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Geopolitica

Biden ha distrutto il Nord Stream 2: più che terrorismo di Stato, è un «atto di guerra»

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Si tratta della notizia del mese, dell’anno, forse del decennio. Il più importante mistero geopolitico dei nostri anni, almeno dall’11 settembre a questa parte, parrebbe aver trovato una soluzione – il bombardamento del gasdotto Nord Stream 2 ha un colpevole: Biden e la sua amministrazione.

 

Seymour Hersh, detto anche «Cy», è il giornalista premio Pulitzer che a fine anni Sessanta portò alle cronache i massacri orrendi perpetrati dalle truppe USA in Vietnam (il caso di My Lai») così come le torture viste in Iraq (il caso Abu Grahib). Successivamente, Hersh – forte come sempre di fonti attendibili – ha messo in dubbio la versione ufficiale della morte di Bin Laden per opera del commando americano dei Navy Seals Team 6. Il lettore di Renovatio 21 può aver letto il nome di Hersh nelle storie su Epstein: è il giornalista che ritiene che il padre di Ghislaine Maxwell – inseparabile dama di Epstein –, il mogul britannico Robert Maxwell, fosse in realtà una spia atomica del Mossad.

 

Nonostante la carriera più che cinquantennale – mezzo secolo di inchieste dirompenti su Esercito, CIA, potere dell’establishment americano vario – e i vari premi ricevuti, oggi Seymour Hersh ha dovuto pubblicare il suo sconvolgente articolo su Substack, la piattaforma per le penne esodate dai grandi media. (Questo dice davvero molto sullo stato della stampa odierna, asservita al potere in modo spudorato, vergognoso).

 

In un lungo reportage dettagliato e scioccante, Hersh dimostra come l’amministrazione Biden e l’esercito degli Stati Uniti si siano mobilitati per pianificare e portare a termine l’esplosione degli oleodotti russo-tedeschi Nord Stream.

 

Questo progetto, racconta Hersh, è iniziato nel 2021. Il quartier generale del comando selezionato per eseguire l’assalto fisico ai gasdotti sarebbe stato l’altamente riservato U.S. Navy’s Diving and Salvage Center a Panama City, in Florida. La scelta della struttura di Panama City sarebbe basata sulla possibilità di ammantare tutto nella segretezza più assoluta. In quanto personale della Marina, le operazioni dei membri del centro azioni non sono soggette a quelle operazioni segrete che invece devono essere segnalate e informate in anticipo ai vertici del Senato e della Camera. Hersh ricorda inoltre un’operazione di spionaggio sottomarino riuscita nel 1971, quando gli americani riuscirono a piazzare una cimice su un cavo militare subacqueo della Marina russa.

 

«Lo scorso giugno», scrive Hersh, «i sommozzatori della Marina, operando sotto la copertura di un’esercitazione NATO di mezza estate nota come BALTOPS 22, hanno piazzato gli esplosivi attivati ​​a distanza che, tre mesi dopo, hanno distrutto tre dei quattro oleodotti Nord Stream, secondo una fonte con conoscenza diretta della pianificazione operativa».

 

A suo tempo, Renovatio 21 ha scritto plurime volte della bizzarra coincidenza per cui l’esplosione del gasdotto sia avvenuta esattamente nel punto in cui a giugno era avvenute le cicliche esercitazioni NATO BALTOPS 22, peraltro organizzate dalla Sesta Flotta degli USA, la cui nave ammiraglia è di basa a Gaeta, in Italia.

 

Nell’articolo viene dato conto del sostegno di certa parte della politica, per esempio il senatore texano Ted Cruz, idolo di tanti conservatori. «L’opposizione al Nord Stream 2 è divampata alla vigilia dell’inaugurazione di Biden nel gennaio 2021, quando i repubblicani del Senato, guidati da Ted Cruz (…) hanno ripetutamente sollevato la minaccia politica del gas naturale russo a buon mercato durante l’udienza di conferma di Blinken». A quel punto, continua Hersh, il Senato «aveva approvato con successo una legge che… bloccava [il gasdotto] sul suo percorso».

 

La trazione repubblicana dell’immane atto di sabotaggio si sarebbe fatta sentire con forza. Quando Biden, in comunicazione con Zelens’kyj, esitava a muoversi contro gli oleodotti, i repubblicani del Senato hanno reagito, bloccando tutti i candidati alla politica estera di Biden e ritardando l’approvazione del disegno di legge annuale sulla difesa fino all’autunno.

 

Al contempo, è dettagliato senza infingimenti il fatto che i gasdotti Nord Stream avvantaggiavano la Germania fornendo energia a basso costo all’Europa, una sorta di continuazione concreta della Ostpolitik di Willy Brandt. Si ricorda che il gas economico della Russia di fatto allontana la Germania e l’Europa dalla sfera di influenza americana – e dalle sue esportazioni. «A Washington non era chiaro dove si trovasse Olaf Scholz, il nuovo cancelliere della Germania», scrive Hersh, ricordando un suo discorso a Praga che di fatto faceva pensare ad un allontanamento da Washington. Il lettore di Renovatio 21 sa delle rivelazioni apparse qualche tempo fa sui giornali tedeschi: la CIA avrebbe avvertito i servizi tedeschi del piano di distruzione dei gasdotti settimane prima del fatto.

 

La pianificazione operativa per un attacco fisico agli oleodotti è iniziata quindi a partire da dicembre 2021. Il presunto motivo degli incontri segreti di alto livello tenutisi in quel momento alla Casa Bianca, era l’affermazione che il presidente russo Vladimir Putin stava per invadere l’Ucraina. Quelli convocati dai capi di stato maggiore congiunti, dalla CIA, dai dipartimenti di Stato e del Tesoro, cominciarono a rendersi conto che questo argomento – l’Ucraina – era completamente legato nei procedimenti segreti ai piani per distruggere gli oleodotti. Si sono verificati molti altri incontri.

 

Le fonti di Hersh non nascondono il fatto che c’era scetticismo in reazione all’«entusiasmo della CIA per un attacco segreto in acque profonde». Hersh rivela che «alcuni lavoratori della CIA e del Dipartimento di Stato dicevano: “Non fatelo. È stupido e se uscirà fuori sarà un incubo politico”». Tuttavia, all’inizio del 2022, il gruppo di lavoro della CIA ha riferito al gruppo interagenzie guidato dal giovane consigliere per la sicurezza nazionale (e consigliere della campagna di Hillary Clinton, e falco antirusso) Jake Sullivan: «abbiamo un modo per far saltare in aria gli oleodotti».

 

Poco dopo, Biden si incontrava a Washington con Scholz, che è stato spinto a sostenere la squadra statunitense. Quella è stata la conferenza stampa in cui Biden ha balbettato: «Se la Russia invade… non ci sarà più un Nord Stream 2». Biden stava semplicemente ripetendo, osserva Hersh, ciò che Victoria Nuland aveva detto 20 giorni prima, in un briefing del Dipartimento di Stato: «Se la Russia invade l’Ucraina, in un modo o nell’altro il Nord Stream 2 non andrà avanti».

 

Sono video che vi ha fatto vedere a suo tempo Renovatio 21.

 

«Se la Russia invade… allora non ci sarà più un Nord Stream 2. Porremo fine a tutto questo» aveva detto pubblicamente Biden. Alla giornalista che aveva giustamente chiesto come aveva intenzione di farlo, ha risposto non troppo vagamente: «Te lo giuro, saremo in grado di farlo».

 

Non possiamo tuttavia dimenticare che lo aveva detto con estrema chiarezza anche da Victoria Nuland, alta funzionaria neocon del dipartimento di Stato, moglie di famiglia neocon, responsabile per l’Eurasia e soprattutto per tutti questi anni di disastro a Kiev.

 

Ricorderete poi le buffe smentite degli stessi.

 

Hersh racconta della frustrazione dei membri dell’operazione nel vedere Biden che spiattella il piano in mondovisione: la covert operation, l’operazione coperta, non era più coperta.

 

«È stato come mettere una bomba atomica a terra a Tokyo e dire ai giapponesi che l’avremo fatta esplodere», dice la fonte. «Il piano prevedeva che le opzioni venissero eseguite dopo l’invasione e non pubblicizzate pubblicamente. Biden semplicemente non l’ha capito o l’ha ignorato».

 

Tecnicamente, si voleva far saltare i gasdotti con dell’esplosivo C4 e bombe a timer: si tratta dell’operazione per cui si erano esercitati i sommozzatori in Florida. Le bombe avrebbero dovuto esplodere poche ore dopo la fine dell’esercitazione della NATO BALTOPS 22. All’ultimo momento, i piani alti sembrano aver cambiato il programma: farle esplodere così, a pochissimo tempo dalle esercitazioni NATO sarebbe stato sospetto, pensavano a Washington. Meglio quindi piazzare gli esplosivi, e poi utilizzare un radiocomando per farli esplodere alla bisogna.

 

Nell’articolo è raccontato con dovizia di particolari il ruolo di una nuova base sottomarina degli USA in Norvegia, Paese ricco di idrocarburi che, notiamo en passant, è la patria del segretario NATO Jens Stoltenberg, e il cui gasdotto per la Polonia è stato, coincidenza significativa, inaugurato nelle stesse ore in cui il Nord Stream 2 veniva devastato sul fondo del Baltico.

 

I dettagli messi in campo da Hersh ci paiono un po’ troppi per poter smentire. Tuttavia, nella svergognata era di Joe Biden, si tira dritto: la Casa Bianca, implicata pesantemente e con nomi e cognomi nel reportage del decano dei giornalisti investigativi, ha smentito con decisione: la portavoce della Casa Bianca Adrienne Watson ha già risposto via mail: «Questa è una finzione falsa e completa». Anche la CIA avrebbe smentito seccamente.

 

La fonte di Hersh ammette in fondo al pezzo che bisogna riconoscere che Biden «ha avuto le palle» per fare quello che aveva detto avrebbe fatto. Tutto, nell’operazione Nord Stream è stato perfetto, dice la fonte, «a parte la stessa decisione di farlo».

 

«Questa non è roba da bambini», dice la gola profonda di Hersh parlando della segretezza con cui si muoveva l’operazione. Se l’attacco viene ricondotto agli Stati Uniti, «è un atto di guerra».

 

È impossibile non essere d’accordo. I russi descrivevano il caso come un atto di «terrorismo internazionale»; ora sappiamo che si tratta pure di «terrorismo di Stato». Lo Stato di terrore in cui è gettata l’Europa in questa crisi economico-energetica autoinflitta, è una forma di terrorismo di Stato ulteriore, basata su strumenti di offesa di ordine economico, come una bomba che colpisce le vite di mezzo miliardo di cittadini europei.

 

Ora, tuttavia, sappiamo che è possibile non solo parlare di terrorismo, ma di «atto di guerra». Perché gli stessi perpetratori lo sapevano, ma nella demenza della Casa Bianca di Biden, sono andati avanti lo stesso.

 

Come risponderà la Russia? A questo punto, è lecito aspettarsi anche l’impensabile. Un atto di guerra, pure dichiarato a questo punto, chiama come risposta la guerra. In pratica, siamo davvero – davvero – sull’orlo della Terza Guerra Mondiale.

 

E la Terza Guerra Mondiale non sarà combattuta con tubature di gas – ma con armi termonucleari ipersoniche, che non ci daranno nemmeno il tempo di capire che sta accadendo, che la fine del mondo è davvero ad un passo.

 

Lo avevamo scritto nel primo articolo di analisi della catastrofe del Nord Stream, guardando le foto di questo immenso gorgo bianco al fondo dell’Oceano. Nella mitologia norrena, Amleto – personaggio folclorico magico ed eroico, poi umanizzato da Shakespeare – possiede un favoloso mulino che, nei tempi antichi, portava molta pace e prosperità. Più tardi, durante la decadenza, il mulino cominciò a macinare il sale. Caduto in fondo al mare, ora macina rocce e sabbia, creando un grande vortice identificato con il «Maelstrom, la corrente che macina». Un gorgo che tutto inghiotte.

 

L’Europa è la prima cosa che il mulino di Amleto sta inghiottendo – la sua esistenza è stata programmata di là dell’Oceano proprio per questo, in realtà.

 

Tuttavia il mulino di Amleto potrà andare ben oltre, e portare nell’abisso l’intero mondo.

 

Accadrà mentre i vostri concittadini, quelli che mai leggeranno queste righe, sono impegnati a pensare a Zelens’kyj a Sanremo.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

Geopolitica

Netanyahu: la Cisgiordania è «la nostra terra»

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Israele continuerà a costruire insediamenti illegali in Cisgiordania in preparazione di una «importante» ondata di immigrazione ebraica, ha dichiarato il primo ministro Binyamin Netanyahu. La più recente espansione degli insediamenti israeliani ha suscitato critiche da parte dei paesi arabi confinanti e dei partner occidentali.

 

«Oggi, molti dei nostri fratelli e sorelle in tutto il mondo capiscono: questa è la nostra terra e rimarrà tale», ha dichiarato Netanyahu martedì a Gerusalemme. «E quando dico “la nostra terra”, intendo ogni uomo e ogni donna ebrea, la porta è aperta. Vi aspettiamo. Stiamo preparando le porte per una grande Aliyah». cioè l’immigrazione ebraica in Israele.

 

Non è chiaro se la «grande aliyah» prevista da Netanyahu si concretizzerà davvero. Gli israeliani sono emigrati in numero crescente dall’attacco di Hamas del 2023 e dalla successiva guerra a Gaza. Secondo un rapporto della rivista 972, oltre 150.000 israeliani hanno lasciato il Paese tra il 2024 e il 2025.

 

Il primo ministro israeliano ha parlato a un evento organizzato dal Consiglio regionale di Binyamin, che amministra 47 insediamenti ebraici in Cisgiordania. Tutti questi insediamenti, situati al di fuori dei confini israeliani del 1967, sono considerati illegali dalle Nazioni Unite e il trasferimento di popolazione da parte di Israele verso di essi è stato giudicato dalla Corte penale internazionale una violazione della Convenzione di Ginevra.

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Sebbene lo Stato israeliano a volte autorizzi preventivamente la costruzione di insediamenti, questi in genere iniziano come avamposti su terre palestinesi, finché non vengono legalizzati retroattivamente dal governo israeliano. Durante il suo discorso di martedì, Netanyahu si è vantato del fatto che il suo governo ha istituito e regolarizzato «104 insediamenti e 160 fattorie e continuiamo a farne altri».

 

«Non è facile, non è mai facile», ha continuato. «La terra d’Israele si conquista con la sofferenza. A volte anche con i sorrisi, a volte anche con le discussioni, ma la stiamo conquistando. Non ci arrendiamo, abbiamo una visione, questa è la nostra terra e rimarrà tale».

 

La scorsa settimana, Israele ha aperto le gare d’appalto per la costruzione di oltre 1.200 abitazioni nel progetto di insediamento E1, situato a est di Gerusalemme. Il progetto, che prende il nome dalla sua designazione sulle mappe urbanistiche israeliane, comprenderà oltre 3.400 abitazioni ed è stato approvato dal governo Netanyahu lo scorso anno.

 

Il piano E1 prevede la creazione di un corridoio terrestre tra Gerusalemme Est e l’insediamento esistente di Ma’ale Adumim, entrambi costruiti su territorio palestinese. Interromperà inoltre i collegamenti stradali tra le città palestinesi di Ramallah e Betlemme, situate rispettivamente a Nord e a Sud di Gerusalemme.

 

Otto stati arabi e musulmani, tra cui Arabia Saudita, Pakistan e Turchia, membri del Patto della Mecca, hanno respinto «categoricamente» il piano, definendolo «una pericolosa escalation». Anche il Regno Unito, il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda, la Commissione europea e 15 stati europei hanno condannato il progetto.

 

«L’insediamento E1 comprometterà la prospettiva della soluzione a due Stati, creando una spaccatura in Cisgiordania», hanno dichiarato in un comunicato stampa giovedì scorso. «In un momento di grave instabilità in Cisgiordania, con livelli di violenza senza precedenti da parte dei coloni contro i civili e gravi restrizioni all’economia palestinese, questa decisione è ancora più preoccupante».

 

Netanyahu ha lasciato intendere per anni di voler annettere l’intera Cisgiordania, definendo l’opzione «sul tavolo» anche dopo aver firmato accordi di pace con gli stati arabi nel 2020. I partner di coalizione più intransigenti di Netanyahu sono stati più espliciti: il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha esortato il primo ministro a giugno ad «esercitare la sovranità qui in Giudea e Samaria [Cisgiordania] prima delle elezioni» di ottobre.

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Immagine di Denns Jarvis via Flickr pubblicata su licenza CC BY-SA 2.0

 

 

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Geopolitica

Netanyahu: «l’Iran ha tentato di uccidere uno dei miei figli»

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Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che l’Iran avrebbe tentato di uccidere uno dei suoi figli, un’accusa di grande impatto formulata senza indicare quale dei due fosse il bersaglio, quando sarebbe stato organizzato il presunto piano né quanto fosse vicino alla realizzazione.   La notizia è emersa quasi per caso lunedì, durante un’intervista telefonica al Canale 14 israeliano sulle misure di sicurezza riservate al rivale politico Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore che lo sfida in vista delle elezioni del 27 ottobre.   «Questo è un caso incredibile. L’Iran ha preso di mira uno dei miei figli. L’Iran ha cercato di ucciderlo, ha cercato di uccidere uno dei miei figli», ha detto Netanyahu, sostenendo che la scorta h24 per Eisenkot «non è un lusso» e avvertendo che, in sua assenza, gli iraniani «avranno successo».   Netanyahu ha due figli, Yair e Avner. Non ha precisato a quale dei due si riferisse, né ha indicato dove o con quali modalità l’Iran intendesse colpirlo.   Yair è noto per una serie di polemiche. Il documentario sulla presunta corruzione del premier israeliano The Bibi Files (2024) lo descrive come un estremista che porta il padre verso posizioni ultrasioniste. Durante le manifestazioni massive antigovernative nelle piazze israeliane prima del 7 ottobre 2023, lo Yair ha affermato che il Dipartimento di Stato americano era «dietro le proteste in Israele, con l’obiettivo di rovesciare Netanyahu, apparentemente per concludere un accordo con gli iraniani».   Come noto, il ragazzo qualche anno fa pubblicò un meme, incredibilmente definito come «antisemita» pure dalla stampa italiana, che ritraeva George Soros come puparo del mondo. Nelle ultime settimane è emerso che anni fa aveva di fatto ipotizzato su Twitter come ritorsione contro la Spagna un’invasione marocchina del suo territorio, cosa poi puntualmente realizzatasi a Ceuta.   Di recente, alcuni critici avevano attaccato il ragazzo perché sembrava soggiornare a Miami mentre lo Stato Ebraico mandava al fronte tanti giovani.

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Fonti della stampa israeliana hanno riferito in modo autonomo che a luglio è stata rafforzata la protezione statale per la moglie Sara e per entrambi i figli. Il Canale 12 ha scritto che il presunto complotto iraniano era noto da mesi all’apparato di sicurezza israeliano, ma era coperto da un ordine di silenzio militare.   L’affermazione arriva mentre Netanyahu affronta una campagna elettorale difficile. Sondaggi successivi hanno mostrato che il suo blocco di governo non raggiunge i 61 seggi necessari per la maggioranza, mentre altri rilevamenti indicano Eisenkot in lotta serrata con Netanyahu e il Likud, o addirittura in vantaggio. A luglio Reuters aveva riportato che i sondaggi prefiguravano una sconfitta della coalizione di Netanyahu, anche se l’opposizione frammentata non aveva una via chiara per formare un esecutivo.   Anche il presidente statunitense Donald Trump ha sostenuto che Teheran avrebbe tentato di ucciderlo, prima ancora che la prima ondata di attacchi congiunti USA-Israele del 28 febbraio uccidesse la Guida Suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei.   «L’ho preso prima che lui prendesse me», ha detto Trump in un’intervista ad ABC News poco dopo l’attacco, nel quale sono morte anche la figlia di Khamenei, Boshra, la nipotina di 14 mesi Zahra, un genero e una nuora.   Durante il vertice NATO in Turchia a luglio, Trump fu fatto scendere in segreto dall’Air Force One e trasferito su un altro aereo militare a bordo di un camion per il catering, dopo che Israele aveva trasmesso informazioni di intelligence su un’altra presunta minaccia di assassinio da parte dell’Iran. L’operazione straordinaria fu tenuta nascosta persino ad alcuni membri del seguito.   Come riportato da Renovatio 21, l’Intelligence USA avrebbe valutato le informazioni israeliane con «scarsa affidabilità», mentre Teheran ha smentito le accuse più generali di aver tentato di assassinare Trump a margine del vertice NATO di Ankara, dove il presidente ha cambiato aereo venendo trasportato in un carrello per il cibo. Sono seguite accuse per aver usato i giornalisti, rimasti nell’aereo considerato come obiettivo dell’attentato, come esche.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr  
 
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Economia

Il Canada minaccia di interrompere l’elettricità agli USA. Il premier dell’Ontario a Trump: «baciami il sedere!»

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Il premier dell’Ontario, Doug Ford, ha minacciato di sospendere le forniture di elettricità e di minerali strategici agli Stati Uniti qualora il presidente Donald Trump prosegua nell’inasprimento della guerra commerciale con il Canada, suscitando una replica accesa da parte di Trump.

 

Lo scontro è scoppiato poche ore dopo l’annuncio di Trump che i dazi su auto, camion, componenti auto e acciaio canadesi saliranno al 50% dal 1° gennaio 2027. La mossa è arrivata dopo il fallimento dei negoziati della scorsa settimana e dopo un ulteriore dazio del 50% scattato sabato su importazioni canadesi per circa 20 miliardi di dollari.

 

«Tutto è sul tavolo. Farò tutto il necessario», ha dichiarato Ford all’Associated Press lunedì, precisando che l’Ontario potrebbe alzare i prezzi dell’elettricità o interromperne del tutto l’esportazione.

 

«Forniamo energia a 1,5 milioni di case e aziende», ha aggiunto, avvertendo che se Trump insisterà nel tentativo di smantellare l’industria manifatturiera canadese, «farebbe meglio ad avere una scorta di batterie».

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Trump ha risposto su Truth Social, definendo «spacconate» le parole di Ford e attaccando personalmente il premier, prima di intimare ai leader canadesi di «mettersi in riga».

 

«Qualcuno dovrebbe far rigare dritto questi pagliacci, altrimenti le conseguenze per il Canada saranno molto PEGGIORI!», ha scritto Trump, definendo ancora il primo ministro Mark Carney «Governatore Carney», sostenendo che gli Stati Uniti sono «molto più grandi, più ricchi e più forti» e che il Canada «non potrebbe sopravvivere» senza il vicino meridionale.

 

«Ho un sacco di spazio sul sedere, quindi ha un sacco di spazio per baciarmi il sedere», ha replicato Ford in una conferenza stampa lunedì.

 

Ford ha sostenuto che Ottawa dovrebbe valutare ritorsioni sempre più dure, comprese restrizioni su petrolio, potassio e minerali strategici. La premier del Quebec, Christine Frechette, la cui provincia è un grande fornitore di energia idroelettrica, ha detto di non seguire al momento la linea di Ford, pur non escludendola in vista di una «nuova fase» della controversia in Canada.

 

Il Ford, va ricordato, ha sostenuto l’invocazione da parte del governo Trudeau della legge sulle emergenze in risposta alla protesta dei camionisti antivaccinisti che scuoteva il Canada in lockdown, repressa con la violenza della polizia e persino il nuovo fenomeno della debancarizzazione dei manifestanti.

 

Il Canada resta di gran lunga il primo fornitore estero di elettricità per gli Stati Uniti, anche se a livello nazionale la dipendenza è contenuta. I dati dell’EIA indicano che nel 2025 gli USA hanno importato circa 24,5 terawattora dal Canada ed esportato circa 16 terawattora, con una dipendenza netta pari allo 0,2% del consumo totale americano.

 

L’esposizione è però molto più marcata negli Stati di confine come New York, Michigan e Minnesota, dove l’energia canadese può risultare cruciale nei picchi di domanda.

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Nel frattempo il boom dell’Intelligenza Artificiale sta mettendo sotto pressione le reti regionali, mentre le big tech accelerano la costruzione di enormi data center iperscalabili ad alto consumo. Nel luglio 2026 lo Stato di Nuova York ha imposto una moratoria di un anno sui permessi ambientali discrezionali per le nuove infrastrutture iperscalabili, in attesa di norme volte, tra l’altro, a tutelare la stabilità della rete e i consumatori.

 

L’Ontario ha già usato in passato la minaccia del dazio sull’elettricità. Nel marzo 2025 Ford aveva imposto una sovrattassa del 25% sulle esportazioni verso i tre Stati, poi sospesa dopo che Trump aveva minacciato di raddoppiare i dazi su acciaio e alluminio canadesi.

 

Lunedì anche Carney ha risposto all’ultima minaccia tariffaria di Trump, accusando Washington di voler smantellare l’industria automobilistica canadese imponendo condizioni ritenute inaccettabili da Ottawa. Dopo che il Canada ha abbandonato i colloqui venerdì sera, Carney ha detto che gli Stati Uniti «hanno chiesto troppo e offerto troppo poco» e ha annunciato dazi di ritorsione equivalenti a partire dall’8 settembre.

 

Come riportato da Renovatio 21, due giorni fa Trump, in seguito al fallimento dei colloqui commerciali tra i due Paesi, ha affermato che il Canada vuole «i vantaggi di essere uno Stato, senza esserlo». «Il Canada vuole i vantaggi di essere uno Stato, senza esserlo!!! Inoltre, per molti anni ha imposto dazi doganali esorbitanti ai nostri bravi agricoltori. Basta!!!» ha scritto nel suo post su Truth social.

 

Trump in passato aveva ripetutamente affermato che gli Stati Uniti stavano sovvenzionando l’economia canadese per un importo di 200 miliardi di dollari all’anno, ipotizzando che sarebbe stato più fattibile assorbire il Paese come «tanto amato» 51° stato. L’ex premier canadese Giustino Trudeau aveva detto che la minaccia di anschluess da parte di Trump era «reale».

 

Come riportato da Renovatio 21, due mesi fa Trump aveva dichiarato di voler espandere il Paese aggiungendo Canada, Groenlandia e Venezuela come nuovi Stati USA, definendo poi le sue dichiarazioni come uno scherzo.

 

A gennaio nel corso del suo intervento al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, Carney ha sostenuto che l’ordine globale basato su regole è ormai al tramonto e ha invitato le «potenze medie» a unirsi, affermando che «se non sei al tavolo, sei nel menu».

 

Trump ha replicato durante il proprio discorso a Davos dichiarando che il Canada «vive grazie agli Stati Uniti», un’affermazione prontamente respinta da Carney. In seguito, Trump ha revocato l’invito rivolto a Carney per partecipare al suo proposto «Board of Peace», l’organismo da lui ideato – secondo le sue parole – per affrontare e risolvere i conflitti internazionali.

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Come riportato da Renovatio 21, Trump ha aggiunto che il Canada verrà «divorato» dalla Repubblica Popolare.

 

Il presidente aveva canzonato il Canada con filmati AI dopo la vittoria olimpica nella finale a Milano della squadra nazionale di Hockey americana contro quella canadese.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’esercito canadese ha sviluppato un modello di risposta in stile mujaheddin afghani a un’ipotetica invasione statunitense.

 

Ad aprile The Donald aveva ammesso che l’anschluess del Canada era improbabile. Tuttavia, come ognuno sa, sapere cosa farà l’attuale presidente USA risulta talvolta molto difficile.

 

L’annessione del Canada rimane ad ogni modo conforme alla dottrina geopolitica «emisferica» esposta e perseguita nel primo anno del secondo mandato Trump, la cosiddetta «dottrina Donroe» (cioè Donald più Monroe) che vede, secondo un plurisecolare pensiero geostrategico, l’ampliamento del dominio USA nel continente come il «destino manifesto» di Washington.

 

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Immagine di Eurasia Group via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic

 

 

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