Pensiero
Omaggio vero alle donne ucraine
Imparai la piramide globale della donna viaggiando per le Russie.
Un conoscente russo aveva dei problemi a casa con la moglie, e me ne parlava davanti a svariati drink nei locali nel centro di Mosca. La signora sospettava che lui avesse un’amante. Era vero. La cosa ovviamente peggiorò. Quando saltò fuori che il marito si era visto con un’ucraina, la moglie russa impazzì: rabbia, gelosia, un rancore infinito che si traduceva in scenate isteriche, lanci di oggetti, e quella parola comune a molte lingue slave, omofona di quella italiana che indica una strada non rettilinea.
Mi spiegarono che era normale: le ucraine sono ritenute dalle russe bellissime, e pericolose. Le ucraine rubano i mariti alle russe: era un dogma inscalfibile.
A Mosca, qualsiasi serata in un locale o una discoteca della città rendevano questo pensiero impossibile: la quantità di bellezze inarrivabili, di tutte le possibili provenienze – siberiana, tartara, baschira, caucasica, di Kaliningrad, di Ekaterinburg, Murmansk, Krasnojarsk, Ivanov, Yakutsk, Saratov, Vladivostok, Tol’jatti – rendeva difficile ci fossero donne più incredibili di quelle che si vedono in Russia.
La piramide era quindi: le italiane detestano le russe perché rubano loro i mariti, le russe odiano le ucraine perché rubano loro i mariti. Questo metteva le ucraine in cima alla catena alimentare mondiale. Mi chiedevo tuttavia se vi fosse un gradino superiore, un vertice finale del triangolo.
Dovetti scoprirlo in un viaggio attraverso tutta l’Ucraina in auto. Quando nel percorso dicevamo che eravamo diretti ad Odessa, ci dicevano che le donne più belle del Paese erano le donne di Odessa. Ci spiegarono che le donne ucraine vedono male le donne di Odessa perché avvenenti al punto, guarda guarda, da rubare i mariti alle ucraine di altre aree.
Quindi, ricapitolando, la piramide del ladrocinio maritale, cioè della bellezza femminile percepita, è: italiane-russe-ucraine-odessiane. Stando a questo schema, le donne più belle del pianeta devono trovarsi per forza ad Odessa.
Era vero. Bastò mezza giornata alla spiaggia di Arkadja, dove a pochi metri dalla costa erano ancora visibili i muri sommersi per impedire le invasioni via mare, per capire quanto ciò fosse la verità.
Tale convincimento fu rafforzato da una serata alla discoteca Ibiza (che nome frusto e ignorantissimo, pensa uno prima di entrare, e dimenticarsene) sempre in Arkadja a Odessa.
Fu perfino scioccante. Era così: era un Walhalla parossistico, il trionfo definitivo della biologia femminile.
Era il più immane concentrato di femmine stupende mai visto prima. Qualcosa di inconcepibile, e, al contempo, di naturale. Erano ovunque: al bar, nel terrazzo, in pista, sul palco, sotto il palco, fuori a fumare, in bagno a truccarsi. Erano davanti a te. Erano dietro di te. Era qualcosa di onnipervadente. L’intera atmosfera di quella sera era come retta da quell’intensità fuori scala di perfezione ginoide.
Fu lì che incontrai Keisuke, un minuto ragazzo giapponese che si occupava di import-export in Turchia. Mi avvicinai a lui perché avevo voglia di scambiare due parole nel mio povero giapponese, e perché mi colpiva la sua figura: unico orientale in mezzo alla bolgia, aveva il bicchiere in mano, ma non beveva. Aveva come la testa bloccata, e un sorriso, indecifrabile e felice, plastificato sul volto. Alla terza battute della nostra conversazione nel frastuono techno, sempre senza muovere un muscolo, mi disse due parole in russo: «krasivye zhenshiny»… Belle donne. Era un’espressione generica ma era l’unica cosa che, in fondo, gli andava di dire, tipo preso da una Sindrome di Stendhal, però seria. Capii subito che Keisuke era lo specchio della situazione. Notai, ad un certo punto, un dettaglio sconvolgente: dagli occhi immobili del nipponico, scendevano lacrime.
Non c’era niente da fare. Corrado, il mio insuperabile compagno di viaggio, ebbe una reazione non troppo dissimile. Anche lui, aveva una strana postura fissa, un sorriso che pareva di marmo, il bicchiere tenuto rigidamente a mezza altezza. Esperto di cocktail, riguardo ai quali scrive a volte sui giornali, aveva preso un comune Gin Lemon. Gli chiesi com’era. Diede una sorsata. Rispose: «è la cosa più schifosa che io abbia mai bevuto in vita mia. Ma non me ne frega niente». Erano parole definitive e solenni, incontrovertibili. In quel momento, per qualche motivo, gli venne in mente che l’idea di far vacanza in Ucraina era venuta a me. Mi mise la mano sulla spalla, stringendola. Disse, sempre mantenendo fisso lo sguardo altrove, «Grazie Roberto». Fu uno dei momenti in cui più ho sentito l’autentica gratitudine di qualcuno, e la cosa ancora adesso mi fa parecchio sorridere.
(Caro lettore, di tutto ciò vi erano prove fotografiche. Erano su Facebook. Tutto quindi è andato perduto, quando lo Zuckerbergo ha chiuso la pagina di Renovatio 21 e tutti gli account collegati, cancellando – puf – 5 lustri di immagini, ricordi, riflessioni, contatti…)
La morale: le ucraine sono le più belle. Punto. Le odessiane forse di più, ma non vuol dire niente: per le strade della Transcarpazia, o nei paradisi terrestri della campagna infinita dell’Ucraina centrale abbiamo visto donne di beltà disarmante, indescrivile. Pura. Irresistibile. Talvolta, perfino innocente.
Ora, una quantità di ucraine non-badanti si stan per riversare in Italia per la tragedia della guerra. I bruti già si lasciano andare a volgarità orrende. I bruti non possono aver contezza della bellezza profonda, né delle difficoltà che una donna ucraina, nata in un Paese in costante caduta libera in abissi economici, politici e ora bellici, ha dovuto esperire.
I più non sanno che la donna ucraina che arriva in Italia porta con sé il dolore della separazione dal suo uomo, o addirittura da suo figlio, se 18enne. I giornali e le TV non ve lo dicono, Renovatio 21 ve lo ha ripetuto varie volte: gli uomini per legge non possono passare il confine, pena l’arruolamento immediato. I maschi dai 18 ai 60 anni sono obbligati a rimanere nel Paese, dove saranno usati come carne da cannone, o meglio, come sacrifici umani da offrire ai social al fine di ricattare moralmente i Paesi NATO a combattere Putin al posto di Kiev – cioè, olocausti propiziatori alla Terza Guerra Mondiale.
Bellezza e dolore. Occhi intensi e cuori infranti. Le donne ucraine profughe in Italia rappresentano un’immigrazione finalmente vera, e giusta: a differenza dei milioni di africani che ora sollazzano nel nostro Paese a spese nostre, esse davvero scappano dalla guerra.
Le ucraine non si meritano le femministe italiane e le loro stronzate. Non si meritano il ricatto mRNA a cui saranno sottoposte. Non si meritano l’Italia del 2022
Per cui, ecco che oggi, 8 marzo, mi trovo a pensare: non si meritano le femministe italiane e le loro stronzate. Non si meritano il ricatto mRNA a cui saranno sottoposte. Non si meritano l’Italia del 2022.
No, non meritano di essere obbligata al siero sperimentale, come pare proprio che sarà: finite nell’imbutone del triage migratorio-assistenziale, saranno, diciamo così, fortemente consigliate a vaccinarsi… Perché, la signora può pensare, se mi rifiuto magari mi mettono in un posto peggiore per me e per i miei figli?
Qui scatta la questione dell’8 marzo. Il corpo è mio, dicono le femministe: ma vogliono che le ucraine si vaccinino. Se solo il 30% delle ucraine si è vaccinato, vuol dire che non avevano intenzione di farlo – lo stesso è stato in Russia, in Africa, in tanti Paesi sui quali i politicamente corretti non avrebbero in teoria voglia di scherzare. Eppure, non saranno lasciate stare, finiranno anche loro a fare i conti con l’apartheid biotica italiana degli anni Venti.
Lo meritano? No. Nessun profugo merita di scappare da una guerra militare per trovarsi in una guerra biologica, fatta di leggi del taglione e sacrifici che possono segnare per sempre.
Ma torniamo alle femministe.
Stamane, in un programma di news della TV statale pagata del contribuente ho visto che si era pensato di dedicare la trasmissione dell’8 marzo alle donne ucraine. Hanno chiamato a parlarne una scrittrice con ricci capelli sfiniti dal balsamo: la guardavo e mi chiedevo cosa potesse saperne delle donne ucraine. Diceva: il coraggio delle ucraine che stanno «sotto le bombe» – ma non ci risulta che siano stati bombardati massivamente centri abitati, come invece capita con le guerre, pardon, gli «interventi umanitari», «le esportazioni della democrazia», degli americani, ora invocati sottovoce a bombardare i russi – e le russe. Tuttavia, non siamo insensibili dinanzi al senso di catastrofe che infondono le visioni di distruzione e le fughe in metropolitana: fuggire da un Paese in guerra è quello che una donna, che ne rappresenta il futuro, deve fare.
Poi la scrittrice si lanciava in un’originale tirata sui «diritti delle donne», e parlava di non precisate «battaglie per ottenerle». Insomma, la neolingua orwelliana femminista per dire «aborto», credo. L’aborto, quella pratica così femminista da uccidere numeri spropositati di donne, in alcuni Paesi (India, Pakistan, Cina) pure selettivamente, senza che questo mandi in cortocircuito le attiviste dell’utero-è-mio.
Non diciamo niente di nuovo. Sappiamo bene che la donna un obbiettivo primigenio della Necrocultura: come abbiamo scritto, lo è, stando ai documenti, da due secoli e più. In realtà lo è dall’inizio dei tempi. Il Serpente antico di fatto si concentrò sulla donna. Il Serpente moderno continua sullo stesso solco.
La Cultura della Morte vuole distruggere la donna, fulcro della Civiltà umana. Vuole sterilizzarla, offenderla, degradarla, eliminarla.
Alle femministe questo può pure andare bene.
Solo però lasciate in pace le ucraine. Perché non sono femmine. Sono donne vere.
Roberto Dal Bosco
Cremazione
Lo Stato italiano contro i morti
Anche quest’anno festeggiamo lavorando l’inciviltà dello Stato moderno, nello specifico lo Stato italiano, che non permette di onorare i nostri defunti.
Pochi sono in grado di trovare una spiegazione al fatto che uno Stato – cioè un insieme di essere umani che, per ragioni ancestrali o anche solo di convenienza, si unisce – non debba permettere ai suoi cittadini un giorno di riposo per pensare ai cari estinti. Che sono nella quasi totalità, ricordiamolo bene, cittadini dello stesso Stato che hanno espletato, con la vita, tutte le funzioni (rispetto della legge, pagamento dei tributi, sopportazione dei soprusi) che lo stesso Stato ha loro demandato.
Si tratta, con evidenza, del disprezzo che lo Stato moderno ha per i suoi sudditi, e per gli esseri umani in generale. Quando diciamo che il sistema operativo dello Stato moderno è la Cultura della Morte, stiamo riferendoci all’atto di uccidere e basta: dal momento in cui l’umano, sempre eccedente e problematico, viene eliminato, la struttura se ne dimentica immediatamente, ed esige che i suoi infeudati facciano altrettanto.
È così: ogni anno, il 25 aprile (a danno di San Marco…) dobbiamo ricordarci della «Liberazione» (via saturation bombing angloamericani) dell’Italia, cioè del sacrificio del cinghialone col mascellone con tanto di pubblico ludibrio del corpo ignudo suo e dell’amante. Tuttavia un giorno di festa per pensare a chi è stato vicino a noi (chi ci ha conosciuto, chi ci ha procreato, chi ci ha allevato, chi ci ha amato, e perché no, chi ci ha odiato) no, lo Stato non può permettercelo.
Così: lo Stato che porta Halloween nelle scuole non lascia che i suoi cittadini vadano alla Messa dei defunti: perché, se non sei pensionato (quelli che ben presto finiranno nell’oblio dell’eutanasia pubblica, come quella varata poc’anzi dal Veneto apostata) è difficile che tu possa trovare il momento di andare in campo santo e pure in chiesa.
(Tra cattolici rimasti tali, sappiate, ci siamo comunque organizzati con celebrazioni, catafalchi, Dies Irae e teschi inclusi alle 18:30, per permettere a tutti i lavoratori, quelli a cui lo Stato sarebbe devoto sin dal primo articolo della Costituzione di partecipare. Ne daremo, magari, anche qualche immagini nei prossimi giorni – tanto per far capire davvero, nel momento delle città lasciate incendiare dai maranza, cosa significa oggi essere antisistema)
Bisogna capire che il 2 novembre non è mai stato un giorno di festa civile (ossia una festività nazionale riconosciuta dallo Stato con la conseguente chiusura di uffici, scuole e attività lavorative) in tutta la storia della Repubblica Italiana o del precedente Regno d’Italia, cioè del famoso Stato «laico».
A questo punto il lettore può iniziare ad intuire il perché: lo Stato dell’Italia unita è stato creato dai massoni, in senso totalmente contrario a quello della fede del popolo. L’Unità dell’Italia è stata voluta e programmata dalla Loggia, con tutti gli aiutini inglesi del caso, per spazzare via la superstizione cattolica da questa regione d’Europa, e trasformarla nel paradiso della religione del progresso che si merita.
I massoni odiano qualsiasi culto non sia quello esoterico della loro «scienza»: lo si vede ancora oggi in certi gruppetti di tizi dall’aspetto impiegatizio che passano il tempo a denigrare le credenze popolari (e ogni forma di religione, o di possibilità del paranormale); magari questi nemmeno sono massoni, ma ricordano certe parole di monsignor Delassus ne Il problema dell’ora presente, quando indica come i piani profondi della setta verde hanno bisogno di personaggi non accortissimi che stiano in superficie a fare pure pubblicità alla causa.
Ecco che quindi anche il culto dei morti – il più arcaico, il più umano – deve essere spazzato via. E quando diciamo spazzato via, è proprio letterale: i morti sono ridotti in cenere.
Sì, perché la massoneria ha avuto un ruolo fondamentale e determinante nell’introdurre, promuovere e legalizzare la cremazione moderna in Italia e in Europa nell’Ottocento. La pratica di incenerire i morti è stata vietata per secoli dal Cristianesimo, che imponeva l’inumazione (la sepoltura sotto terra) nel rispetto del dogma cattolico della risurrezione dei corpi. La rinascita della cremazione in epoca contemporanea fu una battaglia esplicitamente guidata in prima fila dalle Logge massoniche nel nome dello Stato «laico», cioè della sottomissione dell’umanità al Nulla grembiulista.
Subito dopo l’Unità d’Italia, medici, scienziati e intellettuali (molti dei quali appartenenti alla Massoneria e alla Sinistra risorgimentale) iniziarono a promuovere la cremazione per ragioni igienico-sanitarie, di progresso scientifico e per sottrarre il monopolio dei funerali alla Chiesa Cattolica. A partire dagli anni Settanta dell’Ottocento, sorsero in tutta Italia le prime Società per la Cremazione ( SOCREM). Queste associazioni, nate per finanziare i primi templi crematori, furono fondate, dirette e sostenute economicamente quasi interamente da massoni.
Il primo forno crematorio d’Italia (e del mondo moderno) fu inaugurato a Milano nel 1876 per cremare la salma di Alberto Keller, un importante industriale filantropo di origini svizzere e noto massone, che lasciò i fondi necessari proprio per questa causa. Il forno fu progettato sfruttando anche gli studi scientifici del medico massone Malachia De Cristoforis. La legalizzazione si ebbe con la Legge Crispi (1888): La pratica divenne ufficialmente legale e regolamentata a livello nazionale grazie all’art. 59 della legge sulla sanità pubblica del 1888 promossa dall’allora Presidente del Consiglio Francesco Crispi, anch’egli tra i più celebri esponenti della Massoneria italiana dell’epoca, ancora oggi mattatore della toponomastica delle nostre città.
Proprio a causa dell’autoevidente attivismo massonico dietro questo movimento, la Chiesa Cattolica visse la diffusione della cremazione come un attacco diretto alla fede cristiana e ai propri rituali. Nel 1886, il Sant’Uffizio emanò una severissima condanna decretando la scomunica per chiunque scegliesse di farsi cremare o facesse propaganda per le società cremazioniste, escludendo i fautori della cremazione dai funerali religiosi e dalla sepoltura in terra consacrata.
Poi arrivò il 1963, anno in cui il Concilio Vaticano II e Papa Paolo VI rimossero il divieto canonico cattolico sulla cremazione, a patto che la scelta non fosse dettata da sentimenti esplicitamente anticristiani o di negazione dei dogmi della fede, una condizione che ricorda un po’ le scomuniche ai fedeli della Messa della Fraternità San Pio X, che arrivano solo se uno aderisce ad alcune posizioni (cattoliche).
Fu una delle prime cose che Paolo VI, l’amico del padre costituente Aldo Moro, fece una volta divenuto papa. Montini, quello che il 4 ottobre 1965 si rivolse a quelli dell’ONU dicendo «Quando voi uscite da questa aula il mondo guarda a voi come agli architetti». Alcuni dicono che con lo sdoganamento religioso dei forni crematori stesse ricambiando un favore di conclave. Vai a capire.
Ad ogni modo, quello che è la cremazione – annichilimento della tradizione, del passato, del presente, del futuro – lo abbiamo sentito dire bene, inaspettatamente, da Tucker Carlson, che en passant, in un suo recente monologo, ha parlato di come oggi l’idea di vivere e morire nella stessa cittadina dove sono sepolti i propri genitori è condannata dal potere neoliberale come un «privilegio» di cui vergognarsi, perché per il mondo moderno il mercato (cioè lo sradicamento dell’essere umano) vale più del rispetto di chi siamo e di ciò che trasmettiamo.
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La cremazione, ha detto Carlson, serve a questo: a disintegrare i nostri cari e a far finta che non sono mai esistiti.
Proprio così: ci vogliono schiavi in un eterno presente fatto di obbedienza e di consumo. Esattamente come nei social (che sono, una volta di più, prodromi della società del futuro prossimo): provate a cercare quello che avete sentito, o detto, qualche settimana fa.
Ecco perché oggi non ci consentono di stare a casa, e pensare ai nostri padri, o a continuare il lutto per chi ci stava vicino, e non c’è più. Non ci è consentita una pausa per meditare il mistero della morte: perché lo Stato massonico odia il Mistero, e ancora più significativamente lo teme.
Perché il Mistero risolve, guarisce, libera. Il Mistero è la Verità, la Via, e la Vita. Sì, il Mistero della Morte è il Mistero della Vita, e potete immaginare come un popolo che lo realizzi non sia più comandabile a piacimento, sia un popolo fatto, letteralmente, di anime libere.
Ecco spiegato, cari lettori, perché oggi state lavorando. Vi stanno facendo pensare ad altro.
Potete fare, ad ogni modo, un bell’atto di disobbedienza anche ora: chiudete gli occhi, e con la mente (è ancora permesso, ma non per molto), recitate: Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis. Requiescant in pace.
Amen.
Roberto Dal Bosco
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Immagine: Cimitero Monumentale di Milano: Tomba Sommaruga-Faini, opera di Giannino Castiglioni, 1935.
Immagine di Santilio via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 Internationa
Pensiero
L’antico incidente dietro la Tesla volante
Turns out the future does have flying cars pic.twitter.com/6fexPp6SXI
— Elon Musk (@elonmusk) October 16, 2026
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E chissenefrega di Porsche, e Ferrari, e chiunque altro, dinanzi ad una macchina volante? È, di fatto, una magia. Nel senso in cui lo scrittore Arthur C. Clarke (quello di 2001 Odissea nello spazio, figuro non esattamente raccomandabile) la definiva come indistinguibile dalla tecnologia arrivata ad un certo livello. Musk ha pure raccontato di come, negli anni in cui viveva a Los Angeles tra divi del cinema e personaggi vari, sentisse spesso parlare di magia, di potere di «manifestare» la realtà secondo la volontà – come da pensiero di Aleister Crowley –, ma di non aver mai trovato nessuno che gli rispondesse quando chiedeva come la magia potesse portare le persone su Marte. (Va ricordato, brevemente, che Los Angeles è la città del satanista crowleyano e padre della missilistica NASA Jack Parsons, ma questa è un’altra storia) Il segmento di mercato dovrebbe essere quello, le auto sportive. La forma della Tesla Roadster sembra attinta dal design che Marcello Gandini esprimeva nelle Lamborghini degli anni Settanta e Ottanta. Ma è davvero importante? No, la cosa che conta è che quello che si è visto è qualcosa che neanche nei film di Hollywood – pre e post effetti speciali digitali – si era mai realizzato. La macchina si attacca ai muri perché ha un sistema di ventole che schiaccia verso la superficie – come accade per certe auto giocattolo recenti, anche economiche, che compri dai cinesi. Era saltato fuori pochi giorni fa che Tesla aveva depositato il brevetto, cosa rara perché Musk ha sempre dichiarato la sua avversione per i patent, dicendo che un brevetto è un biglietto della lotteria per il tribunale. Tutti avevano immaginato che la suzione dell’aria servisse per rendere più aderente il veicolo in velocità, magari in curva: invece eccoti che la macchina si attacca al muro, sale su una grande pista a C, sfida apertamente la gravità. Inverosimile. La mossa tuttavia non è la più memorabile della serata: è quando questa atterra da grandi altezze usando dei razzi stabilizzanti, che eiettano il contenuto di due cisterne da 600 litri di aria compressa (nessuna sostanza speciale: anche qui si fa tutto l’energia elettrica, cioè il sole, e l’aria) e permettono all’auto di arrivare al suolo perfetta dopo salti spaventosi. Chi si chiede quando mai possa servire, può pensare al Ponte Morandi. O a qualsiasi situazione in cui si viene buttati fuori da una strada di montagna, un viadotto, un’altezza percorsa in auto, e ce ne sono. Esageriamo a pensare a quante vite può salvare un sistema di sicurezza del genere?Mission S.
Authentic. Consistent. Timeless. A glimpse into the future – shaped by our heritage. Mid-engine architecture. A focus on the driver and the driving experience. Call it a love letter. https://t.co/R2BKMUzcyA — Porsche (@Porsche) October 15, 2026
Highlights of all four stunts Tesla showed off with the new Roadster today. pic.twitter.com/chP6QEuVMk
— Oli (@CARN0N) October 16, 2026
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Pensiero
La lettera di Charles Dickens contro le esecuzioni pubbliche
Si riaccende il dibattito sulla pena di morte, e più specificamente sulle sue modalità, nel momento in cui in America si ricomincia a parlare di esecuzioni pubbliche, con il segretario della guerra Pete Hegseth che dichiara di voler trasmettere in streaming l’esecuzione di un ex psichiatra dell’esercito americano maggiore Nidal Malik Hasan, ex maggiore dell’esercito condannato a morte per la sparatoria del 2009 in una base militare in Texas costata , sostenendo che gli americani debbano vedere le conseguenze di crimini di questo tipo. Lo Hasan, islamista, sarà giustiziato con plotone di esecuzione nella stessa base alla stessa ora della strage da lui perpetrata.
Quasi due secoli fa lo scrittore britannico Charles Dickens inviò al giornale londinese The Times in cui riportava il suo resoconto di un’esecuzione pubblica e auspica che la pratica di giustiziare i prigionieri avvenga a porte chiuse. Dickens assistette all’impiccagione pubblica di Frederick e Marie Manning (i coniugi condannati per il «delitto di Bermondsey», dove era stato assassinato e derubato l’amante della donna) fuori dal carcere di Horsemonger Lane a Londra, un evento a cui assistettero oltre 30.000 persone.
Renovatio 21 pubblica di seguito la traduzione della lettera che l’autore di Oliviero Twist scrisse al Times il 14 novembre 1849. Il Dickens è sconvolto non tanto dalla morte in sé, ma dal comportamento volgare, festoso e brutale della folla: risate, schiamazzi e bisticci. Dickens non affronta in modo astratto il concetto filosofico della pena capitale, ma chiede con forza che le esecuzioni fossero rimosse dalla vista del pubblico e svolte in forma privata all’interno delle mura del carcere, per evitare il degrado morale della società. Le sue denunce hanno contribuito al dibattito che portò, nel 1868, all’abolizione definitiva delle esecuzioni pubbliche nel Regno Unito.
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Al direttore del Times
Egregio signore,
Sono stato testimone dell’esecuzione a Horsemonger lane questa mattina. Mi sono recato qui con l’intenzione di osservare la folla radunatasi per assistere all’esecuzione, e ho avuto ottime opportunità di farlo, a intervalli per tutta la notte e ininterrottamente dall’alba fino a dopo la fine dello spettacolo.
Non mi rivolgo a voi con l’intenzione di discutere la questione astratta della pena capitale, né le argomentazioni dei suoi oppositori o sostenitori.
Desidero semplicemente trarre un vantaggio per il bene comune da questa terribile esperienza, ricorrendo al mezzo più immediato e pubblico per richiamare un’indicazione data da Sir G. Grey nell’ultima sessione del Parlamento, affinché il Governo fosse indotto a sostenere una misura che rendesse l’esecuzione della pena capitale una cerimonia privata all’interno delle mura carcerarie (con garanzie che l’ultima sentenza della legge venga eseguita in modo inesorabile e certo, tali da essere soddisfacenti per l’opinione pubblica), e supplicando con la massima insistenza Sir G. Grey, come solenne dovere verso la società e responsabilità che non può mai sottrarsi, di promuovere personalmente tale modifica legislativa.
Credo che uno spettacolo così inconcepibilmente orribile come la malvagità e la leggerezza dell’immensa folla radunatasi per l’esecuzione di questa mattina non possa essere immaginato da nessun uomo, né potrebbe essere presentato in nessun Paese pagano sotto il sole. Gli orrori del patibolo e del crimine che aveva condotto quei miserabili assassini su di esso, svanirono nella mia mente di fronte all’atroce comportamento, agli sguardi e al linguaggio degli spettatori riuniti.
Quando giunsi sulla scena a mezzanotte, l’acuto grido e gli ululati che si levavano di tanto in tanto, segno che provenivano da un gruppo di ragazzi e ragazze già radunati nei posti migliori, mi fecero gelare il sangue. Con il passare della notte, strilli, risate e urla in coro di parodie di melodie nere, con la sostituzione di «Mrs. Manning» a «Susannah» e simili, si aggiunsero a questi.
All’alba, ladri, prostitute di basso livello, teppisti e vagabondi di ogni genere si riversarono sul posto, dando vita a ogni sorta di comportamento offensivo e volgare. Risse, svenimenti, fischi, imitazioni di Punch, battute brutali, tumultuose dimostrazioni di indecente piacere quando donne svenevoli venivano trascinate fuori dalla folla dalla polizia con gli abiti in disordine, diedero nuovo slancio allo spettacolo generale.
Quando il sole sorse splendente – come accadde – indorava migliaia e migliaia di volti rivolti verso l’alto, così inesprimibilmente odiosi nella loro brutale allegria o insensibilità, che un uomo aveva smesso di vergognarsi del proprio aspetto e di ritrarsi da se stesso, come se fosse stato plasmato a immagine del Diavolo.
Quando le due miserabili creature che attiravano tutta quella vista orribile intorno a loro furono scagliate tremanti in aria, non c’era più emozione, non c’era più pietà, non c’era più il pensiero che le due anime immortali fossero andate al giudizio, non c’era più moderazione in nessuna delle precedenti oscenità, come se il nome di Cristo non fosse mai stato udito in questo mondo e non ci fosse tra gli uomini altra convinzione che perissero come bestie.
Ho visto, abitualmente, alcune delle peggiori fonti di contaminazione e corruzione in questo Paese, e credo che non ci siano molti aspetti della vita londinese che possano sorprendermi. Sono solennemente convinto che nulla di ciò che l’ingegno potrebbe escogitare in questa città, nello stesso arco di tempo, potrebbe causare una rovina simile a un’esecuzione pubblica, e rimango sbalordito e inorridito dalla malvagità che essa manifesta.
Non credo che una comunità possa prosperare laddove una scena di orrore e demoralizzazione come quella che si è consumata stamattina fuori dal carcere di Horsemonger lane si presenta proprio alle porte dei buoni cittadini, e passa inosservata, sconosciuta o dimenticata. E mentre, nelle nostre preghiere e nei nostri ringraziamenti per questo periodo, esprimiamo umilmente davanti a Dio il nostro desiderio di eliminare i mali morali del Paese, vorrei chiedere ai vostri lettori di considerare se non sia giunto il momento di pensare a questo e di estirparlo.
Sono, signore, il vostro fedele servitore,
Charles Dickens
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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