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L’epifania di Washington. La realtà come rappresentazione

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Il mondo nuovo è già stato allestito. Si è parlato molto del transumanesimo, che atterrisce tanti di noi come una grande minaccia sempre più vicina. Sentiamo di essere attaccati dagli stessi strumenti diabolici che abbiamo creati. Le armi che dovevano alleviare ogni difficoltà e assicurare ogni beneficio sono ormai fonte di pericolo e presentiamo di essere saliti su una macchina senza controllo perché guidata da forze sconosciute.

 

Eppure c’è un male ancora più grande, che ricomprende tutti gli altri e tutti li alimenta.

 

Non siamo più in grado di percepire la realtà, che è stata sostituita dalla sua rappresentazione.

Non siamo più in grado di percepire la realtà, che è stata sostituita dalla sua rappresentazione. Il mondo nuovo è già tutto contenuto in quello virtuale, che ci viene raccontato come vero anche se non combacia per nulla con quanto accade, magari persino sotto i nostri occhi, o vediamo sfilare dentro uno schermo.

 

I fatti americani, avvenuti per ironia della sorte nel giorno della Epifania, hanno squadernato il libro della menzogna planetaria in cui sembriamo condannati a vivere, come nell’incubo di una follia che non smette di sorprendere.

 

La gente era arrivata da tanto lontano per dire che non credeva più all’inganno di cui si nutre il potere. Che ha scoperto finalmente la truffa mediatica al servizio dei prestigiatori.

 

Ma la trappola era pronta ed è scattata puntualmente. L’11 settembre i cieli più protetti del mondo erano risultati per incanto i più sguarniti, ma le folle non riuscirono a meravigliarsi di nulla, e pare che quasi nessuno se ne meravigli ancora oggi.

I fatti americani, avvenuti per ironia della sorte nel giorno della Epifania, hanno squadernato il libro della menzogna planetaria in cui sembriamo condannati a vivere, come nell’incubo di una follia che non smette di sorprendere

 

Così è apparso del tutto normale a quanti hanno elargito al popolo il proprio grave pensiero sull’accaduto che l’accesso al luogo più protetto di Washington fosse stato lasciato libero in diretta televisiva a qualche comparsa di mestiere e allo sparuto gruppo di ingenui e disarmati trasgressori.

 

Poi, siccome né le comparse né gli sprovveduti invasori avevano intenzioni omicide, i pistoleri di professione al soldo del potere non si sono lasciati sfuggire l’occasione di fare un po’ di tiro al bersaglio e ammazzare qualcuno così come capita. Con naturalezza professionale.

 

Di solito i morti fanno molto rumore. Ma poiché la direzione delle trenodie spetta di diritto a chi conduce la musica, e ai maestri cantori, quei morti sono stati considerati virtuali come la mano che a freddo emerge dall’ombra, punta la pistola e stende una poveretta presa a caso.

 

La gente era arrivata da tanto lontano per dire che non credeva più all’inganno di cui si nutre il potere. Che ha scoperto finalmente la truffa mediatica al servizio dei prestigiatori

Insomma, nonostante la disarmante eloquenza delle immagini, anzi, a dispetto di esse, il film in cartellone era un altro ed è stato proiettato puntualmente con i sottotitoli già programmati. La pagina del New York Times era pronta fin dal mattino, cioè da una decina d’ore, con il compianto per il tentato omicidio della democrazia.

 

Un compianto riecheggiato ovunque, uguale su tutte le bocche autorevoli o presunte tali, senza distinzione di fede politica o di pregio culturale, senza disformità, Ogni persona intelligente ha partecipato a distanza alla Messa da morto per l’anima della democrazia in decesso temporaneo e tutti hanno assunto il tono mesto adatto alla luttuosa circostanza. E poiché la globalizzazione si è realizzata al meglio in quella della stupidità, non vale la pena di commentare le singole performance in patria o altrove.

 

Intanto però molti altri, tra registi e impresari, se la ridevano perché la trappola che ha funzionato a dovere anche grazie ai compunti commentatori e alla loro mancanza di senso del ridicolo. Essi hanno risposto puntualmente e comme il faut alle aspettative del potere al potere, mentre i morti avevano assolto la necessaria funzione pedagogica.

 

Ma occorre essere comprensivi. Se i fatti non esistono più, ma esistono soltanto le rappresentazioni, non c’è più neppure l’obbligo morale di parlare con cognizione di causa. Meglio non perdere tempo e prendere al volo il piatto precotto e omologato passato dal convento e non apparire stravaganti. Chi mai si metterebbe a berciare durante un funerale? Figurarsi a quello provvisorio della Democrazia.

 

Solo Sgarbi, uno abituato per mestiere ad osservare tutti i particolari della immagine che ha davanti agli occhi, pare essersi accorto di quello che era stato documentato, e che doveva apparire evidente, a cominciare dai morti ammazzati e da quelli che li hanno ammazzati.

 

Nonostante la disarmante eloquenza delle immagini, anzi, a dispetto di esse, il film in cartellone era un altro ed è stato proiettato puntualmente con i sottotitoli già programmati. La pagina del New York Times era pronta fin dal mattino, cioè da una decina d’ore, con il compianto per il tentato omicidio della democrazia

Dunque i fatti dell’Epifania, quelli che a dispetto di tutto sono veramente accaduti, hanno riassunto come in una metafora il vero dramma di questi tempi, che sarebbero parodistici se non fossero anche tanto minacciosi da non consentire né l’ottimismo né la distrazione.

 

Il mondo nuovo sta tutto nel tragico deragliamento della ragione. Un convoglio che sembra ormai rovesciato in campo aperto, mentre i suoi ignari e ormai disarmati passeggeri vagano in balia di ogni predatore. Con la ragione pare andata perduta anzitutto proprio la capacità di vedere l’evidenza, e così anche i fatti possono scomparire ed essere sostituiti a piacere secondo le esigenze dello spettacolo.

 

Del resto, se anche il denaro può essere creato dal nulla e, come nei giochi di società, certificare una ricchezza virtuale, perché stupirsi se la realtà può essere sostituita dalla sua falsa rappresentazione.

 

Il mondo nuovo sta tutto nel tragico deragliamento della ragione. Un convoglio che sembra ormai rovesciato in campo aperto, mentre i suoi ignari e ormai disarmati passeggeri vagano in balia di ogni predatore.

Forse il mondo nuovo è cominciato proprio allora, quando le riserve auree non hanno più garantito il valore della moneta senza che ci si allarmasse più di tanto. Anzi, l’inaugurazione di quella truffa planetaria è avvenuta con la naturalezza con cui era stata annunciata.

 

Se l’uomo si abitua a qualunque mostruosità «purché gli venga somministrata a piccole dosi», ora è venuta in auge una tecnica ancora più semplice, quella di dare per scontata la normalità di qualunque anomalia.

 

Una tecnica per cui diventa naturale che la polizia si faccia da parte per far entrare i manifestanti a violare la sancta sanctorum della democrazia occidentale, come è naturale che una vittoria elettorale venga annunciata dalla Pelosi (prodotto italiano di nicchia come la Ciccone) prima dell’inizio delle e elezioni.

 

Con la ragione pare andata perduta anzitutto proprio la capacità di vedere l’evidenza, e così anche i fatti possono scomparire ed essere sostituiti a piacere secondo le esigenze dello spettacolo.

È normale che la lettura delle schede venga affidato a un discusso sistema informatico cinese, come sono normali i nuovi «diritti civili», la cancellazione della maternità, la cancellazione dell’uomo in quanto offensore della natura, l’aborto al nono mese di gravidanza, e tanto altro. Ora è soprattutto normale che, in nome della libertà, si rinneghi la libertà con cui si è liberato il mondo dai tiranni, o che in nome della democrazia si vada in casa altrui a sloggiare il legittimo proprietario dopo avere corrotto la servitù.

 

Dunque noi beneficati dalle tecnologie avveniristiche siamo riusciti nella impresa ardita di sostituire alla evidenza dei fatti quella che oggi va di moda chiamare la loro narrazione.

 

Ma l’annientamento della ragione comprende anche la cancellazione dell’ignoto. Se può essere sconveniente scoprire quello che non conosciamo, questo finisce anche per non esistere. Anche la chiesa ha abolito il sacro per abolire il mistero, senza forse accorgersi che stava perdendo anche la propria ragione d’essere.

 

Noi beneficati dalle tecnologie avveniristiche siamo riusciti nella impresa ardita di sostituire alla evidenza dei fatti quella che oggi va di moda chiamare la loro narrazione

Così, quando ci si è trovati d’improvviso in balia della malattia sconosciuta, è sembrato subito impertinente la domanda sul come, sul chi e sul perché, e non si è trovato di meglio che la consegna a tempo indeterminato all’oracolo televisivo, che nulla sa o vuol sapere. Eppure, se questo nemico ignoto che incombe sulle nostre vite si rivelasse manovrato dalle mani invisibili di un burattinaio, scoprire la fonte del problema potrebbe anche fornirne la soluzione.

 

I Greci, che tutto hanno visto e presentito, avevano una sola parola per indicare sia la vita umana sia l’arco di un dio capriccioso e crudele che può colpirla a tradimento. Ma ancora una volta pare sconveniente pensare a mani umane che armeggiano nell’ombra con l’arco della vita altrui.

 

Così quasi nessuno dà troppo peso al fatto che un certo Bill Gates, il figlio d’arte in pulloverino rosa e con la frangetta grigia di adolescente attempato, avesse già da tempo affermato in diretta televisiva che bisogna ridurre l’umanità, e lo avesse fatto con la stessa disinvoltura con cui il Monti riconosceva a sé il merito di avere ridotto la domanda interna.

 

L’annientamento della ragione comprende anche la cancellazione dell’ignoto. Anche la chiesa ha abolito il sacro per abolire il mistero, senza forse accorgersi che stava perdendo anche la propria ragione d’essere

Né ha destato soverchio interesse che lo stesso adolescente attempato, munito di eccezionali capacità divinatorie, abbia preannunciato già nel duemila quindici una epidemia capace di sfoltire del superfluo la ingombrante massa umana, per poi organizzare proprio poco prima che la profezia si avverasse una bella simulazione di pandemia da COVIID, con milioni di morti. Per poi predirne molte altre molto più letali entro venti anni.

 

E infine, di dimenticanza in dimenticanza, oggi passa quasi inosservato che sia lo stesso filantropo ad avere approntato in quattro e quattr’otto un piano vaccinale capace di sconfiggere il famoso virus, in controtendenza con il proprio sogno di bonifica umana a scopo umanitario. Delle due l’una: o il ragazzo si è ravveduto e sta correndo con tutte le proprie forze in soccorso dell’umanità perché non la ritiene più sovrabbondante, oppure il piano vaccinale è in grado di potenziare l’effetto riduttivo proprio delle pandemie profeticamente annunciate e scientificamente calcolate.

 

Eppure, anche a volersi voltare dall’altra parte a tutti i costi, una cosa almeno dovrebbe attirare l’attenzione. Gli ideatori di ogni piano provvidenziale scelgono ormai di parlare chiaro e tondo, come si conviene a chi è tanto sicuro del fatto suo da non temere obiezioni. Anche perché, se le cose più sconvenienti vengono dette con naturalezza, esse potranno sempre apparire come facezie. Come quando uno racconta alla propria fidanzata di averne anche un’altra, e la sventurata che aspiri ad apparire donna di spirito si guarderà bene dal mostrarsi sospettosa.

 

O il ragazzo Bill Gates si è ravveduto e sta correndo con tutte le proprie forze in soccorso dell’umanità perché non la ritiene più sovrabbondante, oppure il piano vaccinale è in grado di potenziare l’effetto riduttivo proprio delle pandemie profeticamente annunciate e scientificamente calcolate

L’enfant prodige che sperimentava in garage le scoperte di altri può dunque parlare chiaro, sicuro di non suscitare allarmi sconsiderati. Ha respirato in famiglia l’alto ideale abortista di suo padre finanziatore di una grandiosa macchina di morte planetaria, alla luce de sole, per il bene delle donne e della intera società.

 

Con gli stessi metodi e le stesse finalità filantropiche è stata diffusa la santificazione dell’omosessualismo, il gender, la sessualizzazione precoce dei bambini a futuro uso pederastico, le pratiche eutanasiche e tutto l’altro marcio sparso a piene mani non solo in «Danimarca» ma sul mondo intero. Il tutto grazie anche alla impunità garantita dalla disattenzione dei popoli il cui depauperamento culturale è funzionale alla sudditanza e alla perdita di ogni consapevolezza critica.

 

Così i Gates e i loro ben noti omologhi regnano indisturbati e gratificati dall’ossequio di ogni benpensante devoto al progresso garantito dalla magnanimità del filantropo. I nomi sono solo paradigmatici. Stanno ad indicare un insieme, un potere che ha altri corpi non necessariamente identificabili in base a dati fisiognomici. Come le famose «famiglie» tentacolari ovunque dominanti. Famiglie, corpi, filantropi. Tutti i poteri fra i più oscuri e inafferrabili che abbiano segnato la storia umana.

 

Con gli stessi metodi e le stesse finalità filantropiche è stata diffusa la santificazione dell’omosessualismo, il gender, la sessualizzazione precoce dei bambini a futuro uso pederastico, le pratiche eutanasiche e tutto l’altro marcio sparso a piene mani

Accanto ai fabbricanti di morte morale e materiale, a braccetto con loro, ci sono i grandi sacerdoti della finanza speculativa che inoculano una morte fredda, senza bisturi e senza morfina. Tanto dotati da fiutare anche l’affare ricavabile dalle scommesse sulle pandemie. E anche di questa efficienza e di queste attitudini ci siamo dimenticati in fretta. In fondo non ci è sembrato abbastanza immorale, neanche paradossale, non ci è sembrato neppure sospetto.

 

Il nastro che scorre davanti agli schiavi televisivi fissa immagini e suoni, ma quello che deve rimanere impresso è solo il messaggio diramato secondo il piano di bonifica mentale egualitaria. Un piano che ha funzionato alla perfezione anche nel giorno della Epifania, quando la proiezione politica dei poteri al potere ha organizzato la trappola in cui sono caduti anche tanti topi intelligenti.

 

Contro queste forze è impossibile difendersi ad armi pari. Ma se ne possono smascherarne i piani se ne vengono finalmente scoperte le intenzioni. Anche la medusa può essere disarmata, forse proprio cominciando a guardarla in faccia con la forza e il coraggio della ragione.

 

Accanto ai fabbricanti di morte morale e materiale, a braccetto con loro, ci sono i grandi sacerdoti della finanza speculativa che inoculano una morte fredda, senza bisturi e senza morfina. Tanto dotati da fiutare anche l’affare ricavabile dalle scommesse sulle pandemie

Giorgio Colli dedicò anni fa un saggio illuminante alle origini della filosofia. Queste andrebbero fatte risalire ad una sapienza ancora più arcaica, cui fu riconosciuta la forza di affrontare il mistero della vita. Una sapienza che si manifestava nella capacità di risolvere gli enigmi con la forza liberatoria della ragione. Essa è la sola arma concessa all’uomo per difendersi dall’ignoto che lo minaccia.

 

È quella vera sapienza per cui Edipo, sciogliendo l’enigma, libera la città dalla Sfinge che la tiene in scacco. Secondo una tradizione altrettanto antica, Omero si sarebbe gettato in mare per la disperazione di non essere riuscito, nonostante la propria sapienza, a risolvere l’enigma propostogli da alcuni giovani pescatori.

 

Noi sapienti e saccenti figli della modernità dovremmo tentare di rimettere in piedi il carro rovesciato della ragione, magari cominciando col chiederci quando e perché una torre di acciaio alta quattrocento metri può polverizzarsi al suolo in nove secondi esatti.

 

 

Patrizia Fermani

 

 

 

Articolo previamente apparso su Ricognizioni

 

 

 

 

Immmagine di Tyler Merbler via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

 

 

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Perché votiamo Sì al referendum

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Renovatio 21 voterà al referendum di domenica.

 

Lo facciamo essenzialmente perché riteniamo che alla magistratura italiana vada dato uno scossone – anzi, la riforma Nordio forse è ancora poco rispetto a ciò che ci vorrebbe.

 

Nelle scorse settimane abbiamo ospitato interventi contrari alla separazione delle carriere in magistratura, e rispettiamo i dubbi leciti che si possono avere in merito alla questione. Sappiamo bene che la questione della separazione delle carriere – che interessa manciate di casi di questi anni su migliaia di magistrati – è uno stalking horse, uno specchietto per le allodole: l’obbiettivo vero della riforma è il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), indebolendo il quale – e soprattutto, auspicatamente «de-correntizzandolo» – si otterrebbe una riduzione globale del potere dei giudici sul Paese.

 

Il fatto è che, al di là dei numeri e della politica spiccia, non possiamo toglierci dalla testa quanto abbiamo visto in questi decenni, con casi di decisioni incredibili da parte dei magistrati – decisioni che hanno come conseguenza la rovina delle vite di tantissimi, e che, pure nelle rarissime occasioni in cui viene comprovato l’errore giudiziario, non comportano alcuna pena per il giudice stesso.

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È stato utile vedere la reazione delle forze di sinistra, comprese quelle radicali (che una volta, in teoria, odiavano i magistrati: giusto?) contro la riforma, a difesa dello status quo della magistratura italiana: la prova provata che essa è parte integrante e fondamentale dello Stato-partito, cioè della fusione del maggior partito rimasto dalla fondazione della Repubblica con ogni ganglio dello Stato, una materia talmente monolitica ed infallibile che ogni altro partito, vecchio o nuovo, che voglia contare qualcosa, deve venirne a patti, emulare o, più spesso, accettare qualche briciola che cade dal tavolo in cambio della sua stessa castrazione politica.

 

La magistratura, che è arrivata a condannare in questi anni persino ministri della Repubblica opposti al diktat kalergista dell’invasione migratoria, funge di fatto come da guardia perimetrale dell’immobilità dello Stato italiano e della sua conformazione agli oscuri ordini provenienti dalle centrali mondialiste.

 

Che qualcosa che va al di là del potere giudiziario, nella Giustizia italiana, lo si era capito già ai tempi di tangentopoli, quando cominciarono ad esserci certi sussurri sul ruolo degli USA nel processo che spazzò via tutti (meno uno…) i partiti della Prima Repubblica. Di recente, lo studioso americano Mike Benz, parlando anche di altri casi (in Brasile, ad esempio, c’è il capo della Corte Suprema che fa uscire di galera un presidente, Lula, e ne mette dentro un altro, Bolsonaro) ha definito il fenomeno della transitional justice, «giustizia di transizione»: si tratta di un vero e proprio schema di influenza internazionale di Washington, per cui tramite i giudici si mette in prigione questa o quella figura pubblica per destabilizzare e poi «stabilizzare» (cioè, sottomettere con i propri uomini) un Paese… in effetti proprio quello che sembrerebbe essere successo al Tribunale di Milano agli inizi degli anni Novanta, e qualche cascame ci par di averlo veduto anche più ultimamente.

 

Ma, al di là dei grandi giochi geopolitici, quello che ci salta alla mente è lo scempio costantemente su giornali e telegiornali: ecco il caso del fidanzato che si fa decenni di processi e galere per aver ucciso la fidanzata, salvo che il processo ora viene riaperto; ecco il caso del muratore accusato di aver ammazzato una bambina, dove però le incongruenze sono tali da inquietare l’opinione pubblica; ecco il caso del serial killer toscano che, dopo decadi, non va da nessuna parte, anzi si complica ancora di più, tra la violenza e il grottesco. E poi ancora: le bombe, gli aerei esplosi, le stragi, i misteri di ogni sorta, con i relativi muri di gomma…

 

Ne abbiamo viste davvero troppe per far finta di niente – e parliamo anche di casi vicinissimi a noi. Al di là del nostro scetticismo rispetto alla finzione democratica, che in Italia come altrove è in via di esaurimento, è proprio la cifra umana della questione (gli innocenti condannati, o anche solo accusati e processati per anni, contro ogni evidenza) che ci preme.

 

E qui non entriamo nemmeno nel caso della Corte Costituzionale, che abbiamo capito essere il vero grande laboratorio nazionale per la dissoluzione bioetica, dove si fanno e si disfano le regole per la vita e la morte (eutanasia, aborto, provetta, vaccini, trapianti etc.) mentre il Parlamento zufola a poca distanza.

 

Insomma, è l’intero edifizio che è problematico. E confessiamo pure di non capire perché in tutti questi anni l’assetto generale della magistratura sia stato un tabù: è lecito pensare che il potere giudiziario non sia del tutto separato, soprattutto se pensiamo che già dentro alla magistratura vi siano delle correnti? È così impossibile pensare ad un meccanismo elettorale popolare per scegliere se non i giudici, le figura apicali e decisionali della magistratura? È così assurdo pensare alla possibilità, come negli Stati Uniti, di giurie popolari, che mitighino lo strapotere di giudici e procuratori (e avvocati…)?

 

Non abbiamo, in realtà, nessun motivo per votare contro la riforma. Sappiamo che, come in tante altre occasioni, il voto referendario potrebbe non essere rispettato. Ciò non ci esime dal tentare di partecipare ad una scossa sismica che potrebbe essere per il Paese catartica.

 

Per cui, noi domenica votiamo .

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Immagine di Niccolò Caranti via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported; immagine modificata

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«Danno alla Chiesa, svilimento del pensiero e dell’azione di papa Leone XIV»: lettera del prof. Sinagra al cardinale Zuppi

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Renovatio 21 pubblica la lettera circolante in rete che al segretario CEI cardinale Matteo Zuppi ha scritto l’eminente giurista .Augusto Sinagra, Il professor Augusto Sinagra (Catania, 1941) è un eminente giurista italiano, professore ordinario di Diritto dell’Unione Europea e Internazionale, noto per il suo lungo ruolo accademico alla Sapienza di Roma (fino al 2013) e la sua attività come avvocato patrocinante davanti alle magistrature superiori e alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.   Egregio Cardinale,   con molto disagio mi rivolgo a lei con il suo titolo ecclesiastico di alto rango.   Il mio disagio è motivato dal fatto che io sono cattolico e lei mi pare di no; sia nel senso della doverosa e corretta testimonianza dei Vangeli, sia nel senso della liturgia e della tradizione. E ora anche nel suo modo diplomaticamente denigratorio nei confronti dell’attuale Pontefice.   È vero che lei è «figlio» del Concilio Vaticano II che tanti guasti, divisioni e contrasti ha provocato nella Chiesa cattolica. Bastano due esempi: il Vescovo Marcel Lefebvre e l’Arcivescovo Carlo Maria Viganò.   Quel che lei dice e fa mi ricorda le parole del prof. Franco Cordero nel suo famoso libro Risposta a Monsignore (si trattava di monsignor Colombo responsabile spirituale della Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano), quando ammonì – anche lui in controtendenza rispetto agli esiti nefasti del Concilio Vaticano II – che il «Messaggio» sarebbe rimasto e lo si sarebbe raccolto nelle piccole chiesette di lontana periferia.   Lei, Signor Zuppi, (chiamandola così mi sento più a mio agio) non si rende conto del danno che fa alla Chiesa cattolica svilendo ingiustamente il pensiero e l’azione di papa Leone XIV che, secondo lei e secondo un’espressione romanesca a lei nota, «non se lo filerebbe più nessuno».   Si dice che lei è un diplomatico ma la sua non è un’espressione diplomatica ma è qualcosa che somiglia di più a un siluro subacqueo, e questo, Signor Matteo Zuppi, non è commendevole per l’apparente finalità che lei vuol perseguire.

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Attingendo ancora al linguaggio romanesco che lei conosce, penso che a lei ancora «rode» (non dico cosa per decenza) il fatto di non essere stato eletto papa. Ma la sua mancata elezione conferma la presenza in Conclave dello Spirito Santo.   Lei è degno «figlio» di Bergoglio da me sempre chiamato «il pampero argentino». Peraltro a lei manca qualsiasi capacità diplomatica se solo penso che, nominato dal suo dante causa Bergoglio mediatore per la guerra in Ucraina, nonostante i suoi plurimi viaggi e contatti, le sue parole si persero nel vento. E ora lei si permette di criticare Leone XIV del quale non può negarsi quantomeno la grande cultura agostiniana.   Lei dice che i fedeli non gli danno retta. Se la cosa la può tranquillizzare, i fedeli per fortuna non danno retta neanche a lei ma sono obiettivo: i fedeli non danno retta e le Chiese sono vuote non per colpa sua o di altri ma per colpa proprio del Concilio Vaticano II.   Un ultimo commento alla sua omelia del 17 marzo 2026 nella Cattedrale di San Pietro a Bologna. In tale circostanza lei, ormai intriso di «santegidiismo» e dunque più di politica che di fede, ha affermato che l’azione delle FF.AA. per essere efficace «deve essere accompagnata dall’intesa» in mancanza di che la F.A. non sarebbe un «deterrente«, mancando il dialogo e il confronto.   Egregio Zuppi, ma lei cosa pensa che le FF.AA. debbano rapportarsi al nemico dialogando in vista di un’intesa? Oppure che il ricorso alle FF.AA. debba essere deciso all’esito di un’intesa o di un dialogo? Ma con chi? Non le basta il Parlamento?   Devo concludere, mio buon Zuppi, nel senso che lei non si rende conto di quel che dice.   E il bello è che lei dice che la «storia insegna» anche perché lei per primo non conosce la storia e dovrebbe studiarla perché la storia non è quella di cui si discute nella Comunità di Sant’Egidio della quale lei è coerentemente parte.   Augusto Sinagra   Renovatio 21 offre questo testo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Necrocultura

Una città senza tifo è una città morta

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La squadra della mia città, dopo anni e anni di incomprensibile viaggio nei gironi infernali della Serie C, ieri sera è tornata finalmente in Serie B.

 

Chiariamoci: non che sia un ottenimento paradisiaco, perché la Serie B è pur sempre un purgatorio – per alcuni anzi è già la bocca dell’inferno dell’irrilevanza calcistica, e quindi nazionale. Quella che era la terza provincia più industrializzata d’Italia può non avere una squadra in Serie A?

 

Richiariamoci: chi scrive non ama pazzamente il calcio, anzi ne detesta, oltre che le doti di programmatica narcosi di massa – il calcio come psy-op per rabbonire la popolazione, chiedete alla famiglia Agnelli e alla loro squadretta – anche il carattere di narcosi individuale. Si tratta di uno sport noiosissimo, dove quasi si passano la palla, la passano indietro, la lanciano a campanile, la lanciano nel mucchio, insomma una barba assoluta, al punto che si finisce per pregare di vedere almeno un tiro in porta in tutta la partita.

 

Una proposta di legge per impedire legalmente lo zero a zero (o i pareggi in generale) nessuno l’ha ancora avanzata, e lo faremo noi quando Renovatio 21 sarà in Parlamento, e per soprammercato garantiamo che accluderemo senz’altro l’abolizione del fuori gioco, un’altra follia che castra il giuoco accrescendo al contempo i testicoli degli spettatori (la partita di pallone diventa una palla, anzi due palle), e che nessuno degli eunuchi calciofili ha mai osato voler levarsi di torno (levarsi di torno, riferimenti scrotali ne abbiamo fatti troppi).

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Insomma, arriva iersera questa partita di calcio attesa da sempre. Il Vicenza ha, dicono i commentatori RAI, «ammazzato il campionato» di C1. Sta 21 punti dinanzi alla seconda (il Brescia, caduto anche quello dal cielo, finito sottoterra come noi), una cavalcata irresistibile, con uno streak di risultati utili consecutivi di 26 partite (20 vittorie, 6 pareggi): dopo anni di sofferenza (con la promozione sfumata l’anno passato ai playoff), finalmente uno squadrone imbattibile.

 

E la città dovrebbe esserne fiera: si tratta pur sempre della città erede dei tempi del «Lanerossi» – lo sponsor storico, praticamente oggi inesistente, che in realtà già indica un discorso di archeologia industriale, o meglio di deindustrializzazione del territorio –, la città che rischiò di vincere lo scudetto nel 1978 (lo vinse all’ultimo la Juve, e ci sono certe voci), la città dove Paolo Rossi è venerato come un santo (con graffiti stencil che compaiono dappertutto), la città del «Real Vicenza», una squadra che in A ci stava talmente bene che i suoi tifosi si contavano persino a Padova e Bassano (pazzesco), la città che vide la sua squadra vincere la coppa Italia contro il Napoli nel 1997 (io c’ero), per poi arrivare in semifinale in Coppa delle Coppe ed essere eliminata, con una certa difficoltà, dal Chelsea di Vialli (1998).

 

Insomma tanta roba: la storia di questo posto passa di certo anche per la sua squadra, il suo stadio, il suo tifo. E ieri sera, vista la data storica, al primogenito è stato concesso di vedere il primo tempo della partita in TV, cosa che lo ha mandato a letto alle 9 e qualcosa, un orario che per lui proporzionalmente corrisponde a quello che è per noi adulti un momento molto dopo la mezzanotte.

 

Per cui stamattina, portando i bambini a scuola, mi sono detto: facciamo questo gioco, vince chi conta più bandiere del Vicenza esposte nelle case. Ho ricordi, sia d’infanzia che di giovinezza adulta, di quando c’era il passaggio ad una serie maggiore, o una grande vittoria: la città in festa, la gente con le bandiere a bordo strada, macchine che strombazzano il clacson, e poi ogni balcone, ogni finestra, ogni cancello con issata la bandiera biancorossa.

 

La grande vittoria arriva telefonata: i calcoli per cui si passa in B con sei giornate di anticipo sono stati annunciati da tutti i media locali, e non so se in certi bar si è parlato d’altro. Tutti devono aver trovato il tempio per l’addobbo pro-calcistico, pensavo. Del resto, fuori da casa nostra e da quella del nonno il bandierone c’è.

 

È stato un disastro: il gioco è stato annullato per mancanza totale di sostanze. In pratica, abbiamo visto qualcosa 2 (due) bandiere esposte lungo i 15-20 minuti di percorso.

 

«Papà, perché nessuno ha la bandiera fuori?» chiede un figlio, che ambisce a vincere il giochino famigliare infrautomobilistico.

 

«Eh… questo che stiamo passando è un quartiere di immigrati… forse» tenta di rispondere il padre, preso alla sprovvista.

 

Anche quando si è passato il casermone dove lo Stato ha imbucato gli afroislamici, di bandiere non se ne vedono. Nessuno alla finestra ha esposto il simbolo dell’unica squadra della città. Le due che riusciamo a contare sono bandiere vecchissime, risalenti di certo ai tempi in cui la festa era sentita ed automatica – lo si vede dalla grafica antica e un po’ ingenua con il gatto, animale che è nel cuore dei vicentini e non solo nel cuore.

 

In pratica solo qualche vecchietto si è ricordato dell’onore della città. L’amarezza mi sale e diventa fastidio, rabbia.

 

I bambini smontano dall’auto frastornati. Il padre è preso invece da riflessioni abissali sullo stato psisociale della nostra società, sul come la Necrocultura con le sue devastazioni anche qui, sul fatto che un programma di eutanasia delle masse è più che mai attivo e vincente.

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Da non tifoso, dico che una città senza tifo è una città morta. È davvero inutile nasconderselo: il senso di coesione di una città si proietta nella sua squadra di calcio, che sublima la violenza latente della collettività che un tempo sfociava in guerre interregionali. Parlare – in lingua veneta – di Verona e Padova con un supporter della curva mi è sembrato, varie volte nella mia vita, come entrare in una macchina nel tempo: un soldatino dei tempi dei Comuni, ai tempi in cui queste città si scannavano, mi avrebbe detto le stesse parole.

 

Perché nel discorso del tifoso puro, che ripetiamo è in vernacolo arcaico, la città e la squadra sono un’unica cosa. «A mì, fusse par mì, farìa łe trincee sull’A4, e con Padova e Verona sarìa soło guera» ricordo mi disse un trentennio fa un ultras avvinazzato, e sappiamo che in vino veritas. La minaccia di guerra civile era in realtà solo un retaggio onesto di un’era medievale – i massacri scaligeri di Cangrande della Scala, le «guerre dell’acqua» per il fiume Bacchiglione tra Vicenza e Padova, etc. etc. – che il nostro pelato e tatuato comme il faut canalizzava in maniera inconsapevole quanto perfetta.

 

Il tifo è l’inconscio, e la libido, è l’energia orgonica pienamente visibile di una città: lasciatemi usare orride terminologie psicanalitiche per far capire il lettore. Se una città vive, se una città ha ancora in sé la forza della vita, deve per forza avere un fanatismo calcistico organizzato attorno alla sua squadra, anche se è finita agli inferi.

 

E quindi, quello che ho testimoniato, scandalizzando i miei figli, è un’ulteriore prova della fine della nostra società, dello sradicamento delle genti del territorio, dell’era nuova di divisione e compressione – cioè di morte – che stiamo vivendo nell’ora presente.

 

Nemmeno nel momento più leggero, in cui si può anche solo simulare la felicità immettendola nella sfera collettiva, il cittadino sincero democratico tira fuori qualcosa. Maddeché: chiuso in casa, con il suo Netflix, Facebook, i videogiochi, il cane, lo stipendio fisso – o meglio, la pensione… Nessun orizzonte al di fuori del tinello. Nessuna voglia di estroiettare qualsiasi sentimento. Niente partecipazione, nessun bisogno identitario, niente di niente. Stipsi vitale. Rigor mortis civile.

 

Le città hanno perso l’orgoglio, perché chi le vive non ama più la città, e nemmeno se stesso. La Cultura della Morte uccide, oltre che la vita, anche la gioja. È il grande processo di demoralizzazione in atto da tanto tempo: una società atomizzata, dove la coesione non è più possibile nemmeno per lo sport e i suoi simboli, è una società sradicata e quindi resa plasmabile dal potere come si desidera.

 

Ciò significa: l’uomo senza colori e senza gioja lo puoi comandare, lo puoi sfruttare, lo puoi spostare – e, con un po’ di attenzione, lo puoi anche uccidere. Abbiamo visto, su questo sito, come il linguaggio con cui il governo Meloni parla della dismissione dei servizi nelle aree periferiche del Paese è esattamente quello dell’eutanasia.

 

Ho scritto, qualche mese fa, del fatto che le nostre città sono oramai ridisegnate urbanisticamente dall’immigrazione. Ciò è vero anche ad un livello più intimo: le masse immigrate, assieme agli altri strumenti di sradicamento e cancellazione dei legami tradizionali, hanno prodotto cambiamenti tettonici anche nella psiche degli autoctoni: del resto, se la mia città viene lasciata invadere da afroasiatici qualunque, cosa può avere da tanto particolare? Posso essere fiero di vivere dove case ed appartamenti vengono assaltati ogni giorno? Posso essere orgoglioso dei miei luoghi, se essi sono stati in questi anni solo oggetto di degrado?

 

Ciascuno ripiega in se stesso. L’anarco-tirannia questo fa: il criminale straniero è lasciato libero ed impunito, il cittadino autoctono, molestato dai banditi e dallo Stato vessatore (fisco, greenpass, etc.), giocoforza si richiude nel suo baccello, si introietta sempre più nel loculo domestico, diviene condominialmente autistico. Così che il potere costituito fra le scatole si toglie questa noia del popolo e delle sue esigenze: l’illusione della democrazia è giunta alla sua fine, lo sappiamo, e stanno facendo tanti sforzi per dircelo in faccia.

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E così, mi ritrovo, e non è la prima volta in questi anni, a dover sperare negli ultras come simbolo della vita e della volontà. Conosco i limiti di quello che sto dicendo, e sto pensando decisamente al disastro satanico che, utilizzando proprio gli ultras, è stato fatto con l’ingegneria sociale dell’Ucraina e della sua guerra.

 

Tuttavia, non posso non soffrire dinanzi allo scempio di una città che non sa più gioire, e quindi non sa più vivere. Guardo i palazzi incolori e ci vedo Pompei dopo il Vesuvio, Phnom Penh con Pol Pot, una città fantasma del Far West, una rovina assortita che attende solo un crollo ulteriore. Una città in cui hanno buttato una sorta di bomba al neutrone, quella che fa il massimo danno biologico, eliminando in toto la vita, ma tenendo in piedi i palazzi.

 

Abbiamo permesso alla Necrocultura di insinuarsi anche qui, e disgregarci perfino nel calcio. Sarebbe l’ora di invertire il processo.

 

Credo sia ancora possibile, ma non per molto tempo ancora.

 

Chi legge queste parole, chi ha capito quello che sto dicendo, è già sulla buona strada. La battaglia per lo Spirito e per la materia umana di questo Paese. Possiamo farla insieme: la coesione è esattamente quello che ci vogliono togliere del tutto

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine di Pottercomuneo via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata

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