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Ancora: Facebook censura Renovatio 21. E il Senato del Texas (!)

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Ebbene sì, Facebook ha censurato Renovatio 21 un’altra volta.

 

In realtà, dall’ultima volta che ve ne avevamo dato comunicazione, c’è stato un altro episodio ancora: al Moloch dello Zuckerbergo non era piaciuto l’articolo «Il Coronavirus è una bioarma», per cui sono stati inflitti 7 giorni di carcere telematico a colui che ha postato l’articolo.

 

Ebbene sì, Facebook ha censurato Renovatio 21 un’altra volta

Una settimana intera in cui non solo non era possibile al malcapitato iscritto da 16 anni all’albo dei giornalisti scrivere nemmeno un rigo sulla pagina Facebook di Renovatio 21, ma da nessuna parte: né nella sua bacheca, né in quella di altri, né nelle altre pagine che gestisce: una di queste, riguarda l’attività strettamente religiosa, e crediamo che la cosa vada propriamente contro l’articolo 19 della Costituzione Italiana, quello sulla libertà di culto, che include parole specifiche sul diritto «di farne propaganda e di esercitarne in privato in pubblico il culto».

 

Ma non andiamo per il sottile, su: Facebook, così come gli altri enti che governano le terre emerse, negli ultimi mesi hanno soppresso anche molti altri diritti costituzionali, o perfino pre-costituzionali: hanno soppresso la vita stessa, quindi di che scandalizzarsi.

Facebook, così come gli altri enti che governano le terre emerse, negli ultimi mesi hanno soppresso anche molti altri diritti costituzionali, o perfino pre-costituzionali: hanno soppresso la vita stessa, quindi di che scandalizzarsi

 

L’avvocato, comunque, siamo andati a sentirlo lo stesso.

 

A parte l’impossibilità di comunicare con gli altri utenti (il contratto di Facebook parla di questo), compresi anche solo i like alle foto dei nipoti, è baluginato all’occhio del carcerato digitale qualcosa di interessante: per una volta sola – una schermata che, giuriamo, mai più siam riusciti a ritrovare – ci è stato fatto vedere una sorta di elenco, lunghissimo, delle cose che non si possono dire su Facebook riguardo al COVID-19.

 

Erano decine e decine di voti: a suo modo, un documento straordinario, il sistema operativo dell’opinione mondiale visibile nel suo codice di programmazione.

 

Vi era scritto, a chiare lettere, che non si può dire che il COVID ha mortalità uguale o inferiore a quella dell’influenza.

 

Vi erano poi diverse voci riguardo le cure al COVID che non si possono discutere – e questo già lo sapevamo: ad un’amica arrivò la minaccia di esilio dopo che aveva pubblicato la foto di un articolo di giornale, neanche tanto entusiastico, sulle «cure domiciliari».

È baluginato all’occhio del carcerato digitale qualcosa di interessante: per una volta sola – una schermata che, giuriamo, mai più siam riusciti a ritrovare – ci è stato fatto vedere una sorta di elenco, lunghissimo, delle cose che non si possono dire su Facebook riguardo al COVID-19

Niente, ban assoluto. Traffico di Renovatio21.com in crollo, ma nemmeno in modo troppo preoccupante: contiamo oramai su diverse migliaia di fedelissimi che vanno direttamente sulla pagina ogni giorno senza passare da Facebook

Infine, una lunga serqua di pensieri proibiti riguardo l’origine artificiale del COVID. Non si può dire che può essere scappato dal laboratorio (quello che ora stanno dicendo tutti, perfino Burioni!).

 

Non si può dire che potrebbe essere stato, in origine, un progetto di arma biologica – come lo sono tutti, in potenza, gli studi su virus e vaccini: chi non capisce il concetto di dual use, può guardarsi il film Virus Letale e capire come funziona la cosa.

 

Niente, ban assoluto. Traffico di Renovatio21.com in crollo, ma nemmeno in modo troppo preoccupante: contiamo oramai su diverse migliaia di fedelissimi che vanno direttamente sulla pagina ogni giorno senza passare da Facebook.

 

Di più. Ricordiamo bene, nelle comunicazioni di Facebook, una questione precisa: ci veniva detto che la distribuzione dei nostri contenuti, se avremmo continuato, sarebbe stata ridotta, e – ci comunicavano – ridotta in verità lo è già. Praticamente, l’ammissione dello shadow ban.

 

Ricordiamo bene, nelle comunicazioni di Facebook, una questione precisa: ci veniva detto che la distribuzione dei nostri contenuti, se avremmo continuato, sarebbe stata ridotta, e – ci comunicavano – ridotta in verità lo è già. Praticamente, l’ammissione dello shadow ban

 

Una settimana senza Facebook può passare in fretta. Dobbiamo dirlo: in quei giorni abbiamo maturato l’idea di mai più piegare la nostra libertà di parola – i nostri scritti, i nostri argomenti, le nostre opinioni, le nostre emozioni – alla follia del Moloch zuckerbergo, che una politica nazionale dissenata lascia molestare i suoi cittadini.

 

«Le persone potranno anche vedere se una Pagina in passato ha condiviso informazioni false»: i vostri peccati sono imperdonabili, il marchio dell’infamia sarà tatuato per sempre sulla pelle della vostra pagina (e sulla vostra). Alla facciazza delle simpatiche trovate UE tipo il «diritto all’oblio». Come si diceva: Internet is Forever

Poi, d’improvviso, ecco che ci capita una nuova segnalazione.

 

Ma cosa è successo? Stavolta sembra diverso, ma non riusciamo capire se sia più grave o no.

 

Zuckerbergo stavolta ci dice «parzialmente falso».

 

«Renovatio 21 ha condiviso contenuti che è stato controllato da fact-checker indipendenti» (sic). Gli errori sono nel testo originale, potete vederlo nell’immagine qui sotto: credo che ci disprezzino al punto da risparmiare perfino sull’ortografia quando si tratta di emanare sentenze che ci cacciano».

 

Poi un richiamo, credo a questi Fact-checker, ovviamente mai sentiti prima, ma che a quanto sembra hanno il potere di accusarci di dire il falso (parzialmente falso, in realtà ) e dire a Facebook di chiudermi la bocca.

Dobbiamo dire che ci abbiamo messo un po’ a capire per cosa ci stavano punendo: del resto capita così nei regimi totalitari – e Facebook lo è, e sempre più assimilabile a quella Cina che tanto piace al suo fondatore – e anche nel Processo di Kafka.

 

 

Stavolta, come vedete, abbiamo screenshottato.

 

Eccola lì, un’altra minaccia – in realtà già ben attuata, come vi dicevamo – di «diminuzione della distribuzione complessiva», a cui si aggiunge l’esclusione dalla monetizzazione e alla pubblicità (non ci riguardano) e alla registrazione come Pagina di Notizie (non sappiamo cosa sia).

 

«Le persone potranno anche vedere se una Pagina in passato ha condiviso informazioni false»: i vostri peccati sono imperdonabili, il marchio dell’infamia sarà tatuato per sempre sulla pelle della vostra pagina (e sulla vostra). Alla facciazza delle simpatiche trovate UE tipo il «diritto all’oblio». Come si diceva: Internet is Forever.

 

Facebook censura Renovatio 21, ma anche il Senato dello Stato del Texas.

Poi la ciliegina eccezionale: «l’eliminazione di post che contengono le informazioni false non avrà alcun impatto su queste restrizioni». Bellissimo. Per rispetto del loro cliente, cui vogliono davvero bene, usano l’artificio retorico di chiudere con una nota di speranza: anzi no, aspetta che gli ricordiamo che oramai il danno è fatto, è anche se volesse divenire un faccia-Quisling, un collaborazionista dello zuckerbergismo, a noi non importa nulla – non perdoniamo nulla, perché in realtà tu, utente, non ci interessi, ne abbiamo miliardi di come te, e vogliamo andare avanti con loro, quelli calmi e tranquilli che al massimo condividono le foto della Ferragna e Fedezzo.

 

Dobbiamo dire che ci abbiamo messo un po’ a capire per cosa ci stavano punendo: del resto capita così nei regimi totalitari – e Facebook lo è, e sempre più assimilabile a quella Cina che tanto piace al suo fondatore – e anche nel Processo di Kafka.

 

Poi abbiamo capito: si tratta di un video caricato la notte prima, ci era arrivato via Whatsapp, ci sembrava interessante, lo abbiamo uppato senza tanti pensieri, tanto più che veniva da materiale del governo USA, quindi scevro da diritti di sorta – certo, ci va qui il nostro ringraziamento a chi ha subbato, tale KasperCarlo, un grande.

 

Se non avete visto il video, guardatelo qui sotto: salvato sulla nostra pagina web a futura memoria, lontano dalle grinfie della dittatura facebookara.

 

In pratica, un privato si permette di spegnere un contenuto che viene da un corpo eletto, dalla struttura visibile dello Stato democratico

Vedete: si tratta di un’audizione al senato dello Stato del Texas. Un senatore invita a parlare una pediatra locale, la dottoressa Angelina Farella. La quale premette di essere pro-vaccini, e di aver vaccinato tanti bambini – quindi non una no-vax, ci rassicura.

 

Poi però la dottoressa prende a mettere in discussioni i vaccini COVID: non la convince, in particolare, la mancanza di una sperimentazione completa. Gli effetti sulla popolazione, dice, sono sconosciuti, quindi la cosa dovrebbe fare un po’ paura.

 

 

Facebook decide che perfino i discorsi che avvengono in un tempio della democrazia – un Senato – possono essere censurati come fake news, rimossi, modificati.

Abbiamo avuto un tono scherzoso nel modo in cui vi abbiamo raccontato questo episodio, tuttavia c’è qualcosa di estremamente grave in quello che è accaduto.

 

Facebook censura Renovatio 21, ma anche il Senato dello Stato del Texas.

 

In pratica, un privato si permette di spegnere un contenuto che viene da un corpo eletto, dalla struttura visibile dello Stato democratico.

 

Facebook decide che perfino i discorsi che avvengono in un tempio della democrazia – un Senato – possono essere censurati come fake news, rimossi, modificati.

 

Facebook, in breve, ha il potere di iniettarsi nell’esistenza stessa dello Stato moderno, e dettarvi legge

Facebook, in breve, ha il potere di iniettarsi nell’esistenza stessa dello Stato moderno, e dettarvi legge. La cosa è spaventosa, spaventa tantissimo noi, ma in Italia non abbiamo visto tanti politici con la stessa paura, pur sapendo che molti di loro probabilmente sono stati bannati o shadowbannati. Molti, siamo sicuri, non dicono nulla perché temono le ritorsioni del Moloch, che gli farebbe perdere follower e quindi voti e quindi stipendione.

 

Si diceva, negli ultimi decenni, del primato della politica eclissata dall’economia. Ora sappiamo che il primato sulla politica di certo lo ha l’elettronica, che agisce come una psicopolizia così forsennata da non risparmiare nemmeno i discorsi in Senato.

 

Immaginate se TIM o Vodafone facessero cadere la linea se al telefono con vostra madre cominciate a parlare di un determinato argomento. Sì: i totalitarismi del Novecento erano delle mammole a confronto, e avevano strumenti da pivelli.

Si diceva, negli ultimi decenni, del primato della politica eclissata dall’economia. Ora sappiamo che il primato sulla politica di certo lo ha l’elettronica, che agisce come una psicopolizia così forsennata da non risparmiare nemmeno i discorsi in Senato

 

Ora la domanda che ci facciamo è: quanto ancora riusciremo davvero a tollerare tutto questo?

 

Quanto tempo prima che anche i social, l’ultimo schizofrenico collante rimasto alla società polverizzata del XXI secolo, implodano generando chissà quale altro mostro?

 

Non abbiamo risposte. Tuttavia oramai lo sapete: se non ci vedete più su Facebook è perché il ban (che secondo alcuni calcoli potrebbe aver tolto ai nostri post e al nostro sito il 90% del pubblico via social) sta facendo il suo corso, magari sta pure peggiorando.

 

Non preoccupatevi: non ci faremo intubare, e non fatevi intubare neanche voi. Vediamoci qui, su renovatio21.com. Questo, lo avete capito, è un sito sano.

 

 

 

 

 

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Internet

Meta-Facebook dice che il Battaglione Azov non è più pericoloso

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La società madre di Facebook, Meta, ha ora invertito la sua precedente politica di etichettare il famigerato battaglione neonazista Azov come «organizzazione pericolosa». L’impegno a cambiare la politica è stato presumibilmente fatto ai funzionari ucraini da Nick Clegg, direttore degli affari globali di Meta, e Monika Bickert, capo della gestione delle politiche globali di Facebook, durante il raduno di ghoul al World Economic Forum di Davos.

 

Nick Clegg è stato vice primo ministro del Regno Unito, nonché Lord President of the Privy Council della regina Elisabetta II, dal 2010 al 2015. Clegg ha anche lavorato nel «giornalismo» per i media britannici, come il Financial Times e la stazione radio della London Broadcasting Company.

 

Il fondatore di Azov, Andriy Biletsky, era stato precedentemente descritto dalla testata britannica Telegraph in un articolo del marzo 2022 come «una figura politica ultranazionalista che aveva avuto scontri con la legge ed era stata coinvolta in vari gruppi che giocavano con i simboli nazisti». L’articolo mostrava l’immagine di una svastica sul muro di un ufficio dell’Azov a Mariupol’, che ammettevano essere occupata dai nazisti.

 

Il Telegraph citava il Biletsky affermando che è «missione storica dell’Ucraina in questo secolo guidare i popoli bianchi del mondo nella loro ultima crociata contro gli untermenschen guidati dagli ebrei».

 

Tuttavia ora Nick Clegg ha decretato che i membri di Azov non sono più nazisti, o considerati pericolosi da Meta, al fine di liberare Azov per reclutare su Facebook e Instagram per la guerra per procura della NATO contro la Russia.

 

Il ministro ucraino per la trasformazione digitale Mykhailo Fedorov (già coinvolto negli avanzati programmi di ID digitale in Ucraina e non solo), che ha dato la notizia il 19 gennaio, ha ringraziato Meta e Clegg per una «decisione equilibrata e importante», sottolineando che Facebook e Instagram, due piattaforme di social media gestite da Meta, sono stati «potenti strumenti per diffondere la verità».

 

 

Meta si unisce all’ente americano per la lotta all’antisemitismo Anti-Defamation League (ADL), nei loro recenti sforzi per assolvere Azov dal loro pedigree nazista.

 

Alexander Rubinstein di Grayzone riferisce di uno scambio di e-mail con l’ADL, in merito al rifiuto dell’ADL di condannare il Pentagono per aver onorato un veterano dell’Azov che sfoggiava tatuaggi di ispirazione nazista durante un evento sportivo sponsorizzato dal Pentagono nel 2022 a Disney World.

 

Rubinstein aveva presentato un «crimine di odio o incidente di odio» sul sito web dell’ADL in merito a un incidente ai «Warrior Games» del DOD, in cui il comico Jon Stewart ha premiato Ihor Halushka per il suo «esempio personale». «Halushka è un ex membro del battaglione neonazista Azov e ha un tatuaggio nazista Sonnenrad sul gomito sinistro», secondo la denuncia registrata da Rubinstein all’ADL.

 

Grayzone riferisce che «un’e-mail del 9 novembre [2022] dalla Anti-Defamation League a The Grayzone ha fornito una difesa contorta del battaglione Azov dell’Ucraina. Nonostante la sua autoproclamata missione «anti-odio», l’ADL avrebbe insistito nell’e-mail che «non» considera Azov come il «gruppo di estrema destra che era una volta».

 

EIRN riporta che l’attuale segretario dell’ADL è Yasmin Green. La «Green è l’attuale capo di Google Jigsaw, che afferma che parte della sua missione è contrastare l’estremismo. Si dice che Green sia anche il mentore di Jared Cohen, che, insieme al CEO di Google Eric Schmidt, ha fondato Google Ideas (ora Jigsaw) nel 2010».

 

Cohen aveva precedentemente lavorato al Dipartimento di Stato sotto Condoleezza Rice e Hillary Clinton, e secondo quanto riferito ha convinto Jack Dorsey per ritardare la manutenzione programmata su Twitter nel 2009, durante le proteste in Iran. Cohen è stato anche un sostenitore dell’uso delle piattaforme informatiche durante la primavera araba e il suo amico al Dipartimento di Stato, Alec Ross, ha aiutato a gestire i «campi tecnologici» di Kiev per formare gli attivisti sull’uso dei social media in Ucraina prima del Maidan colpo di Stato del 2014.

 

Nel suo libro When Google Met WikiLeaks, Julian Assange ha identificato Cohen come «effettivamente il direttore per il cambio di regime di Google. È il Dipartimento di Stato che canalizza la Silicon Valley».

 

L’intimo rapporto che la Silicon Valley condivide con la National Security Agency (e per estensione Cybercom) è stato esposto da Edward Snowden nel 2013, e i «Twitter Files» di Matt Taibbi (imbeccato da Elon Musk) hanno recentemente dimostrato che la CIA, l’FBI, il DHS e vari i politici gestiscono virtualmente le piattaforme dei social media. Qualcuno è arrivato a parlare addirittura di «origini militari di Facebook»

 

Come riportato da Renovatio 21, un documento trapelato di Facebook a inizio conflitto mostrava come vi fosse stata per gli utenti ucraini una modifica per permettere loro di inneggiare al Battaglione Azov e chiedere la morte dei russi – comportamenti che si ritenevano proibiti sui social, che nel biennio pandemico hanno bannato migliaia se non milioni di persone per molto meno.

 

Ciononostante, questo mesi Kiev ha dato al suo governo i poteri di limitare i media, bloccare siti web e perfino di «dare ordini» alle società Big Tech.

 

A Mark Zuckerberg e alla sua azienda ad un certo punto era arrivata gratitudine direttamente dal presidente Zelens’kyj, che ringraziò per l’aiuto nello «spazio informativo» della guerra: un riconoscimento neanche tanto implicito dell’uso fondamentale dei social come arma bellica.

 

A prigionieri dell’Azov attualmente tenuti in Turchia Zelens’kyj ha assegnato il più alto encomio previsto dallo Stato ucraino.

 

La strana relazione tra il Battaglione Azov e l’ebraismo si è materializzata quattro settimane fa con il sorprendente viaggio di una delegazione del reggimento nazionalista integrale (figlio delle ideologie di Stepan Bandera, collaboratore di Hitler nella pulizia etnica contro gli ebrei in Ucraina) nello Stato di Israele.

 

 

 

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Intelligence

La CIA ha censurato i social network per sostenere la candidatura di Emmanuel Macron

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Il candidato Emmanuel Macron ha affermato di essere stato vittima durante la campagna elettorale del 2017 di hacker russi, che ritiene responsabili della fuga di e-mail di alcuni componenti della sua squadra elettorale.

 

La responsabilità dei servizi segreti russi non è mai stata dimostrata e le mail trapelate non sono mai state smentite.

 

Le ultime rivelazioni dei Twitter Files dimostrano invece al di là di ogni dubbio che la CIA ha partecipato alle riunioni dell’FBI con molti social network.

 

Durante la campagna per le elezioni presidenziali del 2022, l’Agenzia ha fatto pressione su Twitter, Yahoo, Twitch, Cloudflare, Linkedin e gruppo Wikimedia per censurare le argomentazioni degli oppositori del presidente Macron.

 

Naturalmente la CIA giustifica l’ingerenza affermando di aver agito per contrastare una supposta disinformazione russa.

 

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

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Big Pharma

Membro del CdA Pfizer, pressioni su Twitter per censurare le informazioni sul vaccino COVID?

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Il membro del consiglio di Pfizer, il dottor Scott Gottlieb, avrebbe fatto pressioni su Twitter per censurare le informazioni che mettevano in dubbio l’efficacia del vaccino COVID rispetto all’immunità naturale. Lo riporta Summit News, citando i cosiddetti Twitter Files, cioè documenti interni del colosso dei social media dati dal nuovo proprietario Elon Musk ad un pool di giornalisti indipendenti.

 

I Twitter files appena rilasciati mostrano che la piattaforma avrebbe censurato un tweet del dottor Brett Giroir, membro del consiglio della società biofarmaceutica Altesa Biosciences, che produce farmaci per combattere il COVID, dopo una segnalazione del Gottlieb.

 

Nell’agosto 2021, Gottlieb si è lamentato con Todd O’Boyle, un senior manager del team di politica pubblica di Twitter, dell’affermazione di Giroir secondo cui l’immunità naturale offriva una protezione maggiore rispetto al vaccino.

 

«Ora è chiaro che l’immunità naturale del #COVID19 è superiore all’immunità del #vaccino, di MOLTO. Non c’è alcuna giustificazione scientifica per la prova #vax se una persona aveva un’infezione precedente. @CDCDirector @POTUS deve seguire la scienza. Se nessuna precedente infezione? Fatti vaccinare!» aveva twittato il dottor Giroir citando uno studio comparso sulla piattaforma di paper non ancora peer-reviewd medRxiv.

 

 

Al momento in cui pubblichiamo questo articolo il bollino «misleading» («fuorviante», «ingannevole») è ancora presente sotto il tweet.

 

In una mail il Gottlieb aveva scritto che «questo è il tipo di roba che è corrosiva. Qui trae una conclusione radicale da un singolo studio retrospettivo in Israele che non è stato sottoposto a peer review. Ma questo tweet finirà per diventare virale e guidare la copertura delle notizie».

 

L’O’Boyle ha quindi inoltrato l’e-mail di Gottlieb al team di risposta strategica di Twitter per la revisione, ma non ha detto loro che Gottlieb era nel consiglio di amministrazione di Pfizer, riferendosi invece a lui semplicemente come «ex commissario della FDA».

 

Nonostante Twitter abbia stabilito che il tweet non ha violato le sue regole, ha comunque inserito il tag «fuorviante» sul post, il che significa che le sue risposte, condivisioni e Mi piace sono state disabilitate, facendo così in modo che il contenuto venisse affogato dall’algoritmo.

 

Una settimana dopo, Gottlieb si è lamentato di un altro tweet dello scettico dei lockdown Justin Hart che affermava: «Bastoni e pietre possono rompermi le ossa, ma un agente patogeno virale con un tasso di mortalità infantile di circa lo 0% è costato ai nostri figli quasi tre anni di scuola».

 

«La preoccupazione di Gottlieb era che il tweet potesse generare dubbi sulla somministrazione del vaccino COVID ai bambini, dato che “sarebbe stato presto approvato per i bambini dai 5 agli 11 anni”» scrive Summit News. Secondo il giornalista Alex Berenson, che era stata a sua volta censurato da Twitter e la cui causa in tribunale ha contribuito ad aprire questo vaso di pandora grazie ai documenti desecretati, in questo caso tuttavia Twitter avrebbe rifiutato di censurare il commento di Hart.

 

«Gottlieb ha risposto alle rivelazioni su di lui che segnalava il tweet di Giroir affermando che la pubblicazione di questa e-mail era una “divulgazione selettiva” delle sue “comunicazioni private con Twitter” e che aveva alimentato “l’ambiente di minaccia” e istigato “un dialogo più minaccioso, con conseguenze potenzialmente gravi”» scrive il sito Reclaim The Net.

 

Il dottor Giroir, invece «ha accusato Gottlieb di tramare con Twitter per “apparentemente mettere gli interessi aziendali al primo posto e non la salute pubblica”».

 

Ma la cosa si può allargare molto oltre Twitter: è stato rivelato in questi giorni di pressioni della Casa Bianca su Facebook al fine di censurare Tucker Carlson, giornalista TV di Fox contrario alla vaccinazione COVID sin dal primo momento.

 

Come riportato da Renovatio 21, due settimane fa il nuovo padrone di Twitter Elon Musk ha pubblicamente dichiarato che «ogni società di social media è impegnata in una pesante censura, con un coinvolgimento significativo e, a volte, la direzione esplicita del governo».

 

L‘allineamento tra potere politico e potere corporativo, che un tempo si insegnava a chiamare fascismo, ora si chiama Grande Reset, e dovrebbe lasciare chiunque sbalordito: specie quando di mezzo c’è l’autonomia del proprio corpo, quella tanto sbandierata nel caso dell’aborto (dove evidentemente gli abortisti considerano i bambini come un’escrescenza personale della donna prontamente sacrificabile, tipo un’unghia, un foruncolo, un punto nero).

 

Come tutto questo complotto che ora viene alla luce negli USA possa riflettersi anche in Italia – dove, nel disinteresse totale della politica, in ispecie delle figure della destra cresciute proprio grazie ai social – non abbiamo idea. Sappiamo che migliaia, se non milioni, di account potrebbero essere stati censurati, shadowbannati, disattivati sulla scorta di qualche segnalazione (di chi? Di un dipendente delle farmaceutiche? Di una figura dell’amministrazione dello Stato? Italiana o americana?) o di chissà quale inspiegabile algoritmo.

 

Noi ne sappiamo qualcosa.

 

L’idea che ci siamo fatti, seguendo i Twitter Files, è che potrebbero essere circolate delle liste, anche di centinaia di migliaia di nomi, sui cui account e pagine intervenire. Chi abbia pubblicato quelle liste, per conto di chi, e perché ci rimane completamente ignoto. Così come se tutto questo possa essere legale in un sistema sedicente democratico.

 

Nell’era della trasparenza dichiarata dell’era elettronica e dello Stato moderno, è davvero difficile sapere se verremo mai a conoscenza della verità. Alla faccia del GDPR, dell’autorità per la privacy, della Costituzione, della decenza.

 

 

 

 

 

Immagine di Pubblico Dominio CC0 via Wikimedia

 

 

 

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