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Gli stemmi e i motti dei futuri vescovi FSSPX

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A pochi giorni dalle consacrazioni episcopali del 1º luglio 2026 a Écône, vengono presentati gli stemmi episcopali dei quattro futuri vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, accompagnati dalla spiegazione dei loro principali elementi e del loro motto.

 

Sua Eccellenza Monsignor Pascal Schreiber

 

Blasonatura (descrizione dello scudo)

Lo scudo è inquartato (diviso in quattro quarti distinti):

 

Primo quarto (in alto a sinistra): di nero. Vi appare il volto trionfante di Gesù Cristo, Re dell’Universo, coronato d’oro, circondato da un nimbo e da raggi fiammeggianti, secondo la visione di san Nicola della Flüe.

 

Secondo e terzo quarto (in alto a destra e in basso a sinistra): identici, di rosso. Ciascuno è caricato da un leone rampante d’oro tenente nella zampa destra una penna d’oro.
Quarto quarto (in basso a destra): di nero, caricato da una stella d’oro a otto raggi.
Spiegazione

 

La divisione dello stemma in quattro parti deriva da una lunga tradizione dell’area germanofona.

 

Nel primo quarto si trova la parte centrale del Quadro di Meditazione di san Nicola della Flüe, patrono della Confederazione Svizzera, chiamato anche «Padre della Patria» (Martirologio Romano, 21 marzo). Questo santo è all’origine della vocazione sacerdotale del vescovo.

 

In questa visione, il volto rappresentato simboleggia ora la Divinità indivisa, ora il Verbo di Dio incarnato, ora un osservatore umano. Il volto è circondato da sei raggi. Tre partono dal volto stesso: uno dall’orecchio (Dio sa tutto), uno dall’occhio (Dio vede tutto, nulla gli è nascosto), l’ultimo dalla bocca (da Lui procede ogni sapienza); gli altri tre provengono dall’esterno e raggiungono il nimbo, per mostrare che il credente, attraverso un’assidua riflessione, può giungere a una conoscenza profonda della Divinità insondabile.

 

Il secondo e il terzo quarto riprendono l’arma della famiglia Schreiber. Il leone simboleggia tradizionalmente il coraggio, la forza e la regalità, mentre la penna richiama il significato del cognome Schreiber («scrittore») e stabilendo il valore del lavoro della scrittura.

 

Nel quarto quarto compare una stella che rappresenta sia il Salvatore – «Una stella spunta da Giacobbe» (Nm 24,17), «Io sono la stella radiosa del mattino» (Ap 22,16) – sia la Vergine Maria – «Stella Maris», «Stella Matutina» – creando così un legame con il motto.

 

La stella simboleggia inoltre san Nicola. Il santo eremita confessò che, mentre si trovava ancora nel seno materno, vide nel cielo una stella che illuminava il mondo intero. E dal suo eremo di Ranft vedeva continuamente nel cielo una stella che gli somigliava.

 

Infine, lo stemma porta i tre colori della bandiera tedesca: nero, rosso e oro, richiamando il Paese in cui si trova il seminario di Zaitzkofen.

 

Motto: VIRGO FIDELIS

Il motto è di ispirazione mariana e proviene dalle Litanie Lauretane: «Virgo fidelis», o Vergine fedele.

 

Maria è la figlia fedele del Padre celeste, la madre fedele del Figlio divino e la sposa fedele dello Spirito Santo. Ella deve anche aiutarci a rimanere fedeli a Dio.

 

Questo titolo della Beatissima Vergine Maria era particolarmente caro al nostro Fondatore, Mons. Marcel Lefebvre, che lo inserì negli Statuti della Fraternità Sacerdotale San Pio X:

 

«Gli impegni sono rinnovati da tutti i membri ogni anno nella festa dell’Immacolata Concezione, l’8 dicembre. […] In questo giorno di benedizione, tutti i membri chiedano alla Vergine fedele la grazia della fedeltà ai propri impegni e la grazia della perfetta unità nella carità per tutta la Fraternità».

 

Il riferimento alla Vergine Maria mette inoltre in risalto le virtù della fortezza e della purezza, in un’epoca in cui esse sono così duramente attaccate.

 

«Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8).

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Sua Eccellenza Monsignor Michael Goldade

Blasonatura (descrizione dello scudo)

Campo (sfondo): d’azzurro.

 

Bordura: ornata da un tralcio composto da dodici spighe di grano d’oro (sei per lato), unite da steli intrecciati.

 

Cuore dello scudo (scudetto centrale): uno scudetto d’oro caricato, da un Cuore di Vandea di rosso, formato da due cuori intrecciati, sormontati da una corona e da una croce.
Spiegazione

 

Le dodici spighe di grano sono ricche di significato e di simbolismo.

 

Sul piano personale, le spighe evocano sia il luogo d’origine del vescovo – Our Lady of the Prairies, nel Dakota del Nord – sia il luogo in cui è cresciuto – St. Marys, nel Kansas. Entrambi gli Stati sono noti per la loro agricoltura e figurano tra i maggiori produttori di grano degli Stati Uniti. Il numero dodici rimanda inoltre ai dodici membri della sua famiglia.

 

Sia il numero dodici sia le spighe ricorrono frequentemente nella Sacra Scrittura. Esse ricordano la storia del patriarca Giuseppe dell’Antico Testamento, uno dei dodici figli di Giacobbe, custode del grano d’Egitto. Egli fu così figura profetica di san Giuseppe, padre putativo del Bambino Gesù, Pane della Vita. Lo stesso san Giuseppe è anche patrono della Chiesa universale e custode delle vocazioni.

 

Il grano è inoltre simbolo della Santissima Eucaristia e del santo Sacrificio della Messa, che costituiscono il cuore della Fraternità San Pio X. Il numero dodici, numero della pienezza, corrisponde al numero delle ceste che raccolsero gli avanzi della moltiplicazione dei pani e rimanda altresì agli Apostoli, colonne della Chiesa.

 

Il campo d’azzurro nel quale è posto lo scudetto d’oro è un omaggio alla Santissima Vergine Maria, campo verginale dal quale è uscito il Pane della Vita; l’oro dello scudetto designa la divinità del Bambino portato da Nostra Signora. È anche un’allusione all’oro evocato dal nome Goldade.

 

Il simbolo dei due Cuori coronati corrisponde alla principale devozione della famiglia Goldade ai Sacratissimi Cuori di Gesù e di Maria e rappresenta naturalmente l’arma della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Questo simbolo è strettamente legato al motto.

 

Motto: ADEAMUS CUM FIDUCIA

 

Questo motto è tratto da san Paolo:

 

«Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia per un aiuto opportuno» (Eb 4,16).

 

Sono anche le prime parole dell’Introito della Messa del Cuore Immacolato di Maria (22 agosto).

 

Si tratta di un atto di fede e di assoluta fiducia nella Beatissima Vergine Maria, Mediatrice di tutte le grazie, alla quale suo Figlio non rifiuta nulla.

 

«La ragione della mia speranza è Maria!» (san Bernardo).

 

La Vergine è designata con il titolo di «Trono della Grazia», poiché la Sapienza eterna, sorgente di ogni grazia, ha voluto riposare in Lei e regnare per mezzo di Lei.

 

Questa preghiera richiama inoltre l’inizio della santa Messa, evocato dalle spighe:

 

«Salirò all’altare di Dio…» (Sal 42).

 

Per mezzo dei Cuori uniti di Gesù e di Maria, e di tutte le grazie che ci vengono dal santo Sacrificio della Messa, abbiamo la certezza dell’aiuto divino in tutte le circostanze della nostra vita.

 

«Nella speranza infatti siamo stati salvati» (Rm 8,24).

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Sua Eccellenza Monsignor Michel Poinsinet de Sivry

Blasonatura (descrizione dello scudo)

 

Lo scudo è troncato (diviso orizzontalmente in due parti uguali):

 

Capo (parte superiore): di rosso, caricato da una spada d’argento guarnita d’oro, posta in banda, sulla quale è posta una palma d’oro in sbarra.
Punta (parte inferiore): d’azzurro, caricata da un cigno d’argento, imbeccato d’oro, nuotante su onde dello stesso metallo poste nella parte inferiore dello scudo.
Spiegazione

 

Nella parte superiore, due emblemi illustrano il motto:

 

La spada significa il combattimento che la Chiesa, attraverso i suoi membri, deve sostenere per estendere il trionfo di Nostro Signore sul mondo e sul peccato mediante l’applicazione dei frutti della sua Redenzione. La spada è anche la parola di Dio:
«Prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio» (Ef 6,17).

 

Questa parola tagliente è la risposta alle massime del mondo.

 

La palma simboleggia la vittoria della Chiesa già quaggiù, personificata dai testimoni della fede e dai suoi martiri. Essa esprime la gioia e il trionfo che derivano da tale vittoria.
Nella parte inferiore si trova il cigno, tratto dall’arma di famiglia, simbolo di fedeltà (il cigno rimane sempre fedele al proprio compagno) e di purezza (per il suo colore bianco), due qualità inerenti alla virtù della fede.

 

Motto: FIDES VINCIT MUNDUM

 

Queste parole sono tratte dalla Prima Lettera di san Giovanni:

 

«Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede» (1 Gv 5,4).

 

Esse ricordano il trionfo di Nostro Signore Gesù Cristo su questo mondo che non ha voluto accoglierlo.

 

«Io ho vinto il mondo» (Gv 16,33).

 

È la fede in Nostro Signore che ci associa a questa vittoria.

 

Ci ricordano inoltre che la Chiesa è quaggiù la Chiesa militante:

 

«La vita dell’uomo sulla terra è una lotta» (Gb 7,1).

 

In questo motto troviamo dunque espressa la lotta tra le «Due Città» (sant’Agostino) o i «Due Stendardi» (sant’Ignazio), e la certezza della vittoria di Nostro Signore.

 

È quindi un appello alla speranza in questi tempi travagliati che la Chiesa sta vivendo, un’eco della storia particolare della Fraternità e della sua missione provvidenziale.

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Sua Eccellenza Monsignor Marc Hanappier

Blasonatura (descrizione dello scudo)

 

Lo scudo è composto da un unico campo:

 

Campo (sfondo): d’azzurro.

Figura centrale: un Agnello Pasquale (Agnus Dei) d’argento. L’agnello è rappresentato passante, con la testa nimbata d’oro e segnata da una croce di rosso. Porta un’asta crociata d’oro alla quale è fissato uno stendardo d’argento caricato da una croce di rosso (l’orifiamma della Risurrezione). Dal suo petto sgorga un flusso di sangue di rosso che si versa in un calice d’oro posto ai suoi piedi.

Accompagnamento: l’agnello è accompagnato da tre gigli d’argento, disposti due nel capo e uno nella punta.

 

Spiegazione

L’Agnello vittorioso è quello dell’Apocalisse, del quale gli angeli e i santi cantano la vittoria in Cielo:

 

«L’Agnello che è stato immolato è degno di ricevere la potenza, la divinità, la sapienza, la forza, l’onore, la gloria e la benedizione!» (Ap 5,12).

 

Questo è anche l’Introito della Messa di Cristo Re.

 

Glorificare l’Agnello immolato per la nostra salvezza, il cui Sangue è la nostra vita: questo è il fine della Chiesa. Quel Sangue è raccolto nel calice della salvezza e comunicato alle anime come vera bevanda per purificarle e fortificarle.

 

I gigli sono un simbolo di regalità e accompagnano l’Agnello.

 

Essi rappresentano anche la purezza immacolata della Vergine Maria:

 

«Come un giglio tra i rovi, così l’amica mia tra le fanciulle» (Ct 2,2).

 

Sul fondo azzurro essi sono anche un simbolo della Francia. Sono tre, come nello stemma della città di Versailles, dove risiede la famiglia Hanappier.

 

Motto: DIGNUS EST AGNUS

 

San Giovanni Battista rese testimonianza:

 

«Ecco l’Agnello di Dio» (Gv 1,36),

 

e questa testimonianza suscitò la vocazione dei primi due Apostoli, Giovanni e Andrea. L’Agnello di Dio attira le vocazioni.

 

Nell’Apocalisse l’Agnello appare:

 

«in piedi, come immolato» (Ap 5,6).

 

Nostro Signore Gesù Cristo è al tempo stesso il Sommo Sacerdote del Nuovo Testamento e la Vittima di soave odore offerta al Padre. Questo simbolo evoca il sacerdozio e il santo Sacrificio della Messa, durante il quale si prega questo Agnello, «che toglie i peccati del mondo», di «avere pietà di noi» e di «donarci la pace».

 

Nel versetto seguente dello stesso capitolo, l’Agnello riceve il libro:

 

«scritto all’interno e all’esterno, sigillato con sette sigilli»,

 

che soltanto Lui può aprire. Questa è la chiave di tutta la storia del mondo: Nostro Signore Gesù Cristo è il centro della storia – «a Lui appartengono i tempi» (benedizione del cero pasquale); nulla, nessuno e nessun gruppo umano, in nessuna epoca, può dirsi indipendente da Lui, e il mistero del male nella storia del mondo può essere compreso soltanto alla luce della Croce, del sacrificio dell’Agnello, al di fuori del quale non c’è salvezza.

 

Sì, Egli è veramente:

 

«degno di ricevere la potenza, la divinità, la sapienza, la forza, l’onore, la gloria e la benedizione!» (Ap 5,12).

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine da FSSPX.News

 

 

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Spirito

La fede cieca non basta

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Molti cristiani, soprattutto quelli di una certa età, vorrebbero poter vivere la propria fede in pace. Respingono sia i «polemisti» che considerano estremisti, a prescindere dalla loro posizione.   Si convincono facilmente che la maggior parte delle Messe celebrate in Francia siano normali, che la cosa migliore sia adattarsi alle nuove pratiche ignorando gli eccentrici e coloro che pretendono spiegazioni.   Dal momento che i vescovi non sembrano voler escludere nulla e nessuno (almeno non a sinistra), perché loro, buoni laici, dovrebbero prendersi la briga di studiare attentamente chi ha ragione e chi ha torto? L’approccio migliore, quindi, sarebbe quello di praticare la tolleranza universale, in breve, l’amore senza dispute dogmatiche. Una fede semplice e incondizionata: ecco il rifugio in cui si rifugiano oggi molti buoni cristiani.   Una fede semplice, ingenua e non esaminata, quella ereditata dai genitori: punto e basta.   Questo atteggiamento è comprensibile per la gente comune, ma quando si è un medico, un notaio o un professore universitario, questa abdicazione di responsabilità è rovinosa, a breve o a lungo termine.   Innanzitutto, rovina se stessi, perché una religione che non nutre più l’intelletto e non è altro che una vaga ostentazione di benevolenza, accompagnata da pratiche routinarie, non corrisponde all’insegnamento di Cristo, che vuole che amiamo Dio «con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra forza e con tutta la nostra mente». E la fuga da ogni riflessione dottrinale da parte di coloro che ne sono capaci e più istruiti della gente comune è rovinosa anche per l’intera comunità cristiana.   I nostri cristiani pacifisti, disgustati, dicono, dalla discordia, sono giustamente preoccupati per l’assenza di sacerdoti, e quindi di Messe, in aree sempre più vaste. Non ne vedono la causa? Una religione indifferente al contenuto della Fede non può produrre seminaristi o sacerdoti. Se si tratta semplicemente di essere generosi e accettare qualsiasi cosa o chiunque, le prostitute farebbero un lavoro molto migliore.   Questa interpretazione del Vangelo, che si concentra unicamente sull’amore, è davvero strana, soprattutto perché molti versetti ci insegnano la Fede e in nessun luogo si parla di carità senza fede!   La nostra epoca non è poi così diversa da quella di San Paolo; egli si impegnò in vigorose polemiche (Atti 18,28), combatté contro i lupi rapaci che non risparmiavano nessuno, contro coloro che, all’interno della Chiesa stessa, sviavano i discepoli con i loro insegnamenti perversi (Atti 20-30). Le sue due lettere a Timoteo sono quasi interamente scritti polemici contro i falsi maestri.   Ah! «Pace, pace soprattutto», è facile dirlo, ma il Signore non ci ha promesso questo tipo di pace qui sulla terra. «Lo Spirito Santo vi insegnerà e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto. Io vi do la pace, ma non la pace del mondo» (Giovanni 14,26-27).   Padre Philippe Sulmont, Parroco di Domqueur, † 2010   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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L’Europa civilizzata ed evangelizzata dai figli di san Benedetto

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Oggi, nel giorno di San Benedetto, Renovatio 21 pubblica un estratto della Lettera Enciclica Fulgens radiatur (1947) di papa Pio XII che indica l’enorme ruolo svolto del santo norcino nella costruzione della civiltà europea, ossia della civiltà tout court. Benedetto, fratello gemello di santa Scolastica nato a Norcia nel 480 e morto a Montecassino nel 547, è padre del monachesimo occidentale, venerato da tutte le Chiese cristiane che riconoscono i santi, ed è il principale patrono d’Europa.

 

Come invero nei secoli passati le legioni romane marciavano per le vie consolari per assoggettare all’impero di Roma tutte le nazioni, così ora numerose schiere di monaci, le cui armi «non sono carnali, ma potenti in Dio solo» (2Cor 10,4), sono inviate dal sommo pontefice, affinché dilatino felicemente il pacifico regno di Gesù Cristo fino agli estremi confini della terra, non con la spada, non con la forza, non con le stragi, ma con la croce e con l’aratro, con la verità e con l’amore.

 

E dovunque ponevano il loro piede queste inermi schiere, formate di predicatori della dottrina cristiana, di artigiani, di agricoltori e di maestri di scienze umane e divine, ivi stesso le terre boscose e incolte erano solcate dall’aratro; sorgevano le sedi delle arti e delle scienze; gli abitanti dalla loro vita rozza e selvaggia erano educati alla convivenza e alla civiltà sociale, e si faceva brillare davanti a loro l’esempio della dottrina evangelica e la luce della virtù.

 

Innumerevoli apostoli, accesi di soprannaturale carità, percorsero incognite e turbolente regioni d’Europa, le innaffiarono generosamente del loro sudore e del loro sangue, e ai popoli pacificati portarono la luce della cattolica verità e santità…

 

Difatti non solo l’Inghilterra, la Francia, l’Olanda, la Frisia, la Danimarca, la Germania, la Scandinavia e l’Ungheria, ma anche non poche nazioni slave si vantano dell’apostolato di questi monaci e li annoverano tra le loro glorie e come gli illustri fondatori della loro civiltà.

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Brano segnalato da VDG

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La presunta profezia di Padre Pio contro l’arcivescovo Lefebvre: una vecchia leggenda che riemerge

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Ad ogni evento significativo riguardante la Fraternità Sacerdotale San Pio X, la stessa storia riemerge. Dopo le consacrazioni episcopali del 1° luglio 2026, diversi siti web e social network hanno nuovamente diffuso la presunta «profezia» di Padre Pio che annunciava all’arcivescovo Marcel Lefebvre che avrebbe disobbedito al Papa e causato una divisione nella Chiesa.   Presentata come testimonianza inconfutabile, questa storia è tuttavia priva di qualsiasi fondamento storico serio. La sua origine è tarda, la sua fonte è estremamente discutibile, il suo unico testimone è sconosciuto agli specialisti di Padre Pio e, soprattutto, è categoricamente smentita dallo stesso arcivescovo Lefebvre in una lettera autografa del 1990.  

Un incontro autentico

Nessuno contesta che il vescovo Marcel Lefebvre abbia incontrato Padre Pio; l’incontro ebbe luogo il 27 marzo 1967, lunedì di Pasqua, a San Giovanni Rotondo.   Il Superiore Generale della Congregazione dello Spirito Santo, l’Arcivescovo Lefebvre, si recò dal celebre frate cappuccino per chiedere la sua intercessione in vista del capitolo generale straordinario che gli Spiritani si preparavano a tenere nel contesto dell’applicazione delle riforme derivanti dal Concilio Vaticano II. (1)   L’«aggiornamento» era allora richiesto in tutti gli istituti religiosi e l’arcivescovo temeva già le gravi conseguenze che tali trasformazioni avrebbero potuto comportare.   Questa preoccupazione non rimase inascoltata da Padre Pio. Poco prima, anche il superiore generale dei Cappuccini si era recato da lui per chiedergli di pregare per il capitolo generale del suo ordine, incaricato di redigere nuove costituzioni. Secondo diversi testimoni, il santo frate reagì bruscamente, dichiarando: «Non sono altro che chiacchiere e rovina!». In seguito, venuto a sapere che si stavano preparando nuove costituzioni, avrebbe dato nuovamente sfogo al suo dolore, esclamando: «Ma cosa fate a Roma? Cosa state tramando? Volete cambiare persino la regola di San Francesco!». (2)   L’incontro tra l’arcivescovo Lefebvre e padre Pio fu, tuttavia, estremamente semplice. L’arcivescovo era accompagnato da padre Barbara e da frate Félin, un frate spiritano, mentre padre Pio, sorretto da due cappuccini, si recò al confessionale. Dopo aver brevemente spiegato il motivo della sua visita, l’arcivescovo Lefebvre chiese al santo frate di pregare per il capitolo spiritano.   Quando poi gli chiese la benedizione, Padre Pio rispose con profonda umiltà: «no, Monsignore, è lei che deve benedire me!».   Il vescovo Lefebvre gli impartì quindi la benedizione episcopale, padre Pio gli baciò l’anello e proseguì verso il confessionale.   Una fotografia ormai celebre immortala questo momento.   Sebbene l’incontro sia fuori di dubbio, il contenuto del presunto «dialogo profetico» si basa esclusivamente su una testimonianza successiva, non corroborata da altre fonti e esplicitamente contraddetta dallo stesso vescovo Lefebvre.

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Una storia emersa sedici anni dopo

Il racconto della presunta profezia apparve pubblicamente solo nel 1983, sedici anni dopo gli eventi e quindici anni dopo la morte di Padre Pio. Fu pubblicato su La Domenica del Corriere il 23 aprile 1983 da Pier Carpi, il quale affermò di aver sentito la storia da un certo professor Bruno Rabajotti, presentato come testimone diretto dell’accaduto.   Tuttavia, nessun documento del 1967 menziona questa conversazione, nessun testimone indipendente la conferma, nessun conoscente di Padre Pio ne fa riferimento e, soprattutto, è emersa solo quando la crisi tra l’arcivescovo Lefebvre e Roma era già ampiamente nota al pubblico. Questa semplice constatazione da sola giustifica il massimo sospetto.  

Fonti inaffidabili

Le stesse personalità degli autori di questo resoconto rafforzano tali perplessità: Pier Carpi non era né uno storico della Chiesa né un biografo accademico di Padre Pio. Scrittore prolifico, era noto soprattutto per le sue opere sull’esoterismo, l’occultismo, le società segrete, la teosofia e le presunte profezie. Il suo nome compare anche in elenchi collegati alla loggia massonica P2, sebbene egli abbia negato di aver mai effettivamente fatto parte di tale organizzazione.   Anche la figura del presunto testimone, Bruno Rabajotti, solleva molti interrogativi. Gli specialisti di Padre Pio non trovano traccia di questo misterioso «figlio spirituale prediletto» al di fuori dei libri in cui egli stesso racconta i suoi ricordi, e nessuno dei più vicini figli spirituali di Padre Pio sembra averne mai sentito parlare.  

Una testimonianza piena di inverosimiglianze

Nel 1987, in Italia, venne pubblicato Il segreto di Padre Pio di Franco Fede , che riproduceva in una trentina di pagine la testimonianza completa attribuita a Bruno Rabajotti. La lettura di questo testo rivela numerose affermazioni inconciliabili con la dottrina cattolica.   Rabajotti attribuisce in particolare a Padre Pio l’idea che il dono delle lingue non sia un carisma soprannaturale concesso eccezionalmente da Dio, ma una capacità accessibile a tutti coloro che sanno «parlare il linguaggio dello spirito». Gli attribuisce inoltre le affermazioni secondo cui le persone potrebbero in qualche modo «salvarsi» o «guarirsi» attraverso un semplice equilibrio interiore.   Gli specialisti nella causa di beatificazione di Padre Pio non si sbagliavano: questa testimonianza non è mai stata inclusa tra i documenti ufficiali del processo.

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La risposta dell’arcivescovo Lefebvre

Di fronte alla persistente diffusione di questa storia, l’arcivescovo Lefebvre rispose personalmente l’8 agosto 1990 a un sacerdote della Compagnia che gli chiedeva cosa pensasse di questa presunta profezia.   Ecco la lettera.   «Questa calunnia, questa completa invenzione, circola in Italia da diversi anni. L’ho già smentita, ma le bugie sono dure a morire. Non c’è una sola parola di verità in questa pagina della rivista di cui mi hai inviato una fotocopia».   L’incontro, avvenuto dopo Pasqua del 1967, durò due minuti. Ero accompagnato da padre Barbara e da frate Félin, un frate spiritano. Incontrai padre Pio in un corridoio, mentre si recava al confessionale, sorretto da due frati cappuccini.   Gli spiegai in poche parole lo scopo della mia visita: chiedergli di benedire la Congregazione dello Spirito Santo che stava per tenere un capitolo generale straordinario, come tutte le congregazioni religiose, sotto il segno dell’aggiornamento, un capitolo che temevo avrebbe causato serie difficoltà.   Allora Padre Pio esclamò: «Io, benedire un arcivescovo? No, no! Sei tu che devi benedire me!».   Egli si inchinò per ricevere la mia benedizione. Lo benedissi. Baciò il mio anello episcopale e proseguì verso il confessionale.   Questo è stato tutto l’incontro, niente di più, niente di meno.   Inventare una storia come quella di cui mi hai mandato una copia richiede un’immaginazione satanica e una vera e propria volontà di mentire. Il suo autore è figlio del padre della menzogna.   Grazie per avermi dato l’opportunità di chiarire ancora una volta questa semplice verità.   Con i più cordiali saluti in Cristo e Maria.   ✠ Marcel Lefebvre    La chiarezza di questa smentita non lascia spazio ad ambiguità; il vescovo Lefebvre definisce questo racconto «calunnia», «una completa invenzione» e una «menzogna».

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Una leggenda perpetuata dalla ripetizione

Nonostante questa esplicita smentita, la storia continuò a circolare e venne ripresa in diverse opere popolari dedicate a Padre Pio, soprattutto nel mondo anglofono, dove il libro Padre Pio Gleanings riproduce il dialogo senza alcuna analisi critica.   La canonizzazione di Padre Pio nel 2002 ha dato nuova visibilità a questa leggenda, che da allora è stata regolarmente riproposta su Internet; le consacrazioni del 1° luglio 2026 le hanno conferito una nuova rilevanza.   Una bugia può fare il giro del mondo in pochi istanti, la verità a volte impiega anni ad affermarsi, ma alla fine trionfa sempre per coloro che la cercano sinceramente.   NOTE 1) Bernard Tissier de Mallerais, Mons. Lefebvre – Une vie, Clovis, 2002, pp. 391–392   2) Reazione riportata da padre Jean, cappuccino a Morgon, in Lettera agli amici di san Francesco n. 17, 2 febbraio 1999; Fideliter n. 129, p. 52   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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