Pensiero
Purgatori e le cospirazioni socialmente accettabili
È morto Andrea Purgatori, giornalista d’inchiesta piuttosto noto tra TV e stampa mainstream. Aveva settant’anni, e praticamente mezzo secolo di reportage alle spalle.
Ora, che sia chiaro: non parleremo qui delle cause della morte, sulla quale si è scatenato, per usare le parole della testata Open lo «sciacallaggio no-vax»: insomma la solita ridda di commenti dopo i decessi repentini di gente famosa, con tanti che lanciano accuse nei confronti di determinati procedimenti medici, un fenomeno inevitabile del popolo non greenpassato che ora tante testate, Libero incluso, definiscono «orrore» – senza spiegare altro.
Per una volta, ci facciamo andare benissimo la formula che stiamo leggendo dappertutto: Purgatori è morto a causa di «una malattia fulminante». Sono le esatte parole ripetute nei loro articoli online il Corriere della Sera, il Messaggero, la Gazzetta dello Sport, il Riformista, La Stampa, Fanpage, Il Tempo, il Quotidiano Nazionale, l’Unità, il Sussidiario. Va bene così. Tanto più che ora ci sarebbero due indagati per omicidio colposo dopo la denuncia sporta dalla famiglia.
Renovatio 21 aveva parlato di Purgatori qualche mese fa. In una delle sue belle, lunghissime trasmissioni su La7, dove la nostalgia per i vecchi misteri italici si tagliava con il coltello per spalmarla su panini per over 50, aveva intercettato un piccolo grande scoop: la sorella di Mino Pecorelli – un uomo la cui morte è uno dei tanti enigmi dell’Italia repubblicana – aveva dichiarato che Papa Luciani sarebbe morto nel giorno in cui gli fu consegnata la lista dei cardinali massoni, la celeberrima, appunto, «lista Pecorelli».
Si tratta di una rivelazione immensa, che andrebbe tutta verificata, perché magari alcune date non coincidono, ma non importa: la fonte regge, il possibile disegno che vi sta dietro pure chiama l’attenzione.
Il sottobosco catto-conservatore non se ne accorse nemmeno: è fatto di una mistura di perdigiorno, imbecilli, ragazzini che si battono il petto gorillescamente, persone problematiche, più l’immancabile contorno di nerd liturgici. Purgatori, per l’informazione cattolica, aveva fatto più che tutto la rete del catto-universo con i suoi blog, newsletter e social (perché non bannano mai chi dice cose perfettamente inutili, cioè utili al mantenimento delle nicchie previste dall’establishment).
Diciamo pure che avevamo messo in cantiere, con qualche appunto critico, un articolo su un’altra mega-trasmissione di Purgatori delle scorse settimane, dove andava ad inoltrarsi nella notte più profonda (stricto sensu) parlando del Mostro di Firenze e l’eversione nera.
Era un volto TV a suo modo notissimo, finanche definibile «di culto»: infatti aveva partecipato, mettendoci la testa e anche la faccia, a opere di Corrado Guzzanti come Il caso Scafroglia, finendo quindi nello sketch, poi divenuto per qualche ragione film, Fascisti su Marte, dove interpretava il camerata Fecchia, giunto anch’egli sul «rosso pianeta bolscevico e traditor». I fan di Boris, altra serie di culto, lo ricordano in vari episodi.
La quantità di trasmissioni RAI da lui realizzate è impressionante, come pure la consistenza con cui ha fatto programmi per La7, comparendo infine anche sulla docu-serie Netflix Vatican Girl, su Manuela Orlandi. Tuttavia va ricordato anche per la carriera cinematografica: Purgatori è stato membro dell’Accademia del Cinema Italiano e dell’Accademia Europea del Cinema, posizione meritatasi probabilmente per i film con Marcello Avallone (come l’horror Spettri del 1986, dove la scoperta di una necropoli antica sotto Roma porta maledizioni a go-go), per il film di Michele Placido su Vallanzasca (dal quale, però, aveva tolto la firma) e soprattutto per Il Muro di Gomma (1991) di Marco Risi (figlio del leggendario Dino Risi e fratello del Claudio Risi de I ragazzi della Terza C) che in pratica racconta la sua vicenda di cronista del Corriere della Sera durante gli anni di indagini sul caso Ustica.
Piccola digressione biografica, forse necessaria: ricordo bene, nei primissimi anni del liceo, che ci portarono a vederlo: tutta la scuola, nel cinema accanto, che era un vero teatro, una sala ancora grandissima, ancora non colpita dalla fissione multisala. Ricordo che del film non ricordo nulla: un protagonista giovane con il capello fastidioso che andava forte in certi filmetti impegnatini di quegli anni (l’attore e cineasta Corso Salani, 1967-2010) e basta. Mi sembra di rammentare ad un certo passai al bagno, dove con un gruppetto interclasse si fumava e si parlava, si sparlava, con estrema probabilità di ragazze.
(Mi sento ingrato rispetto al dono che il mondo trenta anni fa poteva farmi: un film, in pellicola 35 millimetri, su un grande teatro, insieme a quasi un migliaio di compagni – ognuno di questi elementi oggi è una rarità infinita, di cui scrivendo sento di avere nostalgia).
Il fatto è che il film su Ustica, per qualche motivo, anche agli adolescenti semplici, come lo ero io (abbastanza), pareva qualcosa di imposto, di inflitto. Di Ustica avevo sentito parlare infinite volte dai Telegiornali delle otto (magari con la voce bassa e suadente dell’indimenticato Paolo Frajese, lo zio del medico idolo no-vaxo) e, sì, mi ero fatto l’idea che si trattava di un mistero di cui non se ne veniva a capo – era l’ennesimo che la mia mente, pur in apparenza disinteressata, annotava. Ho iniziato a leggere i giornali molto precocemente, e la lista di enigmi di sangue alla quale ero sottoposto ancora minorenne – bombe nelle piazze, nelle stazioni, serial killer anche dietro casa (letteralmente), terrorismo, incidenti di navi, aerei, treni – già intasava tanti cassetti dentro di me, spesso senza che lo sapessi.
Più avanti, avrei realizzato che forse era proprio quello il fine: sovraccaricarmi, di modo da sfibrare la mia morale e mollare, qualora ne avessi, ogni ambizione di comprensione della realtà: dedicati ad altro, alle sigarette e alle ragazze, appunto – magari ad attendere il sabato sera con i primi festini alcolici. Bacci, Tabacci venerisque. È la saggezza antica, tutta romana, di chi mi stava narcotizzando offrendomi in orario di scuola dell’obbligo pure panem et cinemam. E potevo pure rifiutare, infilandomi in bagno con il gruppetto dei discoli, bastava che pensassi ad altro.
Sono passate decadi, e dopo aver scritto tre o quattro libri e messo in piedi Renovatio 21 (con la quantità di conferenza in giro per l’Italia degli anni prepandemici), non posso dire che in seguito io non mi sia interessato di misteri e trame oscure.
Tuttavia, l’effetto che mi fa tutto il film su Ustica di Purgatori, e tutta la narrazione intorno è lo stesso: un senso automatico di rifiuto.
C’è da chiedersi perché: in fondo, il giornalismo d’inchiesta, ritengo, è una delle cose più belle del mondo. E qualcuno che si inoltra nel mistero, nella terra incognita, nell’avventura extra-ordinaria, è, per definizione congiunta di Carl Gustav Jung e Joseph Campbell, un «eroe».
E allora perché non provo passione?
Leggo Wikipedia: Purgatori, che aveva il tesserino di giornalista professionista a poco più di vent’anni e pure un Master alla Columbia University di Nuova York (Ivy League…), si occupava di terrorismo nazionale ed internazionale, di stragismo vario, del caso Moro, dei delitti della mafia, veniva inviato in guerra in Libano, in Iraq-Iran, in Palestina, in Tunisia, in Algeria. Tutti temi che mi interessano grandemente. Eppure non ricordo niente di quello che ha scritto in merito.
In una delle sue ultime trasmissioni, quella su Pecorelli e papa Luciani, l’ho sentito raccontare una cosa illuminante: diceva che quando stava al Corriere della Sera (poco più che ventenne!) e il giovedì arrivava OP, la rivista di Pecorelli strapiena di informazioni incredibili pescate chissà come, lo sentiva come un colpo. In pratica, anche il giovane giornalista che si occupa di piste oscure comprendeva che c’era un livello che il suo lavoro avrebbe dovuto raccontare ma al quale lui non poteva attingere. Ad inizio della puntata, raccontava, come rivendicando una qualche prossimità con il centro della storia, che la sera che ammazzarono Pecorelli lui, per un caso della vita, stava in una pizzeria lì vicino.
È possibile, mi chiedo, comprendere la realtà se si appartiene all’establishment? È possibile scavare fino alla verità se si lavora per un grande giornale? Quando Purgatori ci lavorava, il Corriere della Sera era lì lì per esplodere a causa delle infiltrazioni massoniche ai vertici – la P2 di Licio Gelli, forse l’unica Loggia che davvero è emersa e ha pagato (lo ricordava lo stesso Purgatori con Padellaro in una delle sue ultime trasmissioni).
All’epoca chi voleva andare a fondo delle questioni e delineare il quadro generale sottostante alla realtà repubblicana, con i suoi mandanti democratici, cristiani, comunisti, nazionali ed internazionali, non veniva chiamato «complottista», ma, nel gergo dei giornali di quel tempo, «pistarolo».
Immagino che anche per i più aperti ai pistaroli sarebbe stato difficile sentirsi dire da uno: sai, c’è un tizio che vende materassi fuori Roma, è a capo di una setta segreta che conta i vertici della Repubblica, 119 alti ufficiali tra esercito, Guardia di Finanza, Arma dei carabinieri, 22 dirigenti di Polizia, 59 parlamentari, un giudice costituzionale, 8 direttori di giornali, 4 editori, 22 giornalisti imprenditori, l’imitatore più famoso, il principe erede al trono d’Italia, direttori di giornali, eroi della Resistenza, un cantante celeberrimo, banchieri, medici, faccendieri, editori, tutti i capi dei servizi segreti italiani… E questo signore dei materassi parrebbe avere un potere che va al di là della semplice influenza anche in Sudamerica, in Argentina, in Uruguay, in Brasile… e pensati che per i suoi complotti incontra i suoi iniziati in Autogrill, dove tra un panino «fattoria» e una spremuta decide le sorti delle nostra Nazione e pure di altre (questa dell’Autogrill l’ho letta nel libro di Gianfranco Piazzesi Gelli la carriera di un eroe di questa Italia, 1983).
Ecco, il Gelli i tanti giornalisti d’inchiesta di quegli anni non l’hanno visto arrivare (o forse, qualcosa sapevano, ma non potevano dire nulla, perché lo stipendio, perché la carriera). Nessuno, quanto pare, capiva il potere della massoneria sulla società italiana.
Nessuno, a meno che non avesse letto Il problema dell’ora presente di monsignor Henri De Lassus. Un testo di più di un secolo fa, dove però, come in tanti libri della tradizione cattolica, le cose erano raccontate con precisione profetica. L’infiltrazione della massoneria nella società, il suo vero scopo, i contenuti delle sue azioni… sono cose che non sorprendono il tradizionista, quello combattuto dal mainstream anche oggi come bigotto, razzista, omofobo, «complottista» – insomma uno da escludere dalla vita sociale e pure da quella social.
Sto cercando di dire: ci sono cospirazioni sul quale hanno lasciato, in apparenza la briglia sciolta. Ustica, Piazza Fontana, Agca, Emanuela Orlandi, il Mostro di Firenze, Ilaria Alpi… ettolitri di inchiostro spalmati in oltre mezzo secolo, servizi TV, libri, pellicole cinematografiche (magari realizzate con il contributo finanziario dello Stato), fiction per il pubblico bovino delle prime serate del catodo generalista.
Sono cospirazioni che ci hanno lasciato liberi di credere, di intraprendere in discorsi pure pubblici. Sono le cospirazioni socialmente accettabili.
Nessuna di queste cospirazioni ha trovato davvero conclusione, giornalistica o giudiziaria – e forse anche questo non è troppo casuale. Godono di un lasciapassare immenso: se ti ci dedichi non vieni bollato come «complottista» – nemmeno se capita di dire cose che sono apertamente «complottiste» (abbiamo tanti esempi).
Le cospirazioni socialmente accettabili producono diacronicamente quantità di materiale impressionante, al punto che c’è da pensare che la nostra psiche, la nostra concezione della storia e della cittadinanza, sia in certa parte dovuta al fatto che gli oceani di parole sulle «cospirazioni socialmente accettabili» in verità ci tengono tutti a bagnomaria.
Non voglio qui sembrare ingiusto con il defunto Purgatori – non sto parlando espressamente di lui. Anzi di lui vorrei ricordare un’incursione proprio in uno di quegli ambiti toccato molto, molto raramente nella storia del nostro Paese (e anche quando è emerso il sangue, subito la ferità è stata ricucita, ricoperta, e non se ne è saputo più nulla: non fatemi parlare troppo).
Stiamo parlando della Sanità. Purgatori ebbe il coraggio di parlare di uno dei personaggi fondamentali del comparto, il cardinale Fiorenzo Angelini.
Il giovane reporter lo incontrò nel 1976 in Uganda. «Allora solo vescovo, ma già eminenza grigia della sanità cattolica con le mani in pasta in cinque ospedali di Roma, quattrocento immobili e ottomila ettari di tenute agricole intorno alla capitale. Il Giulio Andreotti del Vaticano, di cui era amico fraterno» scrive Purgatori (che si definiva credente non praticante).
«Sbucò tra le bouganville di un lodge con una camicia, un paio di bermuda color kaki e una cinepresa in mano. Fate conto Alberto Sordi in Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa. Preciso» continua il giornalista descrivendo il futuro cardinale. «E dopo essersi presentato, chiese due informazioni: dove convenisse fare un buon cambio al mercato nero e se l’avorio di contrabbando a trentamila lire al chilo fosse un prezzo accettabile. Sembrava uno scherzo».
«Nel pomeriggio di quel giorno, incontrai un missionario italiano che viveva lì da dieci anni e lo trovai coi capelli dritti in testa, sconvolto. Mi raccontò che il monsignore gli aveva chiesto di battezzare un bambino nero, così, per fare un filmino ricordo insieme ai suoi amici. Allargando le braccia, il missionario gli aveva detto che non c’erano bambini da battezzare. Ma lui non aveva fratto una piega: Embé? Ne ribattezziamo uno già battezzato, magari ci diventa santo».
Angelini, ricordiamo, era detto «Sua sanità». Qualcuno preferiva chiamarlo «il Richelieu delle medicine». Il Fatto nel 2014 riportava un virgolettato di Duilio Poggiolini, «che fu direttore generale del servizio farmaceutico nazionale del ministero della Sanità, coinvolto nell’inchiesta “Mani pulite” e additato come membro della loggia massonica P2», proprio riguardo al porporato incontrato da Purgatori nel Continente Nero: «tutti avevano paura di monsignor Angelini, del suo potere immenso. Raccomandava i suoi, segnalava certi imprenditori farmaceutici, pretendeva per loro un trattamento di riguardo, condizionava, dettava legge, lo faceva attraverso i suoi referenti, nella CUF, la Commissione unica del farmaco, e nel CIP farmaci».
Purgatori lo aveva visto, pure nella sua incarnazione afro-turistica stile Alberto Sordi episcopale. Sapeva del suo potere nel mondo dei farmaci, di cui si poteva intuire l’intima natura. E quindi, ci chiediamo, come mai in questi anni del mondo della farmaceutica, che ha preso decisamente il centro della scena, il giornalista non ha dubitato mai?
«Il vaccino è l’unico orizzonte» disse in TV durante la pandemia.
Aveva difeso lockdown, mascherine. Il vaccino ha dimostrato, dati alla mano, il numero delle persone che finiscono in ospedalizzazione e soprattutto in terapia intensiva» ribadiva in televisione anche con un certo pathos. «Il merito è del vaccino, non è delle cure, non è della Provvidenza, non è delle tante sciocchezze che si sentono, in difesa, di che cosa, del nulla!»
A Paolo Brosio che, bonario e medjugoriano, gli ricordava che questo vaccino non è come quello che «abbiamo fatto da piccoli» diceva infervorato «non mi devi interrompere», ricordando che la Gran Bretagna aveva imposto clausura e mascherine anche perché «avendo fatto la Brexit, aveva problemi sociali enormi».
Nessuna delle trame di cui abbiamo parlato in questo sito negli ultimi terribili anni pareva essere mai entrata nel radar del giornalista. Il laboratorio cinese finanziato dagli americani, Bill Gates, il Congresso americano che vota sull’mRNA poche settimane prima del COVID, le armi biologiche, i vaccini DARPA, le Olimpiadi militari di Wuhan, la geopolitica del siero, Anthony Fauci e il Gain of Function, Christian Drosten e i test PCR, le simulazioni Lockstep, Dark Winter, Clade X, il green pass come viatico alla piattaforma del danaro programmabile che sta per sottometterci.
Niente, quelle rimangono solo a noi, perché, a differenza dello IOR e del Mostro di Firenze, sono cospirazioni non socialmente accettabili.
Mettiamola così: le cospirazioni socialmente accettabili ti aiutano a passare il tempo, sono intrattenimento, sono armi di distrazione di massa. Sono, di fatto, vero gatekeeping. Sono mantenute, e forse pure create, dall’establishment, dal sistema che vuole narcotizzarvi, piegarvi, disintegrarvi.
Le cospirazioni socialmente inaccettabili, invece, possono colpirti fisicamente, farti ammalare, ucciderti.
Sarà che di cose da fare ne abbiamo, e per il tempo libero c’è tanta scelta, ma noi staremo sempre sulle seconde: stiamo sulle storie che riguardano da vicino le nostre esistenze biologiche e spirituali, e quindi il destino della vita e della civiltà terrestri.
Roberto Dal Bosco
Eutanasia
La festa della morte in Veneto
Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».
Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.
C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.
Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.
La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.
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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.
Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.
Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.
Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.
Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.
Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?
Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?
E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.
Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?
Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.
Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.
Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.
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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.
Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.
«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.
È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.
Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.
E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».
Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.
L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.
E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?
Massimo Zanetti
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Cremazione
Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia
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Civiltà
Chi sono i fabiani?
Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).
(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.
Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.
Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.
La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.
I’ll be honest with you: until recently I didn’t know much about the Fabian Society. Maybe it’s because the English know how to be smooth – so correct me if I am getting something wrong.
The Fabian Society was founded in London in 1884. Named after Quintus Fabius Maximus – the… https://t.co/jvd7MHLpsW pic.twitter.com/NWXYjatLs3
— Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.
George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.
Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.
La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.
La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.
Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.
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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno
Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.
Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.
Krzysztof Szczawinski
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Immagine generata artificialmente
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