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Pensiero

Omaggio vero alle donne ucraine

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Imparai la piramide globale della donna viaggiando per le Russie.

 

Un conoscente russo aveva dei problemi a casa con la moglie, e me ne parlava davanti a svariati drink nei locali nel centro di Mosca. La signora sospettava che lui avesse un’amante. Era vero. La cosa ovviamente peggiorò. Quando saltò fuori che il marito si era visto con un’ucraina, la moglie russa impazzì: rabbia, gelosia, un rancore infinito che si traduceva in scenate isteriche, lanci di oggetti, e quella parola comune a molte lingue slave, omofona di quella italiana che indica una strada non rettilinea.

 

Mi spiegarono che era normale: le ucraine sono ritenute dalle russe bellissime, e pericolose. Le ucraine rubano i mariti alle russe: era un dogma inscalfibile.

 

A Mosca, qualsiasi serata in un locale o una discoteca della città rendevano questo pensiero impossibile: la quantità di bellezze inarrivabili, di tutte le possibili provenienze – siberiana, tartara, baschira, caucasica, di Kaliningrad, di Ekaterinburg, Murmansk, Krasnojarsk, Ivanov, Yakutsk, Saratov, Vladivostok, Tol’jatti – rendeva difficile ci fossero donne più incredibili di quelle che si vedono in Russia.

 

La piramide era quindi: le italiane detestano le russe perché rubano loro i mariti, le russe odiano le ucraine perché rubano loro i mariti. Questo metteva le ucraine in cima alla catena alimentare mondiale. Mi chiedevo tuttavia se vi fosse un gradino superiore, un vertice finale del triangolo.

 

Dovetti scoprirlo in un viaggio attraverso tutta l’Ucraina in auto. Quando nel percorso dicevamo che eravamo diretti ad Odessa, ci dicevano che le donne più belle del Paese erano le donne di Odessa. Ci spiegarono che le donne ucraine vedono male le donne di Odessa perché avvenenti al punto, guarda guarda, da rubare i mariti alle ucraine di altre aree.

 

Quindi, ricapitolando, la piramide del ladrocinio maritale, cioè della bellezza femminile percepita, è: italiane-russe-ucraine-odessiane. Stando a questo schema, le donne più belle del pianeta devono trovarsi per forza ad Odessa.

 

Era vero. Bastò mezza giornata alla spiaggia di Arkadja, dove a pochi metri dalla costa erano ancora visibili i muri sommersi per impedire le invasioni via mare, per capire quanto ciò fosse la verità.

 

Tale convincimento fu rafforzato da una serata alla discoteca Ibiza (che nome frusto e ignorantissimo, pensa uno prima di entrare, e dimenticarsene) sempre in Arkadja a Odessa.

 

Fu perfino scioccante. Era così: era un Walhalla parossistico, il trionfo definitivo della biologia femminile.

 

Era il più immane concentrato di femmine stupende mai visto prima. Qualcosa di inconcepibile, e, al contempo, di naturale. Erano ovunque: al bar, nel terrazzo, in pista, sul palco, sotto il palco, fuori a fumare, in bagno a truccarsi. Erano davanti a te. Erano dietro di te. Era qualcosa di onnipervadente. L’intera atmosfera di quella sera era come retta da quell’intensità fuori scala di perfezione ginoide.

 

Fu lì che incontrai Keisuke, un minuto ragazzo giapponese che si occupava di import-export in Turchia. Mi avvicinai a lui perché avevo voglia di scambiare due parole nel mio povero giapponese, e perché mi colpiva la sua  figura: unico orientale in mezzo alla bolgia, aveva il bicchiere in mano, ma non beveva. Aveva come la testa bloccata, e un sorriso, indecifrabile e felice, plastificato sul volto. Alla terza battute della nostra conversazione nel frastuono techno, sempre senza muovere un muscolo, mi disse due parole in russo: «krasivye zhenshiny»… Belle donne. Era un’espressione generica ma era l’unica cosa che, in fondo, gli andava di dire, tipo preso da una Sindrome di Stendhal, però seria. Capii subito che Keisuke era lo specchio della situazione. Notai, ad un certo punto, un dettaglio sconvolgente: dagli occhi immobili del nipponico, scendevano lacrime.

 

Non c’era niente da fare. Corrado, il mio insuperabile compagno di viaggio, ebbe una reazione non troppo dissimile. Anche lui, aveva una strana postura fissa, un sorriso che pareva di marmo, il bicchiere tenuto rigidamente a mezza altezza. Esperto di cocktail, riguardo ai quali scrive a volte sui giornali, aveva preso un comune Gin Lemon. Gli chiesi com’era. Diede una sorsata. Rispose: «è la cosa più schifosa che io abbia mai bevuto in vita mia. Ma non me ne frega niente». Erano parole definitive e solenni, incontrovertibili. In quel momento, per qualche motivo, gli venne in mente che l’idea di far vacanza in Ucraina era venuta a me. Mi mise la mano sulla spalla, stringendola. Disse, sempre mantenendo fisso lo sguardo altrove, «Grazie Roberto». Fu uno dei momenti in cui più ho sentito l’autentica gratitudine di qualcuno, e la cosa ancora adesso mi fa parecchio sorridere.

 

(Caro lettore, di tutto ciò vi erano prove fotografiche. Erano su Facebook. Tutto quindi è andato perduto, quando lo Zuckerbergo ha chiuso la pagina di Renovatio 21 e tutti gli account collegati, cancellando – puf –  5 lustri di immagini, ricordi, riflessioni, contatti…)

 

La morale: le ucraine sono le più belle. Punto. Le odessiane forse di più, ma non vuol dire niente: per le strade della Transcarpazia, o nei paradisi terrestri della campagna infinita dell’Ucraina centrale abbiamo visto donne di beltà disarmante, indescrivile. Pura. Irresistibile. Talvolta, perfino innocente.

 

Ora, una quantità di ucraine non-badanti si stan per riversare in Italia per la tragedia della guerra. I bruti già si lasciano andare a volgarità orrende. I bruti non possono aver contezza della bellezza profonda, né delle difficoltà che una donna ucraina, nata in un Paese in costante caduta libera in abissi economici, politici e ora bellici, ha dovuto esperire.

 

I più non sanno che la donna ucraina che arriva in Italia porta con sé il dolore della separazione dal suo uomo, o addirittura da suo figlio, se 18enne. I giornali e le TV non ve lo dicono, Renovatio 21 ve lo ha ripetuto varie volte: gli uomini per legge non possono passare il confine, pena l’arruolamento immediato. I maschi dai 18 ai 60 anni sono obbligati a rimanere nel Paese, dove saranno usati come carne da cannone, o meglio, come sacrifici umani da offrire ai social al fine di ricattare moralmente i Paesi NATO a combattere Putin al posto di Kiev – cioè, olocausti propiziatori alla Terza Guerra Mondiale.

 

Bellezza e dolore. Occhi intensi e cuori infranti. Le donne ucraine profughe in Italia rappresentano un’immigrazione finalmente vera, e giusta: a differenza dei milioni di africani che ora sollazzano nel nostro Paese a spese nostre, esse davvero scappano dalla guerra.

Le ucraine non si meritano le femministe italiane e le loro stronzate. Non si meritano il ricatto mRNA a cui saranno sottoposte. Non si meritano l’Italia del 2022

 

Per cui, ecco che oggi, 8 marzo, mi trovo a pensare: non si meritano le femministe italiane e le loro stronzate. Non si meritano il ricatto mRNA a cui saranno sottoposte. Non si meritano l’Italia del 2022.

 

No, non meritano di essere obbligata al siero sperimentale, come pare proprio che sarà: finite nell’imbutone del triage migratorio-assistenziale, saranno, diciamo così, fortemente consigliate a vaccinarsi… Perché, la signora può pensare, se mi rifiuto magari mi mettono in un posto peggiore per me e per i miei figli?

 

Qui scatta la questione dell’8 marzo. Il corpo è mio, dicono le femministe: ma vogliono che le ucraine si vaccinino. Se solo il 30% delle ucraine si è vaccinato, vuol dire che non avevano intenzione di farlo – lo stesso è stato in Russia, in Africa, in tanti Paesi sui quali i politicamente corretti non avrebbero in teoria voglia di scherzare. Eppure, non saranno lasciate stare, finiranno anche loro a fare i conti con l’apartheid biotica italiana degli anni Venti.

 

Lo meritano? No. Nessun profugo merita di scappare da una guerra militare per trovarsi in una guerra biologica, fatta di leggi del taglione e sacrifici che possono segnare per sempre.

 

Ma torniamo alle femministe.

 

Stamane, in un programma di news della TV statale pagata del contribuente ho visto che si era pensato di dedicare la trasmissione dell’8 marzo alle donne ucraine. Hanno chiamato a parlarne una scrittrice con ricci capelli sfiniti dal balsamo: la guardavo e mi chiedevo cosa potesse saperne delle donne ucraine. Diceva: il coraggio delle ucraine che stanno «sotto le bombe» – ma non ci risulta che siano stati bombardati massivamente centri abitati, come invece capita con le guerre, pardon, gli «interventi umanitari», «le esportazioni della democrazia», degli americani, ora invocati sottovoce a bombardare i russi – e le russe. Tuttavia, non siamo insensibili dinanzi al senso di catastrofe che infondono le visioni di distruzione e le fughe in metropolitana: fuggire da un Paese in guerra è quello che una donna, che ne rappresenta il futuro, deve fare.

 

Poi la scrittrice si lanciava in un’originale tirata sui «diritti delle donne», e parlava di non precisate «battaglie per ottenerle». Insomma, la neolingua orwelliana femminista per dire «aborto», credo.  L’aborto, quella pratica così femminista da uccidere numeri spropositati di donne, in alcuni Paesi (India, Pakistan, Cina) pure selettivamente, senza che questo mandi in cortocircuito le attiviste dell’utero-è-mio.

 

Non diciamo niente di nuovo. Sappiamo bene che la donna un obbiettivo primigenio della Necrocultura: come abbiamo scritto, lo è, stando ai documenti, da due secoli e più. In realtà lo è dall’inizio dei tempi. Il Serpente antico di fatto si concentrò sulla donna. Il Serpente moderno continua sullo stesso solco.

 

La Cultura della Morte vuole distruggere la donna, fulcro della Civiltà umana. Vuole sterilizzarla, offenderla, degradarla, eliminarla.

 

Alle femministe questo può pure andare bene.

 

Solo però lasciate in pace le ucraine. Perché non sono femmine. Sono donne vere.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

Pensiero

Vaccino COVID e obiezione di coscienza

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Renovatio 21 pubblica questo testo dell’avvocato Maria Cecilia Peritore. Le opinioni degli scritti pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21. Dell’avvocato Peritore Renovatio 21 aveva già pubblicato le «Considerazioni sull’utilizzo di linee cellulari provenienti da bambini abortiti allo stadio fetale».

 

 

 

1. PREMESSA

 Che la coscienza possa obiettare qualcosa al cospetto di una legge ingiusta, è storia antica (ben chiara a Sofocle, nella sua Antigone); che, tuttavia, solo in epoca molto recente ha trovato un concreto sviluppo concettuale e, di riflesso, giuridico. 

 

   Si dice infatti: dura lex sed lex, e con ciò non si allude tanto alla «durezza» di conseguenze previste per legge e percepite come giuste, quanto piuttosto ad una norma difficile da digerire, a conseguenze che la coscienza non accetta. Perché, appunto, la norma non è da tutti condivisa nel suo sostrato etico.  

 

La legge è il terreno sul quale si incontrano, o si scontrano, ovvero dialetticamente si rapportano, persona, società civile e Stato: la persona con la sua coscienza individuale e le sue motivazioni etiche, religiose, esistenziali; la società civile, con i convincimenti di liceità/illiceità diffusi in un certo tempo e in un certo luogo; lo Stato, con le sue prerogative/incombenze di ordine pubblico. Dalla tensione tra queste componenti scaturiscono norme alle quali si deve tributare obbedienza e, a certe condizioni, si può consentire disobbedienza.

 

La necessità di porre in equilibrio normatività, convinzioni socialmente condivise e libertà di coscienza delle minoranze si pone in maniera a volte addirittura drammatica nei settori della vita dell’uomo che diritto ed etica si trovano a condividere. Ad esempio la questione della coscienza viene fuori prepotentemente quando è «questione di vita o di morte»: aborto, eutanasia, uso delle armi, ecc.. 

 

L’interrogativo che pongo è se, in relazione ai vaccini anti SARS-CoV-2, sia ammissibile una obiezione di coscienza, e se essa debba essere necessariamente riconosciuta con legge per essere azionata.   

 

 

2.L’art. 32 della Costituzione e i vaccini obbligatori in Italia; la disobbedienza civile

Secondo l’art. 32 della Costituzione «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». 

 

Nella mens della Costituente il principio di riserva di legge era il «ferro dietro la porta» dell’ordine democratico: se le leggi le fa il Parlamento e il Parlamento è eletto dal popolo, nessun governo potrà imporre leggi non accettate dal popolo (salvo le ipotesi residuali della decretazione d’urgenza), trasformando la democrazia in tirannide. Ed in ogni caso, ancor più inviolabile della riserva di legge, vi è il principio costituzionale del rispetto della persona umana. 

 

La materia dei vaccini obbligatori in Italia è stata affrontata di recente, prima della cd. pandemia, dalla Legge 119/2017, che ha stabilito l’obbligatorietà di alcuni vaccini per la popolazione tra 0 e 16 anni. Conseguenze previste della mancata vaccinazione: mancata ammissione agli asili nido e alle scuole materne fino a 6 anni. Dopo i 6 anni il minore non vaccinato viene ammesso a scuola, i genitori devono dare comunicazione della scelta e possono essere colpiti da sanzione amministrativa da 100 a 500 euro. Il pagamento della sanzione estingue l’obbligo. 

 

Pur essendo un’obbligatorietà sanzionata in modo lieve, la Corte Costituzionale ha a suo tempo stabilito i tre punti fermi affinché l’obbligo vaccinale possa essere ritenuto conforme ai principi costituzionali: 

 

1) il vaccinato non deve essere danneggiato dal trattamento;

 

2) il vantaggio per la collettività deve essere certo;

 

3) deve essere previsto un equo indennizzo per gli eventi avversi.  

 

Dunque, in riferimento ai vaccini per la popolazione scolastica, soppesando le restrizioni e le sanzioni imposte agli obiettori e i requisiti per la legittimità dell’obbligo, pare sia stata e sia concretamente consentita la disobbedienza civile, intesa come scelta dissidente operata da una minoranza per ragioni anche non di coscienza (ad es., salute individuale, etc.).  

 

È interessante osservare come in quel caso il pagamento della sanzione (ma, in verità, non trovo notizia dell’avvio di alcun procedimento sanzionatorio: sic!) estingua l’obbligo vaccinale. 

 

Appare evidente, e a mio giudizio suscettibile di verifica costituzionale, la disparità di trattamento tra chi è contro i vaccini «scolastici» e chi è contro il vaccino anti-SARS-CoV-2: mentre i primi sono sanzionati soltanto con l’impedimento alla frequenza dei bimbi negli asili nido e, successivamente, con il pagamento di una modesta sanzione pecuniaria che estingue l’obbligo, i secondi sono stati impediti nell’attività lavorativa e, pur pagando la sanzione, non estinguono l’obbligo. 

 

La concreta possibilità di agire secondo il proprio personale convincimento, pur subendo qualche disagio, non viene riconosciuta a chi è contro il vaccino anti SARS–Co-2, nonostante la malattia in questione sia, per gravità e diffusività, certamente meno grave rispetto a malattie come la poliomielite, la difterite, etc.

 

Quindi, già in relazione alla possibilità di praticare la disobbedienza civile (bacino più ampio dell’obiezione di coscienza, caratterizzata da motivazioni etico-religiose), si evidenzia una disparità di trattamento a mio avviso illegittima.  

 

 

3. Obiezione di coscienza: definizione e riconoscimenti di legge in Italia

L’obiezione di coscienza (la parola «obiezione» deriva dal latino obicĕre: contrapposizione, rifiuto) si definisce come il rifiuto di obbedienza ad una legge o ad un comando dell’autorità perché considerato in contrasto con i principi e le convinzioni personali, di carattere etico – religioso, radicati nella propria coscienza individuale.

 

L’obiezione di coscienza in Italia coincide in origine con l’opposizione, e conseguente renitenza, alla leva obbligatoria; dopo molti processi e molte condanne, grazie soprattutto all’opera di 2 sacerdoti cattolici, don Ernesto Balducci e don Lorenzo Milani, e del Sindaco di Firenze Giorgio La Pira, fu riconosciuta con l. 772/72.

 

Il diritto all’obiezione fu poi riconosciuto ai sanitari dalla legge sull’aborto, la 194/78; successivamente, con l. 413/93 fu riconosciuto in relazione alla sperimentazione sugli animali; infine, con l. 40/2004 in relazione alla procreazione medicalmente assistita.  

 

 

4. La libertà di coscienza come valore costituzionale: gli artt. 2, 13, 19 e 21

L’obiezione di coscienza, pur non espressamente prevista dalla Costituzione, è un diritto costituzionalmente tutelato.

 

Ciò si desume dall’art 2 Cost., che attribuisce alla libertà di coscienza il rango di diritto inviolabile; dall’art 19 Cost. in tema di libertà religiosa, intesa come specificazione della libertà di coscienza; dall’art. 13 Cost. in tema di libertà personale, ivi ricomprendendosi anche la libertà morale; dall’art. 21 Cost. in tema di libertà di pensiero e di espressione in quanto manifestazioni della personalità umana.

 

 

5. Il diritto all’obiezione: secundum legem, praeter legem o contra legem?

Ma in che modo il diritto all’obiezione di coscienza può essere reso effettivo, operativo?    

 

La domanda che si pone è se l’obiezione di coscienza debba necessariamente essere riconosciuta caso per caso dalla legge (sono i casi sopra riportati), ovvero se possa essere riconosciuta, quale diritto costituzionalmente garantito, a prescindere dalla esistenza di una norma positiva o addirittura contro di essa. In effetti, oltre alle quattro ipotesi codificate (aborto, servizio militare, ecc.), sono individuabili alcune ipotesi di estensione interpretativa della normativa (ad es., il farmacista per la vendita della pillola abortiva). E sono poi configurabili ipotesi di obiezione del tutto nuove, dipendenti dalle nuove possibilità offerte dalla biomedicina (ad es., utero in affitto). 

 

L’obiezione di coscienza rispetto al vaccino obbligatorio anti SARS–Cov–2 dovuta a motivazioni etico-religiose pro vita potrebbe essere una nuova ipotesi non prevista dalla legge.

 

 

6. La soluzione: il diritto di obiettare

Secondo autorevoli giuristi (Mantovani), ancorare l’effettività dell’obiezione di coscienza alla previsione legislativa di specifiche ipotesi non suscettibili di estensione analogica rappresenta un vulnus alla Costituzione, che appunto prevede, agli articoli sopra riportati, il diritto alla libertà di coscienza come diritto della persona, generale, effettivo ed immediatamente azionabile. 

 

Considerare la necessità di una espressa previsione di legge caso per caso significa configurare l’obiezione di coscienza in termini di eccezione, ossia di beneficio concesso al singolo in via eccezionale rispetto ad una generale previsione di obbedienza alla legge; convincimento errato, poiché l’obiezione non è la concessione speciale fatta dallo Stato ad una minoranza, ma una diversa regolamentazione motivata dalle qualità soggettive della persona dell’obiettore, ossia, da una particolare qualità della sua coscienza. 

 

Aderire alla tesi più restrittiva, peraltro, comporterebbe indubbie iniquità applicative: la storia dell’obiezione di coscienza è costellata di condanne subite da tanti a causa della formale violazione di leggi per le quali solo dopo molti anni fu consentita l’obiezione: pensiamo alla questione della renitenza alla leva, risolta con legge dopo circa un secolo di condanne e battaglie.

 

Tra l’altro, nuove acquisizioni scientifiche in materia di biomedicina sono e saranno all’origine di situazioni nuove, che impongono al singolo scelte rilevanti dal punto di vista etico –religioso: penso all’utero in affitto, all’eutanasia, etc.

 

È quindi da ritenere preferibile la configurazione di un diritto generale all’obiezione di coscienza non tipizzato in ipotesi specifiche normativamente previste quale numerus clausus, ma ancorato a presupposti e requisiti costitutivi, regolato nel suo concreto esercizio, limitato per non entrare in conflitto con altri principi di rango costituzionale.

 

Ciò consentirebbe la tutela della libertà di coscienza in tutte le ipotesi anche non specificamente previste dalla legge, purché ne ricorrano i requisiti generali di ammissibilità, requisiti che consentono di evitare l’eccessiva soggettivizzazione. 

 

 

7. Requisiti 

I requisiti per il riconoscimento di legittimità della condotta di obiezione potrebbero essere:

 

1)l’esistenza di un conflitto tra due interessi costituzionalmente garantiti; 

 

2) l’esistenza di motivazioni etico – religiose e non meramente utilitaristiche espresse con pubblica evidenza e in tempo antecedente ai fatti;

 

3) la salvaguardia del principio di bilanciamento tra interessi contrapposti.  

 

In questo modo verrebbe ad essere salvaguardata l’effettività della libertà di coscienza nei casi in cui essa «vive» il conflitto con maggiore drammaticità, mentre le posizioni non radicate nella coscienza morale come espressione di diritti indisponibili ma dovute ad un mero giudizio di valore /disvalore/ utilità sarebbero ricondotte nell’alveo della disobbedienza civile.

 

 

8. L’utilizzo di cellule provenienti da aborti volontari nei vaccini: una possibile obiezione? 

È ormai notorio che nello sviluppo, nella produzione ovvero nella sperimentazione (test) di molti vaccini, e segnatamente di quelli contro il COVID-19 siano utilizzate linee cellulari ricavate da materiale biologico proveniente da organi o tessuti prelevati da bambini abortiti volontariamente.

 

La questione della liceità morale dell’utilizzo di tali farmaci da parte degli utenti finali e la verifica della loro «compatibilità» con la condanna dell’aborto espressa costantemente dalla Chiesa Cattolica è stata affrontata dalle Istituzioni Pontificie (Pontificia Accademia per la Vita e Congregazione per la Dottrina della Fede) fin dal 2005, e da ultimo con la Nota sulla moralità dell’uso di alcuni vaccini anti-COVID-19 del 21 dicembre 2020. Tale documento «assolve» pienamente la coscienza del cattolico a tal proposito, sulla scorta di una considerazione del carattere «remoto» della cooperazione compiuta con la condotta di utilizzo del farmaco rispetto al male rappresentato dall’aborto; del resto è nota la posizione assunta dal Vaticano in ordine alla campagna vaccinale.

 

Ma non poche voci di Vescovi si sono levate proponendo una diversa impostazione della questione morale, che per molti cattolici resta irrisolta ovvero risolta in modo difforme dal documento vaticano, ovvero con il radicale rifiuto di farmaci che prevedano l’impiego, in qualsiasi fase, di linee cellulari fetali.        

 

Senza voler approfondire qui questo specifico aspetto, e rinviando per chi vuole al mio articolo del 7 luglio 2021 pubblicato sul sito di Renovatio 21, le ragioni poste a fondamento del rifiuto della inoculazione di tali farmaci da parte di molti cristiani appaiono serie e profondamente radicate nella coscienza morale.

 

Infatti non persuade la considerazione, propria dell’Istituzione vaticana, secondo la quale l’utilizzo di linee cellulari preparate a partire da tessuti prelevati mediante dissezione di bambini abortiti non rappresenta in sé una condotta di partecipazione al male in quanto si tratterebbe di cooperazione remota, materiale e passiva.

 

Non persuade perché, quand’anche non vi fosse collegamento causale tra la condotta  di chi pratica l’aborto e la condotta di chi si giova del prodotto abortivo, sarebbe pur sempre ravvisabile, da parte di quest’ultimo soggetto, un atto di appropriazione e di vantaggio tratto dal frutto dell’illecito che non appare né occasionale né irrilevante. In diritto sono ben note varie forme di partecipazione illecita al reato altrui, che non si atteggia solo come concorso ma che può anche consistere in favoreggiamento o concorso di cause indipendenti.

 

È dunque ben possibile che un cristiano avverta come inaccettabile per sé l’utilizzo di preparati che in qualsiasi modo, anche remoto, presuppongano e si giovino di una pratica moralmente illecita come l’aborto.    

 

Pertanto a mio giudizio è certamente possibile sollevare obiezione di coscienza rispetto all’obbligo vaccinale in questione, a ciò non ostando la posizione assunta dalla Congregazione e ben potendo il singolo credente dichiarare la propria adesione ad un diverso convincimento, peraltro condiviso da molti prelati (vescovi austriaci firmatari di un documento, Mons. Schneider, Mons. Viganò, etc.) e da molte associazioni pro vita.  

 

Ricorrerebbero i requisiti sopra menzionati: il conflitto tra l’interesse alla salute pubblica e il rispetto della ferma condanna dell’aborto quale espressione della coscienza individuale; la serietà della motivazione del dissenso, radicato nella coscienza etico –religiosa di chi assume il carattere indisponibile e non negoziabile del diritto alla vita fin dallo stadio iniziale; (ove ricorra) la pubblica e anteatta evidenza dell’opposizione; il bilanciamento degli interessi, non essendo ragionevole ritenere, soprattutto alla luce delle recenti evidenze in materia di efficacia dei vaccini, che il mantenimento di una piccola frangia di popolazione non vaccinata possa incidere significativamente sulla salute pubblica.

 

 

9. De jure condendo: tante obiezioni o un solo diritto all’obiezione ?

Consideriamo il multiculturalismo e l’esistenza di contrapposte convinzioni etico-religiose; le acquisizioni scientifiche che pongono sempre nuovi interrogativi in materia di bioetica; l’esperienza storica delle ipotesi «codificate» di obiezione di coscienza; concluderemo che, senza la generale previsione di un diritto all’obiezione, ci sarà sempre qualcuno soggetto a sacrificare o la propria coscienza e libertà ovvero il proprio denaro, lavoro, etc.

 

Poi i movimenti di opinione (ammesso che il futuro ancora li possa contemplare) opereranno per introdurre nuove ipotesi di obiezione di coscienza; ma frattanto chi avrà pagato, avrà pagato. Basti ricordare che la battaglia per l’obiezione di coscienza al servizio militare è durata circa un secolo, e non so quante condanne per renitenza alla leva.

 

Al contrario, il riconoscimento di un diritto all’obiezione di coscienza in generale, già previsto dalla Costituzione, prudentemente regolamentato, ancorato a presupposti generali e non relegato in espresse eccezionali previsioni, consentirebbe il rispetto delle opinioni di minoranze dissenzienti e la convivenza civile, e contrasterebbe efficacemente derive autoritarie e radicalizzazioni altrimenti inevitabili.

 

 

Avv. Maria Cecilia Peritore 

 

 

 

Licata, 27 dicembre 2022

 

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

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Militaria

Ci tocca la guerra di Crosetto. Aerospaziale

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Il ministro della Difesa Guido Crosetto a molti fa simpatia. Perennemente sorridente, altissimo, il capo limpido e riflettente, conquista tutti quando prende in braccio Giorgia Meloni, guadagnandosi la similitudine, latrice dei suoi simpatici meme, con il bonario orco Shrek.

 

Il Crosetto, considerato tra i soggetti che tirano le fila di Fratelli d’Italia, non è di puro sangue missino: quando c’era Almirante, lui sorrideva dentro la DC. Fu a capo del movimento giovanile democristiano in Piemonte, e, a 25 anni (!), consigliere economico del presidente del Consiglio dei Ministri Giovanni Goria, quello che Forattini disegnava solo con capelli, barba e baffi e dietro il niente. Non c’è da dimenticare che nel 2001 e 2006 è eletto con Forza Italia, nel 2008 con il PdL. Sono gli anni, lo ricordiamo più avanti, dell’amore Berlusconi-Putin.

 

È forse perché lontano anni luce dai missini, e inserito nell’establishment già ragazzino nella prima Repubblica, che può permettersi di cantare Bella Ciao con Fiorello (personaggio dei cui figli la Meloni, secondo la leggenda, fece la baby-sitter). Forse per questo si muove con questa bizzarra libertà nell’atroce ora presente, dove l’incubo atomico – il lettore lo abbia capito o no – cala anche sull’Italia, con la sua bella finestra di Overton termonucleare spalancata.

 

Lo scambio via social tra Crosetto e Dmitrij Medvedev dice tante cose.

 

«Il ministro della Difesa italiano ha definito la fornitura di veicoli blindati e di altre armi all’Ucraina un modo per evitare la Terza Guerra Mondiale. “Se dovesse scoppiare una terza guerra mondiale, non salveranno i carri armati e nemmeno i jet da combattimento. Sicuramente tutto sarà in macerie» ha scritto sul suo fondamentale canale Telegram l’ex presidente della Federazione Russa.

 

«Non ci sono molti sciocchi nelle strutture di potere europee», aveva esordito Medvedev, asserendo che si tratterebbe di un caso speciale. «Редкий чудак на букву “м”». Un gioco di parole difficile da tradurre: «raro chudak [eccentrico] con la lettera “M”». Mudak, in lingua russa sta a significare, cercando di tradurre, l’insulto coprologico o fallocefalo che rivolgiamo alle persone che si comportano o pensano male. Tranquilli: i media italiani hanno tutti tradotto «raro eccentrico» o «raro sciocco».

 

Si trattava di una risposta alle poco precedenti dichiarazioni di Crosetto, il quale durante un evento a Roma, aveva detto che «la Terza Guerra Mondiale inizierebbe nel momento in cui carri armati russi arrivassero a Kiev e ai confini d’Europa. Fare in modo che non arrivino è l’unico modo per fermare la Terza Guerra Mondiale».

 

Il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Medvedev, che è l’uomo che parla di guerra atomica da mesi e al contempo si diverte su Twitter con Elon Musk, ha risposto a suo modo.

 

Tuttavia anche il cittadino italiano ed europeo, sincero e democratico e con un minimo di hard disc cerebrale funzionante, dovrebbe stropicciarsi gli occhi, Crosetto cosa sta dicendo?

 

Crosetto si ricorda che a inizio conflitto c’erano 65 chilometri di carrarmati russi arrivati praticamente a Kiev?

 

Il più grande ingorgo militare della storia – immaginatevi l’autostrada da una città italiana all’altra, pena solo di tank fermi – eppure se lo sono scordati tutti – compresi i ministri della Difesa.

 

Ancora peggio: nessuno, giornale o ministro, all’epoca si domandò come mai, ad una certa, l’immane colonna di mezzi corazzati fece retromarsh. Qui si può aprire una voragine di speculazioni nella quale non vogliamo entrare (c’era un accordo in dirittura d’arrivo, disatteso poi come sempre dall’Occidente? Oppure si era deciso di prolungare la guerra per provocare la questione energetica in Europa?) ma di cui chi ci informa e ci governa mai si è interessato. Al massimo, adesso, ti rispondono che è stato per la valorosa controffensiva ucraina, magari supportata dal cielo dal Fantasma di Kiev. Eccerto.

 

Se Crosetto ha ragione, significa che la Terza Guerra Mondiale è già partita lo scorso febbraio. Diciamo pure che potrebbe essere vero.

 

Tuttavia, ha ragionissima Medvedev: la Terza Guerra Mondiale non sarà combattuta con i tanki. Nella fase ulteriore vedremo gli aerei, vedremo i missili ipersonici – la cosa che, come abbiamo ripetuto mille volte su Renovatio 21, ogni nemico della Russia dovrebbe temere di più – vedremo missili nucleari intercontinentali a testata atomica, come quello che la NATO chiama «Satan», e che la Russia ha mostrato in un video di recente. Di qui, un’apocalisse di rovine, radiazioni, ecatombi di esseri umani.

 

Circola sul web questo video, che non posso verificare, di carrarmati italiani fermi su un treno in una stazione, forse Treviso. La gente sulle chat si dispera: ci tocca la guerra di Crosetto? Il video, con la vocetta automatica degli annunci ferroviari in sottofondo, è surreale, anche se non quanto l’episodio dei vigili che in Campania in autostrada (!) fermano e multano i camion caricati mezzi blindati per Kiev, una storia che qualcuno suppone potrebbe essere un segnale di qualche malumore ai vertici delle nostre forze armate riguardo la fornitura sconsiderati di armi al regime Zelens’kyj, che ora prosegue con la consegna dei nostri sistemi antiaerei SAMP-T, «dono» alla causa ucraina che lascia sguarnito il nostro Paese, ha notato qualche militare.

 

Ebbene, nessuno di questi carri può fare la differenza, visto che la guerra totale sarà una guerra aerospaziale.

 

L’aeronautica russa proprio per questo nel 2015 ha cambiato nome: ora si fa chiamare Vozdushno-kosmicheskie sily, «le forze aerospaziali» della Federazione Russa. Abbiamo visto pure la creazione da parte di Trump di una Space Force che si aggiunge all’aviazione USA (un atto per qualche ragione subito deriso addirittura con una serie Netflix).

 

Lo spazio è fondamentale per l’Ucraina, che tira avanti grazie al segnale dei satelliti Starlink donati da Elon Musk. Satelliti che la Russia, con armi antisatellite (dette ASAT), con avveniristici laser e altro, potrebbero cominciare a tirar giù – anche di questo, su questo sito abbiamo parlato.

 

Insomma, la guerra aerospaziale è già qui, è il nostro ministro della Guerra (antico impudico nome del ministero della Difesa) dovrebbe essere la persona giusta. Perché il Crosetto, erede di una famiglia di industriali metalmeccanici piemontesi, nel 2014 diventa presidente dell’AIAD, Federazione aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza, un ramo di Confindustia. Sempre nel 2014, diviene senior advisor di Leonardo, la vecchia Finmeccanica, un colosso mondiale del settore aerospazio.

 

La memoria ci va indietro, ai tempi in cui Medvedev, presidente della Federazione Russa, veniva a Milano e prendeva il cappuccino da Zucca in Galleria (peraltro il cappuccino più buon del pianeta). Ci ricordiamo dei tempi in cui, il Silvio Berlusconi capo dell’allora partito di Crosetto al potere, era partito questo potente partenariato aerospaziale tra Italia e Russia: si chiamava Superjet (SJI), era la joint venture fatta da Alenia Aermacchi (confluita nel 2016 in Leonardo-Finmeccanica) con la Sukhoi, la storica azienda russa che fa aerei civili e anche caccia militari come l’SU-27, che la NATO chiama Flanker.

 

La Superjet italorussa creò il SSJ100, un aereo di linea da 100 posti per i voli regionali. Il cittadino che non ha cancellato la memoria RAM potrebbe addirittura ricordare che Medvedev e Berlusconi avrebbero provato il SSJ-100. Addirittura, ci svolazza nella memoria una foto dentro alla carlinga: Silvio, Dmitrij e pure Vladimir Putin, allora premier in staffetta.

 

Era il 2010. Dov’era Crosetto? Era sottosegretario di Stato al Ministero della Difesa. Ah.

 

E che fine ha fatto Superjet, frutto della partnership tra Italia e Russia? Nel 2016 Leonardo ha ceduto alla Sukhoi il 41% della propria partecipazione azionaria, mantenendo un 10%. Nel 2022 emerge che le sanzioni hanno colpito la società che ha base a Tessera, la zona aeroportuale di Venezia: il ministero delle Finanza manda la Guardia di finanza e congela beni per 150 milioni, tra cui 5 aerei. Leggiamo che il Comitato di Sicurezza finanziaria del ministero dell’Economia avrebbe fatto scattare l’operazione contro una «società è inserita nella black list e colpita dalla sanzioni UE alla quale sono riconducibili i beni della Superjet International».

 

Insomma, anche qui, «ce lo chiede l’Europa». Aggiungiamo che il congelamento dei conti ha fatto sì che ad aprile 2022 la società dichiarasse di non poter pagare gli stipendi ai 144 dipendenti cassintegrati, pure disponendo di liquidità in banca. Voilà che si aggiungono le proteste dei sindacati: avete presente, quelli del green pass e del «Nuovo Ordine Mondiale», letteralmente. E via.

 

Mille cose, ovviamente, ci sfuggono in questo quadro. L’Italia, con il Giappone, ospita la rara produzione extra-USA del caccio multiruolo di 5ª generazione Lockheed Martin F-35. Il primo esemplare «italiano» del nuovo, controverso aero da combattimento è stato battezzato nel 2015 a Cameri, uscito dagli hangar di assemblaggio di Finmeccanica-Alenia Aermacchi. Sempre loro.

 

Insomma, sono usciti i russi perché dovevano entrare gli americani? Possiamo solo fare degli ipotesi. Del resto vi potrebbe sovvenire che ad un certo punto, anche l’uomo che portò l’Italia nel cuore della Russia (e non solo per l’aerospazio: per il gas e financo forse per le banche) fu defenestrato di botto. Berlusconi detronizzato dalla tecnocrazia eurorobotica di Monti, era il 2011.

 

A Silvio andò bene: ad un altro suo «amico», che completava l’asse Roma-Mosca spingendolo in Africa, toccò invece una rivolta che distrusse il suo Stato (con ramificazioni di violenza ancora presenti e danno continuo all’interesse nazionale italiano) e infine il linciaggio sanguinario della sua persona: ricorderete tutti la tragica fine di Gheddafi.

 

Cercarono di farlo anche con Putin: abbiamo dimenticato anche le pressioni immani che fecero nel 2012 sulle elezioni russe. Fu la volta in cui, sul palco della Piazza Rossa con gli spogli che gli avevano riassegnato la presidenza, Putin ebbe le gote rigate dalle lacrime – era il freddo, disse.

 

Quello che riuscì con l’Italia e la Libia, insomma, non riuscì con la Russia. Le conseguenze del raid di decapitazioni internazionali del 2011 sappiamo cosa portò: un’ondata massiva di immigrazione in tutta Europa (in Italia in particolare, ma non solo), un vero progetto di alterazione della popolazione, qualcosa che stiamo vedendo ora avvenire anche in USA con il confine meridionale oramai «aperto» dall’amministrazione Biden.

 

Ricordiamo: di lì a poco, avrebbero pure rimosso un papa, per metterne uno che proprio quel piano avrebbe portando avanti con pervicacia e malvagità – quello, e i piani successivi, come quelli basati sull’mRNA.

 

La Russia è rimasta immune a tutto questo. Quello che vediamo è solo la conseguenza della resistenza di Mosca al mondialismo infame.

 

Ci tocca la guerra di Crosetto, forse. Ma non è che sia di Crosetto: l’hanno decisa molto sopra di lui, e della Meloni. Il problema è che né lui, né Giorgia, hanno qualcosa da eccepire.

 

Se sarà, non sarà una guerra di carrarmati, gas sanzioni. Sarà una guerra aerospaziale e termonucleare, ipersonica.

 

Per questo, a differenza del ministro, non abbiamo voglia di sorridere e cantare col Fiorello. Neanche un po’.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

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Pensiero

Le mille e una guerra

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Renovatio 21 pubblica questo intervento di Elisabetta Frezza al convegno Sapiens³ di sabato 21 gennaio 2023.

 

 

Nell’ultimo capitolo del suo romanzo La casa in collina, che indaga le pieghe psicologiche e sociali del secondo conflitto mondiale e della resistenza, Cesare Pavese (siamo nel 1949) scrive:

 

«Non è che non veda come la guerra non è un gioco, quella guerra che è giunta fin qui, che prende alla gola anche il nostro passato». Continua: «Guardare certi morti è umiliante». «Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi». «Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi».

 

E conclude: «Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione».

 

Nel gioco di specchi che contraddistingue il nostro presente, dove la menzogna tenta di invadere ogni spazio pubblico e privato per adulterarne i connotati, la guerra si rifrange in mille volti diversi.

 

Sul terreno, i tanti caduti delle tante guerre, vicine e lontane. Ognuno dei quali, appunto, chiede ragione a chi resta

 

C’è la guerra agita e la guerra subìta. 

 

C’è la guerra telecomandata e la guerra vissuta; ovvero: la guerra a distanza e quella in presenza. 

 

C’è la guerra dei potenti e quella delle persone.

 

C’è la guerra cruenta e la guerra incruenta, ma non meno devastante.

 

C’è la guerra antica, col suo codice d’onore, e c’è la guerra moderna che non conosce né codici né onore. Nella prima la vita umana, persino quella del nemico, vale. La seconda è una guerra nichilista e disintegrante, senza alcun rispetto per la vita (semplicemente perché l’uomo non è più considerato uomo, ma una cifra, una macchina, e quindi entità sacrificabile).

 

C’è la guerra dei corpi e la guerra dello spirito. Ovvero: la guerra fisica, geopolitica, e la guerra biologica e spirituale.

 

Oggi insomma ci sono tanti fronti di guerra aperti, molti invisibili ai più. Ognuno di noi – spettatori non integrati nella finzione che pretende di sostituirsi a una realtà irriducibile – vive l’ora presente assestato su una propria personale linea del fronte, che è diversa da quella della guerra e delle guerre che si combattono altrove con le armi. Ma è pur sempre una linea che non va lasciata indifesa.

 

Vorrei partire da lontano, perché – a dispetto della frenesia di rottamazione del passato che affligge la società del cosiddetto progresso – ciò che dicono gli antichi spesso ci aiuta a vedere quali sono, ripulite dagli orpelli, le costanti della natura umana e delle sue manifestazioni nella storia. 

 

Nel 98 d.C. – a due anni dalla morte di Domiziano, ultimo imperatore della dinastia flavia, e dopo il breve principato di Nerva, quando sul trono di Roma sedeva Traiano – Cornelio Tacito, il grande storiografo latino, porta a compimento quella che verosimilmente è la sua opera prima, il De Agricola, dedicata al suocero, il valoroso generale Giulio Agricola, vissuto appunto sotto Domiziano e protagonista, con la vittoria sui Caledoni in rivolta, della campagna di conquista della Britannia

 

Perché è importante contestualizzare questa monografia di Tacito nella temperie della successione tra Domiziano e Nerva e poi – in continuità con Nerva – Traiano, suo figlio adottivo? Perché in questo snodo a Roma cambia il paradigma di gestione del potere, che da dispotico si fa più illuminato.

 

Non per nulla Tacito esordisce dicendo: «Nunc demum redit animus», cioè letteralmente «ora finalmente torna il respiro», ovvero «finalmente si torna a respirare»: nel nuovo clima politico, ci dice, è recuperata la libertà di scrivere e di parlare – ai giorni nostri, si direbbe: di manifestare il pensiero – perché Nerva prima, Traiano poi, riescono finalmente a far coesistere le due «res olim dissociabiles», le due cose (due entità) che prima erano tra loro incompatibili: il principato e la libertà. 

 

Tacito può dunque permettersi di trattare della dialettica tra principato (impero) e libertà nelle sue diverse estrinsecazioni.

 

Nel De Agricola, infatti, la biografia umana e politica del protagonista, che viene proposto quale modello per la nuova classe dirigente romana, si intreccia con un’ampia digressione in cui ci si sofferma sulle caratteristiche etniche e antropologiche dei Britanni e sulla loro romanizzazione; digressione in cui l’autore tocca il tema del rapporto di Roma con le popolazioni cosiddette barbariche e, quanto al presunto progresso portato dai Romani ai costumi di queste popolazioni, commenta lapidario: «per gli sprovveduti, tutto questo significava civiltà (humanitas), mentre in realtà era parte integrante della servitù».

 

Tacito insomma ci lascia delle riflessioni di penetrante attualità sui lineamenti dell’imperialismo romano (e universale) e lo può fare perché, appunto, in quel momento «finalmente si respira». E dell’imperialismo, egli mette in luce – si può dire: immortala – la vera essenza nel vibrante discorso di Calgaco al suo popolo. 

 

Calgaco era il capo dei Calèdoni della Britannia – «distinto per valore e nobiltà tra i molti capi» –  e, nell’imminenza dello scontro finale con i Romani, «di fronte a una marea di uomini accalcati che chiedevano guerra» dice loro: «Noi, al limite estremo del mondo e della libertà, siamo stati fino a oggi protetti dall’isolamento e dall’oscurità del nome…dopo di noi non ci sono più popoli, bensì solo scogli e onde e il flagello peggiore, i Romani, alla cui prepotenza non fanno difesa la sottomissione e l’umiltà». 

 

E, sempre per bocca di Calgaco, i Romani sono descritti così: «Raptores orbis», cioè: «Predoni del mondo, adesso che la loro sete di devastazione ha reso esausta la terra, vanno a frugare anche il mare: avidi se il nemico è ricco, arroganti se povero, gente che né l’oriente né l’occidente possono saziare. Loro bramano possedere con uguale smania ricchezze e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero. Dove fanno il deserto, lo chiamano pace».

 

La fisionomia dell’impero come delineata da Tacito, nel primo secolo dopo Cristo, non può non colpire anche il lettore contemporaneo, per lo meno quello che non sia già risucchiato nel buco nero della fiction totalizzante costruita dalla propaganda. I medesimi tratti rappresentati da Tacito, con tanto vigore espressivo, non possono non riconoscersi in capo a un altro ingombrante protagonista della storia recente, che da decenni cerca di dominare il mondo intero con la stessa bulimia acquisitiva, la stessa pulsione espansionistica ossessiva e paranoide, la stessa furia annientatrice. Ma, in costanza di questi tratti antichi propri dell’impero, il nuovo protagonista va oltre, perché si spinge fino a promuovere il demenziale rovesciamento di ogni legge naturale per imporre urbi et orbi nuove, innaturali, coordinate assiologiche.  

 

Roma, anche tra innegabili soprusi, lasciò al mondo il monumento insuperabile della sua cultura giuridica, lasciò opere mirabili di ingegneria, urbanistica, arte; e fu pur sempre capace di tesaurizzare, e sapientemente valorizzare, molte delle ricchezze morali e materiali dei popoli assoggettati. Invece le élite occidentali perseguono oggi, senza remora alcuna, la standardizzazione forzata, l’appiattimento e l’imbarbarimento coatto, secondo un modello neocoloniale omogeneizzante e globalizzante. In un furibondo cupio dissolvi. Dietro il loro apparente complesso di superiorità si malcela un evidente complesso di inferiorità, in primo luogo culturale.

 

La chiave per esercitare un dominio incontrastato, senza peraltro nulla offrire ai dominati, sta nell’autocertificarsi e presentarsi come «campioni dei diritti dell’umanità» legittimati come tali sulla carta a esercitare erga omnes una supremazia anzitutto morale, funzionale alla conquista della egemonia politica, attraverso il marchio della democrazia di cui si sono fatti depositari esclusivi. 

 

La propensione a sottrarsi a qualsivoglia giudizio morale ha assunto una potenza simbolica definitiva con l’impunità acquisita, e universalmente avallata, a fronte del bombardamento atomico contro una popolazione inerme. Hiroshima e Nagasaki sono una enormità della storia che rimane ancor oggi insoluta e nella sostanza rimossa.

 

Davanti a un crimine gratuito di tanta magnitudine, si assiste infatti da un lato all’autoassoluzione del colpevole (che non ha mai manifestato pentimento, in tempi in cui le scuse vanno molto di moda), dall’altro alla rassegnazione delle stesse vittime che, in tanti anni di celebratissime giornate della memoria, mai si sono rappresentate la necessità di rompere il tabù e magari istituire una sede, tipo un tribunale internazionale che va anch’esso di moda, dove affrontarne l’analisi.

 

Il fatto è che lo stigma democratico, sacro e santificante, è ormai un involucro a contenuto variabile che viene esibito in vetrina come una sorta di reliquia. Capace di coprire ogni aberrazione e anche di generare forme parossistiche di servilismo. 

 

Se ci voltiamo indietro, possiamo accorgerci come questa democrazia da esportazione – nel caso, esportabile anche a mezzo bombe umanitarie – ci abbia regalato nel tempo tante cose spacciate come vittorie del progresso: ci ha regalato l’annientamento della famiglia, l’aborto libero e gratuito, le pratiche eutanasiche inaugurate con Terri Schiavo, la droga a volontà, il genderismo e le tentazioni pedofile, il diluvio di deviazioni pedagogiche in danno delle giovani generazioni; ci ha regalato l’ecologismo neomalthusiano, per il quale è l’uomo il cancro del pianeta; ci ha regalato la fabbrica tecnologica della vita e le manipolazioni eugenetiche. Ci ha regalato i deliri transumanisti. 

 

Ci ha regalato insomma tutto ciò che è servito a cambiare il volto di un una civiltà nel giro di una o due generazioni, spostando il concetto di libertà – inscindibilmente connesso a un canone di verità – sull’immagine della autodeterminazione illimitata, che è poi la hybris antica, creando l’esigenza idolatrica di un mondo appeso solo a se stesso e privato di ogni riferimento superiore, dove quindi comanda e vince il più forte. 

 

La libertà, così come l’uguaglianza, le pari opportunità, la solidarietà, l’inclusione, la sostenibilità, la promozione culturale, la scienza, i diritti e il diritto, in una parola la falsa morale di importazione è servita per sostituire alla realtà le parole, confondendo la percezione degli eventi nel gioco delle cause e degli effetti. E facendo evaporare, proprio nel fumo delle parole magiche, tutt’un orizzonte di senso e di verità.

 

Vengono chiamati «valori occidentali» e, in difesa di questi valori, tutti noi siamo arruolati, anzi precettati, a giocare nel grande videogioco a premi, dove si vincono brandelli di finta libertà. 

 

Lo strumentario bellico è oggi iperpotenziato dal dominio della rete e delle sue principali piattaforme, che costituiscono – in un contesto di cosiddetta guerra cognitiva, un’altra guerra parallela di sottofondo – l’armamentario decisivo per imporre, a tutti, questi pseudo-valori per definizione globali, sostitutivi dei valori comunitari che erano ancorati alla realtà e sedimentati nel tempo e nella storia. 

 

L’uomo a una sola dimensione, quello che vegeta inebetito sotto perenne ipnosi mediatica, lettore scrupoloso del copione che gli è stato messo in mano, è strutturalmente incapace di cogliere la complessità del reale, perché posto in balia dei soli meccanismi emotivi, e abituato a felicemente appaltare in conto terzi la gestione del proprio cervello, previamente disattivato. In tal modo, egli aderisce cadavericamente al repertorio di dogmi artificiali, prodotti in vitro insieme a tutta una nuova teologia di riferimento consultabile in apposite agende con tanto di data di scadenza in copertina (la prossima scade nel 2030, ed è quella che viene martellata in testa agli scolari, a partire dai tre anni di età, sotto l’etichetta seducente di nuova educazione civica). 

 

C’è dunque da riflettere sulla intestazione di questi cosiddetti «valori occidentali» inscritti nelle varie edizioni dell’agenda globalista e neoliberista. L’assimilazione di Europa e Nuovo Mondo in un unico orizzonte di valori è in sostanza una finzione, strumentale a sancire la subalternità dell’Europa ai monopolisti della democrazia, che si sono autoinvestiti del mandato di colonizzare il resto del mondo.

 

Non esiste in natura un’ecumene euroatlantica. Non esiste in rerum natura.

 

La verità, anzi, è che i valori profondi e antichi della civiltà e della cultura europea, più che due volte millenaria, vengono non solo calpestati ma persino perseguitati nella nuova Europa cosiddetta «occidentale». Lo dimostra la cancellazione della cultura classica, della storia, delle nostre radici culturali, filosofiche, artistiche e religiose, di tutta una identità individuale e collettiva: un patrimonio sterminato di bellezza e di senso inghiottito dall’icona dell’Occidente faustiano che ha venduto l’anima alla propria allucinazione di onnipotenza

 

Lo si vede dall’odio dissennato rovesciato addosso alla cultura, alla storia e alla spiritualità degli altri popoli per inseguire l’abolizione più o meno subdola, sempre violenta, di ogni diversità, e la neutralizzazione della ricchezza che si nutre di tale diversità: alla quale si sa opporre soltanto l’arroganza, la menzogna e la truffa mediaticamente costruita, dietro il paravento della missione civilizzatrice. Rivolta a beneficio di tutto il mondo e ora in particolare dell’Europa, che la subisce prona, in disposizione suicidaria, perché già colonizzata sia culturalmente sia moralmente.

 

I conquistatori infatti si sono presi avanti e hanno provveduto per tempo e nel tempo a organizzare fenomeni culturali e movimenti ideologici, ad apparecchiare le forme e le simmetrie del potere, le tecniche di ingegneria sociale e la teologia politica che, influendo sulla conoscenza e sulle visioni del mondo, alla fine sono stati capaci di dare ai fatti la colorazione programmata. E di connetterli tutti dentro un’unica mappa, disegnata nel dettaglio a tavolino, in cui tutto si tiene.

 

Simone Weil, studiosa che ha passato l’esistenza a vivisezionare il corpo dello Stato totalitario in ogni sua forma, non esclusa quella cosiddetta democratica, e ad analizzare il rapporto tra questo Stato e i suoi sudditi, nel saggio Riflessioni sulle origini dello hitlerismo, dice che la forza – che insieme alla propaganda regge le sorti dell’impero – «ha bisogno di ostentare pretesti plausibili»: anche se questi pretesti sono grossolani, intrisi di contraddizione e menzogna, non importa: «bastano – dice – per fornire una scusa alle adulazioni dei vili, al silenzio e alla sottomissione degli sventurati, all’inerzia degli spettatori, e per consentire al vincitore di dimenticare che commette dei crimini».

 

Infatti «l’arte di salvare le apparenze diminuisce negli altri lo slancio che l’indignazione potrebbe dare, e permette a se stessi di non venire indeboliti dall’esitazione». In tal modo, coloro che esercitano il potere possono godere di quella «soddisfazione collettiva di se stessi, opaca, impermeabile, impenetrabile, che consente di conservare in mezzo ai crimini una coscienza perfettamente tranquilla. Una coscienza tanto impenetrabile alla verità implica uno svilimento del cuore e della mente che ostacola il pensiero». 

 

Viene qui alla memoria un film di grande lucidità storica e metastorica, della tarda produzione felliniana. Si intitola Prova d’orchestra. Il direttore di un’orchestra composta di musicisti anarchici e strampalati (emblema di una società frammentata e sindacalizzata), che provano nello spazio fatiscente di un vecchio oratorio, viene intervistato da una troupe televisiva. Racconta della prima volta in cui è salito su un podio e di ciò che ha provato nel momento in cui ha alzata la bacchetta: «la musica dell’orchestra nasceva dalla mia mano»; e spiega come la percezione di questo fenomeno – come da un semplicissimo movimento della mano si generi magicamente la musica – porti con sé una eccitante, inebriante sensazione di onnipotenza. 

 

Il direttore del film di Fellini riesce a figurare con grande efficacia, dalla sua prospettiva, quella sindrome contagiosa che in questi ultimi anni ha colpito i molti che, in vari ordini di grandezza, o di bassezza, abbiano scoperto di poter cavalcare la propria rendita di posizione ai danni dei propri simili ritenuti gerarchicamente subordinati, e inermi.

 

E più questi ultimi hanno obbedito, ovvero suonato ciò che bacchetta comandava, più l’ego degli agitatori di bacchetta – nel nostro caso illegittimi, e usurpatori di un palco di cartapesta – si è gonfiato, e ha moltiplicato la loro tracotanza, il loro cinismo, fino ad arrivare al sadismo e alla disumanità. Tanti miserabili direttori d’orchestra si sono scoperti demiurghi per caso e hanno potuto sfogare frustrazioni represse: è accaduto nella scuola, nella sanità, nella pubblica amministrazione.

 

La bacchetta assomiglia all’anello di Sauron, che dà potere ma genera dipendenza, e corrompe l’animo di chi lo porta.

 

Ci dice dunque Simone Weil di «coscienze impenetrabili alla verità» e del conseguente «svilimento del cuore e della mente che ostacola il pensiero». 

 

Di fatto, alle fondamenta di tutta la messinscena di cui siamo comparse involontarie (e per quanto ci riguarda anche incolpevoli), sta la menzogna, che è il motivo centrale attorno al quale ruota tutta quella modernità della quale oggi vengono alla luce, in controluce, le tante facce e le mille contraddizioni, ricapitolate finalmente in un unico film. 

 

Masse confuse e impaurite sono state trasformate dalla regìa in un alleato ottuso e stordito, e dunque massimamente affidabile, attraverso un’arma decisiva: la fabbricazione e l’utilizzo spregiudicato del consenso, costruito per lo più attraverso la comunicazione, diventata scienza potentissima grazie ai potentissimi mezzi tecnici di cui si è dotata.

 

E a ben vedere è proprio questo, della reazione alla menzogna che ormai pervade ogni cosa, il denominatore comune delle tante e diverse linee del fronte che a ognuno di noi è chiesto oggi di presidiare.

 

«Non in mio nome», concludeva Aleksandr Solzenicyn il suo straordinario appello Vivere senza menzogna, datato 12 febbraio 1974, giorno del suo arresto e vigilia della sua espulsione dalla patria. 

 

C’è un mondo intorno a noi che è materialmente edificato sulla menzogna. La questione della menzogna è proprio una questione materiale. Si può dire che noi oggi siamo vittime dell’imperialismo della menzogna, nel senso letterale che devono invadere la nostra vita con la menzogna, e devono farlo possibilmente senza trovare resistenza: ostacolando il pensiero attraverso lo svilimento del cuore e della ragione (diceva Simone Weil).

 

È esattamente questo l’obiettivo della propaganda, ed è questo anche l’obiettivo della formazione scolastica, che – intervenendo in radice prima ancora della propaganda – punta sempre più a disarmare le giovani generazioni estirpando loro, sul nascere, ogni velleità di pensiero e ogni possibile autonomia di giudizio e di azione.

 

L’addestramento pandemico – hanno allestito in quattro e quattr’otto un immenso laboratorio in cui sono stati fatti esperimenti disumani – è servito a fiaccare, inselvaggire, disintegrare i più giovani: ha spianato la strada alla transumanza nell’universo onirico, confortevole e pacificato, del metaverso.

 

Ciò che preme togliere d’intorno, il più in fretta possibile, approfittando del momento favorevole (approfittando soprattutto della sofferenza e del disagio così spaventosamente e dolosamente diffusi tra le cavie dell’esperimento) è la realtà, e insieme ad essa gli strumenti logici, cognitivi, intellettivi, morali, che ne forniscano le chiavi di interpretazione. Affinché, scollati dalla realtà e affogati nella bolla asettica degli algoritmi, i più giovani interiorizzino le posture del potere fino a non essere più strutturalmente in grado di distinguere tra realtà e finzione, tra ciò che è bene e ciò che è male.  

 

Mentre dunque l’italiota teledipendente che batte bandiera gialloblù, col suo mono-occhio è intrattenuto dalle immagini pacchianamente false di una guerra combattuta per procura, e raccontata a rovescio – immagini di morte mischiate come niente fosse ai lustrini di Sanremo, un una oscena sovrapposizione di spettacoli – c’è un fronte sconfinato che è lasciato completamente indifeso. È quello che si affaccia sul nostro futuro.

 

Ed è quello che il nemico sta sfondando senza trovare resistenza alcuna, per demolire ogni identità a partire dai più piccini, per cancellare dall’orizzonte la realtà delle cose, per uccidere la memoria – nostro ponte tra passato, presente e futuro.

 

Noi oggi possiamo anche fare la nostra parte e combattere fino allo stremo delle energie. E lo faremo, anche perché non abbiamo altra scelta. Ma se non lasciamo qualcuno capace di raccogliere l’eredità dell’essere uomo, il nostro sarà un lavoro inutile.

 

Forse aveva davvero ragione Darja Platonova, che era giovane ma quella eredità aveva individuata e raccolta, quando diceva che in atto è una guerra tra il niente e la civiltà. Anche la sua, di morte, chiede ragione a chi resta. 

 

E a quanti, in una forma di ridicolo automatismo compulsivo, associano alla Russia il paradigma della tirannide e della efferatezza, vorrei consigliare la lettura integrale dei discorsi del suo presidente (a partire dal discorso di Valdai dell’ottobre scorso) e ne assegnerei per casa parafrasi e commento, e magari anche un confronto con i discorsi di qualche suo omologo occidentale. Giusto per capire dove stanno di casa l’estremismo e la prepotenza.

 

Ricordiamo per esempio, quale pietra di paragone scelta a caso ex multis, le parole del democraticissimo senatore americano Graham: «Mi piace il percorso che stiamo percorrendo. Con armi e denaro americani, l’Ucraina combatterà la Russia fino all’ultimo ucraino». Ecco, distillato in un rigo, il pornografico disprezzo per la vita (altrui) sbattuto in faccia al mondo da sciacalli attratti dall’odore della morte (altrui).

 

A campione, invece, leggo qualche breve passaggio del discorso di Valdai di Vladimir Putin.

 

«La stessa ideologia liberale è cambiata, è irriconoscibile…ha raggiunto il punto assurdo in cui qualsiasi opinione alternativa viene dichiarata propaganda sovversiva e minaccia alla democrazia. Credere nella propria infallibilità è molto pericoloso; è solo a un passo dal desiderio dell’infallibile di distruggere coloro che non ama, o come si suol dire oggi, di cancellarli. Un tempo i nazisti sono arrivati a bruciare libri, e ora i “guardiani del liberalismo e del progresso” occidentali sono arrivati ​​a bandire Dostoevskij e Ciajkovskij. La cosiddetta cultura della cancellazione sta sradicando tutto ciò che è vivo e creativo, e soffoca il libero pensiero in tutti i campi: economico, politico o culturale. La storia certamente metterà tutto al suo posto e saprà chi cancellare…Nessuno ricorderà i loro nomi tra qualche anno. Ma Dostoevskij vivrà, così come Čajkovskij, Pushkin, e non importa quanti avrebbero gradito il contrario».

 

Ecco. Nel nome ossimorico della cosiddetta «cultura della cancellazione», non solo si abbattono monumenti, si eliminano pezzi di letteratura e fette di storia, ma si gettano esistenze, lavori e carriere nella spirale del silenzio. La promuovono i padroni del discorso globale; la praticano con tracotanza beota branchi di gregari con la bocca piena di filastrocche – tolleranza, uguaglianza, inclusione e diritti. 

 

I due piani, quello reale e quello virtuale, non sono affatto separati. Discendono dalla stessa matrice di nichilismo assassino, e si compenetrano l’uno nell’altro. Chi non ha remore a distruggere i libri, la storia e le idee, non avrà remore a compiere stragi e sacrifici sull’altare del nulla. Se c’è un universo dove si uccidono corpi, c’è un metaverso dove si cancellano idee: da una parte la pulizia etnica, dall’altra la disinfestazione delle idee non conformi, e delle anime vive.

 

Pensano, costoro, di poter cancellare la realtà delle cose, di adulterarla a proprio capriccio (bambini in provetta, droghe sintetiche, cambi di sesso, terapie geniche di massa), di resettarla a mezzo imbrogli spettacolari e incantesimi diabolici, allestiti per violentare la natura, la sua logica intrinseca e il suo ordine sacro.  

 

Ma dice ancora Putin:

 

«I valori tradizionali non sono un rigido insieme di postulati a cui tutti devono attenersi, certo che no. La differenza dai cosiddetti valori neoliberisti, è che i valori tradizionali sono unici in ogni caso particolare, perché derivano dalle tradizioni di una particolare società, dalla sua cultura e dal suo sfondo storico. Per questo non possono essere imposti a nessuno. Devono semplicemente essere rispettati e tutto ciò che ogni Nazione ha scelto per sé nel corso dei secoli deve essere gestito con cura. Lo sviluppo dovrebbe basarsi su un dialogo tra le civiltà e i valori spirituali e morali. In effetti, capire di cosa trattano gli esseri umani e la loro natura varia tra le civiltà, ma questa differenza è spesso superficiale se tutti, alla fine, riconoscono la dignità ultima e l’essenza spirituale delle persone».

 

La dignità ultima e l’essenza spirituale delle persone: è esattamente questo il cuore della civiltà. Se si attenta a quel nucleo sacro e intoccabile non si può far altro che precipitare nel «nulla» di cui ha fatto in tempo a parlare Darja Platonova prima di essere uccisa. Quel nulla – di cui l’Europa è ora epicentro – dove la guerra si manifesta nel suo volto più feroce e disintegrante, dimentica dell’onore e della pietas, giocata tutta e solo sull’imbroglio e sul compiacimento della devastazione (al punto da contemplare il tradimento preordinato degli accordi internazionali, sottoscritti con riserva mentale: come è avvenuto a Minsk).

 

E allora, nel tempo minaccioso e oscuro in cui l’antiumanità (o transumanità) sta sferrando il suo attacco definitivo all’umanità e a ciò che la sostanzia, ovvero la facoltà di credere, di pensare, di vivere; in cui la menzogna sembra diventata il vero unico fattore globalizzante – almeno in questa parte di mondo in disfacimento che ama chiamarsi Occidente –, non resta che rischiarare la mente obnubilata da infinite bugie. Per liberarsi dai falsi profeti, dai falsi benefattori (detti anche filantropi), dai falsi sacerdoti, dai falsi miti, dalle false speranze.  

 

Toccherà affrontare i lupi, e anche le jene. Ma ne va della stessa sopravvivenza morale e materiale della nostra comunità umana, aggredita in profondità dalle metastasi delle idee e dall’ansia diabolica di sopprimere la realtà. Alla barbarie di ritorno, molto più violenta di quella di andata, deve in qualche modo sopravvivere la civiltà: ci sarà bisogno di nuovi monaci che, in mezzo alle macerie, mettano insieme i frammenti. 

 

Per questo bisogna combattere la propria personale guerra incruenta, entro i binari segnati dalla coscienza antica dei limiti insuperabili, oltre i quali tutto è perduto. Credo sia questo il senso della guerra che ognuno di noi, per onorare anzitutto la propria coscienza, si trova a combattere ogni giorno nel personale campo di battaglia. 

 

E torno, in conclusione, laddove ho cominciato. Torno da Tacito, che dà voce a Calgaco, valoroso resistente alla prepotenza di chi minacciava l’integrità e la libertà del suo popolo. Riprendo le sue parole millenarie perché, con quella brevitas divenuta proverbiale, arriva dritto all’osso, cioè alla struttura essenziale di quella guerra archetipica che oggi appare sfigurata e inafferrabile perché ridondante, rifratta e alterata nel gioco di specchi di cui si diceva. 

 

Calgaco termina così il discorso alla sua gente prima del combattimento finale contro i dominatori Romani, con queste parole:

 

«D’altra parte – dice – il valore e la fierezza dei sudditi spiace ai padroni… Grazia non possiamo sperarla; e allora mostrate finalmente coraggio, se tenete alla salvezza e avete cara la gloria… E ora, nell’andare in battaglia, abbiate alla mente due cose: i vostri avi e i vostri posteri».

 

L’esortazione di Calgaco vale ancora, vale anche per noi, in un tempo in cui, se è pur vero che la sproporzione tra le parti in campo rischia di far apparire inutile lo sforzo, sovrumano, di essere schierati in partibus infidelium, poiché «grazia non possiamo sperarla»; è ancor più vero che siamo chiamati a non risparmiarci, e a sperare contro ogni speranza avendo alla mente due cose: da una parte i nostri padri, dall’altra i nostri figli. 

 

I primi per trovare l’esempio, i secondi per trovare la forza e il coraggio.

 

Elisabetta Frezza

 

 

 

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