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Canada, la morsa del progressismo si stringe

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Il Parlamento canadese si sta preparando ad approvare una legge che eliminerà l’esenzione religiosa per i «discorsi d’odio», aprendo la strada a procedimenti giudiziari contro chiunque professi pubblicamente la morale cattolica tradizionale.

 

Quella che solo pochi anni fa sembrava una distopia sta per diventare realtà in Canada. Il Parlamento di Ottawa si sta infatti preparando ad adottare definitivamente il disegno di legge C-9, noto come «Legge contro l’incitamento all’odio», una delle cui disposizioni più significative è passata quasi inosservata alla stampa mainstream: l’eliminazione totale dell’esenzione religiosa precedentemente sancita dal Codice penale canadese in materia di «incitamento all’odio».

 

Fino ad ora, la legge canadese tutelava esplicitamente il diritto di esprimere «un’opinione su un argomento religioso o un’opinione basata sulla fede in un testo religioso». Questa tutela, per quanto modesta, costituiva una minima salvaguardia contro la criminalizzazione della predicazione cristiana. Il disegno di legge C-9 la abolisce. D’ora in poi, chiunque citi le Scritture o esponga la dottrina morale della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia potrebbe, a seconda del contesto, essere perseguito penalmente.

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Josh Dehaas della Canadian Constitutional Foundation ha tenuto a precisare che la lettura di brani delle Sacre Scritture non dovrebbe, di per sé , comportare un procedimento penale . Tuttavia, ha subito aggiunto che «certi versetti di testi religiosi potrebbero ora dare adito ad accuse a seconda del contesto, in particolare del momento e del luogo in cui vengono letti, e di altre parole pronunciate durante la lettura». In altre parole, un sacerdote , un predicatore o un padre che spieghi la dottrina cattolica sulla complementarietà dei sessi o sull’indissolubilità del matrimonio potrebbe, a seconda delle circostanze, trovarsi esposto a un procedimento penale.

 

La votazione sul disegno di legge è il risultato di un’alleanza politica tra il Partito Liberale al governo e il Bloc Québécois, un partito laico e nazionalista. Questo approccio è rivelatore: è in nome di un laicismo aggressivo, e non per una preoccupazione per l’ordine pubblico, che si mira a mettere a tacere le voci cristiane.

 

Il professor John Petrakis, specialista in diritto comparato presso l’Hillsdale College, non si fa illusioni sulla capacità dei tribunali di proteggere i credenti: la giurisprudenza della Corte Suprema canadese, in particolare nel caso Saskatchewan contro Whatcott, ha già dimostrato che i giudici non esitano a sacrificare la libertà di espressione e la libertà religiosa sull’altare del «diritto a non essere offesi». Il Canada, conclude, sta inesorabilmente scivolando verso il modello europeo , dove il discorso cristiano è sempre più considerato una minaccia per la sfera pubblica.

 

Per i cattolici, il messaggio è chiaro. Ciò che attualmente è legalmente consentito in Canada – ovvero la proclamazione che il matrimonio è l’unione di un uomo e una donna, richiamando l’insegnamento di San Paolo sulla sessualità umana – potrebbe domani portare il suo autore a comparire davanti a un tribunale penale.

 

La persecuzione dei cristiani non è più confinata ai regimi totalitari aggressivi dell’Asia o del Medio Oriente; ora bussa alle porte delle democrazie liberali occidentali, mascherata da «convivenza», «lotta all’odio» e «inclusione». Tutti termini che hanno significato solo per chi detta le regole del gioco.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine di Prime Minister of Canada via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International

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La fede cieca non basta

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Molti cristiani, soprattutto quelli di una certa età, vorrebbero poter vivere la propria fede in pace. Respingono sia i «polemisti» che considerano estremisti, a prescindere dalla loro posizione.   Si convincono facilmente che la maggior parte delle Messe celebrate in Francia siano normali, che la cosa migliore sia adattarsi alle nuove pratiche ignorando gli eccentrici e coloro che pretendono spiegazioni.   Dal momento che i vescovi non sembrano voler escludere nulla e nessuno (almeno non a sinistra), perché loro, buoni laici, dovrebbero prendersi la briga di studiare attentamente chi ha ragione e chi ha torto? L’approccio migliore, quindi, sarebbe quello di praticare la tolleranza universale, in breve, l’amore senza dispute dogmatiche. Una fede semplice e incondizionata: ecco il rifugio in cui si rifugiano oggi molti buoni cristiani.   Una fede semplice, ingenua e non esaminata, quella ereditata dai genitori: punto e basta.   Questo atteggiamento è comprensibile per la gente comune, ma quando si è un medico, un notaio o un professore universitario, questa abdicazione di responsabilità è rovinosa, a breve o a lungo termine.   Innanzitutto, rovina se stessi, perché una religione che non nutre più l’intelletto e non è altro che una vaga ostentazione di benevolenza, accompagnata da pratiche routinarie, non corrisponde all’insegnamento di Cristo, che vuole che amiamo Dio «con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra forza e con tutta la nostra mente». E la fuga da ogni riflessione dottrinale da parte di coloro che ne sono capaci e più istruiti della gente comune è rovinosa anche per l’intera comunità cristiana.   I nostri cristiani pacifisti, disgustati, dicono, dalla discordia, sono giustamente preoccupati per l’assenza di sacerdoti, e quindi di Messe, in aree sempre più vaste. Non ne vedono la causa? Una religione indifferente al contenuto della Fede non può produrre seminaristi o sacerdoti. Se si tratta semplicemente di essere generosi e accettare qualsiasi cosa o chiunque, le prostitute farebbero un lavoro molto migliore.   Questa interpretazione del Vangelo, che si concentra unicamente sull’amore, è davvero strana, soprattutto perché molti versetti ci insegnano la Fede e in nessun luogo si parla di carità senza fede!   La nostra epoca non è poi così diversa da quella di San Paolo; egli si impegnò in vigorose polemiche (Atti 18,28), combatté contro i lupi rapaci che non risparmiavano nessuno, contro coloro che, all’interno della Chiesa stessa, sviavano i discepoli con i loro insegnamenti perversi (Atti 20-30). Le sue due lettere a Timoteo sono quasi interamente scritti polemici contro i falsi maestri.   Ah! «Pace, pace soprattutto», è facile dirlo, ma il Signore non ci ha promesso questo tipo di pace qui sulla terra. «Lo Spirito Santo vi insegnerà e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto. Io vi do la pace, ma non la pace del mondo» (Giovanni 14,26-27).   Padre Philippe Sulmont, Parroco di Domqueur, † 2010   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Immagine di MarenHumburg via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
   
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L’Europa civilizzata ed evangelizzata dai figli di san Benedetto

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Oggi, nel giorno di San Benedetto, Renovatio 21 pubblica un estratto della Lettera Enciclica Fulgens radiatur (1947) di papa Pio XII che indica l’enorme ruolo svolto del santo norcino nella costruzione della civiltà europea, ossia della civiltà tout court. Benedetto, fratello gemello di santa Scolastica nato a Norcia nel 480 e morto a Montecassino nel 547, è padre del monachesimo occidentale, venerato da tutte le Chiese cristiane che riconoscono i santi, ed è il principale patrono d’Europa.

 

Come invero nei secoli passati le legioni romane marciavano per le vie consolari per assoggettare all’impero di Roma tutte le nazioni, così ora numerose schiere di monaci, le cui armi «non sono carnali, ma potenti in Dio solo» (2Cor 10,4), sono inviate dal sommo pontefice, affinché dilatino felicemente il pacifico regno di Gesù Cristo fino agli estremi confini della terra, non con la spada, non con la forza, non con le stragi, ma con la croce e con l’aratro, con la verità e con l’amore.

 

E dovunque ponevano il loro piede queste inermi schiere, formate di predicatori della dottrina cristiana, di artigiani, di agricoltori e di maestri di scienze umane e divine, ivi stesso le terre boscose e incolte erano solcate dall’aratro; sorgevano le sedi delle arti e delle scienze; gli abitanti dalla loro vita rozza e selvaggia erano educati alla convivenza e alla civiltà sociale, e si faceva brillare davanti a loro l’esempio della dottrina evangelica e la luce della virtù.

 

Innumerevoli apostoli, accesi di soprannaturale carità, percorsero incognite e turbolente regioni d’Europa, le innaffiarono generosamente del loro sudore e del loro sangue, e ai popoli pacificati portarono la luce della cattolica verità e santità…

 

Difatti non solo l’Inghilterra, la Francia, l’Olanda, la Frisia, la Danimarca, la Germania, la Scandinavia e l’Ungheria, ma anche non poche nazioni slave si vantano dell’apostolato di questi monaci e li annoverano tra le loro glorie e come gli illustri fondatori della loro civiltà.

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Brano segnalato da VDG

Immagine di Livioandronico2013 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata

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La presunta profezia di Padre Pio contro l’arcivescovo Lefebvre: una vecchia leggenda che riemerge

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Ad ogni evento significativo riguardante la Fraternità Sacerdotale San Pio X, la stessa storia riemerge. Dopo le consacrazioni episcopali del 1° luglio 2026, diversi siti web e social network hanno nuovamente diffuso la presunta «profezia» di Padre Pio che annunciava all’arcivescovo Marcel Lefebvre che avrebbe disobbedito al Papa e causato una divisione nella Chiesa.   Presentata come testimonianza inconfutabile, questa storia è tuttavia priva di qualsiasi fondamento storico serio. La sua origine è tarda, la sua fonte è estremamente discutibile, il suo unico testimone è sconosciuto agli specialisti di Padre Pio e, soprattutto, è categoricamente smentita dallo stesso arcivescovo Lefebvre in una lettera autografa del 1990.  

Un incontro autentico

Nessuno contesta che il vescovo Marcel Lefebvre abbia incontrato Padre Pio; l’incontro ebbe luogo il 27 marzo 1967, lunedì di Pasqua, a San Giovanni Rotondo.   Il Superiore Generale della Congregazione dello Spirito Santo, l’Arcivescovo Lefebvre, si recò dal celebre frate cappuccino per chiedere la sua intercessione in vista del capitolo generale straordinario che gli Spiritani si preparavano a tenere nel contesto dell’applicazione delle riforme derivanti dal Concilio Vaticano II. (1)   L’«aggiornamento» era allora richiesto in tutti gli istituti religiosi e l’arcivescovo temeva già le gravi conseguenze che tali trasformazioni avrebbero potuto comportare.   Questa preoccupazione non rimase inascoltata da Padre Pio. Poco prima, anche il superiore generale dei Cappuccini si era recato da lui per chiedergli di pregare per il capitolo generale del suo ordine, incaricato di redigere nuove costituzioni. Secondo diversi testimoni, il santo frate reagì bruscamente, dichiarando: «Non sono altro che chiacchiere e rovina!». In seguito, venuto a sapere che si stavano preparando nuove costituzioni, avrebbe dato nuovamente sfogo al suo dolore, esclamando: «Ma cosa fate a Roma? Cosa state tramando? Volete cambiare persino la regola di San Francesco!». (2)   L’incontro tra l’arcivescovo Lefebvre e padre Pio fu, tuttavia, estremamente semplice. L’arcivescovo era accompagnato da padre Barbara e da frate Félin, un frate spiritano, mentre padre Pio, sorretto da due cappuccini, si recò al confessionale. Dopo aver brevemente spiegato il motivo della sua visita, l’arcivescovo Lefebvre chiese al santo frate di pregare per il capitolo spiritano.   Quando poi gli chiese la benedizione, Padre Pio rispose con profonda umiltà: «no, Monsignore, è lei che deve benedire me!».   Il vescovo Lefebvre gli impartì quindi la benedizione episcopale, padre Pio gli baciò l’anello e proseguì verso il confessionale.   Una fotografia ormai celebre immortala questo momento.   Sebbene l’incontro sia fuori di dubbio, il contenuto del presunto «dialogo profetico» si basa esclusivamente su una testimonianza successiva, non corroborata da altre fonti e esplicitamente contraddetta dallo stesso vescovo Lefebvre.

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Una storia emersa sedici anni dopo

Il racconto della presunta profezia apparve pubblicamente solo nel 1983, sedici anni dopo gli eventi e quindici anni dopo la morte di Padre Pio. Fu pubblicato su La Domenica del Corriere il 23 aprile 1983 da Pier Carpi, il quale affermò di aver sentito la storia da un certo professor Bruno Rabajotti, presentato come testimone diretto dell’accaduto.   Tuttavia, nessun documento del 1967 menziona questa conversazione, nessun testimone indipendente la conferma, nessun conoscente di Padre Pio ne fa riferimento e, soprattutto, è emersa solo quando la crisi tra l’arcivescovo Lefebvre e Roma era già ampiamente nota al pubblico. Questa semplice constatazione da sola giustifica il massimo sospetto.  

Fonti inaffidabili

Le stesse personalità degli autori di questo resoconto rafforzano tali perplessità: Pier Carpi non era né uno storico della Chiesa né un biografo accademico di Padre Pio. Scrittore prolifico, era noto soprattutto per le sue opere sull’esoterismo, l’occultismo, le società segrete, la teosofia e le presunte profezie. Il suo nome compare anche in elenchi collegati alla loggia massonica P2, sebbene egli abbia negato di aver mai effettivamente fatto parte di tale organizzazione.   Anche la figura del presunto testimone, Bruno Rabajotti, solleva molti interrogativi. Gli specialisti di Padre Pio non trovano traccia di questo misterioso «figlio spirituale prediletto» al di fuori dei libri in cui egli stesso racconta i suoi ricordi, e nessuno dei più vicini figli spirituali di Padre Pio sembra averne mai sentito parlare.  

Una testimonianza piena di inverosimiglianze

Nel 1987, in Italia, venne pubblicato Il segreto di Padre Pio di Franco Fede , che riproduceva in una trentina di pagine la testimonianza completa attribuita a Bruno Rabajotti. La lettura di questo testo rivela numerose affermazioni inconciliabili con la dottrina cattolica.   Rabajotti attribuisce in particolare a Padre Pio l’idea che il dono delle lingue non sia un carisma soprannaturale concesso eccezionalmente da Dio, ma una capacità accessibile a tutti coloro che sanno «parlare il linguaggio dello spirito». Gli attribuisce inoltre le affermazioni secondo cui le persone potrebbero in qualche modo «salvarsi» o «guarirsi» attraverso un semplice equilibrio interiore.   Gli specialisti nella causa di beatificazione di Padre Pio non si sbagliavano: questa testimonianza non è mai stata inclusa tra i documenti ufficiali del processo.

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La risposta dell’arcivescovo Lefebvre

Di fronte alla persistente diffusione di questa storia, l’arcivescovo Lefebvre rispose personalmente l’8 agosto 1990 a un sacerdote della Compagnia che gli chiedeva cosa pensasse di questa presunta profezia.   Ecco la lettera.   «Questa calunnia, questa completa invenzione, circola in Italia da diversi anni. L’ho già smentita, ma le bugie sono dure a morire. Non c’è una sola parola di verità in questa pagina della rivista di cui mi hai inviato una fotocopia».   L’incontro, avvenuto dopo Pasqua del 1967, durò due minuti. Ero accompagnato da padre Barbara e da frate Félin, un frate spiritano. Incontrai padre Pio in un corridoio, mentre si recava al confessionale, sorretto da due frati cappuccini.   Gli spiegai in poche parole lo scopo della mia visita: chiedergli di benedire la Congregazione dello Spirito Santo che stava per tenere un capitolo generale straordinario, come tutte le congregazioni religiose, sotto il segno dell’aggiornamento, un capitolo che temevo avrebbe causato serie difficoltà.   Allora Padre Pio esclamò: «Io, benedire un arcivescovo? No, no! Sei tu che devi benedire me!».   Egli si inchinò per ricevere la mia benedizione. Lo benedissi. Baciò il mio anello episcopale e proseguì verso il confessionale.   Questo è stato tutto l’incontro, niente di più, niente di meno.   Inventare una storia come quella di cui mi hai mandato una copia richiede un’immaginazione satanica e una vera e propria volontà di mentire. Il suo autore è figlio del padre della menzogna.   Grazie per avermi dato l’opportunità di chiarire ancora una volta questa semplice verità.   Con i più cordiali saluti in Cristo e Maria.   ✠ Marcel Lefebvre    La chiarezza di questa smentita non lascia spazio ad ambiguità; il vescovo Lefebvre definisce questo racconto «calunnia», «una completa invenzione» e una «menzogna».

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Una leggenda perpetuata dalla ripetizione

Nonostante questa esplicita smentita, la storia continuò a circolare e venne ripresa in diverse opere popolari dedicate a Padre Pio, soprattutto nel mondo anglofono, dove il libro Padre Pio Gleanings riproduce il dialogo senza alcuna analisi critica.   La canonizzazione di Padre Pio nel 2002 ha dato nuova visibilità a questa leggenda, che da allora è stata regolarmente riproposta su Internet; le consacrazioni del 1° luglio 2026 le hanno conferito una nuova rilevanza.   Una bugia può fare il giro del mondo in pochi istanti, la verità a volte impiega anni ad affermarsi, ma alla fine trionfa sempre per coloro che la cercano sinceramente.   NOTE 1) Bernard Tissier de Mallerais, Mons. Lefebvre – Une vie, Clovis, 2002, pp. 391–392   2) Reazione riportata da padre Jean, cappuccino a Morgon, in Lettera agli amici di san Francesco n. 17, 2 febbraio 1999; Fideliter n. 129, p. 52   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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