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Mao e il «blocco storico» che ha vinto il referendum

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Il referendum per la riforma della magistratura è stato perduto, ma di pochi punti: 54%, un po’ poco per festeggiare con «Bella Ciao» e tric-trac in piazza – come tuttavia i fautori del No hanno fatto.

 

54%: significa che, grosso modo, il Paese è spaccato a metà. A questo punto, bisogna capire quali sono le metà.

 

Le variazioni sono non solo leggibili su scala partitica ed ideologica, ma anche territoriale. Tre regioni hanno visto la vittoria del Sì: Veneto, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia – in pratica, una grossa fetta del Nord. Da notare come ha prevalso il Sì anche nel voto all’estero, per quanto significante.

 

Il Sud – come il Piemonte, regione fortemente oggetto di emigrazione meridionale – ha votato compattamente per No, con picchi interessanti nella città di Napoli. Va detto che il No è stato trainato dalle grandi città. A Milano,il distacco è stato di ben 16 punti, un risultato che il sindaco Beppe Sala ha interpretato come il segnale di una «radicata forza progressista» che va oltre il cosiddetto «partito della ZTL». Anche a Torino il centro città ha spinto il risultato verso il No, mentre l’affluenza è crollata nelle zone periferiche.

 

Parallelamente, in diverse aree, le periferie hanno mostrato una tendenza opposta o un maggiore astensionismo. A L’Aquila, mentre in città ha vinto il No, il Sì è rimasto in vantaggio nelle frazioni e nelle aree più decentrate. In Trentino, il voto è salomonico: il No ha vinto nei centri urbani (50,38%), ma nelle valli e nei territori montani ha prevalso il Sì. In pratica: città contro periferia. Ma non solo.

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La popolazione italiana è quindi fortemente divisa. Da una parte chi, magari pensando ai disastri visti in questi anni, o peggio capitati personalmente, voleva riprogrammare la Giustizia, blindata dalla «Costituzione più bella del mondo», quella che si può buttare nel fosso in caso di epidemia, e sin dall’articolo 1 (che poteva essere riscritto come «L’Italia è un Paese fondato sul green pass»: fateci pure un referendum confermativo).

 

Dall’altra parte una schiera interessante formata dalla sinistra parlamentare e pure extraparlamentare, ma soprattutto dai dipendenti di quello che chiamiamo lo Stato-partito: l’insieme delle strutture pubbliche infiltrate e comandate dal PD, colosso inscalfabile che gestisce le nostre vite e – soprattutto – distribuisce magnifici salari garantiti ad almeno 4,7 milioni dipendenti della Pubblica Amministrazione e di enti parastatali (INPS, INAIL, ACI, Poste, Ferrovie, Municipalizzate).

 

Si tratta in realtà di un numero ancora più alto: l’indotto di Stato e para-Stato sono, secondo stime basate su flussi della spesa pubblica, almeno altri 2,5 milioni, ma si tratta di una cifra che riteniamo molto conservativa.

 

Aggiungiamoci il mondo sommerso delle cooperative, che sono, in larghissima parte, ingenerate dentro il noto mondo politico di riferimento: si tratta di altri 1,2 milioni di cittadini. Anche qui, il numero mi pare per difetto.

 

Diciamo che abbiamo una diecina di milioni di persone il cui stipendio dipende dallo Stato. Anche considerando che molti fra questi possono aver votato contro lo Stato-partito, abbiamo qui molti più voti in ballo: costoro tengono famiglia, il nonno pensionato, il figlio universitario… insomma la mangiatoia serve ben al di là del singolo.

 

Capite che l’analisi spannometrica che stiamo facendo è impietosa: com’è possibile che il Paesi cambi qualsiasi cosa per via democratica, se il popolo stesso è narcotizzato dal benessere salariale?

 

Non si tratta di un impasse casuale: è un effetto preciso, programmatico del sistema. Più stipendi, più voti. Più mangiatoia, più palude. La Nazione diventa immobile, per disegno del potere che lo comanda nel profondo. Ecco che quindi il Paese diviene conservatore: e ricordo ancora come 25 anni fa l’etichetta fu appioppata bonariamente dai giornali al segretario del sindacato CGIL Sergio Cofferati, che più di tanto non sembrava nemmeno dispiacersone.

 

Il sistema si conserva perché ha costruito pian piano, anche molto sotto la percezione pubblica, microsistemi che lo sostengono e ne impediscono il cambiamento. Di qui un tema completamente sottotraccia che è quello della cooperativizzazione dei servizi, con le cooperativa che stanno entrando di prepotenza – con leggine, regolette, pressioni continue – nel mondo della Sanità: rimpiazzi il lavoratore ospedaliero con uno che viene da una cooperativata, e quello che ottiene è un’omogeneizzazione politica maggiore, un tentacolo sistemico più forte dentro la società.

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Scrivo queste parole memore dell’esperienza delle elezioni regionali in Emilia nel 2020, quelle che si tennero a poche settimane dal disastro di Wuhano, le elezioni che parevano essere quelle della «liberazione» dell’Emilia-Romagna. Possiamo dire che Renovatio 21 aveva un «suo» candidato: una signora stupenda, che ancora oggi ci legge, che aiutammo – tra conferenze, articoli, post – il più possibile in quella campagna elettorale, dove tra i temi, ricordiamo, c’era quello del caso degli affidi.

 

Negli ultimi giorni prima del voto l’atmosfera era elettrizzante. Circolava un audio interno della Lega, dove la voce di un signore (il classico nerd statistico-politico) parlava di uno scarto di 10 punti del candidato presidente regionale leghista. Era fatta: un altro nostro lettore, al termine di una conferenza a ridosso della domenica fatale, cominciò ad organizzare i festeggiamenti – ci troviamo lunedì mattina davanti al palazzo della regione in via Stalingrado. Confesso che avevo pianificato di portare il bambino all’asilo e poi partire alla volta Bologna, dove programmavo di salire sopra il tetto dell’auto e magari cantare un canto nuovo: «in via Stalingrado passano».

 

Maddeché. Il risveglio fu brutale. La destra aveva perso di netto. Il PD, che aveva fatto una campagna talmente insulsa che perfino nei bar si vedevano contestazioni del candidato, aveva vinto, come se non fosse accaduto nulla. Qualche giornalista se lo chiese: questa storia dei sondaggi che sbagliano di dieci punti non si era mai vista. Cosa era successo?

 

Anche lì, potevi capirlo guardando la mappa del voto: in pratica, il PD aveva vinto solo nel continuum urbano tra Bologna-Modena-Reggio nell’Emilia. Tutt’intorno, aveva vinto la Lega. Il rosso era letteralmente circondato dal verde: la costa, le montagna, la pianura erano verdissime. Le città, dove si concentra il lavoro delle PA e soprattutto l’indotto delle cooperative, erano rossissime.

 

Avevo immaginato che ad un certo punto, vista la possibilità concreta di perdere la regione, doveva essere scattato un ordine di scuderia: andate a votare sennò perdete il lavoro, e portate anche la nonna centenaria. È una mia fantasia: nessun giornalista o sociologo ha fatto un’analisi post-voto.

 

Quello che importa è notare, tuttavia, la natura della divisione politica: centro contro periferia, città contro campagna – davvero, la dottrina di Mao resa visibile da elezioni locali. Lo Zedongo sosteneva che la Cina con i Paesi della «campagna del mondo» fatta dei lavoratori unificati nel socialismo dovesse combattere il centro, la metropoli occidentale del Grande Capitale mondiale.

 

La situazione, ora che la sinistra è sposa del megacapitalismo (qualcuno ricorda Soros socio COOP? Io sì) e madre degli apparati di Stato, non è cambiata: il paradigma campagna contro città è ancora validissimo. I mandarini del centro contro i contadini della periferia. i boiardi della ZTL e i loro camerieri contro il popolo delle Partite IVA. Insomma, siamo alle solite: c’è un potere oppressore, e ci sono gli oppressi.

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È a questo punto che vale la pena di ritirare fuori il pensiero di un altro idolo della sinistra mondiale, Antonio Gramsci, in merito a quello che chiamava «blocco storico». Per lo scapigliato pensatore sardo, il blocco storico è l’unità dialettica tra struttura (base economica) e sovrastruttura (ideologia, cultura, politica), attraverso cui una classe dirigente esercita l’egemonia. Non è una semplice alleanza politica, ma un complesso sistema che unifica le masse attraverso il consenso, legittimando il dominio.

 

Il blocco storico, secondo Gramsci, rappresenta la saldatura tra la struttura economica e la sovrastruttura etico-politica in una data epoca. Di più: il blocco storico dominante riesce a imporre la propria visione del mondo come «senso comune».

 

Ecco, quindi, chi ha vinto davvero il referendum: l’ha vinto il blocco storico dello Stato-partito. L’ha vinto il tappo non solo di ogni possibile rivoluzione gramsciana, ma banalmente di qualsiasi riforma politica importante.

 

Se c’era bisogno di un’ulteriore prova dello stato terminale della democrazia italiana, l’abbiamo avuta.

 

Qualsiasi forza politica che intende avanzare senza colpire i gangli del blocco storico non ha nessuna speranza, perde solo il suo tempo, fa perdere il vostro, o ancora peggio cerca di diventare parte del sistema ed arricchirsene.

 

Il cambiamento del Paese passa attraverso il malcontento di decine di milioni di salariati garantiti, il cui stipendio serve sempre più ad assicurarsi che non muovano un dito anche quando lo Stato – contro la sua stessa Carta, contro i suoi stessi principi – censura, esclude, droga, uccide.

 

Lo Stato moderno, lo ripetiamo, è una macchina di morte: è un dispositivo della Necrocultura, che non è più solo una sovrastruttura etico-politica, fa parte della struttura stessa. Gli ospedali statali uccidono (con aborti, predazioni degli organi), gli apparati dello Stato finanziano e fomentano guerre contrarie agli interessi e all’esistenza stessa dei suoi cittadini (come avviene armando una guerra contro la maggiore superpotenza atomica planetaria).

 

Un blocco di milioni di persone è mantenuto per generare il consenso attorno ad sistema sempre più votato alla morte – della loro stessa morte, dello sterminio dei cittadini. Realizzarne una radicale riforma non è cosa facile. Ma diverrà, anno dopo anno, sempre più necessaria.

 

Roberto Dal Bosco

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Il fascismo evergreen

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Oggi, nel giorno dell’anniversario della strage di Sant’Anna di Stazzema, il presidente della Repubblica Mattarella tuona contro il «ritorno di logiche di dominio e nuove ombre di guerra».   Senza nulla togliere alla drammaticità di quell’evento, le dichiarazioni del presidente potrebbero apparire contraddittorie a chi ricordasse che Mattarella è il principale supporter istituzionale dell’Unione Europea, e cioè di un apparato sempre più incline a derive totalitaristiche e guerrafondaie, come dimostra la cronaca degli ultimi anni, almeno dal COVID in poi.   Ma, per fortuna del Capo dello Stato, e tutto sommato anche nostra, a parte gli iscritti al PD sono sempre meno quelli che hanno tempo di seguire le notizie del mainstream e ancor meno quelli in grado di cogliere la contraddizione in questione.   Del resto, «ribadire il NO al fascismo», come ha fatto nella stessa occasione anche un ex presidente del Consiglio, è praticamente esilarante, se non fosse strumentale ad altri obiettivi.   Definito dal coevo Dizionario Enciclopedico Moderno Labor (Milano, 1943, tomo II, pag. 601) come il «movimento politico italiano creato da Benito Mussolini», senza ulteriori aggettivazioni, tentare ricorrentemente di fornirne una definizione, o prenderne le distanze, a più di 100 anni dalla sua creazione, e a più di 80 anni dalla morte del suo fondatore e unico capo, può avere molti scopi di cui il principale è forse questo: ridicolizzare, etichettare e ostracizzare sbrigativamente chi non la pensa o non si comporta come la massa rintronata dalle logiche demo-liberal-globaliste propagandate dal capitalismo ultra-finanziario e digitale di matrice giudaico-massonica.   Non sei woke? Non sei europeista? Non sostieni le politiche di genere? Non credi nel cambiamento climatico? Non ti sei vaccinato?   Sei un fascista di merda.   Con tanti saluti dai nazi-arcobaleno.   Prof. Luca Marini   Articolo previamente apparso su Il futuro è mia nonna  

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 Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia  
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Ecco l’Odissea demo-woke-global-giudaico-massonica

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Non è difficile: più il mainstream pompa un prodotto, più quel prodotto è demo-woke-global-giudaico-massonico.

 

Anche il solito cieco si renderebbe conto che il film che ci sta sfraganando i maroni in questi giorni torna utile, di fatto, a distruggere archetipi, simboli, valori e ideali su cui è nata e si è sviluppata per millenni la cultura occidentale, riscrivendo storia e letteratura in chiave progressista.

 

Depotenziare l’eroe, banalizzare la patria, le radici, l’amicizia e la fedeltà, in particolare, torna utile, di fatto, a sabotare la formazione dei più giovani che – complice la mirata, progressiva scomparsa degli studi classici – in futuro non disporranno più degli strumenti necessari a distinguere storia (e cultura) dal letame.

 

Del resto, dal punto di vista storico, poteva andare peggio. Pensate se la nostra amicona, invece che nera, fosse stata trans…

 

Un’ultima osservazione. Vi siete chiesti chi ha prodotto il film? Facile: l’Universal Picture. E vi siete chiesti di chi è l’Universal Picture? Facile: della NBCUniversal. E vi siete chiesti di chi è l’NBC Universal? Facile: della Comcast. E vi siete chiesti di chi è la Comcast?

 

Andate a vedere.

 

Shalom.

 

Prof. Luca Marini

 

Articolo previamente apparso su Il futuro è mia nonna

 

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Immagine: Testa di Ulisse proveniente da un gruppo scultoreo raffigurante Ulisse che acceca Polifemo. Marmo, greco, probabilmente del I secolo d.C. Villa di Tiberio a Sperlonga. Conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Sperlonga.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine tagliata

 

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Perché a San Lorenzo dobbiamo ricordarci l’oscena poesia massonica?

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Poche ore dal cielo notturno più bello dell’anno: la Terra attraversa lo sciame meteorico delle Perseidi, una densa nube di polveri e detriti lasciati lungo l’orbita della cometa Swift-Tuttle, che ogni 133 anni compie un giro intorno al Sole, perdendo ghiaccio e polveri lungo il suo cammino.   Tali frammenti, grandi come granelli di sabbia, si incendiano istantaneamente per l’impatto con l’aria, consumandosi prima di toccare il suolo.   In pratica, siamo pronti per le stelle cadenti, spettacolo del quale, nei decenni, mai siamo paghi. Chi non ricorda una notte di San Lorenzo passata con i propri genitori a contare le stelle che cadono? Magari con gara annessa, dove l’avvistamento del satellite era un falso allarme che non valeva punti. Chi non ricorda almeno un’estate in cui, guardando le stelle, non ci si è sdraiati su un prato con la persona del batticuore, magari sperando di suggellare le stupende lagrime celesti con un bacio?   Il fatto è che tutte queste belle memorie devono essere difese da un tremendo nemico che vuole spodestarle: la letteratura italiana. Specialmente quella inflitta a tutti i bambini, noi compresi, senza che nemmeno si possa pensare che essa faccia schifo o, ancora peggio, nasconda neanche tanto bene cose che non vanno tanto bene, e che magari, se approfondite neanche di tanto, farebbero capire certe dinamiche occulte e tossiche della storia dell’Italia post-risorgimentale, e di come la scuola dell’obbligo non abbia smesso di iniettarle nell’animo dei cittadini sin da infanti.   Ci riferiamo, ovviamente, alla poesia X agosto di Giovanni Pascoli (1855-1912), composta nel 1896 in memoria della morte del padre Ruggero Pascoli, morto 32 anni prima.   Tutti la conoscono, perché nella scuola dell’obbligo italiana vi sono stati, e probabilmente vi sono ancora insegnanti che pretendono che gli scolari la imparino a memoria.   San Lorenzo, io lo so perché tanto di stelle per l’aria tranquilla arde e cade, perché sì gran pianto nel concavo cielo sfavilla

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Abbiamo il diritto di dire che, già in partenza, questa poesia fa schifo? Le rime sono idiotissime, la forma ebetissima («lo so perché tanto di stelle» era cringe già nell’Ottocento; il «concavo cielo» che «sfavilla» non se lo sarebbero sognati di scrivere neanche quelli che hanno fatto l’adattamento per il doppiaggio de I cavalieri dello Zodiaco).   Ma non è solo la forma ad inquinare la bellezza della notte di San Lorenzo. Pascoli, e con lui la scuola italiana, vuole che associamo le stelle cadenti al decesso del genitore (metodo per individuare un idiota: stasera, davanti al cielo, si mette a recitare i versi pascoleschi a memoria, così per sembrare colti senza contare la nota funebre che rovina tutto).   Perché in classe ti fanno una testa così: guardate qua, la bellezza della metafora ornitologica. L’idea geniale del Pascoli è quella di paragonare suo padre ad un uccello.   Ritornava una rondine al tetto: l’uccisero: cadde tra i spini: ella aveva nel becco un insetto: la cena de’ suoi rondinini   Il cringiometro anche qui va fuori scala, e con «rondinini» abbiamo toccato il fondo, uno pensa. Ma ce n’è ancora. A parte l’augello, il poeta inserisce tra i versi anche delle bambole, dei props di scena che dovrebbero commuovere il lettore, ma che nemmeno gli sceneggiatori de Gli occhi del cuore (la mitologica fiction fittizia dell’irresistibile serie Boris) sognerebbero di proporci.   Menzione speciale per quel «cadde tra spini». «I» spini? Con la «i»? Ma come parla il poeta? Portate pazienza: l’italiano che vi fanno studiare a scuola, sulla cui playlist di autori vi diremo a breve, sembra in ogni momento negare se stesso.   Vi fanno studiare la sua grammatica bizantina (un dramma, specie chi viene dalle meravigliose lingue regionali, il veneto, il napoletano, il siciliano, il ladino etc.) per poi decantarvi scrittori che la violano ad ogni momento, e non per licenza poetica, ma, crediamo per ignoranza, o inesistenza di una vera lingua italiana, un costrutto convenzionale recente e asimmetrico che al primo soffio cade come un castello di carte – con buona pace di Crusca ed altre granaglie.   Tuttavia, è sul finale non esattamente edificante che richiamiamo l’attenzione. La sua negatività, confessiamo, ci aveva colpiti ancora da bambini. Il poeta, nella tragedia, non trova una possibile abreazione, una comprensione del dolore, del disegno più grande a cui, talvolta, capita di pensare anche a noi quando muore un nostro caro.   Macché: Pascoli diventa depressivo, vinto… o ancora, diventa gnostico.   E tu, Cielo, dall’alto dei mondi sereni, infinito, immortale, oh! d’un pianto di stelle lo inondi quest’atomo opaco del Male!

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Ecco, la Terra per il poeta impostoci dallo Stato italiano è un «atomo opaco del Male». Facciamo l’analisi che a scuola non ci è stata offerta: «atomo» richiama una visione materialista, che di lì a breve, proprio con gli atomi, avrebbe ottenuto risultati davvero inquietanti; «opaco» aggiunge una semantica di incomprensione, di mancanza di lucidità dichiarata, oltre che di impotenza e tristezza; infine attenzione al «Male» con la maiuscola, come se il poeta, che tanto cristiano non sembra, creda che esso possa essere un concetto supremo, o perfino un essere personale.   Pascoli con evidenza odia la Terra. Detesta il mondo e le sue dinamiche, cioè la legge naturale, la quale certo non preserva l’uomo e le altre creature dal dolore e dall’ingiustizia. Il poeta non lo può concepire: per questo è impressionato dal cielo «infinito, immortale» che gli sembra indifferente.   E quindi, Pascoli non crede al Cielo. Siamo nell’ateismo più palmare, con evidenze pulsioni anti-cosmiste, cioè gnostiche: l’universo è stato creato da un dio cattivo, l’esistenza è una prigione. Chi conosce le religioni sa che lo gnosticismo (Don Ennio Innocenti, pace all’anima sua, sulla questione aveva scritto volumi definitivi) è la tendenza segreta o pubblica di tutti i culti, meno che quello cristiano. Lo gnosticismo, dove la divinità odia l’uomo, è l’esatto opposto del cristianesimo.   Ora, sveliamo quello che la scuola dell’obbligo non vi ha detto. Giovanni Pascoli fu iniziato alla massoneria il 22 settembre 1882 nella loggia «Rizzoli» di Bologna, introdotto dal maestro Giosuè Carducci, già autore dell’Inno a Satana pure presente in certe nostre antologie, anche lui poeta pessimo (stormi di uccelli neri / Com’esuli pensieri /Nel vespero migrar) inflitto alla popolazione post-unitaria nonché (chissà perché) premio Nobel.   La prova fondamentale del legame del Pascoli con la setta verde è il suo «testamento massonico» autografo a forma di triangolo, con le risposte tradizionali sui doveri verso la patria («La vita»), l’umanità («D’amarla») e se stesso («di rispettarsi»).   L’adesione del Pascolazzo alla massoneria rappresenta uno dei capitoli più dibattuti della sua biografia. Per molti anni questa appartenenza è rimasta in ombra, quasi nascosta dalla critica letteraria tradizionale, per poi essere riscoperta e documentata in modo inconfutabile attraverso il ritrovamento di documenti d’archivio.   Per il giovane Pascoli, l’ingresso nella loggia rappresentava una continuazione naturale del suo impegno civile e delle sue aspirazioni di giustizia sociale, dopo gli anni giovanili segnati dall’attivismo anarchico e socialista che gli erano costati anche tre mesi di carcere nel 1879.   Il poeta rielaborò in chiave intimistica e poetica i valori massonici nella celebre poetica del «Fanciullino», anche quella irrogata ai poveri, indifesi studenti di medie e superiori.   E quindi, visto che abbiamo fatto questa piccola scoperta di retroscena, possiamo farci qualche semplice domanda sulla morte del padre? Si tratta di un vero cold case, lasciato completamente insoluto: rammentiamo quanto ci colpiva come ci facessero memorizzare la poesia ma non vi fosse intenzione di spiegare l’assassinio. Tipo, luna e dito.   Tipo che, come, come abbiamo altre volte scritto, farsi prendere dalla tarantola di un omicidio (penso ai tanti che stanno sotto con i serial killer nostrani e non, dal Mostro di Firenze a Son of Sam, etc.) è un fenomeno naturale per un uomo sano, volontario o involontario che sia, perché nella mente entra automaticamente una dissonanza che chiede di essere risolta affinché la propria esistenza, e quella della comunità, siano al riparo da un bestia sanguinaria misteriosa.   E invece, mai una parola su chi ha ammazzato il Pascoli senior. Il lettore comincia a capire. Però no, non vi sono prove che Ruggero Pascoli (1815-1867) fosse massone. E il poco che dicono gli studiosi di letteratura è che forse dietro c’era solo una bega professionale, un tizio benestante del luogo che voleva assumere il ruolo di Pascoli padre, che era amministratore di una tenuta dei principi di Torlonia. Il rivale Pietro Cacciaguerra, ad ogni modo, dopo l’omicidio quel posto lo ottenne.   Gli esecutori sarebbero balordi violenti della zona, ma anche qui non v’è certezza. Come neanche in una puntata de I Simpsons, sono stati poi sospettati negli anni il veterinario, l’ingegnere, il postino. Anzi no: sarebbero stati i contrabbandieri di sale, all’epoca mestiere criminale terrificante. Anzi no: è stato un delitto d’onore, una vendetta privata per storie personali.

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In realtà, le autorità all’epoca, un po’ come facciamo noi ora, credeva alla possibilità di una pista politica. Il Ruggero, un tempo di simpatie «repubblicane», aveva accettato di collaborare con il neonato governo monarchico, venendo percepito da alcuni estremisti locali come un «voltagabbana». Insomma, questioni «repubblicane» («laiche», è l’eufemismo orwelliano di oggi con cui ci si riferisce ai grembiulini) nella Romagna appena uscita dalla Legazione delle Romagne, cioè dallo Stato Pontificio del papa re, e già dentro al Regno d’Italia a totale trazione massonica, famiglia regnante compresa.   Di questa pista politica, cioè di una pista massonica, nessuno alla scuola dell’obbligo vi ha mai parlato davvero – l’importante è mandare a memoria la poesiola orrenda sorbendone subliminalmente la visione atea, gnostica, disperata.   Non si tratta dell’unico caso della letteratura scolastica dove ai giovini alunni viene spacciato per capolavoro un qualche componimento agrammaticale dove trionfa una visione gnostica ed anticristiana. Pensiamo al caso più emblematico, quello di Giacomo Leopardi (1798-1837).   Leopardi, se non lo avete ancora capito, è il prototipo dello sfigato, dall’etimo ex privativo e figa, cioè privo di compagnia femminile: A Silvia è un inno incel, anzi è peggio, perché almeno gli incel hanno fatto una qualche riflessione sulla distribuzione della sessualità femminile dopo la dissoluzione dei costumi (voluta chissà da chi), mentre il Giacomino resta a guardare la bella ragazza popolana senza trovare il coraggio di approcciarla – e da conte, da proprietario del villaggio, la cui vita spontanea lo scrittore invidiava nell’altro suo componimento intollerabile, Il Sabato del villaggio, appunto. Sfigato davvero.   Con evidenza, in nessuno dei libri che leggeva, e che lo hanno reso gobbo e triste, vi era scritto come fare. Lo studio «matto e disperatissimo» non gli insegnava come avvicinare una ragazza. E allora a cosa serve lo studio? A nulla, o quasi: quando arrivai all’università uno studioso di letteratura, che, va detto, non faceva molto per nascondere le sue brame omosessuali, mi raccontò che in realtà con i libri Leopardi ci si masturbava, chiudendosi la verga tra le pagine – ecco, mi disse, cosa intendeva davvero quando parlava di «sudate carte».   È evidente come la verve paganeggiante, orientaleggiante (tanti richiamano lo Schopenauer, cioè l’ingresso del pensiero buddista e induista in Europa, tema di cui ho scritto lustri fa in Contro il buddismo) del tizio di Recanati sia stata considerata utile come solvente occulto dei principi cristiani: la vita è dolore, e allora? Il dolore è voluto da Dio, lui stesso vi è passato attraverso – la Croce, dove si incontrano, metafisicamente, fisicamente, il Cielo e la Terra. E il Signore ci dà anche la gioia, terrestre ed eterna. Tutte guide esistenziali sconosciute al Leopardo, che oggi sarebbe sotto Zoloft, e quindi magari pure impotente al punto di non potere «sudare» nemmeno sulle carte.   Un amico scomparso, il filosofo cattolico Piero Vassallo (1933-2022) scriveva che la scuola dell’obbligo di un Paese sano, invece di farlo studiare, «avrebbe dovuto insegnare il disprezzo del gobbo». Vassallo aveva lavorato con il cardinale Siri a Genova negli anni Sessanta alla rivista Renovatio, dove, tra le risate dei benpensanti, si scriveva a chiare lettere che di lì a breve sarebbe arrivato il «diluvio gnostico». Una catastrofe spirituale collettiva preparata anche sui banchi di scuola dallo studio obbligato di gnostici sfigati. (Piero, quanto mi mancano le tue telefonate!)   Tutto vero: una nazione, abbiamo detto, è tale perché, sempre nell’etimo, vi nascono delle persone. Gli sfigati, per una questione tecnica, non possono mandare avanti una nazione, perché la sfiga quando organizzata diventa uno strumento della Necrocultura (homo sine figa est imago mortis). E allora, capiamo che l’effetto della letteratura nazionale è anticoncezionale, cioè antinazionale. Paradosso solo apparente, per un Paese creato con squadra e compasso.

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A questo punto emerge la domanda. Ma questi chi li ha scelti ? Chi ha deciso , in ultima istanza, gli scrittori da far studiare e generazioni di italiani?   La risposta è facilotta anche qui. Sebbene il canone letterario italiano venga fatto nobilmente risalire a Boccaccio e Pietro Bembo, a mettere insieme la hitlist degli scrittori meritevoli di interesse accademico è stato un libro chiamato Storia della letteratura italiana (prima edizione 1870), compilato dal critico e politico irpino Francesco Saverio de Sanctis (1817-1883), anche lui figlio di piccolo proprietari terrieri e, soprattutto, anche lui massonissimo.   Formatosi culturalmente e politicamente nel pieno del Risorgimento italiano, un periodo storico in cui l’adesione alla massoneria era estremamente comune tra intellettuali e membri della classe dirigente che aveva apparentemente sconfitto il papato e il Sacro Romano Impero (quest’ultimo liquidato poi con l’ulteriore guerra massonica, la Prima Guerra Mondiale, concepita proprio alla bisogna, appena morto il santo antimassonico San Pio X), l’appartenenza del de Sanctis alla libera muratoria è rivendicata apertis verbis dal Grande Oriente d’Italia.   Fatta l’Italia (massonica), bisognava fare gli italiani, cioè massonicizzarli, cioè de-cattolicizzarli: ed eccoti scodellata la serqua di scrittori atei e gnostici, panzuti e baffuti, tristi (pardon, pessimisti cosmici) e tronfi, che siamo a subire, per inerzia o cospirazione plurisecolare, ancora ora, perfino nella sera con il cielo più bello dell’anno.   Va ben tutto, capiamo che questo Paese lo hanno fatto loro, e da qualche parte credono ancora di comandarlo.   Ma perché i massoni devono rovinarci anche la notte delle stelle cadenti?   Roberto Dal Bosco  

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