Arte
William Friedkin, le crudeltà omosessuali e la paura che i vescovi hanno di Satana
È morto William Friedkin, regista che sarà rammentato dai posteri per L’esorcista (1973). Noi, tuttavia, non vogliamo ricordarlo per quello – o meglio, non solo per quello.
Chiariamoci: L’esorcista è un capolavoro, o forse perfino qualcosa di più: un’opera che è riuscita a captare e risvegliare nella società significati indicibili, altissimi, e che è riuscita a parlare alle generazioni. Mi viene in mente che ne vidi una versione restaurata forse nel tardo 1999 al cinema Excelsior – un’enorme sala a più piani che stava in un antico palazzo nobiliare in Galleria del Corso a Milano, ora sostituita da un centro commerciale che vende macarons, profumini e vestiario per fashion victim e turisti.
Il cinema era strapieno, e, paradosso, il film davvero terrificante: vederlo proiettato su grande schermo dava una sensazione totalmente differente rispetto al vederlo in VHS (all’epoca c’erano quelle: le videocassette con i nastri magnetici). Non so dire se facesse più paura o meno, ma la condivisione collettiva della visione portava l’esperienza da un’altra parte: era un rito, forse un vero esorcismo, fatto alla pluralità degli esseri umani, alla società, in qualche modo unita ancora dalla paura del preternaturale e dalla promessa della sua liberazione.
I subliminali con il volto del dominio, le apparizioni dell’effigie del demone Pazuzu, perfino il ralenti dei cani che combattono nel deserto iracheno, assumevano quella sera con la sala piena un significato ulteriore…
Con me c’era Michela, che de L’esorcista era una patita sfegatata, tanto che rivendicava il fatto di aver visto il film appena uscito in sala… dal ventre di sua madre (credo che mi abbia detto davvero una cosa così: è nata quell’anno). Il culto totale di Michela per il film mi lasciava in prima battuta perplesso: cattolica non lo era (no, e non lo ero neanche io), non so fino a che punto credesse alle storie di possessione, forse era una fan dell’horror, ma limitatamente. Per il capolavoro di Friedkin, andava fuori di testa: sapeva, e ripeteva le battute del demonio e degli esorcisti a memoria, come quella sulle attività della madre di Padre Carras all’inferno (che qui non ripeterò) o l’espressione «volgare esibizione di potenza» (in originale, «vulgar display of power»), che divenne il titolo di un fortunato album di una band metal americana, i Pantera – forse non portò tutta quella fortuna, però, visto che una sera un tizio salì sul palco armato e sparò loro uccidendo il chitarrista.
No, subito non capivo perché gli piacesse così tanto il film. Ne parlava in continuazione, chiamandolo famigliarmente L’esorciccio, come la parodia con Ciccio Ingrassia e Lino Banfi (che, a leggere la trama, tra bambini stupratori e talismani sotterrati nei campi – ricorda qualcosa al lettore di Renovatio 21? – può fare anche più paura dell’originale).
Poi, piano piano, compresi che quello che la catturava era qualcosa di spirituale ed estetico al contempo: era la perfezione che quella pellicola indubbiamente aveva nel raccontare il mistero, nel mostrare un abisso che sta accanto a noi, un livello ulteriore dell’esistenza dipinto in modo impareggiabile.
Io non posso che condividere. E come me, ci sono milioni di persone, di tutte le classi socioeconomiche e socioculturali e sociopolitiche, che vi hanno visto dentro un significato profondissimo, e tutto personale.
Un regista para-sessuale ora celeberrimo a livello internazionale (noto perché i suoi film, per usare le sue parole e la sua zeppola «fzpingono zul pedaleh della fprofvocaziòneh»), mi disse, oramai un quarto di secolo fa, che il suono del demonio era ottenuto girando al contrario l’audio dello sgozzamento di un maiale. Non so verificare se ciò sia vero, tuttavia il tono indicava non solo quanto voleva esibire le sue conoscenze cinefile («volgare esibizione di potenza», appunto), ma anche quanto, alla fine, prendesse sul serio il film, ne riconoscesse la portata misterica.
«L’esorcista è un film realista» mi disse un decennio dopo un ragazzo cattolico carismatico – nel senso cattolico di stile pentecostale, zona Medjugorje. Mentre meditavo sul concetto di un neorealismo cinematografico soprannaturale, lui raddoppiava: «anzi no, è un film che dei posseduti dà un’immagine anche troppo contenuta».
Sulla questione dell’Esorcista e delle vere possessioni diaboliche torneremo più sotto. Prima vorremo far presente qualcosa che probabilmente nessun’altra testata ricorderà nei coccodrilli su Friedkin: la sua disamina, lucida e compiuta anzitempo, del lato interiore del mondo omosessuale.
Prima del grande successo, il regista di Chicago aveva girato un piccolo film d’interni, un kammerspiel in terrazza, se si può dire, chiamato Festa per il compleanno del caro amico Harold (1970), tratto da una commedia teatrale del drammaturgo gay Mart Crowley.
Il film racconta della festa che Michael, un gay, organizza per celebrare il compleanno del suo amico Harold. L’evento ospita vari membri dell’alta società intellettuale omosessuale di New York. Inaspettatamente, tuttavia, alla festa si presenta Alan, un suo vecchio compagno di università e unico partecipante eterosessuale alla festa.
La presenza di Alan provoca un cambiamento nell’atmosfera della festa, trasformandola in una sorta di sessione di analisi collettiva. Questo fa emergere sentimenti tossici e risentimenti tra i presenti, portando il gruppo a un drammatico e distruttivo gioco di rivelazioni reciproche. Alla fine del processo, ognuno scopre di essere più solo di quanto pensasse – definitivamente non gaio.
Non sappiamo se la mitica scena dello «schiantatope» nel film dei fratelli Vanzina Vacanze in America (1984) sia ispirata all’opera di Friedkin – una scena che lo stesso attore scaligero Jerry Calà ora ritiene sarebbe impossibile da girare, in quanto potenzialmente da ritenere omofoba.
Tuttavia sappiamo, per testimonianze, che il gioco delle crudeltà all’interno di un festino gay non sia qualcosa di lontano dalla realtà. Si tratta, anzi, di qualcosa comunemente accettato sotto l’etichetta dell’«acidità» di questo o di quel personaggio, di cui Friedkin nel film dà varie declinazioni: nella festicciola del film, come in quelle della realtà, c’è il gay cattolico, il gay effeminato, il gay arredatore di interni, la coppia gay con qualche difficoltà a mantenere la monogamia.
Bisogna riconoscere che a 53 anni dall’uscita della pellicola e a centinaia se non migliaia di film omosessuali usciti (scritti, diretti, prodotti, consumati da omosessuali) questo tema praticamente è stato toccato – et pour cause, visto che il senso di sconforto che comunica tende a negare la parola stessa gay.
Il film all’epoca non fu ricevuto male dalla critica, ma è accusato ancora oggi dalla comunità LGBT di ritrarre l’omosessualità con tinte pessimistiche inaccettabili.
In pratica, vedere oggi Festa per il compleanno del caro amico Harold, dopo milioni di ore di omopropaganda da Philadelphia ad ogni singola serie Netflix, potrebbe essere perfino un’esperienza liberatrice, un atto rivoluzionario. Del tipo: «ma tu lo sapevi che anche i gay sono tristi?».
Per qualche motivo, Friedkin (che ricordiamo ebbe in moglie, ad un certo punto, Jeanne Moreau) tornò a fare film controversi sui gay – pure utilizzando uno dei più grandi artisti della storia della celluloide, Alfredo James Pacino detto Al.
Cruising (1980), venne dopo l’immenso successo de L’esorcista, e quindi si può considerare un film che il cineasta davvero avesse in cuore di fare. Il film parla degli sforzi di un poliziotto, interpretato da Pacino, per infiltrarsi nel mondo dei gay nuovaiorchesi, dove stava operando uno spietato serial killer. La pellicola ha alla base un romanzo omonimo scritto da Gerald Walker, un giornalista del New York Times, che riprendeva a sua volta un insieme di articoli su una serie di omicidi irrisolti nella scena gay della Grande Mela – in pratica, siamo dalle parti di «ispirato ad una storia vera».
La parola cruising ha un doppio senso: in inglese indica sua la pattuglia compiuta dai poliziotti, che l’atto tipico del mondo omosessuale di circolare per una località in cerca di un partner sessuale casuale magari del tutto anonimo.
Nella pellicola c’è abbondanza di scene con uomini che ballano con costumi di cuoio, e Pacino che fa le mossette, anche se interiormente è divorato dall’ossessione di trovare l’assassino seriale e, lo capiamo grazie alla grandissima arte dall’attore neoeboraceno, dalla paura che gli incutono quei territori ignoti.
Quando uscì il film nel 1980 la società era molto cambiata rispetto al 1970 del Compleanno dell’amico Harold: gruppi dei «diritti gay» reagirono con proteste che erano iniziate perfino durante le riprese nel 1979. I gay furono esortati a interrompere le riprese e le aziende di proprietà di persone gay avrebbero dovuto impedire ai lavoratori del film di accedere ai loro locali.
Manifestanti omosessuali tentarono di interferire con le riprese puntando gli specchi dai tetti per rovinare l’illuminazione delle scene, fischietti e trombe d’aria vicino ai luoghi e suonando musica ad alto volume. Un migliaio di manifestanti marciò attraverso l’East Village chiedendo alla città di ritirare il sostegno al film (bei tempi: oggi, abbiamo visto, marciano dicendo «stiamo venendo a prendere i vostri figli»).
A causa delle continue proteste, l’audio del film fu in gran parte sovrainciso e ridoppiato per rimuovere il rumore causato dai manifestanti fuori campo.
Tuttavia, anche qui, pare chiaro che Friedkin stava toccando un nervo scoperto, un altro tema che oggi potrebbe suonare completamente tabù: il mondo gay può essere spaventoso e oscuro – del resto, è quello delle dark room, e se non sapete cosa siano non inquineremo la vostra mente spiegandovelo.
Chi ha visto il film non può evitare di pensarci quando, magare lungo gli argini dei fiumi o in altri luoghi di potenziale cruising, vengono trovati omosessuali morti.
Friedkin passò dalle cattiverie tra amici omosessuali del Compleanno dell’amico Harold al racconto di atrocità tetre e insondabili, di violenze maligne che vediamo in Cruising. Il pensiero di quel film potrebbe essere riaffiorato quando in Italia scoppiò l’agghiacciante caso di Luca Varani, il ragazzo ventenne torturato e ucciso da due personaggi delle notti gay romane, in quello che il procuratore generale della Cassazione descrisse poi come «un abisso umano» (la vicenda non poteva che ricordare anche il film di Hitchcock Nodo alla gola, a sua volta ispirato ad una storia vera con un omicidio di un 14enne consumatosi nel 1924, che coinvolgeva due ragazzi sulla cui omosessualità si è discusso).
A questo punto diventa chiaro che sì, l’epiteto «regista del Male», per Friedkin può starci. Tuttavia, per capire meglio dobbiamo tornare all’esorcista, o meglio al documentario che ne fu conseguenza 40 anni dopo.
Di fatto, c’è da ritenere che Friedkin, di origine ebraica, non sapesse moltissimo della possessione diabolica. Era guidato, più che altro, da William Peter Blatty, lo scrittore allevato dai gesuiti a Georgetown (realtà dipinta lucidamente nel film) che per scrivere il romanzo da cui trassero la pellicola si era con probabilità a lungo consultato con dei veri esorcisti, per poi riadattare anche qui una storia vera, l’esorcismo di un ragazzino avvenuto, a quanto pare, nel 1949 nella vicina Cottage County, un Maryland.
È difficile, credo, che il regista si stesse rendendo conto anche dell’importanza di piazzare nella storia una accenno di attacco alla tavoletta Ouija, della cui strana storia e dei cui pericoli Renovatio 21 ha scritto varie volte.
Tutte le storie per cui Friedkin sarebbe un iniziato che avrebbe messo nel film roba occulta – come suggeriscono certi blog complottari USA o il regista internazionale con la zeppola di cui sopra – sono in realtà fandonie, proiezioni dovute alla perfezione religiosa del film.
Ho trovato conferma di questo pensiero nell’ultimo documentario di Friedkin, tecnicamente il suo penultimo film (l’ultimo, The Caine Mutiny Court-Martial, sarà proiettato postumo al Festival di Venezia tra qualche giorno). Sto parlando di The Devil and Father Amorth.
A metà anni 2010, Friedkin decise che, pur essendo riconosciuto come un’autorità in fatto di esorcismo a causa del film che aveva diretto, era venuto il momento di vederne uno davvero. Così contattò il decano dell’esorcistato mondiale, l’indimenticato padre Gabriele Amorth (1925-2016), fondatore dell’Associazione internazionale degli esorcisti (AIE), che aveva forse qualcosa come 160.000 esorcismi alle spalle.
Padre Amorth è ben conosciuto in Italia: ospitate nei talk show, interviste, e poi la presenza su Radio Maria, dove la sua trasmissione con telefonate dal pubblico era spesso spiazzante: «prontooooh?» diceva lui, mentre dall’altra parte spesso vi era una voce che si esprimeva con ogni accento regionale italiano possibile, spesso per chiedere preghiere per un parente posseduto, che era talvolta possibile sentire rantolare in sottofondo, come avveniva in altre registrazioni audio di incontri di Amorth che l’emittente mariana mandava in onda.
Amorth era ritenuto come forse il più potente, esperto esorcista del mondo, tuttavia ammetteva che professionalmente era «un bambino» nei confronti del controverso vescovo zambiano Emmanuel Milingo (lo scrivente lo vide in azione, e conferma l’altissimo livello di quello che possiamo definire «talento esorcistico» del monsignore di Lusaka, con scene di possessione che, sulle prime, ad un corpo maschile anche giovane provocano reazioni somatiche non dissimili a quelle di quando ci si immerge nell’acqua fredda).
Friedkin ottenne quindi da Amorth, che era assai generoso mediaticamente, di seguirlo durante il nono esorcismo di una signora di Alatri, conosciuta come «Cristina».
Il film fu presentato all’edizione 2017 della Mostra del Cinema di Venezia. La critica lo demolì come «amatoriale». È vero. Girato con camerelle digitali tenute a braccio, forsanche dallo stesso Friedkin, l’opera è lontana anni luce dall’arte altissima de L’esorcista. Come se, incontrato un esorcista vero, Friedkin avesse perso lo stile, e fosse regredito a una sorta di forma di espressione audiovisiva infantile: il regista, truccato e col capello tinto e pettinato, si fa inquadrare per spiegare la storia, artifizio da ritenersi impossibile per un cineasta di quel livello, mentre la narrazione diventa sempre più ondivaga, mentre mostra esorcismi in grandangolo, dove padre Amorth mostra la stessa indifferenza verso i versi del maligno di cui dicevamo più sopra parlando delle trasmissioni di Radio Maria. Ab assuetis, non fit passio, mi viene da pensare: quando uno è abituato alle manifestazioni del demonio, non è che si spaventa più.
Nel punto che dovrebbe essere il climax della storia, Friedkin confessa di non avere immagini dell’accaduto: una ragazza degli esorcismi dà appuntamento a lui e a un suo assistente in un assolato Paesino dell’entroterra laziale, per poi, a quanto racconta il regista, divenire isterica, e cercare assieme al fidanzato di ricattare gli americani. Tale evento lo sconvolge al punto che ne parla come fosse un degno corollario del viaggio nel preternaturale compiuto una volta entrato in contatto con padre Amorth.
Il quale padre Amorth si vede alla fine del film mentre, entrando con un deambulatore in un ascensore, guarda l’obiettivo e fa marameo. Friedkin, fuori campo, dice che è una delle persone più incredibili mai incontrate. La sensazione di ingenuità, di dilettantismo, di infantilismo assale lo spettatore cattolico che magari oltre a L’esorcista ha visto anche qualche esorcismo vero.
Ad ogni modo, è un’altra scena del documentario che lascia il segno.
È l’intervista all’arcivescovo di Los Angeles Robert Barron, che è un ragazzotto con i pantaloni e il clergyman che lì per lì irradia un’espressione di genuina serenità. Monsignor Barron, parlando in quello che sembra un ambiente del giardino della diocesi con Friedkin, ammette che sì, ci sono cose che non possiamo capire, «c’è una dimensione di questo mondo che è strana e fuori dalla nostra capacità di controllo» e blah blah…
Poi, ad un certo punto, pressato da Friedkin che gli parla di Satana e delle possessioni, l’arcivescovo fa ammissioni sorprendenti.
«Parlando con il diavolo… hey… persone come padre Amorth possono farlo, io non potrei mai osare di farlo, non sono a quel livello spirituale… io penso che sia davvero una cosa pericolosa».
Eh?
Un arcivescovo, un discendente degli apostoli, un seguace diretto, quindi, del sommo esorcista, un alto gerarca di quei cristiani che arrivati a Roma scacciavano i demoni pagando poi la propria fede con il martirio… non si sente di fare quel lavoro?
Sì, abbiamo capito bene. È e lo stesso Friedkin che a quel punto della conversazione lo interrompe, pure puntandogli il dito: «che cosa hai detto?»
«Io non lo farei» risponde l’arcivescovo.
«Cosa non faresti?» chiede ancora Friedkin colpito.
«Parlare con il diavolo» precisa il monsignore.
«Come in un esorcismo?»
«Io penso che non sarei in grado… penso che non vorrei farlo.»
«Perché no?»
«Penso che sia un territorio pericoloso… devi essere davvero, davvero santo». Qui l’arcivescovo usa la parola «holy», che confonde un po’, perché si può tradurre più che altro con «sacro». Ora il prelato ha lo sguardo del cane bastonato, il sorrisotto yankee è sparito.
«È nelle scritture!» esclama Friedkin. «Gesù esorcizzava i demoni!»
«Lo so, lo so. Assolutamente. Ecco perché la Chiesa è attenta e sceglie persone molto sante».
«E tu non lo sei?» domanda il regista.
«Non credo di essere pronto per questo» risponde monsignor Barron cercando di recuperare lo smile. «Io avrei paura».
Rileggete. Lasciate che la cosa affondi nella vostra mente: un vescovo ha paura di Satana. E non lo vorrebbe incontrare, nemmeno per fare il suo lavoro, che è salvare le anime, e curare il suo gregge.
«Quanto più in alto puoi essere rispetto all’essere un vescovo» sbotta il cineasta sconvolto. L’arcivescovo di Los Angeles accenna ad una breve risata.
«Wait a minute… » continua Friedkin gesticolando con le mani, come se cercasse di razionalizzare quanto ha appena sentito. «Non sto scherzando, sono davvero impressionato da quello che hai detto.»
«Devi trovare qualcuno che sia ad un alto livello del team spirituale… è un affare rischioso, entrare in contatto ravvicinato con il diavolo…» cerca di giustificarsi Barron.
«Perché?»
«Perché è il demonio.»
«Ma tu hai il potere di Gesù!». Davanti a simili risposte dell’arcivescovo, l’ebreo Friedkin parla oramai come un fervente cattolico, uno di quei credenti tutti di un pezzo.
«Sì ce l’ho sicuramente… ma la Chiesa vuole qualcuno che sia personalmente santo per usare quel potere, in modo più efficace».
Lì per lì, possiamo solo pensare che sia falso, che l’arcivescovo si stia inventando tutta questa storia del «sacro esorcista» per giustificare la sua paura. Non ci risulta che nell’esorcistato ci sia una selezione effettuata con «santometri» o altre tecnologie cattoliche sconosciute. La santometria esorcistica davvero ci mancava.
L’intervista, nel dolore dello spettatore cattolico, va avanti.
«Quindi credi che sia possibile, per il demone, di entrare dentro di te…?» chiede il regista.
«Sicuramente è possibile» risponde Monsignor Barron, i cui occhi, in primo piano, a questo punto possono trasmettere tutta la paura che pure ammette.
Qui c’è da alzarsi ed applaudire il cineasta fino a spellarsi le mani. Friedkin riesce a dare una testimonianza spirituale del cattolicesimo moderno che è, a dir poco, inarrivabile. E non l’ha fatto con le luci perfette de L’esorcista, ma con questa breve conversazione, filmata male, con un arcivescovo.
Ecco finalmente una scena di vero realismo da Friedkin: non gli spruzzi di vomito verde della posseduta, ma l’ammissione del fatto che un discendente degli Apostoli, oggi, teme il demonio.
Questa è la chiesa postconciliare. Non crede al soprannaturale, figuriamoci al preternaturale. Talvolta non è nemmeno che non ci crede: immersa nei suoi pantaloni casual, semplicemente non ci ha mai pensato. E quando ci pensa, perché ad un certo punto la realtà del Male può arrivare anche loro, ne hanno paura. Scappano, si imboscano, inventano scuse.
Che il Male lo combattano altri. Che questo lavoro lo facciano i professionisti. Noi abbiamo altro da fare. Organizzare eventi, curarci dei migranti…
Se questi sono i generali dell’esercito che dovrebbe difenderci dall’Inferno, se questo è il nostro katechon, siamo finiti.
C’è, tuttavia, montata con arguzia accanto alla solare scena con l’arcivescovo, un’altra intervista. A parlare è un uomo dimesso, vecchio, con un’espressione esausta. Ha i capelli arruffati e rughe immense che gli solcano la fronte, la barba un po’ lunga, la schiena ricurva.
Gli occhi di quest’uomo tuttavia sono incredibili, indimenticabili: in realtà, il suo sguardo spiega l’intera sua figura. Non sappiamo descriverli: sono occhi di un uomo che ha sofferto, ho forse occhi di un uomo che ha visto cose inimmaginabili.
Si tratta di Jeffrey Burton Russell, uno storico del Medioevo europeo noto per il suo lavoro riguardo al demonio nelle varie ere dell’umanità, dal primo cristianesimo al mondo moderno passando per l’età di mezzo.
Russell è ripreso su uno sfondo nero, e a differenza del monsignore sembra ascoltare bene le domande, in totale silenzio, per poi rispondere senza frasi fatte.
«Io credo che un potere transumano del Male esista» dice lo studioso. Friedkin gli chiede se ha mai pensato che tutto il lavoro che ha fatto (i quattro libri principali si chiamato Satan, Lucifer, Mephistopheles e Prince of Darkness) lo abbiano per caso esposto alla possessione.
Lo storico risponde che l’anno che finì di scrivere Il principe delle tenebre ebbe un attacco di grave depressione… non so se fosse possessione… so solo che le persone non si concentrano sul diavolo… io l’ho fatto e forse non lo farei un’altra volta… non pensano abbastanza al lato maligno».
Questa piccola testimonianza, all’interno del documentario, porta nel cuore del cattolico una grande speranza. Sì, ci sono persone che, a differenza dei vescovi, ancora credono nell’esistenza del Male, nei suoi attacchi. Persone che sanno con cosa si ha a che fare, e che non si imboscano dietro alla politica da ONG pietosa per evitare la principale guerra dell’universo, quella del Bene contro il Male.
È poco, è pochissimo: davanti alla catastrofe episcopale, dobbiamo accontentarci che esista un intellettuale depresso che dice di credere al maligno? No, ma la fede sulla Terra, da qualche parte deve rimanere conservata. Qualsiasi luogo, specie se lontano dalle diocesi, oggi va bene.
Di certo, non possiamo fidarci di qualcuno perché vescovo, come noi cristiani avevamo già visto durante le persecuzioni del IV secolo: famiglie intere accettavano il martirio pur di non bruciare il granello di incenso all’Imperatore, mentre alcuni vescovi invece tradivano la fede per salvarsi la vita e magari lo stipendio.
La parola «traditore» viene da qui: da quei vescovi che consegnavano – cioè, tradivano – le scritture alle autorità pagane affinché le bruciassero, nel tentativo di eradicare la fede in Gesù.
Anche quella persecuzione, anche quell’immane progetto politico del diavolo, fallì. Con la persecuzione dell’ora presente, così simile a quella del IV secolo, ammettiamo che non sappiamo ancora come andrà a finire.
Rimane che il vero film horror, la vera pellicola diabolica non è L’esorcista. È la chiesa dopo il Concilio Vaticano II.
Roberto Dal Bosco
Immagine screenshot da YouTube, riprodotta in osservanza dell’articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio, modificata dalla legge 22 maggio 2004 n. 128, poiché trattasi di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione»
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La figlia di Stanley Kubrick parla dei «20 minuti mancanti» da Eyes Wide Shut
Vivian, la figlia minore del celebre regista Stanley Kubrick, ha respinto le affermazioni secondo cui mancherebbero 20 minuti dal film capolavoro finale del padre uscito nel 1999, Eyes Wide Shut.
In una spiegazione dettagliata pubblicata su X, in risposta alle affermazioni diffuse da molti, tra cui il celeberrimo podcasterro Joe Rogan, Vivian Kubrick, che ha una carriera di musicista nel campo delle colonne sonore, ha osservato che suo padre distruggeva le riprese scartate e i filmati extra per impedire la creazione di versioni alternative dei suoi film, e ha affermato di non aver mai visto prove dell’esistenza di tali presunti filmati.
«Sapete, questo è il momento giusto per affrontare finalmente la questione dei 20 minuti mancanti di Eyes Wide Shut. È una storia che circola da molti anni, quindi lasciatemi dire cosa so e cosa non so», ha scritto, aggiungendo: «per contestualizzare, mio padre faceva sempre incenerire le sue scene tagliate una volta terminato un film, proprio per impedire alla casa di produzione di rimontare in seguito il suo lavoro o di creare versioni alternative».
«Si è molto speculato sul fatto che circa 20 minuti di Eyes Wide Shut siano stati tagliati dopo la sua morte. Questo sarà una grande delusione per molti, ma io non ho sentito nulla al riguardo all’epoca, né ho sentito nulla in seguito che confermi l’esistenza di una simile sezione. Immagino che possiate smettere di leggere qui. Ma se siete interessati ai dettagli, continuate a leggere».
Nel suo post, Kubrick ha taggato Alex Jones – di cui la Kubrick è sostenitrice e di cui è negli anni stata spesso ospite –, il giovane podcasterro Julian Dorey e Joe Rogan, nella cui trasmissione mesi fa era stato ospite il cineasta Roger Avary assieme al suo ex sodale Quentin Tarantino.
Avary, che ha dimostrato di avere una lettura profonda non solo dei film ma anche degli eventi mondiali, aveva spiegato che il finale del film di Kubrick conteneva un messaggio terrificante, che con probabilità sarebbe stato ampliato da questi presunti 20 minuti che gli studios avrebbero censurato al celebrato regista, scatenandone l’ira – Kubrick era noto per pretendere il controllo totale del film, persino nei suoi doppiaggi, con la leggenda secondo cui poteva far rifare un ciak anche cento volte. La produzione di un film di Kubrick poteva quindi durare mesi.
Secondo Avary, nel finale di Eyes Wide Shut vediamo un’inquadratura due uomini che, nel contesto di un negozio di giocattoli, portano via la figlia dei protagonisti, interpretati da Tom Cruise e dall’allora moglie Nicole Kidman. Questa sarebbe la rappresentazione del vero prezzo che il protagonista paga per aver scoperto i riti magico-sessuali dell’élite.
Allo stesso tempo, hanno aggiunto tanti osservatori, tale idea potrebbe essere un’allusione ai traffici pedofili delle élite, un po’ come avveniva con Epstein. Il fatto che la bambina mostri ai genitori un orsacchiotto sarebbe un altro riferimento alle reti degli abusatori.
Un concetto non dissimile di traffico di minorenne è ripetuto nel film nella storia della figlia dell’affitta-costumi interpretato da Rade Serbedzjia. Il personaggio ha il nome molto serbo di Milic, che tuttavia qualcuno ritiene possa essere, con un semplice cambio di consonante, Moloch, la divinità cui si sacrificavano i figli.
Secondo altri ancora, in questa idea – di cui sarebbe rimasta solo un’inquadratura – vi sarebbe un elemento autobiografico: proprio la figlia Vivian, che era stata vicino al padre al punto da scrivere la colonna sonora di Full Metal Jacket (1987), si era poi affiliata a Scientology – di cui è, quasi nella posizione di vertice, lo stesso Cruise – e questo sarebbe poi ricostruito come nel «rapimento» della figlia della coppia dei protagonisti.
Kubrick morì nel 1999 quando la produzione era quasi finita. Il film fu presentato al Festival di Venezia con grande successo. Gli interrogativi su altri elementi della sua opera continuano, come un presunto messaggio segreto disseminato in varie pellicole (tra cui soprattutto Shining) sulla falsità dell’allunaggio, le cui immagini, secondo una certa vulgata, sarebbero state girate dallo stesso Kubrick, forte della lezioni sugli effetti speciali appresa realizzando 2001 Odissea nello Spazio, in uno studio cinematografico.
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Di seguito traduciamo in toto il testo della Kubrick pubblicato su X.
Eyes Wide Shut: i 20 minuti mancanti
Sapete, questo è il momento giusto per affrontare finalmente la questione dei 20 minuti mancanti di Eyes Wide Shut. È una storia che circola da molti anni, quindi lasciatemi dire cosa so e cosa non so.
Per contestualizzare, mio padre faceva sempre incenerire le scene scartate una volta terminato un film, proprio per impedire alla casa di produzione di rimontare in seguito il suo lavoro o di crearne versioni alternative.
Si è molto speculato sul fatto che circa 20 minuti di Eyes Wide Shut siano stati rimossi dopo la sua morte. Questo sarà sicuramente una delusione per molti, ma io non ho sentito nulla al riguardo all’epoca, né ho sentito nulla in seguito che confermi l’esistenza di una simile sezione. Immagino che possiate smettere di leggere qui. Ma se siete interessati ai dettagli, continuate a leggere.
EYES WIDE SHUT: THE MISSING 20 MINUTES
You know, this is as good a time as any to finally address the missing 20 minutes from Eyes Wide Shut. It’s a story that has been circulating for many years, so let me tell you what I actually know and don’t know.
For context, my father… pic.twitter.com/hsgllDKJnV
— Vivian Kubrick (@ViKu1111) September 1, 2026
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Certo, non ero in grado di sapere tutto ciò che poteva essere accaduto prima o subito dopo la morte di mio padre. All’epoca vivevo a Los Angeles e stavo componendo la colonna sonora di un altro film. Volai in Inghilterra, completamente traumatizzata, per essere presente ai preparativi per il funerale e la sepoltura di mio padre. Ma dovetti tornare a Los Angeles il giorno dopo la sua sepoltura, sopraffatta dal dolore e dalla stanchezza, per completare la colonna sonora che ero contrattualmente obbligata a terminare, cosa che riuscii a malapena a fare. Quindi, in più di un senso, non ero presente a qualsiasi discussione potesse essere seguita.
L’unica modifica di cui ho sentito parlare all’epoca riguardava l’uso della CGI (immagini generate al computer) per oscurare parte della nudità nella scena dell’orgia, richiesta dalla Warner Brothers per ottenere un visto censura R per il film. Ma non ho sentito dire che siano state eliminate inquadrature o scene.
Quando mio padre morì, Eyes Wide Shut aveva raggiunto la fase di montaggio finale e si trovava nelle fasi conclusive della post-produzione. Era stato appena mostrato ai dirigenti dello studio, presumo con una colonna sonora provvisoria, mentre il mixaggio audio definitivo e parte del lavoro musicale dovevano ancora essere completati.
Era il 1999, l’epoca della distribuzione fisica delle pellicole. Il film fu montato con Avid [un sistema di montaggio digitale in auge tra gli anni Novanta e i primi Duemila, ndt], ma questo non va confuso con il tipo di archivio digitale permanente che si immagina oggi. Il materiale Avid consisteva in trasferimenti video a definizione standard realizzati dai giornalieri (720 × 576 pixel) e utilizzati per il montaggio. Si trattava di copie di lavoro, non di una conservazione digitale ad alta risoluzione del negativo originale. Non esisteva una versione digitale ad alta risoluzione di ogni ripresa archiviata su un server da qualche parte, come si potrebbe ragionevolmente immaginare oggi.
Naturalmente, erano presenti tutte le copie di prova in 35 mm, così come il negativo originale della cinepresa contenente gli scarti. Alla fine, molto tempo dopo che il film era stato completato e distribuito, le copie di prova in 35 mm e il negativo originale degli scarti furono inceneriti. Il negativo master originale del film finito e gli elementi intermedi della pellicola ricavati da esso furono, ovviamente, conservati in magazzino.
Una volta che l’immagine era definitiva, il negativo originale della cinepresa veniva fisicamente tagliato per corrispondere al montaggio finale di Avid. Una volta che il negativo era stato tagliato, non era possibile semplicemente annullare i tagli e riorganizzare la pellicola: ogni taglio distruggeva un fotogramma sia all’inizio che alla fine dell’inquadratura.
Il negativo master del film finito veniva quindi utilizzato per realizzare gli interpositivi, dai quali venivano ricavati gli internegativi, e questi ultimi venivano utilizzati per realizzare le copie in 35 mm destinate alla distribuzione cinematografica. Il negativo originale delle riprese scartate non veniva mai sottoposto a questo processo perché, ovviamente, quelle riprese non facevano parte del film finito.
Qualcuno potrebbe dire: «Ma allora, se la versione mancante di 20 minuti esistesse, sarebbe conservata sull’Avid!». Ma montare il film su Avid non significa che tutto quel materiale sia stato conservato per sempre. Non era un’epoca in cui ogni singolo elemento di montaggio veniva automaticamente conservato sui server per decenni, e non so se esista ancora del materiale di montaggio Avid della produzione. Questa è una domanda da porre alla University of the Arts London. Lì è conservato l’archivio ufficiale dei documenti, dei materiali di produzione e di altri documenti di mio padre, che coprono tutta la sua carriera, incluso Eyes Wide Shut. Ma a quanto ne so, non esiste alcuna copia del girato Avid del film.
Quindi, anche se 20 minuti fossero stati effettivamente rimossi dopo la sua morte, dubito seriamente che dovremmo aspettarci di trovare oggi da qualche parte un video o una copia digitale, un negativo inutilizzato o qualsiasi altra traccia fisica evidente di quel materiale. Ma l’assenza di tale materiale ha un doppio risvolto: non prova che quei 20 minuti siano mai esistiti.
Onestamente, non posso aggiungere altro. All’epoca non avevo mai sentito parlare di 20 minuti mancanti, non ho mai visto né mi è mai stata mostrata alcuna prova dell’esistenza di una simile sezione e non conosco alcun materiale superstite che lo dimostri.
Non posso dirvi cosa possa essere successo o meno nelle circa trenta ore immediatamente successive alla morte di mio padre; io non ero presente. Ma a meno che non emergano prove concrete – e non considero prove le storie di certe persone che, a mio parere, le inventano a posteriori; spesso le persone vogliono sensazionalizzare il proprio ruolo in una storia, se mai ne hanno avuto uno – la storia secondo cui sarebbero stati tagliati 20 minuti da Eyes Wide Shut dopo la sua morte rimane, a mio avviso, una vera e propria teoria del complotto, non un fatto accertato.
Infine, di una cosa sono certa: se davvero fossero stati sottratti 20 minuti, me ne sarei sicuramente accorta prima o poi. Una volta dissipata la nebbia dell’angoscia, mi sono impegnata a fondo per proteggere il lavoro di mio padre e ho preso questa responsabilità estremamente sul serio.
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Immagine di Carlos Pacheco via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0
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Renovatio 21 saluta Kavinsky, stella della synthwave
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Ecco l’Odissea demo-woke-global-giudaico-massonica
Non è difficile: più il mainstream pompa un prodotto, più quel prodotto è demo-woke-global-giudaico-massonico.
Anche il solito cieco si renderebbe conto che il film che ci sta sfraganando i maroni in questi giorni torna utile, di fatto, a distruggere archetipi, simboli, valori e ideali su cui è nata e si è sviluppata per millenni la cultura occidentale, riscrivendo storia e letteratura in chiave progressista.
Depotenziare l’eroe, banalizzare la patria, le radici, l’amicizia e la fedeltà, in particolare, torna utile, di fatto, a sabotare la formazione dei più giovani che – complice la mirata, progressiva scomparsa degli studi classici – in futuro non disporranno più degli strumenti necessari a distinguere storia (e cultura) dal letame.
Del resto, dal punto di vista storico, poteva andare peggio. Pensate se la nostra amicona, invece che nera, fosse stata trans…
Un’ultima osservazione. Vi siete chiesti chi ha prodotto il film? Facile: l’Universal Picture. E vi siete chiesti di chi è l’Universal Picture? Facile: della NBCUniversal. E vi siete chiesti di chi è l’NBC Universal? Facile: della Comcast. E vi siete chiesti di chi è la Comcast?
Andate a vedere.
Shalom.
Prof. Luca Marini
Articolo previamente apparso su Il futuro è mia nonna
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Immagine: Testa di Ulisse proveniente da un gruppo scultoreo raffigurante Ulisse che acceca Polifemo. Marmo, greco, probabilmente del I secolo d.C. Villa di Tiberio a Sperlonga. Conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Sperlonga.
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine tagliata
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