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Spirito

Mons. Viganò: «Gli uomini hanno smarrito quella Fede pura e fiduciosa che tutto ottiene da Dio»

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò.

 

 

 

Divina virtute

Omelia nell’Apparizione di San Michele Arcangelo, giorno della Supplica alla Regina del Santissimo Rosario di Pompei

Non est, inquit, vobis opus hanc,

quam ædificavi, dedicare ecclesiam:

ipse enim, qui condidi, etiam dedicavi.

Vos tantùm intrate, et, me adstante patrono,

precibus locum frequentate»

«Non è compito vostro consacrare

questa chiesa che io ho edificato;

io stesso, che l’ho fondata, l’ho anche consacrata.

Voi dovete soltanto entrare e, sotto la mia protezione,

frequentare in preghiera il luogo».

Apparitio Sancti Michaëlis in Monte Gargano

 

In questo giorno condividiamo la gioia dei carissimi Giuseppe e Cristina, Claudio e Tina, i quali festeggiano rispettivamente il ventisettesimo e il secondo anniversario di Matrimonio. Ringraziamo il Signore e la Vergine Santissima per le grazie loro concesse, per il cammino percorso e per l’aiuto prodigato loro dalla Divina Provvidenza in questi anni. Offriamo per loro questa Santa Messa invocando su di loro copiose benedizioni, per l’intercessione della Madonna di Pompei e di San Michele Arcangelo.

 

Oggi, 8 maggio, la Santa Chiesa celebra tre apparizioni del glorioso Arcangelo San Michele avvenute tra il 490 e il 493 sul Monte Gargano, nelle Puglie.

 

La prima apparizione, nota come «episodio del toro», si colloca nel 490, sotto il Pontificato di Felice III e l’Impero di Zenone, nella città di Siponto (l’odierna Manfredonia). Un ricco signore di Siponto di nome Gargano, avendo smarrito un toro che era al pascolo, radunò un gran numero di servi e organizzò ricerche nei luoghi impervi del monte, ritrovandolo sulla sommità, fermo dinanzi all’ingresso di una grotta inaccessibile. Preso da ira, Gargano impugnò l’arco e scoccò una freccia avvelenata contro l’animale ribelle. Il dardo, però, invertì inspiegabilmente la propria traiettoria e colpì lo stesso Gargano, ferendolo gravemente.

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Stupito dal prodigio, Gargano si recò dal Vescovo di Siponto, San Lorenzo Maiorano, per chiedere consiglio. Il Presule, discernendo un intervento soprannaturale, ordinò un triduo di digiuno e di preghiera pubblica affinché fosse rivelato il significato dell’accaduto. Allo scadere del terzo giorno (tradizionalmente l’8 maggio), l’Arcangelo Michele apparve al Vescovo e pronunciò queste parole:

 

«Hai fatto bene a chiedere a Dio ciò che era nascosto agli uomini. Un miracolo ha colpito l’uomo con la sua stessa freccia, affinché fosse chiaro che tutto ciò avviene per mia volontà. Io sono l’Arcangelo Michele e sto sempre alla presenza di Dio. La caverna è a me sacra. E poiché ho deciso di proteggere sulla terra questo luogo ed i suoi abitanti, ho voluto attestare in tal modo di essere di questo luogo e di tutto ciò che avviene patrono e custode. Là dove si spalanca la roccia possono essere perdonati i peccati degli uomini. Quel che sarà qui chiesto nella preghiera sarà esaudito. Va’ perciò sulla montagna e dedica la grotta al culto cristiano».

 

La seconda apparizione dell’Arcangelo Michele sul Monte Gargano, nota come «episodio della Vittoria» o «della Battaglia», avvenne nell’anno 492. Siponto era assediata da un esercito pagano proveniente da Napoli. I Sipontini, stremati e sul punto di arrendersi, si rivolsero al Vescovo San Lorenzo Maiorano, il quale, ispirato dalla devozione all’Arcangelo, indisse un triduo di digiuno, preghiera e penitenza.

 

Il popolo si radunò nella cattedrale di Santa Maria a Siponto per implorare protezione. Nella notte precedente la battaglia, mentre il Vescovo era raccolto in preghiera, San Michele gli apparve in visione, circondato da luce risplendente, e pronunciò queste parole:

 

«Non temete; le vostre preghiere sono state esaudite. Interverrò io stesso per dare la vittoria ai Sipontini. Voi, dunque, attaccherete battaglia all’ora quarta di questo stesso giorno».

 

Il Vescovo comunicò al popolo l’assicurazione angelica e ordinò di fortificarsi con i Sacramenti. All’ora stabilita i Sipontini e i Beneventani mossero contro i nemici: la vittoria fu totale e accompagnata da fenomeni prodigiosi che dimostrarono l’intervento diretto dell’Arcangelo. Una nube densa e oscura coprì la cima del Gargano; un violento terremoto scosse la terra; fulmini, saette e tuoni si abbatterono sugli invasori (fulminando seicento nemici); il mare si agitò con onde furenti. Nessun Sipontino o Beneventano rimase ferito, mentre gli avversari furono messi in fuga e inseguiti fino a Napoli. La battaglia si concluse l’8 Maggio, data che divenne il dies festus dell’Arcangelo sul Gargano e che spiega l’istituzione liturgica della festa dell’Apparizione di San Michele proprio l’8 Maggio nel Calendario cattolico.

 

La terza apparizione è del 493. Dopo la vittoria, il Vescovo Lorenzo Maiorano decide di obbedire al comando divino e di consacrare la grotta. Si reca a Roma per ottenere l’approvazione di Papa Gelasio, che autorizza la consacrazione, ordinando un nuovo triduo di digiuno e penitenza insieme ai Vescovi della Puglia.

 

Nella notte conclusiva del digiuno, l’Arcangelo Michele appare al Vescovo e gli dice:

 

«Non è compito vostro consacrare questa chiesa che io ho edificato; io stesso, che l’ho fondata, l’ho anche consacrata. Voi dovete soltanto entrare e, sotto il mio patronato, frequentare in preghiera il luogo».

 

Il mattino seguente (29 Settembre) il Vescovo, accompagnato da sette Vescovi delle Puglie, dal clero e dal popolo in processione solenne, si reca alla grotta. Durante il cammino si verifica un prodigio: alcune aquile spiegano le ali per riparare i pellegrini dai raggi del sole ardente. Entrati nella grotta, trovano già eretto un rozzo altare, coperto di un pallio vermiglio, sormontato da una croce, e impressa nella roccia l’orma del piede dell’Arcangelo. È su quell’altare che il Santo Vescovo celebra la prima Messa in quel luogo. Viene subito costruita una chiesa all’ingresso della grotta, dedicata all’Arcangelo proprio quello stesso 29 Settembre 493 (data che diverrà la festa della Dedicazione di San Michele, distinta dalla commemorazione dell’apparizione dell’8 Maggio) (1). La grotta stessa rimane «non consacrata da mano umana» e riceve il titolo di «Celeste Basilica».

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La devozione si diffuse rapidamente, soprattutto con l’arrivo dei Longobardi nel VII secolo, che elessero San Michele a protettore nazionale e ampliarono il complesso. Il santuario divenne meta di pellegrinaggi lungo la Via Sacra Langobardorum e, nei secoli, fu arricchito architettonicamente. La grotta conserva ancora oggi l’altare e l’orma del piede di San Michele.

 

Riflettendo su questi eventi prodigiosi, non possiamo non ammirare l’intervento straordinario dell’Arcangelo San Michele, il quale non si è limitato a proteggere i fedeli, ma è giunto addirittura a consacrare egli stesso la sacra Grotta del Gargano e a sbaragliare miracolosamente i nemici dei fedeli pugliesi. La Fede sincera e confidente di allora mosse il Cielo in aiuto al popolo cristiano; le preghiere del Vescovo e del popolo furono esaudite con potenza divina, perché animate da una fiducia pura e totale nella Provvidenza.

 

Oggi, purtroppo, il mondo e la Chiesa versano in una crisi così terribile proprio perché gli uomini hanno smarrito quella Fede pura e fiduciosa che tutto ottiene da Dio. Dove la preghiera si è fatta tiepida, dove la fiducia nella potenza divina è stata sostituita dalla presunzione umana, là il Cielo tace. È dunque urgente ritornare alla purezza della Fede e riaccendere la fiamma viva della Carità, senza la quale ogni sforzo resta vano.

 

In questo cammino di conversione ci soccorra e ci guidi la Regina del Santissimo Rosario di Pompei, che oggi, in questo giorno a Lei dedicato, invochiamo a mezzogiorno con la Supplica ispirata dal Beato Bartolo Longo.

 

E ricordiamo che, come egli stesso, un tempo arruolato nelle schiere nella setta infame – cioè la massoneria – e nemico giurato di Cristo e della Chiesa, fu toccato dalla Grazia, si convertì e riparò con zelo cristiano al male commesso, così anche i nemici di oggi possano essere illuminati dalla medesima Misericordia divina e ritornare umilmente al Signore.

 

E così sia.

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

Viterbo, 8 maggio MMXXVI

 

In Appartitione S.cti Michaëlis Archangeli

 

NOTE

1) La chiesa riformata ha abolito le due feste dell’Apparizione e della Dedicazione di San Michele Arcangelo, accorpando i tre Santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele nella commemorazione del 29 Settembre.

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Immagine: Michele Arcangelo. Icona bizantina del XIII secolo proveniente dal Monastero di Santa Caterina, Sinai.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; modificata

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Spirito

Mons. Schneider: le generazioni future rimpiangeranno le scomuniche della FSSPX

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Renovatio 21 pubblica questo testo del vescovo Athanasius Schneider pubblicato per la prima volta il 4 giugno dalla vaticanista Diane Montagna sul suo Substack.  

La questione centrale riguardante la Compagnia di San Pio X

  Le questioni e i problemi relativi alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) sono stati oggetto di un dibattito in gran parte infruttuoso per oltre cinquant’anni e sono ora culminati nelle consacrazioni episcopali annunciate, che non sono ancora state approvate dalla Santa Sede. La discussione è stata alimentata dalle emozioni – spesso letteralmente «cum ira et studio» – ed è frequentemente condotta da individui che non hanno familiarità diretta con i documenti pertinenti o esperienza personale della FSSPX. In molti casi, la loro conoscenza è superficiale e influenzata da pregiudizi. Di conseguenza, il dibattito assomiglia spesso a un dialogo tra sordi, in cui gli stessi argomenti vengono ripetuti all’infinito senza alcun progresso significativo.   Inoltre, il dibattito elude in gran parte la questione centrale sollevata dalla FSSPX. Questa lacuna deriva da un errore metodologico fondamentale e dalla mancanza di una giustificazione basata sui fatti riguardo alle ambiguità dottrinali e liturgiche oggettive che sono al centro della controversia. In sostanza, il conflitto ruota attorno alla questione della verità.

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1. Il Concilio Vaticano II nel contesto degli altri venti concili ecumenici

Il primo errore consiste nel trattare un concilio pastorale – in questo caso, il Concilio Vaticano II – come se fosse interamente dogmatico, presumendo che tutte le sue affermazioni debbano essere considerate definitivamente proposte e vincolanti per tutti i cattolici. Chi agisce in tal modo trascura che lo stesso Paolo VI affermò: «C’è chi si chiede quale autorità, quale qualificazione teologica il Concilio intendesse dare ai suoi insegnamenti, sapendo che ha evitato di emanare solenni definizioni dogmatiche che implicassero l’infallibilità del Magistero ecclesiastico.   La risposta è nota a chi ricorda la dichiarazione conciliare del 6 marzo 1964, ripetuta il 16 novembre 1964: dato il carattere pastorale del Concilio, esso ha evitato di pronunciare, in modo straordinario, dogmi dotati di nota di infallibilità» (Udienza generale, 12 gennaio 1966). Ciò vale anche per le due costituzioni «dogmatiche» del Concilio, Dei Verbum e Lumen gentium, poiché l’aggettivo «dogmatico» possiede un significato più ampio e non si limita ai dogmi intesi come insegnamenti dotati di infallibilità.   Tra gli altri venti concili ecumenici, si trovano numerose dichiarazioni e documenti pastorali o disciplinari che oggi non sono più applicabili (ad esempio, il decreto del Concilio Lateranense IV che afferma: «se un signore temporale trascura di purificare il suo territorio dalla sporcizia eretica, sarà vincolato dal vincolo della scomunica»), così come dichiarazioni dottrinali non definitive (ad esempio, sulla materia e la forma del sacramento dell’Ordine sacro del Concilio di Firenze) che sono state successivamente corrette dal Magistero della Chiesa. Non si può assolutizzare ogni concreta forma storica di leadership della Chiesa, perché così facendo si eliminerebbe la necessaria distinzione tra, da un lato, le immutabili e durature verità della fede (Depositum Fidei) e, dall’altro, le diverse modalità con cui tali verità vengono trasmesse (ad esempio, una dichiarazione pastorale, una dichiarazione dottrinale non definitiva o una definizione ex cathedra), ognuna delle quali ha un diverso grado di autorità e forza vincolante.   Oggi, tuttavia, per essere in piena comunione con la Santa Sede, è necessario accettare quelle affermazioni e quegli insegnamenti del Concilio Vaticano II che sono pastorali e certamente non definitivi nella loro natura magisteriale. Ciò solleva un interrogativo importante: perché l’accettazione incondizionata dei testi del Vaticano II viene presentata come una conditio sine qua non per la piena comunione con la Santa Sede, mentre non esiste un requisito analogo per quanto riguarda gli insegnamenti pastorali, disciplinari o non definitivi dei venti concili ecumenici precedenti?   Tra gli insegnamenti non definitivi del Concilio Vaticano II ve ne sono diversi – in particolare quelli riguardanti la libertà religiosa, l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e la collegialità – le cui formulazioni sono ambigue e difficili da conciliare con le dottrine insegnate in modo coerente dal Magistero dall’epoca dei Padri della Chiesa fino al periodo immediatamente precedente il Concilio.   Si pone inoltre la questione delle carenze rituali e dottrinali del Novus Ordo Missae. Tali preoccupazioni non possono più essere liquidate con leggerezza, come dimostra, ad esempio, la testimonianza dell’Archimandrita Bonifacio Luykx nel suo libro A Wider View of Vatican II: Memories and Analysis of a Council Consultor (Angelico Press, Brooklyn, Nuova York, 2025). I difetti del Novus Ordo Missae restano oggetto di seria discussione e non possono essere semplicemente ignorati. Ciononostante, la Santa Sede chiede alla Fraternità Sacerdotale San Pio X di accettare non solo la validità, ma anche la legittimità e la bontà della riforma liturgica introdotta dal Novus Ordo Missae.

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2. Due eccessi moderni nella vita della Chiesa: il legalismo e il papalcentrismo

La risoluzione della questione della Fraternità Sacerdotale San Pio X è ostacolata non solo dalla riluttanza ad affrontare, con onestà intellettuale, le questioni dottrinali di fondo e a riconoscere l’esistenza di ambiguità dottrinali che necessitano di correzione, ma anche da una mentalità malsana che si è sviluppata all’interno della Chiesa negli ultimi secoli: ovvero, il primato del legalismo o positivismo giuridico, unitamente a un eccessivo papalcentrismo che rasenta la quasi divinizzazione sia dell’ufficio che della persona del papa.   Queste esagerazioni moderne distorcono e limitano la vita della Chiesa, subordinando il primato della purezza e della chiarezza della fede e della liturgia alle esigenze del legalismo e del papatocentrismo, un fenomeno estraneo ai Padri della Chiesa e alla grande tradizione. In questa forma esagerata di papatocentrismo, il papa e il suo magistero, anche quando non sono strettamente dogmatici o definitivi, tendono ad essere trattati come se possedessero un carattere assoluto e quasi divino. Il clima ecclesiale è stato spesso plasmato, almeno implicitamente, da presupposti che si avvicinano a tali atteggiamenti.   La maggior parte dei commentatori sulla controversia in corso relativa alle consacrazioni episcopali della Fraternità Sacerdotale San Pio X rimane, spesso inconsapevolmente, influenzata dagli eccessi di legalismo e dall’esagerato papalismo che caratterizzano gran parte della vita ecclesiale contemporanea. La legge secondo cui le consacrazioni episcopali effettuate senza autorizzazione papale – o contrarie alla volontà espressa del Papa – costituiscono un atto scismatico, era estranea all’epoca dei Padri della Chiesa. Infatti, questa legge è entrata in vigore solo nel secondo millennio.   Il canone 1387 del Codice di Diritto Canonico del 1983, che proibisce la consacrazione di un vescovo senza mandato pontificio, è classificato tra le «offese contro i Sacramenti», piuttosto che tra le «offese contro la fede e l’unità della Chiesa«, dove lo scisma è sanzionato (can. 1364). Se la consacrazione episcopale senza mandato pontificio fosse intrinsecamente scismatica, sarebbe collocata tra le offese «contro l’unità della Chiesa». Il canone corrispondente nel Codice del 1917 fu ugualmente incluso tra i «Delitti nell’amministrazione e nella ricezione degli ordini e degli altri sacramenti» (Titolo XVI), anziché tra i «Delitti contro la fede e l’unità della Chiesa» (Titolo XI).

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3. Lo straordinario stato di crisi, e persino di emergenza, nella Chiesa

Dal Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica ha vissuto un clima di generale ambiguità, vaghezza e incertezza riguardo a dottrine importanti come l’unicità di Cristo Redentore, l’unicità della Chiesa cattolica, la struttura monarchica della Chiesa divinamente stabilita (a livello universale e locale) e il carattere sacrificale della Santa Messa. È inequivocabilmente evidente che coloro che hanno detenuto il potere amministrativo nella Santa Sede negli ultimi decenni, e che tuttora lo detengono, esigono dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X come condizione sine qua non per la piena comunione con la Santa Sede, l’accettazione del clima di fatto di ambiguità dottrinale e liturgica e di relativismo, che ha raggiunto il suo apice con l’attuale, estremamente confuso, processo sinodale in tutta la Chiesa.   Dal Concilio, con alcuni dei suddetti insegnamenti ambigui, è in corso un processo per istituire, con l’autorità del Romano Pontefice, una cosiddetta «Chiesa del Vaticano II» o «Chiesa conciliareù. Questa tendenza, oggi denominata «Chiesa sinodale», mira fondamentalmente a essere una religione relativista adattata al mondo. I tentativi di mascherare questa nuova tendenza verso una forma ambigua, relativistica e mondana della Chiesa cattolica attraverso un’ermeneutica della continuità sono disonesti e poco convincenti.

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4. Il dilemma di coscienza della Fraternità Sacerdotale San Pio X

La Santa Sede richiede alla Fraternità Sacerdotale San Pio X di accettare dottrine formulate in modo ambiguo e non definitive come conditio sine qua non per la piena comunione con la Santa Sede e per ricevere la regolarizzazione canonica. Tra queste figurano insegnamenti riguardanti la libertà religiosa, l’ecumenismo, il dialogo interreligioso (inclusa, ad esempio, l’affermazione della Lumen Gentium 16 secondo cui i musulmani, insieme ai cattolici, «adorano l’unico e misericordioso Dio»), la collegialità episcopale (intesa in un modo che sminuisce la struttura monarchica della Chiesa divinamente istituita) e le riforme liturgiche associate al Novus Ordo Missae.   La Santa Sede richiede inoltre alla Fraternità Sacerdotale San Pio X di riconoscere formalmente le dichiarazioni e gli insegnamenti dei papi post-conciliari che appartengono al cosiddetto magistero autentico e quotidiano. Tra questi, ad esempio, alcune affermazioni contenute in Amoris Laetitia che minano seriamente e addirittura contraddicono la Divina Rivelazione; il permesso formale di papa Francesco per le persone divorziate e risposate di ricevere la Santa Comunione; e la Dichiarazione sulle benedizioni per le coppie dello stesso sesso, Fiducia Supplicans .   Se si esamina con onestà intellettuale la straordinaria crisi che ha afflitto la Chiesa dal Concilio in poi, insieme alle ambiguità e al relativismo dottrinale, liturgico e pastorale che l’hanno accompagnata, allora l’esistenza e l’attività della Fraternità Sacerdotale San Pio X possono essere viste, in una prospettiva di lungo termine e alla luce della storia bimillenaria della Chiesa, come un’opera della divina provvidenza e come una fonte di aiuto per la Chiesa durante una crisi di portata senza precedenti.   Nella lettura dei recenti documenti pubblicati dal Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, padre Davide Pagliarani, in particolare la Dichiarazione di Fede Cattolica e il suo Messaggio alla Fraternità e ai suoi fedeli (allegati qui di seguito), non si può non notare uno spirito profondamente cattolico, permeato da una vera fede nel primato papale e da una devozione filiale verso la persona del sommo pontefice.   Il problema che la Fraternità Sacerdotale San Pio X si trova ad affrontare non è difficile da comprendere. La Santa Sede richiede che la Fraternità accetti, senza obiezioni sostanziali, alcuni insegnamenti oggettivamente ambigui e non definiti del Concilio Vaticano II, affermazioni ambigue del magistero papale post-conciliare e oggettive lacune dottrinali e rituali nel Novus Ordo. Eppure Dio non ha mai richiesto l’accettazione di dottrine poco chiare o formulate in modo ambiguo, e nel corso della sua storia la Chiesa ha sempre agito di conseguenza.   La Fraternità Sacerdotale San Pio X considera uno dei suoi scopi essenziali quello di invocare, con parrhesia , un ritorno all’assoluta chiarezza e purezza dottrinale che la Chiesa ha sempre cercato di preservare nel corso dei secoli. In passato, i pontefici romani hanno sopportato persecuzioni, martiri e persino scismi piuttosto che tollerare la minima ambiguità nell’espressione della fede.   Tra gli esempi più significativi si annoverano il rifiuto del termine ambiguo homoiousios; il rifiuto dell’Henotikon, che, pur non essendo formalmente eretico, minava la chiarezza della dottrina cristologica e facilitava la diffusione del monofisismo; e il rifiuto delle ambigue formulazioni cristologiche di papa Onorio I (+638). Diversi papi condannarono Onorio I postumo, non per eresia, ma per ambiguità dottrinale e per aver favorito la diffusione dell’eresia. L’unità non è, di per sé, il criterio ultimo di verità. La storia della Chiesa conosce numerose situazioni in cui sono esistite tensioni tra la tradizione e l’effettivo esercizio dell’autorità ecclesiastica.   Il fatto stesso che certi insegnamenti del Concilio Vaticano II, unitamente alla riforma liturgica, abbiano dato luogo – e continuino a dare luogo, sia in teoria che in pratica – a un indebolimento della chiarezza dottrinale, obbliga il papa, seguendo l’esempio di molti dei suoi eroici predecessori, a chiarire e, ove necessario, emendare tali insegnamenti. Ciò deve essere fatto con una rinnovata precisione e chiarezza dottrinale tale da non lasciare spazio ad interpretazioni ambigue o erronee.   A questo proposito, il seguente principio, che da tempo guida i romani pontefici, rimane più attuale che mai: «In un Sinodo (Concilio) non si può mai tollerare l’ambiguità, la cui gloria principale consiste soprattutto nell’insegnare la verità con chiarezza ed escludere ogni pericolo di errore» (Pio VI, Auctorem fidei).   La tragedia della situazione attuale è che la Santa Sede richiede alla Fraternità Sacerdotale San Pio X di accettare l’attuale stato di ambiguità dottrinale e liturgica come conditio sine qua non per la piena comunione e la regolarizzazione canonica. Durante la controversia monotelita, quando papa Onorio I adottò una posizione ambigua, il santo Patriarca Sofronio di Gerusalemme inviò a Roma il suo suffraganeo, Stefano, vescovo di Dor, con l’incarico di recarsi alla Sede Apostolica, dove si trovano i fondamenti della dottrina ortodossa, e di non cessare di pregare e supplicare finché le autorità non avessero esaminato e condannato il nuovo errore. Il vescovo Stefano rimase a Roma per dieci anni, perseverando in questa missione fino a quando non assistette alla condanna dell’eresia da parte di papa Martino I al Concilio Lateranense del 649.   In un certo senso, la Fraternità Sacerdotale San Pio X sta svolgendo oggi un ruolo simile, sollecitando incessantemente la Santa Sede a porre fine alla situazione di ambiguità e incertezza dottrinale e liturgica. La Fraternità Sacerdotale San Pio X ha ripetutamente dichiarato di non avere altro scopo se non quello di formare le anime affidate alla sua cura pastorale affinché diventino buoni cristiani e veri figli e figlie della Chiesa Romana. In definitiva, si dovrebbe essere grati alla Fraternità San Pio X per questo ruolo, e certamente lo saranno i futuri papi.

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5. La soluzione pastorale del papa al problema della Fraternità Sacerdotale San Pio X

La Santa Sede dovrebbe tenere in debita considerazione la Dichiarazione di Fede Cattolica e il Messaggio ai Fedeli emanati dal Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, e riconoscere tali documenti e atti come sufficienti e conformi alle condizioni minime per la comunione ecclesiale. Una scomunica in questo momento aprirebbe una nuova, inutile e evitabile ferita nel Corpo Mistico di Cristo.   Alla luce di questi documenti e atti della FSSPX, il papa, con il suo cuore paterno, potrebbe fare un’eccezione e permettere le consacrazioni episcopali attraverso un gesto pastorale di vera generosità. Imponendo la scomunica ai vescovi consacranti e consacrati, il sommo pontefice punirebbe implicitamente anche i fedeli della FSSPX – una parte del suo gregge – che lo amano e lo riconoscono sinceramente, ma che, a causa di quello che percepiscono come un autentico dilemma di coscienza, non vedono altra alternativa se non quella di continuare ad essere assistiti pastoralmente dalla FSSPX, per la cui esistenza l’episcopato rimane indispensabile, in particolare per l’amministrazione dei sacramenti dell’Ordine sacro e della Confermazione.   Pertanto, unicamente per il bene delle anime e per il bene della Chiesa, la Fraternità Sacerdotale San Pio X chiede al sommo pontefice di mostrare comprensione, nelle circostanze attuali, per la sua necessità di avere vescovi e di consentire le consacrazioni episcopali. Purtroppo, nonostante quello che considera un oggettivo dilemma di coscienza, la Fraternità Sacerdotale San Pio X è, per la maggior parte, caratterizzata come scismatica e orgogliosa.   Con spirito di magnanimità, il sommo pontefice, da vero padre, potrebbe costruire un ponte verso la Fraternità Sacerdotale San Pio X, questa parte del suo gregge, e consentire le consacrazioni episcopali in via eccezionale, al fine di favorire un clima in cui, attraverso una maggiore fiducia reciproca, si possa trovare con pazienza e gradualità una soluzione alle questioni dottrinali e ai corrispondenti assetti giuridici.   La Chiesa sinodale dei nostri giorni dovrebbe essere capace di tale ampiezza e generosità pastorale. Alla luce delle numerose e generose dichiarazioni e iniziative ecumeniche degli ultimi decenni, dovrebbe altresì dimostrare la sua capacità di affrontare un grave problema ecclesiale attraverso il dialogo, la pazienza e la comprensione all’interno della Chiesa cattolica.   Di recente, il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha affermato che, riguardo alle deviazioni dei vescovi tedeschi, la Santa Sede non desidera che le divisioni degenerino in misure punitive, sottolineando che i problemi all’interno della Chiesa dovrebbero, ove possibile, essere risolti pacificamente.   Perché questo approccio non dovrebbe essere applicato anche alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, che non rinnega alcun dogma, riconosce il primato del papa, prega per lui e gli professa devozione filiale, pur conservando solo ciò che la Chiesa ha creduto e celebrato universalmente fino al Concilio?   Allo stesso tempo, il Cammino Sinodale Tedesco ha avanzato chiare deviazioni dottrinali che promuovono di fatto eresie e persino posizioni blasfeme. Perché, dunque, si dovrebbe dare importanza alla riconciliazione e al dialogo paziente in un caso e non nell’altro?   Se quest’anno il papa dovesse pronunciare una scomunica, un nuovo anatema, nei confronti dei vescovi consacranti e consacrati, ciò passerebbe alla storia della Chiesa come un errore di eccessiva severità pastorale. Le generazioni future e i futuri papi se ne pentirebbero.   Perché il papa dovrebbe fare oggi ciò che le generazioni future potrebbero rimpiangere domani? Non dovremmo forse imparare dalla storia?   Il papa, in quanto sommo pontefice, non è forse chiamato soprattutto a essere costruttore di ponti?   + Athanasius Schneider vescovo  

Allegati

1) Intervista al Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X del 5 febbraio 2026. 2) Un messaggio ai fedeli e agli amici della Fraternità Sacerdotale San Pio X del 7 marzo 2026. 3) Dichiarazione di fede cattolica indirizzata a Sua Santità Papa Leone XIV da Padre Davide Pagliarani, Superiore Generale della Società Sacerdotale di San Pio X, del 14 maggio 2026.  

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Immagine di Fr Lawrence Lew, OP, via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
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Spirito

Mons. Aguer elogia la rinascita della Messa in latino tra i giovani e dice: l’inventore della Messa nuova era massone

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Renovatio 21 pubblica questo testo dell’arcivescovo Héctor Agüer, vescovo emerito di La Plata, Argentina, apparso sul sito Rorate Coeli.

 

I media e, soprattutto, i social network segnalano che in diversi paesi europei, in particolare tra i giovani, la «Messa tradizionale» viene vissuta con fervore, accompagnata da numerose processioni e pellegrinaggi. Le folle giovanili che hanno fatto rivivere il tradizionale pellegrinaggio Parigi-Chartres hanno attirato grande attenzione, con un’età media di 22 anni. Si tratta di un recupero della tradizione cattolica, soffocata in quei paesi dal liberalismo, dal progressismo e dall’ateismo.

 

La «Messa Tradizionale» può essere definita tale perché risale al VII e VIII secolo [in realtà, al IV e V secolo, ndt] e rimase in vigore per secoli almeno fino al Concilio di Trento, che la rivide e la ripubblicò affinché giungesse fino ai giorni nostri. Essenziale per essa è la sua identificazione con il Sacrificio della Croce, istituito come Sacramento del Sacrificio durante l’Ultima Cena di Gesù con i suoi Apostoli.

 

Questo Sacramento è il mistero della Passione e Resurrezione, consacrato dallo Spirito Santo. La Messa è rivolta alla Gloria del Dio Trino, al quale offre il Sacrificio di Gesù. Nella Chiesa Cattolica, viene offerta come oblazione di pane e vino, che, attraverso le immutabili parole della Consacrazione, diventano il Corpo e il Sangue di Gesù, cibo di immortalità per i fedeli.

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La Messa ha definito il Cattolicesimo dal Concilio di Trento al Concilio Vaticano II. Durante il pontificato di Paolo VI (Giovanni Battista Montini), successore del breve pontificato di Giovanni XXIII (che aveva convocato il Concilio Ecumenico), venne creata una nuova Messa. Si sarebbero potute apportare alcune modifiche alla «Messa Tradizionale», come era stato fatto durante la sua esistenza plurisecolare. Ma no; il Vaticano II cercò di rinnovare tutto, e una nuova Messa doveva nascere dal suo spirito. Sempre valida, certamente; ma non priva di ambiguità che furono lasciate alla discrezione dei celebranti.

 

L’autore della nuova messa fu l’arcivescovo Annibale Bugnini, riconosciuto come massone secondo documenti inconfutabili, sebbene in segreto, in accordo con la natura stessa della massoneria. In essa, il sacerdote si pone di fronte al popolo; le letture bibliche sono moltiplicate e, nel tempo, sono state autorizzate diverse Preghiere Eucaristiche, che ricreano il Canone Unico della «Messa Tradizionale». Sembrerebbe che nella messa di Paolo VI e di Bugnini, il sacerdote che celebra il rito debba sforzarsi di rivolgersi a Dio e di assicurarsi che i fedeli non si confondano.

 

Gli scopi della Messa sono molteplici, ma quello latreutico – l’adorazione e la lode di Dio – è il primario; senza dubbio, la preghiera e la comunione arricchiscono il Popolo di Dio. Questa è la Messa che celebro, nella quale sono stato ordinato quasi 54 anni fa; lo faccio con la massima devozione possibile. Ricordo però che da bambino, da chierichetto, partecipavo regolarmente alla «Messa Tradizionale», un rito che non è mai stato invalidato e che ha accompagnato quello di Paolo VI fino ad oggi, e che, come ho detto all’inizio, viene riscoperto con entusiasmo dai giovani.

 

Pellegrinaggi come quello di Parigi-Chartres, e quelli di Rawson-Luján (Argentina), Oviedo-Covadonga (Spagna), Roma-Subiaco (Italia), e altri che stanno nascendo qua e là, ci parlano di qualcosa di innegabile: l’ortodossia e la Tradizione godono di buona salute e sono una garanzia per il futuro.

 

Bisognerebbe prendere esempio da un certo vescovo che è entrato in Messa su uno skateboard, o da alcuni sacerdoti che si travestono da clown durante le celebrazioni. Tali oltraggi possono solo innescare un effetto domino.

 

Come giustamente insegna la Chiesa, «nessuno, neanche se sacerdote, può aggiungere, togliere o cambiare nulla» di ciò che è stabilito nei libri liturgici.

 

Non si tratta di creatività, ma di fedeltà.

 

+Héctor Agüer

Emerito di La Plata, Argentina

 

1° giugno 2026

Festa di San Giustino, martire.

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Germania-AfD: L’incubo di un episcopato senza radici

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Bisogna risalire molto indietro nel tempo per trovare una divisione così abissale tra un episcopato nazionale e una forza politica di rilievo. La condanna unanime pronunciata dai vescovi tedeschi, che definiscono Alternativa per la Germania (AfD) un partito «nazional-razziale», riflette le tensioni che scuotono la Chiesa in Germania, alla vigilia di un’elezione regionale storica il cui esito si preannuncia già drammatico.   Il partito nazional-conservatore, forte delle più recenti proiezioni elettorali in Sassonia-Anhalt per le prossime elezioni del 6 settembre 2026, è pronto, in caso di vittoria, a guidare il primo governo regionale della sua storia. Un’ascesa fulminea che testimonia la totale disconnessione tra la base e le «élite» al potere. Questa aperta guerra di parole e le ripetute accuse di deriva estremista non devono però oscurare il fatto che il partito di opposizione, forte di una crescente base popolare nell’ex Germania dell’Est, sta ora adottando posizioni decisamente ostili ai privilegi finanziari storici delle confessioni religiose.   Questo è sufficiente a terrorizzare la burocrazia elefantiaca ed estremamente ricca della Chiesa in Germania, composta da migliaia di laici e personale lautamente retribuito. La leadership ecclesiastica non è chiaramente disposta a rinunciare a un sistema fiscale statale che garantisce la sua ricchezza materiale. «Dal momento che le chiese non trasmettono più il cuore del messaggio cristiano e sono impegnate principalmente in attivismo politico di sinistra, non possono più beneficiare di agevolazioni fiscali», sostengono i sostenitori dell’AfD, che prendono di mira direttamente il sistema di lunga data della tassa ecclesiastica (Kirchensteuer) e dei sussidi statali diretti.

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Mons. Gerhard Feige di Magdeburgo è uno dei principali prelati che tentano di invertire questa tendenza, esortando i fedeli ad abbandonare il partito ribelle. Nella sua diocesi, tuttavia, i dati sono allarmanti: dei 66.000 cattolici registrati a fini fiscali, appena 7.000 frequentano ancora la Messa domenicale. Questo evidente vuoto spirituale riflette il fallimento di un approccio pastorale secolarizzato, in cui le chiese si svuotano mentre l’apparato amministrativo si gonfia.   Luke Coppen, scrivendo sulla rivista cattolica The Pillar, ha fatto eco a questo sentimento, sottolineando che la leggendaria ricchezza dei vescovi tedeschi costituisce in realtà la loro «massima vulnerabilità» di fronte a un governo risoluto.   L’ironia è palpabile, soprattutto considerando che il deputato dell’AfD Malte Kaufmann ha recentemente rivelato di aver incontrato Papa Leone XIV in Vaticano, affermando che il pontefice si era mostrato ricettivo alla sua difesa dei valori familiari tradizionali: uno schiaffo in faccia per l’episcopato locale, dato che ormai «non c’è motivo di credere» che i prelati conservino alcuna autorità morale sulle scelte degli elettori.   A pochi mesi dalle cruciali elezioni del 6 settembre, l’offensiva finanziaria pianificata dall’AfD contro un episcopato già duramente criticato per gli eccessi eterodossi e stravaganti del suo «Cammino sinodale», invia un segnale molto negativo al progressismo ecclesiastico tedesco.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Immagine di Thomas Guffler via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
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