Persecuzioni
Betlemme, truppe israeliane irrompono alla festa di S. Giorgio: lacrimogeni contro i pellegrini cristiani
Le forze militari israeliane hanno attaccato i cristiani palestinesi che celebravano la festa di San Giorgio martedì sera nella città che porta il nome del santo in arabo, al-Khader, appena a sud di Betlemme, nella Cisgiordania occupata. Lo riporta LifeSite.
Centinaia di cristiani – e musulmani che venerano anch’essi il santo – si sono radunati attorno allo storico monastero greco-ortodosso di San Giorgio, risalente al XVI secolo, per preghiere, funzioni religiose e rituali tradizionali, tra cui processioni a piedi nudi da Betlemme.
Secondo diverse fonti locali, un convoglio di veicoli dell’esercito israeliano ha fatto irruzione improvvisamente nel quartiere vecchio di al-Khader, dove sorge il monastero. Soldati pesantemente armati hanno lanciato raffiche di lacrimogeni e granate stordenti nelle vicinanze dei pellegrini.
L’improvviso lancio di gas ha scatenato il panico e una fuga precipitosa, con le persone che si sono precipitate a cercare riparo all’interno del monastero e negli edifici vicini. Descrivendo la scena, il governatore di Betlemme, Mohammad Taha Abu Alia, ha affermato che il caos «ha provocato diversi casi di soffocamento, oltre a un ferito a causa della calca».
HORRIFIC: A dispute at St. George Monastery in the village of Al-Khader, near Bethlehem, escalated into violence, with rocks thrown at the monastery while many Christians were inside marking the Feast of St. George.
The Governor of Bethlehem Governorate said that what occurred… pic.twitter.com/6NrGCNcsyx
— Ihab Hassan (@IhabHassane) May 5, 2026
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Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Anadolu (AA), le squadre della Mezzaluna Rossa palestinese hanno trasportato in ospedale un uomo che sarebbe stato picchiato all’interno del monastero.
Abu Alia ha poi condannato l’attacco, affermando che le truppe israeliane hanno fatto irruzione nell’area circostante il monastero e hanno travolto i posti di blocco della polizia palestinese che erano stati allestiti per l’evento.
Alia ha osservato che quello che era iniziato come un piccolo e circoscritto alterco tra alcuni membri del clero e un residente locale di Beit Jala è stato deliberatamente aggravato dall’intervento dell’esercito. «Le autorità di occupazione sono responsabili», ha affermato Abu Alia, definendo le azioni dell’esercito «pratiche ingiustificate».
L’attivista locale Ahmad Salah ha dichiarato all’agenzia AA che «centinaia di persone si erano radunate per la festa» quando le forze dell’ordine hanno attaccato.
Prima della celebrazione della festa, l’esercito di occupazione israeliano aveva chiuso la strada principale di accesso alla città nel tentativo di limitare gli spostamenti in entrata e in uscita dalla zona. L’Alto Comitato Presidenziale per gli Affari Ecclesiastici in Palestina ha riferito che «le misure imposte da Israele nei pressi del monastero, in particolare la chiusura della strada principale con terrapieni e di diverse vie di accesso secondarie, hanno avuto un impatto tangibile sulla partecipazione. La presenza alle funzioni religiose si è ridotta in modo significativo».
Mercoledì, una delegazione del Comitato ha presentato al Parlamento europeo una relazione sul tema del «crescente e sistematico attacco alla presenza cristiana nei territori palestinesi occupati (da Israele), in particolare a Gerusalemme».
Ciò include l’attuale «escalation senza precedenti di violazioni contro i cristiani palestinesi, le chiese, il clero e i luoghi sacri», ha affermato l’organizzazione in una dichiarazione. «La delegazione ha sottolineato che tali pratiche costituiscono violazioni dirette del diritto internazionale umanitario e dei principi fondamentali che garantiscono la libertà di religione e di culto».
Più in generale, la delegazione del Comitato ha «sottolineato l’allarmante aumento degli attacchi dei coloni contro le comunità cristiane e le istituzioni religiose, tra cui aggressioni al clero, profanazione di simboli religiosi e luoghi sacri, e la crescente diffusione di incitamento e discorsi d’odio contro i cristiani in Terra Santa, il tutto in un clima di impunità pressoché totale».
Gli attacchi anticristiani da parte di Israele si stanno intensificando. Il 19 aprile, una fotografia apparsa su X e altri social media mostrava un soldato israeliano che fracassava la testa di una statua di Gesù Cristo con una mazza. L’immagine è diventata virale in breve tempo, scatenando l’indignazione globale dei cristiani, compresi i vescovi cattolici di Terra Santa, che hanno emesso una «condanna senza riserve» della profanazione.
Il patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, ha dichiarato che l’atto «costituisce un grave affronto alla fede cristiana e si aggiunge ad altri episodi di profanazione di simboli cristiani da parte di soldati delle Forze di Difesa Israeliane nel Libano meridionale».
Nella Cisgiordania occupata da Israele, terroristi ebrei provenienti dagli insediamenti israeliani illegali hanno ripetutamente terrorizzato la villaggio a maggioranza cristiana di Taybeh, così come altre comunità palestinesi.
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Come ormai accade regolarmente, lo scorso luglio dei coloni mascherati hanno «assaltato questo villaggio cristiano…», «dando fuoco ai veicoli, lanciando pietre contro le case e imbrattando i muri con graffiti carichi d’odio».
I patriarchi e i Capi delle Chiese di Gerusalemme descrissero gli intrusi armati come uomini a cavallo che seminavano il terrore, incendiavano i luoghi sacri e distruggevano i terreni agricoli.
Il mese scorso, anche il Patriarcato latino di Gerusalemme ha definito «una linea rossa» la distruzione, da parte dei coloni ebrei, delle terre e degli alberi di proprietà della Chiesa, mediante l’uso di escavatori.
A Gerusalemme, le aggressioni fisiche e le molestie sono aumentate vertiginosamente. La scorsa settimana, un video ha ripreso una brutale aggressione a una suora cattolica che è stata scaraventata a terra e presa a calci da un terrorista giudeo vicino alla tomba di Re Davide.
Altri rapporti documentano la frequente presenza di clero e religiosi cristiani che vengono sputati addosso e molestati da terroristi ebrei a Gerusalemme.
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Immagine di Berthold Werner via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported, 2.5 Generic, 2.0 Generic e 1.0 Generic
Persecuzioni
Francia, il segreto della confessione: cronaca di un naufragio parlamentare scongiurato
Protesta episcopale
Con l’avvicinarsi del dibattito all’Assemblea Nazionale, il disegno di legge è stato sul punto di essere respinto, tanto che la Conferenza Episcopale di Francia (CEF) è stata costretta ad abbandonare la sua proverbiale timidezza e a rilasciare una dichiarazione dai toni decisi. Pur accogliendo con favore l’intento di tutelare i minori, l’episcopato ha formalmente denunciato gli articoli repressivi del disegno di legge, che violano la libertà di coscienza, il segreto professionale, la libertà accademica e, soprattutto, la libertà di culto. Le preoccupazioni si sono concentrate principalmente sull’articolo 9 della suddetta legge. Tale testo stabilisce esplicitamente che i ministri di culto sarebbero obbligati a denunciare gli atti di violenza contro i minori, anche se ne fossero venuti a conoscenza nell’esercizio delle loro funzioni spirituali. Il testo affermava che «nessun ‘sigillo di confessione’ potrebbe prevalere su tale obbligo».Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Cronologia di una lotta di potere
Gennaio 2000 – Dicembre 2002 | Il precedente legale: mons. Pierre Pican fu incriminato e successivamente condannato (con pena sospesa) per non aver denunciato le azioni di padre Bissey. Fondamentale fu la sentenza del 17 dicembre 2002 della Corte di Cassazione, che confermò l’obbligo assoluto per i sacerdoti di mantenere la riservatezza delle informazioni apprese nel corso del loro ministero, sancendo così il segreto professionale della confessione nel diritto repubblicano. 29 maggio 2026 | Il grido d’allarme: di fronte al rapporto della commissione post-Bétharram, i vescovi si sono appellati pubblicamente ai parlamentari. Hanno denunciato l’articolo 9 (abolizione del segreto confessionale) e il controllo statale sull’istruzione privata (abuso di ispezioni quinquennali che compromettono il «carattere distintivo» delle scuole e la creazione di un Consiglio Accademico volto a rafforzare il controllo statale). 1° giugno 2026 | La ritirata: Di fronte alle proteste di numerosi parlamentari di destra e dell’episcopato, il governo ha parzialmente capitolato: l’emendamento finale e il testo adottato non hanno di fatto abolito il segreto confessionale per i ministri di culto. Il segreto confessionale è rimasto intatto. Il disegno di legge è stato approvato in prima lettura con 187 voti favorevoli e 0 contrari. Ma mentre il segreto confessionale è preservato, il testo inasprisce drasticamente il controllo sull’istruzione privata: creazione di «liste nere» di persone escluse, controlli periodici dei precedenti ogni tre anni e misure di controllo amministrativo preventivo.La vigilanza rimane essenziale
Sebbene una delle libertà fondamentali della Chiesa sia stata temporaneamente preservata con l’eliminazione della disposizione sulla confessione, il testo definitivo, adottato all’unanimità, rappresenta comunque un serio monito per le famiglie cattoliche. L’istruzione privata si trova intrappolata in una rete amministrativa sempre più stretta. Tra l’introduzione di un «controllo periodico» triennale di tutti gli adulti che entrano in contatto con i bambini, le misure di controllo amministrativo che consentono la rimozione di un insegnante sulla base di semplici «gravi motivi per ritenere che rappresenti un rischio» (un concetto eminentemente soggettivo nelle mani di un’amministrazione laica) e la creazione di una «lista nera», lo Stato si sta concedendo un potere di controllo esorbitante sulle nostre scuole e minacciando direttamente il nostro «carattere distintivo». Oggi più che mai, la vigilanza rimane essenziale. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Cina
La Cina rade al suolo una chiesa dopo che i fedeli rifiutano di esporre la bandiera nazionale
Le autorità cinesi hanno demolito un’importante chiesa protestante nella Cina orientale dopo mesi di scontri con i parrocchiani che si opponevano alle richieste del governo di esporre la bandiera nazionale all’interno della chiesa, mettendo in luce il trattamento riservato ai cristiani contrari al progetto di sinizzazione dello Stato. Lo riporta LifeSiste.
Il 19 maggio, la demolizione della chiesa di Yazhong a Yayangzhen, nella contea di Taishun, è stata completata dopo mesi di tensioni tra le autorità locali e i membri della congregazione riguardo alle richieste governative sull’esposizione di simboli nazionali all’interno della chiesa. Secondo la testimonianza raccolta da ChinaAid da una fonte locale identificata solo come «Signor A», l’operazione è stata condotta in un clima di straordinarie misure di sicurezza che includevano un’ampia sorveglianza, posti di blocco, dispiegamento di polizia e restrizioni alle comunicazioni.
«L’atmosfera quel giorno era estremamente terrificante», ha dichiarato il signor A a ChinaAid. «La strada era piena di agenti e poliziotti delle forze speciali».
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La chiesa, nota anche come Chiesa di Yayang, apparteneva al movimento delle Chiese Locali, una tradizione protestante storicamente legata al predicatore cinese Watchman Nee e influenzata dal movimento chiamato British Closed Brethren. La congregazione aveva a lungo mantenuto un’identità religiosa indipendente nella regione montuosa del sud dello Zhejiang.
Secondo quanto riferito dal signor A, le autorità hanno iniziato a isolare l’area circostante la chiesa diversi giorni prima della demolizione. Sono stati istituiti posti di blocco fino a due chilometri dal sito e l’accesso è stato limitato al personale autorizzato. I residenti che vivevano vicino alla chiesa sarebbero stati trasferiti prima dell’arrivo delle squadre di demolizione. La fonte ha inoltre affermato che sono state dispiegate apparecchiature di sorveglianza in tutta l’area e che i funzionari hanno monitorato gli edifici vicini per osservare eventuali attività intorno alla chiesa.
Il signor A ha anche descritto quello che ha definito un blocco totale delle informazioni. Secondo il suo racconto, le persone sospettate di fotografare la chiesa subivano l’immediato intervento della polizia. Ha inoltre affermato che i membri dei gruppi di comunicazione della chiesa erano diventati riluttanti a condividere messaggi o immagini riguardanti la demolizione per timore di intercettazioni elettroniche e di un possibile arresto.
La disputa culminata nella distruzione della chiesa ebbe inizio nel 2025. Secondo ChinaAid, le autorità locali richiesero che la bandiera nazionale cinese fosse esposta all’interno del santuario e che venisse eretto un pennone presso la chiesa. I fedeli si opposero al provvedimento, sostenendo che introduceva simboli politici in un luogo di culto, continua LSN.
Nel giugno del 2025, i tentativi da parte del personale governativo di installare un’asta portabandiera avrebbero scatenato proteste e un prolungato stallo tra i membri della chiesa e le autorità locali.
Il signor A ha dichiarato che l’edificio della chiesa aveva precedentemente ricevuto l’approvazione ufficiale ed era stato costruito legalmente. Nonostante ciò, le autorità hanno avviato una campagna che si è intensificata nel corso di diversi mesi.
Il 15 dicembre 2025 si è svolta un’importante operazione, durante la quale un gran numero di agenti di polizia e personale di sicurezza avrebbero condotto azioni coordinate in diversi luoghi di ritrovo cristiani nella città di Yayang. Secondo quanto riportato, sono stati utilizzati droni per la sorveglianza aerea, cani poliziotto sono entrati nei locali delle chiese e oltre 100 fedeli sono stati dispersi e brevemente fermati. I fedeli hanno reagito intonando inni durante l’operazione.
La repressione si è poi concentrata sui leader e sui membri di spicco della chiesa. Secondo quanto riportato da ChinaAid, 22 membri rimangono in detenzione preventiva, tra cui i leader della chiesa Lin Enzhao e Lin Enci. Le autorità li avrebbero accusati di «aver fomentato disordini e provocato problemi», un’accusa spesso usata contro attivisti, dissidenti e membri di organizzazioni indipendenti in Cina.
Il signor A ha inoltre affermato che i rappresentanti del governo hanno offerto un risarcimento di 2 milioni di yuan cinesi (254.646 euro) in cambio del consenso alla demolizione della chiesa, ma la proposta è stata respinta. Ha anche dichiarato che ad alcuni detenuti è stato negato l’accesso agli incontri con i propri avvocati difensori, limitando così le possibilità di ricorso legale, scrive LifeSiteNews.
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La demolizione è avvenuta in un contesto più ampio di crescente pressione sulle comunità religiose in Cina. Wenzhou, spesso definita una delle regioni più cristiane della Cina, è stata al centro di una campagna di rimozione di croci su larga scala tra il 2014 e il 2016, durante la quale, secondo quanto riportato, sono state smantellate più di 1.000 croci di chiese.
Preoccupazioni simili sono state sollevate anche riguardo alle comunità cattoliche. Nell’aprile del 2026, Human Rights Watch ha riferito che le autorità cinesi avevano intensificato la sorveglianza, il controllo ideologico e le restrizioni amministrative nei confronti dei cattolici, in particolare dei membri delle comunità clandestine che non intendevano aderire all’Associazione Patriottica Cattolica Cinese, controllata dallo Stato. L’organizzazione ha affermato che detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate, arresti domiciliari, torture e altre forme di pressione erano state utilizzate contro il clero e i fedeli che si opponevano all’integrazione nelle strutture religiose ufficiali.
Secondo Human Rights Watch, la pressione sui cattolici clandestini è aumentata negli anni successivi all’accordo riservato del 2018 tra la Santa Sede e Pechino sulla nomina dei vescovi. L’organizzazione ha affermato che le comunità cattoliche indipendenti hanno dovuto affrontare crescenti tentativi di sottoporle alla supervisione statale, mentre i sistemi di sorveglianza e le restrizioni all’attività religiosa si sono ampliati.
Come riportato da Renovatio 21, in questi anni vari ordini di demolizione sono stati emanati ed eseguiti contro chiese, case di suore sacerdoti, croci.
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Persecuzioni
Il cardinale Pizzaballa interviene dopo che le autorità israeliane hanno interrotto una festa mariana in Cisgiordania
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