Pensiero
Mafia e anarchici, tutti pazzi per il 41 bis
È davvero singolare questa coincidenza: acchiappano il vertice percepito di Cosa Nostra, e pochi giorni dopo ecco che contro il 41 bis – divenuto d’un tratto tema da prima pagina – cominciano a parlare gli anarchici.
Perché, nelle temutissime manifestazioni di cui abbiamo veduto le immagini in questi giorni, non possiamo aver notato striscioni che non erano solo contro il 41 bis al terrorista Alfredo Cospito, erano contro al 41 bis in generale.
In realtà, la notizia prescinde da questa passione improvvisa per l’articolo dell’ordinamento penitenziario italiano voluto dal marito della giovane parlamentare piddina Lia Quartapelle, cioè il vecchio craxiano Claudio Martelli.
Vogliamo dire: la notizia è che sono tornati gli anarchici. Cioè: gli anarchici esistono. Scusate ma a questo punto mica era scontato.
Per quanto sia confuso e fastidiosamente puerile, potete aver presente a cosa aspirano gli anarchici: una libertà assoluta, la mancanza totale di autorità, la disintegrazione dello Stato al fine di non ricostruirne più alcuno.
Ecco, negli ultimi due anni gli anarchici, come tutti noi, sono stati confinati privandoli di qualsiasi libertà, sono stati schiacciati da autorità violente e dementi, sono stati sottoposti allo Stato nella sua forma più soverchiante e coercitiva: il biennio pandemico, impossibile non riconoscerlo, ha significato tutto questo.
Per cui ci aspettavamo che se c’era un momento giusto per esprimere la rabbia anarchica, un punto della storia del Paese e dell’Europa e del mondo in cui avremmo visto gli anarchisti uscire e agire, beh, certo sarebbe stato durante l’ora della sottomissione COVID. E invece, niente. Non siamo in grado di dirlo con certezza, ma di anarchici, alle manifestazioni dei sabati contro il green pass (in Italia e in ogni altro Paese), praticamente non ne abbiamo visti.
Ma come, non si chiamano proprio «anarco-insurrezionalisti»? Così su Wikipedia definiscono il Cospito. Ma quindi non era quello il momento in cui far scattare la loro agognata «insurrezione»? A quanto pare no: ricorderete che i giornali ci parlavano invece delle piazze no-vax «fasciste», accusa ripetuta in Italia come in Francia, in Canada, in Germania, ovunque.
Poi però ecco che – puf! – gli «anarchici» saltano fuori ora. Fanno manifestazioni. Inneggiano a Cospito con graffiti e azioni perfino in altri Paesi. Gli anarchici sono stati, come dire, «attivati».
Uso questa parola perché è quella che qualche smaliziato commentatore americano ha iniziato ad utilizzare per i recenti fatti di Atlanta, in Georgia. In pratica, gli «antifa» – una sigla che morfologicamente non è in nulla dissimile dagli «anarchici» – ha fatto una sua protesta con assalto ad un hotel, vetrine spaccate, macchina della polizia incendiata. Tucker Carlson, in diretta TV davanti a milioni di telespettatori, ha avanzato con estrema sicumera la sua teoria: gli «antifa», ha detto, sono stati «attivati». Così come lo erano stati nel 2020, nelle proteste Black Lives Matter, una piccola «rivoluzione colorata» negli stessi USA volta a detronizzare Trump, dice Carlson.
Poi, in effetti, defenestrato il ciuffo biondo con l’elezione più grottescamente controversa della storia, BLM e gli antifa sono spariti. Per anni. Fino alla rivolta di Atlanta, e a quella che stavano per intentare per l’orrendo omicidio da parte della polizia del ragazzo di colore Tyler Nichols: il disastro, stile Los Angeles messa ferro ignique nel 1992 (dopo l’assoluzione dei poliziotti protagonisti del pestaggio del cittadino nero Rodney King), era pronto a partire… ma tutto è stato rinviato, perché i cinque poliziotti presunti assassini sono tutti afroamericani. Per quanto giornali e grandi testate TV abbiano detto che la colpa è comunque della white supremacy, la supremazia bianca, i cui valori di violenza contro i neri sarebbero stati introiettati dagli stessi poliziotti di colore, stavolta era troppo pure per gli antifa. Una menzogna così immensa difficile che reggesse…
Al di là della cronaca e delle sue venature metapolitiche, ci interessa questo pensiero: le proteste dei casseur anarcoidi come eventi di gruppi «attivati» per un fine completamente politico. Al termine della loro azione distruttiva, apparentemente caotica, c’è qualcuno che ne beneficia – una parte politica anche evidente. Nel caso americano, è chiaramente il Partito Democratico USA, che voleva far sloggiare il Trump, e ora si batte per impedire l’ulteriore candidatura nel 2024 del senescente Joe Biden.
E nel caso italiano?
Prima di parlarne, vorremmo andare con la memoria al 2001, a Genova, al G8. Alcuni lettori sono troppo giovani per ricordarlo, o magari non erano ancora nati. Altri si ricorderanno benissimo. Calarono sul capoluogo ligure «anarchici» di ogni sorta, alcuni davvero con tutti i crismi da original brand: ecco la bandiera nera dell’Anarchia, un residuo ottecentesco che si pensava sepolto a causa dell’interferenza poi prodotta dai vessili fascisti parimenti scurissimi.
Invece, eccoti i Black Bloc: non un centimetro di pelle visibile, tuta militare nera, casco nero, maschera antigas nera. Circolavano a Genova facendo perfino marcette con stendardo e tamburo. Produssero una distruzione senza precedenti, «aprendo» (è il loro gergo) quartieri, rendendo intere aree della città delle TAZ, zone temporaneamente autonome, spazi dove non esiste più l’autorità costituta, come da teoria del loro maître à penser, il filosofo filopedofilo Hakim Bey.
Da dove venivano i Black Bloc? Quelli più improvvisati sicuramente vedevano tanti italiani. Quelli un po’ meno magari dalla Francia: il Corriere fece un’intervista ad un «compagno» francese che conosceva bene il ragazzo della foto-simbolo, il ragazzo col passamontagna sull’auto ribaltata: anche qui, organizzazione non precisissima, non si andava molto al di là dello spaccavetrine vagamente riflessivo.
Ho ricordi del fatto che si disse che molte «tute nere» provenissero dalla Germania e alcuni… dall’Oregon. Ecco, l’Oregon riguardo agli anarchici ha tutta una sua tradizione, tanto che la cittadina di Eugene è ritenuta una sorta di piccola capitale dell’anarchismo. Se fosse vero che a Genova fossero arrivati questi anarchici del Pacifico americano, ebbene… chi gli ha pagato il biglietto intercontinentale? Chi ha dato loro gli «strumenti» della guerriglia G8, che certo non hanno imbarcato come bagaglio all’aeroporto?
Possiamo rispondere se capiamo chi ha davvero beneficiato della catastrofe di quel G8. Dopo Genova, qualunque forma di resistenza istituzionale alla globalizzazione è stata spazzata via. Ogni discorso critico nei confronti del piano globale (rammentate: erano i giorni in cui la Cina entrava nel WTO, cioè il momento in cui si decretò la fine della classe media dell’Occidente e la deindustrializzazione della quale stiamo vedendo in questi giorni il colpo di grazia con la follia dei costi energetici) veniva degradato al livello dei no-global in t-shirt, e quindi, non considerato.
Ecco perché nessun Paese è riuscito davvero a resistere al mondialismo slatentizzato – nemmeno chi, come la Francia di Chirac, pareva, per sussulto gollista, forse averne mezza voglia.
Conoscete il procedimento, di sapore tutto hegeliano: metti la tesi, crei l’antitesi, ed eccoti la sintesi – che è quella che si voleva.
Sapete poi che c’è questa teoria che circola, quella della dottrina Rumsfeld-Cebrowski: con il nuovo secolo, il potere profondo statunitense aveva realizzato che per rimanere prima potenza mondiale, Washington doveva garantire a sé e secondariamente agli alleati lo sfruttamento delle risorse naturali dei Paesi poveri. Poche settimane dopo i fatti di Genova, in quel memorabile 2001, vi fu l’attacco alle Torri Gemelle, e di fatto gli USA iniziarono un’immane guerra alla periferia petrolifera del pianeta…
E quindi, i disordini anarchici… manovrati dal Deep State mondialista americano? È una tesi estrema che non possiamo sposare del tutto: noi ci limitiamo a suggerire dei lettori dei puntini, le linee per far emergere il disegno le traccino loro.
Per questo vogliamo rimandare all’articolo del sito più letto degli ultimi giorni, quello sull’altrettanto stramba coincidenza castelvetranese: il luogo in cui il massimo potere USA si raccolse durante la Seconda Guerra coincide con la cittadina dove il massimo latitante della mafia pareva vivere con una certa libertà. A Castelvetrano si trovarono il presidente Roosevelt, il generale Patton, il generale Eisenhower (che divenne, poi, anche lui presidente). Anni dopo, ecco la curiosa libertà con cui Messina Denaro vive lì, con gli abiti firmati, l’auto, la chemio, perfino – disse una fonte di Report anni fa – qualche misteriosa capatina ad un Istituto scientifico del Centro Nazionale delle Ricerche.
Sappiamo che il grande sponsor della mafia italiano può essere l’ente che cagionava la «sovranità limitata» (espressione di impudicizia che un tempo si poteva usare tranquillamente) del nostro Paese: gli Stati Uniti d’America con i suoi tentacoli profondi, quelli che ci scatenarono addosso Lucky Luciano, quelli che forse nutrirono Salvatore Giuliano, quelli che protessero chissà quanti boss, intoccabili perché connessi ai loro capimafia italoamericani, alleati preziosi in tante operazioni indicibili, per esempio la guerra contro Fidel Castro.
E se ci pensiamo, i boss della mafia non è che venivano presi a mazzi, prima di Riina. Magari, questo capomafia così «rurale», aveva esagerato anche per i suoi sponsor. Mica si può andar in giro mettendo bombe contro i giudici e contro i monumenti italiani. Che il padrone abbia, a quel punto, mollato? Non possiamo saperlo, ma abbiamo in mente la notizia riemersa di recente, ossia della «mancata perquisizione del covo di Riina» dopo il raid della mitica Squadra Catturandi.
Che poi, a quanto si può ricostruire, le bombe e tutta la storia intricata della trattativa Stato-mafia (palude sulla quale non ci addentreremo), verteva proprio sul 41 bis: secondo le versioni emerse dai pentiti, era quello il pallino principale della mafia, porre fine ai 41 bis di Martelli.
La cosa, fermatevi a pensarci, dice moltissimo su origine e natura della mafia. Cosa Nostra controlla la Sicilia, nel senso che può disporre della vita e della morte di ogni cittadino, può bombardare il giudice e la sua scorta, può sciogliere il bambino nell’acido, può strangolare una donna incinta, come si dice abbia fatto Messina Denaro. Tuttavia, pur disponendo di questo potere illimitato, la mafia non chiede di sostituirsi allo Stato: domanda solo uno sconto di pena. Tutto qua.
È un paradosso: il mafioso, che è legibus solutus, «sciolto dalle leggi», chiede che sia cambiata… la legge.
La faccenda mi ha sempre sconvolto: ma come, tutto quel potere, la possanza militare, la segretezza, il codice d’onore, il rispetto totale e financo il di tanta popolazione intimorita e non, la potenza di uccidere chiunque e di attaccare qualsiasi istituzione, i miliardi che girano, e poi, quello che chiedi, non è un reset dello Stato, non è la sua sostituzione, non è il riconoscimento statuale definitivo nella comunità globale (cosa verso cui andava spedita, ad esempio, l’ISIS), non è nemmeno la scalata ufficiale all’interno dello Stato (cosa che tentò di fare Pablo Escobar), ma il semplice quieto vivere nell’ombra, con l’esclusione del carcere duro nel caso ti brinchino.
No, io questo 41 bis non lo ho mai capito. È così importante per i picciotti perché forse minaccia la comunicazione nella gerarchia mafiosa? Perché i boss così non possono comunicare con l’esterno? O forse è perché la sua prospettiva spaventa i mafiosi e li trasforma in pentiti, come pare sia accaduto negli USA, dove si dice che vi fosse, sia pur disatteso, un ordine di non trafficare droga, perché portando con sé questo reato 25 anni di galera, una volta beccati si finiva per forza per tradire il mandamento?
Non possiamo sapere neanche questo. Ma abbiamo imparato che questo 41 bis proprio ai mafiosi non piaceva. E quindi ci sale una paura: non è che quei vecchi sponsor della mammasantissima, in questo showdown oncologico terminale, abbiano accordato all’ultimo dei mohicani una fine senza l’articolo penale maledetto?
Se avete seguito questo articolo fantasy – perché di questo si tratta, caro lettore, e lo sai – potete immaginare che lo stesso potere che protegge nelle decadi Castelvetrano è in grado, senza tanta fatica, di far passare una legislazione precisa a Roma. Del resto, ribadiamo, si chiama impudicamente «sovranità limitata».
E quindi, non è che vogliono abolire il 41 bis dipingendolo di questo colore nero-anarchico, invece che delle tinte imbarazzanti dei vespri mafiosi?
Non è che il possibile smontaggio del 41 bis, per il quale ci sarebbe magari un accordo, lo farebbero passare per l’anarchico, anche se la vera base di una decisione è chiaramente un’altra?
Abbiamo raccontato su Renovatio 21 del patto tra mafia e potere occulto americano, magari nella persone della «madre della CIA» James Jesus Angleton. È possibile che una promessa fatta 70 anni fa sia in qualche modo – per onore, per ricatto, per chissà cos’altro – stia ancora in piedi, mostrandoci ora i suoi effetti crepuscolari?
Lo ripetiamo: non è diverso dal patto, sempre riverito con praticamente nessun tentennamento, del Grande Lago Amaro, quando Roosevelt (sempre lui) incontrò nel 1945 il Re Saud e garantì che gli USA avrebbero protetto la famiglia saudita (non la popolazione del Paese: il casato wahabita regnante) in cambio dell’uso del petrodollaro.
Ora, come sa il nostro lettore, anche il patto del Grande Lago Amaro sembra essersi sfilacciato, i sauditi vendono petrolio in yuan ai cinesi, e vogliono entrare nei BRICS.
È il disfacimento del mondo unipolare, quello annunziato da Putin nel suo discorso di Monaco del 2017, e poi ribadito e agito oggi con l’operazione militare speciale in Ucraina.
È il tramonto degli USA, nella cui macchina infernale magari qualcuno ricorda ancora che pacta sunt servanda. E quindi ecco, orde di persone che non c’entrano nulla con la mafia, scagliarsi contro il 41 bis. Eccoti gli anarchici. Eccoti i fricchettoni, con le loro fisime «umanitarie» di buonismo ebete. Eccoti avanzo hippy para-no-greenpassaro. Eccoti, magari, qualche politico che va in apprensione. Eccoti, possibilmente a breve, qualche prete, magari il papa. Tutti pazzi per il 41 bis.
Il motivo potrebbe essere più radicato di quel che credono tutti loro. Ma chiaramente tutto quello che avete letto è pura speculazione fantasiosa, complottista fino alla vergogna, insomma pura fiction, creata con il puro intento di intrattenervi.
No?
Roberto Dal Bosco
Pensiero
«Cattolico» e omofemminista, l’ultimo prodotto delle cucine del potere britannico
Il cuoco britannico ha cucinato, come direbbero i g-giovani. Ossia, si è preparato con cura e pazienza e ha sfornato il piatto migliore, che dovrebbe spaccare.
Da qualche tempo lo chef aveva lasciato un po’ a desiderare. Dopo Boris Johnson, con tutta quella salsa che alla fine bruciava lo stomaco, Liz Truss era a tutti gli effetti un piatto sbagliato, un antipastino venduto avventatamente per una portata principale. Un po’ meglio era andata con Rishi Sunak, che nonostante il forte sapore di curry lasciava però quel retrogusto di Goldman Sachs non proprio piacevole, soprattutto in tempo di vacche magre e stoppose.
Con Keir Starmer l’arte culinaria, in un momento di grazia, aveva finalmente trovato l’equilibrio fra tutti gli ingredienti, un bilanciamento incredibilmente azzeccato. Il primo ministro pareva quasi finto, tanto era conforme al volere livellante di chi l’ha fatto assurgere al premierato.
Ambientalista, vegetariano, sposato con un’ebrea e padre di figli cresciuti nel giudaismo, amico dello Zelens’kyj, non si poteva desiderare di meglio. Per chi non si serviva a quel ristorante, invece, la sua figura suscitava fin dal primo impatto una strana inquietudine. Ricordava nello stesso momento Werner Von Braun, Clark Kent e il protagonista di Un giorno di ordinaria follia. Gente di un grigiore e di un ordine ostentati, dietro i quali si nasconde di tutto.
Starmer, s’intende, non serbava nel doppiofondo la geniale cruccaggine del primo, né i superpoteri kriptoniani del secondo, né la collera detonante del terzo. In compenso, si presentiva in lui un vuoto stellare, un imbuto verso l’abisso. A volte si era tentati di credere all’inesistenza materiale di Starmer, il suo concepimento a opera di un programma di AI particolarmente sofisticato, in grado di generare un ologramma capace di stringere mani, farsi toccare, e poi di svanire in un tremito di fotoni al pigiare di un pulsante o di un comando Ctrl+Alt.
Dal canto suo, il cuoco era più che soddisfatto della sua creatura, e ne aveva ben donde.
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L’ex primo ministro britannico era uomo ligio di apparato, grigio topo, senza guizzi e senza doti, sprovvisto all’apparenza di un lato umano. In una parola, l’esemplare più riuscito dei governanti del XXI secolo. Questi passano come spettri sulla scena mondiale, e devono essere così. Non inventano, non graffiano; fanno quello che fanno tutti, allo stesso modo, senza entusiasmo e senza tormento. Polli da batteria, uguali e indistinguibili, sono esattamente come li si vuole. Portano avanti programmi già scritti, puliscono le vie ed estirpano alberi perché il treno dell’agenda corra liscio. Non si può chiedere loro di più. Non sono fatti per la tribuna, non pretendete il colpo di reni, ma sono utilissimi.
Purtroppo durano quel che durano, però non fanno storie: al momento opportuno vanno via. Tante grazie, e avanti il prossimo.
E così, come giunto alla data di scadenza stampigliata sul bordo, a una certa il diligente Starmer si è dovuto fare da parte. Il cuoco si è rimesso ai fornelli, e pescando un bel boccone che stava a sobbollire da un pezzo, stringendo un sughetto di qua e dando un colpo di fiamma di là, ha servito bello fumante un Andy Burnham.
Andy Burnham è un signore con tanti capelli, le orecchie a sventola e la montatura nera. In abiti informali arieggia un po’ la figura di un tennista over 50, ha del nerd e somiglia qua e là a Bill Gates. In sei volte su dieci viene ritratto con le labbra strette tirate in un sorriso, o meglio in una smorfia imbarazzata e perplessa, come quella di chi è poco convinto. Ciò fa tenerezza e, conveniamone, è una bella decorazione a bordo piatto.
Non che la presentazione in tavola sia andata proprio tutta liscia. Giunge voce che qualcuno fra i britannici ha fatto questione perché il Burnham infine non è stato eletto da nessuno. A noi italiani la cosa fa sorridere. Se loro hanno il re che regna e non governa, noi abbiamo avuto per legislature intere il partito che non vince mai ma governa sempre. E poi abbiamo avuto Monti, e Draghi, c’è mancato poco che ci calassero sul groppone un Cottarelli. Che cosa pretendono questi inglesi? Di esprimere con il voto la persona del premier? Beata ingenuità. Sarà per la democrazia come per il calcio: l’avranno inventato loro, ma non ne capiscono molto e non vincono nulla.
Del resto, perché la pietanza non dovrebbe andare bene? Leggiamo insieme la lista degli ingredienti.
Innanzitutto: una base di «working class», ma anche, come correttore di acidità, «Cambridge». Eh beh, scusate se è poco. È vero che Cambridge manca da Downing Street da una novantina d’anni, ma è sempre una garanzia, anche se vieni dal popolo. Ecco, magari farai un po’ di gavetta supplementare, dovrai inghiottire qualche bel boccone, quello sì. Ma alla fine, se si fa i bravi, le gratificazioni arrivano. Si riporta che il Burnham sia stato uno studente bravo benché di basso profilo. Non avevamo dubbi.
Poi ci sono degli esaltatori di sapidità, tipo «sottosegretario alla casa-governo Blair», «ministro alla salute-governo Brown»: tutta roba che insaporisce. Trapela qua e là qualche problema di cottura, forse una frollatura troppo protratta: «segretario ombra all’istruzione»; «segretario ombra alla salute».
Chissà quante volte il nostro avrà abbozzato e stretto le labbra, in attesa che qualcuno lo liberasse dal sottoscala.
Le avrà strette tantissimo quanto è stato trombato per ben due volte nella corsa alla guida del suo partito. Evidentemente gli avevano fatto credere di essere lì lì per essere servito in tavola, quando sono giunte pietanze più saporose, più profumate. Il cameriere, come nulla fosse, ha riportato indietro il piatto non toccato. Di questi smacchi la lista non fa cenno. Probabilmente stanno sotto la voce eccipienti.
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Ma poi ci sono due ingredienti che la fanno da padrone: «sindaco della Grande Manchester» e «King of North», Re del Nord. Questo nomignolo, tratto dal Trono di Spade, sembra in realtà di quelli che nel calcio si appioppano al brocco preso da fuori per pomparlo e convincere la tifoseria a rifare gli abbonamenti, perché quest’anno si punta allo scudetto. Il titolo di Re, raccontano, sarebbe per giunta stato concesso perché da sindaco, durante l’epidemia di SARS-CoV2, sarebbe stato dalla parte dei lavoratori. In quanto laburista, dovrebbe essere un’ovvietà appena degna di nota, per la quale l’investitura regale appare eccessiva. Ma quando si considera che l’equivalente del partito laburista è il PD, e si rammentano le posizioni dei sindacati fra il 2020 e il 2022, si è costretti a tacere.
E comunque, anche se di poca sostanza, l’ingrediente sprigiona un buon aroma, ed è ciò che conta.
L’elenco non è finito, mancano le spezie: «femminista», «pro LGBTQIA+» e «cattolico».
Sembrerebbe a naso che l’aroma femminista venga annichilito e sovrastato da quello omosessualista, il quale ci perde a sua volta. Ma il cuoco sa quel che fa. Metterli nella lista cattura l’appetito di molti avventori, come le parole bio, o vegan, o gluten free. Che poi ci siano o non ci siano, si sentano o no, chìssene: l’importante è che si vedano.
L’ingrediente «cattolico» è poi quello che si dice il tocco dello chef. Che c’entra il cioccolato con il peperone? Come ci sta la liquirizia con il crudo? Eppure.
Ben più contrasto ci sarebbe fra l’essere femminista-omosessualista e l’essere cattolico, però diciamo la verità: questo non glielo rinfaccerà nessuno. L’aggettivo «cattolico» fa da tempo le veci del sostantivo e si elargisce a chiunque ne faccia richiesta.
Si può essere cattolici e vivere da concubini, tanto carucci, con il plauso di mammà; si può essere cattolici e credere in un’entità superiore, perché in fondo qualcosa ci deve pur essere, o no? Si può essere cattolici e non battezzare i figli, i quali sceglieranno loro da grandi; si può essere cattolici e pensare che l’Eucarestia sia un pezzo di pane, via, non vogliamo mica credere alle favole; si può essere cattolici e non sapere un accidente del Vangelo, il che non impedisce di parlarne sulla rubrica dei lettori di Repubblica.
Perché dunque non si può essere, ad un tempo, cattolici e Andy Burnham? Si può, si può: e fa brodo.
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Il piatto dunque è servito. Burnham ci ha messo parecchio, ma è finalmente in tavola. La pietanza ha tutti gli ingredienti giusti, sulla carta stanno tutti in fila come i fregi su una bella e lucida forchetta, dal manico ai rebbi: Cambridge, Tony Blair, Gordon Brown, Sindaco, Re del Nord, Femminismo, LGBTQIA+. Sulle punte, la parola Cattolicesimo brilla come un’estrema raffinatezza.
Che cosa può andare storto? Nulla, all’apparenza. Certo, rimane la questione del cognome.
Burnham, nell’antico idioma anglosassone avrebbe il georgico significato di «La casa presso il ruscello», ma nell’inglese odierno ha più a che fare con il bruciare un prosciutto.
L’immagine è quella del gammon, la coscia di prosciutto marinata e passata in forno per qualcosa come quattro ore. È un cibo rustico e sostanzioso molto amato nelle campagne britanniche, e spesso viene servito come piatto della domenica. Si capisce che carbonizzare il prosciutto dopo tutte quelle ore di attesa, quando ormai sono tutti seduti e aspettano di poter mangiare, non è proprio una bella cosa.
Il padrone di casa, alle prime avvisaglie di bruciato, non potrebbe che stringere le labbra, imbarazzato e perplesso.
Chi lo sa. Stiamo ad annusare.
Massimo Zanetti
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Immagine di Number 10 via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 4.0
Ambiente
Morti di caldo, morti di inciviltà
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Pensiero
Maldini, povera Italia
Siamo un Paese vittima dell’odio e del risentimento nei confronti di chi cerca un piano culturale superiore, in qualsiasi campo, compreso quello sportivo. Una vendetta verso coloro che riescono a emergere, verso chi fa quel qualcosa in più che lo eleva dal mare di mediocrità massificata in cui gran parte del Belpaese è immerso.
Il caso Maldini, ultimamente onnipresente sulle pagine di tutti i giornali nazionali – sportivi e non – mi ha fatto tornare alla mente quell’odio atavico dell’italiano medio per chi, per cultura o capacità, riesce a spiccare. Paolo Maldini è uno dei nostri calciatori più rispettati e conosciuti a livello internazionale, e vanta un palmares e una carriera da giocatore del Milan che pochissimi altri al mondo possono solo vagamente sognare.
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Si è letto di tutto in questi giorni sul toto-CT della Nazionale italiana di calcio. Pare che Maldini – affiancato dal sempreverde Leonardo – esponendo un piano per rilanciare l’esanime struttura calcistica italiota, sia stato messo tempestivamente da parte in favore di quello che di fatto è uno status quo inscalfibile: il neopresidente FIGC Malagò ha imposto il nome di Roberto Mancini, il quale fuggì dall’Italia dopo l’amara esclusione dai Mondiali attratto da dorate sirene arabeggianti. Una sorta di mossa di badogliana memoria.
Dopo aver sondato il terreno sfoggiando profili d’immagine per la piazza quali Pep Guardiola e Carletto Ancelotti, Paolino e Leo hanno annunciato di volere il «maestro» Andrea Pirlo alla guida della selezione azzurra.
Nome che, giustamente, ha fatto storcere il naso ai più, in quanto il curriculum del bresciano come coach è poca cosa rispetto alle figure sopracitate, compreso lo stesso Mancini. Non dobbiamo dimenticarci che Luis de la Fuente, fresco campione del mondo con la Spagna, e Lionel Scaloni, vice campione del mondo con l’Argentina e campione del mondo con l’albiceleste nel 2022, al momento del loro approdo sulle panchine delle rispettive nazionali avevano un modesto curriculum da coach.
Per rimanere a casa nostra, Enzo Bearzot e Azeglio Vicini, non erano certo mister blasonati prima di dirigere la Nazionale (il primo campione del mondo nel 1982 e il secondo ci ha portato a un passo dal sogno a Italia Novanta).
Pirlo è stato fatto fuori dal palazzo e prontamente bollato come «filorusso», per suoi legami commerciali con una società di scommesse sportive che parla la lingua di Dostoevskij, Fonbet.
È bastata questa scusa per mandare in aria il piano Maldini e timbrare quello già probabilmente preconfezionato del presidente Malagò. Il marchio di «filorusso» è ancor oggi sinonimo di emarginazione da qualsivoglia dibattito. Un po’ come l’etichetta di «no-vax», tirata da sempre fuori per impallinare persone apparentemente scomode al sistema e metterle ai margini.
Vale la pena leggere l’articolo de La Gazzetta dello Sport per comprendere da dove arriva il fuoco amico.
«Fonbet è infatti una società russa e la Russia come noto è un Paese da cui l’Italia ha preso le distanze dopo l’attacco all’Ucraina. «Chi fa o ha fatto propaganda per la Russia dopo il 2022 non dovrebbe ricoprire cariche nazionali», ha commentato il leader di Azione, Carlo Calenda, scrive la Gazza.
«Dopo l’ennesima disfatta e un’altra qualificazione mondiale mancata, il calcio italiano avrebbe avuto bisogno di una rivoluzione culturale, etica e gestionale. La scelta di Andrea Pirlo – ha postato su X la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno – va nella direzione opposta. Pirlo è stato un campione straordinario. Da allenatore, fin qui, ha mostrato ben poco. E c’è un tema che non può essere liquidato come irrilevante».
«Non interessa se Pirlo sia filorusso o meno. Conta ciò che ha scelto di fare: prestare, liberamente e ripetutamente, il proprio prestigio a un’operazione di normalizzazione del regime di Putin, partecipando a iniziative sfruttate dalla propaganda del Cremlino mentre l’Ucraina veniva bombardata. Per questo la scelta di Pirlo è stata un grave errore. E la scelta della FIGC lo è ancora di più. Non il piano B di Guardiola. Il piano Z del calcio italiano».
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Arriva poi il deputato di +Europa, Benedetto Della Vedova: «Pirlo pochi mesi fa ha fatto una scelta per me incomprensibile e sbagliata, quella di diventare ambasciatore nel mondo di Fonbet, prima agenzia di scommesse in Russia. Il settore delle scommesse non è colpito dalle sanzioni europee, ma questo non toglie che un personaggio pubblico della levatura di Andrea Pirlo dovrebbe riflettere sul significato pubblico di scelte private e di affari».
«Personalmente mi auguro che il nuovo CTdella Nazionale senta l’esigenza di rescindere il contratto con Fonbet, anche considerando la posizione attuale dell’Italia nei confronti della Russia. Anzi, voglio pensare che lo abbia già fatto».
Arriva quindi anche Mauro Berruto, responsabile Sport nella segreteria del Partito Democratico ed ex CT della nazionale maschile di pallavolo: «i auguro con tutto il cuore che se Pirlo fosse scelto come ct la prima cosa che farà sarà quella di risolvere questo imbarazzo rinunciando a questo suo ruolo. Parla a un movimento, a un mondo, ha un ruolo istituzionale che richiede una modalità di esecuzione esemplare».
C’è da aggiungere, come sottolineato da Sky TG24, che «un eventuale incarico come commissario tecnico degli Azzurri avrebbe posto infatti un evidente problema di compatibilità con il contratto sottoscritto con un operatore di scommesse», ma sarebbe bastato semplicemente risolvere quel contratto e avrebbe potuto serenamente allenare.
Sul piano etico il discorso potrebbe anche reggere, ma basta aprire un qualsivoglia sito per vedere calciatori che prestano liberamente il proprio volto ad agenzie di scommesse. C’è di più: due dei nostri big azzurri, quali Sandro Tonali e Nicolò Fagioli, sono stati travolti da un giro di scommesse clandestine con pesanti sanzioni comminate ad entrambi. La moralità e l’etica vengono spesso tirate per la giacchetta a seconda delle convenienze e degli interessi del momento.
Evidenzio inoltre che l’etica e la moralità nel calcio sono da sempre patinate e a tratti fortemente ipocrite. Come ha sottolineato il giornalista Giorgio Terruzzi proprio su Renovatio 21, il calcio è l’antitesi della correttezza: «non ho interesse per uno sport che tratta i simulatori come normali, che tratta gente che protesta con l’arbitro come normale, oppure gli allenatori che fanno continuamente queste scene a bordo campo inutili. Aggiungo anche che i rapporti tra alcuni uomini di calcio e gli ultras mi fanno schifo».
«È uno sport che non si modernizza. Se un presidente fosse veramente evoluto, ogni suo giocatore che prende un’ammonizione per proteste dovrebbe pagare cinquecento mila euro di multa, vedrai poi che non succede più. Ognuno che simula, cento mila euro di multa. Ma purtroppo ciò non accade».
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Questo direttivo della FIGC, che oggi vuole moralizzare oltremodo tacciando Andrea Pirlo come sgradito per un discorso d’immagine, forse un piccolo esame di coscienza dovrebbe farselo.
L’intervento del giornalista Paolo Bargiggia sui suoi canali social va più al fondo della questione. «Il progetto di Maldini e Leonardo era un progetto veramente profondo che avrebbe potuto forse con pazienza cambiare il calcio italiano. Chi lo ha visto, chi ha capito come sarebbe andato, dava fastidio. A chi dava fastidio? Dava fastidio soprattutto ai club di serie A, alle persone che muovono più le fila, De Laurentiis, Marotta e poi si è aggiunto Cairo, il presidente del Torino. Dava fastidio alla Lega e anche all’Assocalciatori, guarda caso i due grandi elettori di Giovanni Malagò alla presidenza della Federcalcio. Perché dava fastidio direte voi? Perché andava a spostare i privilegi, lo status quo, la gestione delle convocazioni, dei raduni, dei giovani… avrebbe in pratica smosso un sistema incrostato da anni, marcio, ma di potere e di finanza che contraddistingue tutto il calcio italiano e i suoi apparati».
«Il progetto era molto buono, quantomeno era un progetto abbastanza sostanzioso visto che qui non se ne fanno da oltre dieci anni. Poi esce il nome di Pirlo. Si scatenano le penne armate; cominciano a scrivere contro Pirlo un po’ tutti i giornali, ma in particolare il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport. Hanno attaccato Pirlo […] per attaccare Maldini e Leonardo e attaccare quel progetto e metterli nella condizione di andarsene. Perché questo fuoco di fila si è scatenato in particolare sul Corriere della Sera e sulla Gazzetta? L’editore di questi due giornali è Urbano Cairo, […] perché essendo un presidente di un club di serie A, ha i suoi interessi o la sua volontà a fare convergenza di opinioni. Malagò per non far partire Maldini e Leonardo ha aperto all’ingaggio di Thiago Motta, perché era la seconda scelta di Maldini e Leonardo. Maldini e Leonardo bene hanno fatto, capito qual è l’aria impestata, capito che il calcio italiano non vuole cambiare, capito che è un ambiente pericolosissimo e scivoloso, se ne sono andati. Malagò […] avrebbe dovuto tenere il punto e prendere Pirlo. Malagò è ostaggio dei suoi grandi elettori».
Si ha la netta sensazione che Paolo Maldini sia stato prontamente messo da parte perché la sua idea era troppo a lungo termine, con una visione di rifondazione del sistema orientata al dopodomani e non al domani del «tutto e subito». Mi pare abbia alzato lo sguardo a qualcosa di serio, di programmato con uno scadenzario che con molta probabilità avrebbe richiesto più tappe e più tempo; basta osservare i risultati della Nazionale e il livello del campionato di Serie A per capire che viviamo un tempo di arretratezza, di mediocrità, di crisi economica, di crisi d’identità e di consapevolezza.
Invece c’è uno sport ideologico praticato da troppe persone: quello del discredito, dell’autocommiserazione e della vacua autocritica fine a se stessa. Molti italiani pare godano nel piangersi addosso e nel sentirsi masochisticamente inferiori agli altri. Un malcostume le cui radici andrebbero ricercate a qualche decennio fa. Lascio ai sociologi volenterosi questa palla avvelenata.
Questo perenne clima svalutante si riverbera nello sport, tant’è che molti campioni nostrani sono stati, e sono, oggetto di pareri da bar che tendono a svilire e infangare l’immagine di tali fuoriclasse.
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Andando indietro di pochi anni, ricordo il campionissimo di ciclismo Marco Pantani: tutti lo hanno applaudito dopo le prodezze eterne dell’estate 1998, per poi crocifiggerlo ed etichettarlo come dopato dopo il blitz notturno al Giro d’Italia dell’anno successivo.
Penso infine alle due fazioni create da Valentino Rossi, leggenda del motociclismo: una sequela di tifosi accaniti contro uno stuolo di detrattori altrettanto feroci.
Oggi c’è il tennista Jannik Sinner che sta facendo numeri assoluti in una disciplina sportiva che per troppi anni è stata nell’ombra a livello internazionale, rinvigorendo fortemente un sistema che oggi richiama numerosissimi giovani. Sinner stesso è tacciato di non essere italiano per via delle sue origini altoatesine, della sua freddezza caratteriale, della residenza a Montecarlo per non pagare le draconiane gabelle di Stato e persino per non aver partecipato ad alcuni tornei.
Con questo non dico che tutti dobbiamo o dovremmo tifare i nostri sportivi, ma quantomeno evitare di affossarli gratuitamente, anche perché tengono alto il nome del nostro Paese con risultati e prestigio riconosciuti in tutto il mondo.
Concludo tornando a Maldini. Non c’è da stupirsi per ciò che è avvenuto, perché sembra proprio che l’elevazione culturale di questa povera Italia non esista più. La politica stessa – a cui andrebbe attribuito questo compito, di concerto con le altre istituzioni – ha svuotato il suo respiro culturale a favore di gretti clientelismi. Il calcio, che è lo sport più nazional-popolare che abbiamo, è lo specchio perfetto delle storture italiane che pervadono ogni ganglio della nostra società e della nostra quotidianità.
Francesco Rondolini
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Immagine screenshot da YouTube
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