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Londra ha il suo primo premier induista. Con origini oscure e mondialiste

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Londra ha il suo primo premier di religione non-cristiana. Rishi Sunak, il nuovo primo ministro britannico, ha passato anni a dire che vive il suo essere induista e indiano (cosa che troviamo non del tutto consona, ma va bene) in modo aperto. Non è esattamente così.

 

Sappiamo con certezza che quando è stato nominato Cancelliere dello Scacchiere – cioè ministro delle Finanze – sotto il governo Johnson, ha giurato non sulla Bibbia ma sulla Baghavad Gita, testo sacro indù.

 

Si tratta dell’uomo più ricco mai divenuto premier, con in linea teorica una fortuna superiore, hanno scritto, superiore a quella di re Carlo III: circa 800 milioni di sterline. Ha sposato la figlia del fondatore del colosso informatico Infosys NR Narayana Murthy, riccherrimo: l’azienda, la seconda società IT più grande in India e la 602ª al mondo secondo Forbes, è capitalizzata per 100 miliardi di dollari.

 

Tuttavia, i racconti che girano ci dicono che lui aveva già fatto fortuna da solo nell’altissima finanza. Sunak –come Draghi Monti e tanti altri – ha lavorato per la banca d’affari Goldman Sachs tra il 2001 e il 2004, nel ruolo di analista. Ha poi lavorato per la società di gestione di hedge fund Children’s Investment Fund Management, diventandone partner nel settembre 2006. Società interessante: un fondo nato con enormi ambizioni filantropiche, donando profitti migliorare la vita dei bambini che vivono in condizioni di povertà nei Paesi in via di sviluppo, cosa che lo ha reso nel tempo uno dei più grandi enti di beneficenza nel Regno Unito. Nell’annus horribilis 2008, il fondo subì perdite per il 43%. Il New York Times nel 2014 riporta che l’hedge fund stava terminando i legami con il suo braccio filantropico. Curiosità: al momento in cui in Italia qualche forza tentava di resistere all’ascesa di Renzi, il Corriere della Sera scrisse che The Children’s Fund era domiciliato nel medesimo edificio dell’hedge fund di Davide Serra, che all’epoca appoggiava il rampante rignanese apparendo anche fisicamente alle Leopolde.

 

Successivamente, avrebbe partecipato con colleghi californiani un nuovo fondo partito con 700 milioni di dollari di asset in gestione, di nome Theleme Partners. La parola «Theleme» richiama l’idea una francesizzazione della parola greca «Thelema», «volontà», un concetto di matrice neotestamentaria di cui si appropriò il noto mago parasatanista inglese Aleister Crowley: ma si tratta forse solo della nostra immaginazione.

 

Il fondo Theleme fu fondato dall’ex ufficiale di marina francese Patrick Degorce, fondatore a sua volta, assieme all’inglese Chris Hohn, di Children’s Fund, dove fu anche lì boss di Sunak. È interessante notare come il Degorce, due volte capo dell’attuale premier britannico, nel 2011 fu uno dei primi investitori in una piccola azienda farmaceutica chiamata Moderna, che all’epoca aveva circa dieci dipendenti. Il fine, disse, era la speranza di curare la moglie malata di cancro. Il 2011 è anche l’anno nel quale entra in Moderna come CEO un altro francese, Stephane Bancel, il quale fino ad allora era stato il CEO di BioMérieux, l’azienda di Lione che avrebbe poi costruito il famoso laboratorio di Wuhano.

 

Ma torniamo alle questioni apparentemente più superficiali, che appassionano i giornali e, con qualche ragione, il popolino subcontinentale.

 

«British Indian è la spunta che metto sul censimento, abbiamo una categoria per questo. Sono completamente britannico, questa è la mia casa e il mio Paese, ma la mia eredità religiosa e culturale è indiana, mia moglie è indiana. Sono aperto sull’essere un indù» aveva detto al Business Standard nel 2015. Il giornale scrive che il giovane finanziere e politico «fa notare, ad esempio, che non mangia carne di manzo “e non è mai stato un problema”».

 

Quindi, lato cultura indiana tutto OK?

 

Gli indiani si sono resi subito conto che qualcosa manca nel racconto dato ai giornali, ed è proprio il caso di parlare di elephant in the room. La casta. È illegale da decenni discriminare riguardo l’origine famigliare in India, tuttavia è impossibile trovare un indiano che non faccia menzione, anche solo come retaggio (nei casi, per esempio, dei convertiti al crisitanesimo, religione anti-casta per eccellenza) della propria storia famigliare.

 

È sospetto, per un indiano, non comunicare apertamente la propria casta. Per cui l’internet indiana è impazzita: di che casta è l’uomo appena divenuto a capo di una potenza nucleare terrestre?

 

L’Indian Herald scrive che potrebbe esserci un errore di spelling: «molti esperti di nomi indù credono che il nome corretto sia Sounak piuttosto che Sunak. In sanscrito, il nome Sunak è tradotto come “cane”, ma Sounak è il nome di un santo della mitologia indù. Sulle piattaforme dei social media, ci sono diverse discussioni sul nome del nuovo Primo Ministro britannico».

 

C’è solo un indizio forte: la ricchissima moglie è una bramina. Proviene, cioè dalla casta più alta, quella da cui in origine venivano i sacerdoti indù. I bramini sono noti per essere molto selettivi, e non solo per i matrimoni, cosa che li espone a non poche critiche di discriminazione da parte di certi indiani di altre caste. L’India è ancora un Paese largamente basato sul matrimonio combinato, che avviene all’interno della stessa casta o addirittura della stessa sotto-casta: tuttavia i love marriage, come li chiamano laggiù, pure esistono nel Paese moderno, e le antiche regole a questi quindi non si applicano.

 

Quindi: se è un bramino, perché lo nasconde? E se non lo è? Non sappiamo: i giornali indiani ammettono di non conoscere la casta del Rishi.

 

Il dubbio che può assalire è che venga da caste più basse, o addirittura da senza-casta, i paria, gli «intoccabili»…

 

Quindi abbiamo già una prima menzogna: non è vero che il neopremier vive apertamente la sua origine etnica, culturale e religiosa, come dice. Non sappiamo nulla di quale tipo di induismo segua, cosa che potrebbe aiutare molto a leggere il suo modo di condurre il Regno nei prossimi mesi o anni.

 

Da un punto di vista occidentale, non ha nulla di cui vergognarsi: nato a Southampton nel 1980, è figlio di un medico e di una farmacista. Entrambe i rami materni e paterni della famiglia vengono dal Punjab, ma attraverso l’Africa, dove i genitori sono cresciuti nelle Colonie e Protettorati britannici in Kenya e Tanganica (oggi Tanzania): fedeli servitori indiani della corona di Londra.

 

Tuttavia, da un punto di vista indiano, c’è questo buco piuttosto significativo. La casta mai rivelata.

 

Non è la sola cosa che ci dà da pensare. Renovatio 21 vuole dirigere l’attenzione dei suoi lettori su un altro dettaglio che pochi altri vi faranno notare.

 

Il Sunak ha studiato a Oxford, come possiamo immaginare, e poi a Stanford, in California, come può capitare con i papaveri della sua generazione, da Chelsea Clinton in giù. Ma è interessante sapere che nella prestigiosa università privata della Silicon Valley Rishi è arrivato con una borsa di studio Fulbright.

 

Il Fulbright program è un enorme piano di borse di studio di cui posson beneficiare studenti di tutto il mondo. Una sorta di sistema di scambio culturale concepito su scala globale. Il fondatore del programma è il senatore americano James William Fulbright (1905-1995), considerato dai critici come «il Mahatma dei socialisti ed internazionalisti americani». Il Fulbright fu poi con ogni evidenza mentore e protettore di un astro politico nascente proveniente dal suo stesso stato, l’Arkansas: Bill Clinton.

 

In molti vedono nella dottrina Clinton, che qualcuno ribattezzò come «l’Ulivo mondiale», una diligente continuazione del pensiero politico mondiale di Fulbright. E proprio per facilitare il raggiungimento di siffatte mete globaliste, è evidentemente stato costituito questo fondo miliardario che promuove studenti da tutto il mondo, compresa certamente l’Italia, dove è attiva la U.S.-Italy Fulbright Commission, ente bilaterale che è emanazione del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America (cioè il Ministero degli Esteri statunitense, che svolge, oltre che compiti di assistenza agli americani espatriati anche precisi compiti di Intelligence presso i paesi stranieri) e della Direzione generale per la promozione del sistema paese del Ministero degli Affari Esteri italiano.

 

È molto istruttivo gettare uno sguardo sulla lista dei borsisti italiani. Vi sono, tra gli altri, l’ex primo ministro socialista Giuliano Amato, l’ex primo ministro Lamberto Dini, l’economista ex membro del comitato esecutivo della BCE Lorenzo Bini Smaghi, l’ex divulgatrice ateista Margherita Hack, il banchiere ex ministro Corrado Passera, il potente diplomatico Umberto Vattani, la deputata montian-piddina Irene Tinagli, il giornalista americanista Gianni Riotta,  il bestsellerista Umberto Eco, lo storico dell’ebraismo Paolo Bernardini, il giornalista affiliato alla Loggia Massonica P2 Roberto Gervaso, l’ex deputato catto-montiano Pier Luigi Gigli, il banchiere ex ministro Corrado Passera, e ancora Marcello Pera, Federico Zeri, Lamberto Dini . Nel listone, tra i nomi inaspettati come quelli dell’artista Mimmo Rotella o del Nobel Carlo Rubbia, scorgiamo anche il nome del professore Ugo Mattei.

 

Sulla Fulbright, questa borsa di studio che aiuta gli studenti ad avere una maggiore consapevolezza del contesto globale, nessuno ha fatto davvero qualche pensiero cattivo – questo a differenza della borsa di studio Rhodes, un programma simile, si sprecano i commenti, compreso quello di Mel Gibson che nel 1995 dichiarò alla rivista Playboy che essa era solo un veicolo per imporre «un nuovo ordine mondiale» di stampo marxista.

 

Eppure, da qualche parte, ad un certo punto, qualcuno avanzò l’idea che anche il fine del programma Fulbright non fosse completamente innocente. A far suonare il campanello d’allarme fu – guarda caso – proprio il paese che più di tutti ebbe attriti, finanche bellici, con l’«Ulivo mondiale» retto dal fulbrightiano Clinton: la Yugoslavia.

 

Nell’aprile 1995 compare presso il quotidiano di Belgrado Politika Ekspres un articolo dal titolo «Il Network Fulbright – la Fondazione Scientifica Americana come sponsor di una guerra speciale contro la Repubblica Federale di Yugoslavia». L’occhiello è ancora più chiaro: «Un corso di spie». Nel pezzo l’autore, tale A. Vojvodić rileva come i servizi segreti yugoslavi sapessero dall’inizio che il programma Fulbright fosse un «affare dubbio» e che gli agenti di Belgrado «tentarono di dimostrare agli organi competenti dello Stato che tra gli studenti Fulbright vi fossero alcuni che poi vennero indottrinati con la politica Occidentale e con la filosofia del Nuovo Ordine Mondiale».

 

Anche l’allora direttore dei Servizi yugoslavi Obren Đorđević (1927-1997) in un testo uscito in Yugoslavia nel 1986 e chiamato Leksikon bezbednosti («Lessico della sicurezza») metteva in guardia contro i «possibili rischi e abusi» del programma Fulbright. Il quotidiano yugoslavo prosegue con una lista di studenti Fulbright: vi sono, oltre che poeti e sociologi, anche diversi fisici nucleari e ingegneri di tecnologia militare. Vi sono, anche qui, scrittori, registi, direttori di museo, storici, politici.

 

«La loro intelligenza sociale può essere usata molto più efficacemente nel loro stesso paese [in questo caso, La Repubblica socialista federale di Yugoslavia, ndr] specialmente quando essi non abbiano cambiato il proprio impegno politico» dice Vojdović, disegnando così un vero e proprio quadro di infiltrazione: persone che continuano a dirsi socialiste (o cattoliche…) ma in realtà perseguono un’altra agenda.

 

Si dirà, quella dei Serbi era una tardiva paranoia da Guerra Fredda, una reazione americanofoba stressata dai bombardamenti.

 

Questo è certamente un modo di vederlo. I serbi, come Putin, so’ pazzi – è un pattern psicologico slavo, eccerto.

 

Poi però, ti sale alla mente un film di Roman Polanski, Ghost Writer, dove tutto un oscuro network americano viene svelato dietro ad un problematico primo ministro britannico, che di fatto ne è solo una marionetta nemmeno troppo consapevole.

 

La pellicola, come il romanzo di Robert Harris da cui era tratta, sembra indicare senza far nomi un caso preciso, che con ogni evidenza potrebbe essere quello del premier che appoggiò le guerre americane in Iraq e in Afghanistan.

 

Ora la guerra che Albione deve appoggiare, o financo provocare, non è contro Paesi islamici del Terzo Mondo: è contro la prima superpotenza nucleare globale, la Russia. Un antico nemico di Londra

 

Il lettore può capire, ora, perché l’oscuro induista sia stato piazzato lì. E, probabilmente, cosa farà: magari un diluvio di fiamme termonucleari sul mondo non è nemmeno incompatibile con un suo eventuale credo shivaita, ma della sua religione, contrariamente a quanto dice lui e a quanto ripetono i giornali, non sappiamo nulla.

 

Ci viene in mente uno strano racconto della storia recente, quello del fisico atomico Robert Oppenheimer, che assistette alla prima esplosione atomica della storia ad Alamogordo, nel Nuovo Messico.

 

Davanti alla visione della potenza dell’atomo, dice Oppenheimer, gli spettatori reagirono in vari modi.

 

«Sapevamo che il mondo non sarebbe stato lo stesso. Alcune persone ridevano, alcune persone piangevano, la maggior parte delle persone rimaneva in silenzio. Ho ricordato il verso delle scritture indù, la Bhagavad-Gita. Vishnu sta cercando di persuadere il principe che dovrebbe fare il suo dovere e per impressionarlo assume la sua forma multi-armata e dice: “Ora, sono diventato la Morte, il distruttore di mondi”. Suppongo che tutti lo pensassimo in un modo o nell’altro».

 

Coincidenza: Sunak, come avete letto sopra, ha giurato proprio sulla Bhagavad-Gita.

 

Pregate il Dio della Bibbia che quel verso induista ricordato da Oppenheimer non si realizzi sopra le vostre città. Perché non è escluso che Sunak lo abbiano messo lì proprio per quello.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Immagine di HM Treasury via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-ND 2.0)

 

 

 

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Il Pentagono innalza il livello di allerta per lo spionaggio israeliano

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La Defense Intelligence Agency (DIA) del Pentagono ha innalzato al massimo livello l’allerta per lo spionaggio israeliano, in un contesto di crescenti tensioni tra Iran e Libano. Lo riportano NBC News e New York Times.

 

Secondo la NBC, la valutazione, diffusa internamente nelle scorse settimane, comprende un documento di sette pagine e un grafico che classifica le capacità di Israele in materia di raccolta di informazioni, sia umane che tecniche, come «critiche».

 

Secondo il New York Times, tra i funzionari presi di mira figuravano Steve Witkoff, il principale negoziatore del presidente Donald Trump nei colloqui con l’Iran, Elbridge Colby, il più alto funzionario del Pentagono responsabile delle politiche internazionali recentemente al centro di polemiche per supposti dissidi col Vaticano, e uno dei suoi principali vice, Michael DiMino.

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Secondo quanto riportato da NBC e dal NYT, che citano alcune fonti, i funzionari del controspionaggio statunitense sono sempre più preoccupati per le attività di spionaggio israeliane dirette contro gli Stati Uniti, compresi i tentativi di ottenere informazioni sulle deliberazioni dell’amministrazione Trump riguardo a Iran e Libano. La valutazione cita anche diversi episodi specifici, sebbene le fonti si siano rifiutate di identificarli.

 

Secondo quanto si apprende, personale della difesa statunitense operante in Israele ha scoperto che sui propri smartphone personali erano stati installati clandestinamente software spia capaci di intercettare ogni forma di comunicazione. Il rapporto della DIA cita anche tentativi passati avvenuti tra il 2021 e il 2025, tra cui il posizionamento di microspie presso i quartier generali della DIA e il tentativo dello Shin Bet di installare un dispositivo d’ascolto su un veicolo del Secret Service americano.

 

L’aggressività con cui i servizi segreti israeliani hanno sorvegliato alti funzionari statunitensi dall’inizio del secondo mandato di Trump è stata «senza precedenti», ha dichiarato un alto funzionario, secondo quanto riportato dal quotidiano neoeboraceno.

 

Sebbene lo spionaggio tra alleati sia comune, il rapporto afferma che le recenti attività di Israele sono andate oltre quanto ci si aspetterebbe normalmente, portando a un innalzamento del livello di minaccia.

 

Il Pentagono si è rifiutato di commentare. Un funzionario della Casa Bianca ha dichiarato alla NBC che «l’intera storia è falsa», mentre un portavoce dell’ambasciata israeliana a Washington ha liquidato il rapporto come «politicamente motivato» e ha insistito sul fatto che le attività di intelligence israeliane «sono dirette contro i suoi nemici, non contro i suoi alleati».

 

Ciò avviene in un contesto di crescenti tensioni tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a proposito dell’Iran e delle operazioni militari israeliane in Libano.

 

Nonostante il fragile cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran raggiunto all’inizio di aprile e prorogato l’8 maggio, i negoziati su un accordo più ampio rimangono in una fase di stallo a causa del programma nucleare iraniano, con Israele che mette pubblicamente in discussione l’iniziativa diplomatica di Trump e Netanyahu che auspica una nuova azione militare.

 

Allo stesso tempo, Israele ha intensificato le operazioni in Libano, dove a marzo ha lanciato un’operazione militare contro il movimento Hezbollah, allineato con l’Iran. All’inizio di questa settimana, Trump ha confermato le indiscrezioni secondo cui avrebbe definito Netanyahu «fottutamente pazzo» durante un’accesa conversazione telefonica sulle azioni di Israele in Libano.

 

«Sì, l’ho fatto», ha detto Trump quando gli è stato chiesto dello scambio di battute durante il podcast «Pod Force One» del New York Post. «Ero un po’ infastidito dai suoi continui litigi con il Libano».

 

Precedenti indiscrezioni suggeriscono che Trump abbia accusato Netanyahu di compromettere i negoziati tra Stati Uniti e Iran continuando l’operazione in Libano.

 

Lunedì Trump ha dichiarato che sia il leader israeliano che Hezbollah avevano concordato una tregua, e mercoledì il Dipartimento di Stato americano ha annunciato che Israele e Libano avevano concordato di attuare un cessate il fuoco subordinato alla «cessazione completa» degli attacchi di Hezbollah e al ritiro dei combattenti dal settore del Litani meridionale.

 

Nonostante gli annunci, le ostilità sono continuate questa settimana, con attacchi israeliani nel Libano meridionale e orientale che giovedì hanno causato morti e feriti tra i civili, secondo le autorità sanitarie libanesi. L’Iran aveva precedentemente affermato che non avrebbe accettato un accordo definitivo con gli Stati Uniti a meno che l’accordo non includesse anche la questione del Libano, e aveva avvertito che avrebbe abbandonato i negoziati se gli attacchi israeliani fossero continuati.

 

La notizia, controintuitivamente, arriva proprio mentre il Congresso si prepara a lanciare una legge che fonda per quanto possibile dati di esercito e Intelligence americani con la controparte israeliana.

 

È arcinota la storia, invero catastrofica, dello spionaggio israeliano ai danni degli USA.

 

Nel 1985 si ebbe il caso Il caso Jonathan Pollard, l’analista dell’Intelligence della Marina statunitense, Jonathan Pollard arrestato per aver venduto a Israele migliaia di documenti top-secret. Pollard scontato 30 anni di prigione negli Stati Uniti prima di essere rilasciato e trasferirsi in Israele, dove è stato ricevuto come un eroe e da dove ancora oggi lancia farneticanti minacce contro gli USA. Secondo alcuni, i segreti rubati da Pollard furono venduti da Israele all’URSS per ottenere in cambio il permesso degli ebrei russi di fare alyah, cioè di immigrare nello Stato Giudaico.

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Vi è stato poi lo scandalo AIPAC (2004-2005): Lawrence Franklin, un funzionario civile del Dipartimento della Difesa USA per l’area dell’Iran, fu indagato dall’FBI per aver trasmesso informazioni riservate a membri dell’AIPAC (il principale gruppo di lobby filoisraeliano negli USA), i quali le avevano poi girate a diplomatici israeliani.

 

Nel 2019 si parlò dispositivi israeliani vicino alla Casa Bianca: sotto la prima presidenza Trump, le agenzie federali rilevarono la presenza di piccoli device di intercettazione cellulare (noti come StingRays) piazzati vicino alla Casa Bianca e in altri punti sensibili di Washington, la cui responsabilità venne attribuita ai servizi israeliani.

 

C’è un detto nel mondo dell’Intelligence USA: «There are friendly countries, there are no friendly Intelligence services»: ci sono Paesi amici, ma non ci sono servizi segreti amici. Ciò è particolarmente vero per Israele, la cui amicizia di superficie con gli USA è in evidente difficoltà, al punto che già si parla di un pivot dello Stato Ebraico verso l’India come grande Paese nucleare protettore.

 

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Immagine di Tyler Merbler via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic

 

 

 

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L’UE sta spingendo l’Armenia ad espellere la Chiesa ortodossa russa: parlano i servizi esteri russi SVR

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LUnione Europea starebbe esercitando pressioni sull’Armenia affinché espella la Chiesa ortodossa russa (ROC) dal Paese, come condizione preliminare per l’integrazione nell’UE. Lo afferma il servizio di Intelligence estera russo (SVR).   In una dichiarazione rilasciata mercoledì, la SVR ha affermato che i funzionari dell’UE hanno posto la rottura dei legami religiosi con Mosca come condizione per un avvicinamento all’Occidente, una politica che, a suo dire, è perseguita dal primo ministro armeno Nikol Pashinyan.   La nazione senza sbocco sul mare mantiene stretti legami economici con la Russia e ospita una delle poche basi militari di Mosca all’estero. Domenica si terranno le elezioni per il nuovo parlamento. I critici di Pashinyan hanno avvertito che sta conducendo l’Armenia su una strada simile a quella percorsa dall’Ucraina dopo il colpo di stato del 2014 appoggiato dall’Occidente. Una delle politiche distintive di Kiev è stata la repressione della Chiesa ortodossa ucraina, che le autorità accusano di promuovere gli interessi russi.

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Il panorama religioso dell’Armenia differisce da quello dell’Ucraina. L’istituzione religiosa dominante nel Paese è la Chiesa apostolica armena, un’antica denominazione che si separò dal cristianesimo tradizionale nel V secolo, secoli prima del Grande Scisma tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa.   La Chiesa ortodossa russa (ROC) non riconosce la Chiesa armena come canonica, ma la considera una stretta alleata cristiana con tradizioni e obiettivi comuni. La ROC mantiene una propria diocesi in Armenia, che comprende cinque chiese parrocchiali, un monastero e due cappelle militari.   Nel suo rapporto, l’SVR ha fatto riferimento a una dichiarazione di maggio di due ONG con sede in Armenia che accusavano un sacerdote ROC di aver influenzato le imminenti elezioni attraverso i suoi sermoni, compresi quelli pronunciati in una chiesa all’interno della base militare russa di Gyumri. L’agenzia ha affermato che le accuse fanno parte di una campagna orchestrata da Bruxelles e che agenti dell’UE «stanno attualmente fabbricando prove compromettenti» per diffamare altri membri del clero russo.   Il governo di Pashinyan fu scosso da proteste di massa nel 2024 e nel 2025, quando i critici, tra cui figure di spicco della Chiesa apostolica armena, lo hanno accusato di aver tradito gli interessi nazionali nella gestione della risoluzione del conflitto con il vicino Azerbaigian. Il primo ministro, a sua volta, aveva accusato i suoi oppositori di aver ordito un colpo di Stato e aveva avviatoprocedimenti giudiziari contro i presunti organizzatori, tra cui diversi membri del clero.

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Immagine di Marie Avetisyan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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La «Power Elite», i fratelli Dulles, Mills e la guerra senza fine

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Il sociologo C. Wright Mills (1916-1962) diede alle stampe nel 1956 il suo lavoro più importante dal titolo The Power Elite. Nel testo descriveva che chi comanda negli Stati Uniti sono quelle persone che gestiscono lo «strategic command post» cioè i posti di comando strategici delle grosse società, dell’apparato dello Stato e dell’industria militare.

 

Questi gruppi di persone dominanti erano emersi dal loro profondo interesse reciproco nella condizione di economia di guerra permanente e si scambiavano i ruoli di comando oltre a condividere gli stessi club e le stesse scuole per i figli. Mills aveva soprannominato questa sincronia sociale e professionale «La fratellanza dei vincenti».

 

Mills descrive in dettaglio ciò che stava accadendo nel complesso all’interno della società americana. Con l’avvento della Seconda Guerra Mondiale, i leader delle grandi corporation americane, secondo l’autore strettamente legati con il governo federale americano, ricostituirono in quel momento storico quello che i latini avevano chiamato Primus inter pares. Scrive Mills: «La tendenza di lungo periodo del mondo del business e del governo nel diventare sempre più inestricabilmente coinvolti aveva raggiunto un nuovo livello di manifestazione esplicita. I due non potevano più essere visti come due mondi separati.» 

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Il compito cruciale per unificare le élite del potere ricadde su dei segmenti selezionati della gerarchia delle corporation americane: gli avvocati di Wall Street e i professionisti finanziari delle grandi banche. In breve questi prescelti divennero particolari esseri mutanti in grado di adattarsi serenamente tra ambienti diversi come le suite di Manhattan e le stanze dei bottoni di Washington. All’epoca ancora sconosciuti al grande pubblico, questi capaci esecutori del potere, spesso nell’ombra e raramente compresi, diedero vita a quella che Mills chiamò l’élite invisibile, con delle conseguenze enormi nelle vite degli uomini ordinari. Quando l’autore scrisse questo testo si riferiva senza dubbio ai fratelli John Foster (1888-1959) e Allen Dulles (1893-1969). 

 

Racconta David Talbot nella sua opera The Devil’s Chessboard che Mills inizialmente non venne accolto per le sue idee né dalla destra americana ma neanche dalla sinistra. Anzi si ritrovò in aperta polemica con Arthur Schlesinger jr. (1917-2007), storico, personalità pubblica, intellettuale di punta dei liberali nel dopoguerra americano, consulente per entrambi i Kennedy. Mentre Mills lo indicava come la punta di diamante degli intellettuali compromessi con il governo, Schlesinger a sua volta ridimensionava il suo lavoro come una semplice attività polemica con lo scopo di aizzare le masse. 

 

Mills morì giovane e non fece in tempo a vedere il suo lavoro diventare successivamente parte fondamentale della nuova ondata liberale in arrivo. Lui si definiva un politico senza partito ma senza rendersi conto che stava partecipando alla creazione di una nuova generazione di radicali e rivoluzionari che avrebbero definito gli anni a venire. Fidel Castro e Che Guevara avevano una copia di The Power Elite con loro mentre portavano avanti la loro guerrilla a oltranza nella Sierra Maestra cubana. Tom Hayden, fece man bassa delle idee di Mills mentre scriveva, con il collettivo Students for Democratic Society, il testo che divenne il documento fondante della nuova sinistra americana, il Port Huron Statement. Nell’ondata che travolse l’America e il mondo intero degli anni sessanta fino al culmine del Sessantotto, la CIA identificò Mills come una delle principali minacce intellettuali all’ordine stabilito. 

 

Nelle pagine più appassionate dell’opera del sociologo americano, si poteva cogliere tutta la sua paura per la crescente minaccia nucleare emblematica del periodo post WWII e soprattutto della gestione del 34° presidente degli Stati Uniti Dwight David «Ike» Eisenhower (1890-1969). La situazione per cui si erano venute a creare le condizioni di capacità di utilizzo di strumenti dall’altissimo tasso di violenza e parallelamente la totale mancanza di controllo da parte di un governo democratico, divenne la parte fondante del grido di accusa dell’autore. Uno dei passaggi finali dell’opera descrive perfettamente la posizione del ricercatore: 

 

«Gli uomini delle cerchie più elevate non sono uomini di rappresentanza; la loro posizione non è la risultanza di una elevata virtù morale; il loro favoloso successo non è connesso ad una abilità meritocratica (…) Questi uomini non sono formati da partiti politici che dibattono apertamente e chiaramente su problemi che la nazione al giorno d’oggi confronta in maniera così povera d’intelligenza. (…) Questi comandanti di un potere ineguagliato nella storia umana sono riusciti a compiere la realizzazione di un irresponsabilità organizzata».

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Scrive Talbot che Franklin Delano Roosevelt (1882-1945) fosse assolutamente a conoscenza del forte legame creato tra finanza e governo ma che con la devastazione della crisi del 1929 e il successivo New Deal si fosse riusciti ad aumentare i controlli. La burocrazia del New Deal di cui John Foster Dulles ebbe a lamentarsi pubblicamente, creò nuovi centri di controllo che sfidavano i centri di potere plutocratici. La militarizzazione del governo venutasi a creare con la seconda guerra mondiale però diede nuovamente gli strumenti per dissolvere gli impedimenti e riaprono la porta al ritorno al potere delle elites finanziarie e industriali americane. 

 

Durante il governo Eisenhower i fratelli Dulles ottennero finalmente totale libertà di azione sotto l’egida della difesa del mondo dal comunismo, impartendo ordini e lezioni grazie al brutale potere nucleare che rappresentavano. Anche nel momento di massima esposizione quando John Foster si ritrovava essere segretario di Stato e Allen direttore della CIA mantennero sempre salda la bussola della rappresentazione dei loro interessi economici e dei loro clienti alla Sullivan & Cromwell, ancora oggi tra i primi cinque studi legali Profit Per Equity Partner (PPEP) al mondo. 

 

L’inizio dell’epoca della Guerra Fredda rappresentò un periodo di eccezionale libertà operativa dovuta anche alla forma unica della situazione politica che si stava vivendo in quegli anni. Per la prima volta nella storia americana, gli uomini al comando parlavano di un emergenza senza una fine. Scriveva Mills: «questi uomini sono dei realisti estremi: nel nome del realismo sono riusciti a costruire la realtà che più gli andava a genio».

 

Marco Dolcetta Capuzzo

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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