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«30 milioni di dosi nella spazzatura»: il CEO di Moderna si lamenta al WEF dei vaccini buttati «perché nessuno li vuole»

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Il CEO di Moderna Stéphane Bancel si lamenta di dover «buttare via» 30 milioni di dosi di vaccino contro il COVID-19 perché «nessuno le vuole».

 

«È triste dire che sto buttando 30 milioni di dosi nella spazzatura perché nessuno le vuole. Abbiamo un grosso problema con la domanda», ha detto Bancel a un pubblico al World Economic Forum di Davos ora in corso, aggiungendo che i tentativi di contattare vari governi vedere se qualcuno vuole recuperare i lotti sono stati un totale fallimento.

 

«In questo momento ci sono governi che abbiamo cercato di contattare … attraverso le ambasciate a Washington. Ogni Paese… e nessuno vuole prenderseli».

 

«Il problema in molti Paesi è che le persone non vogliono i vaccini».

 

I commenti di Bancel arrivano pochi giorni dopo che Bloomberg ha riferito che i funzionari sanitari dell’UE vogliono modificare i contratti con Pfizer e altri produttori di vaccini al fine di ridurre le forniture.

 

In una lettera congiunta della Commissione UE è possibile leggere che «alcuni paesi stanno cercando di modificare i cosiddetti accordi di acquisto anticipato firmati con i produttori, poiché la domanda di vaccini diminuisce e i budget sono messi a dura prova dalle ricadute della guerra in Ucraina e dai costi di accoglienza dei rifugiati».

 

«L’adeguamento degli accordi con i fornitori potrebbe garantire agli Stati membri il diritto di “riprogrammare, sospendere o annullare del tutto le consegne di vaccini con una breve durata”, hanno scritto i primi ministri di Estonia, Lettonia e Lituania in una lettera congiunta alla presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen alla fine del mese scorso» scrive la testata economica di Nuova York.

 

Nel frattempo, in una lettera separata il ministero della salute della Bulgaria ha chiesto un «dialogo aperto» con la commissione e le aziende farmaceutiche, sostenendo che l’attuale accordo costringe gli Stati membri ad «acquistare quantità di vaccini di cui non hanno bisogno».

 

Come riportato da Renovatio 21, già dai primi mesi della campagna globale era divenuto chiaro come ad esempio i Paesi africani rifiutassero la vaccinazione COVID. Può darsi che le élite locali spingessero per l’immunizzazione, ma non di certo la popolazione africana, come dimostrano le quantità di dosi donate da Paesi stranieri e programmi vaccinali vari dei Gates rimaste inutilizzate.

 

Prima di Moderna, Stéphane Bancel fu CEO della società francese BioMérieux, posseduta da Alain Merieux, considerato amico personale di Xi Jinping, che visitò il laboratorio BSLM4 di BioMerieux a Lione nel 2014.

 

Secondo quanto appreso, i cinesi avrebbero contattato i francesi per la costruzione del laboratorio di Wuhan, il primo BSL4 del Paese, nel 2004.

 

Il suo progetto, iniziato nel 2003, è stato realizzato in collaborazione con la Francia. Parte del personale dei biolab di Wuhano ha ricevuto una formazione presso il laboratorio P4 Jean Mérieux a Lione. Nel febbraio 2017, il primo ministro francese Bernard Cazeneuve, accompagnato dal ministro francese degli Affari sociali e della salute Marisol Touraine, e Yves Lévy, presidente dell’INSERM, hanno preso parte alla cerimonia di accreditamento del laboratorio a Wuhan.

 

Su un documento datato 2014 della Fondazione Mérieux ancora visibile in rete della Fondazione Merieux è possibile leggere che la crisi dell’Ebola, insieme «alla visita presidenziale cinese a Lione ha reso possibile di accelerare il completamento del laboratorio BSL4 in Cina come parte di una cooperazione sino-francese senza precedenti».

 

Nel 2011, dopo aver lavorato in BioMerieux, il Bancel divenne CEO di Moderna, di cui possiede il 9% delle azioni, che oggi valgono almeno un miliardo.

 

La carriera di Bancel è insomma segnata dal coronavirus: prima nella società che aiuterà i cinesi a costruire il laboratorio di Wuhano, poi nel Massachusetts nella società che per il virus di Wuhano, in teoria, dovrebbe aver trovato il vaccino.

 

 

 

 

 

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Pfizer e Moderna stanno sviluppando il vaccino combinato mRNA Omicron-influenza

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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Pfizer e Moderna stanno sviluppando una combinazione di COVID-19 e iniezione influenzale utilizzando la codifica dell’mRNA per la sottovariante Omicron BA4/BA5 e la nuova codifica dell’mRNA per gli antigeni contenuti nel virus dell’influenza.

 

Poiché il componente COVID-19, che è soggetto all’autorizzazione all’uso di emergenza (EUA), ha fallito negli studi sugli animali e non sono stati segnalati studi sull’uomo, tale componente dovrebbe essere escluso dall’inizio, secondo il dott. Peter A. McCullough.

 

La combinazione del codice genetico sia per la proteina spike SARS-CoV-2 che per le proteine ​​conservate dell’influenza A e B significherebbe l’installazione del codice genetico di lunga durata per molteplici proteine ​​estranee nel corpo umano.

 

La produzione di queste proteine ​​indurrà una risposta immunitaria su più fronti in corso che potrebbe creare effetti collaterali amplificati.

 

La codifica dell’mRNA per l’influenza sarebbe un nuovo prodotto biologico non soggetto a EUA e dovrebbe passare attraverso l’intero ciclo di sviluppo normativo quinquennale per i prodotti biologici genetici.

 

Tuttavia, sembra che le aziende produttrici di vaccini stiano tentando la scorciatoia in questo ciclo di sviluppo combinando il vaccino antinfluenzale non di emergenza con il vaccino EUA COVID-19.

 

 

Megan Redshaw

 

 

 

© 14 novembre 2022, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

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India, farmacia del mondo che punta all’autosufficienza

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Oltre 60 bambini in Gambia sono morti a causa di sciroppi tossici prodotti nell’Haryana, ma un terzo dei medicinali commerciati in tutto il mondo provengono dal subcontinente indiano. Lo sviluppo del settore farmaceutico è stato possibile grazie alla «ingegneria inversa» e ai brevetti di procedimento. Gli indiani vogliono slegarsi dalla Cina anche per la produzione dei principi attivi.

 

 

Il governo indiano ha ordinato un’indagine dopo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha collegato la responsabilità della morte di 66 bambini in Gambia a quattro sciroppi per la tosse prodotti (solo per l’esportazione) da Maiden Pharmaceuticals, che ha sede nello Stato settentrionale dell’Haryana.

 

In base a una dichiarazione di Delhi, l’autorità nazionale di regolamentazione dei farmaci ha cominciato le indagini dopo essere stata contattata dall’OMSil 29 settembre, ma un primo allarme era stato lanciato dalle autorità gambiane a luglio, quando troppi bambini erano stati ricoverati per gravi problemi ai reni.

 

Secondo il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, gli sciroppi avrebbero causato lesioni renali per i livelli «inaccettabili» di tossine nei farmaci.

 

In realtà negli ultimi sette anni almeno sei farmaci prodotti dalla Maiden Pharmaceuticals non rispettavano gli standard di sicurezza ed efficacia necessari alla commercializzazione. Di questi, quattro sono stati trovati non idonei nell’ultimo anno.

 

L’India produce un terzo dei medicinali consumati in tutto il mondo ed è sede di alcune delle ditte farmaceutiche in più rapida crescita. Per capire come si è arrivati a questo punto bisogna tornare indietro agli anni ‘70, quando il governo ha introdotto il Patents Act, una normativa che riconosce i brevetti di procedimento, ma non quelli di prodotto.

 

Ciò significa che le aziende farmaceutiche indiane possono produrre farmaci equivalenti senza essere costrette a pagare royalty ai detentori del brevetto originale. In pochi anni il settore è esploso: se nel 1970 c’erano 2.200 industrie farmaceutiche, nel 1995 erano diventate 24mila. Per soddisfare la domanda di esperti del settore sono persino aumentati i corsi di farmaceutica nelle università indiane.

 

Nel 2021 il mercato farmaceutico indiano, che oggi vale 42 miliardi dollari, ha registrato una crescita del 17,7%: secondo le previsioni potrebbe raggiungere il valore di 65 miliardi di dollari entro il 2024 e addirittura triplicare fino a 120-130 miliardi entro il 2030.

 

Dagli anni ‘90 l’export ha avuto un ruolo centrale: oggi l’India sopperisce alla metà della domanda globale di vaccini, al 40% della richiesta di farmaci generici negli Usa e al 25% di quella britannica. Significa che una pillola su tre ingerita negli Stati Uniti e una su quattro nel Regno Unito sono prodotte in India.

 

La capacità di sviluppare farmaci generici a un prezzo ridotto è dovuta all’altissima disponibilità di manodopera qualificata. Grazie alla «ingegneria inversa» l’India è stata in grado di riprodurre medicinali per l’AIDS (Zidovudine) o il cancro (Imatinib) pochi anni dopo il loro lancio negli Stati Uniti e di ridurre i prezzi di alcuni farmaci fino al 99%, rendendoli disponibili anche per i Paesi a basso reddito, in particolare quelli africani. L’80% degli antiretrovirali per combattere l’HIV in tutto il mondo sono prodotti da ditte indiane.

 

L’India è anche uno dei principali esportatori di vaccini, come la pandemia da COVID-19 ha messo in evidenza: secondo i dati governativi l’India ha fornito oltre 201 milioni di dosi a circa 100 Paesi fino a maggio. Si stima che al 65% dei bambini di tutto il mondo sia stato somministrato almeno un vaccino prodotto dal noto Serum Institute of India (SII), che da aprile a ottobre dell’anno scorso aveva sospeso l’esportazione di vaccini AstraZeneca per soddisfare la domanda interna: solo lo 0,5% della popolazione indiana era vaccinata quando la seconda ondata ha travolto il Paese.

 

Secondo altri punti di vista la vera farmacia del mondo sarebbe la Cina, perché è da questa che l’India importa il 68% (o secondo altre stime l’85%) dei principi attivi che rendono i farmaci efficaci.

 

Qualcosa però ha cominciato a cambiare: grazie a uno schema governativo varato nel 2020 (all’apice delle tensioni al confine con la Cina), da marzo di quest’anno l’India ha cominciato a produrre a livello interno 32 principi attivi in 35 stabilimenti sparsi in tutto il Paese.

 

L’obiettivo di breve periodo è di ridurre la dipendenza dalla Cina del 35% entro la fine del decennio, ma Delhi ha stanziato due miliardi di incentivi per incoraggiare la produzione – da parte di aziende nazionali e straniere – di almeno 53 principi attivi che oggi vengono importati da Pechino.

 

L’obiettivo di lungo termine è quindi la quasi totale autosufficienza di produzione.

 

 

 

Invitiamo i lettori di Renovatio 21 a sostenere con una donazione AsiaNews e le sue campagne.

 

 

 

Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

Immagine di Amit Gupta via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial 2.0 Generic (CC BY-NC 2.0)

 

 

 

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Vaccino mRNA non testato per fermare la trasmissione del virus: Pfizer ammette di fronte agli eurodeputati

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Clamorosa ammissione di Pfizer all’Europarlamento di Strasburgo.

 

Un eurodeputato olandese, Rob Roos, ha chiesto alla responsabile per i mercati internazionali di Pfizer Janine Small se il vaccino fosse testato per fermare la trasmissione del coronavirus.

 

«Il vaccino Pfizer COVID era testato per fermare la trasmissione del virus prima di arrivare sul mercato?» ha chiesto il Roos, parlando in inglese «per evitare malintesi».

 

«In caso contrario, per favore lo dica chiaramente. Se sì invece, siete disposti a condividere i dati con questa commissione?» ha domandato l’eurodeputato alla rappresentante di Pfizer. «E voglio davvero una risposta diretta, sì o no».

 

La risposta ha lasciato basito il mondo, con visibile eco anche presso la stampa americana.

 

 

 

 

«Per quanto riguarda la domanda se sapevamo… dello stop all’immunizzazione prima che arrivasse sul mercato… No! Ahah. Questi, cioè… dovevamo davvero muoverci alla velocità della scienza per capire davvero cosa sta succedendo sul mercato» ha risposto la Small.

 

L’ammissione, piuttosto plateale, dovrebbe avere ripercussioni politiche enormi.

 

«Se non sei vaccinato sei antisociale. Questo è quello che il primo ministro olandese e il ministero della Salute ci hanno detto. Non ti vaccini solo per te stesso, ma anche per gli altri – lo fai per tutta la società. Questo è quello che dicevano. Oggi, ciò è risultato essere una completa sciocchezza» ha commentato l’eurodeputato Roos in un video postato sul suo profilo Twitter.

 

Parlando dell’incredibile ammissione di Pfizer, Roos dice che «ciò rimuove l’intera base legale per i passaporti COVID», che in Italia come noto sono stati declinati con l’appellativo di green pass. «Il passaporto COVID ha portato ad una discriminazione istituzionale massiva, con persone che hanno perso l’accesso a parti essenziali della società. Trovo tutto questo scioccante».

 

«Questo è uno scandalo. Milioni di persone in tutto il mondo si sono sentite costrette a farsi vaccinare dalla favola per cui “lo fai per gli altri”. Ora salta fuori che questa è una bugia a buon mercato» conclude il membro dell’Europarlamento.

 

Nelle scorse settimane fatto clamore il fatto che il CEO di Pfizer Albert Bourla si sia permesso di rifiutare l’invito in Europarlamento mandando in sua vece la signora Small. Si prevedevano domande su un eventuale «accordo segreto» tra il gigante di Big Pharma e l’UE, magari sulla falsariga di altri accordi simili esposti dalla stampa internazionale negli scorsi mesi

 

Un ulteriore scandalo è quello dei messaggini telefonici scambiati tra il Bourla e la presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen, di cui misteriosamente non vi sarebbe più traccia.

 

La relazione intima tra il CEO Pfizer e la von der Leyen era stata notata l’anno scorso dal  New York Times, con Bourla a dire di aver «sviluppato una profonda fiducia, perché siamo entrati in discussioni profonde… conosceva i dettagli sulle varianti, conosceva i dettagli su tutto. Questo ha reso la discussione molto più coinvolta».

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Come riportato da Renovatio 21, per coincidenza, l’Heiko Echter Von der Leyen, il marito dell’Ursula, lavora come direttore medico presso Orgenesis, un’azienda di biotecnologie specializzata in terapie geniche.

 

 

 

 

Immagine screenshot da Twitter

 

 

 

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