Bioetica
Vaccinazione di massa, ripassiamo la storia della Polio
Primavera 1955, due addetti stampa salutarono una folla di giornalisti in una elegante sala nel campus dell’Università del Michigan.
Gli ufficiali avevano una notizia bollente: la sperimentazione clinica del tanto atteso vaccino contro la poliomielite aveva dimostrato che era sicuro ed efficace. I giornalisti corsero a spargere la voce: lo avrete visto nei film, il rush verso le cabine telefoniche per dettare un articolo alla redazione.
Le campane della chiesa suonarono a festa, scrive il New York Times, la gente si riversò in strada felice.
Quanta fiducia vi dà il vaccino che troveranno in fretta e furia? Quanta fiducia bisogna avere delle campagne di vaccinazione dello Stato? Quale idea dobbiamo farci dei danni a lungo termine sconosciuti dagli stessi scienziati vaccinali?
Questo evento probabilmente è la matrice dell’atteggiamento delle istituzioni mondiali sull’emergenza Coronavirus: come ha detto il controverso, inevitabile dottor Fauci, «la svolta finale in tutto questo sarà il vaccino».
Secondo Goldman Sachs e altri, oramai le aziende biofarmaceutiche che si sono lanciate alla cerca del vaccino definitivo per il C-19 sono più di un centinaio, e non si fanno più scrupoli – con buona pace di chi parla di bioetica etc. – a testarli direttamente su esseri umani, e ad usare tecnologie genetiche e virali mai approvate prima d’ora – Renovatio 21 su questo ha pubblicato un articolo poche ore fa.
È bene quindi ricordarsi della storia della vaccinazione contro la Polio.
Il primo vaccino ritenuto «efficace» contro la poliomielite è arrivato dopo decenni di ricerche e test
Il primo vaccino ritenuto «efficace» contro la poliomieliteè arrivato dopo decenni di ricerche e test. Una volta completamente testato, è stato approvato in USA con velocità record. Poi seguirono problemi di distribuzione. Lotte politiche.
Infine comparsero «problemi di produzione potenzialmente letali», cioè gente che muore per il vaccino. Segue anche la questione, mai risolta, del Simian Virus 40, un virus di scimmia contenuto nel vaccino. Secondo alcuni, l’SV40 sarebbe cancerogeno, e la sua immane diffusione grazie al vaccino potrebbe essere una delle basi dell’epidemia di tumori che l’umanità sta affrontando negli ultimi decenni.
Anni ’50, vaccino antipolio: comparsero «problemi di produzione potenzialmente letali», cioè gente che muore per il vaccino
La prima epidemia di polio negli Stati Uniti colpì il Vermont nel 1894, uccidendo 18 persone e lasciandone paralizzate permanentemente 58. Un focolaio di New York City uccise più di 100 persone nel 1907. Nel 1916, la polio tornò e ne uccise 6.000. La malattia colpiva principalmente i bambini. Poteva uccidere fino al 25 percento dei colpiti e lasciarne molti paralizzati, consegnandone alcuni ad una vita in un polmone di ferro.
Gli scienziati sapevano che la polio era causata da un virus ma non avevano idea di come si diffondesse. Ci fu il lockdown. Cinema, piscine, parchi di divertimento, campi estivi, fiere e festival, tutto chiuso: i genitori si limitavano a tenere i bimbi vicino a casa. Coloro che potevano permettersi di farlo fuggirono nel paese. Tra i primi tre vaccini contro la polio sviluppati negli anni ’30, due si sono rivelati inefficaci, un altro mortale.
Negli anni ’30 in USA vi fu il lockdown. Cinema, piscine, parchi di divertimento, campi estivi, fiere e festival, tutto chiuso: i genitori si limitavano a tenere i bimbi vicino a casa
Nell’aprile del 1954, il vaccino sviluppato dal laboratorio di Jonas Salk presso l’Università di Pittsburgh entrò in un ampio studio clinico di durata annuale. Quel giorno del 1955 gli addetti condivisero i risultati: il vaccino, contenente il virus della polio inattivato, era, dicevano, sicuro. Era anche efficace dall’80% al 90% nella prevenzione della poliomielite, sostenevano.
Il governo federale autorizzò il vaccino entro poche ore. I produttori si affrettarono a produrre. Una fondazione promise di acquistare i primi lotti per 9 milioni di dollarie di fornirli alle prime e alle seconde elementari dell’intera Nazione. Iniziò una campagna nazionale.
Meno di un mese dopo, lo sforzo si interruppe. I funzionari riferirono di sei casi di poliomielite collegati a un vaccino prodotto da Cutter Laboratories a Berkeley, in California. Il chirurgo generale degli Stati Uniti (il portavoce delle questioni di salute pubblica all’interno del governo federale) chiese a Cutter di richiamare i suoi lotti.
Il governo federale autorizzò il vaccino entro poche ore. Iniziò una campagna nazionale
Il National Institutes of Health domandò a tutti i produttori di sospendere la produzione fino a quando non avverso trovato nuovi standard di sicurezza. Gli investigatori federali scoprirono che Cutter non era riuscito a uccidere completamente il virus in alcuni lotti di vaccini. I vaccini difettosi causarono oltre 200 casi di poliomielite e 11 morti.
Il programma del vaccino si riprese parzialmente due mesi dopo, ma seuì ulteriore caos. Con il vaccino che scarseggiava, si diffusero voci di mercati neri e medici senza scrupoli che facevano pagare commissioni esorbitanti. Un produttore di vaccini pianificò di vaccinare prima i figli dei propri dipendenti, quindi inviò una lettera agli azionisti promettendo anche ai loro figli e ai loro nipoti un accesso prioritario.
Gli investigatori federali scoprirono non si era riusciti a uccidere completamente il virus in alcuni lotti di vaccini. I vaccini difettosi causarono oltre 200 casi di poliomielite e 11 morti
I politici proposero una distribuzione più equa, alcuni si spinsero a dire che bisognava vaccinare specialmente i bisognosi, vi fu bagarre alla Camera. La legge sull’assistenza alla vaccinazione contro la poliomielite, con una dotazione di 30 milioni di dollari, fu firmata dal presidente Dwight Eisenhower ad agosto: ogni Stato americano avrebbe deciso per sé.
Nonostante la campagna per la vaccinazione di Stato, due anni dopo, nel 1958, i casi risalirono. Casi di poliomielite raggruppati in aree urbane, in gran parte tra i poveri di colore con accesso limitato alla Sanitù. Il «modello di poliomielite» degli Stati, ha osservato l’epidemiologo del governo, divenne «abbastanza diverso da quello generalmente visto in passato». No i virologi di Stato che vanno a farfalle non sono una novità, tuttavia almeno un tempo ammettevano di sbagliare.
Nonostante la campagna per la vaccinazione di Stato, due anni dopo, nel 1958, i casi risalirono
Tre anni dopo, il governo federale approvò un vaccino orale contro la poliomielite, sviluppato dal laboratorio di Albert Sabin a Cincinnati, che conteneva il virus indebolito, e non il virus inattivato.
Il virus sembrò sparire. Gli USA dissero che l’ultima trasmissione in loro territorio si registrò nel 1979. Nel 1994 gli americani si dichiararono polio-free. Nel 2002 anche l’Unione Europa dichiarò di aver vinto contro il virus.
Nel 1988 vi fu uno «sforzo globale» per sradicare la polio chiamato Global Polio Eradication Initiative (GPEI), una colossane operazione sanitaria transnazionale guidata dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), dall’UNICEF, e dalla Fondazione Rotary
Nel 1988 vi fu uno «sforzo globale» per sradicare la polio chiamato Global Polio Eradication Initiative (GPEI), una colossane operazione sanitaria transnazionale guidata dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), dall’UNICEF, e dalla Fondazione Rotary. Esso si basava in gran parte sul vaccino orale contro la polio sviluppato da Albert Sabin e Mikhail Chumakov (il cosiddetto vaccino Sabin-Chumakov). Dissero che erano rimasti in pratica solo tre Paesi con casi di Polio: Pakistan, Afghanistan e Nigeria .
In Pakistan alcuni leader religiosi musulmani ritengono che i vaccini vengano segretamente utilizzati per la sterilizzazione dei musulmani, e il fatto che la CIA abbia organizzato un falso programma di vaccinazione nel 2011 per aiutare a trovare Osama Bin Laden certo non aiuta l’instaurarsi della fiducia.
Il vaccino antipolio continua a far parlare di sé anche per ragioni intrinseche: nuovi casi di poliomielite legati al vaccino orale sono stati segnalati in quattro paesi africani e diversi bambini sono ora paralizzati dai virus derivati dal vaccino
Nel 2015 l’OMS ha annunciato un accordo con i talebani per incoraggiarli a distribuire il vaccino antipolio nelle aree che controllano. Tuttavia, i talebani pakistani non sono così favorevoli. L’11 settembre 2016, due uomini armati non identificati associati ai talebani pakistani, Jamaat-ul-Ahrar, hanno sparato a Zakaullah Khan, un medico che stava somministrando vaccini contro la poliomielite in Pakistan. Il leader del Jamaat-ul-Ahrar ha rivendicato la responsabilità delle riprese e afferma che il gruppo continuerà a continuare a fare questo tipo di attacchi.
Altri attacchi di talebani no-vax, come piacerebbe descriverli ai media, si sono ripetuti anche di recente. E non solo in Asia: all’inizio 2013 nel nord della Nigeria almeno nove operatori di vaccinazione anti-polio sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco da uomini armati che hanno attaccato due cliniche.
Il rapporto di valutazione del programma di lotta alla polio rilevava che «la strategia sta già fallendo gravemente sull’obiettivo di ridurre e infine eliminare i poliovirus derivati dal vaccino» e affermava che erano necessarie nuove strategie per affrontare questa epidemia di poliomielite
Tuttavia il vaccino continua a far parlare di sé anche per ragioni intrinseche: nuovi casi di poliomielite legati al vaccino orale sono stati segnalati in quattro paesi africani e diversi bambini sono ora paralizzati dai virus derivati dal vaccino, secondo i numeri forniti dall’OMS.
Un rapporto pubblicato all’inizio di novembre 2019 dall’Independent Monitoring Board, che valuta in modo indipendente il lavoro del GPEI e i progressi verso l’eradicazione della polio, affermava che il virus derivato dal vaccino stava causando un focolaio incontrollato nell’Africa occidentale. Il rapporto rilevava che «la strategia sta già fallendo gravemente sull’obiettivo di ridurre e infine eliminare i poliovirus derivati dal vaccino» e affermava che erano necessarie nuove strategie per affrontare questa epidemia di poliomielite.
Tuttavia l’epidemia di polio derivata da vaccino è risalente e ben conosciuta dalle autorità anche italiane: nel maggio 2018 circolò il documento «CIRCOLAZIONE DI POLIOVIRUS DI DERIVAZIONE VACCINALE – CORNO D’AFRICA» che avvisava che «In Somalia è stata confermata la circolazione di poliovirus tipo 3 di derivazione vaccinale (cVDPV3)».
È più controverso il caso dell’SV40. Controverso ed esiziale, con in gioco numeri massivi di vite umane
Gli effetti nel tempo del vaccino antipolio non riguardano solo lo scoppio di epidemie che derivano dallo stesso vaccino. È più controverso – e meriterebbe articoli, libri a parte – il caso dell’SV40. Controverso ed esiziale, con in gioco numeri massivi di vite umane.
L’SV40 (detto «virus vacuolizzante della scimmia») è un virus dormiente ed è asintomatico nelle scimmie rhesus. Esso fu osservato la prima volta nel 960 in una coltura di cellule renali di Macaco mulatto. Si trattava di quelle cellule che venivano utilizzate per ottenere il vaccino della poliomielite.
L’SV40 (detto «virus vacuolizzante della scimmia») è un virus dormiente ed è asintomatico nelle scimmie rhesus, le cui cellule che venivano utilizzate per ottenere il vaccino della poliomielite.
Con la vaccinazione, in pratica, si infettarono con l’SV40 milioni – qualcuno dice, considerando i possibili dati non pervenuti dal blocco comunista – miliardi di persone. La scoperta dell’SV40 ha rivelato che tra il 1955 e il 1963 esso è stato inoculato a circa il 90% dei bambini e il 60% degli adulti negli Stati Uniti tramite il vaccino.
Scrive l’Enciclopedia Treccani: «È tuttora (2009) controverso il ruolo del SV40 nell’insorgenza di alcuni tumori umani (mesoteliomi, osteosarcomi)». «Controverso» significa che esistono molti studiosi che ne asseriscono la carcinogenicità. L’idea è quella che l’SV40 agisca sul soppressore tumorale, il quale p53 è responsabile dell’inizio della morte cellulare regolata – la cosiddetta «apoptosi» – o dell’arresto del ciclo cellulare quando una cellula è danneggiata. Un gene mutato p53 può contribuire alla proliferazione cellulare incontrollata, portando ad un tumore.
L’SV40 tra il 1955 e il 1963 è stato inoculato a circa il 90% dei bambini e il 60% degli adulti negli Stati Uniti tramite il vaccino
La vaccinazione della polio, quindi, potrebbe essere alla base di una immensa pandemia di tumori che ancora oggi viviamo, e contro la quale non abbiamo una vera cura?
Pensatela come volete. Tuttavia, provate a fare con noi questo giochino: rileggete quanto scritto sopra, sostituendo la Polio con il COVID-19.
«È tuttora (2009) controverso il ruolo del SV40 nell’insorgenza di alcuni tumori umani (mesoteliomi, osteosarcomi)»
Quanta fiducia vi dà il vaccino che troveranno in fretta e furia?
Quanta fiducia bisogna avere delle campagne di vaccinazione dello Stato?
La vaccinazione della polio, quindi, potrebbe essere alla base di una immensa pandemia di tumori che ancora oggi viviamo, e contro la quale non abbiamo una vera cura?
Quale idea dobbiamo farci dei danni a lungo termine sconosciuti dagli stessi scienziati vaccinali?
Qualcuno, oggi, vuole accusarci perché ci poniamo queste domande?
Bioetica
La bambina risucchiata dal bocchettone della piscina e la morte cerebrale
Ci risiamo. Un’altra bambina, un’altra piscina e un’altra corsa disperata verso un reparto di terapia intensiva. E infine un altro titolo che, puntualmente, troviamo identico su tutti i giornali: «È morta la bambina risucchiata dal bocchettone della piscina».
Il lettore scorre una notizia di questo tipo e crede di aver capito tutto. Immagina una vittima che, dopo l’incidente, «non ce l’ha fatta». È la conclusione naturale della tragedia. Fine della storia.
E invece no. La prassi in questi casi è molto più complessa e nessun mezzo di informazione avverte la necessità di raccontarla.
Il paziente di questo tipo, infatti, non arriva in ospedale da cadavere: il cuore batte, il sangue circola e il suo organismo viene sostenuto dai medici che riescono a stabilizzarlo. Le condizioni sono molto critiche, ma si tratta tecnicamente di un paziente ricoverato in terapia intensiva, non un corpo senza vita consegnato all’obitorio.
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A un certo punto, però, al percorso terapeutico se ne affianca un altro: quello dell’accertamento della cosiddetta morte con criteri neurologici convenzionali. Dopo il periodo di osservazione previsto dalla legge, una commissione medica dichiara la morte dell paziente. Solo da quel momento diventa giuridicamente possibile procedere al prelievo degli organi, al quale i parenti, travolti dal dolore, acconsentono.
Tutto questo, però, nel racconto mediatico scompare; la notizia viene compressa in una formula tanto semplice quanto ingannevole: morti per l’incidente. Ma è davvero questo che è accaduto? Perché esiste una differenza enorme tra dire che una persona è morta in conseguenza di un annegamento o un incidente d’auto e dire che, dopo pochissimi giorni di terapia intensiva, una commissione medica ne ha accertato la morte secondo i criteri neurologici previsti dall’ordinamento italiano.
Non è un sofisma, è la differenza tra un evento naturale e un atto medico. Eppure, questa differenza viene sistematicamente cancellata dal linguaggio dell’informazione.
Si tratta di uno schema che si ripete con impressionante regolarità. Ogni volta che un bambino o un giovane arriva in ospedale dopo un arresto cardiaco rianimato, soprattutto quando il danno cerebrale appare importante, il percorso clinico segue ormai una sequenza ben nota: si stabilizza il paziente, si valutano le sue condizioni neurologiche e, qualora ne ricorrano i presupposti, si avvia il protocollo per l’accertamento della morte encefalica. Se quest’ultima viene confermata dai risultati di determinati test diagnostici, si apre immediatamente la possibilità della donazione degli organi.
Cos’è la morte cerebrale, quali sono i suoi presupposti scientifici, filosofici e antropologici? Chi decide quali siano le procedure volte a stabilire la morte di un paziente e sulla base di quali criteri? Esiste da parte della comunità scientifica un consenso unanime a riguardo? Ancora: perché affrettare le procedure di accertamento, invece di continuare a prendersi cura del paziente? La bambina, avrebbe potuto riprendersi se adeguatamente trattata?
A queste domande non si cerca mai di dare una risposta. Anzi, si lavora per occultarle, come se fossero dei dettagli irrilevanti, mentre invece rappresentano il cuore della questione. Si preferisce una narrazione rassicurante: la bambina è morta, i genitori hanno compiuto un gesto d’amore e la vita continua in altre persone bisognose di un trapianto. Chiuso il sipario.
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Tuttavia proprio questa banalizzazione della notizia dovrebbe insospettire, perché quando una questione bioetica di capitale importanza viene ridotta a poche formule ripetute identiche da tutti i mezzi di informazione, significa che il linguaggio ha già svolto il suo compito: non quello di descrivere la realtà, ma di interpretarla prima ancora che il lettore possa farsene un’idea.
Le parole non sono mai neutrali, il linguaggio è diventato il primo e più efficace strumento della necrocultura trapiantista: prima ancora dei protocolli, prima ancora delle leggi. Perché se si riesce a far coincidere, nell’immaginario collettivo, la dichiarazione di morte con la morte nel senso comune del termine, il problema è già risolto e nessuno sentirà più il bisogno di interrogarsi.
È forse proprio questa la trasformazione più inquietante: non si ridefinisce soltanto la morte, si ridefinisce l’uomo. E quando perfino le parole vengono accuratamente scelte per impedire che le persone comprendano ciò che realmente accade, allora il problema non riguarda più soltanto la bioetica.
Riguarda la verità.
Alfredo De Matteo
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Bioetica
Si fa largo l’idea delle sanzioni penali per le donne che abortiscono
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Bioetica
Primo caso di eutanasia sotto i 12 anni, ecco la profonda trasformaziona antropologica della morte cerebrale
La notizia proveniente dai Paesi Bassi secondo cui, per la prima volta, è stata praticata l’eutanasia su un bambino di età inferiore ai dodici anni, rappresenta molto più di un fatto di cronaca. Essa costituisce un passaggio simbolico di straordinaria importanza, in quanto mostra fino a che punto sia giunta una determinata concezione dell’essere umano.
Come sempre accade in questi casi, l’attenzione dell’opinione pubblica viene focalizzata sul singolo dramma: la malattia, la sofferenza, l’assenza di prospettive terapeutiche. Tuttavia, la questione vera che rimane sullo sfondo è un’altra: quali sono i presupposti antropologici che rendono oggi non solo possibile ma anche solo pensabile la soppressione medicalmente assistita di un minore?
Nei Paesi Bassi l’eutanasia viene praticata sui bambini gravemente malati la cui morte appare imminente e le autorità, all’indomani dell’introduzione della legge, hanno tenuto a precisare che i casi di minori coinvolti nella cosiddetta morte compassionevole sarebbero stati pochissimi, forse cinque o dieci all’anno. Ma la storia degli ultimi decenni insegna che i numeri iniziali dei morti ammazzati non sono indicativi né tantomeno definitivi: ciò che conta infatti è il principio che viene introdotto, la cui coerente applicazione conduce inevitabilmente a una spirale di morte non controllabile.
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Nel caso olandese, la vita del bambino può essere «interrotta» quando sussistano sofferenze ritenute insopportabili e senza prospettive di miglioramento. Il criterio decisivo non è dunque l’appartenenza alla specie umana, né la semplice esistenza biologica, ma una valutazione circa la qualità dell’esistenza. In altri termini, il valore della vita viene associato alla presenza o meno di determinate condizioni funzionali. E questa logica non nasce oggi.
Quando si ripercorrono le vicende come quelle di Charlie Gard o Alfie Evans emerge una dinamica analoga: anche in quei casi il conflitto non riguardava semplicemente le cure, ma il valore che si attribuisce all’essere umano. I genitori ritenevano che la vita del figlio avesse un valore intrinseco nonostante le menomazioni fisiche e/o intellettive; le istituzioni sanitarie e giudiziarie ritenevano invece che la prosecuzione delle cure non fosse più nel migliore interesse del minore, sulla base di criteri valutativi calati dall’alto e stabiliti a tavolino.
La medesima domanda si ripresenta oggi: chi stabilisce quando una vita abbia ancora un valore sufficiente per essere vissuta?
La bioetica contemporanea tende sempre più a identificare la persona con alcune funzioni: coscienza, autonomia, capacità relazionali, qualità della vita, possibilità di provare esperienze significative. Quando tali funzioni risultano gravemente compromesse, la persona rischia di trasformarsi da soggetto di diritti a oggetto di valutazione.
In questo senso, il criterio della morte cerebrale ha inaugurato una nuova antropologia, introducendo il concetto, indimostrato e indimostrabile, che la perdita di determinate funzioni cognitive coincida con la morte della persona. L’organismo biologicamente vivente viene reinterpretato alla luce di un criterio funzionale: il cervello diventa il luogo dell’identità.
Almeno all’apparenza, l’eutanasia dei bambini non c’entra nulla con la morte cerebrale. Eppure, ad uno sguardo attento non può sfuggire il fatto che tali omicidi di stato sembrano condivire con il criterio encefalico il medesimo orizzonte antropologico, in cui il valore della vita dipende sempre meno dall’essere e sempre più dal funzionare.
Particolarmente inquietante appare inoltre il meccanismo giuridico previsto nei Paesi Bassi, dove prima l’eutanasia viene praticata e soltanto successivamente le autorità competenti verificano se il medico abbia rispettato le «linee guida» e abbia agito con la necessaria diligenza professionale. Il controllo giuridico non precede l’atto: lo segue. Il giudizio arriva dopo che la sentenza di morte è già stata emessa.
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Nella tradizione medica e giuridica occidentale, quando è in gioco un bene indisponibile come la vita umana, il dubbio favorisce sempre la conservazione del bene stesso. Nel modello olandese, invece, la logica viene rovesciata e l’atto irreversibile precede la valutazione.
Evidentemente, quando il valore della vita viene associato alle funzioni, all’autonomia o alla qualità dell’esistenza, i soggetti più fragili diventano i più esposti: il malato terminale, il disabile grave, il paziente in stato vegetativo, il bambino gravemente malato.
Per tale motivo, il primo caso olandese di eutanasia su un bambino sotto i dodici anni non rappresenta una semplice eccezione, ma costituisce l’ennesimo segnale di una trasformazione antropologica profonda, in cui la medicina non si limita più a curare o accompagnare la vita, ma assume sempre più il potere di stabilire quando una vita possa ancora essere considerata degna di essere vissuta.
Alfredo De Matteo
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Immagine di Franciscans of the Immaculate via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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