Connettiti con Renovato 21

Civiltà

Un altro sogno del collasso. L’apocalisse in moto con mio figlio

Pubblicato

il

 

 

 

Ieri notte ho fatto uno di quei sogni che non ho dimenticato subito. Chi mi conosce sa che mi capita una o due volte l’anno. Se ne vale la pena, decido di scriverne.

 

Quello di ieri è stato considerevole. Forse questo sogno così denso e cristallino è dovuto al fatto che sono entrato in digiuno. Non so.

 

Non si tratta di cercarvi un significato esoterico o di darne letture freudiane, junghiane, etc. Non mi interessa: racconto quei sogni che credo stiano parlando con potenza dell’ora presente.

 

State per leggere il sogno, illogico e scombiccherato come sono queste strane visioni che esperiamo la notte: se non vi interessa andate pure altrove.

State per leggere il sogno, illogico e scombiccherato, ma se volete anche denso e cristallino

 

Il sogno iniziava in una non meglio precisata aula di un edificio da qualche parte della bassa, forse da qualche parte in Romagna, non lontani dalla costa – ma nel sonno era un continuum innominato senza confini precisi. L’occasione era una conferenza del mio amico Camillo Langone, e la cosa è di per sé piuttosto onirica, perché molto raramente Camillo fa conferenze ed era improbabile vedere lui condurre un incontro in un’ aula con il proiettore acceso.

 

Tuttavia, al momento dei saluti iniziali, Camillo ringraziava un gruppo di spettatori italiani venuti dalla città di Zara. Ecco, pensavo, quanto è straordinario che vi siano ancora in Dalmazia persone così? Nel rispondere ai ringraziamenti, gli zaratini facevano intendere che era venuti con grande sforzo, rischiando, con l’unico mezzo possibile: per essere lì avevano attraversato l’Adriatico in barca. Realizzavo, a quel punto, che tutte le strade erano legalmente bloccate. Non si tratta solo del sogno: è così nella realtà, vige il divieto di traffico tra le regioni, e figuriamoci se una conferenza, o peggio un ritrovo («assembramento!»), posso costituire materia per l’autocertificazione da esibire alle Forze dell’Ordine.

 

Sì, essere lì era rischioso. Sì, il sogno non era diverso dalla realtà. Mi rendo conto ora che per anni ho sognato strade deserte o bloccate, il set ideale di quei mezzi incubi che ti rendono la notte non gradevolissima. Ora il mezzo incubo è realtà.

Per anni ho sognato strade deserte o bloccate, il set ideale di quei mezzi incubi che ti rendono la notte non gradevolissima. Ora il mezzo incubo è realtà

 

Il sogno si spostava altrove. Andavo a prendere mio figlio all’asilo. Questo però non si trovava al suo posto, nella casetta in centro dove lo porto ogni mattina: per qualche motivo, nel sogno stava su un palazzo alto, di quelli improbabili che vedi quando le zone industriali si stemperano verso la campagna in Alta Italia. Era fuori città. Per qualche motivo ci attardavamo fino a che gli altri bambini non erano andati via tutti, tanto che vedevo la maestra che iniziava a pulire. C’era qualcun altro lì, con cui stavo discutendo animatamente, ma in questo momento la mente, chissà perché, cripta i contenuti di quella discussione. Stavo perdendo tempo.

 

Nell’ultima fase del sogno ero sulla strada con il bambino, direzione casa. Per qualche motivo, eravamo con la mia Monster, che non tocco praticamente da 3 anni. Mentre sfrecciavamo per i vialoni provinciali conosciuti, mi rendevo conto che qualcosa non quadrava. Il cielo era divenuto nero, le strade erano davvero troppo deserte. Nessuno – ma davvero nessuno – era in circolazione. Non un’anima viva.

 

Rallentavo. Avvicinandomi al centro cominciavo a scorgere una quantità di palazzi devastati. Condomini crepati, edifici semi-crollati. Il Tribunale era a pezzi. Vedevo campanili di cui era rimasta in piedi solo metà della struttura – adesso scrivendolo capisco che sono scene che ho visto durante il terremoto in Emilia nel 2012. Era tutto vuoto e distrutto. Il vialone che corre sopra la ferrovia era spettrale, costellato di case sbriciolate.

 

Rallentavo. Avvicinandomi al centro cominciavo a scorgere una quantità di palazzi devastati. Condomini crepati, edifici semi-crollati. Il Tribunale era a pezzi. Il vialone che corre sopra la ferrovia era spettrale, costellato di case sbriciolate

Cosa era successo mentre ero stato via? Mentre ero alla conferenza con gli zaratini, mentre ero all’asilo di mio figlio in provincia? Non c’era modo di saperlo, nessuno in giro, e non volevo fermarmi a consultare il telefonino.

 

Arrivati al grande parco vicino alla stazione, fermavo la moto. Come mettevo mano al telefonino, realizzavo che l’imperativo era sapere se stessero bene i miei cari. La madre di mio figlio, mia madre… se è stato un terremoto, sono riuscite a mettersi in salvo? A cosa mi devo preparare? Chi ha più possibilità di aver bisogno di aiuto?

 

Ma il telefono era morto. Nessun segnale, né per telefonare, né per capire cosa potesse essere successo. Internet non esisteva più, e nemmeno le comunicazioni a distanza tra le persone.

 

Ecco che però arriva qualcuno. Sono tecnicamente degli sfollati, sono anche molti, non si capisce dove vadano (alla stazione? Non c’era traccia di treni che normalmente lì si sentono passare continuamente), e camminavano non velocissimi sotto il cielo nero. Capivo che con evidenza ne sapevano di più su ciò che era accaduto.

Il telefono era morto. Nessun segnale, né per telefonare, né per capire cosa potesse essere successo. Internet non esisteva più, e nemmeno le comunicazioni a distanza tra le persone

 

Sempre in groppa alla moto con mio figlio sul sedile posteriore, mi risolvevo a fermare uno sfollato. Era un ragazzo più giovane di me, alto e magro, i capelli lunghi solo sulla nuca. Non aveva esattamente l’aria di uno intelligente – tuttavia di certo aveva più informazioni di me.

 

«Che cosa è successo?» chiedevo sconvolto.

 

«Eh, il governo inglese ne ha fatta una delle sue solite» rispondeva con naturalezza. «Hanno sganciato vicino ai Dardanilli». Lo diceva come si trattasse di qualcosa di largamente previsto. Io ovviamente fingevo di sapere cosa stesse dicendo. Nella mia testa ricostruivo con vaghezza uno scenario in cui la Gran Bretagna sgancia una bomba atomica – o forse non esattamente quello, ma un’arma misteriosa ed equivalente – sui Dardanelli, lo stretto tra l’Europa e la Turchia, che il ragazzo pronunciava strambamente. Cosa ha provocato tutta questa distruzione? L’onda d’urto della megaesplosione dall’Asia sino al Veneto? Che i Dardanilli fossero invece un luogo più vicino di cui non avessi contezza, un’oscura frazione della provincia di Vicenza? O forse non avevo capito davvero nulla di quello che diceva, tanto ero tagliato fuori dal ciclo delle informazioni?

 

Cercavo di capire cosa avrebbero fatto tutte quelle persone.

 

Stava accadendo, e non mi ero reso conto di niente. L’apocalisse mi aveva preso di sorpresa, e ora che sono sveglio realizzo evangelicamente che non può che essere così – perché «non sapete né il giorno né l’ora»

«Non lo so, ma sta diventando pericoloso qui. C’è già chi in strada vende le armi» e mi indicava una via del centro con un ristorantino che in realtà non esiste ma che nella topografia del sogno mi era conosciutissima. L’informatore manteneva il sorriso ebete di un campagnolo fiero di spiegare qualcosa in italiano.

 

Cominciavo a realizzare che, qualsiasi cosa fosse successa, l’emergenza era più grave della devastazione urbana. Stava crollando l’ordine sociale. Stava disintegrandosi il tacito contratto di non-aggressività che esiste tra gli uomini.  Stava fondendosi il nocciolo della Civiltà. Un pensiero al quale ho dedicato tanti ragionamenti e tante parole scritte.

 

Stava accadendo, e non mi ero reso conto di niente. L’apocalisse mi aveva preso di sorpresa, e ora che sono sveglio realizzo evangelicamente che non può che essere così – perché «non sapete né il giorno né l’ora».

 

Cosa ci facevo su di una moto, il mezzo di trasporto più vulnerabile che esista, e per di più portandoci sopra quanto di più prezioso ho, la mia prole? Com’era possibile che non avessi la benché minima informazione di ciò che stava sconvolgendo l’umanità?

Preso alla sprovvista, totalmente. Cosa ci facevo su di una moto, il mezzo di trasporto più vulnerabile che esista, e per di più portandoci sopra quanto di più prezioso ho, la mia prole?

 

Com’era possibile che non ne sapessi nulla? Com’era possibile che non avessi la benché minima informazione di ciò che stava sconvolgendo l’umanità?

 

E poi perché ero senza casco? Immagino che questo sia un surrogato motociclistico del momento di alcuni sogni in cui ci si rende conto di essere nudi. Tuttavia nella mia dimensione onirica ciò spingeva un altro pensiero: le Forze dell’Ordine a questo punto non esistono più – ecco perché c’era già in strada un vistoso mercato nero di Kalashnikov – e anzi bisogna stare attenti, perché sono i membri armati dello Stato ora collassato che possiedono l’accesso ad armi a ripetizione proibite al comune cittadino.

 

Mi giravo a guardare mio figlio seduto sul passeggero della Ducati. Fortunatamente, non stava rendendosi conto del disastro. Aveva la testa china su un Gameboy in bianco e nero che, nel mondo reale, qualche settimana fa ho ripescato e restaurato per lui. Per una volta, ero felice che fosse così immerso nei videogiochi da non badare a nulla. Lo guardavo e comprendevo che il mio compito era solo quello di proteggerlo. Preservarlo dalla rovina materiale e morale che avevamo dinanzi. Portarlo al sicuro, nel corpo e nella psiche. Trovare, creare uno spazio dove offrire questa protezione potesse essere possibile senza interferenza alcuna.

 

Nessuno esce di casa, ogni attività era chiusa, le strade erano deserte, la Polizia meglio evitarla, gli effetti del trauma avvenuto, che rimane avvolto nel mistero, e di cui si hanno notizie aneddotiche non certe se non incomprensibili riportate da persone inaffidabili, si presumono spaventosi. Ora forse il lettore comincia a capire perché ho voluto raccontargli questo sogno.

Riaccendevo la Monster e inforcavo il viale accanto la stazione. La strada era cambiata, con evidenza l’impatto dell’evento aveva come creato sull’asfalto delle dune, delle paraboliche. Procedevo spedito sul bordo cercando di non perdere l’equilibrio: il bambino era dietro di me, non deve succedergli nulla, specialmente ora.

 

Tutto era diventato, improvvisamente, pericoloso, potenzialmente mortale. Tutto era caduto in uno stato di desolazione mai visto.

 

A questo punto la giurìa del mio foro interiore decretava che si era concettualmente passata la soglia che porta all’incubo. Sveglia. Apri gli occhi. Mattino.

 

Strofinati il volto mettiti seduto a bordo del letto, e ricapitola.

 

Nessuno esce di casa, ogni attività è chiusa, le strade deserte, la pattuglia meglio evitarla, gli effetti del trauma avvenuto – che rimane avvolto nel mistero e di cui si hanno notizie aneddotiche non certe se non incomprensibili riportate da persone inaffidabili – si presumono spaventosi. Ora forse il lettore comincia a capire perché ho voluto raccontargli questo sogno.

 

È andata esattamente così. È successo qualcosa che ha devastato il mondo, e con esso le nostre vite. Tanta è la vastità del danno, non abbiamo nessuna certezza riguardo al fenomeno – quella ce l’hanno solo gli idioti, o meglio i covidioti, che ripetono a pappagallo i brandelli di informazione preparati per loro

Ora forse è comprensibile quanto questo sogno assomigli alla realtà di oggi – cioè dall’incubo dal quale non ancora ci siamo svegliati.

 

È andata esattamente così. È successo qualcosa che ha devastato il mondo, e con esso le nostre vite. Tanta è la vastità del danno, non abbiamo nessuna certezza riguardo al fenomeno – quella ce l’hanno solo gli idioti, o meglio i covidioti, che ripetono a pappagallo i brandelli di informazione preparati per loro.

 

Non sappiamo cosa sia successo, non sappiamo costa stia succedendo – e soprattutto, esattamente come nel mio sogno, non vi è più percezione diffusa che vi sia qualcuno al comando, né vi può essere fiducia nelle autorità costituite.

 

È la ricetta del collasso sociale. Lo avevo scritto a marzo, quando si rivoltarono – con morti, di cui però non importa nulla a nessuno – le carceri. La situazione era pronta, bastava una spintarella fatta da qualche interessato. Le prigioni erano in fiamme, a Napoli i ragazzini cominciavano a sfidare la Polizia. A Palermo dissero c’erano strane proteste organizzate nei supermercati. Poi liberarono qualche centinaio di mafiosi dal carcere. Ricordate quei giorni? I momenti del primissimo lockdown. La gente felice di cantare dal balcone, obbligo guanti monouso per chi esce di casa, enigmatici osanna alla Cina untrice da tutte le parti, la Borsa italiana fottuta per l’ennesima volta da Francesi  &Co, i permessi di uscire di casa per i cani che pisciano, non per i bambini al parco.  La violenza, dapprima avvertita, tuttavia era sparita. Il collasso della Nazione era stato risparmiato. Arcobaleni dipinti a mano sul poggiolo: «Andrà tutto bene».

Non sappiamo cosa sia successo, non sappiamo costa stia succedendo – e soprattutto, esattamente come nel mio sogno, non vi è più percezione diffusa che vi sia qualcuno al comando, né vi può essere fiducia nelle autorità costituite.

 

Non sono convinto che il pericolo sia passato tuttavia, neanche ora.

 

Perché quello che ci ha insegnato questo anno indicibile, è che lo Stato moderno è mostruosamente debole. Lo Stato moderno può crollare per un raffreddore: e non metaforicamente.

 

Poggiando sul nulla, privo di un sostegno etico e di un fine religioso, lo Stato moderno alla prima scossa si sbriciola come le case del mio sogno, mandando tranquillamente in malora tutta la Civiltà.

 

Quello che ci ha insegnato questo anno indicibile, è che lo Stato moderno è mostruosamente debole. Lo Stato moderno può crollare per un raffreddore: e non metaforicamente

Il vuoto dello Stato moderno lo rende incapace di contenere la violenza, anzi: diventa, nella fase in cui si ammala e muore, un moltiplicatore di violenza, un untore di caos e sangue.

 

Il crollo della Civiltà è una prospettiva che l’uomo di oggi tenere presente sempre, perché lo Stato moderno e i suoi boiardi la Civiltà non la rispettano, non la comprendono oppure – ai livelli più alti – la combattono, infettandola con la Cultura della Morte, cosicché, come diceva Malthus, carestie e guerre diventano desiderabili per ridurre la popolazione.

 

La società che viviamo è vacua, stupida, senza scopo. L’Utilitarismo reso unica filosofia umana ha fatto sì che solo il piacere sia contemplato come motore dell’iniziativa umana: per cui ecco che improvvisamente ogni realtà diventa paranoicamente risk-averse, renitente al rischio, incapace di comprendere il male, la possibilità di ammalarsi, la necessità di sacrificarsi.

Il crollo della Civiltà è una prospettiva che l’uomo di oggi tenere presente sempre, perché lo Stato moderno e i suoi boiardi la Civiltà non la rispettano, non la comprendono oppure – ai livelli più alti – la combattono, infettandola con la Cultura della Morte

 

La natalità, lo abbiamo scritto qui, nel 2020 è crollata. In Italia come ovunque, in USA, in Cina… Ora, senza più nemmeno la continuità organica dell’essere per mezzo della nostra prole, che cosa può salvare il consorzio umano dalla sua distruzione? Con quale molla, possono continuare a vivere restando sani di mente coloro a cui la catastrofe può togliere libertà, passatempi e financo la nutrizione?

 

Sono domande a cui bisogna filosoficamente e concretamente siamo chiamati a rispondere. Assieme a quelle ancora più stringenti.

 

Come ci difenderemo? Dove dobbiamo informarci? Come proteggeremo i nostri figli?

 

L’Utilitarismo reso unica filosofia umana ha fatto sì che solo il piacere sia contemplato come motore dell’iniziativa umana: per cui ecco che improvvisamente ogni realtà diventa paranoicamente risk-averse, renitente al rischio, incapace di comprendere il male, la possibilità di ammalarsi, la necessità di sacrificarsi

Rimango dell’idea che un po’ di preparazione la farei sempre, riguardo al cibo e all’acqua e se hanno i mezzi pure per l’energia elettrica. L’iscrizione al Tiro a Segno Nazionale, per l’esperienza sportiva che offre, la farei. E riguardo alle scuole dei miei figli, un’occhio alle aggregazioni sotterranee di homeschooling (con la legge Lorenzin dal 2017 ne sono sorte tante…) gliela darei.

 

Per le informazioni: abbiamo creato Renovatio 21 proprio per questo, tentare di dare nel panorama infestato di ogni porcheria una fonte di informazione pulita, che fornisce le cose che bisogna sapere e sappia distinguere le inezie, gli abbagli, le falsità.

 

La realtà è che Renovatio 21 è nata proprio per resistere a Internet: vogliamo fare sì che essa funzioni anche senza la rete, in parte già lo facciamo, vista le continue censure e shadowban che subiamo da Facebook e probabilmente non solo da quello. Renovatio 21 deve riuscire ad esistere anche in condizione di shutdown totale dei mezzi informatici: ecco perché non ci vedrete organizzare mosaici scemi di camerette e soggiorni su Zoom e Meet; abbiamo sempre preferito la realtà degli eventi dal vivo, e li abbiamo fatti in molta parte del Paese, andando su e già per l’Appennino, la Pianura Padana e perfino le Isole.

 

Il Messaggio da portare avanti è troppo importante per lasciarlo alla telematica: il messaggio – che è la Vita contro la Morte – richiede che a portarlo avanti siano esseri viventi. Il prima possibile, torneremo a vederci di persona, organizzeremo conferenze, eventi, processioni religiose – come abbiamo fatto prima che il fenomeno si abbattesse sul nostro mondo.

Il Messaggio da portare avanti è troppo importante per lasciarlo alla telematica: il messaggio – che è la Vita contro la Morte – richiede che a portarlo avanti siano esseri viventi

 

Ora, state tranquilli: Non «andrà tutto bene», perché è già andato tutto malissimo – guardate le piste da sci, guadate i ristoratori, guardate la mia Partita IVA. Non «andrà tutto bene» perché coloro che vi comandano e lo Stato che sostengono è calibrato sulla vostra depauperazione sulla vostra diminuzione numerica, sulla vostra sterilizzazione: è lo Stato moderno, è la Necrocultura al potere. Non domandatevi, quindi, perché questa pandemia duri così a lungo…

 

Ma notate anche un’altra cosa: la battaglia è ancora aperta, e – guardiamoci negli occhi – persone che vogliono combattere ce ne sono eccome. Non è una cosa così scontata, oggi.

 

Il quadro, con il nostro sacrificio e con l’aiuto di Dio, può cambiare.  Certo, non è facile, è un lavoro, è un’avventura. È costoso, faticoso, tuttavia non negatelo: è eccitante.

 

La realtà, per quanto gli somigli, non è un brutto sogno. E dobbiamo continuare per trasformare l’incubo che sentiamo di vivere in un remoto ricordo

La realtà, per quanto gli somigli, non è un brutto sogno.

 

Dobbiamo continuare a battagliare per trasformare l’incubo che sentiamo di vivere in un remoto ricordo.

 

Nostro figlio è lì sul sedile del passeggero.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Continua a leggere

Civiltà

Il Nobel Montagnier: morbo del tipo mucca pazza come nuovo effetto collaterale del vaccino?

Pubblicato

il

Da

 

 

Il professor Luc Montagnier, premio Nobel 2008 per la scoperta del virus dell’AIDS, è tornato a parlare delle origini del COVID, alle sue varianti e agli effetti collaterali legati al vaccino.

 

«C’è una grande partecipazione americana, finanziaria e probabilmente anche tecnica, in questo business», ha spiegato  il professor Luc Montagnier in una trasmissione radiofonica dell’emittente Sud Radio, dove un anno prima aveva ipotizzato che il coronavirus fosse fuoriuscito dal laboratorio di Wuhan.

 

«All’inizio abbiamo un virus cinese e poi abbiamo qualcos’altro . Abbiamo cioè nuove varianti che emergono dal virus cinese ma che sono abbastanza lontane dalla sua struttura di partenza» ha raccontato il virologo. «Il caso non è chiuso e, naturalmente, più passa il tempo, più la gente parla…»

 

«Potremmo finire per conoscere la verità, ma ci vorrà tempo» dice il Nobel.

 

«In diversi Paesi, ora possiamo fare un bilancio, se vogliamo: e il bilancio ogni volta è un picco di infezioni dopo l’inoculazione dei vaccini»

«In diversi Paesi, ora possiamo fare un bilancio, se vogliamo: e il bilancio ogni volta è un picco di infezioni dopo l’inoculazione dei vaccini».

 

C’è bisogno di una moratoria, chiede il conduttore André Bercoff. «Bisogna fermarsi, quando ci sono dei morti, anche in piccolo numero, bisogna fermarsi».

 

Per il prof. Luc Montagnier, qualsiasi morte per farmaci dovrebbe essere presa sul serio.

 

«Siamo ancora in una situazione molto grave al momento. Perché queste nuove varianti danno effetti secondari », spiega il biologo.

 

«Anche il virus di partenza dà effetti secondari, ed effetti immediati che sono sopportabili se così si può dire ma poi, provoca miocardite, effetti cardiovascolari e che uccidono. Ci sono persone che muoiono per queste miocarditi, uno degli effetti del vaccino», sottolinea il professor Luc Montagnier .

 

 

«Io penso che la nostra civiltà sia in pericolo… arrivo a dire questo»

«Medico-ricercatore per formazione, ho la mia etica», dice il professor Luc Montagnier.

 

«Qualsiasi morte per un farmaco, un vaccino, deve essere conteggiata come qualcosa di grave e quando ci sono diversi decessi, è davvero un problema».

 

«Non condivido l’idea che si dice che nel rapporto rischio-beneficio si hanno dei rischi ma il rapporto beneficio è molto migliore per gli altri», spiega il biologo al microfono della radio. «Questo non è vero perché molta sofferenza deriva da questa concezione».

 

«Credo che scoppierà una fase dove in cui dovremo trattare molte persone malate a causa del vaccino»

«C’era molta speranza sui vaccini a mRNA, che portano informazione per il virus, e che si possono quindi utilizzare come vaccini… È uno sbaglio, perché, purtroppo, non sappiamo cosa succede dentro al nostro corpo. Se fermate qualcosa, si può espandere ovunque, i macrofagi sono lì a diffondere la proteina virale con effetti imprevisti… a mio avviso è un errore molto grande… bisogna bisogna riconoscere i propri errori, può capitare, ma se non si fa niente, può succedere una catastrofe».

 

«Io penso che la nostra civiltà sia in pericolo… arrivo a dire questo».

 

L’ospite chiede come devono sentirsi le tante persone che si sono vaccinate?

 

«Credo che scoppierà una fase dove in cui dovremo trattare molte persone malate a causa del vaccino».

 

Spero che lei abbia torto, dice l’intervistatore Bercoff. «Anche io lo spero» risponde il Nobel.

 

«E ora hai l’effetto dei prioni. Sono in arrivo altri decessi, e queste persone sono morte per il morbo di Creutzfeldt-Jakob»

Oggi, secondo Montagnier «siamo nella terza fase» per il professor Luc Montagnier. «La prima fase sono gli effetti collaterali abbastanza comuni che non durano molto a lungo ma che stanno già uccidendo le persone», spiega. «Hai poi gli effetti cardiovascolari », continua il biologo.

 

«E ora hai l’effetto dei prioni», aggiunge il professore Premio Nobel, spiazzando buona parte dell’audience. «Sono in arrivo altri decessi, e queste persone sono morte per il morbo di Creutzfeldt-Jakob».

 

Il morbo Creutzfeldt-Jakob (CJD) è noto al grande pubblico perché nel 2001 la sindrome che di cui si pensa sia una variante, l’encefalopatia spongiforme bovina (BSE), diventò la base del celeberrimo caso della «mucca pazza».

 

La CJD si verifica quando le proteine ​​chiamate prioni, che si formano in modo errato, trovano la loro strada nel cervello. I prioni hanno la sfortunata capacità distruttiva di deformare anche le proteine ​​intorno a loro. Man mano che i prioni consumano gradualmente i neuroni, creano buchi spugnosi nel cervello. Questo porta a demenza, perdita della funzione corporea e infine coma e morte.

«C’è un gruppo di 7 persone indipendenti con medici differenti che avrebbero questa malattia. Il fattore comune è che sarebbero stati vaccinati con due dosi di vaccino», continua il virologo. «È alla seconda dose che comparirebbero piccoli segni e poi i segni generali della malattia»

 

«Questa malattia è molto rara, normalmente, quando è sporadica, è una su un milione », spiega.

 

«C’è un gruppo di 7 persone indipendenti con medici differenti che avrebbero questa malattia. Il fattore comune è che sarebbero stati vaccinati con due dosi di vaccino», continua il virologo. «È alla seconda dose che comparirebbero piccoli segni e poi i segni generali della malattia».

 

«Non possiamo provare che sia causato dai vaccini», spiega, «ma dobbiamo ancora guardare a questa ipotesi… Perché l’unico fattore in comune tra queste persone è l’essere stati vaccinati con lo stesso vaccino».

 

Un ascoltatore, Marc, chiama in diretta trasmissione per dire che a sua moglie è stata diagnosticata proprio la sindrome Creutzfeldt-Jacobs dopo la seconda dose del vaccino, e che ora la sua vita «è un inferno». Dichiara altresì che conosce sempre più casi come il suo, tutti scoppiati dopo la seconda dose del vaccino COVID mRNA.

 

«L’ipotesi è che l’alluminio, che è l’adiuvante principale di questi vaccini come quelli per l’influenza, forma dei complessi con le proteine dei neuroni»

Montagnier ha quindi ricordato che i prioni non sono contagiosi, ma bisogna ricordare «la storia della mucca pazza» così come quella dei «119 bambini morti della Creutzfeldt-Jacobs perché avevano ricevuto ciascuno un’iniezione di ormone della crescita preparata dal cervello, dall’ipofisi di persone anziane». Si tratta di un famoso caso in Francia che mise sotto accusa un direttore di laboratorio del prestigiosissimo Istituto Pasteur accusato di aver provocato una strage somministrando a 1698 bambini tra il 19080 e il 1988 l’ormone della crescita ottenuto dalle ghiandole di cadaveri «non regolamentati». La sostanza, si scoprì, trasmetteva la sindrome Creutzfeldt-Jacobs.

 

«L’ipotesi è che l’alluminio, che è l’adiuvante principale di questi vaccini come quelli per l’influenza, forma dei complessi con le proteine dei neuroni… quindi è possibile che l’alluminio sia presente nei vaccini attuali». Quando il conduttore ribatte che non si è sicuri di questo, Montagnier risponde che «non si è sicuri, ma anche solo delle tracce possono essere tossiche, soprattutto se se ne ha una ripetizione ogni anno».

 

Il pensiero va quindi alla terza, quarta dose. Montagnier racconta di «un  modello animale, dei montoni che sono stati studiati in Spagna per essere vaccinati contro un virus dei montoni… hanno avuto un tale cambiamento di comportamento da far pensare di essere affetti dall’equivalente della Creutzfeld-Jacobs dei montoni».

 

«Quello che mi spaventa sono i bambini… Stanno per vaccinare i bambini… Questi bambini, forse, moriranno un giorno, e anche se muoiono 10 o 20 anni più tardi, verrà uccisa una generazione… Dunque è in causa la nostra civiltà»

«Possiamo fare delle ipotesi… è stato pubblicato, ma anche censurato dall’editore… c’è un velo di menzogna da anni… quindi possiamo pensare che ci sia presso l’essere umano nel caso di ripetizione di un vaccino contenente l’alluminio la creazione di un terreno per la crescita dei prioni».

 

Come riportato da Renovatio 21, casi di misteriose malattie neurodegenerative simili al morbo di Creutzfeld-Jacobs in grado di «mangiare il cervello» sono stati riportati in Giappone l’anno scorso.

 

Montagnier ha inoltre accennato alle menzogne statistiche sugli obblighi vaccinali, come in alcuni Stati degli USA dove, dice, i vaccinati contagiati non vengono contati come casi infetti. Il Nobel ha parlato di «informazioni false che continuano ad espandersi», ringraziando il ruolo del canale radio dove invece si può dire la verità – il motto del canale Sud Radio è in effetti Parlons vrai («diciamo il vero»).

 

«Siamo all’inizio, invece che alla fine. Prudenza, prudenza… e fermiamo le vaccinazioni di massa». Per Montagnier «non è eticamente accettabile avere delle persone, dei giovani, dei bambini, che muoiono. Dobbiamo pensare che se ci fermiamo, salveremo delle vite».

 

«Bisogna prendere delle precauzioni o andremo verso la catastrofe. È ineluttabile, se non facciamo niente».

Il virologo poi ha trattato della possibilità che il vaccino presenti danni dopo anni, come una bomba a scoppio ritardato.

 

«Quello che mi spaventa sono i bambini… Stanno per vaccinare i bambini… Questi bambini, forse, moriranno un giorno, e anche se muoiono 10 o 20 anni più tardi, verrà uccisa una generazione… Dunque è in causa la nostra civiltà. Bisogna prendere delle precauzioni o andremo verso la catastrofe».

 

«È ineluttabile, se non facciamo niente».

 

 

 

Renovatio 21 è censurata sui social media. Iscrivetevi alla nostra Newslettera e al nostro canale Telegram.

 

 

Immagine elaborazione screenshot da Dailymotion

 

 

 

 

Continua a leggere

Civiltà

Fine della virtù, fine della Civiltà

Pubblicato

il

Da

 

 

 

Nel 1981 Alasdair MacIntyre pubblicò un saggio di teoria morale dal titolo drammatico e, al tempo stesso, eloquente dello stato in cui versava l’etica, condensato nel titolo: Dopo la virtù (edito in italiano da Armando Editore).

 

Il grande filosofo scozzese, nato nel 1929, scriveva nell’esergo del libro una frase in gaelico che richiamava alcune iscrizioni sepolcrali e che si può tradurre in: «In attesa che sorga il sole e si diradino le ombre della notte». MacIntyre intendeva così descrivere e spiegare la parabola discendente che aveva conosciuto l’unità classica delle virtù sino all’isolamento della singola virtù e al depotenziamento finale di quest’ultima.

 

Dopo la virtù era quindi l’esito di una dissoluzione, di un processo che aveva visto nella storia la perdita di un quadro organico entro cui collocare l’unità delle virtù (dianoetiche ed etiche).

 

Nel 1908 un grande scrittore inglese, Gilbert Keith Chesterton, scriveva nel saggio Ortodossia (pubblicato originariamente in italiano dalla Morcelliana):

 

«Il mondo moderno è specializzato in divorzi»… La separazione è il motto della modernità»

«Il mondo moderno è pieno di antiche virtù cristiane impazzite: sono divenute pazze perché sono scisse l’una dall’altra e vagano senza meta. Così alcuni scienziati coltivano la verità ed è una verità senza carità; così altri coltivano la carità senza verità». Sia MacIntyre sia Chesterton condividevano lo stesso drammatico scenario nel quale si era persa l’unità delle virtù.

 

Chesterton riassumeva questo sconvolgente esito in una frase: «Il mondo moderno è specializzato in divorzi» (dal saggio del 1910 Ciò che non va nel mondoedito in italiano da Lindau), MacIntyre sottolineava lo stesso concetto in un’altra frase similare: «La separazione è il motto della modernità» e iniziava questo suo straordinario saggio appellandosi all’immaginazione (che non contrasta, anzi rafforza la ragione purché rimanga sana e non diventi capriccio o arbitrio), così come fece Tolkien nel saggio del 1937 Sulle fiabe contenuto in Albero e foglia (edito in italiano da Bompiani):

 

«Immaginate che le scienze naturali debbano subire le conseguenze di una catastrofe. L’opinione pubblica incolpa gli scienziati di una serie di disastri ambientali. Accadono sommosse su vasta scala. Laboratori vengono incendiati, fisici linciati, libri e strumenti distrutti. Infine un movimento politico a favore dell’Ignoranza prende il potere, e riesce ad abolire l’insegnamento scientifico nelle scuole e nelle università, imprigionando e giustiziando gli scienziati superstiti».

 

Questa ipotesi inquietante era ispirata a un romanzo fantascientifico del 1959, dal titolo Un cantico per Leibowitz (Edizioni La tribuna) di Walter Miller, in cui lo scrittore statunitense, già bombardiere dell’Abbazia di Montecassino nel 1944, convertitosi al cattolicesimo successivamente, immaginava un mondo di sopravvissuti a seguito di una catastrofe nucleare, in cui alcuni monaci, tra cui Leibowitz, conservavano e tramandavano alcuni frammenti della sapienza del passato, pur non comprendendoli, nella speranza che gli uomini sarebbero divenuti migliori e che li sapessero utilizzare per il bene comune.

 

MacIntyre ancora scriveva:

 

«Abbiamo, è vero, dei simulacri di morale, continuiamo ad usare molte delle espressioni fondamentali. Ma abbiamo perduto, in grandissima parte se non del tutto, la nostra comprensione, sia teoretica sia pratica, della morale»

«L’ipotesi che voglio sostenere è che nel mondo effettuale in cui viviamo il linguaggio della morale sia nello stesso stato di grave disordine in cui si trova il linguaggio della scienza naturale nel mondo immaginario che ho descritto. Ciò che possediamo, se questa tesi è vera, sono i frammenti di uno schema concettuale, parti ormai prive di quei contesti da cui derivava il loro significato. Abbiamo, è vero, dei simulacri di morale, continuiamo ad usare molte delle espressioni fondamentali. Ma abbiamo perduto, in grandissima parte se non del tutto, la nostra comprensione, sia teoretica sia pratica, della morale».

 

L’opera del grande filosofo e studioso di etica scozzese si concludeva, alla stregua del romanzo di Walter Miller, con la speranza che ancora un monaco con la sua comunità sapesse far riaffiorare dalle tenebre l’antico patrimonio perduto:

 

«È sempre rischioso tracciare paralleli troppo precisi tra un periodo storico e un altro… tuttavia certi parallelismi esistono. Un punto di svolta decisivo in quella storia più antica si ebbe quando uomini e donne di buona volontà si distolsero dal compito di puntellare l’imperium romano e smisero di identificare la continuazione della civiltà e della comunità morale con la conservazione di tale imperium. Il compito che invece si prefissero fu la costruzione di nuove forme di comunità entro cui la vita morale potesse essere sostenuta, in modo che sia la civiltà sia la morale avessero la possibilità di sopravvivere all’epoca incipiente di barbarie e di oscurità. Se la mia interpretazione della nostra situazione morale è esatta, dovremmo concludere che da qualche tempo anche noi abbiamo raggiunto questo punto di svolta. Ciò che conta, in questa fase, è la costruzione di forme locali di comunità al cui interno la civiltà e la vita morale e intellettuale possano essere conservate attraverso i nuovi secoli oscuri che già incombono su di noi. E se la tradizione delle virtù è stata in grado di sopravvivere agli orrori dell’ultima età oscura, non siamo del tutto privi di fondamenti per la speranza. Ed è la nostra inconsapevolezza di questo fatto a costituire parte delle nostre difficoltà. Stiamo aspettando: non Godot, ma un altro San Benedetto, senza dubbio molto diverso».

 

Non era, quella di Alasdair MacIntyre, una asettica fenomenologia di quanto era accaduto nel corso della storia, ma di un progetto (After Virtue Project) nel quale, recuperando la tradizione aristotelica dell’unità delle virtù, si poteva analizzare e comprendere la portata dell’evento «Dopo la virtù» e rileggere la storia alla luce di quell’evento.

 

La «tradizione di ricerca» a cui alludeva MacIntyre, rifacendosi a quella aristotelico-tomista, era un’indagine intellettuale volta alla ricerca della verità, alla riscoperta della natura autentica della stessa nozione di «tradizione». Tradizione quindi come esito di una approfondita discussione nella storia e che si estende nel tempo.

 

«Ciò che conta, in questa fase, è la costruzione di forme locali di comunità al cui interno la civiltà e la vita morale e intellettuale possano essere conservate attraverso i nuovi secoli oscuri che già incombono su di noi.»

Sulla scorta del pensiero aristotelico, MacIntyre prolungava la concezione antropologica dell’«uomo è un animale sociale» in un «un uomo capace di raccontare storie», in una delle pagine più vibranti del saggio:

 

«L’uomo nelle sue azioni e nella sua prassi tanto quanto nelle sue funzioni, è essenzialmente un animale che racconta storie, un narratore di storie che aspira alla verità. Posso rispondere alla domanda: “Che cosa devo fare?”, solo se sono in grado di rispondere alla domanda preliminare: “Di quale storia o di quali storie mi trovo a far parte?”».

 

«Voglio dire che noi facciamo il nostro ingresso nella società umana rivestendo i panni di uno o più personaggi che ci sono stati assegnati e dobbiamo imparare che cosa sono per riuscire a capire come gli altri reagiscono nei nostri confronti e come vanno costruite le nostre reazioni nei loro confronti. È ascoltando storie di perfide matrigne, di re buoni ma mal consigliati, lupe che allattano gemelli, figli cadetti che non ricevono nessuna eredità ma devono farsi strada da soli nel mondo e figli maggiori che dilapidano la loro eredità in un’esistenza dissoluta  e vanno in esilio a vivere con i maiali, che i bambini imparano, nel modo giusto o in quello sbagliato, che cos’è un figlio e cos’è un genitore».

 

E se la tradizione delle virtù è stata in grado di sopravvivere agli orrori dell’ultima età oscura, non siamo del tutto privi di fondamenti per la speranza (…) Stiamo aspettando: non Godot, ma un altro San Benedetto, senza dubbio molto diverso»

«Privando i bambini delle storie, li si trasformerebbe in balbuzienti ansiosi e senza copione, tanto nelle azioni e quanto nelle parole… La mitologia, nel suo significato originario, è il nucleo essenziale delle cose e aveva ragione anche quella tradizione morale che, dalla società eroica fino ai suoi eredi medievali, considera la narrazione di storie come una parte fondamentale della nostra educazione alle virtù».

 

 

Fabio Trevisan

 

 

Articolo previamente apparso su Ricognizioni

PER APPROFONDIRE

Abbiamo parlato di

In affiliazione Amazon

Continua a leggere

Civiltà

L’arcivescovo di Los Angeles contro l’ascesa dell’«élite globalista anticristiana»

Pubblicato

il

Da

 

 

 

L’arcivescovo di Los Angeles José Gomez ha denunciato uno sforzo deliberato «per cancellare le radici cristiane della società e per sopprimere ogni rimanente influenza cristiana».

 

«Penso che tutti sappiamo che mentre ci sono condizioni uniche negli Stati Uniti, modelli simili di secolarizzazione aggressiva sono stati a lungo all’opera in Spagna e altrove in Europa».

 

«Questo è importante da ricordare. In pratica, come hanno sottolineato i nostri Papi, secolarizzazione significa “decristianizzazione”. Da anni ormai, in Europa e in America c’è uno sforzo deliberato per cancellare le radici cristiane della società e per sopprimere ogni residua influenza cristiana»

 

«Questo gruppo, che è responsabile nelle multinazionali, nei governi, nelle università, nei media e nelle istituzioni culturali e professionali, vuole stabilire quella che potremmo chiamare una civiltà globale»

Il prelato losangelino ha trattato il tema dell’impatto della pandemia nel mondo in un potente video discorso al Congresso sui cattolici e la vita pubblica a Madrid, l’arcivescovo Gomez ha detto giovedì che «è sorta nei nostri paesi una classe dirigente d’élite che ha poco interesse per la religione e nessun vero attaccamento alle nazioni in cui vivono o alle comunità locali tradizioni o culture».

 

 

Gomez descrive in dettaglio questa classe dominante mondiale in ascesa, la cui aspirazione è, nientemeno, l’alterazione della Civiltà.

 

«In questa visione del mondo d’élite, non c’è bisogno di sistemi di credenze e religioni antiquate»

«Questo gruppo, che è responsabile nelle multinazionali, nei governi, nelle università, nei media e nelle istituzioni culturali e professionali, vuole stabilire quella che potremmo chiamare una civiltà globale», dice l’arcivescovo.

 

«In questa visione del mondo d’élite, non c’è bisogno di sistemi di credenze e religioni antiquate», ha continuato monsignor Gomez. «In effetti, per come la vedono loro, la religione, in particolare il cristianesimo, intralcia solo la società che sperano di costruire».

 

L’arcivescovo ha quindi attacco la cosiddetta «cancel culture» e il nuovo politicamente corretto, le due colonne portanti dell’attuale censura globale: «spesso ciò che viene cancellato e corretto sono le prospettive radicate nelle credenze cristiane – sulla vita umana e sulla persona umana, sul matrimonio, sulla famiglia e altro».

 

Gomez ha quindi parlato del clima sempre più persecutorio riguardo ai cristiani.

 

«In questa visione del mondo d’élite, non c’è bisogno di sistemi di credenze e religioni antiquate. In effetti, per come la vedono loro, la religione, in particolare il cristianesimo, intralcia solo la società che sperano di costruire»

«Lo “spazio” che la Chiesa e i credenti cristiani possono occupare si sta riducendo… Le istituzioni ecclesiastiche e le imprese di proprietà cristiana sono sempre più sfidate e vessate».

 

«Lo stesso vale per i cristiani che lavorano nell’istruzione, nella sanità, nel governo e in altri settori. Si dice che mantenere certe credenze cristiane sia una minaccia per le libertà, e persino per la sicurezza, di altri gruppi nelle nostre società».

 

Il COVID, dice monsignore, ha funto da acceleratore di pattern di cambiamento sociale preesistenti.

 

«Penso che la storia guarderà indietro e vedrà che questa pandemia non ha cambiato le nostre società tanto quanto ha accelerato tendenze e direzioni che erano già al lavoro. I cambiamenti sociali che potrebbero aver richiesto decenni per essere attuati si stanno ora muovendo più rapidamente sulla scia di questa malattia e delle risposte delle nostre società».

 

È chiaro a sua eminenza il lavoro preparatorio che ha svolto negli ultimi anni il mondo della cultura e dell’accademia. Così come gli è chiaro come i fatti del 2020 abbiano servito da innesco ulteriore per il processo di terrore e disgregazione sociale che interessano ora gli USA.

«I nuovi movimenti e le ideologie sociali di cui parliamo oggi sono stati seminati e preparati per molti anni nelle nostre università e istituzioni culturali».

«I nuovi movimenti e le ideologie sociali di cui parliamo oggi sono stati seminati e preparati per molti anni nelle nostre università e istituzioni culturali. Ma Con la tensione e la paura causate dalla pandemia e dall’isolamento sociale, e con l’uccisione di un uomo di colore disarmato da parte di un poliziotto bianco e le proteste che sono seguite nelle nostre città, questi movimenti si sono completamente scatenati nella nostra società».

 

Si tratta quindi di un processo di sostituizione religiosa vera e propria.

 

«I  sistemi di credo politico basati sulla giustizia sociale o sull’identità personale sono arrivati ​​a riempire lo spazio che un tempo occupavano il credo e la pratica cristiana».

 

«Qualunque cosa chiamiamo questi movimenti – “giustizia sociale”, “wokeness”, “politica dell’identità”, “intersezionalità”, “Successor ideology” – affermano di offrire ciò che la religione offre».

 

«Ecco la mia tesi. Credo che il modo migliore per la Chiesa di comprendere i nuovi movimenti per la giustizia sociale sia comprenderli come pseudo-religioni, e persino come sostituti e rivali delle credenze cristiane tradizionali».

 

«Le teorie e le ideologie critiche di oggi sono profondamente atee. Negano l’anima, la dimensione spirituale, trascendente della natura umana; o pensano che sia irrilevante per la felicità umana».

 

Esse «riducono ciò che significa essere umani a qualità essenzialmente fisiche: il colore della nostra pelle, il nostro sesso, le nostre nozioni di genere, il nostro background etnico o la nostra posizione nella società».

 

«In questo momento rischiamo di scivolare in un nuovo “tribalismo”, un’idea precristiana dell’umanità divisa in gruppi e fazioni in competizione»

Il pericolo, quindi, è quello del caos cruento nella società americana e occidentale.

 

«In questo momento rischiamo di scivolare in un nuovo “tribalismo”, un’idea precristiana dell’umanità divisa in gruppi e fazioni in competizione».

 

«Il mondo non ha bisogno di una nuova religione laica per sostituire il cristianesimo. Abbiamo bisogno che io e voi siamo testimoni migliori. Cristiani migliori. Cominciamo perdonando, amando, sacrificandoci per gli altri, allontanando i veleni spirituali come il risentimento e l’invidia».

 

 

 

Immagine di Thank You via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

Continua a leggere

Più popolari