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All’ombra del papa crematorio

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Non tutti sembrano rendersi conto della profondità del gesto di Bergoglio che si reca ad omaggiare il Napolitano pronto per la camera ardente.

 

Si tratta di una vicenda di portata immensa, di un fenomeno di devastazione multidimensionale. E forse pure di valore catartico, vorrebbe dire la speranza dentro di noi, visto che, grazie a tale tracotanza, trame oscure, anche vecchie di secoli, tornano ad affiorare.

 

Ebbene, partiamo dal fatto che la presenza del papa di fatto benedice l’attività della cremazione, per secoli e millenni osteggiata dalla Chiesa cattolica, almeno fino a Montini, che tolse il divieto assoluto per i cattolici appena dopo essere stato eletto papa – i soliti maliziosi dicono che fosse una sorta di pegno pagato a chi lo aveva aiutato a salire sul Soglio di Pietro.

 

La cremazione è sempre un’opzione inaccettabile per le persone ancorate alla tradizione cattolica. Si tratta infatti di una pratica assai fortemente sospinta dalla massoneria, e proibita dalla Chiesa per secoli.

 

Sin dal Risorgimento – l’operazione che la massoneria intraprese con i Savoia per cancellare l’Italia cattolica – la cremazione cominciò ad essere diffusa nel Paese da soggetti di chiara emanazione massonica.

 

I massoni adducevano la cifra igienico-sanitaria della cremazione, ma anche la sua supposta presenza nella preistoria.

 

Leggiamo da un documento pubblicato su internet dal sito Loggia Garibaldi 1436, «sotto l’influenza dei massoni e per loro volontà, la cremazione è ridiventata, dopo duemila anni, una pratica funeraria legale».

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«Massoni erano Francesco Crispi, Luigi Pagliani, Malachia De Cristoforis, Gaetano Pini, Ariodante Fabretti e molti altri. La massoneria di quei tempi operava concretamente per “il bene e il progresso dell’umanità”: i massoni, che avevano già il grande merito di aver dato un decisivo contributo a “fare l’Italia” e a costruire lo stato laico nato dal Risorgimento, si accingevano a “fare gli italiani”. Cioè alla costruzione di una religione civile in grado di sostituire le nuove appartenenze dello stato laico alle vecchie identità, sedimentatesi nelle credenze religiose».

 

«La diffusione della cremazione da parte dei massoni nell’Ottocento è il prolungamento di un più generale discorso sulla fondazione di una morale laica, in grado di fronteggiare adeguatamente, in tutti i campi, l’egemonia di norme e comportamenti a sfondo confessionale. Poiché l’essenza della proposta cremazionista era – in sintesi – una tensione etica di trasformazione sociale, in nome dell’uomo, della scienza e del progresso, i massoni si dedicarono con slancio alla sua affermazione».

 

Si tratta, come ammesso qui, di una questione di riprogrammazione della morale, chiaramente in senso anticristiano: se ci pensate, polverizzare un corpo con il fuoco è visivamente la negazione della promessa della resurrezione della carne fatta dalle Sacre Scritture, e rappresentata dal Cristo risorto, vincitore della morte, il cui corpo – idea intollerabile per i grembiulisti – è presente sostanzialmente nella Santa Eucaristia diffusa in ogni Santa Messa.

 

«La sepoltura è professione della fede nell’articolo della resurrezione dei corpi (…). Mai come oggi, in questo clima gnostico, il corpo umano è visto come un insieme di elementi da riutilizzare o distruggere a piacere, con uno scopo puramente utilitaristico» leggiamo in un articolo pubblicato dalla Fraternità San Pio X.

 

La sepoltura, diceva Sant’Agostino «se non serve alla salvezza del morto, come pensavano alcuni pagani, è però dovere di umanità, perché nessuno ha in odio la propria carne».

 

La questione dell’odio del proprio corpo, che si vuole disintegrare, è consonante con la guerra all’Imago Dei dinanzi ai nostri occhi: l’odio per l’essere umano, fatto ad immagine di Dio, che dall’aborto alla provetta all’ingegneria genetica è la cifra del nostro tempo.

 

Da notare come tale odio sta portando la cremazione a mutazioni sempre più grottesche. È il caso dell’acquamazione, di cui Renovatio 21 ha parlato: la scelta fatta dal vescovo anglicano-mandeliano Tutu, che per non inquinare (bruciare un corpo produce CO2) ha voluto far dissolvere il suo corpo nell’acido, un po’ come accadeva, viene da pensare alle povere vittime della mafia Matteo Messina Denaro. Secondo quanto è dato di capire, i resti liquidi del cadavere vengono quindi gettati in fogna.

 

L’ecologismo spinge anche verso lidi edificanti, come il «compostaggio umano»: la trasformazione del corpo del defunto in concime, che poi viene dato ai campi coltivati. Più Stati americani hanno già leggi in merito. Qualche lettore può capire che si tratta, di fatto, di reintrodurre il corpo umano nella catena alimentare: il prossimo passo potete dire voi quale potrebbe essere.

 

Il papa crematorio visto al Senato italiano riporta alla mente tutti questi pensieri anticristiani, antiumani. Ma non è tutto.

 

C’è di mezzo il fatto che si è trattato di un ex inquilino del Quirinale, il cui nome originario, per esteso, è Palazzo Apostolico del Quirinale o Palazzo Papale del Quirinale: sì, si tratta di un regale edifizio inglobato dal Regno d’Italia massonico con la presa di Roma. Il Quirinale dal XVI secolo ha ospitato, come residenza estiva o come luogo alternativo ai Palazzi Vaticani, almeno trenta papi, da Gregorio XIII a Pio IX.

 

Fatti sloggiare i papi, sono arrivati i Savoia, la famiglia da cui, secondo una leggenda metropolitana che rifiutiamo con forza, ma che sta ancora circolando in queste ore, deriverebbe Napolitano, pure chiamato per qualche motivo «Re Giorgio», dichiarato dai diffusori di fake news come possibile figlio biologico di Umberto II di Savoia.

 

Nell’ambiente del tradizionalismo cattolico si mormorava che, usurpato il Quirinale e obbligato alla messa quotidiana per tranquillizzare il popolino rimasto cattolico e non ancora massonizzato – le monarchie erano tutte ancora cristiane, la monarchia massonica suonava e suona tutt’oggi abbastanza maletto – il re nella cappella sedesse in prima fila leggendo il giornale durante la liturgia.

 

Ora, in molti hanno notato i piccoli segni lasciati visibili nella vicenda: Bergoglio arriva in carrozzina ma poi si alza davanti alla bara, in silenzio e con la mano sul cuore, una gestualità il cui significato ora non indagheremo.

 

Soprattutto c’è quello che Camillo Langone ha definito «un fatto straordinario»: il papa non si è fatto il segno della croce, né ha benedetto la salma.

 

Il Vaticano ha quindi fatto sapere che Bergoglio ha voluto «esprimere, con la presenza e la preghiera, il suo personale affetto a lui e alla famiglia, e onorare il grande servizio reso all’Italia». In assenza di segni esterni, non capiamo quindi se la benedizione del cremando sia partita di default, forse dal foro interiore dell’argentino, forse latae sententiae.

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Bisogna capire che chi è rimasto un po’ vigile negli anni si ricorda di strane dichiarazioni di Bergoglio nei confronti di Napolitano ed altri personaggi.

 

Il 14 novembre 2013 Bergoglio varca le porte del Quirinale – il palazzo dei papi – per andare a trovare il presidente che ora vi abita, e che poco prima era stato rieletto.

 

«Con viva gratitudine ricambio oggi la cordiale visita che Ella ha voluto farmi lo scorso 8 giugno in Vaticano. La ringrazio per le cortesi espressioni di benvenuto con cui mi ha accolto, facendosi interprete dei sentimenti del Popolo italiano» disse Bergoglio in tono solenne.

 

«Mi è particolarmente gradito infine associarmi alla stima e all’affetto che il Popolo italiano nutre per la Sua persona e rinnovarLe i miei auguri più cordiali per l’assolvimento dei doveri propri della Sua altissima carica. Iddio protegga l’Italia e tutti i suoi abitanti».

 

Pochi anni dopo, scattò come una dichiarazione di stima improvvisa, che fece molto discutere per altri personaggi che vi erano associati. Era il 2016 quando Francesco parlò al Corriere della Sera di «grandi personaggi dimenticati» della storia recente, i «grandi dell’Italia di oggi».

 

«Ad esempio la donna-sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini» disse il romano pontefice, già facendo capire l’importanza che l’isola siciliana aveva nei suoi progetti. Non va dimenticato come uno dei suoi primi viaggi, a poche settimane dal conclave fu proprio a Lampedusa (come si diceva prima: pegni da pagare dopo aver ricevuto l’anello piscatorio?) dove, in mare aperto, diede il via alla migrazione di massa poi divenuta la crisi europea sotto i nostri occhi anche in questi giorni. Bergoglio celebrò quello che fu il più grande spot pubblicitario per convincere i giovani africani a venire in Italia e in Europa – perché se lo dice il loro papa che devono aiutarci, perché mai non tentare la traversata? L’analista geopolitico Edward Luttwak arrivò a dire che le morti di quanti annegano tentando di attraversare il mare possono essere attribuiti a tale trovata mediatica.

 

Poi tra i «grandi italiani», Francesco nominò proprio il Napolitano, che nel frattempo si era dimesso per lasciare il posto a Mattarella. Bisognava fargli i complimenti comunque per il bis: «quando Napolitano ha accettato per la seconda volta, a quell’età, e sebbene per un periodo limitato, di assumersi un incarico di quel peso, l’ho chiamato e gli ho detto che era un gesto di “eroicità patriottica”».

 

Per tentare di capire meglio il senso di questa uscita, o forse di rinunciare a comprendere del tutto, bisogna considerare che il terzo «grande personaggio dimenticato» dell’Italia recente era, per Bergoglio, Emma Bonino.

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Per il papa, la radicale «è la persona che conosce meglio l’Africa. E ha offerto il miglior servizio all’Italia per conoscere l’Africa. Mi dicono: è gente che la pensa in modo molto diverso da noi. Vero, ma pazienza. Bisogna guardare alle persone, a quello che fanno».

 

Sulla questione della Bonino in Africa ci sarebbe molto da dire, anche se i dettagli sono ancora oscuri. La radicale nel dicembre 2001 si era trasferita al Cairo, con lo scopo, disse, di imparare la lingua e la cultura araba – risulterebbe quindi che più dell’Africa, si occupasse di Islam e dintorni. Nel 2011, come noto, il Cairo subì una rivoluzione colorata, la cosiddetta «Primavera Araba» che portò al potere i Fratelli Musulmani, di colpo divenuti «tollerabili» per gli USA, ma spodestati non troppo tempo dopo da un generale dell’esercito, Abdel Fattah Al-Sisi, il quale, come riportato da Renovatio 21, ora parla di politica del figlio unico.

 

La storia repubblicana riporta la sua carriera, che si incrocia con quella di Napolitano, davanti a cui nel 2013 la Bonino giura per l’alta carica di ministro degli Esteri.

 

Ma torniamo alle parole del papa, al «guardare alle persone, a quello che fanno».

 

Se un cattolico guarda a quello che avrebbe fatto la Bonino, vengono in mente tutte le campagne contro la morale cattolica (divorzio, feticidio, cellule staminali, droga, matrimonio omosessuale, etc.), e contro il Vaticano stesso: ricordiamo la manifestazione «No Vatican No Taliban» (2007), o la campagna pubblicitaria dei tempi in cui la volevano lanciare come candidata proprio al Quirinale: «decidi tu o il Vaticano».

 

Sono tutte cose che sono sparite, magicamente, con l’arrivo di Bergoglio.

 

Ancora: se un cattolico guarda a quello che avrebbe fatto la Bonino, vengono in mente, soprattutto, le accuse di aver praticato migliaia di aborti clandestini prima della legge 194. Cioè, migliaia di esseri, che la chiesa chiamava un tempo «bambini» cancellati, squartati, spazzati via, buttati via.

 

E qui possiamo aprire l’album dei ricordi dell’attivista pro-life: il 10 maggio 2015 si tenne la quinta Marcia per la Vita, allora più grande manifestazione antiabortista del Paese. Varie edizioni della marcia, per ragioni non del tutto chiare, terminava in Piazza San Pietro per l’Angelus del papa, il quale snobbava la portata della manifestazioni citando, tra le sue premure, villaggi franati in Afghanistan e salutando dalla finestrella, al pari delle migliaia giunti per protestare contro l’aborto, cori di località padane sperdute, associazioni sconosciute, etc.

 

Chi scrive ha visto all’Angelus di quell’anno una signora – ammirata per il coraggio granitico e la lunghissima storia di militanza pro-life – mettersi a piangere. Non era certo nota per il sentimentalismo: eppure spremute d’occhi le rigavano il volto passando sotto gli occhiali fumé, nella tragica realizzazione di come i bambini non nati non fossero minimamente nei pensieri del vertice della Chiesa cattolica.

 

Quelle lacrime, se ci ripenso oggi, mi sembrano come lo spartiacque oltre il quale il Vaticano bergogliano diveniva ai miei occhi non più recuperabile, se non con un reboot massivo, i cui modi e i cui confini sono per me ad oggi ancora incalcolati.

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Ebbene, l’11 maggio, cioè all’indomani della marcia e dell’Angelus delle lagrime, il papa incontrò Emma Bonino in un’udienza organizzata in Vaticano, in un evento dove c’erano – significativo – 7.000 bambini. I giornali scrissero che Bergoglio l’aveva chiamata nei giorni precedenti per informarsi su come stava (era il periodo in cui si era detto stava male, e aveva iniziato a girare con quel copricapo simile ad un turbante) e per incoraggiarla a «tener duro». Durante l’incontro i due parlarono per qualche istante, e la foto di Emma sorridente a pochi centimetri dal papa ancora ce la ricordiamo.

 

Tanti schiumarono di rabbia. Tanti si sentirono pugnalati, perfino dall’istituzione stessa. Non avevano capito che era solo l’inizio, era solo uno degli episodi del papato crematorio, della storia del papa che, forse ritenendola un cadavere, incendia la chiesa stessa.

 

C’è poca differenza tra il papa della Bonino abortista e quello di Napolitano in camera ardente. La mancanza di rispetto per l’insegnamento cattolico e la sensibilità dei fedeli è evidente, continua, è programmatica.

 

Tuttavia, c’è di più: come non vedere, l’abbraccio al Nulla, come non vedere il nichilismo antropologico che prepara la logica dello sterminio: il corpo umano è nulla, la vita umana è nulla. L’uomo può essere sprecato, cancellato, disintegrato, de-creato – come in un incubo gnostico, che odia l’universo e l’essere umano e vuole distruggerlo. Il controllo della popolazione, e l’incipiente bioingegneria umana, oltre al sacrificio infinito di innocenti, vengono da qui, dal punto in cui si è voluto posizionare il pontefice.

 

All’ombra di questo papa, stiamo assistendo, prima ancora che del corpo, alla cremazione dello spirito umano.

 

È il trionfo della morte, è il trionfo della Necrocultura – perpetrato da chi dovrebbe invece custodire la vita e la dignità umana.

 

Quale punizione sia riservata a chi commette un simile tradimento non sappiamo: ma è possibile che neppure importi, perché il corpo cremato è, come vogliono i massoni, un essere riconsegnato al nulla, perché dopo la morte non c’è il giudizio, c’è il niente, c’è il Grande Nulla.

 

Persone con simili idee, persone senza timor di Dio, lo capite, vanno tenute il più lontane possibili dai gangli del potere.

 

Tutti i nostri problemi nascono da qui: da coloro che credono di poter bruciare l’essere senza conseguenze.

 

Ce li ritroviamo, ora, in cima alla piramide. Ma per quanto ancora, non sappiamo.

 

Roberto Dal Bosco

 

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Arriva la «scomunica marinata»?

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Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.   Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.   La scummunica è uguale ar marfrancese, Che tte penetra l’osse a la sordina, E tte manna a fà fotte in men d’un mese.   Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese, Doppo der cedolon de stammatina?   Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.   L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.

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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.   La scummunica inzomma è una parola Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa, L’ubbidissce ar momento, e vve conzola Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.   Abbasta una scummunica, una sola, Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa! Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola A bbenedillo, bbutta via la spesa.   Domenica er Curato l’ha spiegata, E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete La scummunica nata e mmarinata.   Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete, Un sputo, una scorreggia, una pissciata Ve pò scummunicà cquanno volete.„   Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.   Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.   Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.

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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.   La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.   Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.   A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.   Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.   C’era una vorta un Re cche ddar palazzo Mannò ffora a li popoli st’editto: “Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo, Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”   Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».   I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.   Anvedi.   Roberto Dal Bosco  

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Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»

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L’investitore miliardario Peter Thiel, che ha recentemente tenuto una serie di conferenze sull’anticristo a Roma, a due passi dal Vaticano, ha spiegato che il motivo principale per cui ha parlato pubblicamente dell’anticristo è «perché nessun altro ne parla», aggiungendo che, per gran parte della storia cristiana, sarebbe sembrato un chiaro segno del suo imminente arrivo (2Pietro 3, 3-4).

 

In un lungo saggio intitolato «Il papa e l’anticristo», pubblicato sulla prestigiosa testata cattolica statunitense First Things, Thiel afferma che papa Benedetto XVI credeva di vivere negli ultimi tempi.

 

Thiel ha introdotto il suo articolo per First Things, scritto in collaborazione con il Sam Wolfe, affermando: «Non spetta a me dire alla Chiesa che ora è», aggiungendo: «Benedetto lo ha già fatto».

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La fascinazione del magnate già socio di Elone Musk per le opinioni di papa Benedetto sull’anticristo e sulla fine dei tempi è sorprendente, considerando che è nato in una famiglia protestante (i genitori sono tedeschi immigrati in America, e sono religiosi, a quanto è dato di sapere) che ha accumulato un’enorme ricchezza – ha co-fondato PayPal, è stato uno dei primi investitori di Facebook e ora è a capo di Palantir – e che è anche omosessuale «sposato» con un uomo e con figli ottenuti via utero in affitto.

 

Pur non essendo cattolico, Thiel si è chiaramente immerso negli insegnamenti e nella storia della Chiesa cattolica ben oltre la media dei fedeli cattolici, nota LifeSite. È noto ai lettori di Renovatio 21, tuttavia, che egli sia stato discepolo diretto all’Università di Stanford del filosofo cattolico Réné Girard, di cui ha assimilato certamente la teoria del sacrificio così come quella della teoria mimetica, che sembra aver guidato la sua fortunatissima carriera di investitore in grado di discernere tra un investimento rilevante e uno fatto perché è desiderato anche da altri.

 

Nell’articolo su First Things Thiel ha espresso rammarico per il fatto che Benedetto XVI sia rimasto in silenzio sull’anticristo durante tutto il suo pontificato e abbia aspettato fino alle sue dimissioni per esprimere il suo parere. Come riportato da Renovatio 21, ciò non è del tutto vero.

 

Thiel ha osservato che solo quando il papa emerito è diventato anziano ha «iniziato a parlare con la chiarezza che fino ad allora aveva negato a tutti tranne che ai suoi lettori più intimi». In un’intervista del 2018 ha affermato che «la società moderna sta formulando un credo anticristiano e opporsi ad esso viene punito con la scomunica sociale. È naturale temere questo potere spirituale dell’anticristo e ha davvero bisogno dell’aiuto delle preghiere di un’intera diocesi e della Chiesa mondiale per resistergli».

 

Tre anni prima, inaspettatamente, il politico slovacco Vladimír Palko aveva ricevuto una lettera da Benedetto XVI che elogiava il suo libro Die Löwen Kommen («Arrivano i leoni»). La lettera includeva queste parole: «Vediamo come il potere dell’anticristo si stia espandendo e non possiamo che pregare che il Signore ci dia pastori forti che difendano la sua Chiesa in quest’ora di bisogno dal potere del male».

 

«Il cristiano sa che nulla dura per sempre, perché questo mondo ha un inizio e una fine. L’apocalisse, la rivelazione di tutti i segreti e la fine di tutte le interpretazioni, prima o poi arriverà», ha osservato Thiel a conclusione del suo avvincente saggio. «C’è un tempo e un luogo per l’esoterismo, il cui contrario è la rivelazione. Ma non in questioni che riguardano il destino del mondo e delle nostre anime. Perché quando il tempo stringe e l’ora è tarda, chi può sperare nella salvezza nella reticenza filosofica?»

 

Come riportato da Renovatio 21, a giugno il Festival di Vienna aveva revocato la prevista partecipazione di Thiel, a causa delle crescenti critiche da parte degli sponsor e del massiccio ritiro di altri partecipanti. Thiel avrebbe dovuto parlare di anticristo, tema che lo ossessione pubblicamente al punto da essere canzonato lungo un’intera stagione del popolarissimo cartone satirico americano South Park.

 


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Due settimane fa il Thiel ha alzato il tiro sul papato dichiarando, ad un incontro elitario ad Aspen che papa Leone XIV «lavora per i comunisti cinesi».

 

Come riportato da Renovatio 21, in settimana è emerso che Thiel, in previsione di un collasso statunitense o mondiale, si è trasferito in Argentina.

 

Le tensioni tra il miliardario del settore tecnologico e il Vaticano non sono una novità. A marzo, il Thiel ha tenuto una serie di conferenze sull’Anticristo a Roma, a pochi isolati dalla Santa Sede, su invito. Le conferenze avrebbero innervosito il Vaticano e spinto due università cattoliche a dichiarare pubblicamente di non essere coinvolte nell’organizzazione degli eventi.

 

Thiel, cofondatore di Palantir e PayPal, è stato uno dei primi sostenitori del presidente Donald Trump nella Silicon Valley, contribuendo al lancio della carriera del vicepresidente JD Vance: Vance, convertito al cattolicesimo, lavorava presso Mithril Capital, una società di investimenti cofondata da Thiel, prima che quest’ultimo appoggiasse il suo ingresso in politica.

 

In realtà, a differenza di quanto creduto da Thiel, Ratzinger aveva esposto anche prima del suo ritiro idee precise, e complesse, sull’anticristo e sui tempi ultimi – e sul ruolo che avranno le macchine.

 

Come riportato da Renovatio 21, il 15 marzo 2000 il cardinale Joseph Ratzinger parlò a Palermo in un incontro con sacerdoti e seminaristi.

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«Nel loro orrore, [i campi di concentramento] hanno cancellato, cancellato volti e storia, nomi, cancellato persone. Hanno trasformato l’uomo in un numero, l’uomo non è che un numero, è un pezzo di un macchinario, l’uomo non è che un pezzo di un macchinario, di un ingranaggio, non è più che una funzione» aveva detto il futuro papa Benedetto.

 

«Ai nostri giorni non dovremmo dimenticare che queste mostruosità della storia hanno prefigurato il destino di un mondo che corre il rischio di adottare la stessa struttura dei campi di concentramento, se viene accettata la legge universale della macchina»

 

«Le macchine che sono state costruite impongono questa stessa legge, questa stessa legge che era adottata nei campi di concentramento. Secondo la logica della macchina, secondo i padroni della macchina, l’uomo deve essere interpretato da un computer, e questo è possibile solamente se l’uomo viene tradotto in numeri» aveva continuato colui che un lustro dopo sarebbe salito al Soglio di Pietro.

 

«La Bestia è un numero, e ci trasforma in numeri. Dio nostro Padre invece ha un nome, e chiama ciascuno di noi per nome. È una persona, e quando guarda ciascuno di noi vede una persona, una persona eterna, una persona amata». Ecco che, parlando della Bestia e di numeri Benedetto sembra avvicinarsi al pensiero di Thiel su anticristo e AI.

 

Mentre molti nel mondo cattolico esprimono fastidio per le riflessioni di Thiel, si tratta, come evidenti, di questioni che ora vanno poste senza esitazione. Perché l’apocalisse potrebbe essere davvero alle porte, e non possiamo confidare nella capacità di guida e di lotta di un Vaticano occupato da modernisti invertiti.

 

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Ecône e il vero ordine mondiale

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Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.   La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.   Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.

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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.   Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.     Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.   È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.   Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.   «On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.   La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.  

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.     Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.   Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.   Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?   In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.   A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.   La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.   «Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»   Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.   Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».   I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.

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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».   Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.   A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).   Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.     «Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».   La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.   Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.   In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.

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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.   Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.   Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.   E così sia.   Roberto Dal Bosco

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