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Ma quale amnistia: Norimberga 2.0 per i gerarchi pandemici

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Un professore della New York University, tale Scott Galloway è stato ospitato la scorsa settimana dal comico di sinistra Bill Maher nel suo popolare talk show Real Time, una trasmissione molto seguita del canale televisivo via cavo statunitense HBO.

 

Il Galloway si era fatto notare, durante la pandemia, per le sue proposte di lockdown duro. Su Business Insider, nel luglio 2020, aveva scritto un articolato intitolato «Le Università devono pensare come le aziende per sopravvivere al COVID-19». In un altro articolo pubblicato dalla USS University, aveva predetto che centinaia di università americane sarebbero perite o avrebbero avuto difficoltà ad andare avanti a causa del fattore coronavirus. A novembre del primo anno pandemico il professore di marketing aveva già mandato in stampa un libro, Post-corona. Dalla crisi all’opportunità.

 

Con ogni evidenza, il professore neoeboraceno era uno di quelli che nella pandemia, come si usa dire, ci aveva «preso dentro».

 

Tuttavia eccotelo qui, a fine 2023, a fare un tardivo mea culpa. Durante una tavola rotonda con Maher e l’ex governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo (quello accusato di aver piazzato malati COVID negli ospizi, con strage annessa), il Galloway ha ammesso di aver «sbagliato» nel sostenere politiche di lockdown prolungato.

 

Si tratta di una vera domanda di amnistia, non dissimile da altre emerse negli ultimi mesi, ma qui molto accorata.

 

«Ero nel consiglio della scuola dei miei figli durante il COVID. Volevo una politica di blocco più dura. In retrospettiva, mi sbagliavo. Il danno causato ai ragazzi nel tenerli lontani dalla scuola più a lungo è stato maggiore dei rischi», ha confessato il professore, maglioncino, occhiale a montatura spessa e pelata à la Michel Foucault.

 

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«Ma il punto è questo: io, le nostre grandi persone, il CDC, vorrei ringraziare il governatore. Operavamo tutti con informazioni imperfette e stavamo facendo del nostro meglio», ha insistito, con gli occhi bassi. «Ma impariamo da questo. Riteniamoci reciprocamente responsabili, ma portiamo un po’ di grazia e perdono nello spettacolo di merda che è stato il COVID».

 

Non è chiaro cosa abbia fatto abbassare la cresta al professore. Forse in lockdown una figlia gli è diventata anoressica a 8 anni? O forse si è depressa a morte? Forse un figlio gli si è trasformato in una belva che fa risse pubbliche di violenza estrema? Forse un figlio si è suicidato?

 

In fondo non importa. Perché «stavamo facendo del nostro meglio». Sì. Certo.

 

La rete è, ovviamente, impazzita. Su Twitter gli utenti hanno avuto reazioni di ironia e di rabbia. Alcuni hanno ricordato come «la squadra della realtà» abbia gridato dai tetti da subito, mentre vedeva il mondo affogare in un diluvio di paura e corruzione. In tanti ricordano come chi provava ad opporsi fosse ridicolizzato, emarginato, gettato fuori dai social e dalla società. Moltissimi dicono: nessuna pietà. Dopo essere stati zittiti dagli «esperti», incompetenti nel migliore dei casi e forse pure corrotti, chi ha voglia di perdonare?

 

Io, per primo, non ho attualmente nessuna intenzione di dare il perdono a chicchessia. Si tratta, ovviamente, di una questione politica – biopolitica, se volte – che riguarda un quadro più grande della mia vita offesa dalla tirannide pandemica.

 

Lasciare correre i crimini subiti, dimenticarci dei mostri che li hanno perpetrati, significherebbe cedere rispetto al grande piano di sottomissione planetaria di cui il COVID è stato il prodromo: su queste pagine lo abbiamo ripetuto ad nauseam, il fine del COVID è un sistema di controllo bioelettronico onnipervasivo iniziato con il green pass e pronto a continuare con l’euro digitale, per poi arriva, inevitabilmente, al chippaggio della popolazione, se va bene sotto la pelle, se va male direttamente nel cervello (destinazione ultima dell’apparato di sorveglianza, che vuole l’anima e in quanto materialista crede stia nel cervello).

 

Perdonare oggi significa lasciare il campo libero alla tecnocrazia in fase di caricamento. Significa, soprattutto, credere che la questione sia finita. Non lo è. Anzi, è facile dire che non abbiamo visto ancora niente.

 

Tuttavia, ci sono altri motivi per cui non intendo dimenticare quanto ci è stato fatto. Motivi personali, più intimi del fatturato disintegrato e dei negozi che hanno cacciato fuori me e mio figlio, più profondi della pena economica e dell’apartheid biotica.

 

Qualche settimana fa chi scrive, all’ultimo piano dell’ospedale di una città dell’Alta Italia, ha sentito che dentro gli stava montando qualcosa di raro nella sua vita adulta: una spremuta d’occhi. Ero andato a trovare un caro amico ricoverato in oncologia. Fino a poche settimane prima, eravamo insieme a bere birra e limonata guardando i nostri figli giocare in giardino. Cene in terrazzino, passeggiate nella natura – perché lui è un tizio sportivo, dedito ad una vita sana.

 

Poi di colpo, i dolori. Ecografie. TAC. La diagnosi che ha fatto cadere tutti dalla sedia, con qualche amica che ha pianto. Cancro. In più luoghi del corpo.

 

Devo dire che lo shock è stato tale che, a differenza di altri, non ho pensato subito alla questione. Poi amici in comune me lo hanno suggerito: «turbocancro». Ognuno, salta fuori, ha una storia di un parente, un collega, un conoscente che ci è passato: signora guarita dal cancro decenni fa se lo vede tornare; diciottenne sviluppa un tumore poco dopo l’iniezione (perfino nel punto stesso della puntura, mi hanno raccontato); madre di famiglia diventa terminale nel giro di pochi mesi, diciottenne sviluppa immediatamente; bambino trattato per leucemia ritorna malato subito dopo che avevano detto che molto raramente sarebbe tornato.

 

Tutti aneddoti, storie che aspettano di diventare letteratura scientifica, quindi non spendibili per gli «esperti», che pontificano mentre la gente, davvero, muore. Tutte storie che sentiamo oramai da due anni.

 

Chi segue Renovatio 21 sa che qualcuno, tuttavia, sta alzando la testa, e vari dottori stanno segnalando questo possibile effetto collaterale ulteriore: il vaccino del secolo potrebbe causare il male del secolo…? Con il vaccino polio, credendo agli studi sugli effetti cancerogeni dell’SV40, potrebbe essere andata così, e ribadiamo di essere allibiti dall’esserci ritrovati davanti al virus delle scimmie anche qui, pure dentro a sieri in teoria privi di cellule.

 

Alcuni estremisti ritengono che potrebbe essere tutto programmato, e tra poco, dicono, tireranno fuori dal cilindro un vaccino mRNA contro il cancro. Ipotesi davvero estrema: tuttavia abbiamo visto che Moderna, il cui vaccino è accusato di produrre la miocardite, sta sviluppando un vaccino contro gli infarti

 

Torniamo all’ospedale, a quando sono stato a trovare il mio amico la prima volta. Ricordo il senso di quiete della domenica sera, la città buia sotto di me, il ronzio dei neon, il sentimento di soggezione che mette sempre l’inoltrarsi in un nosocomio. Ricordo di essermi perso tra ascensori e corridoi, e di aver chiesto informazioni ad un’infermiera che mi ha subito redarguito perché sprovvisto di mascherina.

 

Ricordo soprattutto il momento in cui l’ho visto, lì sdraiato sul letto. Come se il mio essere, per un istante, si fosse bloccato, come se dovessi fermarmi e resettare, perché non venivano né parole né pensieri. C’era solo questo colpo, questa commozione. E la spremuta d’occhi, che sentivo salire subito, incontrollata.

 

È in quel momento che capisci che la questione è molto, molto più grande di te. Tu non ne hai il controllo. Esserti informato, esserti protetto e preparato per anni, non ti salva, in realtà. Non puoi evitarlo, oramai il danno è troppo grande, è immenso, è ramificato.

 

Nessuno può dirsi al riparo dal COVID, anche se non lo ha mai preso, anche se non ha mai fatto un vaccino, né un tampone: perché la pandemia ha comunque distrutto una parte della sua vita. Ci sono collaboratori di Renovatio 21 che hanno tagliato i ponti con le famiglie di origine, altri che hanno visto il rapporto coniugale esplodere. Nel mio piccolo, posso dire che ramificazioni delle «morti improvvise» hanno mandato fuori equilibrio anche la famiglia da cui provengo, mandandola ad un passo dalla distruzione.

 

Il dolore di tutto questo è immenso. Più importante: non è finito.

 

E ora, volete chiedermi di perdonare? Volete chiedermi di dimenticare? Volete che abbuoni la catastrofe mentre ancora questa sta distruggendo le nostre vite?

 

Sì, loro vorrebbero. I gerarchi pandemici lo domandano perché forse hanno capito che hanno calcato la mano, ma vogliono salvare il metodo: lo devono riutilizzare presto, magari per «l’ambiente», dove non si può dire che agiscano senza dati, ci garantiscono che il consenso scientifico sul Cambiamento Climatico è del 100%, eccerto. Se non è per la sparizione delle mezze stagioni, sarà per qualcos’altro: per l’economia, per la guerra, per l’energia, per il terrorismo, per l’atomica. Magari per un’altra pandemia: un altro virus che «scappa» da un laboratorio di bioingegneria Gain of Function a caso, stavolta magari ancora più mortale, un Ebola wuhanizzato. E via.

 

Ci stanno dicendo: perdonateci, perché continueremo a farlo. Di fatto, non stanno chiedendo scusa.

 

E invece noi non scorderemo nulla. E anzi, non molleremo mai l’idea di una nuova Norimberga, dove, a differenza che con il nazismo, non saranno giudicati pochi medici sadici, ma migliaia e migliaia di gerarchi pandemici, sanitari e non.

 

È un desiderio che in tanti mi hanno confessato. La Norimberga 2.0 ce la hanno nel cuore in moltissimi, e credo che sia un meccanismo completamente naturale: la mente umana fantastica, programma un momento in cui la dissonanza cognitiva generata dall’ingiustizia planetaria trova la sua soluzione, anche epica, anche spettacolare.

 

Perché continuare a vivere in questa assenza di giustizia, ad un certo punto, diverrà insopportabile.

 

Dimenticare quanto ci hanno fatto, e non sognare Norimberga, serve solo a chi vuole ripetere il piano, e sottometterci, e farci soffrire, e ucciderci sempre di più.

 

Io non posso farlo. Io, mentre sto combattendo con le lacrime agli occhi, non posso perdonare nulla.

 

Roberto Dal Bosco

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Il Giappone di fronte alla legalizzazione della prostituzione

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La Takaichi ha fatto anche cose buone. Nel corso di marzo una commissione del governo giapponese dovrebbe iniziare a discutere una riforma della legge che regolamenta la prostituzione nel Paese. Allo stato attuale la compravendita di prestazioni sessuali opera in un’area grigia ampiamente tollerata, fondata su quello che è di fatto un patto Stato-crimine organizzato efficace, per quanto esecrabile.   Sulla carta, la legge in Giappone non permette atti sessuali a pagamento che comportino la penetrazione vaginale, il che ha portato al fiorire di un’offerta di prestazioni alternative per soddisfare l’inevitabile domanda. È facile intuire però che le stanze degli alberghi a ore non dispongano di VAR, ragion cui per cui eventuali operazioni di meretricio sconfinanti nell’illecito non si vedono fischiare il pur meritato fuorigioco.   Al di là della visione «pagana» che ha della sessualità una civiltà che, per sua disgrazia, ha rifiutato il cristianesimo, si può semplificare dicendo che l’interesse della legislazione nipponica è quello di mantenere la prostituzione entro un’area limitata, proibendo ad esempio la ricerca di clienti in strada, in modalità peripatetica. Allo stato attuale, chi viene punito è chi vende il servizio, non chi lo compra: il cliente è quindi di fatto deresponsabilizzato.

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Alcuni fatti di cronaca recenti hanno però portato l’attuale esecutivo a riconsiderare la situazione. In primis c’è la trasformazione della zona della capitale tra Kabukicho e Shin Okubo (uno dei centri della vita notturna tokyota) in un centro della prostituzione di strada, dove ragazze poco più che adolescenti stanno nei parchi o sul ciglio della strada in cerca di clienti.   La zona in questione è anche una delle visite obbligatorie per i turisti stranieri (gattino in 3D e testone di Godzilla vi dicono niente?): unite la cosa all’attualmente bassissima valutazione dello yen e otterrete come il risultato che il Giappone sta diventando meta di turismo sessuale per i turisti di mezzo mondo.   Che le autorità sembrino finalmente volersi muovere contro questo umiliante fenomeno non può che essere apprezzato da chiunque, al di là delle personali idiosincrasie politiche.   A fare sì invece che si iniziasse a considerare la responsabilità penale del cliente è stata l’amara scoperta che a Yushima, a due passi dal famoso parco di Ueno, una dodicenne thailandese sia stata per mesi fatta lavorare in un bordello locale (ovvero: tecnicamente non un bordello sul modello di quelli attualmente legalizzati in Europa, ma comunque un esercizio che sulla carta operava legalmente).   Sono stati immediatamente arrestati la donna thailandese che fungeva da procacciatrice di lavoratrici per il postribolo e il proprietario dello stesso, ma il fatto che le indagini non abbiano immediatamente coinvolto i clienti ha causato indignazione generale.   Alla carrellata degli orrori di un mondo che l’idiozia imperante vende, a turno, come occasione di emancipazione della donna, raffinato passatempo per esteti gaudenti o razionale strumento di educazione sessuale, aggiungiamo il feto fatto a pezzi trovato nel frigorifero di un bordello di Kinshicho, nella zona est di Tokyo.   Una 22enne che lavorava e, a quanto pare viveva, nel bordello avrebbe partorito il bambino e, colta dal panico, immediatamente deciso di eliminarlo. Volendo però che il suo bambino le restasse vicino, avrebbe poi nascosto il corpo smembrato nel reparto congelatore del frigorifero del locale.   Non si sa quanto tempo sia passato prima che una delle altre lavoratrici se ne accorgesse, né come sia stato possibile che gravidanza, parto e infanticidio siano sfuggiti a gestore, clienti e colleghe.

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Al di là dell’orrore in questione, la notizia è un eccellente promemoria di un altro inevitabile effetto collaterale della prostituzione: gravidanze indesiderate e conseguente strage di innocenti.   La recente approvazione alla vendita della pillola abortiva come medicinale da banco in Giappone non potrà che peggiorare la situazione. Auguriamo di cuore al governo Takaichi di riuscire a sanare, almeno in parte, i danni che la prostituzione infligge alla società giapponese.   A Tokyo, nei pressi della stazione di Minowa, si trova il tempio Jokanji. Qui un monumento ricorda le più di 25000 prostitute del vicino quartiere dei piaceri di Yoshiwara che, una volta morte, venivano buttate come spazzatura all’entrata del tempio affinché i monaci si occupassero delle loro salme.   Se questo è il numero stimato delle donne gettate come oggetti inutili, proviamo a immaginare quello dei bambini indesiderati. Spero che un giorno Tokyo avrà un cimitero cattolico dove verranno ricordate le innumerevoli vite innocenti sacrificate nei secoli ai demoni che tiranneggiano sul Giappone.   Beato Giusto Takayama Ukon, prega per il Giappone.   Taro Negishi Corrispondente di Renovatio 21 dal Giappone

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Consacrazioni FSSPX, non «chi», ma «quanti»: il sogno di un fedele

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Per il piccolo mondo antico tradizionista è di certo la notizia più clamorosa, ancorché attesa, che si possa immaginare: le nuove consacrazioni della Fraternità San Pio X sono la comunicazione che tanti – nel mondo, milioni – aspettavano, e da decadi.

 

Chi scrive è un fedele FSSPX, per cui addentro, anche felicemente, a questa vorticosa, irrinunciabile hype ecclesiastica. Nel giro lefebvrista ovviamente non si parla d’altro, e si è slatentizzata definitivamente la pratica del toto-vescovi, che veniva esercitata sottovoce negli scorsi anni, mentre ora è in ogni chiacchiera fuori dalle cappelle, ogni telefonata, e non voglio pensare cosa siano ora certi gruppi Whatsapp e Telegram, applicazioni da cui cerco di tenermi più alla larga possibile.

 

Sì, il toto-consacrazioni impazza, al punto che alla pratica possiamo dare pure il nome in lingua inglese («l’inglese è il greco moderno») di bishopping. Chiunque ora si dà alle gioie del bishopping, con bishoppatori di tutte le età, bishoppano le vecchie guardie che hanno conosciuto monsignor Lefebvre come i neoconvertiti, i giovani, quelli di passaggio – che, per fortuna non mancano mai: una realtà senza «portoghesi» è una realtà morta.

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Ebbene, con discrezione, senza esagerare, mi ci sono messo anche io. Ho sentito varie voci, tra fraternitologi e persone con ampie cognizioni della FSSPX, per verificare quello che penso, farmi un’idea, tracciare un’ipotesi più chiara. Ne sono uscito solo con una certezza: ho solo opinioni, congetture – e sogni. E forse vale la pena, per una volta, di concentrarsi su questi.

 

Con ordine: il primo fraternitologo che ho sentito ha, come tutti (come me), alzato le mani al cielo – non c’è modo di sapere nulla. Mi dice: dicono che non faranno un africano, anche se forse sarebbe il caso, e rimarrano in Europa. L’età sarà bassa, perché per fare il vescovo della Fraternità ci vuole un fisico bestiale, per resistere agli urti della chiesa moderna, cresimando bambini a quattro angoli del pianeta, dall’Alaska al Sudafrica, da Tokyo all’Amazzonia. Ne faranno, secondo lui, tre: cifra conservativa. Di lui mi fido sempre, ma qui?

 

E chi saranno i futuri prelati? Ecco che si fa qualche nome, questo qui che fa questo, quest’altro che fa quello.

 

Sento un’altra voce con profonda conoscenza della materia, che con profonda saggezza mi conferma che non c’è modo di sapere: lo sa solo chi ha deciso, cioè chi le nomine le ha fatte, e chi verrà consacrato (forse). Lui dice: non ne faranno più di quattro. Immagino che sia perché quattro è il numero di vescovi ordinati eroicamente nel 1988 dal fondatore. Ma può esserci certezza qui? No. Nemmeno della provenienza: ci sarà un francese, un americano… probabile, sì, ma in ultima analisi cosa ne sappiamo? Nessuna certezza!

 

Nel frattempo è arrivata Roma. «Proseguono i contatti tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede, la volontà è quella di evitare strappi o soluzioni unilaterali rispetto alle problematiche emerse» ha detto il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni. Ad occhio non sanno nulla neanche loro, anzi sanno meno di noi: con evidenza non hanno idea di cosa fare, mentre noi sì, pregare e tripudiare, baciare gli anelli, ricevere e tramandare, persistere, esistere – combattere sempre, perché militia est vita hominis super terram (Gb 7,1)

 

Non sappiamo nemmeno se la lettera ricevuta dal Vaticano, quella che da quel che dice il superiore generale don Davide Pagliarani avrebbe cagionato la decisione a procedere autonomamente con le consacrazioni, sarà pubblicata. Qualcuno bisbiglia: non è che la letterina sia venuta fuori di punto in bianco, stile bigliettini a scelta binaria con crocetta che circolano in classe a fine-elementari-inizio-medie: «Ti vuoi mettere con me? □ SI □ NO»

 

Immaginiamo il livello di difficoltà, con la Curia che può dire: «no… anzi sì, ma tra un po’… anzi no, anzi uno… uno nel 2028… anzi no… anzi sì, uno nel 2030, scelto da noi… anzi uno scelto da noi, da fuori della Fraternità». Roma locuta, causa infinita.

 

E cioè, tutto quello che non è stato fatto per i comunisti cinesi. Perché, rammentiamolo pure noi, la situazione è paradossalmente la medesima della Chiesa patriottica, il fac-simile della Chiesa Cattolica creato dal Partito Comunista Cinese, con cui Roma ha pensato bene di fare accordi – i famigerati, catastrofici, accordi sino-vaticani – ottenendone per premio la repressione più tremenda dalla chiesa sotterranea, la distruzione di chiese, il rapimento di seminaristi e sacerdoti, torture ai religiosi, insomma una tragedia immane, bagnata da ondate continue di sangue di martire.

 

Il Partito Comunista Cinese ha nominato e consacrato, tra i tanti degli ultimi mesi di scandalo, il vescovo di Shanghai – non solo quelli di province impronunciabili dell’entroterra sinico, ma il vertice della diocesi della seconda città più importante del Dragone. E cosa ha fatto il Sacro Palazzo? Nulla. Spallucce. Pazienza.

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Ma scusate, non ci sarebbe la questione della… scomunica? Massì, la scomunica latae sententiae per chi ordina vescovi illecitamente, ma validamente: un vescovo ordinato da un vescovo è un vescovo, anche se satanista. Latae sententiae significa che la pena canonica arriva senza giudizi, esce subito quando l’azione è compiuta. Cioè, la scomunica va considerata all’atto stesso: quindi anche i prelati comunisti cinesi, pur ratificati a posteriori, sono da considerarsi scomunicati?

 

Per il diritto canonico alla pena latae sententiae si contrappone la pena ferendae sententiae: in questo caso la scomunica c’è solo nel momento in cui viene pubblicamente dichiarata dal Sacro Palazzo, come nel recente caso di mons. Viganò.

 

E quindi, alla fine, tutto questo si risolve in una grande questione di PR? Il problema, per alcuni, non è tanto quello di incorrere in una scomunica automatica, ma quello che lo dica la Sala Stampa vaticana. Non abbiamo solo l’esempio cinese: con le ordinazioni di monsignor Williamson non pare ci sia stata alcuna comunicazione mediatica di scomunica – creiamo un ulteriore neologismo: «scomunicazione» – da parte di Roma. La scomunica c’è comunque, ma bisogna evitare – dicono certuni – la scomunicazione.

 

A questo punto del labirinto capisco che devo mollare il principio di realtà: non c’è modo di sapere niente di niente nemmeno qui. E allora, se non posso contare sui ragionamenti, posso solo parlare di quello che sogno. Io non sogno «chi», ma «quanti».

 

Sogno che la Fraternità non faccia uno, due, tre, quattro vescovi: sogno che ne facciano dieci, venti. Sogno che facciano tanti americani, un africano, un italiano, svizzeri, tedeschi, spagnoli, brasiliani, un (il…) giapponese, un polacco, e quanti francesi vogliono. Sogno che divengano vescovi anche quei tanti bravi preti ordinati da monsignor Lefebvre che in Italia, in Francia, in Germania hanno lavorato per la Fraternità rendendola questo monumento invincibile – una nomina «onoraria», se vogliamo, impossibile, mi dicono, ma vi sto parlando di sogni, non della realtà.

 

«Sarebbe come di quegli eserciti africani, in cui ci sono più generali che soldati» mi ha detto un santo sacerdote della FSSPX quando gli ho esternato, ancora un anno fa, la mia speranza di vedere consacrazioni a doppia cifra. Ha sicuramente ragione lui, tuttavia lo stesso sogno che faccio io mi è stato confessato, sulle scale di pietra di un millenario oratorio della Fraternità da un fedele pater familias, ad alta voce in lingua veneta: «i gà da farghene diese o venti – minimo!».

 

Si era subito dopo l’incidente che ferì monsignor Tissier portandolo poi all’agonia e alla morte. «’Sa ‘speteli» diceva il fedele, «cosa aspettano». Il popolo la pensa così. Vox populi vox Dei: bisogna ammettere che di fedeli spaventati dalle scomuniche non ne conosco nemmeno uno. Anzi c’è chi teorizza pure, e non senza saggezza: se non ci fosse stato Ratzinger a togliere le scomuniche nel 2009 il problema non si sarebbe mai posto.

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La realtà sarà certamente differente dai sogni dei fedeli. Mi sono riservato queste righe solo per significare per sempre che questi sogni esistono. E parlano di cose concretissime.

 

Perché il sogno vero è quello di vedere la vera Chiesa cattolica convincersi di essere non una minoranza numerica, ma una maggioranza spirituale – l’unica vera forza che deve riprendere Roma e il mondo, e da lì tornare ad irradiare all’umanità ferita il verbo del Dio della Vita, consegnando alle future generazioni quello che abbiamo, forse per poco, fatto in tempo a ricevere prima dell’estinzione, del messaggio e della vita umana stessa.

 

Sogno che la capsula del tempo che contiene la vera Chiesa di Cristo si apra, e ricostruisca su questo panorama di rovine romane che è sotto i nostri occhi e dentro le nostre anime.

 

Sì, sogno un esercito di vescovi per cui combattere, e se necessario morire, al fine di riconquistare la Terra a Cristo.

 

Non fatemene una colpa. E non pensate che sia solo: molti sono come me. E molti verranno dopo, lo sappiamo perché li stiamo allevando.

 

E quindi: lasciateci sognare. Lasciateci seminare, nei sogni e nelle parole, nello spirito e nella carne, per la Crociata salvifica di cui abbisogna il pianeta – e per i vescovi che essa merita.

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine da FSSPX.News

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Essere genitori

Bambini nella neve, bambini nel bosco: pedolatria olimpica e pedofobia di sistema

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Un bambino di undici anni è stato lasciato a terra dall’autista della corriera di linea che doveva riportarlo a casa dopo la scuola, da San Vito a Vodo di Cadore, perché il biglietto ordinario, di cui pure era in possesso, non era valido in costanza di celebrazioni olimpiche. Così, se ne è ritornato a piedi camminando all’imbrunire per sei chilometri e due ore. Per fortuna è arrivato alla meta sano e salvo.   Il signor Salvatore Russotto, dipendente della ditta di trasporti responsabile del misfatto, si è scusato con la famiglia del piccolo e si è detto mortificato per non aver avuto la prontezza di trovare lì per lì una soluzione congrua alle circostanze, soprattutto all’età del viaggiatore. Ha semplicemente fatto – automaticamente e stolidamente – quello che gli era stato detto di fare. «L’azienda ci aveva dato disposizioni chiare: invitare a scendere chiunque non avesse il titolo di viaggio valido. Non ci hanno detto nulla sui minorenni che vanno fatti salire comunque». «Mi fa male il cuore, a pensarci a mente fredda mi rendo conto di aver sbagliato, chiedo scusa al bambino e alla sua famiglia». «Mi assumo la responsabilità e pagherò quello che ci sarà da pagare».   È stata aperta un’inchiesta; intanto, il signor Russotto ha ricevuto un provvedimento di sospensione dal lavoro a tempo indeterminato. E intanto, la ditta opera a pieno regime.

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Sulla vicenda, che ha suscitato un grande clamore mediatico, si sono scatenati i commentatori sociali compulsivi invocando punizioni esemplari verso l’unico birillo esposto alla pubblica gogna e al libero insulto: l’autista disumano.   Ma ai giustizieri sommari, agli incontinenti da tastiera e in genere a coloro cui va bene così – capro espiatorio e via – andrebbe mostrata qualche altra faccia di quello che sembra un monolite, nella realtà è un poliedro. Perché, guardando all’insieme, il quadro forse si fa un po’ diverso, e come sempre c’è un dito e c’è una luna.   A partire dalla trovata del biglietto olimpico, che non è un’invenzione del signor Russotto. Per viaggiare da scuola a casa, infatti, l’undicenne avrebbe dovuto davvero esibire il biglietto speciale ultramaggiorato (di quattro volte tanto) imposto a chiunque, per qualsiasi motivo, tocchi percorrere un pezzo qualsiasi della tratta Calalzo-Cortina e viceversa durante il lungo arco temporale investito dai giochi invernali.   Per muoversi su e giù per la valle con mezzi privati, ai residenti e persino ai lavoratori abituali, è richiesto un permesso speciale, proprio allo scopo di disincentivare l’uso dell’auto a favore dei trasporti pubblici. Che però, appunto, costa(va)no una follia. Un modo come un altro, insomma, per costringere tutti, nessuno escluso, a prendere parte all’ultimo opulento rituale collettivo, offrendo sacrifici – non a Zeus, ma ad altre divinità sopravvenute.   Solo dopo il fattaccio, la provincia ha cercato di salvare la faccia: in prima battuta, con grande sprezzo del ridicolo, ha graziosamente concesso ai residenti che ne facessero regolare domanda di provare a ottenere un rimborso dei biglietti già acquistati, fino a esaurimento fondi, e tanti auguri; poi, crepi l’avarizia, ha addirittura ripristinato, per i residenti, il prezzo consueto dei biglietti.   Ci si chiede: serviva una storia come questa, e i riflettori puntati addosso a una fettina del sistema che sta dietro ai lustrini, per portare alla luce una fettina del latrocinio che si consuma all’ombra dei giochi? Perché di latrocinii e di sfregi e di soprusi olimpici in danno dei territori e dei loro abitanti, di lavoratori e di studenti, di incolpevoli cittadini e di poveri contribuenti, è difficile ormai tenere il conto. Per conferma, chiedere ai milanesi.   Ma non è tutto qui. Il tempismo e il genio risolutore delle istituzioni si sono magicamente manifestati – stavolta sub specie Malagò – anche nei confronti del bambino, al quale è stato offerto un ruolo nella cerimonia di apertura delle olimpiadi a titolo di compensazione. Motivazione a favor di telecamera: «per scaldargli il cuore». Famiglia entusiasta, dice festante la mamma: «siamo increduli, dalle stalle alle stelle». Da una scarpinata, insomma, è nata una star: giornaloni, trasmissioni TV, parti in commedia (occhio ora al San Remo all’orizzonte), foto, luci e sipari.   Dalla favola resta fuori l’autista, privato dello stipendio in attesa del verdetto della ditta di cui è dipendente. Non escludiamo che in questo tripudio di gioie, una volta scontata un po’ di graticola, ne uscirà graziato, e l’immagine dell’azienda lucidata a festa anche lei. Perché le Olimpiadi rendono tutti più buoni e più belli, dentro e fuori, come dice la pubblicità. Certo è che, nel mentre, il signor Russotto sta materialmente pagando: paga il proprio zelo spinto fin oltre il dovuto.   E qui sommessamente ricordiamo che, come lui, hanno agito tanti suoi colleghi in tempo di altri lasciapassare, quando ai bambini senza tessera verde era impedito di salire sul bus, o addirittura venivano costretti a scendere a corsa iniziata, magari in mezzo al nulla. Eppure, nessuno allora si stracciava le vesti. Anzi, la gente plaudiva ai bravi controllori, ai diligenti gregari rispettosi delle regole, perché è così che si fa: gli infedeli al culto di Stato andavano puniti in modo esemplare, senza limiti di età. Ai bambini si poteva infliggere impunemente ogni sorta di vessazione e infatti ogni sorta di vessazione è stata loro inflitta, nell’invasamento orgiastico fomentato da raffiche di dpcr e dalla loro libera interpretazione a senso unico non alternato. Si stava celebrando un altro rito, allora, i cui effetti devastanti sono oggi manifesti, e sono incalcolabili.   Evidentemente quella lezione lì qualcuno l’ha imparata, senza accorgersi che nel frattempo la scena era mutata, che ora vige in via provvisoria un’altra religione, e che i suoi sacerdoti preferiscono indossare la maschera dei difensori dell’infanzia perché si porta bene, e poi perché nella nuova fiction ecumenica manca un nemico oggettivo sul quale sfogare sadismi repressi, manca l’elemento dissenziente sul quale infierire: manca il mostro – o mostriciattolo – no vax.   La piega pedolatrica olimpica serve a lavarsi la coscienza, ad autoconvincersi e a convincere il pubblico pagante che questa società, pedofoba e pedofila, è una società che difende i bambini.

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E invece i bambini sono le sue prede privilegiate e fuori dalle quinte degli spettacoli di distrazione di massa continuano a essere programmaticamente maltrattati, indottrinati, manipolati, strappati alle loro mamme e ai loro papà se refrattari alle liturgie. Continuano a soffrire, defraudati di tutto quanto dovrebbe spettare all’età dello stupore e della scoperta.   Il paradigma con cui dobbiamo fare i conti non è, come vorrebbero farci credere, la bella festa di Riccardo, eroe olimpico per caso e per magnanimità dei potenti. Il vero paradigma è il Forteto, è l’infinita serie di famiglie dilaniate dai servizi sociali, è la scientifica distruzione della casa nel bosco e di mille altre case sui cui muri gli addetti alla sorveglianza hanno individuato una crepa attraverso la quale far penetrare la zampa del lupo, più o meno travestito. Storie dove manca il finale in cui vissero tutti felici e contenti grazie a un intervento dall’alto.   Nessuna carica istituzionale interverrà a fermare i lupi (che non sono gli autisti di autobus) e a consolare quel fiume carsico di dolore allo stato puro che scorre ovunque sotto di noi; nessuno arriverà mai a «scaldare il cuore» di quei bambini.   La vera guerra da cui proteggere i corpi e le anime dei nostri piccoli è una guerra silenziosa che ci tocca combattere da soli, a mani nude.   Elisabetta Frezza

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