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Pensiero

Il solito sogno premonitore

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Queste sono le parole di uno che racconta di cose che ha visto dormendo. Quindi, se non vi piacciono le cose private, o se avete problemi con il linguaggio opaco illogico della vita onirica andate via. Ammesso che i sogni abbiano un linguaggio. Non credo a Freud da decenni, di Jung forse ho ancora meno fiducia.

 

Un sogno e suoi effetti sulla vita reale, perfino sull’universo fisico che va al di là delle possibilità delle persone, sono, lo ammetto, cose risibili. Al massimo si può tentare di nobilitare l’argomento con i versi scespiriani, pallosi quanto incontrovertibili, de La Tempesta: «Siamo fatti della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita».

 

Nella mia breve vita capita di fare ciclicamente sogni poderosi. Capita tre o quattro volte l’anno di avere di notte visioni che poi non vengono lavate via al mattino. Non succede spesso, e accade in prossimità di piccoli e grandi traumi ed eventi, tanto che posso ricordare taluni sogni di decenni fa. Alcuni sono stati annotati in alcune lettere andate perse.

Poche settimane fa, prima che iniziasse il disastro della quarantena pandemica, un sogno sofisticato e terribile

 

Questi grandi sogni sono interconnessi, quantomeno da una topografia onirica: la piantina del mio mondo notturno è sempre la stessa. Essa non coincide in alcun modo con la realtà, ma ritorna sempre uguale nel mondo sognante. Dal binario 1 di Victoria Station, a Londra, parte un treno sotterraneo che porta a Francoforte e a Milano; alcune case della mia vita possiedono stanze nascoste; esistono paesini veneti sconosciuti che si raggiungono da certi bivi di strade in pianura; si arriva in moto sino in Afghanistan passando per la Grecia (e ci si impiega poco tempo, ma le stradine fra le selve montane di Pakistan e Kirghizistan sono strette e ripide); ci sono radure segrete nei boschi sui colli, e pietraie sull’Himalaya dove svolazzano gli avvoltoi (alcuni di questi luoghi, tuttavia, avrei scoperto esistevano davvero, ma questo è un discorso che complica tutto, è una confessione per un altro giro).

 

Alcuni di questi sogni possono talvolta acquisire l’etichetta di «sogni premonitori». Succede spesso riguardo ai guai degli altri. Sognate qualcosa di brutto riguardo ad un conoscente, e poi scoprite che la persona se la sta passando male.

 

In molti possono dire di aver avuto esperienze simili; il censore interiore con bollino CICAP vi impone di pensare che si tratti di qualcosa di naturale, perfettamente spiegabile da un qualsiasi pasdaran dell’universo come fenomeno di mediocrità assoluta: state solo dando significato a qualcosa di senza senso, oppure state rielaborando in sede inconscia la preoccupazione per qualcuno. Accettiamo pure spiegazioni così, ad uso degli impiegati di quel Normalismo di Massa ormai prossimo a divenire Religione di Stato.

 

È che alcuni dei miei «sogni premonitori» riguardano in genere attività di polizia nei confronti di persone che conosco. Quando faccio un sogno del genere, di solito capita di sapere di lì a poco che qualcuno sta passando qualche guaio – niente di preoccupante, perché io sono decisamente la persona più pericolosa della mia cerchia di conoscenze, tuttavia qualcosa che ha a che fare sempre con la Legge.

Erano mia moglie e mio figlio. Era una famiglia, era la mia. Era la mia famiglia, ma di quella versione di me che non aveva pensato di ribellarsi a quel sistema fatto di soldati prepotenti e di bontà imprigionata

 

Potete non crederci, non ci credo neanche io probabilmente, tuttavia – ora più che mai – non me ne frega niente di quello che pensate. Altrimenti non vi starei scrivendo.

 

Succede quindi che poche settimane fa, prima che iniziasse il disastro della quarantena pandemica, mi arrivasse in visione notturna questo sogno sofisticato e terribile.

 

La prima scena del sogno si svolgeva in un albergo sul mare, dove ero capitato, sapevo, quando molte cose si erano già compiute, e il disordine si era dipanato prima del mio arrivo. Il palazzo era molto alto, e svettava su un’insenatura con spiaggia di roccia, e tutt’intorno c’era il buio totale, forse una boscaglia estesa, da cui non usciva nessuna luce.  Questo panorama emerge forse dalla crasi di luoghi effettivamente veduti in Istria e in Giappone, sia pur con varie licenze poetiche: tuttavia la cosa ora non ha importanza. 

 

Ero in questo albergo con una ragazza, che era lì da tempo oramai; la ragazza in questione non esiste nella realtà fisica, ma in quella del sogno la conoscevo da sempre, e il mio rapporto con lei era definito, inamovibile: dovevo proteggerla.

 

La ragazza era gioviale e sbarazzina, godeva di una libertà sconosciuta ai più, e forse proprio questo, nella trama del mondo in cui ero capitato, era particolarmente importante. Qualcosa in lei mi ricordava una ragazza francese che non vedo da vent’anni, si era presa dalla vita questa libertà che le conferiva una incontestabile purezza, anche se probabilmente era proprio quel tipo di persone che riesce a mettersi nei guai. Ricordo di averlo pensato nella vita reale quando, una notte in riva ad un lago alpino ere geologiche fa, guardavo C. meravigliarsi di come la luna corresse lungo la cima delle montagne con il passare delle ore.

 

In questo sogno il mondo era talmente fottuto che non avrei potuto fidarmi nemmeno di me stesso. Non di qualcuno che non capiva la gravità del momento che l’umanità sta vivendo. 

La ragazza del sogno, che era più alta ma con degli occhi azzurri simili alla mia perduta amica francese, era in questo albergo e, a causa di questa sua inspiegata centralità per il potere malvagio che governava quel mondo onirico, era piantonata da truppe su truppe di commando in tenuta antisommossa.

 

Erano ovunque. Nei corridoi, sul tetto, alla reception. Il fatto che io, risaputamente legato a lei, potessi muovermi all’interno dell’edificio era una concessione che sconfinava nell’umiliazione: era come se mi dicessero, quando li trovavo in ascensore e sulla porta della stanza, «tanto noi siamo ovunque qui, comandiamo noi qui, il nostro controllo è totale, abbandonati a questo dispiegamento di forze, non puoi farci nulla».

 

Non sapevo del tutto il perché di quell’assedio alla povera ragazza, la quale tuttavia non si perdeva d’animo, anzi era rimasta come sempre spiritosa e genuina, fors’anche un po’ distaccata dalla gravità della situazione.

 

Non avevo il quadro della situazione, ma era chiaro che – per quel contratto relazionale inviolabile che avevo nel sogno con la ragazza, anche se era qualcuno che viveva fuori dalla mia vita – dovevo farla evadere. Dovevamo scappare. Io e Lei, in qualche modo, avremmo dovuto sfuggire alla pletora di nerboruti pretoriani, corazzati ed armati come i contractor americani visti nei reportage dall’Iraq e dall’Afghanistan. A loro e al potere di cui eseguivano gli ordini.

 

La verità profonda di questi giorni di caos: mi fido più dei miei sogni che del mio governo. Mi fido più dei miei sogni che delle storie degli scienziati dei giornali. Mi fido più dei miei sogni che degli organismi transnazionali. Mi fido di più dei miei sogni che dei miliardari che dicono di volermi salvare

Esposi l’unico piano possibile alla ragazza: avremmo dovuto saltare giù dal balcone direttamente in mare, anche se la sua stanza stava ad un piano molto alto. Lei si mise a ridere, e disse che probabilmente vi erano dei commando subacquei già pronti in profondità per questo caso. Mi sembrava una cosa improbabile, e la convinsi dicendole che io certo non ho mai avuto paura dei tuffi da grandi altezza, cosa peraltro vera, che nel sogno mi inorgogliva non poco. 

 

Accettò. Raccolto quel poco ci potesse servire nelle nostre stanze, ci lanciammo dal balcone. Appena piombato in acqua mi resi conto che aveva ragione: c’erano dei sommozzatori armati a controllare le profondità. Si muovevano tuttavia lentamente, e con il classico stile rana sotto il pelo dell’acqua (perché da sopra avevano preso a suonare l’allarme, urlare e sparare) raggiungemmo la riva.

 

Qui in qualche modo le nostre strade si divisero. Ci accordammo per andare nelle nostre case a prendere quel che ci serviva per fuggire per sempre, perché oramai era chiaro che saremmo stati ricercati  per il resto della nostra vita. Eravamo, in tutto e per tutto, dei fuggiaschi – anche se nella sua incoscienza, che talvolta mi dava fastidio, la ragazza non sembrava rendersene completamente conto, quasi ci fosse abituata.

 

Dovevamo fare in fretta: era chiaro che il primo posto dove sarebbero venuti a cercarci era la nostra abitazione. Così eccomi arrivare nottetempo a casa mia, entrare di soppiatto, e cercare in lavanderia qualcosa  che potesse servirmi per quella che era la cesura totale della mia esistenza. Da quel momento in poi, la mia vita sarebbe totalmente cambiata, sarei stato per sempre un fuggitivo, anche se in cuor mio sapevo che il potere che voleva me e soprattutto la ragazza non poteva durare, perché violento e illegittimo. La mia vecchia vita era finita, sì – e non avevo idea di cosa potesse servirmi in quella nuova, fatta di ansia e  fuga permanente.

 

Non sapevo, rovistando tra la lavatrice e l’essicatore, cosa stessi cercando in quella stanza semisotterranea della casa. Un’arma? Del danaro? Un qualche souvenir della mia vita precedente da portare con me? No, non ne avevo idea.

 

Fu mentre mi ponevo queste domande, che sentii il rumore di un’automobile entrare nel vialetto di casa. Schizzai nel buio del giardino, e dietro una siepe guardai chi era arrivato.

 

Provavo rabbia e stupore, perché con questa gente totalmente addomesticata, comprata nonostante la tragedia del mondo, io non potevo proprio restare. Avevo rinunciato alla vita, avevo rinunciato a me stesso, per portare avanti la battaglia

Qui vi fu visione più sconvolgente della mia vita: in quella macchina, illuminato dalla luce della portiera, c’ero io. Era un’altra versione di me, una versione di me che aveva continuato a vivere ed esistere al di fuori delle logiche delle ragazze pure da salvare, della sfida al potere militare. Quel che vedevo mi toglieva il fiato.

 

Non ero solo. In quella macchina c’era una donna, e un bambino piccolo biondo, che a macchina spenta era amabilmente montato sul cruscotto.

 

Erano mia moglie e mio figlio. Era una famiglia, era la mia. Era la mia famiglia, ma di quella versione di me che non aveva pensato di ribellarsi a quel sistema fatto di soldati prepotenti e di bontà imprigionata. Quella versione di me che non poteva permettersi, per il bene della bella ragazza sul sedile passeggero e del bellissimo bimbo che sorrideva sul cruscotto, di deviare in alcun modo dallo Stato delle Cose, dalla Legge oscura e tremenda che governava quell’universo di sogno.

 

La visione fu scioccante, e dopo lo sgomento dei primi attimi – non potevamo vedermi – chiusi gli occhi ed ebbi la rivelazione: il mondo era talmente fottuto che non avrei potuto fidarmi nemmeno di me stesso. Non di qualcuno che non capiva la gravità del momento che l’umanità sta vivendo. Era una verità triste e lucidissima, che dovevo accettare subito, lì, rannicchiato nelle tenebre.

 

Così, mi risolsi a scappare, e basta. Nel momento in cui stavo per raggiungere la rete da scavalcare, mi resi conto che erano arrivate silenziosamente tantissimi conoscenti, come se avessero ricevuto un segnale da me: erano persone che condividevano il mio pensiero sul sistema oramai malvagio e fallito, e volevano scappare con me. Scendevano veloci dalle loro auto parcheggiate nella strada buia, e mi raggiungevano sotto la rete. 

Combattere significa esprimere il massimo sacrificio: la rinuncia di sé, la rinuncia di quanto hai di più caro. Combattere significa angoscia e determinazione. Combattere significa sacrificarsi sino a rendersi irriconoscibili

 

Passammo oltre, e poi ci sparpagliammo: ognuno per sé, era troppo rischioso stare insieme. Raggiunsi il bosco della collina dietro casa, e proseguii per la strada in salita. Non la ricordavo così lunga… e non ricordavo che fosse costellata di tutti questi paesini; c’era tuttavia una villa che conoscevo, dove ero entrato in altri sogni: nessuno mi apriva. I paesini collinari erano deserti, praticamente nessuno in giro, se non qualche anziano sempliciotto che si diceva molto soddisfatto di vivere in quel comune, perché vi avevano costruito «persino una teleferica». 

 

Provavo rabbia e stupore, perché con questa gente totalmente addomesticata, comprata nonostante la tragedia del mondo, io non potevo proprio restare. Avevo rinunciato alla vita, avevo rinunciato a me stesso, per portare avanti la battaglia. Ora sentivo solo la pressione di un potere che mi stava cercando, e che forse aveva già trovato la ragazza che avevo salvato. Davanti a me vedevo solo un quadro indefinito nel tempo e nello spazio, una fuga senza meta e senza certezza.

 

Fine del sogno.

 

Qualche ora dopo, nel mondo reale, mi arrivò un messaggio: ad un’amica combattiva, latitudine Bibbiano, era arrivata una denuncia. «Tsss. Il solito sogno premonitore» mi dissi. Il solito sogno di scontro totale con le autorità che faccio in genere quando qualcuno che conosco si trova nelle peste.

 

Perché è un dogma innegabile, in tempo di pace come nell’ora buia dello scontro, del mondo in preda al Male: «Siamo fatti della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita»

Qualche giorno dopo ho cominciato a dare un’altra interpretazione.

Perché qualche giorno dopo non solo io, ma io con tutta l’umanità ci siamo risvegliati in un mondo semideserto con forze dell’ordine ovunque, dove la libertà – che tanto risaltava in quella ragazza da portare via – è stata sequestrata. Libertà di parola, libertà di movimento: il dissenso nel mio sogno poteva tradursi solo in una fuga, nella vita da clandestino, lontano da tutti coloro non siano in grado di capire la catastrofe dell’ora presente, dove un potere oscuro ti impone di sfidarlo.

 

Lontano da tutti. Lontano persino da me stesso e dalla mia famiglia – e quest’idea mi fa tremare anche ora che ne scrivo.

 

Combattere significa esprimere il massimo sacrificio: la rinuncia di sé, la rinuncia di quanto hai di più caro. Combattere significa angoscia e determinazione. Combattere significa sacrificarsi sino a rendersi irriconoscibili. Mi porto a casa queste lezioni da questo sogno speciale, e non sono nemmeno tutte, e probabile che non siano nemmeno quelle giuste.

 

Non mi interessa l’opinione del lettore, perché questo è proprio uno dei tanti significati che posso attribuire: non cercare riparo nel paesino deserto e felice, non cercare l’accordo nemmeno con chi ami. Ho dovuto vedere il mondo impazzire mentre è invaso da un organismo acellulare per accettare quest’idea.

 

Ho scritto per significare la verità profonda di questi giorni di caos: mi fido più dei miei sogni che del mio governo. Mi fido più dei miei sogni che delle storie degli scienziati dei giornali. Mi fido più dei miei sogni che degli organismi transnazionali. Mi fido di più dei miei sogni che dei miliardari che dicono di volermi salvare.

Restate in ascolto del vostro cuore: nelle sue notti c’è più verità che nei decreti di governo; nei suoi messaggi c’è tutto il futuro di cui abbiamo bisogno

 

Questo è quanto avevo in cuore di raccontare.

 

E no, non ho più un numero di telefono di C. per sapere come sta. Né so che fine ha fatto la ragazza del sogno. Riconosco che anche questa incertezza dolorosa è parte della saggezza guerriera che mi viene trasmessa.

 

Perché è un dogma innegabile, in tempo di pace come nell’ora buia dello scontro, del mondo in preda al Male: «Siamo fatti della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita».

 

Restate in ascolto del vostro cuore: nelle sue notti c’è più verità che nei decreti di governo; nei suoi messaggi c’è tutto il futuro di cui hanno bisogno le nostre vite.

 

 

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

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Necrocultura

Il network neodemocristiano dietro alla Meloni

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Le sigle e siglette dell’associazionismo e movimentismo cattolico e pro life, sempre munite dell’appoggio esterno episcopale, storicamente compongono quel soggetto politico che, simulando di difendere la vita umana, ha di fatto aperto le porte al suo definitivo oltraggio.

 

A partire dalla legge 194 del 1978 – partorita da madre democristiana (al governo c’era Belzebù) sotto il nome orwelliano di legge «per la tutela sociale della maternità» – va preso atto di come il vero autore dello scivolamento normativo verso lo stravolgimento dei principi della bioetica (cosiddetti non negoziabili) sia stato proprio il network democristiano, che ha lavorato di fino, a colpi di «male minore», siglando via via tutte le tappe della dissoluzione, per arrivare ai recenti traguardi del genderismo educativo e del transumanesimo biotecnologico – cioè alla manomissione programmatica della vita e del suo codice fondamentale.

 

Non ci fosse stata a ogni passaggio la mano benedicente del mondo ecclesiastico (chierici e laici), il programma non sarebbe filato così liscio, nel continuum montante che è giunto oggi a travolgere la sovranità biologica umana. 

 

Ecco, quella rete neodemocristiana che da decenni avanza nell’interstizio tra CEI e politica, e che negli ultimi tempi appariva decadente e sfilacciata, si è magicamente ri-agglutinata a ridosso della tornata elettorale appena conclusa. Clericali e di ogni ordine e grado hanno risposto tutti al richiamo della fiamma tricolore. E sono diventati, tutti, fratelli d’Italia.

 

Non se ne è accorto nessuno, forse nemmeno i diretti interessati, ma è accaduto che una ben precisa linea di pensiero e un intero sistema di potere ad essa legato, precedente di molto il fenomeno Meloni, sono stati recepiti in blocco nel suo partito, il quale del resto soffre il problema della fragilità: è cresciuto più in fretta della sua classe dirigente, e quindi, già in passato, ha finito per caricare a bordo, pericolosamente, un po’ di tutto. 

 

Quanto all’orizzonte ideale di Giorgia Meloni riguardo al tema della vita, esso è noto da tempo. La Meloni non è contraria all’aborto, non vuole l’abrogazione della legge 194, ripete anche lei l’eterna solfa dell’aiuto alle madri, spesso declinata nella formula della «piena applicazione della 194». 

 

La sua reazione stizzita, lo scorso giugno, dinanzi alla rivoluzionaria sentenza della Corte Suprema americana che depennava l’aborto dalla lista dei diritti federalmente garantiti, è di ciò prova evidente.

 

Per ribadire a scanso di equivoci la posizione per cui l’aborto non si tocca, sono scesi infine in campo addirittura i suoi familiari: la sorella, il compagno. Quest’ultimo ci ha aggiunto sopra il carico di qualche altra perla di modernità, per esempio affermando la liceità di far vedere ai bambini cartoni animati omogenitoriali

 

Meno noto invece è l’altro fatto, e cioè che dietro alla Meloni si sia allineata la costellazione di potere politico-religioso con le varie figurine del suo album. 

 

Per esempio, è significativo che abbiano riesumato la veterana Eugenia Roccella. Prima con il PDL, poi con gli scissionisti NCD di Alfano (dietro i quali, dissero i retroscenisti, c’erano i vescovi), per anni è stata personaggio di riferimento del mondo catto-pro-life e pro-family, al punto che le fecero presentare il primo Family Day nel 2007. Nel 2018 non entrò in Parlamento. Ora, cambiato partito, torna alla grande: fallito l’uninominale da Bologna a Foggia (unica sconfitta del centrodestra in Puglia), è stata ripescata col proporzionale in Calabria.

 

La sua è una storia interessante: figlia di uno dei fondatori del Partito Radicale, in gioventù ha fatto la femminista d’avanguardia, pubblicando anche un manualetto dal titolo: Aborto facciamolo da noi. Poi qualcosa è cambiato, anche se la nostra, in fondo, si è sempre prodigata per la difesa della 194, come ha precisato anche a inizio mese in un’intervista al Giornale.

 

«La 194 non si tocca. Ma si fa ancora troppo poco per la maternità» virgoletta il titolo del pezzo.

 

Per chi pensa che il Family Day fosse una manifestazione spinta dai vescovi, che nel 2007 erano guidati dal cardinale Ruini, all’osservatore profano verrebbe naturale dedurre che la Roccella sia stata reclutata nel partito berlusconiano per rivestire il ruolo di «uomo del Vaticano» in politica, secondo la definizione che Bossi diede alla Pivetti.

 

Del resto lo stesso cardinale Ruini, comandante in capo degli zucchetti, bersaglio degli attacchi di una sinistra talmente sciocca da crederlo un avversario, non mancava occasione per ribadire anche lui quella linea: la 194 non si tocca, diceva già all’epoca, quando nel 2008 chiese di «non rivoltarsi» contro la 194. «L’ex presidente della CEI ha evitato, “parlando a titolo personale”, di utilizzare la parola “omicidio” per l’aborto» scriveva La Stampa, descrivendo un’intervista TV del cardinale con Giuliano Ferrara.

 

Altra candidata eletta con Fratelli d’Italia è Maria Rachele Ruju, che – bizzarra coincidenza – è un’altra presentatrice del Family Day: il secondo, quello del 2015 contro le unioni monosessuali (e si è visto come è finita).

 

La Ruiu vanta una carriera nel giro delle varie siglette pro-vita capitoline: una di queste ha organizzato un evento (in teoria) contro l’aborto – sostegno alla maternità, difesa della vita, eccetera eccetera – lo scorso maggio a Roma. Nel manifesto dell’evento, e nei cartelli precompilati che il sito suggeriva generosamente di stampare a proprie spese e di portare alla manifestazione, non vi era traccia della parola «194», numero che ha giustamente ossessionato decenni di antiabortismo italico.

 

Anche la Ruju, esattamente come la collega di partito e di Family Day Roccella, aveva reso poco prima del voto un’intervista al Giornale, in cui dichiarava, all’unisono con le gerarchie cattoliche, che una richiesta di abolizione della 194 «non avrebbe alcun senso né risultato». 

 

Nel frattempo monsignor Paglia, sempre poche settimane fa, a poche ore dal voto, parlava della 194 come «pilastro della vita sociale» del Paese. 

 

E per l’occasione, a quanto pare importante, rispunta fuori lo stesso cardinale Ruini, che i benpensanti potrebbero ritenere sulla carta un conservatore agli antipodi di Paglia: macché, anche lui, sul Corriere della Sera, canta nel coro a difesa della 194.

 

«Spero che la legge 194 sia finalmente attuata anche dove dice che lo Stato riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio» afferma il cardinale , che ha tenuto poi anche ad enunciare la nuova grande battaglia: «le unioni civili dovrebbero essere differenziate realmente, e non solo a parole, dal matrimonio tra persone dello stesso sesso. Devono essere unioni, non matrimoni».

 

 

Intanto nello stesso coro si arruolano altre voci illustri. Per esempio arriva la scrittrice Silvana De Mari, che già aveva lanciato un movimento-partito (i «Liberi in Veritate», già visti in TV in trasmissioni movimentate), poi aveva fatto endorsement per Italia Sovrana e Popolare, e poi a sorpresa, in zona Cesarini, invita tutti a votare Meloni.

 

A urne appena chiuse, ecco che in un articolo de La Verità sostiene (lei quoque) che bisogna difendere la 194 sotto attacco, come sotto attacco sarebbero anche le unioni civili, per le quali il pericolo è che possano diventare «matrimonio» – ammettiamo a questo punto di non capire esattamente che differenza vi sia, ma ci fidiamo del pensiero della fantasiosa autrice de L’ultimo orco, L’ultimo elfo, l’ultimo mago, Gli ultimi incantesimi

 

Insomma, vengono radunati nomi che garantiscono, in teoria, la pace con la galassia curiale, anche se ormai tutti sanno che questa elettoralmente non conta più nulla.

 

Ora, la posizione dettata dall’alto sull’aborto, e che tutti ripetono a pappagallo come un sol uomo, ben esprime il metodo in uso in ambiente neodemocristiano, metodo che si applica ai vari altri temi del suo programma. Un vasto programma.

 

Dobbiamo infatti ricordare che, dallo stesso partito della Roccella, il NCD, proviene anche Beatrice Lorenzin. Come ministro della Sanità, nel 2014 la Lorenzin volò a Washington per firmare alla Casa Bianca l’impegno a fare dell’Italia il «capofila per le strategie vaccinali a livello mondiale», e in particolare della vaccinazione totale dei bambini. L’impegno si tradusse nella normativa che, dal 2017, ha impedito a tante famiglie di portare i figli a scuola.

 

E quale fu la reazione delle gerarchie cattoliche alla legge ultravaccinista, che di fatto funse da prova generale per la successiva Italia della certificazione verde? Comunicati congiunti di Pontificia Accademia della Vita (ancora Paglia) e medici cattolici per dire che l’obbligo vaccinale sui bambini andava benissimo; note bioetiche per dire che la presenza di linee cellulari di feto abortito nella produzione dei vaccini era moralmente lecita, perché «distante nel tempo» (è il peccato a scadenza, come lo yogurt); qualche cattolicissima pubblicazione per dire che, anche se contenevano cellule di feto abortito, bisognava farli senza tante storie, sarà mai.

 

Insomma, anche qui, corrispondenza di amorosi sensi tra politica e zucchetti, e pure certa intelligentsia catto-conservatrice: come dimenticare il panegirico del banchiere Ettore Gotti Tedeschi per la Lorenzin?

 

Ma non è tutto. Ricordiamo come la Lorenzin fu anche colei che introdusse la riproduzione artificiale nei LEA: cioè, inventò la provetta finanziata dal contribuente. Andò oltre, è lanciò un incredibile evento, il Fertility Day, dove non si celebrava la maternità (altrimenti sarebbe stato maternity) ma la fertilità, e nemmeno nel senso che si può intendere di primo acchito: uno dei poster per reclamizzare l’evento raffigurava infatti una fila di preservativi appesi.

 

Difficile spiegare come la contraccezione ci pigli con la fertilità, a meno che non si capisca come la riproduzione possa essere fatta totalmente divorziare dalla sessualità, e affidata alla zootecnica. Del resto, tra le realtà coinvolte del Fertility Day c’erano importanti ditte di produzione di bambini in vitro.

 

La Roccella, che all’epoca era passata dall’NCD alleato di Renzi (sì, quello del governo che varò le unioni civili della Cirinnà e contro cui facevano i Family Day: un circo) ad un partito biodegradabile chiamato Idea, era più che altro concentrata sul paletto dell’omologa, nel senso: va bene il pupo in provetta, purché sia fatto con i gameti della coppia, in attesa che la Finestra di Overton e la magistratura smontino la legge 40 e sdoganino il gamete qualunque.

 

Fu sottosegretario alla Salute dal 2008 al 2011, ma non sotto il ministero della Lorenzin, nel quale però fu consulente per la Procreazione Medicalmente assistita Assuntina Morresi, definita dall’Espresso «alter ego della Roccella» e autrice di libri insieme a lei. Una che assicurò che la riproduzione artificiale finisse nei LEA e che siede tuttora al CNB, il Comitato Nazionale di Bioetica – in quota cattolica.

 

Ora come esercizio si confronti questa storia di preservativi e bambini artificiali con le ultime esibizioni dalla Pontificia Accademia per la Vita: ed ecco subito apparire convegno e libro che aprono ai bambini sintetici e alla contraccezione, con i gesuiti a dire che potrebbe essere materia della prossima enciclica, per la quale perfino avrebbero già un nome, Gaudium vitae.

 

Se ci avete seguito, avrete capito che il quadro è abbastanza chiaro: vi è un disegno, vecchio di decenni, per portare il mondo cattolico – e quindi, il grosso della destra italiana – verso il definitivo disarmo nei confronti del sacrificio umano, dei bambini fabbricati in laboratorio, della sottomissione biologica via vaccino o terapie geniche sperimentali.

 

Tutti temi che la gerarchia vaticana ha accettato di lasciar andare, e che il network neodemocristiano – infiltrato, come da dottrina Ruini, in tutti i partiti – continua a promuovere materialmente dentro governi e partiti diversi.

 

Permettere l’uccisione dei bambini in grembo, la loro precoce marchiatura, la produzione di bambini artificiali – che, a breve, saranno magari ammessi solo se bioingegnerizzati con il CRISPR – è, ictu oculi, proprio ciò che chiede l’agenda del Nuovo Ordine Mondiale – quella cultura della morte globalista che la neochiesa non vede l’ora di assecondare.

 

Avremo – abbiamo – un mondo di rovina biologica universale, un mondo in cui l’Imago Dei è sistematicamente calpestata, con la guarentigia morale e legale del potere temporale e religioso e la fornitura armi di offesa materiale da parte del complesso industrial-sanitario.

 

Il partito vincitore delle elezioni, consapevole o no, è in questo gioco.

 

Niente di nuovo sotto il sole: se non che, dopo la sottomissione massiva al trattamento genetico di Stato, tutto diviene più accelerato. E più apocalittico.

 

Roberto Dal Bosco

Elisabetta Frezza

 

 

 

 

Immagine di dati.camera.it via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0); immagine modificata

 

 

 

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Geopolitica

L’Occidente scandalizzato dall’operazione russa in Ucraina dimentica di aver bombardato la Serbia senza pietà

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Facile trovare in rete il discorso di Zelen’skyj, capo mandamento della NATO, alla 77sima Assemblea delle Nazione Unite, lo si può perfino vedere quasi in tempo reale su Rainews, profumatamente finanziata con i soldi pubblici, che nel mondo reale sono i soldi nostri.

 

Impossibile, invece, trovare il bellissimo discorso del presidente serbo Aleksandar Vucič. Dico bellissimo perché ricco di verità e logica disperata, un muro ideale alzato sulle fondamenta della razionalità, una domanda senza risposta di un popolo che, solo, oggi si erge sulle rovine della metafisica europea.

 

«Molti qui hanno parlato di aggressione e violazione dell’integrità territoriale dell’Ucraina. Molti hanno detto che questo è il primo conflitto sul continente europeo dalla Seconda Guerra Mondiale. Ma la verità è che l’integrità territoriale della Serbia è stata violata e la Serbia non ha attaccato nessuno, nessun altro paese sovrano. Non sono in molti a parlarne!»

 

«Vorrei chiedere ai leader di molti paesi di rispondere alla domanda: qual è la differenza tra la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina e della Serbia? Nel secondo caso c’è stata una grave violazione palese, e voi a livello internazionale l’avete riconosciuta e legittimata, almeno alcuni di voi l’hanno fatto. Nessuno ha dato una risposta razionale a questa domanda».

 

«Non meritavamo l’aggressione avvenuta nel 1999, eppure questo non ha impedito a 19 ricchi e sovrani Stati membri della NATO di attaccare il nostro Paese, minando la nostra sovranità senza il consenso delle Nazioni Unite. Non ha impedito ad alcuni Paesi di riconoscere il cosiddetto Kosovo e di violare l’integrità territoriale del nostro Paese».

 

Ricordiamo agli smemorati che l’Italia ebbe un ruolo di prim’ordine in questa vicenda vergognosa dell’aggressione alla Serbia, rendendosi responsabile diretta dell’uccisione di civili inermi, i quali non vennero sbattuti in diretta televisiva, nemmeno a onor di cronaca, su Rainews, e nemmeno ricordati con première serali da chi «dovrebbe fare il giornalista».

 

Si dirà che la sovranità militare italiana (fra le altre) non esiste, che ci sono degli obblighi imposti dagli alleati. Ricordiamo: gli alleati sono i vincitori del secondo conflitto mondiale – che l’Italia in realtà ha perso.

 

Tuttavia, nessun intellettuale, nessuna testata giornalistica si permise il lusso della verità: in Italia abbiamo perso anche quella da molto tempo. Aggredimmo uno Stato sovrano senza una pezza di motivo razionale, senza dichiarazione di guerra. Niente pietà per una mamma serba morta per strada con la borsa della spesa, nessun panegirico per un bambino serbo sotto le macerie, le bombe umanitarie e democratiche sono sante e giuste.

 

La comunità comunità internazionale decide ormai quale etica debba diventare communis opinio e quale poetica o retorica debba andare in pasto agli sprovveduti fruitori del canale pubblico. Passa e filtra a uso e consumo ciò che serve e ciò che giova a chi non vuole accettare la semplice realtà dei fatti, ma ama mondi psichedelici e fantomatici Paesi immaginari come il Kosovo, semplice regione fisica innalzata d’arbitrio a Nazione politica, neanche fosse una Padania o una Profania.

 

Non si capisce perché bombardare la Serbia per privarla di un territorio che le appartiene etnicamente e culturalmente da tempi atavici sia un bene, ma bombardare l’Ucraina per privarla di un territorio che non le appartiene etnicamente e culturalmente (in cui sta perpetrando un genocidio) sia un male. Nemmeno sforzandosi.

 

E di grandi sforzi le Nazioni Unite non è che ne facciano ogni momento, solo nei momenti utili agli amici di Draghi di allora e di oggi.

 

Il nostro presidente del consiglio infatti è rimasto proprio colpito dal momento storico: «Questo è un momento in cui l’unica risposta possibile è unire i nostri sforzi alle Nazioni Unite. Mi ha colpito come in questi giorni, durante l’Assemblea generale, molti discorsi abbiano citato la carta dell’ONU. Firmarla è stata una delle cose miglior che l’umanità abbia mai fatto. Questa istituzione dovrebbe avere sempre un ruolo guida».

 

La Carta dell’ONU, uno dei tanti accordi guida che i governi italiani, reali o repubblicani, firmano per poi tradire, è storia vecchia e sempre attuale.

 

Ma noi pochi, noi che vogliamo rimanere in piedi sulle rovine dell’Europa per tentare di conservarne lo spirito, anche se tirano venti di guerra, allora come ora afflitti da tempora e mores di un Paese moralmente e metafisicamente allo sbando, noi oggi siamo tutti serbi, perché il vento fa bene ai sogni, diceva Peter Handke.

 

Se la realtà è diventata un incubo, soffi il vento forte di un sogno più grande.

 

 

Matteo Donadoni

 

 

 

Articolo previamente apparso su Ricognizioni

 

 

 

 

Immagine di Darko Dozet via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

 

 

 

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Pensiero

State vedendo anche voi l’aggressività degli automobilisti?

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Qualche settimana fa Renovatio 21 ha chiesto ai suoi lettori se avevano notato questo fenomeno che ci sembrava inedito quanto inquietante, quello dei campi lasciati incolti.

 

In tanti ci avete scritto confermandoci quasi tutti quanto sospettavamo: sì, la questione esiste, non è solo una vaga percezione. Il fenomeno c’è, concretamente.

 

Vogliamo quindi sottoporre un altro quesito, su un altro fenomeno sul quale ci stiamo stropicciando gli occhi, dandoci pizzicotti, perché temiamo sia solo un’impressione soggettiva.

 

Siamo in molti oramai a pensare che qualcosa sia cambiato nel comportamento degli automobilisti. Sono diventati più spregiudicati, invadenti – in una parola, sono divenuti più aggressivi.

 

Chi scrive lo ha notato nelle città del Nord dove lavora. Il clacson è un fenomeno rarissimo, al punto che un colpetto singolo fa partire l’adrenalina su per la schiena. Un colpo prolungato, invece, è una dichiarazione di guerra, un invito alla rissa via PEC.

 

Ebbene, ora pare invece capita di sentire varie volte nello stesso viaggio i colpi di clacson.

 

Abbiamo poi notato ripetuti comportamenti che prima non avevamo visto su tratti di strada che conosciamo bene: tallonamenti in tratti di tangenziale un tempo noiosi, sorpossi a 100 all’ora in stradine di campagna… Tutta roba che in decenni di guida mai avevamo esperito, almeno non con questa frequenza.

 

Una cosa del genere, ci rendiamo conto, non è rilevabile. Non siamo in grado di valutare se vi sia stato un aumento degli incidenti, e non sappiamo nemmeno come, qualora vi fosse, reagirebbero le istituzioni e i media.

 

Non si tratta di un dato emblematico ed eclatante – per cui da occultare subito – come quello delle morti in eccesso. Si tratta di qualcosa che potrebbe portare a conclusioni non immediate.

 

Un caso del genere lo si è appena avuto negli USA. Secondo una statistica, dopo il 2020 sono aumentate considerevolmente le morti su strada della popolazione afroamericana. L’amministrazione federale ha fischiettato senza dare una spiegazione: il segretario dei Trasporti Pete Buttigieg, inquietante personaggio del quale non sappiamo se Renovatio 21 vi ha parlato abbastanza (ex intelligence militare, ex McKinsey, figlio del traduttore statunitense di Gramsci, candidato vincitore del primo turno delle primarie presidenziali con sospetti di hackeraggio russo a suo favore, gay dichiaratosi dopo essere stato eletto sindaco, padre di figli surrogati) aveva detto prima che l’intero sistema stradale americano era «razzista», come lo è ogni cosa per il nuovo corso che vuole che ogni cosa in America dopo il 1619 è razzista, NBA inclusa.

 

Ebbene, la spiegazione più semplice riguardo l’aumento delle morti su strada dei neri americani non è difficile da intendere: i poliziotti non fermano più gli automobilisti di colore perché temono di essere tacciati di race-profiling, cioè di razzismo: non fermano i neri perché poi possono dire che li hanno fermati perché neri.

 

Risultato: più neri morti.

 

Ora, se provassimo un aumento della violenza stradale in Italia, quale potrebbe essere il motivo?

 

Quale ingrediente è stato messo in circolazione che prima non c’era?

 

Certo, sappiamo come il lockdown abbia aumentato abusivi e violenze, specie all’interno delle famiglie. È naturale: cabin fever, il principio per cui più persone costrette in uno spazio esiguo finiscono per litigare, e di lì a peggio.

 

Il lockdown ha frustrato le persone, che in qualche modo quindi avrebbero pure dovuto sfogarsi, magari con l’arena stradale, dove forti di un’armatura metallica (un’estensione del sé, come voleva McLuhan) si possono lasciar andare a prepotenze.

 

Tuttavia, il lockdown è sempre più distante nel tempo.

 

Quale altro componente è stato aggiunto a tutta la popolazione italiana ed europea? La risposta sapete darvela da voi.

 

Vi è solo aneddotica in materia, o quasi. Si sentono amici che dicono sottovoce: da quando si è vaccinato, non lo riconosco più… ecco racconti su repentini cambi di personalità, su irascibilità prima inesistenti, su umori sconosciuti.

 

A dire il vero non solo racconti. Nell’ottobre 2021 uscì uno studio psichiatrico che, ancorché si occupava di un unico caso, conteneva elementi preziosi.

 

«L’infezione da COVID-19 è associata a una serie di sintomi neuropsichiatrici, inclusa la psicosi, anche in individui senza precedenti malattie mentali. La reazione dell’ospite ai vaccini COVID-19 può ricreare una versione lieve dell’infezione reale» scriveva lo studio apparso su Psychiatric Res intitolato «Can new onset psychosis occur after mRNA based COVID-19 vaccine administration? A case report» («Può una psicosi di nuova insorgenza verificarsi dopo la somministrazione del vaccino COVID-19 basato su mRNA? Un caso clinico»).

 

Veniva così trasmessa la vicenda di «un uomo ispanico di 31 anni, single, senza precedenti medici o psichiatrici, (…) portato al pronto soccorso dalla polizia a causa di comportamenti irregolari e bizzarri. Fu trovato ansioso, superficiale e con manie di grandiosità. Ha riferito di essere diventato “chiaroveggente”, di essere in grado di parlare con i morti, di sentire “persone che tamburellavano fuori casa sua” e la voce costante di un collega che credeva essere un amante –  è stato successivamente confermato che non c’era alcuna relazione romantica».

 

«Tutti questi sintomi sono iniziati un mese fa, dopo aver fatto la prima dose di un vaccino COVID-19 a base di mRNA, e sono notevolmente peggiorati tre settimane dopo aver ricevuto la seconda dose. In precedenza era asintomatico e lavorava a tempo pieno come responsabile di ufficio. Sebbene funzionale nell’adolescenza e nell’età adulta, si descriveva come un solitario, incline a idee eccessivamente spirituali e in grado di comunicare direttamente con Dio. Aveva alcuni amici intimi e relazioni sentimentali».

 

I dottori incuriositi gli hanno fatto ogni sorta di test: PCR COVID, risonanza magnetica (MRI), elettroencefalogramma (EEG). Tutto più o meno nei limiti, a parte il fatto che ad un certo punto ha cominciato a dire che la macchina dell’EEG aveva cominciato a parlargli.

 

L’uomo sembra aver risolto il problema delle allucinazioni in pochi giorni. Medicato psicofarmacologicamente a dovere, una settimana dopo era già tornato al lavoro.

 

I dottori cercano di fornire qualche misera spiegazione: «a gennaio 2021 sono stati segnalati 42 casi di psicosi associati all’infezione da COVID-19. È stato ipotizzato che una tempesta di citochine innescata da COVID-19 possa aumentare il rischio di psicosi. Per coincidenza, la schizofrenia è stata collegata a uno stato pro-infiammatorio».

 

Anche loro si rendono conto di quanto brancolino nel buio:

 

«La spiegazione più parsimoniosa è che il vaccino, innocuo per i milioni di persone che lo hanno già ricevuto, potrebbe aver innescato sintomi psicotici in un individuo con una vulnerabilità intrinseca, probabilmente attraverso uno stato iperinfiammatorio».

 

«Probabilmente». Il paper scientifico non ha certezze: è certo invece che il tizio dopo il vaccino è, letteralmente, impazzito. E non sappiamo quanti casi simili non siano stati riportati, per paura dei medici di essere additati come no-vax, nemici del popolo vaccinando, oscurantisti, etc. La stessa classe medica che certifica in autopsia che una signora morta una manciata di minuti dopo l’iniezione mRNA è spirata per «cause naturali» (uccisa dalla «nessuna correlazione») se la sentirebbe per caso di dire che il paziente è divenuto psicotico dopo il siero?

 

Ci sarebbe pure un po’ di letteratura su cui appoggiarsi:

 

«Lo sviluppo di psicosi dopo la somministrazione di vaccini è estremamente raro. È stato segnalato solo a seguito di una manciata di vaccini: febbre gialla (Romeo et al., 2021), rabbia (Bhojani et al., 2014), vaiolo, tifo e pertosse (Hofmann et al., 2011), con anti-NMDA encefalite recettoriale come probabile meccanismo (Hofmann et al., 2011)».

 

«Kuhlman e colleghi hanno esaminato 41 individui in età universitaria dopo aver ricevuto il vaccino antinfluenzale e hanno scoperto che quelli con livelli più elevati di interleuchina-6 sierica mostrano sintomi depressivi più gravi».

 

Sì, i vaccini possono toccare la psiche.

 

Ma a chi importa?

 

Il mondo sa già che, ad esempio, il vaccino COVID altera il ciclo della donna. E quindi: alterando le mestruazioni, volete dirci che non altera anche la psiche della donna?

 

Per non parlare delle proteine spike che pare arrivino anche nel cervello. Creando cosa? Portando a quale cambiamento di comportamento?

 

È lecito chiederselo. Soprattutto nel caso che non è detto che l’alterazione psicologica sarà un parametro che sarà incluso alla fine del grande esperimento genetico universale chiamato vaccino COVID.

 

Quindi, è impossibile che il traffico sia impazzito perché ad impazzire sono stati gli uomini?

 

E se è così, cosa ha fatto impazzire gli uomini?

 

Cosa altro potranno fare queste persone alterate, oltre che guidare aggressivamente? A quale violenza potrebbero essere portati?

 

Ci rendiamo conto, sono domande che non si fa nessuno – perché tutti hanno paura di dover nominare la prospettiva per la quale tutto questo accade per trasformare la Terra in un inferno, con le persone che si massacrano a vicenda senza più rispetto per la dignità umana, come da comandamento del Signore dei cristiani.

 

Sappiamo che è tanto da digerire.

 

Allora è meglio se torniamo alla domanda: state vedendo anche voi l’incremento di automobilisti stronzi?

 

Attendiamo, come sempre, le vostre opinioni.

 

Specie su quelli con le Audi/BMW famigliari.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

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