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Pensiero

Il solito sogno premonitore

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Queste sono le parole di uno che racconta di cose che ha visto dormendo. Quindi, se non vi piacciono le cose private, o se avete problemi con il linguaggio opaco illogico della vita onirica andate via. Ammesso che i sogni abbiano un linguaggio. Non credo a Freud da decenni, di Jung forse ho ancora meno fiducia.

 

Un sogno e suoi effetti sulla vita reale, perfino sull’universo fisico che va al di là delle possibilità delle persone, sono, lo ammetto, cose risibili. Al massimo si può tentare di nobilitare l’argomento con i versi scespiriani, pallosi quanto incontrovertibili, de La Tempesta: «Siamo fatti della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita».

 

Nella mia breve vita capita di fare ciclicamente sogni poderosi. Capita tre o quattro volte l’anno di avere di notte visioni che poi non vengono lavate via al mattino. Non succede spesso, e accade in prossimità di piccoli e grandi traumi ed eventi, tanto che posso ricordare taluni sogni di decenni fa. Alcuni sono stati annotati in alcune lettere andate perse.

Poche settimane fa, prima che iniziasse il disastro della quarantena pandemica, un sogno sofisticato e terribile

 

Questi grandi sogni sono interconnessi, quantomeno da una topografia onirica: la piantina del mio mondo notturno è sempre la stessa. Essa non coincide in alcun modo con la realtà, ma ritorna sempre uguale nel mondo sognante. Dal binario 1 di Victoria Station, a Londra, parte un treno sotterraneo che porta a Francoforte e a Milano; alcune case della mia vita possiedono stanze nascoste; esistono paesini veneti sconosciuti che si raggiungono da certi bivi di strade in pianura; si arriva in moto sino in Afghanistan passando per la Grecia (e ci si impiega poco tempo, ma le stradine fra le selve montane di Pakistan e Kirghizistan sono strette e ripide); ci sono radure segrete nei boschi sui colli, e pietraie sull’Himalaya dove svolazzano gli avvoltoi (alcuni di questi luoghi, tuttavia, avrei scoperto esistevano davvero, ma questo è un discorso che complica tutto, è una confessione per un altro giro).

 

Alcuni di questi sogni possono talvolta acquisire l’etichetta di «sogni premonitori». Succede spesso riguardo ai guai degli altri. Sognate qualcosa di brutto riguardo ad un conoscente, e poi scoprite che la persona se la sta passando male.

 

In molti possono dire di aver avuto esperienze simili; il censore interiore con bollino CICAP vi impone di pensare che si tratti di qualcosa di naturale, perfettamente spiegabile da un qualsiasi pasdaran dell’universo come fenomeno di mediocrità assoluta: state solo dando significato a qualcosa di senza senso, oppure state rielaborando in sede inconscia la preoccupazione per qualcuno. Accettiamo pure spiegazioni così, ad uso degli impiegati di quel Normalismo di Massa ormai prossimo a divenire Religione di Stato.

 

È che alcuni dei miei «sogni premonitori» riguardano in genere attività di polizia nei confronti di persone che conosco. Quando faccio un sogno del genere, di solito capita di sapere di lì a poco che qualcuno sta passando qualche guaio – niente di preoccupante, perché io sono decisamente la persona più pericolosa della mia cerchia di conoscenze, tuttavia qualcosa che ha a che fare sempre con la Legge.

Erano mia moglie e mio figlio. Era una famiglia, era la mia. Era la mia famiglia, ma di quella versione di me che non aveva pensato di ribellarsi a quel sistema fatto di soldati prepotenti e di bontà imprigionata

 

Potete non crederci, non ci credo neanche io probabilmente, tuttavia – ora più che mai – non me ne frega niente di quello che pensate. Altrimenti non vi starei scrivendo.

 

Succede quindi che poche settimane fa, prima che iniziasse il disastro della quarantena pandemica, mi arrivasse in visione notturna questo sogno sofisticato e terribile.

 

La prima scena del sogno si svolgeva in un albergo sul mare, dove ero capitato, sapevo, quando molte cose si erano già compiute, e il disordine si era dipanato prima del mio arrivo. Il palazzo era molto alto, e svettava su un’insenatura con spiaggia di roccia, e tutt’intorno c’era il buio totale, forse una boscaglia estesa, da cui non usciva nessuna luce.  Questo panorama emerge forse dalla crasi di luoghi effettivamente veduti in Istria e in Giappone, sia pur con varie licenze poetiche: tuttavia la cosa ora non ha importanza. 

 

Ero in questo albergo con una ragazza, che era lì da tempo oramai; la ragazza in questione non esiste nella realtà fisica, ma in quella del sogno la conoscevo da sempre, e il mio rapporto con lei era definito, inamovibile: dovevo proteggerla.

 

La ragazza era gioviale e sbarazzina, godeva di una libertà sconosciuta ai più, e forse proprio questo, nella trama del mondo in cui ero capitato, era particolarmente importante. Qualcosa in lei mi ricordava una ragazza francese che non vedo da vent’anni, si era presa dalla vita questa libertà che le conferiva una incontestabile purezza, anche se probabilmente era proprio quel tipo di persone che riesce a mettersi nei guai. Ricordo di averlo pensato nella vita reale quando, una notte in riva ad un lago alpino ere geologiche fa, guardavo C. meravigliarsi di come la luna corresse lungo la cima delle montagne con il passare delle ore.

 

In questo sogno il mondo era talmente fottuto che non avrei potuto fidarmi nemmeno di me stesso. Non di qualcuno che non capiva la gravità del momento che l’umanità sta vivendo. 

La ragazza del sogno, che era più alta ma con degli occhi azzurri simili alla mia perduta amica francese, era in questo albergo e, a causa di questa sua inspiegata centralità per il potere malvagio che governava quel mondo onirico, era piantonata da truppe su truppe di commando in tenuta antisommossa.

 

Erano ovunque. Nei corridoi, sul tetto, alla reception. Il fatto che io, risaputamente legato a lei, potessi muovermi all’interno dell’edificio era una concessione che sconfinava nell’umiliazione: era come se mi dicessero, quando li trovavo in ascensore e sulla porta della stanza, «tanto noi siamo ovunque qui, comandiamo noi qui, il nostro controllo è totale, abbandonati a questo dispiegamento di forze, non puoi farci nulla».

 

Non sapevo del tutto il perché di quell’assedio alla povera ragazza, la quale tuttavia non si perdeva d’animo, anzi era rimasta come sempre spiritosa e genuina, fors’anche un po’ distaccata dalla gravità della situazione.

 

Non avevo il quadro della situazione, ma era chiaro che – per quel contratto relazionale inviolabile che avevo nel sogno con la ragazza, anche se era qualcuno che viveva fuori dalla mia vita – dovevo farla evadere. Dovevamo scappare. Io e Lei, in qualche modo, avremmo dovuto sfuggire alla pletora di nerboruti pretoriani, corazzati ed armati come i contractor americani visti nei reportage dall’Iraq e dall’Afghanistan. A loro e al potere di cui eseguivano gli ordini.

 

La verità profonda di questi giorni di caos: mi fido più dei miei sogni che del mio governo. Mi fido più dei miei sogni che delle storie degli scienziati dei giornali. Mi fido più dei miei sogni che degli organismi transnazionali. Mi fido di più dei miei sogni che dei miliardari che dicono di volermi salvare

Esposi l’unico piano possibile alla ragazza: avremmo dovuto saltare giù dal balcone direttamente in mare, anche se la sua stanza stava ad un piano molto alto. Lei si mise a ridere, e disse che probabilmente vi erano dei commando subacquei già pronti in profondità per questo caso. Mi sembrava una cosa improbabile, e la convinsi dicendole che io certo non ho mai avuto paura dei tuffi da grandi altezza, cosa peraltro vera, che nel sogno mi inorgogliva non poco. 

 

Accettò. Raccolto quel poco ci potesse servire nelle nostre stanze, ci lanciammo dal balcone. Appena piombato in acqua mi resi conto che aveva ragione: c’erano dei sommozzatori armati a controllare le profondità. Si muovevano tuttavia lentamente, e con il classico stile rana sotto il pelo dell’acqua (perché da sopra avevano preso a suonare l’allarme, urlare e sparare) raggiungemmo la riva.

 

Qui in qualche modo le nostre strade si divisero. Ci accordammo per andare nelle nostre case a prendere quel che ci serviva per fuggire per sempre, perché oramai era chiaro che saremmo stati ricercati  per il resto della nostra vita. Eravamo, in tutto e per tutto, dei fuggiaschi – anche se nella sua incoscienza, che talvolta mi dava fastidio, la ragazza non sembrava rendersene completamente conto, quasi ci fosse abituata.

 

Dovevamo fare in fretta: era chiaro che il primo posto dove sarebbero venuti a cercarci era la nostra abitazione. Così eccomi arrivare nottetempo a casa mia, entrare di soppiatto, e cercare in lavanderia qualcosa  che potesse servirmi per quella che era la cesura totale della mia esistenza. Da quel momento in poi, la mia vita sarebbe totalmente cambiata, sarei stato per sempre un fuggitivo, anche se in cuor mio sapevo che il potere che voleva me e soprattutto la ragazza non poteva durare, perché violento e illegittimo. La mia vecchia vita era finita, sì – e non avevo idea di cosa potesse servirmi in quella nuova, fatta di ansia e  fuga permanente.

 

Non sapevo, rovistando tra la lavatrice e l’essicatore, cosa stessi cercando in quella stanza semisotterranea della casa. Un’arma? Del danaro? Un qualche souvenir della mia vita precedente da portare con me? No, non ne avevo idea.

 

Fu mentre mi ponevo queste domande, che sentii il rumore di un’automobile entrare nel vialetto di casa. Schizzai nel buio del giardino, e dietro una siepe guardai chi era arrivato.

 

Provavo rabbia e stupore, perché con questa gente totalmente addomesticata, comprata nonostante la tragedia del mondo, io non potevo proprio restare. Avevo rinunciato alla vita, avevo rinunciato a me stesso, per portare avanti la battaglia

Qui vi fu visione più sconvolgente della mia vita: in quella macchina, illuminato dalla luce della portiera, c’ero io. Era un’altra versione di me, una versione di me che aveva continuato a vivere ed esistere al di fuori delle logiche delle ragazze pure da salvare, della sfida al potere militare. Quel che vedevo mi toglieva il fiato.

 

Non ero solo. In quella macchina c’era una donna, e un bambino piccolo biondo, che a macchina spenta era amabilmente montato sul cruscotto.

 

Erano mia moglie e mio figlio. Era una famiglia, era la mia. Era la mia famiglia, ma di quella versione di me che non aveva pensato di ribellarsi a quel sistema fatto di soldati prepotenti e di bontà imprigionata. Quella versione di me che non poteva permettersi, per il bene della bella ragazza sul sedile passeggero e del bellissimo bimbo che sorrideva sul cruscotto, di deviare in alcun modo dallo Stato delle Cose, dalla Legge oscura e tremenda che governava quell’universo di sogno.

 

La visione fu scioccante, e dopo lo sgomento dei primi attimi – non potevamo vedermi – chiusi gli occhi ed ebbi la rivelazione: il mondo era talmente fottuto che non avrei potuto fidarmi nemmeno di me stesso. Non di qualcuno che non capiva la gravità del momento che l’umanità sta vivendo. Era una verità triste e lucidissima, che dovevo accettare subito, lì, rannicchiato nelle tenebre.

 

Così, mi risolsi a scappare, e basta. Nel momento in cui stavo per raggiungere la rete da scavalcare, mi resi conto che erano arrivate silenziosamente tantissimi conoscenti, come se avessero ricevuto un segnale da me: erano persone che condividevano il mio pensiero sul sistema oramai malvagio e fallito, e volevano scappare con me. Scendevano veloci dalle loro auto parcheggiate nella strada buia, e mi raggiungevano sotto la rete. 

Combattere significa esprimere il massimo sacrificio: la rinuncia di sé, la rinuncia di quanto hai di più caro. Combattere significa angoscia e determinazione. Combattere significa sacrificarsi sino a rendersi irriconoscibili

 

Passammo oltre, e poi ci sparpagliammo: ognuno per sé, era troppo rischioso stare insieme. Raggiunsi il bosco della collina dietro casa, e proseguii per la strada in salita. Non la ricordavo così lunga… e non ricordavo che fosse costellata di tutti questi paesini; c’era tuttavia una villa che conoscevo, dove ero entrato in altri sogni: nessuno mi apriva. I paesini collinari erano deserti, praticamente nessuno in giro, se non qualche anziano sempliciotto che si diceva molto soddisfatto di vivere in quel comune, perché vi avevano costruito «persino una teleferica». 

 

Provavo rabbia e stupore, perché con questa gente totalmente addomesticata, comprata nonostante la tragedia del mondo, io non potevo proprio restare. Avevo rinunciato alla vita, avevo rinunciato a me stesso, per portare avanti la battaglia. Ora sentivo solo la pressione di un potere che mi stava cercando, e che forse aveva già trovato la ragazza che avevo salvato. Davanti a me vedevo solo un quadro indefinito nel tempo e nello spazio, una fuga senza meta e senza certezza.

 

Fine del sogno.

 

Qualche ora dopo, nel mondo reale, mi arrivò un messaggio: ad un’amica combattiva, latitudine Bibbiano, era arrivata una denuncia. «Tsss. Il solito sogno premonitore» mi dissi. Il solito sogno di scontro totale con le autorità che faccio in genere quando qualcuno che conosco si trova nelle peste.

 

Perché è un dogma innegabile, in tempo di pace come nell’ora buia dello scontro, del mondo in preda al Male: «Siamo fatti della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita»

Qualche giorno dopo ho cominciato a dare un’altra interpretazione.

Perché qualche giorno dopo non solo io, ma io con tutta l’umanità ci siamo risvegliati in un mondo semideserto con forze dell’ordine ovunque, dove la libertà – che tanto risaltava in quella ragazza da portare via – è stata sequestrata. Libertà di parola, libertà di movimento: il dissenso nel mio sogno poteva tradursi solo in una fuga, nella vita da clandestino, lontano da tutti coloro non siano in grado di capire la catastrofe dell’ora presente, dove un potere oscuro ti impone di sfidarlo.

 

Lontano da tutti. Lontano persino da me stesso e dalla mia famiglia – e quest’idea mi fa tremare anche ora che ne scrivo.

 

Combattere significa esprimere il massimo sacrificio: la rinuncia di sé, la rinuncia di quanto hai di più caro. Combattere significa angoscia e determinazione. Combattere significa sacrificarsi sino a rendersi irriconoscibili. Mi porto a casa queste lezioni da questo sogno speciale, e non sono nemmeno tutte, e probabile che non siano nemmeno quelle giuste.

 

Non mi interessa l’opinione del lettore, perché questo è proprio uno dei tanti significati che posso attribuire: non cercare riparo nel paesino deserto e felice, non cercare l’accordo nemmeno con chi ami. Ho dovuto vedere il mondo impazzire mentre è invaso da un organismo acellulare per accettare quest’idea.

 

Ho scritto per significare la verità profonda di questi giorni di caos: mi fido più dei miei sogni che del mio governo. Mi fido più dei miei sogni che delle storie degli scienziati dei giornali. Mi fido più dei miei sogni che degli organismi transnazionali. Mi fido di più dei miei sogni che dei miliardari che dicono di volermi salvare.

Restate in ascolto del vostro cuore: nelle sue notti c’è più verità che nei decreti di governo; nei suoi messaggi c’è tutto il futuro di cui abbiamo bisogno

 

Questo è quanto avevo in cuore di raccontare.

 

E no, non ho più un numero di telefono di C. per sapere come sta. Né so che fine ha fatto la ragazza del sogno. Riconosco che anche questa incertezza dolorosa è parte della saggezza guerriera che mi viene trasmessa.

 

Perché è un dogma innegabile, in tempo di pace come nell’ora buia dello scontro, del mondo in preda al Male: «Siamo fatti della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita».

 

Restate in ascolto del vostro cuore: nelle sue notti c’è più verità che nei decreti di governo; nei suoi messaggi c’è tutto il futuro di cui hanno bisogno le nostre vite.

 

 

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

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La catastrofe dei filosofi francesi e la nascita del wokismo

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Renovatio 21 pubblica un testo apparso su X di Brivael Le Pogam, è un imprenditore, ingegnere informatico e programmatore francese, noto nel panorama tecnologico per essere il co-fondatore di Argil, una startup innovativa specializzata nella creazione di video automatizzati tramite intelligenza artificiale. In grande sintesi, Le Pogam spiega il disastro del post-strutturalismo e decostruzionismo, cioè la filosofia nefasta proveniente dalla Francia postbellica, e il suo effetto altamente distruttivo sul mondo di oggi, perfino nel campo dell’Intelligenza Artificiale.

 

Vorrei porgere le mie scuse, a nome dei francesi, per aver dato alla luce la Teoria francese (che a sua volta ha generato la peggiore di tutte le mostruosità ideologiche: il wokismo).

 

Abbiamo dato al mondo Cartesio, Pascal, Tocqueville. E poi, tra le rovine intellettuali del dopoguerra, abbiamo dato Foucault, Derrida, Deleuze. Tre uomini brillanti che hanno forgiato, nell’eleganza del nostro linguaggio, l’arma ideologica che oggi paralizza l’Occidente.

 

Dobbiamo capire cosa hanno fatto. Foucault insegnava che la verità non esiste, che esistono solo rapporti di potere mascherati da conoscenza. Che la scienza, la ragione, la giustizia, l’istituzione medica, la scuola, la prigione, la sessualità – tutto è solo una messa in scena di dominio.

 

Derrida insegnava che i testi non hanno un significato stabile, che ogni significante sfugge, che ogni lettura è un tradimento, che l’autore è morto e il lettore regna sovrano.

 

Deleuze insegnava che dovremmo preferire il rizoma all’albero, il nomade al sedentario, il desiderio alla legge, il divenire all’essere, la differenza all’identità.

 

Prese singolarmente, queste sono tesi discutibili. Combinate, esportate e divulgate, formano un sistema. E questo sistema è un veleno.

 


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Ecco cosa è successo. Questi testi, illeggibili in Francia, hanno attraversato l’Atlantico. I dipartimenti di Yale, Berkeley e Columbia li hanno assorbiti negli anni Ottanta. Lì hanno trovato un terreno fertile che non esisteva tra noi: il puritanesimo americano, il suo senso di colpa razziale, la sua ossessione per l’identità.

 

La teoria francese ha sposato questo substrato, e il figlio di questa unione si chiama wokismo. Judith Butler legge Foucault e inventa il genere performativo. Edward Said legge Foucault e inventa il postcolonialismo accademico. Kimberlé Crenshaw eredita la struttura e inventa l’intersezionalità.

 

Ad ogni passo, la matrice è francese: non esiste la verità, esiste solo il potere, quindi ogni gerarchia è sospetta, ogni istituzione è oppressiva, ogni norma è violenza, ogni identità è costruita e quindi negoziabile, ogni maggioranza è colpevole.

 

È così che tre filosofi parigini, che probabilmente non immaginavano le conseguenze pratiche delle loro azioni, hanno fornito il software operativo a un’intera generazione di attivisti, burocrati universitari, responsabili delle risorse umane, giornalisti e legislatori.

 

È così che ci ritroviamo con una civiltà che non sa più dire se una donna è una donna, se la propria storia merita di essere difesa, se il merito esiste, se la verità si può distinguere dall’opinione. È una schifezza per una semplice ragione, che va espressa con calma.

 

Una civiltà si fonda su tre pilastri: la convinzione che esista una verità accessibile alla ragione, la convinzione che esista un bene distinto dal male, la convinzione che esista un patrimonio da trasmettere.

 

La teoria francese si è prefissata di far saltare in aria tutti e tre. Non per cattiveria. Nate da un gioco intellettuale, dalla fascinazione per il sospetto, dall’odio per la borghesia che le aveva alimentate. Ma il risultato è evidente. Un’intera generazione ha imparato a decostruire, ma non ha mai imparato a costruire. Un’intera generazione sa sospettare, ma non sa più ammirare. Un’intera generazione vede potere ovunque e bellezza da nessuna parte.

 

Mi scuso perché noi francesi abbiamo una responsabilità particolare. È la nostra lingua, le nostre università, i nostri editori, il nostro prestigio che hanno dato a questo nichilismo la sua elegante veste. Senza la legittimità della Sorbona e di Vincennes, queste idee non avrebbero mai varcato l’oceano.

 

Abbiamo esportato il dubbio come altri esportano armi. Ciò che si sta costruendo ora, nella Silicon Valley, nei laboratori di Intelligenza Artificiale, nelle startup, nei laboratori, in tutti quei luoghi dove le persone ancora creano invece di decostruire, questa è la risposta.

 

Una civiltà si ricostruisce da costruttori, non da commentatori. Da coloro che credono che la verità esista e che valga la pena dedicarsi ad essa. Da coloro che abbracciano una gerarchia del bello, del vero, del bene, e non si vergognano di trasmetterla.

 

Quindi, perdonateci. E torniamo al lavoro.

 

Brivael Le Pogam

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Contro la Prima Comunione consumista

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La cerimonia della Prima Comunione oggi è diventata una festa dal sapore mondano e consumista. Famiglie, per lo più separate, gareggiano nello sfoggio di regali al pargolo che — non dimentichiamolo — fa il suo primo incontro con Cristo tramite la Santa Eucaristia. Forse i più oggi dimenticano il focus centrale di questa celebrazione, il cuore pulsante che è Cristo, la potenza spirituale di quella particola.   Sono sempre più reticente ad accettare inviti da parte di coetanei per festeggiare i figli che si apprestano a ricevere il Sacramento. Non ne ho più voglia; anzi, provo quasi disgusto nel vedere una moltitudine di regali sfarzosi quanto inutili, che questi ragazzini, già oltremodo viziati, ricevono senza apprezzare. È un esercizio di ostentazione messo in atto da nonni e parenti che vogliono, in qualche modo, dimostrarsi superiori alla «fazione» dell’altro coniuge.   In particolare, la battaglia più aspra si gioca nelle coppie separate: nessuno vuole essere da meno dell’altro e si tenta di colmare la vacuità indotta nel bambino dalla separazione — spesso egoistica — con doni che riflettono ricchezza materiale e non valori.

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Ricordo la mia Prima Comunione: era un’epoca già avviata al consumismo, ma ancora ancorata a quelle sane tradizioni secolari tramandate di generazione in generazione. Il regalo più bello, profondo e prezioso fu la poesia che mi dedicò mia zia Maria. Una donna illibata, timida e devota che ha sempre vissuto con noi e che, di fatto, ha cresciuto mio babbo mentre i miei nonni lavoravano tutto il giorno. La bontà e la riservata tenerezza della zia la elevano ai miei occhi a un’entità quasi divina e angelica, salita al cielo oltre venticinque anni fa.   Quella poesia, insieme ad altre che scrisse per me e per i miei genitori, è purtroppo andata perduta. Ricordo però la cura amanuense nel decorare quei fogli, dove erano impressi i versi semplici di una donna che non aveva terminato nemmeno le elementari, ma che erano carichi di amore, tenerezza e autentica cristianità.   Giorni fa, prendendo un caffè in un bar, sono stato fermato da una vicina di casa che non vedevo da anni: «Ciao Francesco, come stai? Ho una cosa da farti leggere che ho ritrovato da poco». Prende il telefono e mi mostra un testo scritto su un foglio di carta. Leggo e rimango di stucco. È una poesia di mia zia. Bene, essendo questa signora al tempo una ragazzina, la zia Maria, secondo le regole del buon vicinato, per la sua prima comunione volle farle un regalo. Il regalo fu questa poesia.   Cara Francesca è giunto il più bel giorno  in cui per te tutto sorride attorno e in questo giorno che ricorderai eternamente tu hai intorno a te tutti i parenti. Sono arrivati alle prime ore Per fare a te la scorta di onore. Giunta ai piedi del Santo altare Tu senti il cuore già palpitare. E quando nel tuo cuoricino Hai ricevuto Gesù Divino, una simil gioia hai mai provata e in estasi al ciel sei trasportata. E in un devoto raccoglimento L’hai certo fatto un proponimento, di essere buona ed obbediente, ai genitori ed ai parenti.  E le avrai detto mio buon Gesù In questo mio sforzo aiutami tu,  io non ti chiedo ricchezze e onori,  ma solo proteggi i miei genitori. Così vi prego Gesù e Maria, la mia preghiera esaudita sia». «Fiorin fiorello, vi prego qualche minuto d’intervallo che adesso farem volar qualche stornello. Fior d’ogni fiore, stamane ti facevan la scorta d’onore a te sposina del Signore. Fior di mughetti, facciamo auguri cordiali e schietti alla sposina di Gesù Francesca M***etti. Fior d’amaranto, tu questo giorno l’hai sognato tanto e mai vorresti il suo tramonto. Fior di viola, l’emozione ti stringe la gola che non sei capace di dire una parola. Fior di cicoria, in mezzo a questa gran baldoria è emozionata pure la Vittoria. Fior d’ogni fiore, ed ora tu Francesca rivolgi gli onori a tutti questi bravi signori.

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A fronte di questa semplicità evangelica, le definizioni dogmatiche ci ricordano la grandezza di ciò che stiamo celebrando. Ricordiamo, infatti, che Gesù Cristo ha istituito la santissima Eucaristia per tre principali ragioni: perché sia sacrificio della nuova legge, perché sia cibo dell’anima nostra e perché sia un perpetuo memoriale della sua passione e morte, ed un pegno prezioso dell’amor suo verso di noi e della vita eterna.   Per i disattenti e gli ignari che conferiscono a questa festa la sola e vacua mondanità, riportiamo alcuni passaggi del Catechismo di San Pio X:   Che cosa è il sacramento dell’Eucaristia? L’Eucaristia è un sacramento nel quale per l’ammirabile conversione di tutta la sostanza del pane nel Corpo di Gesù Cristo e di quella del vino nel suo prezioso Sangue, si contiene veramente, realmente e sostanzialmente il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità del medesimo Gesù Cristo Signor Nostro sotto le specie del pane e del vino per essere nostro nutrimento spirituale.   Vi è nell’Eucaristia lo stesso Gesù Cristo che è nel cielo e che nacque in terra dalla santissima Vergine? Si, nell’ Eucaristia vi è veramente lo stesso Gesù Cristo che è nel cielo e che nacque in terra dalla santissima Vergine.   Dopo la consacrazione che cosa è l’ostia? Dopo la consacrazione l’ostia è il vero Corpo di Nostro Signor Gesù Cristo sotto le specie del pane.   Che cosa è la consacrazione? La consacrazione è la rinnovazione, per mezzo del sacerdote, del miracolo operato da Gesù Cristo nell’ultima cena di mutare il pane ed il vino nel suo Corpo e nel suo Sangue adorabile, dicendo: questo è il mio corpo, questo è il mio sangue.   Crogiolati nel benessere effimero del mondo occidentale, facciamo fatica a scorgere l’enorme privilegio che abbiamo nell’onorare Nostro Signore. Qualora ce ne fossimo dimenticati, basta affacciarsi a quella parte di mondo martorizzato dalle guerre e dai conflitti senza fine che è il Medio Oriente. Mille bambini iracheni, l’anno passato, hanno ricevuto la Prima Comunione. Che l’esempio di questi pargoli ci dia la forza di apprezzare maggiormente i nostri valori cristiani, affinché le nostre sante tradizioni non vadano perdute e non vengano in alcun modo banalizzate.   Francesco Rondolini

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Immagine: Elizabeth Nourse (1859 – 1938), La prima comunione (1895), Cincinnati Art Musem Immagine di Sailko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported; immagine tagliata
 
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La democrazia è diventata una forma di superstizione?

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Per quanto si sforzino di nasconderli, i corpi finiscono sempre per venire a galla. Se la democrazia moderna sembra essere entrata in crisi e aver abbracciato forme totalitarie, è perché sta tornando alle sue vecchie abitudini e si sta rivelando per quello che è sempre stata: un regime dispotico al servizio della Rivoluzione Industriale e delle sue ambizioni imperialiste.

 

L’unica differenza è che ora la democrazia, nella sua fase terminale e con il suo ciclo storico concluso, combatte apertamente contro tutti coloro che le resistono – o meglio, che potrebbero resisterle – nel suo disperato processo di adattamento alla Rivoluzione Digitale. Equiparare la democrazia al totalitarismo, all’omogeneizzazione forzata o alla soppressione dei diritti individuali e familiari può sembrare controintuitivo, se non un pericoloso errore di chi cerca di imitare Salvador Sostres, Jano García o altri anarchici e filosofi che disprezzano la maggioranza in nome di minoranze illuminate.

 

Ma non è né l’una né l’altra cosa. Il rapporto tra democrazia e totalitarismo diventa chiaro se consideriamo che il lungo XX secolo, il cosiddetto secolo della democrazia, è stato il secolo degli stermini. Possiamo considerare che ebbe inizio nel 1915 con il genocidio armeno per mano del Comitato di Unione e Progresso – che cercava di attuare l’omogeneizzazione nell’Impero Ottomano secondo il Codice Civile Napoleonico – e che ora sta per concludersi con il genocidio dei palestinesi perpetrato da Israele, «l’unica democrazia in Medio Oriente».

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La democrazia moderna, dalle sue origini illuministe-protestanti, rivoluzionarie e napoleoniche, ha optato per il fondamentalismo e l’omogeneizzazione forzata, sia attraverso la creazione di uno stato mondiale liberale o «di destra» – in cui siamo tutti uguali nel mercato – sia di uno socialista o «di sinistra» – in cui siamo tutti uguali all’interno dello Stato – culminando infine in una fusione dei due, ormai diffusa in numerose parti del pianeta.

 

Se analizziamo i vari genocidi commessi nel corso del XX secolo, dal regime nazista a quello della Kampuchea Democratica (Cambogia), passando per il regime stalinista, ci renderemo conto che in tutti i casi i massacri vengono perpetrati in nome di un presunto nuovo ordine rivoluzionario razionale, giustificato dal bene comune di un popolo eletto.

 

Possiamo certamente discutere se questi regimi totalitari si ispirino maggiormente al modello «democratico» della Rivoluzione francese, come nel caso del Terzo Reich o dell’URSS, o a quello della Rivoluzione americana teocentrica e ai suoi orpelli del destino manifesto, come nel caso di Israele (non dimentichiamo, a questo proposito, che mentre gli Stati Uniti si sono imposti su un territorio che non apparteneva loro attraverso un innegabile genocidio delle popolazioni indigene, Israele sionista tenta di fare lo stesso da oltre settant’anni in Palestina).

 

In un modo o nell’altro, dietro l’idea di democrazia moderna si cela il dispotismo di Hegel, che celebrava Napoleone come lo «spirito del mondo» che «si diffonde in tutto il mondo e lo domina», imponendo con la forza valori omogeneizzanti (esito a definirli egualitari).

 

O forse è il dispotismo di Alexander Kojève, che, modernizzando questo totalitarismo rivoluzionario hegeliano, ha immaginato e plasmato l’Unione Europea come lo spazio democratico per eccellenza – e quindi post-storico, post-umano e distopico – in cui la politica sarebbe infine sostituita dall’amministrazione in nome di un ordine che trasforma gli esseri umani in automi condannati all’obbedienza una volta soddisfatti i loro bisogni primari. 

 

In altre parole, i grandi difensori della democrazia come emblema della modernità non intendono la democrazia come proclamazione e tutela dei diritti individuali e collettivi così come li immaginiamo (individui, famiglie, territori), bensì come la loro distruzione e sostituzione con un grande e omogeneo Stato mondiale.

 

Mettere in discussione la natura totalitaria della democrazia non significa, quindi, invocare la disuguaglianza o manifestare una decadente plebefobia volta a privare i cittadini dei diritti politici e a centralizzare le decisioni in un gruppo di esperti. È esattamente il contrario.

 

In breve, la democrazia moderna è stata il metadone che la Rivoluzione Industriale ha dato alla gente comune, permettendoci di distaccarci gradualmente dai diritti e dalle libertà che un tempo avevamo, ma che – ci viene detto – non possiamo più godere appieno a causa della mentalità di gregge del mondo moderno tecnologicamente avanzato.

 

Tuttavia, la democrazia moderna è qualcosa di ben più pericoloso. È una forma di fondamentalismo religioso, come riconobbe Tocqueville negli ultimi anni della sua vita, quando rivide alcune delle sue tesi sulla democrazia analizzando la Rivoluzione francese come una forma di assolutismo, perché:

 

«Forse sarebbe più corretto dire che essa stessa divenne una sorta di nuova religione, una religione imperfetta, certamente, senza Dio, senza culto né vita eterna, ma che, nondimeno, inondò tutta la terra con i suoi soldati, i suoi apostoli e i suoi martiri, proprio come l’Islam».

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Per quanto provocatoria possa sembrare questa affermazione, la verità è che la democrazia moderna non ha mai difeso l’esercizio civico della politica (ha sempre tentato di sradicare le forme politiche civiche e statali), né la razionalità (pensare al di là di essa è considerato tabù), e tanto meno il secolarismo, poiché si è sempre presentata come un fondamentalismo religioso dispotico, in stile Antico Testamento, che esige fede assoluta e innumerevoli martiri (non c’è dubbio che, dopo la catastrofe del COVID, la guerra contro la Russia potrebbe diventare una delle più grandi).

 

La democrazia moderna è una divinità in nome della quale si può violare qualsiasi diritto e commettere i crimini più abietti. Non è un caso che i difensori del genocidio israeliano a Gaza affermino che Israele è «l’unica democrazia in Medio Oriente» e che, pertanto, può difendersi come meglio crede.

 

Ma se c’è qualcosa che dovrebbe sorprendere anche i più scettici oggi, è che la democrazia moderna, prendendo l’Unione Europea come piattaforma privilegiata, stia attaccando quattro principi che dovrebbero essere indiscutibili per qualsiasi difensore dei diritti dei cittadini e del bene comune: la libertà di espressione, il suffragio universale, lo svolgimento di elezioni libere e – cosa ovvia sin dall’attuazione di politiche dannose per la salute come il green pass covidiano – l’integrità fisica di ogni singolo cittadino (ovvero, la nostra sicurezza da ogni tipo di coercizione o intimidazione).

 

La libertà di espressione è stata sottoposta a un vero e proprio assedio in nome dell’adattamento delle nostre libertà alla rivoluzione digitale. Ciò include non solo leggi come la legge sui servizi digitali, la persecuzione dei giornalisti in Germania e il finanziamento pubblico della propaganda filoeuropea e antirussa , ma anche la promessa di Ursula von der Leyen di creare uno «scudo europeo per la democrazia» che schiererà verificatori di fatti ovunque per prevenire la contaminazione delle informazioni e le interferenze straniere (ovvero, per combattere la libertà di espressione).

 

La prova che questa guerra contro la libertà di espressione sia seria sta nel fatto che l’intellettuale dell’establishment Jordi Gracia ha recentemente dichiarato, in un insipido articolo su El País, la necessità di porre fine alla libertà di espressione per preservare la democrazia ed evitare malintesi e inganni tra i cittadini.

 

Per quanto riguarda l’attacco alle elezioni libere, non possiamo che concludere che, dopo la squalifica di Georgescu in Romania e di Le Pen in Francia, sembra destinato a diventare una prassi comune all’interno dell’Unione Europea. Ma ciò che è forse ancora più sinistro è la proliferazione nei media di dichiarazioni apparentemente sensate e «democratiche» contro il suffragio universale – ovvero, propaganda plebea e reazionaria – al fine di impedire esiti indesiderati come la Brexit o il trionfo di politici simili a Trump.

 

Mentre Alan C. Grayling auspica una riforma del sistema elettorale per impedire la vittoria di opzioni che considera abiette, il politologo Bryan Caplan appare sulle pagine dei più importanti quotidiani del nostro Paese affermando che, per salvare la democrazia dall’ignoranza del popolo, il diritto di voto dovrebbe essere limitato a quei cittadini in grado di superare un esame di cultura storica ed economica. Ma guardate la coincidenza e la benevolenza, perché se qualcuno non avesse capito il messaggio, Máximo Pradera, lo showman di sangue blu, un paio di settimane fa ha gridato la stessa cosa su un giornale digitale senza che nessuno definisse lui, Copland, Grayling o Von der Leyen fascisti.

 

Questo è in qualche modo comprensibile, perché se volessimo fare loro la morale, dovremmo fare lo stesso con il nostro amato re eurocrate Felipe VI, che un paio di settimane fa, agendo come «idraulico» e saccheggiatore di fogne della corrotta Von der Leyen , non solo le ha conferito un premio in lode delle sue macchinazioni, ma ha anche invocato la persecuzione di tutti coloro che, come chi scrive, mettono in discussione l’adeguatezza dell’Unione Europea.

 

Felipe VI, con la sua voce zeppolante alla Valle-Inclán, in quel momento di infamia e attacco alla cittadinanza – un momento imperdibile che dovrebbe passare negli annali del tradimento monarchico – è sembrato simile al suo antenato Ferdinando VII che incitava i Centomila Figli di San Luigi a prepararsi a invadere la Spagna e a disciplinare i dissidenti. (Che dire? Non sono contro la monarchia costituzionale, ma la storia ci insegna che ogni volta che incontriamo un Borbone che difende la democrazia, dovremmo darcela a gambe levate).

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La natura reazionaria e religiosa della democrazia moderna

Se c’è qualcosa che spiega gli sfoghi dispotico-democratici di Filippo VI, è la natura stessa della democrazia moderna, profondamente reazionaria fin dalle sue origini.

 

La democrazia moderna non è una conquista della civiltà, ma un’invenzione dell’Illuminismo (voltariana per alcuni, montesquieana per altri) che cerca di cancellare gran parte della storia occidentale conosciuta (certamente sia le origini cattoliche della modernità sia le sue radici medievali) al fine di instaurare un regime politico il cui mito fondativo è un impossibile e controverso ritorno all’ordine cortese greco.

 

In questo senso, è necessario chiarire perfettamente: parlare di democrazia non implica sostenere la dittatura o un regime militare (in realtà, democrazia e dittatura formano un nodo gordiano moderno che le rende inseparabili), tanto meno esprimere nostalgia per un passato idilliaco che, se esiste in un immaginario collettivo, è quello della democrazia e delle sue lontane pretese ateniesi.

 

L’idea di democrazia non è altro che un salafismo o un puritanesimo tipico del protestantesimo calvinista – un’ideologia suprematista – che cerca un ritorno alle origini di una certa concezione della cultura occidentale, basandosi su teoremi di nuova formulazione privi di un’effettiva applicazione pratica, come ad esempio la separazione dei poteri.

 

Le origini protestante-calviniste della democrazia spiegano molti dei suoi difetti , oltre al suo carattere, a mio avviso, profondamente reazionario, poiché, come sottolinea Chesterton, «lo scisma del XVI secolo [la Riforma protestante] fu in realtà una ribellione tardiva dei pessimisti del XIII secolo. Fu una regressione del vecchio puritanesimo agostiniano contro il liberalismo aristotelico».

 

In altre parole, se qualcosa ha ucciso la modernità di matrice cattolica (egualita e razionalista) che, per molti versi, continua a illuminare il mondo contemporaneo, è stata la regressione alle caverne platoniche del protestantesimo, che ha trionfato geopoliticamente dal XVIII secolo. È per questo motivo che la democrazia moderna, invece di optare per politiche razionali e per il perfezionamento dei diritti dei cittadini e per una reale «separazione dei poteri» che esisteva nel Medioevo e si è sintetizzata nel XIX e XIX secolo, ha abbracciato un approccio più conservatore.

 

Nei testi ispanici di carattere decisamente anti-imperialista, i paragrafi 16 e 17 propugnano un repubblicanesimo platonico simile a quello della Città di Dio di Agostino, ma in una versione secolarizzata e umanizzata. La democrazia moderna difende quindi l’ideale platonico di una repubblica perfetta, strutturata su principi teoricamente impeccabili, come l’illuminata separazione dei poteri, ma praticamente inefficaci, che prevalgono sull’effettivo esercizio della politica, la quale dovrebbe essere orientata al bene comune e necessariamente soggetta a modifiche.

 

In questo modo, il potere viene «diviso» tra un’oligarchia spesso collusa con potenze economiche esterne e distaccata dal popolo, privando il soggetto, ora chiamato «cittadino», di molti dei suoi diritti e prerogative fondamentali.

 

La democrazia moderna, in questo senso, è una religione sostitutiva con legioni di fedeli pronti a lapidare chiunque osi criticarla. In Spagna, ad esempio, le difese teoriche di Antonio García-Trevijano di una democrazia formale basata sulla Rivoluzione americana sono state e continuano ad essere molto influenti . Ma è opportuno notare che, sebbene Trevijano denunci giustamente il dirottamento della democrazia da parte della politica partitica (direi anche del filantropia capitalistica e dei grandi monopoli), le sue tesi sono un esercizio reazionario di platonismo illuminato.

 

Trevijano, ammaliato dalla dottrina di Weber sulla modernità protestante, sostiene che abbiamo sostituito la vera democrazia – la democrazia politica – con una concezione sociale di essa incentrata sulla redistribuzione della ricchezza che ignora le libertà politiche. In altre parole, la confusione tra democrazia sociale e democrazia politica impedirebbe, secondo Trevijano, l’emergere della grande invenzione democratica americana e della buona novella puritana della modernità: la libertà politica.

 

Tuttavia, l’idea che la libertà possa esistere senza proprietà (ovvero, senza un sistema minimo di giustizia distributiva) è tanto moderna quanto reazionaria, oltre a essere una rozza derivazione della retrograda divisione liberale tra libertà positiva e negativa.

 

Essa fa parte di una visione del mondo protestante-calvinista che espropria gli ideali universali cattolico-ortodossi di uguaglianza e li trasforma in forme di uguaglianza selettiva per pochi eletti. Non dovrebbe quindi sorprendere nessuno supporre che la democrazia formale e rappresentativa concepita negli Stati Uniti e celebrata da Trevijano nella sua forma originaria non abbia «democratizzato» la vita dei suoi cittadini, ma abbia piuttosto eretto un sistema di caste in cui, per gran parte della democrazia americana, le minoranze come cattolici ed ebrei sono state perseguitate, mentre la popolazione nera è stata ridotta in schiavitù o di fatto privata dei diritti.

 

Il tentativo di Trevijano di stabilire un legame tra il puritanesimo e la difesa dei «diritti naturali eterni di libertà, uguaglianza e proprietà» è assurdo, riproducendo gli abbecedari della propaganda calvinista , intento a celare la forte gerarchizzazione della società che la democrazia moderna cerca di imporre dopo le varie teorie di uguaglianza umana universale emerse nel vasto mondo cattolico del XVI e XVII secolo.

 

Se esiste, ripeto, un Paese oggi che difende una concezione formale e calvinista della democrazia come quella americana, ancorata al destino manifesto, alla supremazia degli eletti e a un teocentrismo esplicito ma edulcorato («una nazione sotto Dio»), questo è Israele sionista. (A proposito, gli Stati Uniti o Israele sono forse le società aperte che l’Occidente antinatalista e amante degli animali cerca di contrapporre al fondamentalismo islamico, prodigo di figli, famiglie e nemico degli animali domestici?)

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La democrazia moderna, dunque, fin dalla sua comparsa più di due secoli fa (sia nella forma di dispotismo illuminato, costituzionalismo liberale, democrazia liberale o tecnocrazia, tra le altre), è una religione sostitutiva. Ha un’aspirazione universalista, in linea di principio simile a quella del cristianesimo o dell’islam, ma il suo universalismo è imperialista, predatorio e quindi fals . Non difende, come il cristianesimo cattolico-ortodosso, dogmi e diritti naturali che siano efficaci in qualsiasi territorio ma non esigano la sottomissione politica né eliminino ogni elemento di differenza.

 

Al contrario, la democrazia moderna, nella sua logica calvinista, è una religione artificiosa ma capricciosa che cambia arbitrariamente i suoi dogmi in tempi record, privilegiando sempre gli interessi dei Paesi più forti, poiché sono le oligarchie di questi Paesi – mai le loro popolazioni – a trarre veramente vantaggio dalla farsa democratica .

 

Se, ad esempio, il Sinedrio «democratico» decidesse che solo le società con leggi sul matrimonio tra persone dello stesso sesso, sull’autodeterminazione di genere o sulla protezione degli animali sono democratiche – e quindi meritevoli di diritti umani e dignità – anche se esse stesse ne erano sprovviste solo pochi anni prima, tutte le altre società verrebbero considerate disumane e potrebbero essere attaccate e private delle loro risorse più essenziali in nome della democrazia.

 

Se, ad esempio, solo i Paesi che riconoscono la personalità giuridica agli animali (come ha fatto l’Argentina con l’orango Sandra) fossero considerati democratici, qualsiasi altro territorio che non facesse lo stesso potrebbe essere punito. Ma non è tutto. Se, sotto l’influenza della cultura giapponese, dovessimo trasformare l’usanza giapponese di vendere mutandine usate, opportunamente macchiate di urina o mestruazioni, come oggetti erotici nei distributori automatici, in un simbolo identitario per le società democratiche, qualsiasi Paese che non partecipasse a questo scambio commerciale vulcanico e batterico potrebbe essere accusato di arretratezza e attaccato senza pietà.

 

(Non mi credete? Ricordate come nacquero le Guerre dell’Oppio, promosse dal governo liberale della Gran Bretagna per proteggere il diritto dei cinesi di assumere droghe a loro piacimento, senza che il loro paese illiberale e dispotico si opponesse al libero scambio di oppio, che, curiosamente, arricchì le oligarchie britanniche e distrusse la società cinese.)

 

Per essere concilianti, potremmo dire che la democrazia, nel bene e nel male, pur consumando enormi quantità di sangue umano, ha funzionato negli ultimi duecentocinquanta anni come un ideale regolatore dispotico. Tuttavia, una volta che la società industriale di matrice protestante che l’ha strutturata e dotata di una certa filosofia è entrata in crisi, la democrazia ha raggiunto i suoi limiti e ha serie difficoltà a continuare ad affascinarci.

 

Pertanto, di fronte al collasso totalitario della democrazia, e proprio prima che essa tenti di instaurare uno stato omogeneo e universale (un tema che affronterò nel mio prossimo articolo), vale la pena chiedersi se la democrazia non sia diventata più una forma di superstizione che ci rende schiavi che una garanzia minima di diritti.

 

David Souto Alcalde

 

Articolo ripubblicato con permesso da Brownstone Spain

 

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