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Papa Luciani morto nel giorno in cui gli fu consegnata la lista dei cardinali massoni: rivelazione della sorella di Pecorelli

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Papa Luciani, salito al Soglio nel 1978 con il nome di Giovanni Paolo, sarebbe morto la sera stessa del giorno in cui il giornalista Mino Pecorelli gli avrebbe consegnato la lista dei cardinali appartenenti alla massoneria.

 

La rivelazione è fatta dalla sorella di Pecorelli, Rosita, durante una lunga trasmissione TV di Andrea Purgatori su La7 dedicata alla figura del controverso giornalista assassinato nel 1979.

 

Pecorelli era un personaggio piuttosto unico nel panorama italiano: dapprima assistente del senatore democristiano meneghino Egidio Carenini, poi risultato iscritto alla loggia massonica P2, aveva aperto una sua agenzia di stampa e quindi una rivista, OP («Osservatorio Politico»), piena di scoop clamorosi e di strani, ma funzionali, messaggi cifrati. Nella rivista si parlava di trame di servizi segreti, massoneria, mafia, e, soprattutto, del potere Giulio Andreotti.

 

Pecorelli aveva fonti importanti e a tutti i livelli, e gli era riconosciuta una capacità analitica quasi soprannaturale, per esempio quella di captare gli equilibri tra le fazioni nella DC dai grigi comunicati del partito. Durante il sequestro Moro dichiarò falso uno dei comunicati delle Brigate Rosse, e pubblicò materiale riservato come alcune lettere del presidente DC rapito alla famiglia.

 

Nel programma viene raccontata l’appartenenza di Pecorelli alla P2 (gli furono poi trovati in casa guanti e cappuccio massonici), il cui vertice, Licio Gelli, era pure attaccato nelle rivelazioni che abitualmente pubblicava OP. Dall’ambiente della P2, come dai servizi segreti e dalla politica profonda, Pecorelli traeva le notizie per la sua rivista.

 

Nel 1978, poco dopo che OP era divenuta una rivista acquistabile in edicola, aveva pubblicato una lista di 121 prelati facenti parti di una fantomatica «Gran Loggia Vaticana»: un elenco di porporati affiliati alla massoneria, ciascuno con nome, numero di matricola e data di iniziazione. È quella che poi ha finito per chiamarsi «Lista Pecorelli», e che contiene nomi di importanza storica, come quello del cardinale Annibale Bugnini, autore del Novo Ordo Missae, ossia della «Messa nuova» che nel 1969 ha soppiantato la Messa tradizionale durata nei secoli.

 

Il conduttore Andrea Purgatori ricorda che nella lista ci sarebbero quattro nomi di prelati legati al caso di Manuela Orlandi. Il segretario di Stato cardinale Agostino Casaroli, il cardinale Ugo Poletti «quello che poi darà la dispensa per consentire alla famiglia del boss Renatino De Pedis della Banda della Magliana di essere sepolto nella Basilica di Sant’Apollinare», il priore di Sant’Apollinare, e Paul Marcinkus, famigerato gestore dello IOR, la Banca vaticana.

 

Nella trasmissione de La7 la sorella Rosita Pecorelli rivela che «Mino il giorno prima aveva mandato a papa Luciani l’elenco dei prelati infedeli. La notte papa Luciani è morto».

 

 

«Lui so che doveva prendere una posizione seria nei confronti di questi prelati… quindi qualche sospetto è venuto fuori» continua Rosita Pecorelli.

 

Papa Albino Luciani, eletto il 26 agosto 1978 come Giovanni Paolo I, fu trovato morto nei suoi uffici la sera del 28 settembre. Il suo pontificato fu il decimo più breve della Storia del Papato: appena 33 giorni – un numero, peraltro, che potrebbe avere una sua valenza simbolica. Quantità di ipotesi si sono fatte, nei decenni, riguardo l’improvviso decesso del papa veneto; in molte si sospetta che il pontefice sia stato avvelenato.

 

Pecorelli fu ucciso il 20 marzo 1979 nella sua Citroen con quattro colpi di pistola sparati con il silenziatore. Uno dei proiettili era mirato alla bocca, possibile segno del trattamento che si riserva a chi parla troppo.

 

I proiettili risultarono di due marche: vi erano due Fiocchi e due Gevelot, questi ultimi molto rari, ma rinvenuti tre anni dopo nell’arsenale della Banda della Magliana trovato nei sotterranei del ministero della Sanità. L’inchiesta subì ogni sorta di depistaggio, manomissione delle prove – e finì nel nulla.  La Corte d’assise d’appello nel 2002 condannò Giulio Andreotti, assieme al mafioso Gaetano Badalamenti, a 24 anni di carcere per l’omicidio del giornalista; un anno dopo la sentenza fu annullata senza rinvio dalla Cassazione, rendendo definitiva la sentenza di assoluzione che il politico democristiano aveva avuto in primo grado.

 

Quello che rimane è un’altra pagina dei grandi misteri italiani, cui, abbiamo imparato, nei decenni si possono sempre aggiungere piccoli particolari, talvolta sconvolgenti, senza riuscire mai a scalfire la corazza e vedere cosa ci sia sotto questi immani intrecci di sangue.

 

Facciamo un’ultima osservazione: colpisce la pudicizia con cui i giornali, comprese grandi firme, stanno riportando lo scoop della possibile sincronia tra la consegna della lista dei cardinali massoni e la morte di Giovanni Paolo I: tutti sembrano ripetere l’espressione usata dalla sorella di Pecorelli, «cardinali infedeli».

 

Non crediamo sia un’espressione esatta. Pensiamo al caso di un papa, venuto dopo Luciani, nel futuro, che sia di fatto massone. Ebbene, le porpore della ipotetica «Gran Loggia Vaticana», in quel caso non sarebbero definibili come «cardinali fedeli»?

 

 

 

 

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Storie misconosciute dell’11 settembre

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C’è una storia che pochi conoscono sull’11 settembre, ma che è molto istruttiva. Ricorda un’altra vicenda misconosciuta della quale su Renovatio 21 vi abbiamo parlato, quella dei dirottamento fallito del quinto aereo, del quale ufficialmente si sa pochissimo. Poi, vi sono altre storie ancora più misconosciute, che sono, però, in grado di porre domande definitive sul massacro di quel giorno.

 

Il 1° agosto 2001 James Woods è in prima classe su un volo Boston-Los Angeles. Oltre a lui, nello scompartimento ci sono solo quattro uomini, ben vestiti, di aspetto mediorientale, che viaggiano insieme. Non mangiano, non bevono, non dormono, non leggono. Parlano a bassa voce. Restano dritti nei sedili. Woods, attore abituato a osservare i volti, prova un disagio netto.

 

Non è un profiling razzista: è il dettaglio che non torna. Va dall’assistente di volo e dice, con la consapevolezza di quanto pesi quella parola a bordo: «penso che questo aereo verrà dirottato», avrebbe detto l’attore di C’era una volta in America, Videodrome e Casino alla hostess. Il divo chiede di parlare con i piloti. Il primo ufficiale lo rassicura: la porta della cabina resterà chiusa. L’aereo atterra. L’equipaggio, secondo i resoconti successivi, segnala il fatto alla FAA. Non succede nulla di particolare.

 

Quella segnalazione è il cuore della storia, e anche il punto in cui la leggenda la distorce. Woods non chiama l’FBI un mese prima dell’11 settembre. Lo dirà lui stesso al giornalista TV Bill O’Reilly nel febbraio 2002, per correggere i giornali: «non ho denunciato questo all’FBI prima dell’11 settembre». La sera degli attacchi, a casa, un amico gli rammenta il volo di agosto. Woods ci ha pensato tutto il giorno. Il 12 settembre chiama l’ufficio federale. Il 13 gli agenti sono sotto casa Woods alle sei del mattino. «Siamo l’FBI», gli dicono quando chiede come abbiano fatto a trovare l’indirizzo.

 

Woods crede di riconoscere due volti tra i 19 dirottatori: Hamza al-Ghamdi, sul volo United 175 che colpì la Torre Sud, e Khalid al-Mihdhar, sull’American 77 diretto al Pentagono. Dice di aver saputo, non dall’FBI ma da una fonte informale di livello più alto, che tutti e quattro gli uomini di quella prima classe erano coinvolti e che il volo era una prova. Un funzionario federale intervistato dal New Yorker nel 2002 è più cauto: l’ufficio ha indagato il racconto, ma non ha trovato prove che quei dirottatori fossero proprio su quel volo. Resta il fatto, confermato da più inchieste, che nei mesi precedenti alcuni hijacker fecero voli di ricognizione, anche da Boston.

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La storia di Woods apre a una problematica profonda. Un passeggero vede un comportamento anomalo, lo dice a chi di dovere in volo, la segnalazione sale almeno fino alla FAA, e il sistema pre-11 settembre non ha gli strumenti, o la volontà, per trattare un sospetto «tenue» come un pericolo reale. Dopo le Torri, tutto diventa ovvio. Prima, quattro uomini silenziosi in prima classe erano solo quattro uomini silenziosi. Woods aveva visto qualcosa. Lo Stato, quel giorno di agosto, non sapeva ancora come guardare.

 

O forse non voleva guardare: molto si è scritto su come le agenzie americane ne avessero prescienza: sapevano del fatto che i terroristi erano sul suolo americano. Forse lo sapeva la CIA e non l’aveva detto all’FBI. Forse lo sapeva anche all’FBI. Compaiono strani legami con personaggi e persino funzionari diplomatici sauditi.

 

Innanzitutto, Fahad al-Thumairy, un imam e funzionario del ministero degli Affari islamici, accreditato al consolato di Los Angeles: fonti FBI indicano che ricevette i due dirottatori all’arrivo e li mise in contatto con il misterioso Omar al-Bayoumi. Il religioso ha detto di non ricordarli.

 

Il Bayoumi accolse i terroristi a Los Angeles, e li aiutò a trovare un appartamento a San Diego, firmò come garante del contratto, li introdusse nella comunità. Per anni si presentò come studente. Documenti FBI declassificati (memo del 2017) lo descrivono invece come cooptee dei servizi sauditi (GIP), pagato con uno stipendio mensile veicolato tramite l’ambasciata e il canale dell’allora ambasciatore principe Bandar bin Sultan al Saud, detto anche «Bandar Bush» per la sua prossimità con il casato presidenziale texano. In seguito Bandar sarebbe divenuto capo dell’Intelligence saudita.

 

Il compito dichiarato del Bayoumi, secondo l’FBI, era raccogliere informazioni sulla comunità saudita e riferire a Bandar. Riad continua a negare che fosse un agente. Bayoumi, nei primi mesi del 2000, telefonò decine di volte a consolato, ambasciata e missione culturale saudita.

 

La moglie di Bandar, principessa Haifa bint Faisal, inviò per anni assegni mensili (in genere circa 2.000 dollari) alla moglie di Osama Bassnan, che viveva vicino ai futuri dirotattori, presentati come aiuto medico. Secono un informatore FBI, dopo gli attentati il Bassnan vantò di aver fatto «più di Bayoumi» per loro.

 

In casa Bassnan l’FBI trovò assegni per circa 74.000 dollari. Almeno un assegno da 15.000 dollari partì dal conto dello stesso Bandar. Parte di quegli assegni fu girata alla moglie di Bayoumi. I sauditi parlano di beneficenza inconsapevole: domanda di aiuto all’ambasciata, prassi reale nel mondo saudita. I critici notano la tempistica (i pagamenti coincidono con l’arrivo e il soggiorno dei due dirottatori) e il fatto che i beneficiari erano proprio chi li stava sistemando.

 

Le «28 pagine» dell’inchiesta congressuale del 2002, declassificate nel 2016, aggiungono un altro dettaglio: nella rubrica di Abu Zubaydah compariva un numero non in elenco di una società che gestiva la proprietà di Bandar ad Aspen. È un collegamento indiretto, non una prova di comando.

 

Il sospetto è che, tuttavia, anche altri governi potrebbero essere coinvolti nel mega-attentato. Compresi gli stessi Stati Uniti.

 

Gli USA ha fatto una «scelta deliberata» per «contribuire a creare» gli stessi estremisti che hanno ideato e realizzato il più grande attacco su suolo americano, la distruzione delle Torri gemelle di Nuova York, di parte del Pentagono e di quattro aerei di linea. A sostenerlo è stato tre anni Peter Kuznick, professore di storia all’Università americana.

 

«Sapevamo esattamente chi erano queste persone e come erano le loro organizzazioni», ha detto il coautore del libro Untold History of the United States («storia non detta degli Stati Uniti»). «Gli Stati Uniti hanno contribuito ad addestrare, reclutare, armare ed educare gli estremisti islamici che poi avrebbero agito contro gli Stati Uniti l’11 settembre», ha affermato il professor Kuznick.

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Gli Stati Uniti credevano che gli attacchi dell’11 settembre fossero stati pianificati dal leader di Al Qaeda Osama bin Laden, che all’epoca si trovava in Afghanistan sotto la protezione dei talebani, al potere dal 1996. È un fatto ben documentato che Washington ha finanziato Maktab al-Khidamat, il precursore di Al Qaeda, fondata, tra gli altri, da Osama bin Laden e Ayman al-Zawahiri.

 

Come riportato da Renovatio 21, Ayman al-Zawahiri, medico già leader dei Fratelli Musulmani in Egitto, è stato successivamente ucciso da un attacco di droni statunitensi a Kabul, in Afghanistan, nel 2022.

 

Per quanto riguarda materialmente gli attacchi dell’11 settembre, è divenuto chiaro, da vari incartamenti tribunalizi emersi di recente, che quantomeno la CIA ha mentito su quel che si sapeva, lasciando agenti sauditi liberi di entrare ed operare in territorio americano.

 

Trump aveva promesso di desecretare i segreti sull’11 settembre, assieme a quelli su John Kennedy, Bob Kennedy e Martin Luther Kingo. Non abbiamo visto nulla: soprattutto, non abbiamo visto i file su Epstein, almeno non nella loro totalità.

 

In un podcast recente, il giornalista Tucker Carlson – a cui, si sospetta, Trump avrebbe detto anni fa che è stata la CIA ad uccidere JFK – lamentando il tradimento di Trump ha suggerito velatamente che Epstein potrebbe avere a che fare con l’11 settembre: il riferimento è alle giocate di borsa contro le linee aeree coinvolte e su industrie di armi, manovre che chiaramente mostravano una precognizione della catastrofe.

 

Ricordiamo anche come Trump nelle ore successive al disastro andava in giro a dire a TV e giornali che era impossibile che le due torri fossero venute giù perché colpite da aerei – concetto che ribadiva spiegando che lui stesso è un costruttore di grattacieli…

 

È passato un quarto di secolo, e osserviamo come l’idea che possa essersi trattato di una demolizione deliberata, un tempo pensiero etichettato come allucinato e complottista, oramai abbia quasi raggiunto il mainstream. Sempre nel programma del Carlson, è intervenuto nell’ultimo anno Curt Weldon, un personaggio significativo tra chi vuol far luce nella vicenda.

 

Weldon è stato deputato repubblicano della Pennsylvania per vent’anni (1987-2007), nonché vicepresidente della Commissione Armed Services e della Commissione Homeland Security della Camera. È il politico che nel 2005 ha portato in aula Able Danger: il programma militare di data mining che, secondo lui e alcuni ufficiali coinvolti, aveva identificato Mohamed Atta e una cellula di al-Qaeda a New York più di un anno prima dell’11 settembre, e che non poté passare i dati all’FBI per ostacoli legali e burocratici.

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La Commissione 11 settembre e poi il Pentagono e il Senato hanno smentito che Able Danger avesse identificato Atta prima degli attentati. Weldon ripete le sue accuse nel libro appena pubblicato Able Danger: What the 9/11 Commission Never Told You.

 

Il 16 ottobre 2006, tre settimane prima delle elezioni di midterm, l’FBI perquisì la casa di Karen Weldon a Filadelfia, quella del socio Charles Sexton, gli uffici della loro società Solutions North America e altri indirizzi in Pennsylvania e Florida (tra cui Itera, società energetica russa). L’inchiesta riguardava se Weldon avesse usato la carica per procurare alla figlia e all’ex responsabile della raccolta fondi contratti di lobbying da circa un milione di dollari (clienti russi e un imprenditore serbo legato al presidente serbo Slodoban Milosevic). Weldon e la figlia non furono mai incriminati. Una lobbyista collegata, Cecilia Grimes, fu poi accusata di aver distrutto prove. Weldon perse il seggio a favore dello sconosciuto Joe Sestak.

 

Weldon ha sempre detto che il raid era politico: timing elettorale, fuga di notizie, perquisizioni spettacolari senza poi capi d’accusa. In interviste recenti (anche da Tucker Carlson) sostiene che fosse una ritorsione per Able Danger e per aver accusato l’amministrazione di aver ignorato Intelligence pre-11 settembre. Non accadde nulla: nessuna conseguenza, se non l’esclusione dall’arena politica, dove l’ex pompiere Weldon era determinato a trovare la verità sui 300 colleghi morti.

 

Lo Weldon ha ricordato un particolare importante, espresso in chiarezza da un documento pubblico: le registrazioni radio del dipartimento dei vigili del fuoco di Nuova York (FDNY) del battaglione 7, in particolare il Battalion Chief Orio Palmer nella Torre Sud.

 

Secondo quanto ricostruito, il Palmer entra nella South Tower, ripara un ascensore, sale al 40° piano e in radio dice che è lì e che salgono le scale. Ogni tanto aggiorna: 50°, 60°, tutto sotto controllo. Arriva al 78°, piano dell’impatto, esce dalla torre scale e dice, in sostanza: siamo al piano dell’impatto, ci sono due focolai e li possiamo gestire («Ci sono due incendi e li possiamo gestire»). Poco dopo la torre crolla. Lo Weldon sottolinea che Palmer non parla di un incendio incontrollabile né di un edificio in procinto di crollare.

Quelle voci esistono. Nel 2002 il New York Times le descrisse dopo il ritrovamento del nastro (circa 78 minuti) a 5 World Trade Center: Palmer e Ladder 15 sul 78°, feriti da evacuare, nessuna traccia che i pompieri capissero che la torre stava per cadere. Furono rese pubbliche dopo una causa FOIA del Times, nel 2005. Weldon lo usa per dire che il racconto ufficiale sul collasso non torna con quello che i vigili vedevano dal piano colpito.

 

È, sotto sotto, la teoria degli esplosivi nascosti nei palazzi che sarebbero stati fatti esplodere, come in una demolizione controllata, subito dopo l’impatto degli aerei. La stessa teoria che sembra l’unica a poter spiegare il famigerato crollo della torre 7, il palazzo che non era stato colpito da alcun aereo, ma che all’interno aveva tanti uffici significativi tra cui un ufficio clandestino della CIA, uno dell’IRS (il fisco USA), la SEC (cioè la CONSOB americana), il Secret Service (cioè l’agenzia che protegge il presidente) e pure l’ufficio emergenze del sindaco di Nuova York, a quel tempo Rudy Giuliani.

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Un’altra storia che oramai vediamo sdoganata negli USA è quella degli «israeliani danzanti», una storia anche quella proibita in questi decenni.

 

L’11 settembre 2001, dal Nuovo Jersey, una testimone di nome Maria vide tre uomini sul tetto di un furgone bianco nel parcheggio dei Doric Towers a Union City. Di fronte, le Torri Gemelle in fiamme. Lei disse all’FBI che sembravano allegri: sorrisi, abbracci, high five, foto con lo skyline che bruciava. Non disse che ballavano. Il soprannome «israeliani danzanti» arrivò dopo. I rapporti FBI li chiamano piuttosto «High Fivers».

 

I cinque erano cittadini israeliani e lavoravano per Urban Moving Systems di Weehawken, società di traslochi del connazionale Dominik Suter. Il furgone fu fermato nel pomeriggio sulla Route 3, vicino a Giants Stadium. In macchina: passaporti (uno tedesco), circa 4.700 dollari in un calzino, taglierini da scatole, biglietti aerei. Uno di essi disse ai poliziotti: «siamo israeliani. Non siamo il vostro problema. I palestinesi sono il problema».

 

Un altro lasciò gli Stati Uniti dopo un colloquio FBI. Lo studio aveva molti computer per una ditta piccola; alcuni lo dipinsero come un front, una copertura del Mossad. Forward e ABC riportarono che almeno due dei cinque comparivano in banche dati come legati ai servizi israeliani: si tratta di segnalazioni grezze, non di prove chiuse.

 

Restarono in carcere circa 71 giorni, tra i centinaia di fermati per visti dopo l’attacco. Firma di espulsione per irregolarità immigratorie, poi Israele. L’FBI, in un memo interno del 24 settembre 2001, scrisse che Newark e Nuova York non avevano trovato «conoscenza preventiva» dell’attacco né attività di intelligence clandestina in corso.

 

Tornarono in patria e furono invitati ad uno show TV israeliano stile David Letterman.

 

 

È solo una delle tante altre storie che si possono raccontare, altre sono ancora più incredibili.

 

La storia finisce qui solo se permettiamo ai padroni della narrazione di farla finire. Perché, come il COVID, l’11 settembre è stata un’operazione di successo: una manipolazione psicologica globale immensa, un trauma portato all’intera Civiltà – probabilmente, non dal solo Osama Bin Laden, ma di figure ben più potenti e crudeli, che odiano la Civiltà più di quanto non la odino i fondamentalisti, che altro non sono che strumenti di questa guerra occulta.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

 

 

 

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Multa se guidi con le ciabatte: leggenda metropolitana? Ecco la verità

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È estate e si ripropone il più antico degli enigmi dell’italico cittadino della modernità: se le autorità mi fermano mentre guido con le ciabatte, sono passibile di multa, o perfino di denunzia?   Per anni in molti vi hanno creduto. Poi si è sparsa la voce opposto: ma no, si tratta solo di una leggenda metropolitana.,   Renovatio 21 cerca di far luce anche su codesto mistero. Diciamo che si tratta di un mito urbano in parte, ma in parte no — insomma è una via di mezzo.   Non esiste un divieto specifico sulle ciabatte. Il Codice della Strada non contiene nessun articolo che imponga scarpe chiuse o che proibisca infradito, sandali o calzature aperte: un divieto del genere esisteva nel vecchio regolamento, ma è stato abrogato nel 1993. Nel vecchio codice era scritto che le scarpe dovevano essere consone alla guida.   Il vecchio testo del 1959 – il «Testo Unico delle norme sulla circolazione stradale, D.P.R. 393/1959, che fu sostituito dal Codice del 1992 – non parlava esplicitamente di «ciabatte» in questi termini colloquiali, ma imponeva l’obbligo di indossare calzature idonee alla guida. Da quando è entrato in vigore l’attuale Codice, questa prescrizione specifica sul tipo di calzatura è stata eliminata.   Quindi, in teoria, oggidì non puoi essere fermato e multato «per aver indossato le ciabatte» come tale.

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Tuttavia gli articoli 141, 141 e 169 del Codice della Strada attuale (D.Lgs. 285/1992) obbligano a mantenere sempre il pieno controllo del veicolo e la massima libertà di movimento per manovre d’emergenza in sicurezza. Quindi se un agente ritiene che la calzatura abbia effettivamente compromesso la guida — ad esempio se accerta che una guida indecisa o una frenata tardiva sono state causate da una calzatura inappropriata — può comunque contestare l’infrazione, non per «ciabatte» ma per mancato controllo del veicolo. La sanzione prevista in questi casi va da 42 a 173 euro (29,40 se paghi entro 5 giorni).   E quindi «multa per le ciabatte» in sé è leggenda metropolitana, ma la «multa per guida non sicura causata dalle ciabatte» è reale, anche se rara in pratica (bisogna che sia dimostrato un nesso concreto). Lo stesso vale per guidare scalzi o con infradito.   Un dato interessante è che le polizze RC Auto standard coprono l’imprudenza e generalmente non contengono una clausola specifica di rivalsa per le calzature, quindi anche il tanto citato «rischio assicurativo» legato alle ciabatte è più teorico che documentato nella pratica.   Guidare in ciabatte, dunque, purtroppo, si può , ma resta rilevante ai fini di eventuale responsabilità in caso di incidente, in base agli articoli 140 («Gli utenti della strada devono comportarsi in modo da non costituire pericolo o intralcio per la circolazione ed in modo che sia in ogni caso salvaguardata la sicurezza stradale») e 141 del Codice attuale («il conducente deve sempre conservare il controllo del proprio veicolo ed essere in grado di compiere tutte le manovre necessarie in condizione di sicurezza») e 169 («in tutti i veicoli il conducente deve avere la più ampia libertà di movimento per effettuare le manovre necessarie per la guida»).   Ci chiediamo, a questo punto, quante multe hanno preso le signore con tacco 12. E quanti incidenti hanno causato?   E ancora: non sarebbe il caso di reinstaurare la legge anti-ciabatta, ora che siamo tutti minacciati dalla bruta violenza anarco-tirannica degli immigrati ciabattoni?

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Aumento record degli avvistamenti UFO in Germania

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Secondo il Central Research Network for Extraordinary Celestial Phenomena (CENAP), la più grande rete privata tedesca dedicata alla segnalazione e all’indagine sugli UFO, si è registrato un netto aumento delle segnalazioni di avvistamenti UFO, fenomeno che in gergo ufologico viene definito flap.

 

Tale incremento coincide con la diffusione da parte del Pentagono di documenti declassificati riguardanti fenomeni ritenuti potenzialmente collegati ad attività extraterrestri.

 

Il direttore Hansjuergen Koehler ha dichiarato che il CENAP non ha mai ricevuto un numero così elevato di segnalazioni di fenomeni anomali non identificati – la denominazione ufficiale degli UFO – come quello attuale.

 

«Riceviamo tra le tre e le sei segnalazioni al giorno», ha affermato in un’intervista concessa domenica a Euronews. Entro agosto 2026 lui e il suo team avevano esaminato circa 14.000 segnalazioni di avvistamenti, senza tuttavia precisare l’arco temporale di riferimento.

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Il Koehler non ha escluso che «ci sia vita là fuori», ma ha dichiarato di mantenere uno scetticismo sulla stragrande maggioranza degli avvistamenti, osservando che la quasi totalità si rivela essere costituita da aerei, stadi di razzi, satelliti, meteore, pianeti, palloni aerostatici o addirittura laser visibili a chilometri di distanza. Alcuni casi restano irrisolti perché gli investigatori non dispongono di elementi fondamentali, come video ad alta risoluzione.

 

Il Koehler ha comunque precisato che «inspiegabile» non equivale necessariamente a «extraterrestre», e ha consigliato agli aspiranti cacciatori di UFO di utilizzare le app di astronomia gratuite, in grado di identificare i corpi celesti semplicemente puntando un telefono verso il cielo.

 

Il dibattito sui fenomeni extraterrestri ha guadagnato nuovo slancio dopo la pubblicazione da parte del Pentagono di materiale in precedenza secretato relativo a presunti avvistamenti alieni. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva ordinato la divulgazione a febbraio, dopo che l’ex presidente Barack Obama aveva dichiarato in un’intervista podcast che gli alieni erano «reali».

 

Trump aveva accusato Obama di aver rivelato indebitamente informazioni secretate e si era impegnato a desecretare i documenti. L’operazione di divulgazione è iniziata a maggio con circa 160 documenti, cui sono seguiti altri quattro lotti di filmati e testimonianze.

 

Venerdì il Pentagono ha reso pubblico il quinto lotto di documenti. I 41 file comprendono più di una dozzina di video, tre immagini e circa 20 documenti PDF che illustrano avvistamenti dal Medio Oriente all’Oceano Pacifico. I documenti provengono dal Pentagono, dall’FBI, dalla CIA, dal Dipartimento di Stato e dall’Ufficio esecutivo del Presidente, e coprono il periodo dal 1953 fino all’anno in corso.

 

Gran parte del materiale diffuso consiste in filmati sgranati di oggetti non identificati, tra cui apparenti sfere luminose e luci, ripresi da sensori e telecamere militari. Sei video documentano un incontro avvenuto nel settembre 2021 tra forze speciali a bordo di un aereo da combattimento AC-130J sul Golfo dell’Oman.

 

Un altro filmato, registrato quest’anno da un «agente speciale del governo statunitense» nella parte occidentale degli Stati Uniti, mostra due aree «nerastre e incandescenti» in lento movimento nelle immagini a infrarossi. Il lotto include inoltre otto moduli di intervista ai testimoni dell’FBI (FBI 302) accompagnati da ricostruzioni artistiche degli oggetti segnalati.

 

Nonostante l’aumento della documentazione disponibile, i funzionari statunitensi continuano a sostenere che non esistano prove certe di vita extraterrestre, di tecnologia aliena o di insabbiamenti governativi. Molti avvistamenti trovano spiegazioni chiaramente terrestri, dalle distorsioni a infrarossi e dalle tracce termiche degli aerei ai voli di prova classificati. Nel presentare l’ultima pubblicazione, il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha dichiarato che altri documenti saranno resi noti «progressivamente».

 

A febbraio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ordinato al dipartimento della Guerra di divulgare «ogni singola informazione» relativa agli UAP (Unidentified Aerial Phenomenon, «fenomeni aerei indentificati», o, più di recente, «fenomeni anomali indentificati»). L’ordine è emerso in un clima di rinnovato interesse pubblico per la tematica, che comprendeva anche i commenti dell’ex presidente Barack Obama sulla possibilità di vita extraterrestre.

 

Come riportato da Renovatio 21, due mesi fa il segretario alla Guerra degli Stati Uniti, Pete Hegseth, ha dichiarato che scoprirà insieme al pubblico americano se il suo dipartimento possiede documenti che dimostrano l’esistenza degli alieni. Nel frattempo Trump ha ripetutamente dichiarato che avrebbe desecretato i file UFO, l’ultima volta mesi fa.

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Secondo il deputato statunitense Tim Burchett, che cita fonti governative anonime, gli alieni avrebbero visitato il nostro pianeta a bordo di un’astronave extraterrestre e avrebbero preso contatto con gli esseri umani. Come riportato da Renovatio 21, negli scorsi anni il Pentagono ha ripetuto di non possedere «alcuna prova che indichi che vita extraterrestre abbia visitato il pianeta».

 

L’anno passato il vicepresidente americano JD Vance si è detto «ossessionato» dal tema degli UFO. Lo stesso ha dichiarato due mesi fa che secondo lui gli alieni sono in realtà demoni. L’affermazione, ripetuta dall’ esorcista monsignor Stephen Rossetti negli scorsi giorni, è costata al sacerdote un licenziamento da parte dell’arcivescovo di Washington cardinale Robert McElroy.

 

Le affermazioni dell’esorcista e del Vance hanno fatto il giro della rete, in un contesto in cui certa parte della destra cristiana americana (sia cattolica che ortodossa che protestante) sembra aver abbracciato l’idea, che in USA e in Europa aveva già nello scorso secolo una certa letteratura, secondo cui gli UFO potrebbero essere manifestazioni di forze infernali – al punto che è emerso che il governo americano starebbe organizzando sessioni di preparazione con i pastori protestanti invitandoli a preparare le loro congregazioni alla prossima divulgazione di informazioni riguardanti la vita aliena e astronavi non identificate, che potrebbero mettere in crisi la fede cristiana.

 

Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso il generale in pensione William Neil McCasland, la cui carriera militare sarebbe stata legata alla tecnologia UFO, è sparito senza lasciar traccia. il McCasland fa parte di una sequela di almeno una dozzina di scienziati ed esperti di tecnologia nucleare e UFO spariti negli ultimi mesi, sulla cui scomparsa l’FBI starebbe indagando. Settimane fa era stato trovato morto suicida l’esperto di UFO David Wilcock, che aveva varie volte dichiarato che non si sarebbe mai suicidato.

 

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