Arte
Dalla Passione di Gibson alla conversione a Cristo. Renovatio 21 intervista Luca Lionello
Luca Lionello, attore, doppiatore, cattolico. Il pubblico mondiale lo conosce per la sua straordinaria interpretazione di Giuda Iscariota nella pellicola di Mel Gibson, La Passione di Cristo (2004), film che ha sbancato il botteghino ed avuto ramificazioni spirituali immense.
Luca è figlio d’arte: suo padre era il leggendario Oreste Lionello. Il suo percorso artistico è tuttavia unico, personalissimo, distaccandosi dall’eredità di doppiatore e comico del padre per esplorare territori drammatici, spesso complessi e psicologicamente profondi. È oggi considerato uno degli attori più carismatici e versatili della sua generazione. I giornali parlarono a lungo, venti anni fa, della conversione al cattolicesimo di due attori della Passione gibsoniana: Barabba (cioè Pietro Sarubbi) e Giuda, reso da Lionello con un’intensità a tratti angosciante.
Possiamo dire che Luca ha attraversato in profondità un pezzo fondamentale della storia del cinema, nazionale e non solo. Ha lavorato con registi di fama, da Gibson a Tinto Brass, da Marco Bellocchio ad Abel Ferrara. È stato protagonista di sceneggiati televisivi fondamentali come Rally (1989), partecipato giovanissimo a opere epocali come Sposerò Simon Le Bon (1986). La quantità di storie che può raccontare, anche riguardo il piccolo e ricchissimo regno sotterraneo che è il doppiaggio, con il suo genio dinastico, è impressionante.
Alcune le ha dette durante una lunga, densa intervista a Renovatio 21.
Partirei dal presente. Chi è Luca Lionello oggi e quali sono attualmente i tuoi impegni lavorativi?
Non saprei risponderti a fuoco. Il mio mestiere è molto strano, probabilmente nemmeno lo è. È un sentimento, una condanna, una necessità interiore. Adesso ho a che fare con me stesso e sinceramente del mio mestiere e dell’arte mi interessa relativamente. Non che il sacro fuoco si sia spento, ma sta bruciando altrove.
Vieni da una famiglia dove il cinema è un elemento determinante.
La mia famiglia fa il cinema da subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, sia con mia zia – la sorella di mia madre – Irene Cefaro, star degli anni Cinquanta, sia con mio babbo che di film ne ha fatti tanti. Mi sono dedicato al cinema perché avevo il mito di mia zia Irene. Pensa che sono riuscito anche a fare un film in un paese dell’Abruzzo, a Scanno, dove lei fece uno dei suoi successi, Uomini e Lupi, di Giuseppe De Santis con Silvana Mangano e Yves Montand. Grande film, un western. Io sono molto legato ai film western.
Il genere western ha segnato profondamente il nostro cinema italiano con dei successi di popolarità mondiale.
Il cinema nasce e morirà western.
Per te il cinema è stato un dovere, un percorso naturale oppure un’indicazione di uno dei tuoi familiari?
Ho abbandonato il successo in un mestiere molto remunerativo che era il doppiaggio per dedicarmi quasi esclusivamente al cinema e al teatro, perché avevo bisogno dell’aria, del cavallo e della merda. Il doppiaggio lo fai al chiuso, in posti angusti, al buio, umidi, dove manco respiri. Una cosa terribile.
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Sentivi di esprimere il tuo talento artistico recitando.
Mi ero già scapicollato con la voce, volevo fare il cinema ed eccoci qua.
Nella tua carriera da doppiatore ricordo doppiasti John Cusack in Stand by Me – Ricordo di un’estate del 1986 tratto da un racconto di Stephen King.
Il ruolo di Cusack era un ruolo sognato, delicatissimo. Stand by Me è uno dei film più belli della storia dei film belli.
Riporta a un mondo giovanile vero, autentico, sostanzialmente diverso da quello di oggi.
Riporta fedelmente la bellissima novella del grande Stephen King.
Tuo padre Oreste Lionello è stato anche un grande doppiatore. La sua voce prestata a Woody Allen ha reso l’attore nuovayorkese ancora più popolare e iconico.
C’era uno strano rapporto di simbiosi tra loro. Woody Allen è stato un regista molto prolifico, faceva un film all’anno e siccome in America non lo consideravano, il primo successo lo fece in Italia e babbo curava, a quei tempi, anche l’edizione, la traduzione e la trasposizione nella lingua italica. Noi non abbiamo lo stesso umorismo degli anglosassoni, ma mio babbo fece ridere gli italiani grazie a quel doppiaggio. Da quel grande successo italiano nacque l’epopea di Woody Allen.
Tuo babbo doppia anche Robin Williams nella sit-com Mork & Mindy.
Lo ha doppiato anche altre volte. La canzone Na-no na-no la scrisse babbo [insieme a Luigi Albertelli su musica di Vince Tempera, ndr]. Visti i numerosi impegni, mio babbo demandava certi lavori ad altri, peraltro artisti notevoli, ma se me lo consenti, senza quella magia del babbo.
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Tua nonna doppiò un personaggio ne L’Esorcista, caposaldo della filmografia horror diretto da William Friedkin.
La sua voce la troviamo, in parte, sia nel diavolo che nella madre del prete. L’Esorcista è uno dei più bei film della storia dei bei film. Il regista [William Friedkin, ndr] era un grandissimo.
Nel doppiaggio in Italia ci sono delle famiglie che hanno lavorato tutta la vita in questo settore del cinema tramandando il mestiere di generazione in generazione.
Ci sono delle famiglie, ma ci sono anche altri senza famiglia che sono comunque notabilissimi.
Oggi si parla tanto di Intelligenza Artificiale che sta prendendo piede in molti settori lavoratici e artistici. Il doppiaggio non è esente da ciò e qualcuno pensa che questo nuovo software avanzatissimo possa sostituire la voce dell’uomo in cabina di doppiaggio. Tu cosa pensi al riguardo?
Possono farlo già da un po’, però l’emozione di un uomo che si bacia con una donna, se è artificiale, nun ce famo gnente! Il cinema sopravviverà proprio per questa cosa, a qualsiasi stramberia che possano inventarsi.
Questo tuo pensiero ci fa ben sperare.
Non può essere sostituita dalla non-presenza dell’errore. Quando non c’è una sbavatura, quando non c’è un fuori fuoco, il cinema è morto. Le cose perfette non «suonano».
Hai frequentato la compagnia del Bagaglino sin da piccolo seguendo tuo padre che ne è stato uno dei protagonisti assoluti.
Ho visto tutte le prove di tutti gli spettacoli possibili immaginabili. Ne facevano quattro o cinque all’anno e poi li replicavano in estate in Costa Smeralda dove avevano un villaggio. E quindi anche lì ancora prove.
Il Bagaglino ha fatto emergere personaggi che hanno segnato la satira e la comicità italiana per anni.
Avevano l’abilità di mettere il re in mutande e a volte anche di togliergliele [ride]. Artisti immensi, sia le donne che gli uomini, con una bravura e delle capacità fuori dal comune. Un gruppo di artisti che si alternavano, mentre invece mio babbo c’è sempre rimasto. La loro arte è sopravvissuta alla chiusura del Teatro del Bagaglino a Roma dopo la morte di babbo. Sai perché i teatri bruciano? Perché alla fine tutte queste interpretazioni, racchiuse dentro questi spazi – peraltro meravigliosi e sublimi ed elegantissimi – esplodono e il teatro prende fuoco [sic].
Un personaggio che è venuto fuori grazie al Bagaglino – che poi si è affermato nella cinematografia italiana come spalla di Tomas Milian in numerosi film – è Franco Lechner in arte Bombolo.
Tra l’altro ricordo che Milian mi diede un premio al suo festival di Miami per un film che si chiama Roma Criminale [di Gianluca Petrazzi, 2013, ndr]. Bombolo probabilmente non era neanche umano. A Bombolo facevano sempre un sacco di scherzi e siccome gli spettacoli del Bagaglino erano un tourbillon e c’era poco tempo per cambiarsi tra un numero e l’altro, c’era uno sketch molto bello dove Bombolo faceva Frankenstein e ogni sera gli mettevano la schiuma da barba in questi zatteroni che doveva mettere ai piedi per alzarsi. Dalla platea si vedeva tutta questa schiuma che gli usciva dai piedi [ride].
Umanamente com’era Bombolo?
Te l’ho detto prima. Era un arcangelo, non era di questa terra.
Pier Francesco Pingitore è colui che, assieme a Mario Castellacci, ha inventato la compagnia del Bagaglino.
Pingitore faceva anche la regia.
Era esigente Pingitore?
Un colonnello. Severissimo. Una volta dal villaggio lì in Sardegna mi mandarono a prenderlo all’aeroporto di Olbia con un Mercedes enorme. Non avevo ancora la patente. Lui in quell’occasione mi regalò un profumo e mi disse: «Mi sono sempre trovato bene con questo» [ride]. Un ricordo impagabile!
Uno dei primi film in cui reciti è Sposerò Simon Le Bon. Una pellicola del 1986 che inquadra una «Milano da bere» nel boom degli anni Ottanta. Che ricordi hai di quell’esperienza?
La prima volta che venne trasmesso in televisione fece circa quindici milioni di telespettatori. La seconda volta venti milioni. È un film che recentemente è stato preso in considerazione come documento storico di quell’Italia che fu, perché la rappresenta molto bene. È un film adolescenziale sull’onda de Il tempo delle mele, fatto con grande cura, con grandi mezzi, da un produttore intelligente, un direttore della fotografia straordinario e da un regista [Carlo Cotti, ndr] allievo di Zeffirelli. Roba forte, importante.
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Hai una parte in Diavolo in corpo di Marco Bellocchio.
Frequentavo il primo anno dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica e feci il provino per il ruolo da protagonista. Il regista fece altre scelte e probabilmente fece pure bene. Sono stato un paio di settimane su un set di Bellocchio, cosa che lui non si è dimenticato. Ho avuto il privilegio di essere chiamato per fare il saggio di un suo corso di regia al Centro Sperimentale di Cinematografia. Una cosa bellissima. Ogni film che fa mi chiama, perché credo gli piaccia chiacchierare con me. Poi non mi prende mai, però si fa delle auto-sedute di analisi a gratis con me [ride].
Per Diavolo in corpo si parlò della presenza in produzione di uno psichiatra all’epoca molto in voga in quegli ambienti, tale Massimo Fagioli.
Hanno scritto tanti film insieme per poi separarsi artisticamente. Non me lo ricordo sul set. Le mie scene riguardavano un’aula degli esami di maturità, se non ricordo male. C’era molto chiasso e io stavo al posticino mio e cercavo di rubare con gli occhi quello che accadeva.
Fu una bella scuola per te quell’esperienza.
Il cinema si fa sul set, tutto il resto è teoria che non serve a nulla. Ti faccio un esempio. Il budget di un film, una volta stabilito, viene aumentato di un quindici o venti per cento sotto la voce «imprevisti». Il cinema è fatto dagli imprevisti. Un imprevisto non lo puoi studiare. Si può parlare di cinema, ma è meglio farlo, perché ti rendi conto che alcune cose che avvengono in un set non stanno sui libri, ma su quello che può accadere in quei momenti. La pioggia, il sole, quello che ha mangiato l’attrice la sera prima, se ha dormito, se è incazzata, se l’attore si presenta o meno. Capito? Non è semplice. Non è per tutti.
Attualmente è l’arte più potente che abbiamo non solo perché usa tutte le arti che lo hanno preceduto, ma perché siamo diventati bravissimi. Nel mondo vengono girati un tale numero di film che diventa difficile solo pensare di poterli contare. Ogni paese li sviluppa con la sua cultura e con le proprie storie e tradizioni e con il proprio pubblico. Andare a parlare al pubblico globale è un’altra cosa che solo il cinema sa fare, a parte l’opera.
In che situazione versa il cinema italiano in questo 2026?
È morto. Ma non oggi, un po’ di anni fa quando decisero, negli anni Settanta, di blindare quei cinque attori e uccidere lo star system. Se togli lo star system il cinema è finito. E ne avevamo! Son rimaste comunque quelle due o tre attrici e quei cinque attori storici. Abbiamo poi dovuto aspettare Carlo Vanzina. I fratelli Vanzina erano ben protetti e molto benestanti, Carlo era un genio totale.
Ricorda bene che il cinema è regia, non è scrittura. Vuoi sapere la sceneggiatura di uno dei più bei film di Fellini che è Amarcord? La sceneggiatura di Tonino Guerra è un vecchio si siede sulla spiaggia ad aspettare di vedere le balene che passano. Questa è la sceneggiatura originale di Amarcord. Poi da lì chiaramente hanno fatto e sviluppato tanto. Vige una vecchia legge: se non puoi scrivere sul retro di un pacchetto di sigarette la storia, allora lascia stare.
A proposito di grandi registi, tu hai lavorato con Tinto Brass nel film Paprika uscito nelle sale nel 1991.
Un genio totale. Il mio personaggio l’ha tagliato, però l’ho fatto. Probabilmente il regista più elegante e più bravo di tutti. Lo potremmo definire un Tornatore ante litteram. Brass era quello che girava meglio di tutti. Non ce n’era per nessuno. Lui stava sempre in macchina. Gli piaceva essere il primo spettatore.
La protagonista di quel film è una giovane Debora Caprioglio nella sua massima espressione di gioventù e femminilità.
Recitavo il ruolo di un militare pittore e le imbrattavo le chiappe di un colore rosso e poi glielo facevo imprimere su una tela. Questa scena la girammo più volte e ogni volta ripetevo la stessa operazione. A un certo punto presi il sigaro di Tinto e timbrai il culo della Caprioglio sul sigaro di Tinto. Dopodiché lo regalai a Tinto e credo lo tenga nel suo museo del sesso a Venezia.
Mak π 100 di Antonio Bido, del 1987, è un film avventuroso sulla Marina dove tu interpreti un cadetto.
Esatto! Avevo vent’anni e in quel periodo stavo girando Rally [serie televisiva Rai, ndr] sulle colline nei pressi del Lago di Bracciano, in un campo con un circuito sterrato antistante una villa. Lavorando in ambedue i set, dopo Rally dovevo andare di corsa a girare il film di Bido. Avevo una Opel Kadett station wagon 1.7, comprata nuova da mio babbo, e siccome ero in ritardo, insieme al mio compagno di avventura dell’epoca, Ricky Palazzolo, che aveva fretta anche lui perché doveva andare al Festival a cantare la sua canzone, eravamo tutti e due con queste macchine che sfrecciavamo sull’Aurelia. Ci abbiamo messo davvero poco tempo. Sempre a tavoletta [ride]!
Correvi come Bruno, il tuo personaggio nella serie tv Rally.
Eh sì!
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Da poco ho intervistato il campione di rally Miki Biasion e abbiamo accennato anche a quella serie che è rimasta nei cuori di tutti i telespettatori appassionati di corse di auto. In una delle puntate ci sono le vetture ufficiali Martini Racing. La regia è di Sergio Martino.
Grande Martino!
Nella prima puntata ricordo che fai dei numeri spettacolari con una Fiat Uno Turbo, sia in strada, sia in quel circuito sterrato a cui facevi riferimento pocanzi.
Molte di quelle acrobazie con la macchina sono mie. Alcune invece sono di Rémy Julienne [noto stuntman francese, ndr]. Lui guidava le macchine in qualche film di 007, tra le tante altre cose.
Quella fiction fu una produzione importante.
Prima produzione europea, ancor prima dell’UE. Una cosa meravigliosa e costosa, ma c’era un grandissimo produttore, Gianni Hecht Lucari. Le riprese furono interrotte per diversi mesi e noi non sapevamo se avremmo o meno terminato la serie. A un certo punto, d’improvviso, mi chiamarono per dirmi che sarei dovuto volare in Africa a girare il resto delle puntate, ma non avevo il passaporto.
Chiamo Lucari, che chiamavo affettivamente Gianni, per esporgli il problema. Lui alza il telefono e chiama Andreotti, che non solo era suo amico, ma anche ministro degli Esteri. Dopo venti minuti mi arriva il passaporto sulla scrivania di Hecht e così ho preso e sono partito per l’Africa.
Consentimi la battuta, ma viste le innumerevoli imitazioni che ha fatto tuo babbo di Andreotti, era come uno di famiglia per te.
Praticamente sì. Una volta arrivati in Costa d’Avorio, ad Abidjan, ci mandarono al famoso e mitologico villaggio Les Paletuviers che era la residenza invernale di tutto il cinema italiano. Si stava bene, era bello. C’era il mare, non ti rompeva le scatole nessuno e le aragoste cadevano come grappoli d’uva maturi. Una volta arrivati, alla dogana di Abidjan sequestrarono tutto il materiale del film e noi rimanemmo due mesi in questo villaggio a non fare nulla. Una cosa irripetibile. Facevamo le gare di tuffi con Giuliano Gemma.
Gemma era il protagonista di Rally. Eri amico con lui?
Era il mio secondo padre.
Anni fa, poco prima della sua improvvisa scomparsa, accompagnai l’amico e critico cinematografico Fabio Melelli a intervistare Gemma a casa sua. Lo ricordo come un vero signore del cinema italiano.
Lui era una star totale ed era la persona più semplice, amorevole, gentile e generosa che abbia mai conosciuto in vita mia. Non so perché mi volesse bene, ma è un essere clamoroso.
In Rally ci sono delle bellissime attrici quali Eleonora Brigliadori e una giovanissima Yvonne Sciò.
C’era anche Mariella Di Lauro.
Il tuo giovane collega di gare sulla seria, l’attore francese Vincent Souliac, era doppiato da Tonino Accolla.
Perché quel prodotto era una produzione importante. C’era anche Gino Santercole tra gli interpreti.
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Santercole fece un film con Milian – dove l’attore cubano ha una recitazione ai massimi livelli – che s’intitola Milano odia: la polizia non può sparare di Umberto Lenzi.
Milian fece un film che veramente mi scioccò da bambino. Era un film in bianco e nero con la Cardinale di Citto Maselli, I Delfini [1960, ndr]. E poi, alla faccio di Bellocchio, ho fatto l’ultimo film di Maselli, Le ombre rosse [2009, ndr]. Bellissimo film! Anche lì per raggiungere il set, sempre a correre con le macchine…
Fare l’attore è sempre un’avventura, dentro e fuori dal set.
Totale avventura!
Questo modo di affrontare il lavoro e la vita credo che sia un po’ l’essenza della vita stessa.
Sei nell’incertezza totale, però sai che è il tuo ambiente e se non lo frequenti, se non stai sul set, sei fuori dal mondo.
Tu hai lavorato con il figlio del compianto Maurizio Merli, Maurizio Matteo Merli. Penso al film di Claudio Fragasso Le ultime 56 ore del 2010.
Ho fatto anche altri lavori con lui. Gli voglio molto bene. Abbiamo condiviso tante avventure assieme. Ha preso molto del carattere del padre.
Diversi anni fa ho scritto una biografia di Maurizio Merli. Tu lo hai conosciuto?
C’ho giocato contro a tennis due o tre volte al Torneo Tognazzi. Era molto difficile giocarci, perché era molto competitivo.
In una tua intervista hai dichiarato che ti piace interpretare il ruolo del fraticello o comunque parti che richiamano alla religione.
In Padre Pio di Abel Ferrara [2022, ndr] però facevo un politico. In un altro film di Ferrara ho fatto un apostolo, Filippo, poi sempre con lui ho fatto qualche ruolo da cattivo.
Che tipo è Abel Ferrara?
Nel corso della mia carriera ho avuto infinite botte di culo – come diceva Ugo Tognazzi – e Abel Ferrara è senza dubbio il regista numero uno: non solo quello con cui mi piace di più lavorare, ma anche colui con cui ho instaurato un rapporto professionale e umano che dura da oltre vent’anni. Per me è il migliore in assoluto.
La sua filmografia parla chiaro. Penso al Il cattivo tenente con Harvey Keitel, solo per citarne uno.
Sai in quanti giorni l’hanno girato quel film? È durato diciassette giorni, che è già pochissimo di suo; di questi diciassette giorni, lui ha montato gli ultimi tre giorni di riprese.
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Arriviamo a La Passione di Cristo di Mel Gibson. Questo film tocca una tematica profonda, importante e sensibile per milioni di cristiani e non solo. Il film ebbe un grande successo.
Ha avuto un successo irripetibile e planetario in sole due settimane! Con una nuova società di distribuzione cinematografica alla prima esperienza.
Le major non supportarono questo progetto.
Gibson, essendo una vera star di Hollywood, lo ha proposto alle major, ma a Hollywood volevano che Mel facesse Gesù e che Robert De Niro facesse Giuda e che fosse tutto recitato in inglese. Gibson invece ha portato avanti le sue idee e quindi niente appoggio dalle major. Loro credo che se la siano legata al dito questa voglia di Mel Gibson di fare di testa sua e non sottostare alle loro indicazioni.
alcola che durante i due anni di riprese ci fu una polemica assurda: gli ebrei lo presero di mira perché in qualche modo avevano letto il copione e non gli piaceva che loro non ci facessero una bella figura. Uscirono numerosi articoli su tutti i giornali del mondo, ogni giorno, parlando di questa controversia. La più grande campagna pubblicitaria involontaria della storia. Si era creata una tensione e un’attesa sul film, che quando è uscito è esploso.
Quando eri sul set l’avvertivi questa tensione che si era creata attorno a questo film?
C’era una potenza di mezzi incredibile. Il sangue per Gesù non era contenuto in dei flaconi di plastica svuotati e riempiti di queste sostanze particolari, bensì c’erano delle autobotti piene di sangue finto. Sangue vecchio, sangue nuovo, sangue mezzo e mezzo. Il lavoro che c’era sulla croce era una cosa da non credere!
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La scena della crocifissione è molto forte.
C’è stato un lavoro clamoroso che nemmeno il Canova o il Bernini avrebbero fatto meglio. C’era un giro di croci a Matera che non immagini. Usarono anche un manichino e una volta, causa pioggia, abbandonarono il set del Calvario lasciando il manichino sulla croce. Dal Paese si vede il set in lontananza e alcuni cittadini avevano sbroccato perché pensavano che la produzione avesse lasciato l’attore realmente crocifisso e in solitudine [ride]!
Come fu il casting?
Dobbiamo fare un passo indietro. Quando ho girato L’italiano di Ennio De Dominicis [2002, ndr], nel luogo dove mia zia girò Uomini e Lupi, ovvero a Scanno, una mattina la strepitosa responsabile dei casting andò a vedere la proiezione di questo film al cinema Quattro Fontane di Roma. Qualche mese dopo cominciò a occuparsi di The Passion e mi propose. Mi chiamò mentre stavo con i miei cagnolini al parco e mi disse: «Luca stai calmo». A parte che se ti chiamava personalmente Shaila Rubin, la casting più importante al mondo in quel periodo, già eri autorizzato a svenire. «Dobbiamo fare una cosa importante, ma devi stare calmo», in pratica già mi avevano scelto. «Cosa devo fare?». «Una produzione americana sugli antichi romani».
L’incontro con Mel avvenne una quindicina di giorni dopo. Dopo questa conversazione andai «in ritiro» in un eremo papale a Scanno: mangiavo quello che mi offriva la terra, un guardiacaccia mi portava da bere ogni tanto e bevevo acqua di fonte. Mi presentai da Mel che ero un santo, resettato nell’anima e nel corpo. Le audizioni si svolsero nella cripta di un’antica chiesa che sta in Prati, con tutti affreschi del settecento/ottocento dopo Cristo.
C’era un tavolo molto lungo di traverso, era un’abside quindi era circolare, pochissima luce e numerose antenne, registratori e varie attrezzature tecnologiche, perché mandavano il tutto in diretta a Los Angeles. Mel mi fece leggere un qualche cosa in aramaico e io gliela lessi anche in greco. Mi disse di non tagliarmi la barba e se avessi dovuto nel frattempo accettare qualche altro lavoro lo avrei dovuto avvisare. Stop. Mentre vado via, Gibson alza il telefono e chiama De Niro: «Tu il film non lo fai e non lo faccio nemmeno io. Lo fa questo attore qua e ho anche trovato uno che interpreta Gesù».
All’attore che faceva Gesù tutti i giorni mettevano il mio naso, perché Mel voleva che in certe situazioni potessimo sembrare la stessa persona e anche per cambiargli il profilo americano.
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Come hai preso il fatto di interpretare Giuda Iscariota?
Come vuoi che l’abbia presa, bene e male. Dovevo fare quello.
C’è Rosalinda Celentano che interpreta Satana.
Io lo chiamerei il diavolo.
Piacque molto.
Una delle idee geniali del film e Mel se la portava in palmo di mano. Era la cosa più importante per lui.
C’era Davide Marotta, iconico caratterista del nostro cinema e della pubblicità.
Lui faceva il figlio del diavolo.
È vero che sul set veniva celebrata la Santa Messa?
Almeno sette o otto messe al giorno. C’era un giro di macchine del Vaticano che non hai idea. La supervisione spirituale era fatta dai Legionari di Cristo. Quando uscì il film il mio padre spirituale di quando ero adolescente divenne il capo di questi Legionari di Cristo. Era una storia che si rincorreva da quando sono nato.
Cosa sai della fede di Mel Gibson?
Lui è un cattolico preconciliare. Integralista.
Quando avevi modo di relazionarti con lui, l’avvertivi il suo essere cattolico?
No, non l’ha mai fatto pesare a nessuno. C’erano attori musulmani, ebrei, gnostici, cattolici, atei… no problem. Conta solo quello che sta sullo schermo.
Il padre di Mel, Hutton Gibson, lo hai conosciuto?
Mai incontrato. Forse l’ho visto una volta durante gli Oscar, quando ero tra i papabili candidati insieme a Mattia Sbragia, che interpretava Caifa, e a Francesco De Vito, che vestiva i panni di Pietro. Poi però l’Academy fece altre scelte, suscitando non poche polemiche. Ricordo comunque di essere lì, agli Oscar, e poi a casa sua: una grande villa a Hollywood, con tanto di chiesa all’interno della tenuta. Dopo aver messo in moto la sua Harley-Davidson, andammo a messa. Credo che in quell’occasione fosse presente anche suo padre, ma non ebbi modo di parlargli.
Oggi tutta quella collina su cui sorgeva la villa di Gibson è andata distrutta in un grande incendio, circa un anno fa. Ha perso tutto e, paradossalmente, ha detto di sentirsi finalmente bene. Un’idea che può sembrare strana: quando una casa brucia, perdi ogni cosa, tutti quegli oggetti che riempiono spazio, tempo e vita, e che ti legano continuamente ai ricordi. Il fuoco ha portato via tutto. E non è un concetto da sottovalutare.
In The Passion l’attore che interpreta Barabba, Pietro Sarubbi, una volta terminate le riprese, ha iniziato un suo cammino di conversione. Anche tu dopo quel film ti sei avvicinato maggiormente alla fede?
Beh, se non ti avvicini alla fede con quel film, è meglio andare a giocare a zecchinetta! È chiaro che per un anno ripetere ogni giorno quello che era accaduto duemila anni prima ha un valore emotivo importante, al di là della finzione. Poi di finto al cinema non c’è niente, perché se c’è una cosa finta se ne accorge anche la signora che ti dà il biglietto. Qualcosa ti resta dentro, ti scuote parecchio. Sarubbi ne rimase molto colpito come molti altri del resto.
Mel Gibson sta ora girando La Resurrezione in uscita il prossimo anno. Non ha voluto richiamare il vecchio cast perché con la nuova tecnologia non era sicuro di ringiovanire voi attori al meglio oppure pensi non abbia voluto appositamente usare tecnologie di Intelligenza Artificiale?
C’ha provato in tutti i modi, ma non è stato possibile.
L’AI nel cinema è già ben avviata e in crescita.
The Passion è stato fatto tutto in diretta senza l’ausilio di troppi effetti speciali, alla vecchia maniera. In questo sequel, essendo passati più di vent’anni, credo c’abbia provato a fare questi ringiovanimenti, ma evidentemente gli risultavano troppo finti e ha cambiato il cast.
C’è Monsignor Viganò che ha fatto visita al set del film.
Certo. La bellissima sceneggiatura di The Passion è stata tratta da delle meditazioni di due mistiche Anne Catherine Emmerich e Maria di Gesù di Ágreda. Se noti bene il mio personaggio non c’è all’Ultima Cena, perché Giuda era già a perdersi altrove. Sai dove hanno ambientato l’Ultima Cena? Era una chiesa paleo cristiana di tufo che poi diventò un convento.
Gibson aveva fatto arrivare delle casse acustiche stile rave party che sparavano a palla il disco Supernatural di Santana. Il produttore esecutivo Enzo Sisti gli ha detto: «Mel, vuoi finire questo film? Allora abbassa la musica sennò qua non possiamo girare». La metteva ovunque! Enzo Sisti gliel’ha fatta togliere perché distraeva troppo.
C’era Jan Michelini come aiuto regista in quel film.
Lui era l’ultimo dei segretari di produzione. Al primo fulmine che lo colpì fu promosso. Al secondo fulmine fu promosso ad aiuto regia. E l’aiuto regista – che era l’aiuto regista di Carlo Cotti di Sposerò Simon Le Bon – fu a sua volta promossa a un ruolo nella produzione. Ti rendi conto che corsi e ricorsi?
Jan Michelini era legato alla nota casa di produzione Lux Vide.
Tutti siamo legati alla Lux Vide di Ettore Bernabei che ha prodotto tanti film sui santi. Era specializzata.
Anche Don Matteo è una loro produzione.
Lui diresse alcuni episodi di Don Matteo. Io desideravo parteciparvi soprattutto per poter incontrare e recitare con Terence Hill: Bud Spencer lo avevo già conosciuto, ma lui ancora no. Ogni volta che Jan mi chiamava per una parte, però, ero impegnato altrove. E quando finalmente riuscii a ottenere un ruolo, lui era già passato ad altro. Alla fine recitai comunque nell’ultima puntata di quella che allora era l’ultima serie, affrontando il lavoro di corsa ma con grande entusiasmo. In realtà non fu davvero l’ultima: la serie ebbe un successo tale da proseguire con altre stagioni.
Tu vieni da una famiglia numerosa. Qual è il tuo senso della famiglia?
Siamo cinque fratelli e io ho due figli. Gli studi di architettura non facevano per me e allora iniziai a studiare recitazione, ma lo studio vero lo feci in casa sin da piccolo, anche attraverso il doppiaggio.
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Quali sono le differenze più sostanziali nel lavorare con una produzione italiana rispetto a una produzione internazionale?
Più che dei soldi parlerei dei mezzi. Quando giravamo The Passion – che ha avuto diverse location tra Matera, Cinecittà e Los Angeles – contemporaneamente Vittorio Storaro [direttore della fotografia premiato quattro volte con l’Oscar, ndr] stava girando l’Esorcista – La genesi e c’era una specie di gara di sfoggio di mezzi, ma alla fine il cinema è fatto da una molletta e un pannello di polistirolo. Quanto costa una molletta? Quando costa il polistirolo? Poi è chiaro che ci sono una serie di cose in più.
Una troupe a Hollywood è composta da circa duecento persone, ognuno con le sue competenze, che deve viaggiare, mangiare, dormire e essere pagata. In Italia una troupe bella cazzuta è fatta da minino cinquanta persone. Nelle nostre grandi produzioni si arriva fino a settanta persone circa. Durante le riprese de La Passione di Cristo, Mel girava col megafono, nelle lunghe pause tra una scena e l’altra, urlando: «Din! Din! Din! Questo è il suono del mio fottuto conto in banca che scende. Vogliamo girare, cazzo!». Siccome mezzo film era girato a ralenti in pellicola, e la pellicola ha un prezzo elevato, diceva: «Sbrigati con questo ciak! Sbrigati!», perché col ciak al rallentatore scorrono metri e metri di pellicola. Io ho avuto il privilegio di fare il primo ciak di The Passion con la scena dell’impiccagione ed ero presente anche all’ultimo ciak. Mi piace molto questa cosa. Io non mi sono impiccato, ma ho fatto lavorare un mio amico stuntman.
All’inizio delle riprese Mel esclamò: «Ma sto film è bellissimo… fermi tutti! Abbiamo iniziato, ma non so quando potremmo finire. Rifacciamo tutti i contratti. lo voglio fare bene, perché è troppo bello». Nel frattempo rimaniamo tutti un mese fermi a Matera, perché lui doveva pensare. Un po’ come nel villaggio turistico in Africa con Gemma. Il mio impegno a Matera era finito, ma rimasi sul set perché lui non girava se non c’ero io. Io ero presente a tutti i ciak di The Passion, perché credo pensasse che gli portassi fortuna.
Finite le riprese a Matera ci trasferiamo a Cinecittà e anche lì mi fa fare il primo ciak. Quella scena, da copione, è quella in cui mi si vede in faccia per la prima volta e decido di farla a modo mio: entrare di spalle per poi voltarmi. Il direttore della fotografia Caleb Deschanel, un genio, aveva messo le luci per girare un altro tipo di scena. Mel gli dice: «Senti Caleb, Luca mi ha detto che vuole entrare di spalle e mi piace questa sua proposta». «Bello, ma mi devi dare due settimane». Per due settimane siamo stati tutti fermi, perché Deschanel doveva cambiare le luci. Se dici una cosa del genere in una produzione italiana ti danno uno schiaffone e nemmeno ti ascoltano [ride].
Quando poi ti siedi al cinema e vedi il risultato, è tutta un’altra storia. La scena dei denari è durata due mesi. Non veniva mai bene il lancio della sacchetta e ogni giorno era in programma. Magari a volte non si riusciva a farla in tempo, ma per due mesi siamo stati dietro a questa scena ed è sempre stata all’ordine del giorno.
Una cura del dettaglio quasi maniacale, oserei dire.
Esattamente! Ma non per la ricerca della perfezione, perché in quel gesto, in quel lancio di danari, c’è un messaggio. Ci sono tanti messaggi sottaciuti e doveva risultare fatta in una certa maniera.
C’è amicizia vera nel vostro mondo?
No! È un mondo estremamente competitivo e sotto sotto tutti odiano tutti, ma sono tutti molto onesti perché lo sanno e ci si adegua. Tu sai che sei come quell’altro e lo rispetti, perché sai esattamente– qualora tu abbia il buon gusto di pensarci – che sta passando le stesse difficoltà tue. All’interno di questi viaggi intergalattici che sono i film, è chiaro che si possono stabilire dei rapporti e delle amicizie eterne, dove il mestiere non conta più e vedi tutto da un’altra prospettiva. Si creano dei legami indissolubili anche se quella persona non la rincontrerai mai più, perché riguardano i profondi segreti della vita.
Vorrei tornare un attimo indietro e chiederti di Gianluca Petrazzi che ho avuto modo di conoscere e intervistare, scomparso prematuramente qualche anno fa. Che rapporto avevi con lui?
Io sono cresciuto con Gianluca, avendo fatto quasi dieci opere con Claudio Fragasso dove c’erano un sacco di sparatorie e acrobazie con le auto e Petrazzi c’era sempre. A volte faceva l’armiere, a volte faceva il capo stuntmen. Devi vedere Roma criminale diretto da Gianluca. È anche un omaggio a Tomas Milian ed è anche un omaggio al padre di Petrazzi, Riccardo.
Grazie, Luca.
Grazie a te!
Francesco Rondolini
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Dalí del valore di milioni di dollari rubate in un museo francese
🔴🇫🇷 𝗔𝗟𝗘𝗥𝗧𝗘 — « Le Livre de l’Apocalypse », œuvre unique de Joseph Foret, qui reprend le texte de l’Apocalypse de saint Jean, a été VOLÉE au centre d’art contemporain d’Issoire, dans le Puy-de-Dôme.
Il s’agit du livre le plus cher et le plus lourd du monde, pesant plus de 210 kg, dont 150 kg rien que pour sa couverture en bronze, conçue par Salvador Dalí. (BFMTV) — L’Écho Chrétien (@lechochretien) October 5, 2026
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Da Brian De Palma a Tinto Brass, da Sanremo a Hollywood. Renovatio 21 intervista il compositore di colonne sonore Pino Donaggio
Pino Donaggio è uno dei più longevi e prolifici artisti della musica italiana. Compositore, cantante e musicista, ha attraversato oltre sessant’anni di storia dello spettacolo, passando dalla canzone d’autore alla musica per il cinema e la televisione.
Violinista per passione, debutta come cantante all’inizio degli anni Sessanta inanellando una serie di successi importanti; tra tutti Io che non vivo (senza te), che ha venduto oltre ottanta milioni di copie in tutto il mondo ed è stata reinterpretata da più di trecento artisti. Su tutte la versione di Elvis Presley rimane tra le più iconiche.
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Donaggio ha poi trovato nel cinema una seconda dimensione artistica di altrettanto successo. Il suo incontro con il regista Brian De Palma ha dato vita a una collaborazione fondamentale, culminata nelle colonne sonore di film come Carrie (1976), Vestito per uccidere (1980), Blow Out (1981) e Omicidio a luci rosse (1984). Nel corso della sua carriera ha inoltre lavorato con numerosi registi italiani e internazionali, costruendo una filmografia musicale ricchissima e riconoscibile.
La sua scrittura, capace di unire melodia, tensione e carattere orchestrale, ha contribuito a definire l’atmosfera di decine di film e a lasciare un segno significativo nella storia del cinema.
In questa intervista ripercorriamo la sua lunga carriera, dagli inizi nella musica leggera al rapporto con il cinema, dalle collaborazioni più importanti ai ricordi legati alle colonne sonore che hanno reso il suo nome conosciuto in tutto il mondo.
Lei è un veneziano doc, ha passato la sua infanzia in questa meravigliosa città dove tuttora risiede. È nato nel 1941, ha qualche ricordo della guerra quando era bambino?
Sentivo le bombe ma non vedevo tante cose. Ho salvato la vita a me e a mia madre perché insistevo tanto per prendere le scale e uscire, tanto che pochi istanti dopo che uscimmo dalla cucina crollò tutto. Ci siamo salvati la vita. Sentivo mio padre che parlava della guerra, ma ero troppo piccolo.
La Venezia che ha vissuto da ragazzino e da adolescente, che realtà era e che rapporto ha con la sua città?
Il rapporto è grande. Volevano che io mi fermassi a Hollywood a scrivere la mia musica, ma non mi trovavo bene e dicevo sempre: «Beata la mia Venezia», e dopo qualche mese son tornato. Sono stato pochissimo lontano dalla mia città. Ho scritto quasi tutti i miei film a Venezia. Trovo sempre ispirazione stando qua e anche se un giorno non ce l’ho – e suonando il piano lo avverto subito se viene o non viene qualcosa – esco e vado a fare un giro per i musei che abbiamo. Osservando l’arte altrui trovo ispirazione per le mie composizioni.
Venezia è una delle città più belle al mondo.
Da ragazzino ero sempre in mezzo alla musica, perché mio padre aveva un’orchestrina, mio nonno suonava, mio zio suonava e tutta la famiglia dei Donaggio son musicisti.

Pino Donaggio nella sua Venezia
È una questione ereditaria.
Ho sentito suonare musica sin da quando sono nato. Da parte di mia mamma erano tutti pescatori, tanto che poi qualcuno mi ha anche apostrofato come «un pescatore di note», mettendo assieme le due attività della mia famiglia. Da giovane vivevo una vita tranquilla e come tutti i ragazzini giocavamo per le calli. Andavamo a tuffarci nel Canal Grande, ma essendo proibito, i vigili ci correvano dietro, però riuscivamo sempre a farla franca [ride].
D’estate andavo in colonia perché mio babbo era impiegato alla SADE, prima dell’ENEL si chiamava così. In una di queste estati passate in colonia iniziai a cantare e cantavo «Mamma son tanto felice…». Siccome ero intonato, verso gli undici anni mio babbo mi chiese se avessi voluto fare musica e mi ha messo su un disco con una sinfonia di Beethoven per vedere come dirigevo. Lì con noi c’era un professore di musica diplomato in viola e hanno visto che sentivo bene la musica e andavo a tempo: «Vorresti suonare uno strumento?», mi chiesero. «Sì, il violino!».

Ho cominciato al Conservatorio di Venezia fino ai sedici anni. Ero proprio bravo a suonare il violino. Ho suonato con I Solisti Veneti che avevo sedici anni e mezzo e poi sono andato a Milano per proseguire gli studi. Un giorno mi ha sentito Claudio Abbado – grande direttore d’orchestra – e mi ha chiesto se volessi entrare nel suo gruppo dei Solisti di Milano. Erano tutti diplomati e io ero ancora all’ottavo anno, tanto per farti capire il mio livello col violino.
Era quella la mia strada, perché ho sempre sognato di fare il solista di violino e andare in giro per il mondo a fare grandi concerti. Durante il mio soggiorno milanese ho cominciato a scrivere qualche canzone; d’estate andavo sulle Dolomiti e lì una volta feci una gara di rock ‘n’ roll perché ero magro e ballavo molto bene. Alla fine di questa gara dovevo cantare una canzone ed ebbi un notevole successo, e così chiesi a mio babbo: «Mi fai provare a cantare nelle sale dove suoni tu?». Cantai Diana di Paul Anka e ricevetti tanti applausi, ma mio padre mi disse: «Ti applaudono perché sei mio figlio…», perché lui voleva che continuassi a studiare.
Un giorno che non avevo lezioni sono andato al Conservatorio, ho scritto una canzone e l’ho proposta alle Edizioni musicali Curci, perché sapevo che Modugno era della Curci e di conseguenza famoso, e pensavo fosse forte l’editore. Entro, ma mi mandano via perché era tardi. Prendo l’ascensore per scendere, si ferma al piano sotto dove c’era la sede delle Messaggerie Musicali e sono entrato, tanto per me un editore valeva l’altro: «Io scrivo canzoni e vorrei un giudizio su quanto composto».
C’era Bruno Pallesi, cantante e paroliere, che sentì i miei brani e mi disse: «vieni con me che ti porto io su alla Curci». Anche se era fuori orario, si riunirono per ascoltarmi. Sono piaciuto e Giovanni D’Anzi disse: «questo canta come un selvaggio, però conosce la musica, scrive le canzoni e questo è importante. Poi è intonato…».
Il capo della Curci mi disse: «Vieni con tuo padre che ti faccio un contratto». E lì è cominciata l’avventura.
Suo padre ha suonato con Sergio Endrigo.
No, Endrigo ha cantato con mio padre! È un po’ diverso [ride]. Era il cantante della sua orchestra.
Lei immagino lo abbia conosciuto.
Certamente! Quando dovevo fare il primo disco sono andato a trovarlo quando lui suonava con Riccardo Rauchi e gli dissi di questa mia prima incisione e lui esclamò: «Ma come?! Fai il tuo primo disco e io devo ancora cominciare?». Ho inciso prima di lui nonostante fossi più giovane di quasi dieci anni. Ci siamo visti spesso e ci frequentavamo a volte. Il mio primo disco ottenne un buon successo qua a Venezia suonando in molti jukebox della città. Ho fatto un altro disco mentre proseguivo gli studi e il canto ancora non era una priorità, finché un’estate ho scritto Come sinfonia e la portati a Milano a farla sentire.
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Era il 1961 quando la presentò al Festival di Sanremo.
La scrissi l’anno prima. Mi sono dimenticato di dirti che in quel periodo era venuta a sentirmi Mina, portata da Tony De Vita, e scelse una mia canzone, la prima che ho scritto, che s’intitola Ho paura e l’ha incise. Quando scrissi Come sinfonia il provino lo facemmo fare a Mina, ma aveva già fatto di Io amo tu ami e Le mille bolle blu e tre canzoni non si potevano cantare a Sanremo. Mina disse che Come sinfonia non potendola cantare lei, l’avrei dovuta cantare io. L’ho incisa e ho partecipato per la prima volta al Festival di Sanremo. All’epoca non c’era la categoria giovani e quell’anno parteciparono tutti cantautori.
In quegli anni il Festival di Sanremo si svolgeva al Teatro del Casinò.
Io non ho mai cantato al Teatro Ariston.
La partecipazione al Festival, invece, come funzionava?
Si mandava la canzone e una commissione le ascoltava; ne arrivavano centinaia. Molti anni dopo mi son trovato anch’io a selezionare i brani per il Festival e lo feci per due edizioni insieme a Giorgio Moroder. C’erano diversi step di selezioni per poi scremare e arrivare a quelle che poi avrebbero effettivamente partecipato.
Qual è il suo giudizio su queste ultime edizioni del Festival di Sanremo?
La cosa che man mano si è persa è la melodia, perché se guardiamo i successi italiani all’estero ci sono Volare, Quando quando quando, Io che non vivo e poche altre. È vero che hanno avuto successo molti artisti italiani all’estero come Laura Pausini e Andrea Bocelli, ma nessun loro brano è stato coverizzato. Tanto per darti un’idea, la mia Io che non vivo ha quasi quattrocento cover ufficiali. Manca quello. Il rap in America ce l’hanno già, è nato là, e non hanno certo bisogno del nostro.
In anni relativamente recenti – era il 1992 – il brano sanremese Non amarmi cantato da Aleandro Baldi e Francesca Alotta fu inciso da Jennifer Lopez con un notevole riscontro di vendite oltreoceano.
Me ne ero dimenticato, hai ragione. Lo incise la Lopez, ma poi non lo fece più nessuno.
So che le sue tante partecipazioni a Sanremo le ha vissute sempre con una sana tensione.
Perché ogni volta speravo di vincere [ride]! Mi piazzavo bene, ma non ho mai vinto, anche se poi andavo sempre primo in classifica. Forse era destino che dovesse andare così. La stessa Io che non vivo credo sia arrivata terza o sesta, non mi ricordo più, perché al tempo c’era solo il primo e non una classifica dettagliata delle varie posizioni.
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Rileggendo la sua storia sanremese, lei ha una decina di partecipazioni. Le dispiace non aver vinto, anche se poi, come ha giustamente sottolineato lei pocanzi, il vero successo lo ha decretato il pubblico con la vendita dei dischi.
A vincere il Festival di Sanremo ci tenevo, perché si rimaneva nella storia della kermesse, sebbene ci sia rimasto lo stesso; però, se vincevi, tutta Italia lo sapeva e accrescevi la tua fama.
Io che non vivo (senza te) è un successo senza tempo con oltre ottanta milioni di dischi venduti. Come nasce quella canzone?
Quel giorno ero a casa con la mia ragazza di allora – poi diventata mia moglie – aspettando che mi consegnassero un pianoforte nuovo. Una volta sistemato, metto le mani sul piano e mi viene il tema di Io che non vivo. Le parole sono di Vito Pallavicini, ma io metto sempre un testo quando scrivo; la dedicavo alla mia ragazza e pensai: «Non me la scrivo e se domani me la ricordo, allora vuol dire che è valida». Il giorno dopo me la ricordavo perfettamente, nota per nota. Sono andato a Milano a farla sentire e l’abbiamo portata a Sanremo.
La canzone l’avete incisa negli studi di registrazione milanesi?
Incidevo quasi sempre a Milano. Ho fatto solo Giovane giovane a Roma, perché c’era l’occasione di usare una sala della RCA.
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I musicisti, che oggi chiameremmo session men, al tempo li trovava già in studio?
C’era il gruppo già nello studio. Anche quando ho fatto le prime musiche da film, a Roma, c’era l’Unione musicisti, chiamavi il capo e lui formava l’orchestra.
Oggi è tutto cambiato.
Non c’è più l’Unione musicisti e gli elementi li prendono uno di qua e uno di là, gente che magari non ha mai suonato assieme. Io preferisco andare a Sofia o a Praga a registrare – eccezion fatta per le colonne sonore fatte in America – perché, a parte che l’editore è contento perché spende meno, lì trovo un’orchestra sinfonica che suona sempre insieme e, quando affronta un pezzo, è corale.
Delle tante versioni di Io che non vivo, qual è secondo lei la migliore o semplicemente quella che le piace di più?
Ce ne sono tante. La prima cover che ha fatto Dusty Springfield è bellissima, poi l’ha sentita Elvis Presley e l’ha rifatta a suo modo. Molto bella anche quella di Elvis.
Quando si entra nello storico museo dedicato a Elvis si viene accolti con quella cover in sottofondo.
Quando andai a Graceland parlai con un responsabile e gli chiesi se avesse quel brano. L’ha messa subito e poi gli dissi che ero l’autore; lui lo ha detto a tutto il pubblico presente, che ne è rimasto stupito.
Una bella soddisfazione.
Si, ma anche quando vado in piazza San Marco sento Io che non vivo, sulle gondole anche…
Ci sono artisti italiani che hanno fatto belle versioni del suo brano. Penso a quella cantata da Francesco Renga con un bellissimo arrangiamento del Maestro Celso Valli, tanto per citarne una.
Renga, la Nannini, Morgan… sono tutte interpretazioni valide che mi piacciono. Tra l’altro ero amico di Celso Valli.
Che rapporto aveva con Mina?
Al tempo avevo un rapporto di amicizia. Quando ho fatto Una casa in cima al mondo ho chiamato lei di nuovo per presentarla a Sanremo. Le ho fatto sentire la canzone, e tanti non sanno questo, e lei subito dopo l’ha ricantata con una facilità incredibile, con una musicalità che ha solo lei. È fantastica!
Aveva giurato che non sarebbe più andata a Sanremo dopo Le mille bolle blu tant’è che una settimana prima del Festival mi disse: «Pino, non me la sento di andare in gara a Sanremo, però la settimana successiva vado allo show televisivo di Caterina Valente e te la canto». Per quel Sanremo [1966, ndr] mi hanno dato Claudio Villa che era libero, anche se io e Villa siamo agli opposti, sebbene ero amico con lui. Ero uno di quelli che non parlavano male di lui e allora lui mi amava [ride]!
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Lei ha cantato tante volte all’estero. Che sensazioni le dava esportare le sue canzoni e, al contempo, la nostra tradizione musicale tipicamente italiana?
Verso la fine della mia carriera ero sempre in Spagna dove avevo un grande successo ed ero accolto come una vera star. L’ultimo romantico, era tornato in classifica dopo che lo presentai al Festival [1971, ndr] in coppia con Peppino Di Capri; mi aiutò ad arrivare in finale, perché era un po’ che non andavo bene. Ho comunque preferito sfruttare sempre la Spagna, perché in Italia anche se andavo in classifica non ero sicuro di un certo riscontro, mentre là ero certo del successo e feci tre anni pieni in terra iberica. Sono stato in Messico, in tutto il Sud America, sono stato anche a New York, ma lì era per gli italoamericani e andare a New York in quel modo non vuol dire andare in America.
Ancora oggi va all’estero, ma non per cantare, bensì per promuovere i film per cui compone le musiche.
Vado per qualche festival cinematografico. Al momento ho tre film in promozione: quello danese di Nicolas Winding Refn [Her Private Hell, ndr], Ferine del giovane regista Andrea Corsini – per cui ho vinto a Montreal il premio per la miglior colonna sonora – e l’ultimo film di Claudio Fragasso

Pino Donaggio a Nuova York
Lei ha lavorato numerose volte con Fragasso.
Non potevo dirgli di no per quest’ultima sua fatica vista la nostra lunga collaborazione.
Che importanza ha avuto la sua famiglia nella sua lunga carriera?
La famiglia è scontato dire che è importantissima. Mio padre mi seguiva sempre e ascoltava quello che scrivevo e mi dava dei giudizi. Una volta Come sinfonia l’ho cantata con lui e la sua orchestra prima che arrivasse il pubblico, perché sennò non avrei potuto partecipare a Sanremo.
Il mio babbo mi ha sempre sostenuto; è venuto anche a Milano quando registravo e i miei non hanno mancato un solo Festival di Sanremo, eccezion fatta per la mia ultima partecipazione perché mia mamma non stava tanto bene. Mi sono stati sempre vicini.
Sono cresciuto con l’idea della famiglia, ed è importante. Stesso discorso dopo che mi sono sposato e poi se mia moglie mi ispira a scrivere canzoni come Io che non vivo, ho fatto bene a sposarla [ride]! I miei figli invece non hanno voluto studiare musica e hanno preso le loro strade.
Il suo testimone di nozze era un parente stretto di Caproni proprietario dell’omonima azienda di aeroplani.
Nel mio periodo milanese ero sempre assieme a lui. Quando mi trasferii a Milano avevo diciassette anni, mia madre venne con me e scelse lei l’appartamento dove stare. Anche se avevo una mia base, gran parte del mio tempo lo condividevo con Achille Caproni a casa sua. Con Achille ho conosciuto Tony Renis, Little Tony – del quale ero molto amico e a cui scrivevo anche qualche canzone, e che mi cantava sempre Io che non vivo – Giorgio Gaber, Ombretta Colli… Eravamo un bel gruppo in quel periodo.
Ho visto una foto del suo matrimonio con Little Tony.
Si, è venuto anche lui.
Nel 1973 la sua carriera ha una svolta e si dirige verso le colonne sonore. Il primo film che musica è A Venezia… un dicembre rosso shocking di Nicolas Roeg con Donald Sutherland.
Film bellissimo! Bruttissimo titolo italiano, meglio quello originale: Don’t look now.
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Un film particolare e inquietante. Ci racconta come approda in quel mondo e come nascono le musiche di quel film?
Tornavo da una serata ed erano le sei del mattino. Avevo caldo e mi sono messo sulla parte scoperta del vaporetto. Ero da solo. Passa tale Ugo Mariotti, giovane produttore del film, o meglio, uno che partecipava alla produzione in maniera minore. Mi vede – forse era fumato, perché cosa fai fuori a quell’ora? – e pensa che quell’immagine che gli passa davanti fosse mandatagli dall’aldilà, perché il film ha la parapsicologia come tema centrale. Questo me lo ha detto dopo.
Verso le undici di mattina, io non sapevo che lui mi avesse visto, mi chiama al telefono: «Sono Ugo Mariotti. Stiamo girando un film con Donald Sutherland e Julie Christie». Mi colse di sorpresa e rimasi stupito di questa chiamata: «Guarda che io non parlo inglese». «Ti presento io al regista, non ti preoccupare». Ci teneva tanto che io facessi le musiche per questo film e dopo mi disse anche che scelsero l’attore Massimo Serato per la parte del prete con lo stesso procedimento: lo vide passeggiare col cane alle sei di mattina in piazza Navona a Roma.
Mi hanno presentato al regista, il quale mi ha spiegato che tipo di musiche volesse: un pianoforte come se fosse suonato da una bambina che non suona bene; la bambina muore e quindi il tema deve essere drammatico. Poi c’era il tema d’amore. Dopo una settimana ho scritto queste musiche, le ho registrate e cantate dentro il Conservatorio di Venezia, in quanto lì ci giravano delle scene del film. Hanno sentito la colonna sonora e il regista è impazzito, in ispecie per il tema d’amore che fa da sfondo ai due protagonisti che sono marito e moglie. La scena con loro due in camera da letto l’ha montata sulla mia musica, con il provino che gli avevo dato dove cantavo delle note che emulavano il suono di un flauto.
Tornano in Inghilterra e parlano col produttore Peter Katz – che era un musicista –, ma lui non mi voleva in quanto non avevo mai scritto musica per il cinema. Sono andato su e son tornato immediatamente a Venezia perché c’erano dei problemi. Il vero produttore, quello che ha messo i soldi, Anthony B. Unger, guarda il film e dice: «Il film è bellissimo, ma quella musica sotto cos’era?». Gli dissero che l’aveva incisa un musicista di Venezia al suo esordio sulle colonne sonore. «Ma se scrive così, che problemi abbiamo?!». Mi telefonano e mi dicono: «Pino, guarda che il film lo fai tu, è sicuro!». «Bene, ma se è sicuro mandatemi un telegramma con tutto scritto nero su bianco, così vengo su». Sono stato a Londra per alcuni giorni e poi la registrazione definitiva l’abbiamo fatta alla Ricordi di Milano.
Il tema principale con i due protagonisti che fanno l’amore, l’arrangiatore lo aveva arrangiato con l’orchestra e il regista, sentendolo in quel modo, esclamò: «Pino, no, no! Lo voglio come lo hai cantato tu nel provino, senza l’orchestra». Mi metto di nuovo al piano e, invece della mia voce, mettiamo un flauto suonato da Gianni Bedori – che al tempo faceva i dischi con lo pseudonimo Johnny Sax –, un basso acustico e un violoncello. Perfetto! Anche nel tema della bambina sono sempre io che suono. Uscì il film in Inghilterra e vinse la miglior colonna sonora dell’anno. Mi chiamarono di sera tardi: «Hai vinto, Pino!». Mi chiamano sempre di notte, anche quando ho vinto quest’ultimo premio a Montreal.
Vincere un premio importante al mio esordio cinematografico mi ha fatto riflettere sul fatto che potevo virare in questo ambito, anche perché ero stanco di cantare, soprattutto perché dovevo viaggiare troppo. Una volta si andava a cantare nei dancing e si viaggiava su e giù per l’Italia senza sosta: era un disastro e molto stancante. Inoltre ho rischiato di morire un paio di volte con la macchina: una volta sono uscito di strada e un’altra volta ho sbandato in una curva e mi sono fermato sul ciglio del burrone! Tutto ciò mi ha dato da pensare: cambiando potevo sfruttare tutto il mio bagaglio di studi.
Ho ricominciato a studiare composizione con un insegnante di Venezia. La decisione vera e propria di scegliere di non cantare più avvenne dopo l’uscita di Don’t look now; mi cercarono da Londra per il film Il tocco della medusa [di Jack Gold, 1978, ndr] con Richard Burton, un film importante, ma mia moglie non riuscì a trovarmi perché ero in tournée. Quando rincasai provai a richiamare, ma mi dissero che avevano scelto un altro compositore per la colonna sonora.
Questo episodio mi ha posto dinanzi a un bivio: o canto o scrivo per il cinema. Decisi per la seconda opzione.
Vedendo la sua carriera, è stata una scelta azzeccata.
Nel primo anno è arrivato un film minore dall’America, poi un terzo film e dopo è arrivato Brian De Palma!
Il suo primo film con Brian De Palma esce nel 1976: Carrie – Lo sguardo di Satana. Come nasce la vostra collaborazione?
Ho avuto fortuna, come sempre nella mia vita. In quel periodo morì Bernard Herrmann che aveva fatto con De Palma Obsession – Complesso di colpa e Le due sorelle e doveva fare Carrie, ma è morto mentre stava terminando le musiche di Taxi Driver [di Martin Scorsese, 1976, ndr].
De Palma era disperato e parlando con un suo amico gli disse: «Non vorrei i soliti compositori di Hollywood, ma vorrei un musicista giovane con le idee giuste». L’amico gli risponde: «Vieni a cena da me, perché a Londra ho comprato un disco e ti vorrei far sentire quella musica». Era la musica di Don’t look now. Uno dei pochi dischi pubblicati da quella casa discografica, perché poi fallì. Vedi il destino… sentì questa musica e trova che avevo delle affinità con gli archi un po’ come Herrmann, anche lui violinista.
De Palma guardò Don’t look now due volte; la seconda volta con gli occhi chiusi per sentire bene la musica e poi mi ha fatto chiamare. Mi ha chiamato il montatore Paul Hirsch – Oscar poi con Star Wars – perché parlava italiano. Il mio inglese non è così fluido, quindi ho sempre bisogno di un traduttore. Con De Palma lavoro sempre in un certo modo, mi fa vedere il film finito senza tagli successivi.
I tempi sono ben precisi, parliamo di cosa vuole, che atmosfera desidera e poi tornavo a Venezia a comporre. Quando ero pronto volavo negli States e gli chiedevo un’orchestra; lui l’ascoltava direttamente suonata dall’orchestra, non come oggi tramite i demo. I suoi film sono stati musicati tutti così tranne Passion [2012, ndr] e Domino [2019, ndr] perché avevamo i computer e sentire le musiche era diventato più facile e pratico.
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Le registrazioni delle musiche per De Palma le ha registrate tutte in America, giusto?
Si!
Che rapporto ha con Brian De Palma?
Lui è un po’ burbero, non è molto espansivo. Quando ho sentito la musica di Vestito per uccidere [1980, ndr], che l’aveva messa per farmi sentire l’atmosfera cupa io gli ho detto: «questa è brutta, Brian». Mi ha guardato e mi ha detto: «Va beh, fai te». Quando ha sentito in sala, vedendo il film, la mia musica, mi è venuto vicino, mi ha dato una pacca sulla spalla e mi ha abbracciato amorevolmente dicendomi: «Pino, very good!» Anche su Carrie – Lo sguardo di Satana grandi appalusi in sala e vedere le scene, per lui che è il regista che le ha girate, con la musica gli ha fatto, hanno tutto un altro effetto. Ricordo che De Palma provò una grande emozione nel vedere il film finito con le mie musiche.
Un altro grande film di De Palma che lei ha musicato è Blow out [1981, ndr] con John Travolta.
Il metodo di lavoro era sempre il medesimo.
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Con gli attori protagonisti di questi film, penso a Donald Sutherland, lo stesso Travolta e molti altri, lei ha avuto rapporti?
Con Donald Sutherland no, perché lo vidi solo una volta sul set. A Londra incontrai Julie Christie per strada e la fermai dicendole che ero il compositore di Don’t look now e lei molto contenta! Quando andavo sul set di quel film, parlavo solo col regista, anche perché, come ti ho detto, non parlavo inglese. Invece John Travolta è venuto a casa mia quando presentarono Blow Out qui al Festival del cinema di Venezia.
Lei ha frequentato anche i famosi party hollywoodiani: che ambiente si respirava a quelle feste?
Quando Brian stava girando Body Double [Omicidio a luci rosse, 1984, ndr] fece una festa di compleanno e c’erano Steven Spielberg e Quincy Jones con cui parlai tanto di musica. Sai cosa era che non mi piaceva di quelle feste? La droga, perché ne girava veramente tanta. Io andavo in America solo per fare il film e non frequentavo molto certi ambienti. Frequentavo George Litto che era il produttore di Blow Out, perché eravamo molto amici. Con lui ho fatto dei film che qua in Italia neanche sono arrivati: Kansas [1988, ndr] con Matt Dillon, Night Game [1989, ndr] e anche altri film.
Nel 1978 esce il film Piranha di Joe Dante, famoso per il film Gremlins.
Piranha ebbe già un grande successo. Quando il produttore Roger Corman vide il film, che aveva già una sua musica di un giovane autore di cui non ho saputo il nome, a fine proiezione disse: «Se questo film avesse una musica che gli dà più forza, potrebbe fare successo». Gli chiesero: «Chi vorresti?». Lui aveva visto Carrie e disse: «Pino Donaggio». Andai da loro una volta per parlare di dettagli tecnici.
Della produzione non venne nessuno in Italia, perché non volevano spendere soldi [ride]. Era una pellicola low budget e feci la musica a Milano con Natale Massara, mio collaboratore e facemmo tutto noi. Mandammo i nastri e il regista, una volta ascoltati, mi chiamò al telefono super entusiasta! La stessa cosa con L’ululato [1981, ndr].
L’ululato è un buon film.
Si, forse lo preferisco a Piranha perché è più di nicchia e mi sembra fatto meglio. L’altro è un film popolare che venne dopo Lo Squalo di Spielberg. Joe Dante era bravo.
Nel 1981 esce Black Cat di Lucio Fulci. Che rapporto ha avuto con Fulci?
Sono stato poco con lui. Lui, prima di vedermi, aveva avuto un festival dei suoi film in Francia e aveva annunciato l’imminente uscita di questo nuovo lavoro e i giornalisti gli chiedevano insistentemente di me e al ritorno mi disse: «Cazzo, tutti mi chiedevano di te in Francia! Allora sei bravo. Il film è questo, arrangiati». Non mi ha dato nessun punto musica, né cosa volesse, niente di niente. Ho fatto tutto di testa mia, senza alcuna indicazione da parte di nessuno. È l’unico film che ho fatto così. Questo è il rapporto che ho avuto con Fulci. Quelle musiche non esistono più, perché i nastri originali sono andati perduti.
Molte colonne sonore uscivano in vinile e altre no. Col tempo c’è stata un’operazione di recupero, ma purtroppo in rari casi può capitare che i nastri siano andati perduti, come ha appena ricordato lei.
Dressed to Kill è uscito subito su disco. In America c’era una differenza rispetto all’Italia: pagavano meno i musicisti per le musiche da film, mentre pagavano di più quando c’erano le canzoni. È vero che venivano pagati meno, ma se usciva il disco della tal colonna sonora venivano riconosciuti i diritti. Di tanti film che non sono andati molto bene al botteghino non stampavano il disco; lo stampavano dopo diversi anni, quando scadeva il contratto con i musicisti. È successo anche con Blow Out: fu stampato tardi. Altri li ho fatti stampare io direttamente.
C’è un film che al tempo non fu accolto benissimo dalla critica, ma che oggi è considerato un cult: Hercules di Luigi Cozzi, uscito nel 1983.
Ho saputo che è in ristampa in un’edizione speciale celebrativa in uscita a breve.
Sotto il vestito niente diretto da Carlo Vanzina è un thriller ambientato della cosiddetta Milano da bere degli anni Ottanta.
Carlo vide i film miei con De Palma e mi ha fatto fare un qualcosa di simile a quello che avevo su un film di De Palma cambiando qualche nota. Il film mi piacque ed ebbe un notevole successo.
Come si è trovato a lavorare con i fratelli Vanzina?
Enrico ogni tanto passa a Venezia e ci salutiamo. Carlo era molto preciso e quando gli ho detto: «ma non mi chiami mai per fare qualche film allegro dei tuoi?». «No, perché considero che sono film minori per voi. Tanto Morricone, quanto te, vi chiamo solo se faccio un film serio».
Le avrebbe fatto piacere musicare una commedia dei Vanzina o un loro cinepanettone?
Sì, e non solo da un punto di vista musicale, ma perché s’incassano un sacco di soldi [ride]! Qua in Italia non è come in America; in America ti pagano per comporre la colonna sonora e qua invece ti danno «una pipa di tabacco», come si suol dire. Qua hai i diritti d’autore e se il film va bene puoi guadagnare cifre importanti.
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Visto che lo abbiamo accennato prima, per i film che ha fatto negli Stati Uniti come funziona il discorso dei diritti d’autore invece?
I diritti d’autore non ci sono per le proiezioni al cinema, perché lì fanno incassi enormi e non si pagano i diritti sul biglietto cinematografico. Se però il film passa in televisione o viene esportato in altri Paesi, allora arrivano i diritti d’autore.
A proposito di film comici, tra la sua lunga filmografia c’è anche Sette chili in sette giorni con Renato Pozzetto e Carlo Verdone.
Fu l’anno dopo che feci Non ci resta che piangere [1984, ndr].
Come si approcciava musicalmente ai film più leggeri rispetto ai thriller?
In America ero etichettato come un maestro dell’horror e il primo film fuori da questo genere – e l’ho cercato io – fu un film con Marcello Mastroianni e Julie Andrews che s’intitola Cin cin [1991, ndr], una commedia teatrale trasposta al cinema. Ho cercato altri film su quella falsariga e poi ho fatto tanta televisione: Don Matteo, Provaci ancora prof! e molti altri. Mi piaceva fare queste musiche, perché io vengo dalla canzone e anche dal rock. Prima che uscisse Come sinfonia cantavo rock. Erano musiche divertenti e i ritmi mi erano familiari e non avevo nessuna difficoltà a fare musiche per film più «leggeri», chiamiamoli così.
La sigla di Don Matteo – come la serie del resto – ha avuto grande successo.
Su Don Matteo risco a fare musica di leggera suspence e la sigla è diventata molto riconoscibile.
Il caso Moro [1986, ndr] di Giuseppe Ferrara è un film che, quando lo vidi da piccolo, mi inquietò, perché la vicenda di Aldo Moro rappresenta ancora oggi una ferita aperta e controversa.
Con Ferrara ho fatto cinque film politici e ci trovavamo bene a lavorare assieme. Feci anche I banchieri di Dio – Il caso Calvi [2002, ndr], che sarebbe la storia di Roberto Calvi. Di quel genere ho fatto Un eroe borghese [di Michele Placido, 1995, ndr] dove ho avuto la nomination al David di Donatello.
Che persona era Giuseppe Ferrara?
Era un amore, perché mi lasciava fare molto. Mi dava delle indicazioni e io mi son creato uno stile musicale per i film politici; ho messo un canto siciliano in alcune scene particolari, che ci sta molto bene. Cercavo sempre delle cose interessanti. Ferrara arrivava quando avevo concluso le composizioni, non veniva mai a sentire mentre stavo componendo.
Gli consegnava le musiche già pronte.
Non dico che fosse come Fulci, ma molto simile. Con lui ho fatto anche un film che non è mai uscito; una storia strana di aerei durante la guerra. Lui non era ben visto da tante produzioni. Per il film Giovanni Falcone [1993] di Ferrara ho avuto una causa durata ventotto anni, perché un ministro che fu citato nel film fece causa per un miliardo e mezzo di lire al film. Siccome avendo scritto le musiche risulto tra gli autori, ho dovuto affrontare questa scomoda vicenda legale che non riuscivo a togliermela di dosso.
La musica non c’entra nulla e per di più quando viene fatto quel nome, la musica nemmeno c’è. La cosa è andata avanti finché Ferrara è morto, il produttore è morto, uno dei co-autori risultava nullatenente e io ero l’unico da cui poteva riavere quei soldi. Ho trovato l’avvocato giusto e mi hanno assolto. Ventotto anni! Hai capito come funziona la giustizia in questo Paese? Va beh…
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Parliamo di cinema che è meglio. Il film del 1987 di Ruggero Deodato, The Barbarians, vede due gemelli culturisti protagonisti.
Un film che è andato bene e ha una musica moderna: ho usato dei synth e solo una parte con l’orchestra, perché non volevano spendere molti soldi. Mi sono divertito a comporre quella musica. Con la Cannon Films [casa di produzione e distribuzione, ndr] ho fatto nove lungometraggi tra cui Interno berlinese [di Liliana Cavani, 1985, ndr] e un altro che non ricordo il titolo che doveva musicarlo Ennio Morricone, ma lo feci io. Altri sono usciti esclusivamente per il mercato americano.
C’è un regista che apprezzo molto come cineasta che è Tinto Brass. Lei ha fatto tre film con lui.
Ah, Tinto! Quest’anno lo hanno rivalutato al festival di Venezia con i suoi film prima di quelli erotici. Ci incontravamo ogni tanto e mi diceva: «Quand’è che fazemo un film?». Lui lavorava con Morricone e ha sempre voluto dei musicisti di un certo livello, perché nobilitavano il film. Anche Riz Ortolani ha lavorato con Tinto. Ho fatto Così fan tutte [1992, ndr] perché mi divertiva l’idea di fare una musica, un’ironia su Rossini; ho messo la batteria, la chitarra e altri strumenti contemporanei.
In quel film c’è una splendida Claudia Koll.
Bellissima! Ogni finale di film andavamo nel suo ristorante, gestito da sua moglie che era una Cipriani, e si faceva festa. Per Tra(sgre)dire [2000, ndr] mi chiama e mi dice: «Mi fai una musica raggae, perché c’è una scena con un massaggio particolare», «Va bene, non c’è problema», gli dico io. Quando vidi quel film vidi questa scena piuttosto spinta di questo che le massaggiava il sedere [ride]! Lui si spingeva sempre più avanti e sull’ultimo film ho dovuto togliere il mio nome.
Un altro film che ha fatto con Brass è Monella con Anna Ammirati.
Non era male, ma poi come ti ho detto si è spinto troppo in alcune scene tracimando quasi in un film pornografico. Quando mi chiamò per Senso ’45 [2002, ndr] rifiutai, ma ci sono le musiche di Morricone. Secondo me Morricone non ha neanche visto il film [ride]!
Dove le ha incise le colonne sonore dei film di Tinto Brass?
Non mi ricordo, ma credo a Milano.
Tinto che personaggio è?
Tinto è un amore, fa molto ridere! Un giorno mi chiama e mi dice di andare da lui perché stava facendo dei provini. I provini venivano svolti in questa maniera: lui buttava a terra una moneta da cento lire e diceva all’attrice di raccoglierle per vedere com’era il culo! E poi gli faceva fare anche un bidet. Hai capito che provini faceva Tinto Brass [ride]?! Sempre con la moglie lì presente e con la segretaria di produzione.
Abbiamo intervistato recentemente su Renovatio 21 l’attore Luca Lionello. Lui ha lavorato con Brass nel film Paprika [1991, ndr].
Lavorai insieme a Lionello in una fiction di Claudio Fragasso.
Brass è da molti considerato un ottimo regista, a prescindere dal genere di film che girava.
Lui aspirava a prendere un premio come montatore, perché ci teneva particolarmente al montaggio. Era proprio bravo. Quando andavo a Roma passavo spesso da casa sua e mangiavamo insieme. Sua moglie che era una cuoca eccezionale.
Lei nel 1993 fa un horror con Dario Argento che s’intitola Trauma.
Mi chiamò anche per il film Due occhi diabolici [1990, ndr] mentre ero a Sofia a registrare. Quel film è diretto dallo stesso Argento e da George A. Romero. Le direttive le ebbi solo da Dario Argento. Trauma era un film interessante; conoscendo bene i film di Brian De Palma, mi chiamava anche per quello. Dario aveva fatto qualcosa prima con Morricone, però so che poi non ci si trovava più, forse anche per un discorso di generi musicali: infatti ho dentro le mie musiche anche il pop, e molti pezzi, persino in Trauma, sono molto ritmati. Con me Argento trovava una via di mezzo musicale tra i Goblin e Morricone, perché potevo creare sonorità che si accostassero sia all’uno che all’altro. Ti piace Hitchcock? [2005, ndr] è un altro lavoro – in questo caso televisivo – che ho fatto con Dario. È molto carino, se hai occasione guardalo. Nelle musiche ho fatto un omaggio a Hitchcock.
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Nel 1994 esce l’ultimo film della coppia Bud Spencer/Terence Hill, Botte di Natale. Tra l’altro Terence Hill è veneziano come lei.
Ho iniziato con Terence facendo Don Camillo [1983, ndr], dove era anche regista. Ci conoscemmo proprio in quell’occasione lavorativa. Col tempo siamo diventati molto amici. A lui piace molto la mia musica; una volta ascoltando un tema che scrissi di recente gli scese una lacrima dall’emozione.
La fiction Don Matteo è prodotto dalla nota casa di produzione Lux Vide.
Si! con loro ho cominciato con Augusto – Il primo imperatore, una miniserie televisiva del 2003 con Peter O’Toole e altri film storici. Iniziai con quel film perché il regista americano non era soddisfatto del compositore che gli avevano affiancato: non sapeva fare bene questo tipo di musiche, da un punto di vista tecnico, mettendo in difficoltà la produzione. Scrivere musica per il cinema prevede una procedura precisa e allora chiamarono me. Da allora ho fatto diversi lavori con la Lux Vide. Poi abbiamo avuto un diverbio, perché sono un po’ troppo rompipalle, passami il termine.
In Amore piombo e furore con Fabio Testi – uscito nel 1978 – c’è una tua bella musica. Un western che ebbe un suo successo.
La ballata di quella colonna sonora l’ha cantata l’attrice. È stata un’esperienza carina quella; uno dei produttori era Gianni Bozzacchi con il quale avremmo dovuto fare grandi cose, addirittura un lavoro su Ferrari, ma il tutto si è arenato. Tra l’altro Bozzacchi è stato il fotografo di Liz Taylor. Mi ricordo in quel film che andai sul set mentre stavano girando e con la chitarra ho fatto sentire il tema della ballata. L’attrice venne a cantarla negli studi della Cinevox, dove mi trovavo molto bene con Carlo Bixio. Adesso c’è il fratello Franco, perché lui è mancato qualche anno fa. Eravamo quasi amici fraterni con Carlo.
Renovatio 21 ha da poco incontrato Vince Tempera, Fabio Frizzi e Franco Bixio per il cinquantesimo anniversario del Secondo tragico Fantozzi.
Quel trio ha fatto molti film, anche western. Non ho mai capito come scrivessero quei tre! A proposito, prima abbiamo parlato di Sanremo e hai visto che ultimamente gli autori delle canzoni sono sei o sette? Ma come fanno?
Non saprei risponderle.
Non riesco a comprenderlo, dovrei farmelo spiegare. Oltretutto sono canzoni che si perdono dopo un anno e ci vogliono sette autori? Non è possibile scrivere una canzone in sette, te lo dico io.
Che rapporta aveva con i suoi colleghi?
Con Morricone ci siamo visti poco.
Con quelli stranieri?
Ho conosciuto Hans Zimmer a Los Angeles e Quincy Jones come ti ho detto al compleanno di Brian [De Palma. ndr].
Con gli altri italiani quali Stelvio Cipriani, Franco Micalizzi…
Micalizzi mi ha diretto una volta a Sanremo con L’ultimo romantico [1971, ndr] e si è incazzato quando ho fatto il primo film, perché non ho chiamato lui per fare gli arrangiamenti. Io non ho molta stima di tanti miei colleghi italiani; si danno delle arie, sembrano degli dei… Partiamo da Vivaldi in avanti e allora che cavolo vuoi che sia fare colonne sonore?! È relativo. È sempre un lavoro importante, ma non fai una musica che rimarrà nella storia come quella dei nostri compositori classici. Rimarrà nel film, quello sì. Morricone fa eccezione in questo, perché è il più bravo di tutti.
Lavorativamente parlando è un circolo chiuso quello delle colonne sonore?
Io penso di sì, perché i giovani che vogliono entrare hanno difficoltà. Io sono riuscito a entrare in questo circuito in Italia soprattutto grazie alla collaborazione con De Palma. Per tanti ero sempre e comunque un cantante e non mi chiamavano per comporre musica da film. È vero che ho cantato vent’anni, ma sono quarantacinque che faccio colonne sonore. Per strada molto spesso mi riconoscono per Io che non vivo, e la cosa non è che mi dispiaccia sia chiaro, ma ho fatto anche tanto altro!
Quando ero a Sanremo a fare le selezioni, venne un ragazzino tredicenne a chiedermi un autografo: «Ma come mai mi chiedi un autografo?». «Ho visto da poco un suo film. Bellissimo!».
A tal proposito, visto che era insieme a Giorgio Moroder a fare queste selezioni, che rapporto avevate?
Moroder ha vinto tre Oscar, non è l’ultimo arrivato! Pensa che lui non sa la musica, fa tutto a orecchio.
Moroder ha un bel management.
Lui è abituato ad avere i manager, invece io non ne ho. Sono andato avanti tutta la vita senza manager.
Una cosa alquanto inusuale per un artista del suo calibro. Oggi pare che senza non si possa fare.
Si fa benissimo, perché se scrivi della bella musica e gli altri l’ascoltano, poi ti chiamano. Per me è stato sempre così.
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Lei ha collaborato anche con Pupi Avati; le cito L’arcano incantatore, un film del 1996.
Adesso lo stanno rieditando per il mercato americano, perché Benicio Del Toro quest’estate, nel suo festival, ha proiettato un film di Fellini e un film di Pupi Avati. Sono sicuro che abbia scento L’arcano incantatore perché c’è la mia musica, in quanto lui è un mio estimatore avendolo dichiarato pubblicamente più volte.
Un film curioso per l’epoca, uscito nelle sale nel 1998 e che vidi al cinema, è Il mio West con Leonardo Pieraccioni, Harvey Keitel e David Bowie. Come ha lavorato per creare quelle atmosfere musicali?
Siccome Pieraccioni veniva da dei grandi successi, pure quel film di Veronesi ebbe successo, ma non tanto e quindi è passato come un film minore. Una volta sono andato sul set, che era in Toscana, Bowie non c’era ma ho incontrato gli altri. Ho ritrovato Harvey Keitel che c’era nel film di Argento [Due occhi diabolici, ndr].
Nel 1981 è in un volo di ritorno da Nuova York e accadde un imprevisto che l’ha scossa particolarmente. Ce lo può raccontare?
Facemmo un atterraggio d’emergenza perché si era incendiato un motore. Io stavo dormendo e una di fianco a me mi prese il braccio, scuotendomi, urlò: «Fuego, fuego!». Apro gli occhi e vedo le fiamme e mi rassegno al peggio. Il fuoco si spense perché all’interno dei motori ci sono degli estintori automatici e siamo tornati indietro. Il comandante disse che avremmo impiegato solo un’ora di volo per atterrare all’aeroporto di partenza, mentre invece ce ne mettemmo due e mezza! In quell’ora e mezza in più io sudavo, parlavo con mia madre in cielo pensando che l’avrei incontrata a breve perché sembrava il momento giusto [ride]. Appena atterrati sani e salvi, ho preso subito un altro aereo. Se fossi rimasto troppo a terra poi non so se ne avrei ripreso un altro; sarei rimasto perennemente in America [ride]!
Ha esorcizzato subito la paura.
Mi è venuto un esaurimento nervoso che mi è durato dieci anni. Quando dovetti tornare negli States per fare Blow Out, presi il Concorde e solo dopo ho saputo che era ancora più pericoloso [ride]! Lo preferivo perché essendo più veloce e si facevano meno ore di volo.
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Oggi Pino Donaggio a cosa sta lavorando?
Ho fatto da poco un film bellissimo di Nicolas Winding Refn, Her Private Hell, uscito il 30 settembre. Lui ha fatto sempre i film con i sintetizzatori, ma in quest’ultimo voleva musiche con l’orchestra; ti cito solo Drive [2011, ndr] con Ryan Gosling che ha una colonna sonora marcatamente synth. Quest’ultimo suo lavoro lo ha inteso come un’opera, dove voleva una musica operistica. Lui conosceva Manlio Gomarasca che ha fatto da tramite per metterci in contatto. Ho parlato con il regista, ci siamo visti a Milano e mi ha spiegato ulteriormente il suo progetto.
È stato il film dove ho impiegato più tempo per comporre le musiche, perché ho iniziato che era Natale e ho finito a febbraio. È stato un lavoro veramente corale, perché mi sono interfacciato con più persone della troupe. Al regista piace lavorare così. Le registrazioni definitive – dopo che il regista aveva sentito tutte le demo – le abbiamo fatte a Sofia. Aveva un montatore molto bravo con cui interagivo.
Un gran bel lavoro! Sono andato al Festival di Cannes su insistenza del regista stesso: «La musica è la protagonista del film!». La critica è stata ondivaga nei confronti di questa pellicola, ma per la musica ho ricevuto critiche positive mai ricevute prima. Qualcuno ha detto che è un capolavoro. Sarà che sono vecchio, chi lo sa [ride]! Ti segnalo che anche Ferine del giovane Andrea Corsini che sarà nelle sale tra fine ottobre e novembre.
Andremo volentieri a vederli. Un’ultima domanda: secondo lei, oggi è ancora possibile per un giovane ripetere una carriera come la sua, visti i tempi e la situazione attuale?
Non credo. A volte è il destino che ti fa imboccare determinata strade. A me sono capitate una serie di casualità fortunate che non so se siano tutte replicabili.
Francesco Rondolini
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Immagine: Pino Donaggio con Brian De Palma, inviataci da Pino Donaggio
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