Arte
William Friedkin, le crudeltà omosessuali e la paura che i vescovi hanno di Satana
È morto William Friedkin, regista che sarà rammentato dai posteri per L’esorcista (1973). Noi, tuttavia, non vogliamo ricordarlo per quello – o meglio, non solo per quello.
Chiariamoci: L’esorcista è un capolavoro, o forse perfino qualcosa di più: un’opera che è riuscita a captare e risvegliare nella società significati indicibili, altissimi, e che è riuscita a parlare alle generazioni. Mi viene in mente che ne vidi una versione restaurata forse nel tardo 1999 al cinema Excelsior – un’enorme sala a più piani che stava in un antico palazzo nobiliare in Galleria del Corso a Milano, ora sostituita da un centro commerciale che vende macarons, profumini e vestiario per fashion victim e turisti.
Il cinema era strapieno, e, paradosso, il film davvero terrificante: vederlo proiettato su grande schermo dava una sensazione totalmente differente rispetto al vederlo in VHS (all’epoca c’erano quelle: le videocassette con i nastri magnetici). Non so dire se facesse più paura o meno, ma la condivisione collettiva della visione portava l’esperienza da un’altra parte: era un rito, forse un vero esorcismo, fatto alla pluralità degli esseri umani, alla società, in qualche modo unita ancora dalla paura del preternaturale e dalla promessa della sua liberazione.
I subliminali con il volto del dominio, le apparizioni dell’effigie del demone Pazuzu, perfino il ralenti dei cani che combattono nel deserto iracheno, assumevano quella sera con la sala piena un significato ulteriore…
Con me c’era Michela, che de L’esorcista era una patita sfegatata, tanto che rivendicava il fatto di aver visto il film appena uscito in sala… dal ventre di sua madre (credo che mi abbia detto davvero una cosa così: è nata quell’anno). Il culto totale di Michela per il film mi lasciava in prima battuta perplesso: cattolica non lo era (no, e non lo ero neanche io), non so fino a che punto credesse alle storie di possessione, forse era una fan dell’horror, ma limitatamente. Per il capolavoro di Friedkin, andava fuori di testa: sapeva, e ripeteva le battute del demonio e degli esorcisti a memoria, come quella sulle attività della madre di Padre Carras all’inferno (che qui non ripeterò) o l’espressione «volgare esibizione di potenza» (in originale, «vulgar display of power»), che divenne il titolo di un fortunato album di una band metal americana, i Pantera – forse non portò tutta quella fortuna, però, visto che una sera un tizio salì sul palco armato e sparò loro uccidendo il chitarrista.
No, subito non capivo perché gli piacesse così tanto il film. Ne parlava in continuazione, chiamandolo famigliarmente L’esorciccio, come la parodia con Ciccio Ingrassia e Lino Banfi (che, a leggere la trama, tra bambini stupratori e talismani sotterrati nei campi – ricorda qualcosa al lettore di Renovatio 21? – può fare anche più paura dell’originale).
Poi, piano piano, compresi che quello che la catturava era qualcosa di spirituale ed estetico al contempo: era la perfezione che quella pellicola indubbiamente aveva nel raccontare il mistero, nel mostrare un abisso che sta accanto a noi, un livello ulteriore dell’esistenza dipinto in modo impareggiabile.
Io non posso che condividere. E come me, ci sono milioni di persone, di tutte le classi socioeconomiche e socioculturali e sociopolitiche, che vi hanno visto dentro un significato profondissimo, e tutto personale.
Un regista para-sessuale ora celeberrimo a livello internazionale (noto perché i suoi film, per usare le sue parole e la sua zeppola «fzpingono zul pedaleh della fprofvocaziòneh»), mi disse, oramai un quarto di secolo fa, che il suono del demonio era ottenuto girando al contrario l’audio dello sgozzamento di un maiale. Non so verificare se ciò sia vero, tuttavia il tono indicava non solo quanto voleva esibire le sue conoscenze cinefile («volgare esibizione di potenza», appunto), ma anche quanto, alla fine, prendesse sul serio il film, ne riconoscesse la portata misterica.
«L’esorcista è un film realista» mi disse un decennio dopo un ragazzo cattolico carismatico – nel senso cattolico di stile pentecostale, zona Medjugorje. Mentre meditavo sul concetto di un neorealismo cinematografico soprannaturale, lui raddoppiava: «anzi no, è un film che dei posseduti dà un’immagine anche troppo contenuta».
Sulla questione dell’Esorcista e delle vere possessioni diaboliche torneremo più sotto. Prima vorremo far presente qualcosa che probabilmente nessun’altra testata ricorderà nei coccodrilli su Friedkin: la sua disamina, lucida e compiuta anzitempo, del lato interiore del mondo omosessuale.
Prima del grande successo, il regista di Chicago aveva girato un piccolo film d’interni, un kammerspiel in terrazza, se si può dire, chiamato Festa per il compleanno del caro amico Harold (1970), tratto da una commedia teatrale del drammaturgo gay Mart Crowley.
Il film racconta della festa che Michael, un gay, organizza per celebrare il compleanno del suo amico Harold. L’evento ospita vari membri dell’alta società intellettuale omosessuale di New York. Inaspettatamente, tuttavia, alla festa si presenta Alan, un suo vecchio compagno di università e unico partecipante eterosessuale alla festa.
La presenza di Alan provoca un cambiamento nell’atmosfera della festa, trasformandola in una sorta di sessione di analisi collettiva. Questo fa emergere sentimenti tossici e risentimenti tra i presenti, portando il gruppo a un drammatico e distruttivo gioco di rivelazioni reciproche. Alla fine del processo, ognuno scopre di essere più solo di quanto pensasse – definitivamente non gaio.
Non sappiamo se la mitica scena dello «schiantatope» nel film dei fratelli Vanzina Vacanze in America (1984) sia ispirata all’opera di Friedkin – una scena che lo stesso attore scaligero Jerry Calà ora ritiene sarebbe impossibile da girare, in quanto potenzialmente da ritenere omofoba.
Tuttavia sappiamo, per testimonianze, che il gioco delle crudeltà all’interno di un festino gay non sia qualcosa di lontano dalla realtà. Si tratta, anzi, di qualcosa comunemente accettato sotto l’etichetta dell’«acidità» di questo o di quel personaggio, di cui Friedkin nel film dà varie declinazioni: nella festicciola del film, come in quelle della realtà, c’è il gay cattolico, il gay effeminato, il gay arredatore di interni, la coppia gay con qualche difficoltà a mantenere la monogamia.
Bisogna riconoscere che a 53 anni dall’uscita della pellicola e a centinaia se non migliaia di film omosessuali usciti (scritti, diretti, prodotti, consumati da omosessuali) questo tema praticamente è stato toccato – et pour cause, visto che il senso di sconforto che comunica tende a negare la parola stessa gay.
Il film all’epoca non fu ricevuto male dalla critica, ma è accusato ancora oggi dalla comunità LGBT di ritrarre l’omosessualità con tinte pessimistiche inaccettabili.
In pratica, vedere oggi Festa per il compleanno del caro amico Harold, dopo milioni di ore di omopropaganda da Philadelphia ad ogni singola serie Netflix, potrebbe essere perfino un’esperienza liberatrice, un atto rivoluzionario. Del tipo: «ma tu lo sapevi che anche i gay sono tristi?».
Per qualche motivo, Friedkin (che ricordiamo ebbe in moglie, ad un certo punto, Jeanne Moreau) tornò a fare film controversi sui gay – pure utilizzando uno dei più grandi artisti della storia della celluloide, Alfredo James Pacino detto Al.
Cruising (1980), venne dopo l’immenso successo de L’esorcista, e quindi si può considerare un film che il cineasta davvero avesse in cuore di fare. Il film parla degli sforzi di un poliziotto, interpretato da Pacino, per infiltrarsi nel mondo dei gay nuovaiorchesi, dove stava operando uno spietato serial killer. La pellicola ha alla base un romanzo omonimo scritto da Gerald Walker, un giornalista del New York Times, che riprendeva a sua volta un insieme di articoli su una serie di omicidi irrisolti nella scena gay della Grande Mela – in pratica, siamo dalle parti di «ispirato ad una storia vera».
La parola cruising ha un doppio senso: in inglese indica sua la pattuglia compiuta dai poliziotti, che l’atto tipico del mondo omosessuale di circolare per una località in cerca di un partner sessuale casuale magari del tutto anonimo.
Nella pellicola c’è abbondanza di scene con uomini che ballano con costumi di cuoio, e Pacino che fa le mossette, anche se interiormente è divorato dall’ossessione di trovare l’assassino seriale e, lo capiamo grazie alla grandissima arte dall’attore neoeboraceno, dalla paura che gli incutono quei territori ignoti.
Quando uscì il film nel 1980 la società era molto cambiata rispetto al 1970 del Compleanno dell’amico Harold: gruppi dei «diritti gay» reagirono con proteste che erano iniziate perfino durante le riprese nel 1979. I gay furono esortati a interrompere le riprese e le aziende di proprietà di persone gay avrebbero dovuto impedire ai lavoratori del film di accedere ai loro locali.
Manifestanti omosessuali tentarono di interferire con le riprese puntando gli specchi dai tetti per rovinare l’illuminazione delle scene, fischietti e trombe d’aria vicino ai luoghi e suonando musica ad alto volume. Un migliaio di manifestanti marciò attraverso l’East Village chiedendo alla città di ritirare il sostegno al film (bei tempi: oggi, abbiamo visto, marciano dicendo «stiamo venendo a prendere i vostri figli»).
A causa delle continue proteste, l’audio del film fu in gran parte sovrainciso e ridoppiato per rimuovere il rumore causato dai manifestanti fuori campo.
Tuttavia, anche qui, pare chiaro che Friedkin stava toccando un nervo scoperto, un altro tema che oggi potrebbe suonare completamente tabù: il mondo gay può essere spaventoso e oscuro – del resto, è quello delle dark room, e se non sapete cosa siano non inquineremo la vostra mente spiegandovelo.
Chi ha visto il film non può evitare di pensarci quando, magare lungo gli argini dei fiumi o in altri luoghi di potenziale cruising, vengono trovati omosessuali morti.
Friedkin passò dalle cattiverie tra amici omosessuali del Compleanno dell’amico Harold al racconto di atrocità tetre e insondabili, di violenze maligne che vediamo in Cruising. Il pensiero di quel film potrebbe essere riaffiorato quando in Italia scoppiò l’agghiacciante caso di Luca Varani, il ragazzo ventenne torturato e ucciso da due personaggi delle notti gay romane, in quello che il procuratore generale della Cassazione descrisse poi come «un abisso umano» (la vicenda non poteva che ricordare anche il film di Hitchcock Nodo alla gola, a sua volta ispirato ad una storia vera con un omicidio di un 14enne consumatosi nel 1924, che coinvolgeva due ragazzi sulla cui omosessualità si è discusso).
A questo punto diventa chiaro che sì, l’epiteto «regista del Male», per Friedkin può starci. Tuttavia, per capire meglio dobbiamo tornare all’esorcista, o meglio al documentario che ne fu conseguenza 40 anni dopo.
Di fatto, c’è da ritenere che Friedkin, di origine ebraica, non sapesse moltissimo della possessione diabolica. Era guidato, più che altro, da William Peter Blatty, lo scrittore allevato dai gesuiti a Georgetown (realtà dipinta lucidamente nel film) che per scrivere il romanzo da cui trassero la pellicola si era con probabilità a lungo consultato con dei veri esorcisti, per poi riadattare anche qui una storia vera, l’esorcismo di un ragazzino avvenuto, a quanto pare, nel 1949 nella vicina Cottage County, un Maryland.
È difficile, credo, che il regista si stesse rendendo conto anche dell’importanza di piazzare nella storia una accenno di attacco alla tavoletta Ouija, della cui strana storia e dei cui pericoli Renovatio 21 ha scritto varie volte.
Tutte le storie per cui Friedkin sarebbe un iniziato che avrebbe messo nel film roba occulta – come suggeriscono certi blog complottari USA o il regista internazionale con la zeppola di cui sopra – sono in realtà fandonie, proiezioni dovute alla perfezione religiosa del film.
Ho trovato conferma di questo pensiero nell’ultimo documentario di Friedkin, tecnicamente il suo penultimo film (l’ultimo, The Caine Mutiny Court-Martial, sarà proiettato postumo al Festival di Venezia tra qualche giorno). Sto parlando di The Devil and Father Amorth.
A metà anni 2010, Friedkin decise che, pur essendo riconosciuto come un’autorità in fatto di esorcismo a causa del film che aveva diretto, era venuto il momento di vederne uno davvero. Così contattò il decano dell’esorcistato mondiale, l’indimenticato padre Gabriele Amorth (1925-2016), fondatore dell’Associazione internazionale degli esorcisti (AIE), che aveva forse qualcosa come 160.000 esorcismi alle spalle.
Padre Amorth è ben conosciuto in Italia: ospitate nei talk show, interviste, e poi la presenza su Radio Maria, dove la sua trasmissione con telefonate dal pubblico era spesso spiazzante: «prontooooh?» diceva lui, mentre dall’altra parte spesso vi era una voce che si esprimeva con ogni accento regionale italiano possibile, spesso per chiedere preghiere per un parente posseduto, che era talvolta possibile sentire rantolare in sottofondo, come avveniva in altre registrazioni audio di incontri di Amorth che l’emittente mariana mandava in onda.
Amorth era ritenuto come forse il più potente, esperto esorcista del mondo, tuttavia ammetteva che professionalmente era «un bambino» nei confronti del controverso vescovo zambiano Emmanuel Milingo (lo scrivente lo vide in azione, e conferma l’altissimo livello di quello che possiamo definire «talento esorcistico» del monsignore di Lusaka, con scene di possessione che, sulle prime, ad un corpo maschile anche giovane provocano reazioni somatiche non dissimili a quelle di quando ci si immerge nell’acqua fredda).
Friedkin ottenne quindi da Amorth, che era assai generoso mediaticamente, di seguirlo durante il nono esorcismo di una signora di Alatri, conosciuta come «Cristina».
Il film fu presentato all’edizione 2017 della Mostra del Cinema di Venezia. La critica lo demolì come «amatoriale». È vero. Girato con camerelle digitali tenute a braccio, forsanche dallo stesso Friedkin, l’opera è lontana anni luce dall’arte altissima de L’esorcista. Come se, incontrato un esorcista vero, Friedkin avesse perso lo stile, e fosse regredito a una sorta di forma di espressione audiovisiva infantile: il regista, truccato e col capello tinto e pettinato, si fa inquadrare per spiegare la storia, artifizio da ritenersi impossibile per un cineasta di quel livello, mentre la narrazione diventa sempre più ondivaga, mentre mostra esorcismi in grandangolo, dove padre Amorth mostra la stessa indifferenza verso i versi del maligno di cui dicevamo più sopra parlando delle trasmissioni di Radio Maria. Ab assuetis, non fit passio, mi viene da pensare: quando uno è abituato alle manifestazioni del demonio, non è che si spaventa più.
Nel punto che dovrebbe essere il climax della storia, Friedkin confessa di non avere immagini dell’accaduto: una ragazza degli esorcismi dà appuntamento a lui e a un suo assistente in un assolato Paesino dell’entroterra laziale, per poi, a quanto racconta il regista, divenire isterica, e cercare assieme al fidanzato di ricattare gli americani. Tale evento lo sconvolge al punto che ne parla come fosse un degno corollario del viaggio nel preternaturale compiuto una volta entrato in contatto con padre Amorth.
Il quale padre Amorth si vede alla fine del film mentre, entrando con un deambulatore in un ascensore, guarda l’obiettivo e fa marameo. Friedkin, fuori campo, dice che è una delle persone più incredibili mai incontrate. La sensazione di ingenuità, di dilettantismo, di infantilismo assale lo spettatore cattolico che magari oltre a L’esorcista ha visto anche qualche esorcismo vero.
Ad ogni modo, è un’altra scena del documentario che lascia il segno.
È l’intervista all’arcivescovo di Los Angeles Robert Barron, che è un ragazzotto con i pantaloni e il clergyman che lì per lì irradia un’espressione di genuina serenità. Monsignor Barron, parlando in quello che sembra un ambiente del giardino della diocesi con Friedkin, ammette che sì, ci sono cose che non possiamo capire, «c’è una dimensione di questo mondo che è strana e fuori dalla nostra capacità di controllo» e blah blah…
Poi, ad un certo punto, pressato da Friedkin che gli parla di Satana e delle possessioni, l’arcivescovo fa ammissioni sorprendenti.
«Parlando con il diavolo… hey… persone come padre Amorth possono farlo, io non potrei mai osare di farlo, non sono a quel livello spirituale… io penso che sia davvero una cosa pericolosa».
Eh?
Un arcivescovo, un discendente degli apostoli, un seguace diretto, quindi, del sommo esorcista, un alto gerarca di quei cristiani che arrivati a Roma scacciavano i demoni pagando poi la propria fede con il martirio… non si sente di fare quel lavoro?
Sì, abbiamo capito bene. È e lo stesso Friedkin che a quel punto della conversazione lo interrompe, pure puntandogli il dito: «che cosa hai detto?»
«Io non lo farei» risponde l’arcivescovo.
«Cosa non faresti?» chiede ancora Friedkin colpito.
«Parlare con il diavolo» precisa il monsignore.
«Come in un esorcismo?»
«Io penso che non sarei in grado… penso che non vorrei farlo.»
«Perché no?»
«Penso che sia un territorio pericoloso… devi essere davvero, davvero santo». Qui l’arcivescovo usa la parola «holy», che confonde un po’, perché si può tradurre più che altro con «sacro». Ora il prelato ha lo sguardo del cane bastonato, il sorrisotto yankee è sparito.
«È nelle scritture!» esclama Friedkin. «Gesù esorcizzava i demoni!»
«Lo so, lo so. Assolutamente. Ecco perché la Chiesa è attenta e sceglie persone molto sante».
«E tu non lo sei?» domanda il regista.
«Non credo di essere pronto per questo» risponde monsignor Barron cercando di recuperare lo smile. «Io avrei paura».
Rileggete. Lasciate che la cosa affondi nella vostra mente: un vescovo ha paura di Satana. E non lo vorrebbe incontrare, nemmeno per fare il suo lavoro, che è salvare le anime, e curare il suo gregge.
«Quanto più in alto puoi essere rispetto all’essere un vescovo» sbotta il cineasta sconvolto. L’arcivescovo di Los Angeles accenna ad una breve risata.
«Wait a minute… » continua Friedkin gesticolando con le mani, come se cercasse di razionalizzare quanto ha appena sentito. «Non sto scherzando, sono davvero impressionato da quello che hai detto.»
«Devi trovare qualcuno che sia ad un alto livello del team spirituale… è un affare rischioso, entrare in contatto ravvicinato con il diavolo…» cerca di giustificarsi Barron.
«Perché?»
«Perché è il demonio.»
«Ma tu hai il potere di Gesù!». Davanti a simili risposte dell’arcivescovo, l’ebreo Friedkin parla oramai come un fervente cattolico, uno di quei credenti tutti di un pezzo.
«Sì ce l’ho sicuramente… ma la Chiesa vuole qualcuno che sia personalmente santo per usare quel potere, in modo più efficace».
Lì per lì, possiamo solo pensare che sia falso, che l’arcivescovo si stia inventando tutta questa storia del «sacro esorcista» per giustificare la sua paura. Non ci risulta che nell’esorcistato ci sia una selezione effettuata con «santometri» o altre tecnologie cattoliche sconosciute. La santometria esorcistica davvero ci mancava.
L’intervista, nel dolore dello spettatore cattolico, va avanti.
«Quindi credi che sia possibile, per il demone, di entrare dentro di te…?» chiede il regista.
«Sicuramente è possibile» risponde Monsignor Barron, i cui occhi, in primo piano, a questo punto possono trasmettere tutta la paura che pure ammette.
Qui c’è da alzarsi ed applaudire il cineasta fino a spellarsi le mani. Friedkin riesce a dare una testimonianza spirituale del cattolicesimo moderno che è, a dir poco, inarrivabile. E non l’ha fatto con le luci perfette de L’esorcista, ma con questa breve conversazione, filmata male, con un arcivescovo.
Ecco finalmente una scena di vero realismo da Friedkin: non gli spruzzi di vomito verde della posseduta, ma l’ammissione del fatto che un discendente degli Apostoli, oggi, teme il demonio.
Questa è la chiesa postconciliare. Non crede al soprannaturale, figuriamoci al preternaturale. Talvolta non è nemmeno che non ci crede: immersa nei suoi pantaloni casual, semplicemente non ci ha mai pensato. E quando ci pensa, perché ad un certo punto la realtà del Male può arrivare anche loro, ne hanno paura. Scappano, si imboscano, inventano scuse.
Che il Male lo combattano altri. Che questo lavoro lo facciano i professionisti. Noi abbiamo altro da fare. Organizzare eventi, curarci dei migranti…
Se questi sono i generali dell’esercito che dovrebbe difenderci dall’Inferno, se questo è il nostro katechon, siamo finiti.
C’è, tuttavia, montata con arguzia accanto alla solare scena con l’arcivescovo, un’altra intervista. A parlare è un uomo dimesso, vecchio, con un’espressione esausta. Ha i capelli arruffati e rughe immense che gli solcano la fronte, la barba un po’ lunga, la schiena ricurva.
Gli occhi di quest’uomo tuttavia sono incredibili, indimenticabili: in realtà, il suo sguardo spiega l’intera sua figura. Non sappiamo descriverli: sono occhi di un uomo che ha sofferto, ho forse occhi di un uomo che ha visto cose inimmaginabili.
Si tratta di Jeffrey Burton Russell, uno storico del Medioevo europeo noto per il suo lavoro riguardo al demonio nelle varie ere dell’umanità, dal primo cristianesimo al mondo moderno passando per l’età di mezzo.
Russell è ripreso su uno sfondo nero, e a differenza del monsignore sembra ascoltare bene le domande, in totale silenzio, per poi rispondere senza frasi fatte.
«Io credo che un potere transumano del Male esista» dice lo studioso. Friedkin gli chiede se ha mai pensato che tutto il lavoro che ha fatto (i quattro libri principali si chiamato Satan, Lucifer, Mephistopheles e Prince of Darkness) lo abbiano per caso esposto alla possessione.
Lo storico risponde che l’anno che finì di scrivere Il principe delle tenebre ebbe un attacco di grave depressione… non so se fosse possessione… so solo che le persone non si concentrano sul diavolo… io l’ho fatto e forse non lo farei un’altra volta… non pensano abbastanza al lato maligno».
Questa piccola testimonianza, all’interno del documentario, porta nel cuore del cattolico una grande speranza. Sì, ci sono persone che, a differenza dei vescovi, ancora credono nell’esistenza del Male, nei suoi attacchi. Persone che sanno con cosa si ha a che fare, e che non si imboscano dietro alla politica da ONG pietosa per evitare la principale guerra dell’universo, quella del Bene contro il Male.
È poco, è pochissimo: davanti alla catastrofe episcopale, dobbiamo accontentarci che esista un intellettuale depresso che dice di credere al maligno? No, ma la fede sulla Terra, da qualche parte deve rimanere conservata. Qualsiasi luogo, specie se lontano dalle diocesi, oggi va bene.
Di certo, non possiamo fidarci di qualcuno perché vescovo, come noi cristiani avevamo già visto durante le persecuzioni del IV secolo: famiglie intere accettavano il martirio pur di non bruciare il granello di incenso all’Imperatore, mentre alcuni vescovi invece tradivano la fede per salvarsi la vita e magari lo stipendio.
La parola «traditore» viene da qui: da quei vescovi che consegnavano – cioè, tradivano – le scritture alle autorità pagane affinché le bruciassero, nel tentativo di eradicare la fede in Gesù.
Anche quella persecuzione, anche quell’immane progetto politico del diavolo, fallì. Con la persecuzione dell’ora presente, così simile a quella del IV secolo, ammettiamo che non sappiamo ancora come andrà a finire.
Rimane che il vero film horror, la vera pellicola diabolica non è L’esorcista. È la chiesa dopo il Concilio Vaticano II.
Roberto Dal Bosco
Immagine screenshot da YouTube, riprodotta in osservanza dell’articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio, modificata dalla legge 22 maggio 2004 n. 128, poiché trattasi di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione»
Arte
La triste situazione dell’industria discografica e il mercato della musica live
Negli ultimi anni l’industria discografica ha perso la sua potenza economica a causa del drastico calo di vendite dei supporti fisici (CD, musicassette o vinili). È vero che lo streaming è in costante aumento e che i dischi sono tornati di moda — per quanto destinati a un pubblico di «feticisti dell’oggetto» numericamente inferiore rispetto alla massificazione che ha caratterizzato il mercato fino all’inizio degli anni 2000 — e le major si garantiscono comunque lauti guadagni.
Di contro, l’industria della musica dal vivo ha vissuto una crescita esponenziale.
Oramai non si contano più le repliche dei tour delle grandi star che si autocelebrano ogni estate nei più importanti stadi e arene d’Italia, con show spesso identici tra loro. Non vi è più la necessità di andare in tour per promuovere l’album appena uscito. Un tempo la formula era chiara: un artista pubblicava un LP e, per sostenerlo, si strutturava una tournée. Oggi tutto è cambiato: si organizzano i tour per massimizzare i profitti e colmare quel gap monetario che le vendite dei dischi non riescono più a coprire.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Ci troviamo così di fronte a una moltitudine di artisti che girano la penisola e l’estero cercando di attirare più pubblico possibile, a volte letteralmente per sbarcare il lunario. Nel caso dei big i guadagni sono enormi e le grandi agenzie di management lucrano in maniera importante. Si è discusso molto dei finti sold-out, del caro biglietti e del secondary ticketing (la rivendita a sovrapprezzo di titoli acquistati sui canali primari), ma sorge un dubbio: questo mercato non rischia di creare una bolla destinata a esplodere in un futuro prossimo?
Il pubblico sembra amare la partecipazione a eventi di massa, in una sorta di prostrazione collettiva verso il proprio idolo. Pensiamo al Modena Park di Vasco Rossi, ai Campovolo di Ligabue, agli AC/DC a Imola, ai lustrini colorati e luccicanti dei Coldplay o ai San Siro sempre pieni (ma sarà vero?) di soggetti che fino all’anno precedente erano quasi sconosciuti.
E ancora: gli ippodromi — nuovi templi del live —, la ritualità degli show di Max Pezzali, fino al mega raduno romano di Ultimo, il cui tour quest’estate ha segnato il record di 250.000 biglietti venduti in poche ore già da mesi.
Non è chiaro quanto durerà questa «giostra al rialzo». Fino a quando il pubblico sarà disposto a sborsare cifre così importanti per un tagliando d’ingresso? Per quanto l’organizzazione in Italia sia eccellente — vantiamo professionisti invidiati all’estero — si corre spesso il rischio di vedere il proprio beniamino da distanze siderali, filtrato attraverso un maxischermo.
Spesso siamo lì perché «fa figo», per postare su Instagram e dire «io c’ero». Ma la domanda è: siete sicuri di aver goduto appieno della musica? Eravate comodi? Avete visto e sentito bene? I servizi igienici e il food erano all’altezza del prezzo pagato?
Spesso, una volta varcati i cancelli, il denaro contante perde valore: bisogna acquistare i token, monete di plastica spendibili solo in quella sede. Venduti a blocchi (spesso da 15 euro in su), sono studiati appositamente per farvi rimanere in mano qualche gettone inspendibile e non rimborsabile. Tutto denaro che resta nelle tasche degli organizzatori.
Infine, vi è l’annoso problema dei finti sold-out. In stadi prestigiosi come San Siro sembrano servire più ad accrescere il blasone dell’artista che a rispecchiare la realtà. Questo «posizionamento» permette di alzare il cachet nelle date successive in location più piccole, provando a chiedere cifre maggiori ai local promoter. Lo stadio di Milano, la «Scala del calcio», conferisce un prestigio unico.
Fino a pochi anni fa quella venue era appannaggio esclusivo di nomi come Rolling Stones, Bruce Springsteen o U2; negli anni Novanta persino alcuni di questi colossi faticavano a riempirlo. In Italia il re indiscusso del Meazza resta Vasco Rossi, che nel 2024 lo ha riempito per sette date consecutive, arrivando a trentasei San Siro in carriera. Altri, come Ligabue, Jovanotti o Cesare Cremonini, lo hanno conquistato con numeri reali e una crescita graduale, costruita su carriere solide e decenni di successi.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Recentemente il frontman de Le Vibrazioni — band pop-rock meneghina — ospite del podcast Mediocracy, ha svelato senza filtri il falso mito dei guadagni derivati dallo streaming e la trappola degli ingaggi per i tour. Poiché la fetta più grande della torta economica proviene ormai dal live, le grandi agenzie, pur di assicurarsi profitti importanti, mettono sotto contratto giovani artisti illudendoli di un successo immediato. Il rischio, però, è quello di bruciare i talenti a causa di una crescita non strutturata nel tempo.
Il cantante Francesco Sarcina lo spiega molto bene: «c’è un meccanismo dei concerti che è molto malato. C’è la questione degli anticipi, e cioè firmi un contratto dove ti danno un sacco di soldi; ma non sono regalati, sono anticipi, un prestito su quello che poi andrai a guadagnare. Fanno contratti da milioni perché c’è un sistema malato di queste giovani leve che non fanno nessuna gavetta e fanno subito lo stadio. In alcuni casi lo riempi, ma il costo di uno stadio è talmente tanto elevato per cui tu vai a recupero quando fai la seconda o terza data nello stesso posto. Però fa figo che sei a San Siro. Sei giovane e magari l’anno dopo San Siro non lo fai più, e magari non fai neanche il palazzetto».
«Che succede? Succede che hai un debito enorme […] vai in paranoia e ti distruggono psicologicamente. È una figata che si trasforma in un incubo dal quale non puoi uscire perché sei sotto contratto e devi ridare quei soldi. È complessa la storia. Quindi cosa succede? Per far vedere che quello è un sold out, faccio tutto il giro dei biglietti a poco prezzo o omaggio. Tu vedi il sold out, ma non lo è veramente, e ha un costo esagerato. Questi soldi devono essere in qualche modo recuperati e tu artista sei fregato. Ma loro devono far vedere il sold out e devono riempirlo, perché sennò è brutto da vedere».
Interessante anche il post di Federico Zampaglione, leader dei Tiromancino, che nella pagina Facebook della band ha postato quanto segue:
Iscriviti al canale Telegram ![]()
«Si continua a leggere un po’ ovunque l’arcinota storia dei finti Sold Out ma le spiegazioni che vedo su come funziona il meccanismo sono spesso poco chiare. Proverò a spiegarvelo a modo mio, con una pagina di sceneggiatura, dopo aver visto questa storia succedere per circa 30 anni; con un’impennata spaventosa in tempi recenti, soprattutto ovviamente ai danni di artisti ancora giovani ed inesperti:
Tu sei l’artista e io chi ti organizza i concerti.
Io “Bro, credo che a questo punto… dopo il successo virale del tuo singolo, meriti qualcosa di più, dobbiamo fare il grande salto”
Tu “Che intendi?”
Io “Bisogna dare un segnale forte, uscire dal mucchio, far capire che tu sei al di sopra dei tuoi colleghi … ci vuole un tour nei palazzetti, anzi negli stadi e deve essere sold out! così scateniamo l’ufficio stampa e ti fanno santo subito!”
Tu “Ma siamo sicuri? Non so se…”
Io “Non sai cosa? Tu fai il tuo lavoro, mettiti fisso sui social e annuncia trionfante che il tuo sogno finalmente si andrà a coronare, al resto penso io”
A questo punto tu sei già a due metri da terra, ti lanci sui social trionfante ed ogni giorno gridi al mondo la tua gioia e soddisfazione per il grande tour in arrivo. Lo fai in ogni modo e maniera, mentre tutti si congratulano con te perché “te lo meriti”, “era ora”, “sei il #1”, “io c’ ero sin dall’ inizio” …
Se i biglietti si vendono tutto bene, ma se non si vendono, come purtroppo accade sempre più spesso perché si vuole troppo, io ti chiamo un lunedì mattina con la voce preoccupata e paternalistica, mentre ancora dormi.
Io “Buongiorno Bro, dormivi?”
Tu “Non ti preoccupare, che mi dici?”
Io “Ti dico che abbiamo un problema… anche serio” Tu (tirandoti su di colpo) “Di che tipo?”
Io “Non stai vendendo un cazzo, lo stadio è semivuoto!”
Ti stropicci gli occhi, sperando che si tratti di un incubo, ma la tua fidanzata che si gira nel letto accanto a te, bofonchiando qualcosa perché disturbata dalla telefonata, ti fa capire che purtroppo è la realtà
Tu “Dici davvero?”
Io “Purtroppo sì, la piantina di TicketOne è tutta verde… malgrado i soldi che io ho speso per promuovere il tuo tour”
Tu (con l’ansia a palla) “E ora?”
Io (lapidario) “Ora annulliamo!”
Tu “Annulliamo?! Scherzi vero?… ma come si fa? Sono mesi che faccio come mi avevi detto, ogni giorno posto di tutto, annunciando trionfante il tour… ci rimetto la faccia con tutti!!” A questo punto la tua ragazza si alza e se ne va portandosi via il cuscino, con un’espressione di puro dissenso sul volto assonnato Io invece ti parlo con un tono più rassicurante, di chi ha esperienza e sa come uscire da certi intoppi
Io “Non agitarti… una soluzione io ce l’avrei, certo ha un costo elevat…”
Tu (interrompendomi) “Quale sarebbe la soluzione?”
Io “Te lo riempio io lo stadio (o il forum), ci sono biglietti gratuiti, ad un euro, 10 euro, invitiamo tutti i dipendenti di banche, assicurazioni, aziende a noi vicine, mettiamo biglietti in regalo con la spesa nei supermercati, facciamo contest con influencers, retate nei locali con i biglietti… insomma fammi fare il mio lavoro”
Tu “Sei un grande, non so come ringraziarti!”
Io “Io invece lo so, una buona parte dei costi per riempire lo stadio, ad ora vuoto, te li accolli tu, bro!”
Tu “Io? Ma sono un botto di soldi… poi avevi detto che era il TUO mestiere…”
Io “Ah sì? E allora annulliamo! Non posso prendermi tutta la perdita sul groppone, e poi diciamoci la verità… la faccia è pur sempre la tua, io dopo il tuo concerto, ho altri 3 eventi con il vero sold out!”
Tu sudi freddo, deglutisci… poi pensi a tua nonna 93enne che ti ha promesso che sarà in tribuna ad applaudirti con cappellino e maglietta del merchandising ufficiale, improvvisamente senti già il rumore della pioggia di meme sui social per il floppone strombazzato… e quindi, senza colpo ferire, accetti.
Tu “Va bene, ci sto, chiedimi tutto ma il post di cancellazione magari per laringite o “problemi tecnici… NO!”
Io “Bravo bro! Vedo che hai capito come funziona, oggi l’immagine nella musica è tutto! E se leghi la tua immagine alla parola FLOP ci salta il piatto a 360%: contratti, sponsor, brand, conventions, esposizione mediatica, percezione, pubblicità, credibilità etc etc”
Conclusione: Da questo momento in poi tu vai e fai (per anni) solo quello che ti dico io e tutto ciò che guadagni per un buon 85% è mio, perché devo rientrare e bada bene i costi li ho in mano io… non te. Se mai volessi inoltre interrompere il contratto, prima ovviamente mi paghi tutto, oppure resti qui da me e con calma sconti Triste morale della favola? Solletica l’ego di qualcuno (meglio se ingenuo o megalomane) e poi… mangiaci sopra a vita! Spero di essere stato chiaro nel farvi capire il diabolico meccanismo e ci tengo a chiarire che il post è generico, quindi non riferito a nessuno in particolare ma ad una abitudine che DA ANNI, sta distruggendo il meccanismo dei concerti e molte carriere»
Aiuta Renovatio 21
Le parole di Sarcina e Zampaglione squarciano un velo su una narrazione industriale tossica. Quello che emerge è un vero e proprio “capitalismo della percezione”, dove il dato reale (quanti biglietti hai venduto a prezzo pieno?) viene sacrificato sull’altare del dato percepito (il bollino «sold out» da esibire nelle storie di Instagram).
Questo cortocircuito genera tre conseguenze per l’intero ecosistema musicale.
- La distruzione della gavetta: Senza il passaggio fondamentale nei club e nei festival di medie dimensioni, gli artisti non sviluppano la tenuta scenica né un repertorio in grado di reggere due ore di spettacolo. Si passa da uno o due singoli virali allo stadio, saltando i gradini della maturazione artistica.
- L’indebitamento precoce: I giovani talenti si trasformano, spesso inconsapevolmente, in debitori delle multinazionali del live. Diventano ingranaggi di una macchina che deve autoalimentarsi per ripagare gli enormi anticipi concessi, perdendo qualsiasi libertà contrattuale ed espressiva.
- La svalutazione del valore culturale: Se il biglietto viene regalato con la spesa al supermercato o svenduto attraverso canali aziendali pur di riempire i vuoti visivi, si abitua il pubblico a non riconoscere più il reale valore economico (e artistico) del lavoro culturale.
Quest’ultimo punto evidenzia un’involuzione culturale che, a ben vedere, affonda le sue radici in un paradosso storico. Negli anni Settanta, l’intellighenzia alternativa di sinistra e le masse giovanili pretendevano – a suon di contestazioni e violenze – la «musica gratis per tutti». Quella pretesa ideologica andava a minare l’essenza stessa dell’opera d’arte, svilendola dal punto di vista commerciale e professionale.
Oggi assistiamo a un fenomeno speculare ma di segno opposto: non è più l’ideologia politica a pretendere la gratuità, ma la spinta feroce del capitalismo selvaggio, che pur di difendere un posizionamento di mercato e un’illusione di successo, attua un nuovo e mascherato svilimento della musica. Ieri si sfondavano i cancelli in nome della rivoluzione, oggi si regalano i biglietti con la spesa al supermercato o tramite omaggi aziendali per nascondere i seggiolini vuoti.
In entrambi i casi, il risultato è identico: si diseduca il pubblico, abituandolo a non riconoscere più il reale valore economico, la fatica e il lavoro dietro la creazione culturale. Una qualsiasi produzione artistica deve essere equamente remunerata, perché quando il prezzo si azzera (o si gonfia artificialmente), si svilisce l’opera e chi l’ha concepita, strutturata e sviluppata.
Per salvare l’industria del live da sé stessa, è urgente un bagno di realtà. Le major, i management e i grandi promoter dovrebbero riflettere e rivedere radicalmente certi parametri per rimettere al centro l’arte, pur senza tralasciare l’economia che la genera e la sostiene. Bisogna sgonfiare i finti trionfi virtuali e tornare a misurare il successo con metriche reali e umane: la longevità di una carriera, la qualità della proposta sul palco e il rispetto sacro per lo spettatore.
La bolla dei finti sold out potrebbe prima o poi esplodere e a rimanere sotto le macerie non saranno i manager o le agenzie che hanno già monetizzato, ma gli artisti rimasti senza voce e un pubblico stanco di pagare il prezzo di un’illusione.
Francesco Rondolini
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Arte
Leone saluta la folla mentre in Piazza San Pietro risuona l’inno omosessualista degli ABBA. E se piace anche a Putin?
Is Dancing Queen an appropriate song for a General Papal Audience? Thoughts? (Lord, help me to hold my tongue…) pic.twitter.com/rnSinnJfyx
— Raymond Arroyo (@RaymondArroyo) May 6, 2026
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Sostieni Renovatio 21
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Arte
L’Iran farà causa agli Stati Uniti e a Israele per gli attacchi ai siti culturali
Teheran porterà in tribunale Stati Uniti e Israele per gli attacchi contro siti culturali iraniani, ha dichiarato il viceministro degli Esteri della Repubblica islamica, Kazem Gharibabadi.
Attualmente regge un fragile cessate il fuoco, stabilito tra le parti all’inizio di aprile dopo un mese di intense ostilità iniziate da americani e israeliani. Tuttavia, non si sono registrati progressi nei colloqui di pace indiretti, con Washington e Teheran che respingono reciprocamente le rispettive richieste, considerandole inaccettabili.
In un post pubblicato domenica su X, Gharibabadi ha scritto che almeno 149 monumenti storici e musei in 20 province iraniane, tra cui cinque siti patrimonio dell’UNESCO, sono stati danneggiati dai bombardamenti statunitensi e israeliani.
دوشنبه ۲۸ اردیبهشت، روز جهانی موزه و میراث فرهنگی است. روز جهانی موزه و میراث فرهنگی امسال برای ایران، رنگ و معنایی متفاوت دارد؛ زیرا در کنار پاسداشت شناسنامه تمدنی ملت ایران، باید از آسیب به دهها موزه، بنای تاریخی و اثر فرهنگی کشور در جریان حملات آمریکا و رژیم صهیونیستی سخن…
— Gharibabadi (@Gharibabadi) May 17, 2026
Aiuta Renovatio 21
Le autorità di Teheran «registreranno, documenteranno e perseguiranno questo attacco al suo patrimonio culturale nel quadro della responsabilità internazionale; perché non permetteranno a nessuna potenza di sacrificare la storia della grande nazione iraniana ai suoi obiettivi militari e politici odierni», ha scritto.
I siti culturali devono essere protetti durante i conflitti in conformità con la Convenzione dell’Aia del 1954 e con i principi fondamentali del diritto umanitario, ha aggiunto il diplomatico.
«Il patrimonio culturale dell’Iran non è semplicemente un bene nazionale del popolo iraniano; fa parte della memoria collettiva dell’umanità», ha affermato Gharibabadi.
La civiltà persiana, con centro nell’odierno Iran, è una delle culture più antiche e influenti al mondo, risalente all’Impero achemenide fondato nel 550 a.C.
Gli attacchi contro monumenti storici da parte di Washington e dello Stato degli ebrei costituiscono «una chiara manifestazione del comportamento illegale del regime americano e del regime sionista», ha insistito il viceministro.
Il ministero della Cultura iraniano aveva precedentemente stimato che la riparazione dei siti storici danneggiati durante il conflitto sarebbe costata circa 70 trilioni di rial.
Sostieni Renovatio 21
Le guerre americane in Corea, Vietnam, Iraq, Siria, Afghanistan e altrove hanno causato danni o la distruzione di numerosi siti del patrimonio culturale sin dagli anni Cinquanta, ma Washington non è mai stata ritenuta responsabile. Per i governi stranieri è sempre più difficile citare in giudizio gli Stati Uniti nei tribunali nazionali o internazionali a causa della dottrina dell’immunità sovrana e del rifiuto di Washington di riconoscere la giurisdizione obbligatoria degli organi giuridici internazionali.
Agli inizi di aprile, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva avvertito che l’intera civiltà iraniana «morirà» se non accetterà le richieste americane, scatenando immediate reazioni negative a livello internazionale. Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres si è detto «profondamente turbato» dalla dichiarazione, mentre Papa Leone XIV l’ha definita «veramente inaccettabile».
Domenica Trump ha ribadito la sua minaccia, affermando che «non rimarrà nulla» del Paese se non verranno fatte rapide concessioni. Il ministero della Difesa iraniano ha replicato dichiarandosi «pienamente preparato» a respingere un possibile nuovo attacco americano e israeliano.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine: vista interna dell’iwan all’ingresso principale del santuario di Fatima bint Musa a Qom, in Iran. Il mausoleo risale all’inizio del XVII secolo, durante il regno dello Shah Abbas il Grande. Qom è una meta di pellegrinaggio molto frequentata ed è considerata dallo sciismo il secondo luogo più sacro dopo Mashhad.
Immagine di Diego Delso via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
-



Pensiero1 settimana faLa scomunica dei bambini
-



Intelligenza Artificiale2 settimane faAvere paura dell’IA. E dello Stato moderno
-



Salute2 settimane faI malori della 19ª settimana 2026
-



Misteri2 settimane faPastori protestanti americani informati di preparare le congregazioni alle rivelazioni sugli UFO
-



Misteri1 settimana faI 5 punti salienti dei dossier UFO appena desecretati
-



Sport e Marzialistica1 settimana faRenovatio 21 intervista Gian Carlo Minardi
-



Animali1 settimana faNuovo scontro legale nella massoneria italiana. Ex gran maestro scrive ad un cane
-



Pensiero1 settimana faPalantir e monopolio dell’AI: la democrazia è l’Ancien Régime









