Pensiero
Mafia e anarchici, tutti pazzi per il 41 bis
È davvero singolare questa coincidenza: acchiappano il vertice percepito di Cosa Nostra, e pochi giorni dopo ecco che contro il 41 bis – divenuto d’un tratto tema da prima pagina – cominciano a parlare gli anarchici.
Perché, nelle temutissime manifestazioni di cui abbiamo veduto le immagini in questi giorni, non possiamo aver notato striscioni che non erano solo contro il 41 bis al terrorista Alfredo Cospito, erano contro al 41 bis in generale.
In realtà, la notizia prescinde da questa passione improvvisa per l’articolo dell’ordinamento penitenziario italiano voluto dal marito della giovane parlamentare piddina Lia Quartapelle, cioè il vecchio craxiano Claudio Martelli.
Vogliamo dire: la notizia è che sono tornati gli anarchici. Cioè: gli anarchici esistono. Scusate ma a questo punto mica era scontato.
Per quanto sia confuso e fastidiosamente puerile, potete aver presente a cosa aspirano gli anarchici: una libertà assoluta, la mancanza totale di autorità, la disintegrazione dello Stato al fine di non ricostruirne più alcuno.
Ecco, negli ultimi due anni gli anarchici, come tutti noi, sono stati confinati privandoli di qualsiasi libertà, sono stati schiacciati da autorità violente e dementi, sono stati sottoposti allo Stato nella sua forma più soverchiante e coercitiva: il biennio pandemico, impossibile non riconoscerlo, ha significato tutto questo.
Per cui ci aspettavamo che se c’era un momento giusto per esprimere la rabbia anarchica, un punto della storia del Paese e dell’Europa e del mondo in cui avremmo visto gli anarchisti uscire e agire, beh, certo sarebbe stato durante l’ora della sottomissione COVID. E invece, niente. Non siamo in grado di dirlo con certezza, ma di anarchici, alle manifestazioni dei sabati contro il green pass (in Italia e in ogni altro Paese), praticamente non ne abbiamo visti.
Ma come, non si chiamano proprio «anarco-insurrezionalisti»? Così su Wikipedia definiscono il Cospito. Ma quindi non era quello il momento in cui far scattare la loro agognata «insurrezione»? A quanto pare no: ricorderete che i giornali ci parlavano invece delle piazze no-vax «fasciste», accusa ripetuta in Italia come in Francia, in Canada, in Germania, ovunque.
Poi però ecco che – puf! – gli «anarchici» saltano fuori ora. Fanno manifestazioni. Inneggiano a Cospito con graffiti e azioni perfino in altri Paesi. Gli anarchici sono stati, come dire, «attivati».
Uso questa parola perché è quella che qualche smaliziato commentatore americano ha iniziato ad utilizzare per i recenti fatti di Atlanta, in Georgia. In pratica, gli «antifa» – una sigla che morfologicamente non è in nulla dissimile dagli «anarchici» – ha fatto una sua protesta con assalto ad un hotel, vetrine spaccate, macchina della polizia incendiata. Tucker Carlson, in diretta TV davanti a milioni di telespettatori, ha avanzato con estrema sicumera la sua teoria: gli «antifa», ha detto, sono stati «attivati». Così come lo erano stati nel 2020, nelle proteste Black Lives Matter, una piccola «rivoluzione colorata» negli stessi USA volta a detronizzare Trump, dice Carlson.
Poi, in effetti, defenestrato il ciuffo biondo con l’elezione più grottescamente controversa della storia, BLM e gli antifa sono spariti. Per anni. Fino alla rivolta di Atlanta, e a quella che stavano per intentare per l’orrendo omicidio da parte della polizia del ragazzo di colore Tyler Nichols: il disastro, stile Los Angeles messa ferro ignique nel 1992 (dopo l’assoluzione dei poliziotti protagonisti del pestaggio del cittadino nero Rodney King), era pronto a partire… ma tutto è stato rinviato, perché i cinque poliziotti presunti assassini sono tutti afroamericani. Per quanto giornali e grandi testate TV abbiano detto che la colpa è comunque della white supremacy, la supremazia bianca, i cui valori di violenza contro i neri sarebbero stati introiettati dagli stessi poliziotti di colore, stavolta era troppo pure per gli antifa. Una menzogna così immensa difficile che reggesse…
Al di là della cronaca e delle sue venature metapolitiche, ci interessa questo pensiero: le proteste dei casseur anarcoidi come eventi di gruppi «attivati» per un fine completamente politico. Al termine della loro azione distruttiva, apparentemente caotica, c’è qualcuno che ne beneficia – una parte politica anche evidente. Nel caso americano, è chiaramente il Partito Democratico USA, che voleva far sloggiare il Trump, e ora si batte per impedire l’ulteriore candidatura nel 2024 del senescente Joe Biden.
E nel caso italiano?
Prima di parlarne, vorremmo andare con la memoria al 2001, a Genova, al G8. Alcuni lettori sono troppo giovani per ricordarlo, o magari non erano ancora nati. Altri si ricorderanno benissimo. Calarono sul capoluogo ligure «anarchici» di ogni sorta, alcuni davvero con tutti i crismi da original brand: ecco la bandiera nera dell’Anarchia, un residuo ottecentesco che si pensava sepolto a causa dell’interferenza poi prodotta dai vessili fascisti parimenti scurissimi.
Invece, eccoti i Black Bloc: non un centimetro di pelle visibile, tuta militare nera, casco nero, maschera antigas nera. Circolavano a Genova facendo perfino marcette con stendardo e tamburo. Produssero una distruzione senza precedenti, «aprendo» (è il loro gergo) quartieri, rendendo intere aree della città delle TAZ, zone temporaneamente autonome, spazi dove non esiste più l’autorità costituta, come da teoria del loro maître à penser, il filosofo filopedofilo Hakim Bey.
Da dove venivano i Black Bloc? Quelli più improvvisati sicuramente vedevano tanti italiani. Quelli un po’ meno magari dalla Francia: il Corriere fece un’intervista ad un «compagno» francese che conosceva bene il ragazzo della foto-simbolo, il ragazzo col passamontagna sull’auto ribaltata: anche qui, organizzazione non precisissima, non si andava molto al di là dello spaccavetrine vagamente riflessivo.
Ho ricordi del fatto che si disse che molte «tute nere» provenissero dalla Germania e alcuni… dall’Oregon. Ecco, l’Oregon riguardo agli anarchici ha tutta una sua tradizione, tanto che la cittadina di Eugene è ritenuta una sorta di piccola capitale dell’anarchismo. Se fosse vero che a Genova fossero arrivati questi anarchici del Pacifico americano, ebbene… chi gli ha pagato il biglietto intercontinentale? Chi ha dato loro gli «strumenti» della guerriglia G8, che certo non hanno imbarcato come bagaglio all’aeroporto?
Possiamo rispondere se capiamo chi ha davvero beneficiato della catastrofe di quel G8. Dopo Genova, qualunque forma di resistenza istituzionale alla globalizzazione è stata spazzata via. Ogni discorso critico nei confronti del piano globale (rammentate: erano i giorni in cui la Cina entrava nel WTO, cioè il momento in cui si decretò la fine della classe media dell’Occidente e la deindustrializzazione della quale stiamo vedendo in questi giorni il colpo di grazia con la follia dei costi energetici) veniva degradato al livello dei no-global in t-shirt, e quindi, non considerato.
Ecco perché nessun Paese è riuscito davvero a resistere al mondialismo slatentizzato – nemmeno chi, come la Francia di Chirac, pareva, per sussulto gollista, forse averne mezza voglia.
Conoscete il procedimento, di sapore tutto hegeliano: metti la tesi, crei l’antitesi, ed eccoti la sintesi – che è quella che si voleva.
Sapete poi che c’è questa teoria che circola, quella della dottrina Rumsfeld-Cebrowski: con il nuovo secolo, il potere profondo statunitense aveva realizzato che per rimanere prima potenza mondiale, Washington doveva garantire a sé e secondariamente agli alleati lo sfruttamento delle risorse naturali dei Paesi poveri. Poche settimane dopo i fatti di Genova, in quel memorabile 2001, vi fu l’attacco alle Torri Gemelle, e di fatto gli USA iniziarono un’immane guerra alla periferia petrolifera del pianeta…
E quindi, i disordini anarchici… manovrati dal Deep State mondialista americano? È una tesi estrema che non possiamo sposare del tutto: noi ci limitiamo a suggerire dei lettori dei puntini, le linee per far emergere il disegno le traccino loro.
Per questo vogliamo rimandare all’articolo del sito più letto degli ultimi giorni, quello sull’altrettanto stramba coincidenza castelvetranese: il luogo in cui il massimo potere USA si raccolse durante la Seconda Guerra coincide con la cittadina dove il massimo latitante della mafia pareva vivere con una certa libertà. A Castelvetrano si trovarono il presidente Roosevelt, il generale Patton, il generale Eisenhower (che divenne, poi, anche lui presidente). Anni dopo, ecco la curiosa libertà con cui Messina Denaro vive lì, con gli abiti firmati, l’auto, la chemio, perfino – disse una fonte di Report anni fa – qualche misteriosa capatina ad un Istituto scientifico del Centro Nazionale delle Ricerche.
Sappiamo che il grande sponsor della mafia italiano può essere l’ente che cagionava la «sovranità limitata» (espressione di impudicizia che un tempo si poteva usare tranquillamente) del nostro Paese: gli Stati Uniti d’America con i suoi tentacoli profondi, quelli che ci scatenarono addosso Lucky Luciano, quelli che forse nutrirono Salvatore Giuliano, quelli che protessero chissà quanti boss, intoccabili perché connessi ai loro capimafia italoamericani, alleati preziosi in tante operazioni indicibili, per esempio la guerra contro Fidel Castro.
E se ci pensiamo, i boss della mafia non è che venivano presi a mazzi, prima di Riina. Magari, questo capomafia così «rurale», aveva esagerato anche per i suoi sponsor. Mica si può andar in giro mettendo bombe contro i giudici e contro i monumenti italiani. Che il padrone abbia, a quel punto, mollato? Non possiamo saperlo, ma abbiamo in mente la notizia riemersa di recente, ossia della «mancata perquisizione del covo di Riina» dopo il raid della mitica Squadra Catturandi.
Che poi, a quanto si può ricostruire, le bombe e tutta la storia intricata della trattativa Stato-mafia (palude sulla quale non ci addentreremo), verteva proprio sul 41 bis: secondo le versioni emerse dai pentiti, era quello il pallino principale della mafia, porre fine ai 41 bis di Martelli.
La cosa, fermatevi a pensarci, dice moltissimo su origine e natura della mafia. Cosa Nostra controlla la Sicilia, nel senso che può disporre della vita e della morte di ogni cittadino, può bombardare il giudice e la sua scorta, può sciogliere il bambino nell’acido, può strangolare una donna incinta, come si dice abbia fatto Messina Denaro. Tuttavia, pur disponendo di questo potere illimitato, la mafia non chiede di sostituirsi allo Stato: domanda solo uno sconto di pena. Tutto qua.
È un paradosso: il mafioso, che è legibus solutus, «sciolto dalle leggi», chiede che sia cambiata… la legge.
La faccenda mi ha sempre sconvolto: ma come, tutto quel potere, la possanza militare, la segretezza, il codice d’onore, il rispetto totale e financo il di tanta popolazione intimorita e non, la potenza di uccidere chiunque e di attaccare qualsiasi istituzione, i miliardi che girano, e poi, quello che chiedi, non è un reset dello Stato, non è la sua sostituzione, non è il riconoscimento statuale definitivo nella comunità globale (cosa verso cui andava spedita, ad esempio, l’ISIS), non è nemmeno la scalata ufficiale all’interno dello Stato (cosa che tentò di fare Pablo Escobar), ma il semplice quieto vivere nell’ombra, con l’esclusione del carcere duro nel caso ti brinchino.
No, io questo 41 bis non lo ho mai capito. È così importante per i picciotti perché forse minaccia la comunicazione nella gerarchia mafiosa? Perché i boss così non possono comunicare con l’esterno? O forse è perché la sua prospettiva spaventa i mafiosi e li trasforma in pentiti, come pare sia accaduto negli USA, dove si dice che vi fosse, sia pur disatteso, un ordine di non trafficare droga, perché portando con sé questo reato 25 anni di galera, una volta beccati si finiva per forza per tradire il mandamento?
Non possiamo sapere neanche questo. Ma abbiamo imparato che questo 41 bis proprio ai mafiosi non piaceva. E quindi ci sale una paura: non è che quei vecchi sponsor della mammasantissima, in questo showdown oncologico terminale, abbiano accordato all’ultimo dei mohicani una fine senza l’articolo penale maledetto?
Se avete seguito questo articolo fantasy – perché di questo si tratta, caro lettore, e lo sai – potete immaginare che lo stesso potere che protegge nelle decadi Castelvetrano è in grado, senza tanta fatica, di far passare una legislazione precisa a Roma. Del resto, ribadiamo, si chiama impudicamente «sovranità limitata».
E quindi, non è che vogliono abolire il 41 bis dipingendolo di questo colore nero-anarchico, invece che delle tinte imbarazzanti dei vespri mafiosi?
Non è che il possibile smontaggio del 41 bis, per il quale ci sarebbe magari un accordo, lo farebbero passare per l’anarchico, anche se la vera base di una decisione è chiaramente un’altra?
Abbiamo raccontato su Renovatio 21 del patto tra mafia e potere occulto americano, magari nella persone della «madre della CIA» James Jesus Angleton. È possibile che una promessa fatta 70 anni fa sia in qualche modo – per onore, per ricatto, per chissà cos’altro – stia ancora in piedi, mostrandoci ora i suoi effetti crepuscolari?
Lo ripetiamo: non è diverso dal patto, sempre riverito con praticamente nessun tentennamento, del Grande Lago Amaro, quando Roosevelt (sempre lui) incontrò nel 1945 il Re Saud e garantì che gli USA avrebbero protetto la famiglia saudita (non la popolazione del Paese: il casato wahabita regnante) in cambio dell’uso del petrodollaro.
Ora, come sa il nostro lettore, anche il patto del Grande Lago Amaro sembra essersi sfilacciato, i sauditi vendono petrolio in yuan ai cinesi, e vogliono entrare nei BRICS.
È il disfacimento del mondo unipolare, quello annunziato da Putin nel suo discorso di Monaco del 2017, e poi ribadito e agito oggi con l’operazione militare speciale in Ucraina.
È il tramonto degli USA, nella cui macchina infernale magari qualcuno ricorda ancora che pacta sunt servanda. E quindi ecco, orde di persone che non c’entrano nulla con la mafia, scagliarsi contro il 41 bis. Eccoti gli anarchici. Eccoti i fricchettoni, con le loro fisime «umanitarie» di buonismo ebete. Eccoti avanzo hippy para-no-greenpassaro. Eccoti, magari, qualche politico che va in apprensione. Eccoti, possibilmente a breve, qualche prete, magari il papa. Tutti pazzi per il 41 bis.
Il motivo potrebbe essere più radicato di quel che credono tutti loro. Ma chiaramente tutto quello che avete letto è pura speculazione fantasiosa, complottista fino alla vergogna, insomma pura fiction, creata con il puro intento di intrattenervi.
No?
Roberto Dal Bosco
Intelligenza Artificiale
Avere paura dell’IA. E dello Stato moderno
La settimana scorsa ho incontrato un’amica dei miei anni milanesi. Per qualche strana ragione del destino, non solo è venuta a vivere nella mia città ma ha pure messo suo figlio nella stessa scuola dei miei. Era all’ingresso ad aspettare, seduta sui gradini della cappella dell’antica scuola cattolica, cappella che tuttavia ora è data in gestione agli ortodossi moldavi.
Ciao, come va. Lei era una grafica eccezionale, impaginava giornali e qualsiasi cosa, il suo talento, all’epoca, era indiscusso, e pari solo alla sua joie de vivre notturna. Stava imprecando al telefono, un lavoro di un cliente che, mi dice, non capisce nulla di nulla, e quelli sono i più difficili, perché non sanno cosa vogliono, ti tocca spiegarti, e rifare tutto, tante volte.
Mi esce fuori, ex abrupto, una domanda che non volevo fare, ma che con evidenza mi sta strisciando in testa anche per il mio lavoro.
«Credi che questi lavori ci saranno ancora a breve?»
Lei mi guarda fisso negli occhi e mi risponde pure a bruciapelo: «No».
Non c’è nemmeno bisogno di esplicitarlo: sottointeso c’è l’avvento dell’Intelligenza Artificiale.
«In realtà, il mio lavoro era già stato prosciugato da cose come Canva» mi dice, citando il celebre sito che ti permette di fare grafiche in quattro e quattro otto. «Ora sarà ancora peggio. Dovremo tornare a zappare la terra».
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L’amica va oltre. Siccome è stata in Australia tanto e per qualche ragione ha una padronanza e una pronunzia dell’inglese che pare ottima, si era messa, in questi anni, a insegnare la lingua di Shakespeare, specie in ambienti aziendali – quelli che pagano bene, meglio dei corsi comunali.
«Hai mai visto questa applicazione?» Mi fa guardare il suo telefonino e mi racconta che ora c’è l’IA per imparare l’idioma: ti parla, ti spiega, conversa con te, quando vuoi. In pratica, sospira «è la fine dei corsi di lingua». Non può che essere così: invece che prendersi una o due ore della giornata, andare con la cartellina e i libri di testo in un luogo a sentire qualcuno che spiega, fai tutto nei tempi che desideri (cinque minuti? Un’ora?) in qualsiasi interstizio del giorno e della notte. Puoi interrompere l’insegnante quante volte vuoi, e farti spiegare passo passo la frase.
Su due lavori che aveva, non gliene rimarrà nemmeno uno. Pur avendolo realizzato con estrema chiarezza, non sembrava nemmeno così preoccupata. Aveva meditato a lungo questa trasformazione. E il fatto di essere madre, in qualche modo, aiuta ad attutire il colpo esistenziale: se invece della famiglia hai fatto il lavoro il centro della tua vita la rovina sarà inevitabile.
Altro esempio: amico programmatore di macchine industriali, quasi trenta anni nel settore. Lui è un fan di Claude, l’AI di Anthropic, che preferisce a ChatGPT. Mi dice che il suo lavoro è cambiato totalmente: la macchina scrive il codice da sé. Non solo, sembra capire davvero quello di cui hai bisogno. Il correlato è che aziende che hanno bisogno di 10, 100, 1000, 10.000 programmatori ora possono tranquillamente licenziarli.
Altro amico ancora. Apprezzato illustratore fantasy, non lo sento da anni e anni. Dopo aver visto Midjourney, l’AI di produzione delle immagini, mi chiedo come possa ancora lavorare. Da decenni colleziono copie di Spectrum, una serie di libri illustrati che raccoglievano il meglio della Fantastic Art contemporanea: copertine di libri, locandine di film, pubblicità, opere a sé realizzate dai maggiori artisti del settore del pianeta. Ogni numero era una festa per gli occhi, un’immersione concreta nell’immaginazione realizzata con talento e fatica (cioè, più o meno, arte). Ora basta un prompt a caso su Midjourney, e si viene sommersi da quantità infinite di immagini di quella qualità, e sicuramente crediamo che il machine learning sia stato fatto addentando proprio queste pubblicazioni e forse pure tutto il social artistico Deviantart.
È drammatico anche per i testi. Il commercialista mi manda un’analisi di un contratto fatta con l’IA. Lettere e post sui social passano tutti che gli algoritmi, che generano il testo con una facilità impressionante. Colpisce anche la perfezione del tono: sanno adeguarsi al contesto, essere formali o sentimentali, non sbagliano mai. Ho pensato che, in pochi anni, siamo arrivati a rovesciare completamente la distopia del film Her (2013), dove il protagonista si innamorava di un chatbot IA. Di lavoro, l’uomo scriveva lettere d’amore per conto terzi: un’attività che, siamo sicuri, ora viene lasciata totalmente al robot.
E, parlando di film, è oramai chiaro che il modello attuale, quello di Hollywood e Cinecittà, ha i minuti contati, e non sappiamo bene cosa verrà dopo, perché le capacità dell’IA sono tali che potrebbe uscire un nuovo tipo di intrattenimento, diverso dal film e dalla serie TV e dai videogame. Di fatto, tutta quell’industria è finita, è arrivata al punto in cui può solo venire riprogrammata dall’Intelligenza Artificiale: se avete presente cosa gira oggi su YouTube o su X sapete di cosa sto parlando.
Dalle macchine industriali alle lettere d’amore, dalle grafiche ai documenti giuridici, nulla – nulla – rimane intatto. E prima che preoccuparsi della questione spirituale e preternaturale (nessuno ha la sicurezza che l’IA ci voglia bene, anche perché potrebbe essere stata programmata da persone che odiano la vita e l’essere umano), è il caso di chiederci cosa ne sarà del nostro lavoro.
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Non è più una vaga riflessione che riguarda il futuro: è il nostro presente. Nell’indifferenza dei sindacati paleolitici, masse immani di persone finiranno disoccupate. Lo sapevamo da tempo, ora stiamo per vederlo.
Si dirà: i sindacati sono dedicati soprattutto ai lavori materiali, che non sono così minacciati da ChatGPT. Già, come no. I robot antropomorfi sono dietro l’angolo, con aziende che già prospettano di affittare un androide domestico, che fa i piatti, pulisce il pavimento, spolvera e piega il bucato, per 600 dollari al mese. L’impatto che il robot antropomorfo avrà sull’industria pesante non è nemmeno lontanamente paragonabile a quello che ebbe negli anni Settanta e Ottanta la prima automazione in catena di montaggio.
Pensate che imbianchini, idraulici, elettricisti non diverranno sostituibili? No, il lavoro manuale non è in nessun modo un riparo all’apocalisse robotica in arrivo.
Fermi, rimangono i lavori più emotivi, «umani»… l’insegnante di yoga… lo psicanalista… la prostituta. Ecché, robotizzeranno anche il lavoro più vecchio del mondo, quello che ha bisogno della persona e della carne? Sappiamo già tutti che sarà così: robot sessuali personali per tutti, diligente evoluzione dell’onanismo pornografico di massa.
Le sex doll, gradino ulteriore rispetto alla bambola gonfiabile, customizzabili in colori e misure, sono già una realtà, e le sperimentazioni per introdurvi le AI sono già iniziate. Il tempo di mettervi dentro un endoscheletro robotico, e poi addio all’amore umano: se uno può stare a casa con la donna (o l’uomo…) dei suoi sogni, perché mai uscire, flirtare, frequentare, sposare, figliare? «Ci scoperanno fino all’estinzione» diceva dei robot sessuali in uno spettacolo di qualche anno fa il comico Bill Burr. La trappola antiumana definitiva, dove pornografia espleta definitivamente il suo ruolo anticoncezionale.
E quindi, cosa succederà? Ci sembrano lontane le prospettive dell’UBI (Universal Basic Income), il reddito universale di cui hanno cianciato, con la stupidità che li contraddistingue, anche partiti nostrani. Così come distante più di Marte ci sembra la riformulazione di quello che i robot li sta costruendo, Elon Musk, che parla di UHI, Universal High Income, reddito per tutti quanti, ma alto, come dividendo dell’età dell’abbondanza che a suo dire porterà l’IA e la robotica avanzata.
Ci sembra sempre più evidente che ciò che potrebbe essere in programma per noi è lo sterminio. Quando il filosofo israeliano del WEF Yuval Harari scandalizzò tutti dicendo che non sapeva cosa si sarebbe fatto con la massa in eccedenza di essere umani finiti disoccupati – droghe e videogiochi, ipotizzava simpaticamente – noi di fatto non gli credevamo.
È più probabile che quello che l’élite abbia in programma per noi, ora che non ha più bisogno né del nostro lavoro, né dei nostri soldi, né del nostro voto, è uno sterminio puro e semplice.
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È così: la Rivoluzione Industriale, l’automazione del Novecento, erano immersi in una cultura diversa, quella per cui l’essere umano non si può eliminare in massa. Quello che abbiamo ora invece è una Necrocultura: una cultura votata alla morte, alla distruzione della vita umana e della sua dignità. Per cui, ad occhio, non si faranno tanti problemi. Anzi.
Nel 2018 l’influente professore e scrittore Douglas Rushkoff scrisse di un gruppo di ricchissimi degli hedge fund che lo pagò profumatamente per una serata di consulenza. Essi stavano pianificando la sopravvivenza ad un evento di collasso della Civiltà, e sapevano che mantenere la propria sicurezza dalla plebe inferocita avrebbe costituito un problema fondamentale. «Sapevano che sarebbero state necessarie guardie armate per proteggere i loro complessi dalla folla inferocita. Ma come avrebbero pagato le guardie una volta che i soldi non avevano più valore?»
«Cosa avrebbe impedito alle guardie di scegliere il proprio capo?» scrive il Rushkoff. «I miliardari presero in considerazione l’uso di speciali serrature a combinazione sulla fornitura di cibo che solo loro conoscevano. O costringere le guardie a indossare collari disciplinari di qualche tipo in cambio della loro sopravvivenza. O forse costruire robot che servano da guardie e lavoratori, se quella tecnologia potesse essere sviluppata in tempo».
Quel tempo è arrivato: i robot capaci di violenza, come sa il lettore di Renovatio 21, non sono più solo nella fantascienza di film come Elysium (2013). I miliardari se ne doteranno in maniera forsennata, e siamo noi quelli che sottolineano come Elon Musk abbia definito la prima produzione dei suoi automi come la sua Legione, riecheggiando la sapienza di Crasso, che diceva che «non sei davvero ricco sino a che non puoi permetterti una legione».
Qui sta l’inghippo: con la «democrazia» abbiamo permesso l’ascesa ai vertici dello Stato moderno di persone che odiano il popolo, e odiano la vita – agenti della Necrocultura che hanno promosso forme prodromiche di sterminio dell’umanità come aborto, eutanasia, provetta, predazione degli organi. Il risultato è che la democrazia, il governo del popolo, si rivela essere l’operazione della sua estinzione.
Uno Stato che non abbia alla base la morale cristiana non può che finire per distruggere l’essere umano, perché giocoforza finisce – esattamente come Skynet, l’AI genocida di Terminator – a considerare la sua stessa struttura come più importante degli umani che serve, e questi ultimi come pericolo possibile alla sua persistenza. Lo Stato-Terminator è già nei nostri ospedali, ma non possiamo chiedere a tutti di rendersene conto.
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Il problema, quindi, non è nella fine del lavoro, e forse nemmeno nell’IA stessa: il problema è la forma di potere scelta o subita dalla popolazione – è lo Stato Moderno. Ogni ora passata a non progettare uno Stato Cristiano che lo sostituisca è un’ora lasciata al nemico dell’uomo. Il pericolo, potete capire, non è politico, ma biologico. È esiziale, è definitivo, è apocalittico.
Nel frattempo, possiamo immaginare cosa accadrà alla nostra società. Vi sarà una catastrofe morbida, milioni di professionisti si ritroveranno a spasso, impoveriti ed abbrutiti, senza che i media e la politica – che si occupano di metalmeccanici, insegnanti e rider – lo registrino veramente.
Chi ha un lavoro statale sopravviverà più appena lungo. Lo Stato non toccherà i suoi fino a che la Cultura della Morte non sarà slatentizzata in maniera ancora più oscena, e l’eutanasia immediata sarà magari offerta in cabine telefoniche come in Futurama.
A quel punto resteranno solo pochi ricchi con i loro eserciti di robot-soldati, robot-schiavi e robot-puttana. O forse non resteranno nemmeno loro.
Roberto Dal Bosco
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Difesa di Nicole Minetti
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Pensiero
Il «tradimento dei rabbini»
L’ex presidente della Knesset (il Parlamento Israeliano)Avrum Burg ha compiuto un passo polemico verso una posizione ecumenica con un articolo durissimo pubblicato sulla sua pagina Substack il 30 aprile.
Intitolato «Il tradimento dei rabbini», l’articolo denuncia la corruzione del rabbinato israeliano, in cui i rabbini agiscono meno come guide spirituali e più come funzionari al soldo del governo. Gran parte di ciò che afferma è molto incisivo, ma non necessariamente originale, dato che i rabbini israeliani raramente alzano la voce per protestare contro le politiche governative.
Tuttavia, dopo la sua critica, segue un paragrafo insolito per questo tipo di polemiche, in cui sfida i rabbini a seguire l’esempio di papa Leone XIV, che si è opposto alla corrente e ha preso posizione a favore della pace. Dopo aver descritto la corruzione e la codardia in Israele, il politico israeliano scrive che nell’«ultima Pasqua, il Papa si è presentato in Piazza San Pietro a Roma e ha detto ciò che nessun rabbino israeliano osa dire. Si è rivolto alla folla e ha citato direttamente Isaia: “Quando stenderai le mani, io distoglierò lo sguardo da te; anche se moltificherai le tue preghiere, io non ti ascolterò; le tue mani sono piene di sangue” (Isaia 1, 15). Il leader spirituale della religione che ha perseguitato il popolo ebraico per generazioni cita i nostri profeti contro le nostre guerre. E dove sono i rabbini di pace, pronti a schierarsi al suo fianco e a salvare il buon nome dell’ebraismo?»
Di nostro vogliamo puntualizzare al politico israliano: siamo sicuri che il cattolicesimo ha perseguitato l’ebraismo? Se sì, come mai a Roma vi è questa storica, corposa, ricca comunità giudea?
Di contro, siamo sicuri che non siano stati gli ebrei a perseguitare i cristiani? A partire dagli sputi e le violenze di questi giorni, andando indietro troviamo la persecuzione contro i discepoli di Cristo, e ancora più in là, la sua crocifissione.
E quando parla delle «nostre guerre», si riferisce solo ai 7 fronti di conflitto attuali di Israele? Possiamo azzardare anche a qualche altra guerra che nella storia gli ebrei possono aver scatenato?
Così, per mettere qualche puntino sulle i.
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