte, quella che sostiene – passandosi il compito geneticamente, da Filippo a Carlo a Guglielmo ed Enrico – la riduzione della popolazione e quindi l’astio verso l’essere umano.

 

Dietro alla facciata ecologista, senza neanche tanto grattare, gli Windsor (che in realtà non sono britannici e non si chiamano Coburgo Gotha: Windsor è il nome di un paesino inglese che suonava bene per il rebranding del loro casato tedesco) si rivelano arconti della Necrocultura – sono una famiglia della morte. Chiedete ad Alfie Evans, a Charlie Gard, a tantissimi di cui non conosceremo mai il nome.

 

Questo i cattolici di tutto il mondo, in effetti, dovrebbero cantarlo in coro.

 

 

 

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Geopolitica

Barzelletta danese sul Nord Stream: sono stati i russi. Un’altra volta?

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Prosegue lo show stile La sai l’ultima? sul Nord Stream messo in piedi, con ogni probabilità, dalle agenzie di Intelligence occidentali, in particolare quella più «centrale».

 

Dopo la barzelletta raccontata dal New York Times e rivendicata dai giornali tedeschi – il mega attentato cagionato da mezza dozzina di filo-ucraini in una imbarcazione da diporto – ora è il turno della barzelletta danese, espressione che di per sé è già un cortocircuito di senso.

 

I media di Copenhagen ora affermano che una nave speciale russa sarebbe stata avvistata nelle acque vicino a dove sono stati bombardati gli oleodotti Nord Stream quattro giorni prima dell’attacco del 26 settembre 2022 al largo dell’isola danese di Bornholm, nel Mar Baltico.

 

Un articolo apparso su Infomartion.dk afferma che una motovedetta danese aveva scattato alcune foto della nave russa. Le foto, e ci pare ovvio, sono state pubblicate all’improvviso solo ora, quasi nove mesi dopo. Si vede che il Paese della sirenetta ha i suoi tempi.

 

La nave russa è stata identificata dallo scooppo danese come SS-750, che sarebbe «la nave più interessante da confermare, perché sappiamo che ha la capacità di eseguire una tale operazione», ha affermato Jacob Kaarsbo, un ex membro dell’Intelligence della difesa danese.

 

Un altro «analista di Intelligence open source» (cioè: un tizio che legge i giornali) ha aggiunto che «il momento in cui ci si trova in quel particolare luogo in quel particolare momento è speciale».

 

In pratica: siamo daccapo. Sono stati i russi a farsi saltare, da soli, il loro tubo, in cui avevano investito tempo, miliardi, e sforzi infiniti di lobbying in Germania e in Europa. Come si dice in questi casi: non una grinza.

 

Hastatoputin. N’altra volta.

 

È incredibile vedere a che livello stiano inabissando la loro dignità servizi segreti e media europei pur di insabbiare le rivelazioni del giornalista premio Pulitzer Seymour Hersh sul ruolo diretto dell’amministrazione Biden nel sabotaggio dell’anno scorso, un’operazione in grande stile costruita in modo tale da poter essere operata in totale segretezza, al punto tale da non essere nemmeno passata per la supervisione del Senato USA.

 

Come riportato da Renovatio 21, Michael Schellenberger, in un post di Substack del 19 aprile, aveva scoperto la censura di Facebook nei confronti di chiunque pubblicasse l’articolo di Hersh sulla loro piattaforma. Ogni volta che l’articolo veniva pubblicato, Facebook oscurava automaticamente il post e vi metteva sopra un messaggio con la scritta: «Informazioni false. Controllato da verificatori di fatti indipendenti».

 

L’articolo proviene da un istituto norvegese di fact-checking, Faktisk, che, secondo Schellenberger, è una partnership con una società di media di proprietà del governo norvegese, NRK.

 

Apparentemente, dopo le proteste pubbliche degli ultimi giorni, Facebook avrebbe ora modificato questo post automatico in «parzialmente falso».

 

Aspettiamo quindi la prossima barzelletta: dopo la barzelletta danese, quella tedesca, e quella svedese, ci aspettiamo quella norvegese, islandese, finlandese e pure quella delle isole Fær Øer, tutti popoli notissimi per la loro irresistibile capacità di raccontare cose in modo divertente.

 

In una famosa puntata di South Park (che ci tocca di citare per la seconda volta in pochi minuti) i tedeschi se la prendevano non poco per aver vinto un premio come popolo meno divertente della terra, surclassando i giapponesi e i ciukci, cioè gli eschimesi siberiani (che, in realtà, sono protagonisti di certune barzellette russe…)

 

Ebbene, sul podio, a questo punto, dove dobbiamo sistemare la Danimarca e gli altri?

 

 

 

 

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