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Zuckerberg ammette di avere censurato tutti. Sarà punito lui o il sistema che ha dietro?

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Il CEO di Meta Mark Zuckerberg ha ammesso che l’amministrazione Biden ha fatto pressione sulle sue aziende di social media «per censurare determinati contenuti sul COVID-19» e che era sbagliato censurare la storia del laptop di Hunter Biden.

 

In una lettera indirizzata al presidente della commissione giudiziaria della Camera, il deputato repubblicano Jim Jordan, lo Zuckerberg scrive che «nel 2021, alti funzionari dell’amministrazione Biden, inclusa la Casa Bianca, hanno ripetutamente fatto pressione sui nostri team per mesi affinché censurassero determinati contenuti sul COVID-19, tra cui umorismo e satira, e hanno espresso molta frustrazione nei confronti dei nostri team quando non eravamo d’accordo».

 

«Alla fine, la decisione se rimuovere o meno i contenuti è stata nostra, e siamo responsabili delle nostre decisioni, comprese le modifiche relative al COVID-19 che abbiamo apportato alla nostra applicazione in seguito a questa pressione», afferma il giovane ultramiliardario.

 


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«Credo che la pressione del governo fosse sbagliata e mi dispiace che non ne siamo stati più espliciti», continua l’amministratore delegato, presidente e fondatore di Facebook. «Penso anche che abbiamo fatto delle scelte che, a posteriori e con nuove informazioni, oggi non faremmo».

 

«Come ho detto ai nostri team in quel momento, sono fermamente convinto che non dovremmo compromettere i nostri standard di contenuto a causa delle pressioni di qualsiasi amministrazione, in entrambe le direzioni, e siamo pronti a reagire se dovesse succedere di nuovo qualcosa del genere».

 

Lo Zuck non si è fermato al coronavirus. Ha anche ammesso che è stato un errore censurare l’articolo-bomba del New York Post sul laptop di Hunter Biden prima delle elezioni del 2020.

 

«In una situazione separata, l’FBI ci ha messo in guardia su una potenziale operazione di disinformazione russa sulla famiglia Biden e Burisma in vista delle elezioni del 2020», si legge nella lettera. «Quell’autunno, quando abbiamo letto un articolo del New York Post che riportava accuse di corruzione che coinvolgevano la famiglia dell’allora candidato democratico alla presidenza Joe Biden, abbiamo inviato la storia ai fact-checker per una revisione e l’abbiamo temporaneamente declassata in attesa di una risposta».

 

«Da allora è stato chiarito che il reportage non era disinformazione russa e, a posteriori, non avremmo dovuto sminuire la notizia», ​​ha affermato Zuckerberg, che non si avventura in pensieri sul fatto che, a questo punto, possiamo definire le elezioni che si sarebbero tenute di lì a poche settimane come falsate, viziate in partenza.

 

Di più: ecco che vengono a galla gli «Zuck-bucks», cioè l’investimento da quasi mezzo miliardo di dollari fatto dal fondatore di Facebook per salvaguardare «l’integrità elettorale». In vista delle elezioni presidenziali del 2020, lo Zuckerberg aveva donato più di 400 milioni di dollari a un’organizzazione non-profit di sinistra, The Center for Technology and Civic Life, che ha poi distribuito il denaro agli uffici elettorali dei governi locali, in gran parte nelle contee a maggioranza democratica. Varie analisi hanno dimostrato che il finanziamento ha notevolmente aumentato i margini di voto di Joe Biden in stati chiave cruciali e potrebbe aver determinato l’esito delle elezioni.

 

«Alcune persone credono» che il suo enorme investimento finanziario nel sostegno alle «infrastrutture elettorali» durante le elezioni presidenziali del 2020 «abbia favorito un partito rispetto all’altro», ovvero i Democratici, dice lo Zuckerbergo nella missiva alla Commissione.

 

Tali contributi «sono stati concepiti per essere imparziali e distribuiti tra comunità urbane, rurali e suburbane».

 

«Il mio obiettivo è essere neutrale e non giocare un ruolo in un modo o nell’altro, o anche solo sembrare di giocare un ruolo. Quindi non ho intenzione di dare un contributo simile in questo ciclo», ha detto.

 

Queste improvvise multiple ammissioni stanno facendo discutere il mondo. È praticamente impossibile che il lettore non sappia quello che è successo: durante il biennio pandemico Facebook, il più popolato social della Terra, fece scattare la mannaia della censura su tutti i suoi utenti. Era proibito non solo mettere in discussione restrizioni COVID, vaccini ed origini del virus; in alcuni casi diveniva lampante che diveniva problematico anche solo parlarne, citare la questione, mentre milioni di persone, orwellianamente, si piegavano o restando in silenzio o tentando di esprimersi in quello che chiamano algospeak («v**cino, C*OVID, etc.).

 

In realtà, se il lettore è presente su una piattaforma Meta – cioè Facebook e Instagram, restando la finzione del Whatsapp libero (nonostante le spinte della Casa Bianca e di Bill Gates, che teniamo a mente è in qualche parte socio di Facebook) – è altamente improbabile che non ne sia stato toccato, anche solo con la forma dello shadow banning: pubblicate quello che volete, poi tanto la piattaforma non la mostra a nessuno.

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Come sa chi ci segue, Renovatio 21 fu ripetutamente sospesa, per poi arrivare alla soluzione finale: disintegrazione della pagina Facebook e pure degli account personali associati. Chi scrive si è trovato quindi d’improvviso non più senza lo strumento che portava il traffico a questo sito, ma a tre lustri di memorie, contatti, pensieri, immagini personali. Perché hanno colpito proprio il profilo, cancellandolo – e più avanti, in una sorta di capriccio non subito spiegabile, hanno cancellato pure altre pagine legate alla mia persona, «Civiltà del Tabarro» (gioviale paginetta dedicata all’imbattibile ed eterno soprabito, con migliaia di follower) e pure la paginetta di organizzazione della Messa antica nel mio territorio.

 

Come abbiamo già avuto modo di raccontare, portammo Meta in tribunale, dove il giudice emise l’ordinanza di ridarci la pagina e l’account. Tuttavia, abbiamo avuto subito l’impressione che la pagina fosse shadowbannata: le diecine, centinaia, migliaia di like e condivisioni (in un caso arrivammo a più di 12.000 per un singolo video: un record impressionante) di un tempo si erano ridotte a due, tre.

 

È bene ricordare che non si trattava di una paginetta piccola: eravamo arrivati quasi a 20 mila follower, e continuavamo a crescere. Fino a che ci sembra pure – ma stiamo scavando con la memoria – ci sia stato detto che sopra un certo tetto non potevamo andare. Ad ogni modo, la pagina attualmente è abbandonata, ed è facile capire perché.

 

Di fatto, ci è diventato chiaro che avevamo a che fare con un sistema malvagio. Con pervicacia, portavano avanti un’agenda politica (biopolitica) in spregio al rispetto per l’utente e per la legge italiana. Secondo il diritto commerciale italiano, non è possibile cambiare un contratto senza che una parte avvisi l’altra: e gli «Standard della Comunità», eternamente cangianti per inserirvi qualsiasi cosa (del tipo: l’impossibilità di dire, anche solo in via ipotetica, anche solo riportando il pensiero di esperti, che il COVID potrebbe essere una bioarma), possono costituire una violazione – così almeno pensava il mio avvocato Gianni Correggiari (pace all’anima sua).

 

Inoltre, c’è questa cosa che si chiama Costituzione, che in quei mesi mostrò di non contare nulla. La Carta, e non solo quella italiana, prevede la libertà di espressione, un tratto che ci hanno spiegato (e continuano pure a ripeterlo!) è fondamentale per la Democrazia. Pare invece che abbiano consentito tranquillamente ad una multinazionale straniera di calpestare i diritti costituzionali degli italiani. Perché può anche essere vero che si tratta di una piattaforma privata (normata, ripetiamo, da un rapporto commerciale, dove voi siete in realtà il prodotto: per questo Facebook non dice più che è gratis) ma non esiste che io possa imbavagliare qualcuno che viene a cena a casa mia, né che lo possa mettere alla porta (specie in presenza di un rapporto legale di qualche tipo) tenendomi pure delle cose sue, anche fossero dati intangibili.

 

Il motivo perché davanti a questo macello del diritto – che si innesta nel più grande quadro pandemico del massacro finale dello Stato del diritto, dell’inversione del rapporto tra cittadino e Stato – nessuno ci abbia difesi è semplice. I politici – tutti – sono sottomessi al software dello Zuckerberg, perché chissà mai, se gli diventi antipatico, magari tolgono (senza che tu nemmeno in realtà possa accorgertene, possa averne prova) audience ai tuoi post. E a quel punto, i voti, come li vai a prendere?

 

Salvini, come noto, fece di Facebook lo strumento principale della sua cavalcata politica – ricorderete «la Bestia» e la sua ingloriosa fine. La Meloni non fece, ci pare, che copiare quanto fece Salvini. È quindi improbabile che i vertici si arrischino di difendere i loro elettori contro il guardiano che di fatto permette di arrivare ad essi. Ecco il piccolo segreto di Pulcinella sull’impunità di Facebook: hanno tutti troppa paura. E se i leader lasciano stare, cosa pensate possa fare il deputatino che non sa nemmeno se racimolerà i voti necessari a farsi rieleggere?

 

Per questo ritengo che non ci sia davvero nulla da festeggiare rispetto all’ammissione dello Zuckerberg, che sta solo cercando di fare l’occhiolino al possibile ritorno alla Casa Bianca di Trump, il quale –  ricordiamolo – ha definito Facebook come «nemico del popolo», invitando intere nazioni a portare la società in tribunale.

 

In rete circola qualche lettura della mossa: il ragazzo ebreo del New Jersey in realtà si sta solo portando avanti rispetto ad un possibile whistleblower, una gola profonda che potrebbe ora saltare fuori e spiattellare cose ancora più imbarazzanti – rammentando sempre che il connubio tra lo Stato e i privati per limitare la libertà di parola è severamente proibito dal Primo Emendamento della Costituzione americana, che come quella italiana è stata fatta a pezzettini dal coronavirus.

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Altri dicono che lo Zuckerberg, che a questo punto potrebbe essere accusato apertamente di interferenza elettorale nel 2020, stia cercando di proteggersi da qualcosa di più grande: processi massivi della nuova presidenza Trump, in cui potrebbe essere punito in tribunale con severità esemplare.

 

A questo punto è il caso che facciamo cascare anche un’ulteriore maschera: la censura su Facebook non è iniziata con il COVID. Chi scrive può testimoniare di essere stato testimone di uno strano fenomeno ancora una decina di anni fa: d’improvviso, credo fosse il 2014, Facebook mi tolse, senza alcune spiegazioni, l’accesso alla pagina. Mi venne detto che avrei dovuto caricare un documento per riavere accesso. Ebbene sì: sono stato, purtroppo, pioniere anche della cancel culture e della censura elettronica.

 

In nessun modo mi era chiaro cosa avessi fatto, né vi era modo di saperlo. Bada bene: la mia presenza sui social era piuttosto pacata, perché, per questioni anche professionali oltre che di gusto personale, vi tenevo un profilo piuttosto basso. Niente parolacce, insulti, opinioni al Napalm. Eppure, eccomi cancellato da un sito al quale avevo fornito pensieri, foto, immagini già da 7 anni: mi iscrissi un giorno a Londra nel 2007, vedendo che tutte le amiche mi invitavano a provare questa cosa nuova. «Sono su Facebook» sembrava aver rimpiazzato lo scambiarsi il numero di telefono…

 

Di primo acchito, rifiutai di piegarmi all’ingiunzione posta per riavere l’account sequestrato. Ma come si permettono? Ma cosa è questa roba? Ma è legale che mi chiedano un documento d’identità? Chiesi allora ad un mio collega di verificare dal suo profilo: ogni mia presenza sul social era sparita. «E scusa, i messaggi che ci siamo mandati sul messenger?» Erano spariti anche quelli, cioè risultava che aveva parlato con qualcuno senza faccia, l’iconcina anonima in chat invece della mia foto, e le mie parole sparite: vedeva quello che aveva detto lui, mai quello che rispondevo lui. Grottesco, allucinante, orwelliano. Un piccolo episodio di Black Mirror o per chi se lo ricorda, Ai confini della realtà.

 

Cancellato dal sistema sociale principale dell’era informatica. Ed era solo il 2014.

 

Qualcuno ricorderà pure che ad un certo punto, qualche anno dopo ma sempre molto prima del COVID, decine se non centinaia di aderenti a due movimenti di destra vennero cancellati dal social. Cosa era accaduto? Cosa avevano fatto? Non è mai stato chiarito, partirono querele. Mi divenne chiaro che Facebook operava su input che non potevano essere solo interni all’azienda: qualcuno, anche in Italia, forse compilava questa sorta di «liste di proscrizione e gliele passava».

 

Di fatto, tempo dopo il sito di giornalismo d’inchiesta The Intercept pubblicò nel 2021 alcune di queste liste, che contenevano quantità incredibili di «individui e organizzazioni pericolose», da sigle terroriste ai gruppi musicali. Allora, eravamo finiti già finiti da almeno due anni in lista per Newsguard, lo strano ente presieduto da potenti della Terra (ex direttori CIA inclusi) e fiancheggiato da Gates che addita alcuni siti di essere fake news. Riteniamo che questa lista sia particolarmente delicata: perché riguarda non la politica, ma la biopolitica, ovvero l’interesse primario del potere del XXI secolo. Non sappiamo che cosa succeda poi agli elenchi stilati da Newsguard, ma qualcuno ci ha detto che un colosso informatico mondiale starebbe bloccando Renovatio 21 nella sua rete intranet, una cosa che ci ha un po’ scioccato.

 

E poi, facciamoci un giro in rete. Troviamo immagini di un evento di sei anni fa (sei) chiamato F8 Keynote in cui Zuckerberg parla al pubblico con dietro proiettate enormi le scritte «Combattere le Fake News» e «Integrità elettorale».

 

Mark Zuckerberg F8 2018 Keynote

 

Mark Zuckerberg F8 2018 Keynote

 

Era il 2018, in piena era Trump, e non crediamo che alcun membro dell’amministrazione del biondo del Queens possa aver fatto pressioni all’azienda perché se ne occupasse. Con evidenza, qualcuno, ben prima di Wuhan, con Mark stava già lavorando, magari con pressioni non diverse da quelle di cui ora lui accusa l’amministrazione Biden.

 

Ma allora, qual è davvero il lavoro di Facebook? Cosa vi è dietro?

 

The Onion, il sito di informazione satirica americana par excellence (un tempo divertentissimo, ora con la dittatura woke per niente) pubblicò nel 2011 un video davvero indicativo: «CIA’s “Facebook” Program Dramatically Cut Agency’s Costs», cioè «il programma “Facebook” della CIA riduce drasticamente i costi dell’agenzia».

 

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«Il Congresso oggi ha dato nuovi fondi a Facebook, il programma di sorveglianza di massa operato dalla CIA» dice la conduttrice del finto TG. «Secondo un rapporto della Homeland Security, Facebook ha sostituito qualsiasi altro programma di raccolta informazioni della CIA da quando è stato lanciato nel 2004».

 

«Molto del credito va all’agente CIA Mark Zuckerberg», che è premiato per «il più grande strumento di controllo della popolazione mai creato». Ha-ha.

 

All’epoca, quindi, si poteva discuterne: anzi, sulle origini militari di Facebook si poteva perfino scherzare.

 

Andiamo più a fondo: la giornalista d’inchiesta Whitney Webb non manca di far notare che, per pura casualità, Facebook nasce esattamente lo stesso giorno (4 febbraio 2004) in cui viene cestinato il programma governativo Total Information Awareness (TIA), un sistema di controllo capillare dei cittadini «onniveggente» portato avanti dopo l’11 settembre da personaggi legati allo scandalo Iran-Contra. Il TIA, una iniziativa pubblica, crollò sotto la pressione di giornali e politici che ne indicavano la follia totalitaria soggiacente. Tuttavia, dove il governo non poteva arrivare, sarebbe arrivata una società privata…

 

La Webb butta lì qualche dettaglio di storia aziendale interessante: «Sean Parker, che divenne il primo presidente di Facebook, aveva anche una relazione con la CIA, che lo reclutò all’età di sedici anni subito dopo essere stato arrestato dall’FBI per aver violato database aziendali e militari. Grazie a Parker, nel settembre 2004, [Peter] Thiel ha acquisito formalmente 500.000 di azioni Facebook ed è stato inserito nel suo consiglio di amministrazione».

 

Ora capite, si tratta di punire Zuckerberg o di affrontare qualcosa di più grande dell’ultramiliardario con i suoi bunker apocalittici alle Hawaii e i pedofili che scorrazzano sui suoi social? Che cosa abbiamo davvero davanti?

 

Facebook è solo un ortaggio che compare in superficie: la pianta da sradicare, sotto, è immensa, ha radici ovunque, radici tenaci, e oscure.

 

E quindi: a cosa avete dato i vostri dati, anche i più intimi, anche se nemmeno lo sapete? Fate pure quelli che «non posto mai niente»: bravi, tuttavia, grazie a voi, sanno cosa guardate, chi guardate, chi conoscete dove siete, cosa fate, più almeno una foto buona per il riconoscimento facciale.

 

Se ci mettiamo anche Whatsapp (che Elon Musk definisce «uno spyware»), possiamo dire che sanno pure cosa pensate, come è la vostra vita ad un livello sotto, più privato, di quello pubblico di Facebook. E realizzatelo pure: si dice che esistano profili nascosti, già pronti, anche per coloro che ai social non hanno mai aderito: i dati per crearli un tempo erano soggetti a compravendita, e quindi è facile che anche il nonno, che non sa usare nemmeno un telefonino Nokia, abbia suo malgrado un profilo da qualche parte.

 

E allora, cosa volete farci?

 

Sarebbe il caso di porsi tutti questa domanda. Sarebbe il caso che qualche politico coraggioso – qualcuno deve essere rimasto – affrontasse questo mostro nelle vite dei cittadini, anche a costo di trovarsi privato della piattaforma.

 

No, non è solo Zuckerberg ad essere rimasto impunito sinora. E un sistema immane, sul quale vogliono bassare tutto il XXI secolo: la sorveglianza assoluta dei cittadini, cioè la vostra sottomissione cioè il ritorno della schiavitù. Se la vostra esistenza diventa un insieme di dati su di una piattaforma – come avvenuto col green pass – questo destino è inevitabile. Specie se a breve sarete costretti all’euro digitale.

 

Credetemi, non si tratta di un problema che non vi riguarda. E vi state mettendo like.

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine di Anthony Quintano via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0

Internet

Meta accusata di aver tratto profitto da truffe ai danni di pensionati

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Diversi gruppi statunitensi impegnati nella tutela dei pensionati hanno chiesto al Congresso di avviare un’indagine su Meta, accusando il gigante tecnologico di aver consentito la diffusione di annunci fraudolenti mirati agli anziani, traendone al contempo vantaggio economico. La notizia è stata riportata giovedì da Politico, che cita una lettera inviata ai vertici della Commissione per la Sicurezza Interna della Camera dei Rappresentanti.   Meta, società madre di Facebook, Instagram, WhatsApp e Threads, è da anni al centro di critiche sempre più aspre per questioni che spaziano dalla disinformazione alle frodi online, dalla privacy dei dati ai problemi antitrust, fino all’impatto delle sue piattaforme sulla salute mentale dei giovani.   Le associazioni – tra cui l’Alliance for Retired Americans, l’American Postal Workers Union Retirees e l’American Federation of Teachers – hanno sostenuto che Meta non sia intervenuta con sufficiente tempestività contro le campagne pubblicitarie ingannevoli, esponendo così gli anziani a rischi finanziari rilevanti.

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«Le pubblicità fraudolente relative al programma Medicare si sono diffuse sulle piattaforme Meta e troppi anziani ne sono vittime, mentre Meta ne trae profitto», ha dichiarato a Politico Richard Fiesta, direttore esecutivo dell’Alliance for Retired Americans. «Chiediamo al Congresso di indagare su come queste truffe possano diffondersi, cosa sapesse Meta al riguardo e perché non siano state introdotte misure di protezione più efficaci. Gli anziani non devono essere lasciati vulnerabili mentre truffatori e aziende tecnologiche si arricchiscono».   Un portavoce di Meta ha respinto le accuse, affermando alla testata che l’azienda combatte attivamente le truffe sempre più sofisticate e collabora strettamente con le forze dell’ordine per individuare e smantellare le reti criminali.   Queste nuove contestazioni si aggiungono a una serie sempre più ampia di difficoltà che l’azienda deve affrontare. All’inizio dell’anno un gruppo bipartisan di parlamentari ha esercitato forti pressioni sull’amministratore delegato di Meta, Mark Zuckerberg, riguardo all’efficacia delle misure antifrode adottate dalla società. A novembre i legislatori avevano già chiesto un’indagine federale dopo che un articolo di Reuters, basato su documenti interni, aveva suggerito che la pubblicità fraudolenta potesse rappresentare circa il 10% del fatturato di Meta nel 2024.   L’azienda continua a subire pressioni normative in varie parti del mondo. In Europa, Meta sta contestando una multa antitrust di 797 milioni di euro e deve fronteggiare indagini in corso su concorrenza, privacy e pratiche di pubblicità digitale.   Come riportato da Renovatio 21, due mesi fa il governo ungherese ha accusato Facebook di interferire nelle elezioni parlamentari.   A marzo Meta era stata condannata a pagare 375 milioni di dollari per aver consapevolmente danneggiato la salute mentale dei bambini e per aver occultato prove di sfruttamento sessuale minorile sulle proprie piattaforme di social media. Un altro processo di grande risonanza è stato avviato a Los Angeles, dove famiglie e istituti scolastici hanno intentato causa contro i principali giganti dei social media – Meta, TikTok e YouTube – nel primo caso di responsabilità da prodotto: le piattaforme sarebbero state progettate consapevolmente per indurre dipendenza nei bambini e compromettere la loro salute mentale.   Come riportato da Renovatio 21, negli anni si sono accumulate varie accuse e rivelazioni su Facebook, tra cui accuse di uso della piattaforma da parte del traffico sessuale, fatte sui giornali ma anche nelle audizioni della Camera USA.

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Due anni fa durante un’audizione al Senato americano era stato denunciato da senatori e testimoni come i social media ignorano le reti pedofile che operano sulle loro piattaforme.   Secondo il Wall Street Journal, che già in passato aveva trattato l’argomento, Meta avrebbe un problema con i suoi algoritmi che consentono ai molestatori di bambini sulle sue piattaforme. La cosa stupefacente è il fatto che ai pedofili potrebbe essere stato concesso di connettersi sui social, mentre agli utenti conservatori no,   Le accuse sono finite in una storia udienza a Washington di Mark Zuckerberg, che è stato indotto dal senatore USA Josh Holloway a chiedere scusa di persona alle famiglie di bambini danneggiati dal social. Lo Stato del Nuovo Messico ha fatto causa a Meta allo Zuckerberg per aver facilitato il traffico sessuale minorile.   Come riportato da Renovatio 21, una tornata di documenti del tribunale aveva mostrato anche che Meta avrebbe insabbiato le ricerche sulla salute mentale degli utenti Facebook.  

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Essere genitori

Il Canada propone il divieto di utilizzo dei social media per i minori di 16 anni

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Il governo canadese ha avanzato una proposta di legge che proibirebbe l’accesso ai social media per i ragazzi sotto i 16 anni, prevedendo possibili deroghe per le piattaforme in grado di dimostrare l’adozione di «adeguate misure di sicurezza».

 

Mercoledì, Ottawa ha reso nota tramite un comunicato stampa questa iniziativa normativa, denominata Safe Social Media Act (Legge sulla sicurezza dei social media).

 

Una volta approvata, la norma costringerebbe i gestori delle piattaforme social a introdurre sistemi di verifica dell’età e a limitare l’esposizione dei minori a contenuti pericolosi, tra cui lo sfruttamento sessuale dei minori, immagini intime non consensuali, incitamento all’autolesionismo, bullismo, incitamento all’odio, violenza e materiale terroristico o estremista.

 

Il provvedimento regolamenterebbe altresì i chatbot basati sull’IA, obbligandoli a «mitigare il rischio» di esiti nocivi, e imporrebbe alle piattaforme un sistema più efficace di segnalazione nelle situazioni di crisi, per esempio quando gli utenti manifestano l’intenzione di fare del male a se stessi o ad altri.

 

Verrà inoltre creato un nuovo ente di regolamentazione della sicurezza digitale incaricato di vigilare sull’applicazione e sul rispetto delle regole.

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«Abbiamo visto le gravissime conseguenze che i danni online possono avere. Con l’evoluzione delle tecnologie, dobbiamo garantire che le nostre leggi si adeguino, perché i genitori non possono affrontare queste sfide da soli», ha dichiarato il ministro della Cultura canadese Marc Miller nel comunicato stampa del governo.

 

La proposta giunge in un contesto di crescente impegno internazionale per disciplinare l’attività online dei minori.

 

Alla fine dello scorso anno, l’Australia è diventata il primo Paese a vietare ai minori di 16 anni l’accesso alle principali piattaforme di social media, tra cui Facebook, Instagram, TikTok e YouTube. Brasile e Indonesia hanno introdotto limitazioni analoghe a maggio.

 

Come riportato da Renovatio 21, la Francia ha avviato un iter legislativo per proibire l’uso dei social media ai minori di 15 anni, benché la misura non abbia ancora completato il percorso parlamentare. Anche altri Stati, tra cui Regno Unito, Austria e Danimarca, stanno elaborando restrizioni simili.

 

Negli ultimi mesi, i giganti dei social media come Meta Platforms, TikTok e YouTube sono stati al centro di critiche sempre più aspre, anche in seguito a una rilevante causa per responsabilità da prodotto intentata a Los Angeles, basata sull’accusa di aver progettato intenzionalmente le proprie piattaforme per generare dipendenza nei bambini.

 

Nei documenti depositati in tribunale si sostiene inoltre che Facebook non abbia sorvegliato in modo adeguato gli account coinvolti nello sfruttamento sessuale e nel traffico di minori, con alcuni contenuti illeciti che sarebbero rimasti online nonostante fossero state segnalate 16 violazioni.

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Immigrazione

Londra accusa Musk di aver fomentato le proteste anti-immigrati a Belfast

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Londra ha accusato Elon Musk di aver alimentato le tensioni con la sua reazione all’attacco con un coltello con presunto tentativo di decapitazione che ha scatenato rivolte anti-immigrati a Belfast.   Martedì sera, nella capitale nordirlandese, sono scoppiati episodi di violenza dopo che un richiedente asilo sudanese avrebbe accoltellato un uomo, causandogli la cecità all’occhio sinistro: secondo la vulgata finita ai media, l’immigrato avrebbe cercato di decapitare il malcapitato.   Bande mascherate hanno attaccato abitazioni, incendiato veicoli e si sono scontrate con la polizia, spingendo le autorità a esortare alla calma.   Il sudanese di 30 anni è comparso in tribunale mercoledì con l’accusa di tentato omicidio. L’incidente si inserisce in un dibattito sempre più acceso sull’immigrazione in Gran Bretagna, alimentato da una serie di crimini di alto profilo che coinvolgono cittadini stranieri.   Musk, da tempo critico nei confronti del governo britannico, aveva pubblicato su X prima dei disordini: «Solo protestando RIPETUTAMENTE e a gran voce si potrà ottenere un cambiamento!!»  

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Il magnate di origine sudafricana ha inoltre condiviso un post dell’attivista di destra Tommy Robinson che elencava decine di luoghi di protesta in tutto il Regno Unito.   Mercoledì, la presidente del Partito Laburista, Anna Turley, ha condannato Musk, sostenendo che il miliardario stesse contribuendo ad alimentare le tensioni durante i disordini. «È spaventoso. Chiunque cerchi di sfruttare una situazione del genere per portare avanti la propria agenda politica si sbaglia di grosso e sta arrecando un danno enorme», ha dichiarato a LBC.   La Turley ha affermato che il magnate della tecnologia, commentando da «migliaia di chilometri di distanza», non ha dovuto subire le conseguenze dei disordini in Irlanda del Nord.   Il primo ministro britannico Keir Starmer si è unito alle critiche, avvertendo che coloro che incitano o mettono in atto la violenza «inaccettabile» – online o per strada – dovranno affrontare la piena forza della legge.   La scorsa settimana, Starmer ha affermato che Musk stava cercando di «alimentare la divisione» dopo l’accoltellamento mortale del diciottenne Henry Nowak. Musk ha pubblicato diversi post sul caso, che ha scatenato indignazione pubblica e proteste in Gran Bretagna, oltre alle scuse pubbliche del primo ministro.   Nowak è stato accoltellato a morte a dicembre da Vickrum Singh Digwa, un uomo sikh di 23 anni, che ha falsamente denunciato alla polizia di essere stato vittima di un attacco razzista. Le immagini diffuse dopo la condanna di Digwa mostravano gli agenti ammanettare e trascinare Nowak nonostante le sue ripetute suppliche di essere stato accoltellato e di non riuscire a respirare. In seguito, Nowak perse conoscenza e morì.   Musk è stato tra coloro che hanno affermato che la polizia britannica aveva trattato Nowak in modo diverso a causa della sua etnia. «Inviate a tutti i vostri conoscenti il ​​video che mostra come Nowak sia stato trattato in modo orribile dalla polizia nei suoi ultimi istanti di vita e come gli agenti si siano vigliaccamente inchinati al suo assassino» ha scritto Musk in un altro tweet. «I media tradizionali, gli stessi che hanno scritto milioni di volte di George Floyd, tacciono di colpo su Nowak».    

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Come riportato da Renovatio 21, nell’estate 2024 era scoppiata una disputa online tra il primo ministro britannico Keir Starmer e il CEO di Tesla Elon Musk in merito alle rivolte anti-immigrazione in Gran Bretagna, quando più di una dozzina di città e centri abitati sono stati colpiti da proteste caotiche, innescate da una strage con coltello a Southport, in Inghilterra.   Starmer stava valutando di modificare l’Online Safety Act britannico per punire le aziende di social media che consentono la diffusione di contenuti «legali ma dannosi». Le autorità avevano dichiarato che anche ritwittare un contenuto può costituire un reato. In alcuni casi era possibile venire arrestati anche per un solo tweet, un commento rilasciato sui social media, o perfino un retweet, una condivisione. Quantità di comuni cittadini finirono in prigione, tra cui Peter Lynch, un nonno che poi si suicidò: la sua colpa era aver urlato alla polizia durante le rivolte. Il governo britannico aveva rilasciato un gran numero di criminali in carcere per mettere dietro le sbarre persone condannate per il coinvolgimento nelle rivolte.   Musk aveva affermato che «la guerra civile è inevitabile», commentando un video su X (ex Twitter) che mostrava gli scontri di strada. Il video è stato pubblicato da un utente che ha suggerito che la causa principale fosse l’immigrazione di massa in Gran Bretagna e le politiche di frontiera aperta. All’epoca il commissario della Metropolitan Police di Londra ha minacciato di incriminare gli stranieri per «istigazione all’odio» online, indicando il proprietario di X, Elon Musk, come qualcuno che potrebbe essere perseguito.    

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Immagine di House of Commons via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
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