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Pipistrelli nel laboratorio di Wuhan: avevano negato ci fossero, un video del 2017 mostra il contrario

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Le riprese video risalenti al 2017 ottenute e trasmesse da Sky News Australia (che con la giornalista Sharri Markson sta facendo un lavoro di grande profondità sul caso) questa settimana pretendono di mostrare pipistrelli vivi nelle gabbie dell’Istituto di virologia di Wuhan, dove i coronavirus dei pipistrelli venivano manipolati per diventare più mortali per l’uomo.

 

Il filmato è stato fornito da un gruppo di attivisti chiamato Drastic, che si dice sia composto da un team di scienziati e investigatori che indagano sulle origini della pandemia.

 

All’interno del filmato, c’è anche un’intervista con Yuan Zhiming, un direttore di laboratorio, che mostra una sala di controllo e parla di cosa succede se c’è un «incidente» nel laboratorio.

 

Il filmato potrebbe contraddire direttamente le affermazioni fatte dallo scienziato Peter Daszak, che ha finanziato la ricerca sul guadagno di funzionalità presso il laboratorio con la sua ONG Echo Alliance

Il filmato potrebbe contraddire direttamente le affermazioni fatte dallo scienziato Peter Daszak, che ha finanziato la ricerca sul guadagno di funzionalità presso il laboratorio con la sua ONG Echo Alliance (finanziata dal NIH di Anthony Fauci) , e in seguito, in un conflitto di interessi inimmaginabile, avrebbe «indagato» per l’OMS a Wuhan a inizio anno, non trovando, molto sorprendentemente, prove a sostegno della fuga del virus dal laboratorio. Come riportato da Renovatio 21, la visita durò in tutto la bellezza di tre ore.

 

Il Daszak, che avrebbe anche esercitato la sua influenza per chiudere il dibattito scientifico sulla possibilità di perdite di laboratorio, in precedenza aveva descritto l’idea dei pipistrelli nel laboratorio di Wuhan come «una teoria della cospirazione ampiamente diffusa».

 

I tweet nei quali negava la presenza dei chirotteri nel laboratorio da lui finanziato (e indagato) sono stati poi cancellati. Rimangono degli screenshot.

 

Daszak ha quindi dichiarato di non aver mai chiesto al laboratorio riguardo la presenza di pipistrelli – come può vedere il lettore, l’arrampicata sugli specchi diventa ogni minuto più grottesca

 

Daszak ha quindi dichiarato di non aver mai chiesto al laboratorio riguardo la presenza di pipistrelli – come può vedere il lettore, l’arrampicata sugli specchi diventa ogni minuto più grottesca.

 

«È un dato di fatto… come puoi vedere, questo video mostra i pipistrelli in una gabbia presso l’Istituto Wuhan. Puoi anche vedere un ricercatore che si nutre di un verme. E in questa immagine, possiamo vedere i ricercatori che catturano pipistrelli e un pipistrello si appende persino al cappello di un ricercatore»

«Non sarei sorpreso se, come molti altri laboratori di virologia, stessero cercando di creare un colonia di pipistrelli» fu la successiva dichiarazione, tipica della coerenza dei virologi di questo ultimo biennio.

 

La giornalista australiana Sharri Markson ha descritto il video nella trasmissione TV americana di Fox News Tucker Carlson Tonight:

 

«È un dato di fatto… come puoi vedere, questo video mostra i pipistrelli in una gabbia presso l’Istituto Wuhan. Puoi anche vedere un ricercatore che si nutre di un verme. E in questa immagine, possiamo vedere i ricercatori che catturano pipistrelli e un pipistrello si appende persino al cappello di un ricercatore».

 

In fatto di sicurezza, insomma, siamo a cavallo.

 

«In un’altra immagine, ci sono gabbie di massa, centinaia. Sappiamo che l’Istituto di virologia di Wuhan stava usando topi umanizzati per esperimenti per vedere quali coronavirus potevano infettare gli esseri umani»

«In un’altra immagine, ci sono gabbie di massa, centinaia. Sappiamo che l’Istituto di virologia di Wuhan stava usando topi umanizzati per esperimenti per vedere quali coronavirus potevano infettare gli esseri umani», ha continuato la Markson.

 

Come scrive Summit News, lo sviluppo fornisce prove ancora più circostanziali a sostegno della teoria della fuga di laboratorio , dato che non è stato stabilito alcun collegamento per il salto del virus dai pipistrelli agli umani a Wuhan.

 

È stato ampiamente riportato che non c’erano pipistrelli nel cosiddetto «mercato umido» di Wuhan, che è stato propagandato dalle autorità sanitarie cinesi e dall’OMS come la fonte più probabile dell’epidemia. L’habitat naturale dei pipistrelli si trova a circa 900 miglia da Wuhan.

 

Non è stata trovata alcuna prova a sostegno dell’idea che una specie intermedia abbia facilitato il passaggio del coronavirus dai pipistrelli all’uomo, nonostante le ripetute affermazioni sul coinvolgimento di pangolini o di qualche altro animale.

 

 

 

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Esperimento genetico CRISPR trasforma criceti in mostri ultra-aggressivi

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Roditori domestici resi mostruosi e cattivi dalla bioingegneria CRISPR.

 

Utilizzando la nuova tecnologia di editing genetico CRISPR, il team di neuroscienze della George State University ha scoperto che l’eliminazione di un recettore della vasopressina – un ormone associato all’aggressività, alla comunicazione e al legame sociale sia negli esseri umani che nei criceti – sembrerebbe sovraccaricare i peggiori istinti dei criceti OGM.

 

«Avevamo previsto che se avessimo eliminato l’attività della vasopressina, avremmo ridotto sia l’aggressività che la comunicazione sociale», ha affermato in una dichiarazione il ricercatore di neuroscienze della GSU H. Elliott Albers. «Ma è successo il contrario».

 

Futurism nota giustamente che «i ricercatori della Georgia State University potrebbero aver pubblicato l’ eufemismo scientifico dell’anno dicendo che il loro esperimento CRISPR con i criceti “ha scoperto che la biologia alla base del comportamento sociale potrebbe essere più complessa di quanto si pensasse in precedenza”».

 

Gli scienziati avevano scelto specificamente i criceti siriani, noti per la loro aggressività, perché «forniscono un modello potente per gli studi sul comportamento sociale perché la loro organizzazione sociale è molto più simile a quella umana di quella osservata nei topi».

 

Il team della GSU è stato sorpreso di scoprire che i loro tentativi di reprimere l’aggressività nei criceti geneticamente modificati li hanno resi sia più aggressivi che più socievoli, un effetto che a qualcuno potrebbe ricordare il caso dei simpatici Mogwai, che nella famosa pellicola diventano mostruosi Gremlins.

 

Questi risultati “controintuitivi” hanno suggerito «una conclusione sorprendente», ha affermato Albers nella dichiarazione: che i recettori neurali e i comportamenti a cui sono associati potrebbero non essere in grado di essere attivati ​​e disattivati ​​individualmente, e che i tentativi di farlo potrebbero essere ardui.

 

«Sviluppare criceti geneticamente modificati non è stato facile», ha concluso Albers in un altro eufemismo.

 

È chiaro al lettore a questo punto dove Renovatio 21 lo vuole portare: una volta ottenuto questo risultato con i roditori, cosa impedirà l’uso della bioingegneria comportamentale sugli esseri umani?

 

Cosa impedirà i padroni del vapore di dichiarare illegali i bambini non geneticamente filtrati contro l’aggressività? (Quale coppietta per bene non vorrebbe un figlio calmo, tranquillo e socievole, invece di un bimbo a rischio ADHD e conseguenti terapie di psicofarmaci anfetamicni?)

 

E dall’altro lato, pure: cosa impedirà l’uso di risultati come quello della GSU per la creazione di individui programmaticamente aggressivi?

 

Come riportato da Renovatio 21, la Cina è stata accusata dagli USA di perseguire un programma di supersoldati geneticamente modificati

 

Un po’ di aggressività indotta geneticamente – invece che procurata con farmaci occulti come il BZ – non guasterebbe alle guerre di prossima generazione, da tutte le parti in giuoco.

 

 

 

 

 

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Venomica: ecco la ricerca di terapie a partire dai veleni

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La scienza biofarmaceutica sta conoscendo in questi anni l’ascesa di una nuova branca, la «venomica»: si tratta della controintuitiva ricerca di terapie a partire da veleni di serpenti, insetti, etc.

 

Gli sforzi per separare il vasto sciame di proteine ​​​​nel veleno  sono germogliati negli ultimi anni e il crescente catalogo di composti ha portato a una serie di scoperte di farmaci, riporta un articolo del New York Times.

 

Poiché i componenti di queste tossine naturali continuano a essere analizzati dalle tecnologie in evoluzione, cresce anche il numero di molecole promettenti.

 

Di mezzo c’è una nuova comprensione degli ingredienti dei veleni naturali. Cento anni fa si pensava che ogni veleno avesse tre o quattro componenti, oggi gli scienziati sanno che un singolo veleno può contenerne migliaia.

 

«I veleni naturali più evoluti del pianeta stanno creando una serie di medicinali efficaci con il potenziale per molti altri» scrive il NYT.

 

Uno dei farmaci derivati ​​​​dal veleno più promettenti fino ad oggi proviene dal micidiale ragno della tela a imbuto di Fraser Island in Australia, che arresta la morte cellulare dopo un infarto

 

Il flusso sanguigno al cuore si riduce dopo un attacco cardiaco, il che rende l’ambiente cellulare più acido e porta alla morte cellulare. Il farmaco, una proteina chiamata Hi1A, è previsto per gli studi clinici il prossimo anno.

 

In laboratorio, è stato testato sulle cellule dei cuori umani che battono. Si è scoperto che blocca la loro capacità di percepire l’acido, interrompendo così il «messaggio» di morte trasmesso alle cellule.

 

Se dimostrato nelle prove, potrebbe essere somministrato da operatori sanitari di emergenza e potrebbe prevenire i danni che si verificano dopo gli attacchi di cuore. Si prevede, ovviamente, anche l’uso nella predazione degli organi, di modo da tenere più a lungo vivo il cuore sempre battente del «donatore», ossia della persona viva che viene squartata mentre il muscolo cardiaco è ancora in funzione.

 

La venomica dispone un’enorme libreria naturale da sfogliare: centinaia di migliaia di specie di rettili, insetti, ragni, lumache e meduse.

 

Le proteine ​​cellulari specifiche che le molecole di veleno derivanti da queste bestie si sono evolute per colpire con estrema precisione sono ciò che rende i farmaci da esse derivati ​ così efficaci.

 

Ci sono tre effetti principali del veleno. Le neurotossine attaccano il sistema nervoso, paralizzando la vittima. Le emotossine prendono di mira il sangue e le tossine dei tessuti locali attaccano l’area intorno al sito di esposizione al veleno.

 

Sul mercato sono già disponibili fa decenni numerosi farmaci derivati ​​dal veleno. Captopril, il primo, è stato creato negli anni ’70 dal veleno di una vipera brasiliana jararaca per curare la pressione alta e ha avuto successo commerciale.

 

Un altro farmaco, exenatide, deriva dal veleno dei mostri di Gila (detta anche lucertola perlinata, tipica del Sud Ovest del continente nordamericano) ed è prescritto per il diabete di tipo 2.

 

Il Draculin è un anticoagulante del veleno di pipistrello vampiro ed è usato per trattare ictus e infarto.

 

Il veleno dello scorpione giallo israeliano (anche detto Deathstalker) è la fonte di un composto negli studi clinici che trova e illumina i tumori della mammella e del colon.

 

«Alcune proteine ​​sono state segnalate come potenziali candidate per nuovi farmaci, ma devono attraversare il lungo processo di produzione e sperimentazioni cliniche, che possono richiedere molti anni e costare milioni di dollari. A marzo, i ricercatori dell’Università dello Utah hanno annunciato di aver scoperto una molecola ad azione rapida nelle lumache coniche. Le lumache a cono sparano il loro veleno nei pesci, il che fa abbassare i livelli di glucosio delle vittime così rapidamente da ucciderli. È promettente come farmaco per il diabete. Il veleno d’api sembra funzionare con un’ampia gamma di patologie e recentemente è stato scoperto che uccide le cellule aggressive del cancro al seno» scrive il NYT .

 

C’è ovviamente da menzionare il caso dell’aracnide sudamericano già protagonista di diverse barzellette arrivate già anche qui.

 

In Brasile i ricercatori hanno esaminato il veleno del ragno errante brasiliano come una possibile fonte di un nuovo farmaco per la disfunzione erettile, a causa di ciò che accade alle vittime umane quando vengono morsi: costoro hanno erezioni straordinariamente dolorose e incredibilmente durature. Insomma, sono alla cerca di un Viagra venomico, che epperò allo stato attuale potrebbe cagionare la morte di chi lo assume.

 

L’interesse scientifico emerse per la prima volta nel XVII secolo. A metà del XVIII secolo il fisico, anatomista e biologo italiano Felice Fontana che compilò i trattati Ricerche fisiche sopra il veleno della vipera (1767) e Trattato del veleno della vipera de’ veleni americani (1787) considerabili come veri e propri testi di partenza della tossicologia.

 

Anche la medicina tradizionale conosce la materia da molto tempo. Gli aghi intrisi di veleno sono una forma tradizionale di agopuntura. La terapia della puntura d’ape, in cui uno sciame di api viene posto sulla pelle, viene utilizzata da alcuni guaritori naturali. È riportato il caso musicista rock Steve Ludwin, il quale afferma di essersi iniettato regolarmente del veleno diluito, credendo che fosse un tonico che rafforza  il sistema immunitario e aumenta l’energia.

 

 

 

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La verità sui mostri marini: sono i peni eretti delle balene, dice l’esperto

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Il professore di ecologia molecolare ha offerto una spiegazione affascinante per le storie mitiche degli avvistamenti di mostri marini nella tradizione dei marinai. Lo riporta il settimanale americano Newsweek.

 

Il professor Michael Sweet, che insegna all’Università di Derby a Derby, in Inghilterra, ha condiviso la sua teoria in un thread virale su Twitter l’8 aprile.

 

«In passato, i viaggiatori/esploratori disegnavano ciò che vedevano», ha spiegato in un post con oltre 100 mila like e oltre.

 

«È da qui che provengono molte storie di mostri marini».

 

 


Lo Sweet ha continuato spiegando che i marinai hanno intravisto «appendici tentacolari e aliene che emergono dall’acqua» che li hanno portati a immaginare una creatura sinistra in agguato sotto la superficie.

 

«Le balene spesso si accoppiano in gruppo, quindi mentre un maschio è impegnato con la femmina, l’altro maschio tira fuori il pene dall’acqua mentre nuota aspettando il suo turno… Tutti devono divertirsi un po’, giusto?» ha aggiunto sornione il professor Sweet.

 

Le balenottere azzurre hanno il pene più grande del regno animale, che va da 2,5 ai 4 metri  di lunghezza con un diametro di 30 centimetri, secondo lo Smithsonian Magazine. Ciascuno dei testicoli della balenottera azzurra da solo può pesare fino a 70 chilogrammi, scrive Newsweek, sottointendendo che di per sé stiamo parlando comunque di mostri marini.

 

Oltre al post, il professore ha condiviso foto di peni di balena blu eretti e una famosa presunta immagine del mostro di Loch Ness del 1934, nota come la «fotografia del chirurgo» perché il chirurgo britannico che l’ha scattata si è rifiutato di associare il suo nome alla foto.

 

L’idea rappresenta l’ultimo esempio del riduzionismo scientifico, la tendenza per la quale ogni cosa non facilmente spiegabile è in realtà un problema di percezione: gli UFO sono palloni sonda metereologici, le apparizioni mariane sono frodi o allucinazioni collettive, le percezioni extrasensoriali sono scempiaggini per creduloni.

 

Nel mondo diverse realtà si impegnano nella missione del riduzionismo scientifico, spesso animate da personaggi che conducono operazioni mediocri e grottesche, talvolta pure in odore di massoneria.

 

Tornando alla questione dei mostri marini genitali, c’è da rilevare che, se confermata, la teoria sconvolgerebbe anche i presupposti dell’ecologia.

 

Apprenderemmo, dunque, che le balene possono vivere in acqua dolce: a Lochness, per esempio, stazionerebbe dunque un persistente cetaceo esibizionista.

 

Pensiamo anche al «dio» del fiume Zambesi, Nyami-nyami, ancora temuto dai locali (e anche dai residenti di origine europea…): l’enorme creatura serpentiforme, con muso un po’ equino, è in realtà una verga di mammifero marino, esibizionista come il collega scozzese, peraltro incazzatissimo da quando gli italiani costruirono negli anni Cinquanta la Diga di Kariba, bloccandone le scorribande di ostentazione sessuale collettiva.

 

Il nostro pensiero, tuttavia, va alle nostre terre, e alla nostra storia. Che dire di Tarantasio? Era il drago che un tempo infestava il lago Gerundo, ora sparito perché prosciugato (insomma, un gerundo passato) nei dipressi di Lodi.

 

Il drago Tarantasio, si diceva, divorava gli infanti, affondava le barche, e diffondeva la febbre gialla con il suo putrido fiato. Se conoscete il logo di Mediaset o dell’Alfa Romeo o perfino dell’ENI avete in qualche modo visto Tarantasio: il drago che mangia l’uomo fu stemma della famiglia Visconti perché si narra che il «biscione» (termine, a questo punto, appropriatissimo) fu ucciso appunto dal capostipite del nobile casato meneghino.

 

Ecco, ora capiamo che non si trattava di un drago, ma di qualcos’altro. E la sua immagine è ora diffusa, involontariamente, ovunque, quasi che l’antica balena esibizionista del lodigiano fosse riuscita a farsi fotografare quando ancora non c’era la fotografia e a trasmettere l’immagine del membro suo nei secoli, facendola riprodurre in pubblico e in privato.

 

È, semplicemente, mostruoso.

 

 

 

 

 

 

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