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Bioetica

Vaccinazione di massa, ripassiamo la storia della Polio

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Primavera 1955, due addetti stampa salutarono una folla di giornalisti in una elegante sala nel campus dell’Università del Michigan.

 

Gli ufficiali avevano una notizia bollente: la sperimentazione clinica del tanto atteso vaccino contro la poliomielite aveva dimostrato che era sicuro ed efficace. I giornalisti corsero a spargere la voce: lo avrete visto nei film, il rush verso le cabine telefoniche per dettare un articolo alla redazione.

 

Le campane della chiesa suonarono a festa, scrive il New York Times, la gente si riversò in strada felice.

Quanta fiducia vi dà il vaccino che troveranno in fretta e furia? Quanta fiducia bisogna avere delle campagne di vaccinazione dello Stato? Quale idea dobbiamo farci dei danni a lungo termine sconosciuti dagli stessi scienziati vaccinali?

 

Questo evento probabilmente è la matrice dell’atteggiamento delle istituzioni mondiali sull’emergenza Coronavirus: come ha detto il controverso, inevitabile dottor Fauci, «la svolta finale in tutto questo sarà il vaccino».

 

Secondo Goldman Sachs e altri, oramai le aziende biofarmaceutiche che si sono lanciate alla cerca del vaccino definitivo per il C-19 sono più di un centinaio, e non si fanno più scrupoli – con buona pace di chi parla di bioetica etc. – a testarli direttamente su esseri umani, e ad usare tecnologie genetiche e virali mai approvate prima d’ora – Renovatio 21 su questo ha pubblicato un articolo poche ore fa.

 

È bene quindi ricordarsi della storia della vaccinazione contro la Polio.

 

Il primo vaccino ritenuto «efficace» contro la poliomielite è arrivato dopo decenni di ricerche e test

Il primo vaccino ritenuto «efficace» contro la poliomieliteè arrivato dopo decenni di ricerche e test. Una volta completamente testato, è stato approvato in USA con velocità record. Poi seguirono problemi di distribuzione. Lotte politiche.

 

Infine comparsero «problemi di produzione potenzialmente letali», cioè gente che muore per il vaccino. Segue anche la questione, mai risolta, del Simian Virus 40, un virus di scimmia contenuto nel vaccino. Secondo alcuni, l’SV40 sarebbe cancerogeno, e la sua immane diffusione grazie al vaccino potrebbe essere una delle basi dell’epidemia di tumori che l’umanità sta affrontando negli ultimi decenni.

 

Anni ’50, vaccino antipolio: comparsero «problemi di produzione potenzialmente letali», cioè gente che muore per il vaccino

La prima epidemia di polio negli Stati Uniti colpì il Vermont nel 1894, uccidendo 18 persone e lasciandone paralizzate permanentemente 58. Un focolaio di New York City uccise più di 100 persone nel 1907. Nel 1916, la polio tornò e ne uccise 6.000. La malattia colpiva principalmente i bambini. Poteva uccidere fino al 25 percento dei colpiti e lasciarne molti paralizzati, consegnandone alcuni ad una vita in un polmone di ferro.

 

Gli scienziati sapevano che la polio era causata da un virus ma non avevano idea di come si diffondesse. Ci fu il lockdown. Cinema, piscine, parchi di divertimento, campi estivi, fiere e festival, tutto chiuso: i genitori si limitavano a tenere i bimbi vicino a casa. Coloro che potevano permettersi di farlo fuggirono nel paese. Tra i primi tre vaccini contro la polio sviluppati negli anni ’30, due si sono rivelati inefficaci, un altro mortale.

 

Negli anni ’30 in USA vi fu il lockdown. Cinema, piscine, parchi di divertimento, campi estivi, fiere e festival, tutto chiuso: i genitori si limitavano a tenere i bimbi vicino a casa

Nell’aprile del 1954, il vaccino sviluppato dal laboratorio di Jonas Salk presso l’Università di Pittsburgh entrò in un ampio studio clinico di durata annuale. Quel giorno del 1955 gli addetti condivisero i risultati: il vaccino, contenente il virus della polio inattivato, era, dicevano, sicuro. Era anche efficace dall’80% al 90% nella prevenzione della poliomielite, sostenevano.

 

Il governo federale autorizzò il vaccino entro poche ore. I produttori si affrettarono a produrre. Una fondazione promise di acquistare i primi  lotti per 9 milioni  di dollarie di fornirli alle prime e alle seconde elementari dell’intera Nazione. Iniziò una campagna nazionale.

 

Meno di un mese dopo, lo sforzo si interruppe. I funzionari riferirono di sei casi di poliomielite collegati a un vaccino prodotto da Cutter Laboratories a Berkeley, in California. Il chirurgo generale degli Stati Uniti (il portavoce delle questioni di salute pubblica all’interno del governo federale) chiese a Cutter di richiamare i suoi lotti.

Il governo federale autorizzò il vaccino entro poche ore. Iniziò una campagna nazionale

 

Il National Institutes of Health domandò  a tutti i produttori di sospendere la produzione fino a quando non avverso trovato nuovi standard di sicurezza. Gli investigatori federali scoprirono che Cutter non era riuscito a uccidere completamente il virus in alcuni lotti di vaccini. I vaccini difettosi causarono oltre 200 casi di poliomielite e 11 morti.

 

Il programma del vaccino si riprese parzialmente due mesi dopo, ma seuì ulteriore caos. Con il vaccino che scarseggiava, si diffusero voci di mercati neri e medici senza scrupoli che facevano pagare commissioni esorbitanti. Un produttore di vaccini pianificò  di vaccinare prima i figli dei propri dipendenti, quindi inviò  una lettera agli azionisti promettendo anche ai loro figli e ai loro nipoti un accesso prioritario.

Gli investigatori federali scoprirono non si era riusciti a uccidere completamente il virus in alcuni lotti di vaccini. I vaccini difettosi causarono oltre 200 casi di poliomielite e 11 morti

 

I politici proposero una distribuzione più equa, alcuni si spinsero a dire che bisognava vaccinare specialmente i bisognosi, vi fu bagarre alla Camera. La legge sull’assistenza alla vaccinazione contro la poliomielite, con una dotazione di 30 milioni di dollari, fu firmata dal presidente Dwight Eisenhower ad agosto: ogni Stato americano avrebbe deciso per sé.

 

Nonostante la campagna per la vaccinazione di Stato, due anni dopo, nel 1958,  i casi risalirono. Casi di poliomielite raggruppati in aree urbane, in gran parte tra i poveri di colore con accesso limitato alla Sanitù. Il «modello di poliomielite» degli Stati, ha osservato l’epidemiologo del governo, divenne «abbastanza diverso da quello generalmente visto in passato». No i virologi di Stato che vanno a farfalle non sono una novità, tuttavia almeno un tempo ammettevano di sbagliare.

Nonostante la campagna per la vaccinazione di Stato, due anni dopo, nel 1958,  i casi risalirono

 

Tre anni dopo, il governo federale approvò un vaccino orale contro la poliomielite, sviluppato dal laboratorio di Albert Sabin a Cincinnati, che conteneva il virus indebolito, e non il virus inattivato.

 

Il virus sembrò sparire. Gli USA dissero che l’ultima trasmissione in loro territorio si registrò nel  1979. Nel 1994 gli americani si dichiararono polio-free. Nel 2002 anche l’Unione Europa dichiarò di aver vinto contro il virus.

Nel 1988 vi fu uno «sforzo globale» per sradicare la polio chiamato Global Polio Eradication Initiative (GPEI), una colossane operazione sanitaria transnazionale guidata dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), dall’UNICEF, e dalla Fondazione Rotary

 

Nel 1988 vi fu uno «sforzo globale» per sradicare la polio chiamato Global Polio Eradication Initiative (GPEI), una colossane operazione sanitaria transnazionale guidata dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), dall’UNICEF, e dalla Fondazione Rotary. Esso si basava in gran parte sul vaccino orale contro la polio sviluppato da Albert Sabin e Mikhail Chumakov (il cosiddetto vaccino Sabin-Chumakov). Dissero che erano rimasti in pratica solo tre Paesi con casi di Polio: Pakistan, Afghanistan e Nigeria .

 

In Pakistan alcuni leader religiosi musulmani ritengono che i vaccini vengano segretamente utilizzati per la sterilizzazione dei musulmani, e il fatto che la CIA abbia organizzato un falso programma di vaccinazione nel 2011 per aiutare a trovare Osama Bin Laden certo non aiuta l’instaurarsi della fiducia.

 

Il vaccino antipolio continua a far parlare di sé anche per ragioni intrinseche: nuovi casi di poliomielite legati al vaccino orale sono stati segnalati in quattro paesi africani e diversi bambini sono ora paralizzati dai virus derivati ​​dal vaccino

Nel 2015 l’OMS ha annunciato un accordo con i talebani per incoraggiarli a distribuire il vaccino antipolio nelle aree che controllano. Tuttavia, i talebani pakistani non sono così favorevoli. L’11 settembre 2016, due uomini armati non identificati associati ai talebani pakistani, Jamaat-ul-Ahrar, hanno sparato a Zakaullah Khan, un medico che stava somministrando vaccini contro la poliomielite in Pakistan. Il leader del Jamaat-ul-Ahrar ha rivendicato la responsabilità delle riprese e afferma che il gruppo continuerà a continuare a fare questo tipo di attacchi.

 

Altri attacchi di talebani no-vax, come piacerebbe descriverli ai media, si sono ripetuti anche di recente. E non solo in Asia: all’inizio 2013 nel nord della Nigeria almeno nove operatori di vaccinazione anti-polio sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco  da uomini armati che hanno attaccato due cliniche.

 

Il rapporto di valutazione del programma di lotta alla polio rilevava che «la strategia sta già fallendo gravemente sull’obiettivo di ridurre e infine eliminare i poliovirus derivati ​​dal vaccino» e affermava che erano necessarie nuove strategie per affrontare questa epidemia di poliomielite

Tuttavia il vaccino continua a far parlare di sé anche per ragioni intrinseche: nuovi casi di poliomielite legati al vaccino orale sono stati segnalati in quattro paesi africani e diversi bambini sono ora paralizzati dai virus derivati ​​dal vaccino, secondo i numeri  forniti dall’OMS.

 

Un rapporto pubblicato all’inizio di novembre 2019 dall’Independent Monitoring Board, che valuta in modo indipendente il lavoro del GPEI e i progressi verso l’eradicazione della polio, affermava che il virus derivato dal vaccino stava causando un focolaio incontrollato nell’Africa occidentale. Il rapporto rilevava che «la strategia sta già fallendo gravemente sull’obiettivo di ridurre e infine eliminare i poliovirus derivati ​​dal vaccino» e affermava che erano necessarie nuove strategie per affrontare questa epidemia di poliomielite.

 

Tuttavia l’epidemia di polio derivata da vaccino è risalente e ben conosciuta dalle autorità anche italiane: nel maggio 2018 circolò il documento «CIRCOLAZIONE DI POLIOVIRUS DI DERIVAZIONE VACCINALE – CORNO D’AFRICA» che avvisava che «In Somalia è stata confermata la circolazione di poliovirus tipo 3 di derivazione vaccinale (cVDPV3)».

È più controverso  il caso dell’SV40. Controverso ed esiziale, con in gioco numeri massivi di vite umane

 

Gli effetti nel tempo del vaccino antipolio non riguardano solo lo scoppio di epidemie che derivano dallo stesso vaccino. È più controverso – e meriterebbe articoli, libri a parte – il caso dell’SV40. Controverso ed esiziale, con in gioco numeri massivi di vite umane.

 

L’SV40 (detto «virus vacuolizzante della scimmia») è un virus  dormiente ed è asintomatico nelle scimmie rhesus. Esso fu osservato la prima volta nel 960 in una coltura di cellule renali di Macaco mulatto. Si trattava di quelle cellule che venivano utilizzate per ottenere il vaccino della poliomielite.

L’SV40 (detto «virus vacuolizzante della scimmia») è un virus  dormiente ed è asintomatico nelle scimmie rhesus, le cui cellule che venivano utilizzate per ottenere il vaccino della poliomielite.

 

Con la vaccinazione, in pratica, si infettarono con l’SV40 milioni – qualcuno dice, considerando i possibili dati non pervenuti dal blocco comunista – miliardi di persone. La scoperta dell’SV40 ha rivelato che tra il 1955 e il 1963 esso è stato inoculato a circa il 90% dei bambini e il 60% degli adulti negli Stati Uniti tramite il vaccino.

 

Scrive l’Enciclopedia Treccani: «È tuttora (2009) controverso il ruolo del SV40 nell’insorgenza di alcuni tumori umani (mesoteliomi, osteosarcomi)». «Controverso» significa che esistono molti studiosi che ne asseriscono la carcinogenicità. L’idea è quella che l’SV40 agisca sul soppressore tumorale, il quale p53 è responsabile dell’inizio della morte cellulare regolata – la cosiddetta «apoptosi» –  o dell’arresto del ciclo cellulare quando una cellula è danneggiata. Un gene mutato p53 può contribuire alla proliferazione cellulare incontrollata, portando ad un tumore.

L’SV40  tra il 1955 e il 1963 è stato inoculato a circa il 90% dei bambini e il 60% degli adulti negli Stati Uniti tramite il vaccino

 

La vaccinazione della polio, quindi, potrebbe essere alla base di una immensa pandemia di tumori che ancora oggi viviamo, e contro la quale non abbiamo una vera cura?

 

Pensatela come volete. Tuttavia, provate a fare con noi questo giochino: rileggete quanto scritto sopra, sostituendo la Polio con il COVID-19.

«È tuttora (2009) controverso il ruolo del SV40 nell’insorgenza di alcuni tumori umani (mesoteliomi, osteosarcomi)»

 

Quanta fiducia vi dà il vaccino che troveranno in fretta e furia?

 

Quanta fiducia bisogna avere delle campagne di vaccinazione dello Stato?

 

La vaccinazione della polio, quindi, potrebbe essere alla base di una immensa pandemia di tumori che ancora oggi viviamo, e contro la quale non abbiamo una vera cura?

Quale idea dobbiamo farci dei danni a lungo termine sconosciuti dagli stessi scienziati vaccinali?

 

Qualcuno, oggi, vuole accusarci perché ci poniamo queste domande?

 

 

 

 

 

 

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Bioetica

Programma di aborti forzati condotto dall’esercito nigeriano

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L’esercito nigeriano avrebbe condotto un orribile programma di aborto forzato usando «l’inganno e la forza fisica» per porre fine alla vita dei neonati di donne incinte e ragazze in custodia dei militari, secondo uno sconvolgente reportage dell’agenzia Reuters.

 

Secondo l’articolo di giornalismo investigativo del 7 dicembre basato su testimonianze, documenti militari e registri ospedalieri, membri dell’esercito nigeriano sarebbero responsabili di aborti commessi su 10.000 o più ragazze e donne dai 12 anni in su. In alcuni casi la gestazione arrivava agli otto mesi. Non è chiaro tuttavia quanti degli aborti siano stati forzati.

 

Reuters afferma di avere resoconti di prima mano di 33 ragazze e donne che hanno raccontato come i loro bambini prematuri sono stati uccisi mentre erano sotto la custodia dell’esercito nigeriano, spesso dopo essere fuggite dalla violenza dei ribelli. In tutti i 33 casi tranne uno, le donne dichiarano che i loro bambini sono stati uccisi contro la loro volontà.

 

Secondo quanto riferito, il presunto «programma di aborto segreto, sistematico e illegale» ha avuto luogo dal 2013 o prima. Le madri che hanno reagito sono state «picchiate, tenute sotto tiro o drogate per obbedire», secondo i resoconti dei testimoni.

 

Le donne che hanno parlato con Reuters hanno detto che i soldati hanno dato loro iniezioni e pillole che secondo loro avrebbero curato malattie o altre condizioni ma che in realtà hanno causato aborti.

 

Secondo quanto riferito, i farmaci usati dai soldati includevano misoprostolo, mifepristone e ossitocina. Secondo quanto riferito, alcune donne hanno anche subito aborti chirurgici. Tra le donne che hanno subito aborti, alcune sarebbero morte.

 

«Se mi avessero lasciato con il bambino, lo avrei voluto», ha detto una delle donne, Bintu Ibrahim, spiegando che sebbene il suo bambino fosse stato concepito durante uno stupro, «quel bambino non aveva fatto nulla di male». La donna ha raccontato che sapeva che il suo bambino non ancora nato era stato ucciso quando ha avuto sanguinamento e dolore dopo che i soldati nigeriani «le hanno fatto due iniezioni senza il suo consenso». Quando lei e altre donne trattate in modo simile hanno implorato risposte, secondo quanto riferito, i militari «hanno minacciato di ucciderle».

 

Come Ibrahim, molte delle donne i cui bambini sono stati uccisi erano rimaste incinte dopo brutali aggressioni sessuali e matrimoni forzati con militanti affiliati ai terroristi islamici di Boko Haram.

 

Secondo quanto scriva l’agenzia, il programma di aborto forzato sarebbe stato sostenuto da visioni di tipo eugenetico: gli operatori sanitari nigeriani che hanno dichiarato a Reuters che il programma era un modo per «sanificare la società» eliminando la prole degli insorti. Tuttavia, alcuni dei soldati coinvolti nella realizzazione del programma avrebbero espresso rimorso per aver praticato gli aborti.

 

L’articolo ammette di non essere in grado di determinare se il numero di aborti superasse i 10.000 o a quante ragazze e donne fosse stata offerta una scelta, nonché di non essere parimenti «in grado di stabilire chi ha creato il programma di aborto o determinare chi nell’esercito o nel governo lo ha gestito».

 

I capi dell’esercito nigeriano negano le accuse. Funzionari nigeriani hanno accusato i giornalisti di fabbricare le informazioni per screditare la lotta del paese da 13 anni contro i militanti islamici.

 

In Nigeria l’aborto, se non per salvare la vita della madre, è un crimine punibile con 14 anni di carcere e una possibile multa per tutte le parti coinvolte, compresa la madre. L’aborto forzato potrebbe portare un colpevole in prigione a vita nel nord dominato dai musulmani, luogo dove si suppone abbia luogo il programma di aborto forzato dei militari.

 

Il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Ned Price, ha dichiarato mercoledì che l’agenzia sta cercando di ottenere maggiori informazioni sul rapporto di Reuters.

 

Come noto, la Nigeria subì il ricatto dell’amministrazione Obama riguardo le leggi LGBT, con gli americani a dire che non avrebbero dato ai militari di Lagos le immagini satellitari per stanare Boko Haram qualora non avessero implementato nel Paese il leggi che avrebbero legalizzato l’omosessualità e la contraccezione.

 

Come riportato da Renovatio 21, la Nigeria, che ha appena messo un tetto al contante e si prepara a forzare sulla popolazione una valuta elettronica, è teatro di continui rapimenti, assassinii, devastazioni e stragi di cristiani, anche sacerdoti e suore, al punto che alcuni missionari ritengono il Paese sull’orlo del collasso.

 

In settimana il presidente nigeriano Muhammadu Buhari aveva denunciato l’arrivo tra le mani dei terroristi di armi occidentali destinate all’Ucraina.

 

A inizio anno il Parlamento nigeriano aveva chiesto lo stato di emergenza per il numero oramai incontenibile di sacrifici umani praticati sul territorio.

 

 

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Medicina che «afferma il genere»: a che servono comunque le prove?

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Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

 

In un altro articolo sulla questione transgender, sul blog dell’Hastings Center, tre accademici della NYU Grossman School of Medicine (tra cui il noto Art Caplan) sostengono che «l’assenza di prove non è assenza di efficacia».

 

Essi notano che lì le prove per la medicina affermativa di genere sono molto deboli:

 

«Pertanto, oltre a mancare di rigore metodologico, i dati disponibili non sono rappresentativi della popolazione. In altre parole, ci sono nella migliore delle ipotesi dati limitati e di scarsa qualità da cui trarre conclusioni da revisioni sistematiche».

 

È vero, riconoscono, non ci sono stati studi controllati randomizzati nella cura del genere pediatrico. Ma sarebbero immorali in ogni caso. «È stato dimostrato che le politiche e la legislazione che limitano o vietano l’accesso alle cure che affermano il genere hanno conseguenze pericolose per la vita. Pertanto, potrebbe essere moralmente discutibile consentire a un gruppo di accedere alla soppressione della pubertà e a un altro gruppo solo di cure psicologiche».

 

Sì, potrebbero esserci dei danni, come l’infertilità o la perdita di massa ossea. Ma «le sfide di un genitore di un bambino disforico [sono] l’intervento medico ora o il suicidio dopo?»

 

Concludono: «Sebbene le prove siano molto desiderabili, potrebbe non essere possibile creare gli studi che le genererebbero senza danneggiare coloro che dovrebbero trarne beneficio».

 

In breve, si può fare a meno delle prove quando l’unico fatto che sappiamo, il fatto cruciale, è che i bambini si suicideranno a meno che non ricevano un trattamento che affermi il genere.

 

Ma dove sono le prove per questo?

 

Secondo la Society for Evidence Based Gender Medicine, i giovani che si identificano trans hanno un rischio leggermente elevato di suicidio, ma questo potrebbe anche essere attribuibile alla depressione o all’autismo.

 

La questione del suicidio riaffiora ripetutamente nei discorsi sull’identificazione trans dei bambini. Se questa è la questione chiave di volta, merita di essere studiata a fondo.

 

 

Michael Cook

 

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

Immagine di MissLunaRose12 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0); immagine modificata

 

 

 

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Attivista down sconvolta dalla sentenza eugenetica del tribunale inglese

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Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

 

La Corte d’Appello del Regno Unito ha respinto un ricorso legale presentato da una donna con sindrome di Down contro una disposizione dell’Abortion Act che consente l’aborto dei nascituri con disabilità.

 

Heidi Crowter, una donna di 27 anni che ha la sindrome di Down, si è unita a Maire Lee-Wilson, il cui figlio Aidan ha la sindrome di Down, per combattere un emendamento del 1990 che consente l’aborto fino al momento della nascita se «c’è un rischio sostanziale che se il bambino nascesse soffrirebbe di anomalie fisiche o mentali tali da essere gravemente handicappato».

 

La signora Crowter ha dichiarato in un tweet che «quando la mamma mi ha parlato della discriminazione contro i bambini come me nel grembo materno, mi sono sentito come se mi fosse stato piantato un coltello nel cuore. Mi ha fatto sentire meno apprezzato delle altre persone».

 

 

I ricorrenti hanno sostenuto che l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo conferisce il diritto al rispetto del «senso di identità e dei sentimenti di autostima e fiducia in se stessi» delle persone con gravi disabilità.

 

Una legge che consente l’aborto di un feto gravemente disabile interferisce con tale diritto perché trasmette il messaggio che la vita dei nati con una grave disabilità ha un valore minore.

 

Lord Justice Underhill ha spiegato il ragionamento della corte:

 

«Devo sottolineare che questa Corte, come la [Alta] Corte, si occupa solo di una questione di diritto. La questione se, e in caso affermativo in quali circostanze, dovrebbe essere lecito abortire un feto vitale sulla base del fatto che nascerà o potrebbe nascere con una grave disabilità è di grande delicatezza e difficoltà. Ma è una questione che spetta al Parlamento, e non ai tribunali, decidere. L’unica domanda per noi è se il modo in cui è stato deciso nel 1990 implichi una violazione dei diritti della Convenzione dei ricorrenti in quanto persone nate con tale disabilità. Per le ragioni addotte non credo che sia così».

 

Clare Murphy, del British Pregnancy Advisory Service, ha applaudito il verdetto, affermando che la causa intentata da Heidi Crowter è stata un attacco ai diritti delle donne incinte.

 

«Non c’è contraddizione tra una società che sostiene i diritti delle persone disabili e una che consente alle donne di prendere decisioni difficili in situazioni strazianti», ha detto alla BBC.

 

«In caso di successo, questo caso avrebbe potuto avere implicazioni di vasta portata. I ricorrenti hanno sostenuto in tribunale che i feti dovrebbero avere diritti umani – questo non è mai stato deciso dalla legge e andrebbe contro molti anni di precedenti legali nel Regno Unito».

 

 

Michael Cook

 

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

 

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