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Epidemie

Cina e Vaticano, tra gay e Coronavirus

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La Santa Sede «apprezza questo gesto generoso ed esprime la sua gratitudine ai Vescovi, ai fedeli cattolici, alle istituzioni e a tutti gli altri cittadini cinesi». Il Vaticano ha ringraziato la Cina per aver inviato forniture mediche per aiutare a combattere il COVID-19, nonostante il virus si sia originato proprio nel paese comunista.

 

«Il Vaticano esulta per la spedizione di forniture mediche cinesi per aiutare a gestire il coronavirus» titola la testata prolife canadese Lifesitenews.

 

L’inviata a Roma Diane Montagna riporta la dichiarazione del 9 aprile di Matteo Bruni della Sala Stampa della Santa Sede: le «donazioni» sono arrivate attraverso la Croce Rossa cinese e la Hebei Jinde Charities Foundation e che le forniture sono state «un’espressione di solidarietà del popolo cinese e delle comunità cattoliche verso coloro che sono coinvolti nel soccorso delle persone colpite da COVID-19 e nella prevenzione dell’attuale epidemia di coronavirus».

 

La Santa Sede, che dall’Italia riceve quantomeno il fiume di danaro dell’8 per mille, ad inizio febbraio aveva pure inviato gratuitamente 700.000 mascherine ai cinesi

La Santa Sede «apprezza questo gesto generoso ed esprime la sua gratitudine ai Vescovi, ai fedeli cattolici, alle istituzioni e a tutti i cittadini cinesi per questa iniziativa umanitaria, assicurando loro la stima e le preghiere del Santo Padre».

 

Come abbiamo preso di recente anche dalla cronaca di altri Paesi (Olanda, Spagna), la Cina non sta esattamente regalando le forniture mediche, che talvolta sono inutilizzabili perché difettose. Abbiamo appreso anche dai discorsi arzigogolati del Ministro degli Esteri Italiano Di Maio che la Cina sta vendendo il materiale, anche se poi la politica filocinese ci sta facendo credere che si tratti di aiuti. Lo scandalo è sorto quando un ufficiale dell’amministrazione Trump avrebbe rivelato che la Cina avrebbe costretto l’Italia a comprare le stesse mascherine che l’Italia in primo luogo aveva donato gratuitamente, quando la crisi epidemica pareva essere confinata alla sola Cina.

 

Ricordiamo qui che anche la Santa Sede, che dall’Italia riceve quantomeno il fiume di danaro dell’8 per mille, aveva pure inviato gratuitamente 700.000 mascherine ai cinesi. Era il 3 febbraio 2020.

 

Non è chiaro cosa abbia voluto la Repubblica Popolare Cinese in cambio.  Magari il pagamento non è stato in danaro: verrebbe da dire che la Santa Sede, con la sua sconsiderata e blasfema ostpolitik verso la Cina (di fatto un tradimento di quasi un secolo di martiri cattolici cinesi, e di milioni di fedeli che vivono la Fede nelle catacombe rischiando l’arresto e la morte) forse ha pagato con l’anima. Qualcuno potrebbe dire che ha già pagato.

L’accordo del 2018 tra Pechino e Vaticano di fatto è la vendita dell’anima cattolica al Moloch del Partito Comunista Cinese

 

L’accordo del 2018 tra Pechino e Vaticano di fatto è la vendita dell’anima cattolica al Moloch del Partito Comunista cinese. Sotto la supervisione del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, l’accordo garantisce potere decisionale al governo di Xi nella nomina dei vescovi, tra le altre concessioni, e apre la strada all’unificazione dell’Associazione Patriottica Cinese (cioè la chiesa «patacca» creata dai cinesi per attirare i cattolici), approvata dallo Stato, e la Chiesa sotterranea, i cui membri sono rimasti uniti alla Santa Sede nonostante il rischio di essere uccisi, imprigionati o altrimenti perseguitati per la loro fede.

 

Per attuare l’affare, il  Vaticano  ha riconosciuto e consacrato sette vescovi «patriottici» scomunicati e ha chiesto a due vescovi clandestini che avevano servito fedelmente per decenni sotto intense persecuzioni di dimettersi a favore dei vescovi riconosciuti dal Partito Comunista. Partito che regge quello Stato dove la fertilità è limitata con aborti forzati, dove l’espianto degli organi è una realtà comune, dove la religione è perseguitata – tutte cose a cui, prima dell’accordo pechinese-bergogliano, pareva che alla Chiesa importasse qualcosa.

 

In Cina la fertilità è limitata con aborti forzati, dove l’espianto degli organi è una realtà comune, dove la religione è perseguitata – tutte cose a cui, prima dell’accordo pechinese-bergogliano, pareva che alla Chiesa importasse qualcosa

«Il Vaticano dovrebbe capire che sta trattando con le organizzazioni del fronte del Partito Comunista e moderare i suoi entusiasmi in generale per quanto riguarda tutte le questioni relative alla Cina», ha scritto in una e-mail a LifeSiteNews Steve Mosher, esperto di affari cinesi che ha esposto al mondo la politica sull’aborto forzato del Partito Comunista, nonché i suoi orribili protocolli per l’espianto di organi.

 

«La Croce Rossa cinese, nonostante il nome, non ha alcun legame con il Cristianesimo. È un’organizzazione gestita dal governo in Cina che è stata recentemente  accusata  di ricevere donazioni destinate alle persone sofferenti di Wuhan nelle settimane passate e averle dirottate per i propri scopi» continua Mosher, autore del libro edito nel 2017 Bully of Asia: Why China’s Dream is the New Threat to World Order  («Il bullo dell’Asia: perché il sogno cinese è la nuova minaccia per l’ordine mondiale»).

 

«Inoltre, la qualità delle forniture mediche dalla Cina dovrebbe sempre essere attentamente esaminata prima di essere utilizzata. I respiratori non filtrano correttamente i patogeni nell’aria, mentre i test spesso producono risultati falsi», ha aggiunto.

 

Mosher ha anche dichiarato altrove che sta sta diventando sempre più evidente che il coronavirus è sfuggito al laboratorio biomedico di Wuhan, che i tentativi del leader comunista Xi Jinping di sopprimere la notizia dell’epidemia e del rifiuto di agire hanno portato a innumerevoli morti in Cina e alla conseguente rapida e catastrofica diffusione del virus in tutto il mondo, e che il regime di Xi continua a mentire sulla devastazione che la malattia ha provocato in Cina.

 

In Vaticano dell’ipotesi di virus artificiale – ipotesi che esporrebbe Pechino a responsabilità abissali che potrebbero disintegrare il «disgelo» tra Pechino e il Sacro Palazzo – non è stata mai nominata. Tuttavia nel mondo cattolico fuori dall’orbita della cricca bergogliana cardinali e vescovi cominciano a parlarne.

 

L’immorale realpolitik vaticana spiega il silenzio dinanzi alla catastrofe virale globale partita dalla Cina

Il Cardinale cingalese Malcolm Ranjith, noto per le sue posizioni conservatrici, ha parlato subito della Pandemia come il frutto «di sperimentazioni da parte di una nazione ricca e potente», e aggiungendo anche prospettive di politica transnazionale necessarie: «dobbiamo  mettere al bando questo tipo di sperimentazioni che portano al risultato della perdita di vita e causano dolore e sofferenze a tutta la umanità» ha detto il cardinale di Colomb, mandando un messaggio alle autorità internazionali, che dovrebbero aprire le indagini e portare i «responsabili a processo per genocidio».

 

A Ranjith ha fatto eco il vescovo birmano Charles Maung Bo, la prima figura religiosa ad accusare pubblicamente il Partito Comunista Cinese di essere «moralmente colpevole» per la pandemia, di aver vittimizzato il popolo cinese e di «aver distrutto vite in tutto il mondo».

 

L’immorale realpolitik vaticana spiega il silenzio dinanzi alla catastrofe virale globale partita dalla Cina.  «Da quando è stato firmato l’accordo, il regime di Xi ha iniziato la  campagna per eliminare la Chiesa cattolica sotterranea, costringendo i sacerdoti a firmare un documento attestante che aderiranno alla “Chiesa cattolica indipendente” gestita dallo stato che ha portato all’arresto dei sacerdoti che si oppongono, alla chiusura delle loro parrocchie e alla persecuzione» scrive LSN.

 

Nel frattempo, papa Francesco ha diffuso un video messaggio indirizzato ai cattolici cinesi a marzo incoraggiandoli ad essere «buoni cittadini» e a non impegnarsi in attività di «proselitismo», un comando che si oppone in modo patente a quello evangelico: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Mc, 16,15)

L’ironia dell’accoglienza da parte del Vaticano delle forniture mediche cinesi non è passata inosservata ai cattolici sui social media. «I loro 30 pezzi d’argento per aver tradito la Chiesa in Cina … disgustoso»,  ha commentato il frate David M. Chiantella. «Il Vaticano è perduto. Sta a noi mantenere forte la nostra fede. Non possiamo più fare affidamento sui leader della nostra fede. Sono stati compromessi », ha commentato Amme Grimaldi.

 

Nel frattempo, papa Francesco ha diffuso un video messaggio indirizzato ai cattolici cinesi a marzo incoraggiandoli ad essere «buoni cittadini» e a non impegnarsi in attività di «proselitismo», un comando che si oppone in modo patente a quello evangelico: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Mc, 16,15)

 

«La Chiesa vuole che i cristiani cinesi siano veri cristiani e buoni cittadini», ha detto il Bergoglio. «Dovrebbero promuovere il Vangelo, ma senza impegnarsi nel proselitismo e devono raggiungere l’unità della comunità cattolica divisa».

 

Qualcuno ha notato che l’accordo tra il Vaticano e la Cina potrebbe pure essere dovuto ad uno specioso misfatto elettronico.

 

Che ci sia verso pezzi grossi della Curia da parte del Partito Comunista Cinese anche un possibile ricatto basato sui dati dell’app di incontri omosessuali Grindr?

Grindr, la app di incontri sessuali gay dove si dice siano presenti vari consacrati (notoriamente, la quantità di omosessuali in Curia è secondo alcune analisi piuttosto alta), per un periodo finì nelle mani dei cinesi, che acquistarono la società. Il governo Trump chiese alla Cina di farla tornare in mano americana, perché i servizi USA paventavano che le informazioni contenute in quella app (tra cui alcune davvero delicate, ) mettessero a rischio la sicurezza nazionale: quante persone, nell’esercito e nella pubblica amministrazione, nel governo e nelle grandi aziende, potevano essere ricattate?

 

Cosa piuttosto incredibile, la Cina acconsentì, e l’applicazione dei festini omosessuali tornò di proprietà americana. È lecito pensare che qualche copia dei file i cinesi li abbiano tenuti.

 

Che ci sia verso pezzi grossi della Curia da parte del Partito Comunista Cinese anche un possibile ricatto basato sui dati dell’app di Sodoma? Probabilmente non lo sapremo mai.

 

Tuttavia vi lasciamo con una curiosa coincidenza. Ad inizio gennaio vi fu un’offerta italiana di ben 260 milioni di euro per acquistare Grindr. Ad offrire la non indifferente somma è stata la software house milanese Bending Spoons, una startup partecipata dalla holding H14 (che fa capo a Barbara, Eleonora e Luigi Berlusconi) e Nuo Capital, che è un fondo guidato da un ex top manager di Banca Imi, ma, si lesse sui giornali, «con capitale asiatico».

 

Il tutto mentre nella bergamasca preti veri muoiono a decine per portare i sacramenti ai fedeli sterminati dal virus cinese. Sono anche quelli dei martiri «cinesi» che la Chiesa non vuole riconoscere più.

Bending Spoons è l’azienda scelta dal governo per l’app di tracciamento dei cittadini ai tempi del Coronavirus.

 

In Cina l’app di tracciamento è una realtà assodata che impedisce la libera circolazione dei cittadini. Dell’allucinante società di sorveglianza elettronica che è la Cina Renovatio 21 vi ha parlato spesso. Per molti, per esempio per il capo della non troppo lucida task force per la riapertura Vittorio Colao, sistemi di controllo ultradiffusi sono il nostro destino obbligato.

 

Insomma, l’Italia finisce ad assomigliare sempre più alla Cina. A farci da apripista sono stati, come spesso è accaduto, i preti.  O meglio, dei personaggi in clergyman e senza nessuna Fede, ma con la particolarità di qualche vizietto per il quale forse sono pure ricattati.

 

Il tutto mentre nella bergamasca preti veri muoiono a decine per portare i sacramenti ai fedeli sterminati dal virus cinese. Sono anche quelli dei martiri «cinesi» che la Chiesa non vuole riconoscere più.

 

 

Roberto Dal Bosco

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Epidemie

Poco prima della pandemia, uno scienziato aveva proposto di modificare geneticamente il coronavirus per renderlo più infettivo

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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Le email ottenute da US Right to Know mostrano che Vincent Munster ha suggerito a un altro scienziato dei Rocky Mountain Laboratories del NIH di inserire un sito di legame per la furina nella proteina spike del coronavirus per renderla più infettiva. Nulla collega questa ricerca al SARS-CoV-2. Munster è stato recentemente incriminato per aver introdotto clandestinamente campioni del virus MPOS negli Stati Uniti.

 

Una domenica mattina di ottobre del 2019, il responsabile dell’unità di ecologia virale presso i Rocky Mountain Laboratories dei National Institutes of Health ha inviato un’e-mail a un ricercatore post-dottorato del suo laboratorio con un’idea.

 

Vincent Munster e il suo collaboratore post-dottorato, Michael Letko, avevano trascorso quell’anno a costruire un sistema per testare rapidamente se decine di coronavirus dei pipistrelli, simili a quelli della SARS, potessero infettare le cellule umane.

 

Quella settimana, Munster lesse una nuova bozza preliminare pubblicata dai gruppi di ricerca degli eminenti virologi Vineet Menachery e Ralph Baric, che dimostrava come la proteasi tripsina potesse consentire l’ingresso di alcuni coronavirus che altrimenti non sarebbero in grado di infettare le cellule umane.

 

Letko gli aveva inoltrato il documento due giorni prima con la nota: «sembra che presto altri gruppi convergeranno su questa idea».

 

«Dovresti essere in grado di creare S con una firma di scissione più ampia (simile alla furina) per aumentare l’infettività», ha scritto Munster il 6 ottobre 2019. «Potresti includere un motivo come questo RX-[K/R]-R↓. Potrebbe essere interessante sintetizzarne un po’».

 

In gergo virologico, «S» è la proteina spike del coronavirus, che permette al virus di agganciarsi alle cellule che infetta, e RX-[K/R]-R è un motivo di sito di clivaggio della furina, che può rendere i virus più capaci di infettare le cellule e diffondersi.

Munster stava suggerendo al suo ricercatore post-dottorato di inserire un sito di legame per la furina nella proteina spike del coronavirus per renderla più infettiva.

 

Undici settimane dopo, a Wuhan, in Cina, è emerso un coronavirus con un sito di clivaggio della furina simile, dando origine alla pandemia di COVID-19. Rimane l’unico sarbecovirus noto, tra i coronavirus correlati alla SARS che Munster e Letko stavano analizzando, ad averne uno.

 

Lo scambio di email non era mai stato reso pubblico prima. Compare in una raccolta di 270 pagine di documenti recentemente rilasciati dai National Institutes of Health ( NIH ) a US Right to Know in risposta a una richiesta presentata ai sensi del Freedom of Information Act.

 

La richiesta riguardava la corrispondenza specifica proveniente dal laboratorio di Munster a Hamilton, nel Montana, dal marzo 2019 al 22 gennaio 2020, data in cui il suo gruppo ha pubblicato uno dei primi articoli che dimostravano come il nuovo coronavirus utilizzasse un recettore delle cellule umane chiamato ACE2 come porta d’accesso alle cellule.

 

Due nuovi elementi emergono dagli archivi: settimane prima dell’inizio della pandemia, un virologo senior del NIH propose per iscritto di integrare in una proteina spike simile a quella della SARS la caratteristica che sarebbe poi diventata l’argomento centrale a sostegno dell’origine in laboratorio del COVID-19: un sito di clivaggio della furina.

 

E, nel corso dello stesso anno, il suo laboratorio chiedeva ai virologi sequenze inedite della proteina spike del coronavirus dei pipistrelli, e le otteneva, anche dai ricercatori del consorzio finanziato dagli Stati Uniti chiamato PREDICT, il cui partner principale con sede a New York, EcoHealth Alliance, aveva una collaborazione di lunga data con l’Istituto di Virologia di Wuhan (WIV) per raccogliere e studiare virus correlati alla SARS.

 

Ciascuna ipotesi si riferisce a un punto chiave diverso nel dibattito sulle origini. Il sito di clivaggio della furina è la singola caratteristica genetica più citata nelle argomentazioni secondo cui il SARS-CoV-2 non si sarebbe originato interamente in natura.

 

L’altro fattore sono le sequenze inedite: poiché il virus pandemico non corrisponde a nulla nella letteratura scientifica pubblicata, la maggior parte degli scenari di origine in laboratorio si basa sull’ipotesi che qualche laboratorio abbia conservato un virus che il resto del mondo non aveva mai visto.

 

Nulla nei documenti indica che Letko abbia dato seguito al suggerimento di Munster di inserire un sito di clivaggio della furina nella proteina spike della SARS. Di fatto, il sito di clivaggio della furina trovato nel SARS-CoV-2 differisce dal motivo, o breve sequenza di amminoacidi, suggerito da Munster.

 

I documenti non indicano nemmeno che Rocky Mountain Labs fosse in possesso del SARS-CoV-2 o di un suo stretto parente, né che Munster o Letko abbiano comunicato direttamente con i ricercatori di Wuhan durante lo svolgimento del loro progetto.

 

La loro ricerca ha inoltre utilizzato frammenti genici sintetici, non virus vivi, impiegando particelle che non possono replicarsi o diffondersi. Questo tipo di lavoro generalmente presenta minori rischi per la biosicurezza.

 

Le due sequenze della proteina spike del virus dei pipistrelli, all’epoca non ancora pubblicate e ottenute dal progetto PREDICT, una dalla Malesia e una dall’Uganda e dal Ruanda, sono anch’esse troppo distanti dal SARS-CoV-2 per averne dato origine.

 

Letko, che ora è professore associato alla Washington State University, ha rifiutato di commentare la vicenda, dichiarando in una e-mail: «scriverete quello che volete, a prescindere dalla verità o da quello che ho da dire».

 

Munster non ha risposto alle richieste di commento. All’inizio di quest’anno è stato incriminato per aver introdotto negli Stati Uniti campioni di virus del mosaico del mais senza la documentazione necessaria e per aver rilasciato false dichiarazioni alle forze dell’ordine nell’ambito di una ricerca non correlata finanziata dal NIH (National Institutes of Health). Si è dichiarato non colpevole.

 

L’ufficio stampa del NIH si è inoltre rifiutato di rispondere alle domande sul perché l’agenzia non avesse precedentemente informato il pubblico che i suoi scienziati avevano richiesto e ottenuto sequenze inedite della proteina spike di un coronavirus simile alla SARS, o proposto di inserire un sito di clivaggio della furina in una proteina spike simile alla SARS, prima della pandemia.

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Convergere sull’idea

Il suggerimento di Munster di aggiungere un sito di clivaggio della furina è il secondo caso noto in cui degli scienziati hanno proposto di inserire questa caratteristica distintiva in una proteina spike della SARS o simile alla SARS circa due anni prima dell’emergere del COVID-19.

 

Nel 2018, EcoHealth Alliance, il laboratorio di Baric e i ricercatori del WIV avevano proposto lo stesso tipo di modifica alla Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA), in un lavoro che avrebbe utilizzato virus vivi e replicanti. La loro richiesta, nota come proposta DEFUSE, fu respinta.

 

Il concetto è rilevante perché il sito di clivaggio della furina, che ha contribuito a causare la pandemia da parte del virus, è diventato centrale nel dibattito sulle origini della pandemia stessa.

 

Alcuni sostenitori di un’origine in laboratorio considerano DEFUSE come un modello per la creazione del SARS-CoV-2, mentre i principali fautori di un’origine naturale hanno sostenuto che progettare deliberatamente una caratteristica del genere sarebbe stato improbabile e inutilmente complicato. L’e-mail di Munster offre ai sostenitori dell’origine in laboratorio un altro esempio di una simile proposta relativa al sito di legame della furina.

 

La rivelazione relativa alla ricerca, da parte del laboratorio di Munster, di sequenze inedite, solleva una questione diversa nel dibattito sulle origini del COVID-19.

 

Poiché il SARS-CoV-2 non discende da alcun virus precedentemente descritto nella letteratura scientifica, qualsiasi scenario in cui sia stato creato artificialmente richiede di ipotizzare che qualche laboratorio possedesse sequenze correlate alla SARS che non erano mai state rese pubbliche.

 

Una revisione del SARS-CoV-2 pubblicata nel 2021 sulla rivista Cell da 21 scienziati ha definito tale ipotesi inverosimile. «Non esiste alcuna ragione sperimentale razionale per cui si dovrebbe sviluppare un nuovo sistema genetico utilizzando un virus sconosciuto e non pubblicato», hanno scritto.

 

Ma i documenti mostrano che un laboratorio del governo statunitense aveva fatto proprio questo due anni prima.

 

La piattaforma di Letko era un nuovo sistema genetico, e lui cercava sequenze inedite proprio perché non erano state pubblicate. Condividerle, scrisse nell’aprile del 2019, «aumenterà sicuramente l’impatto della nostra storia, fornendo una prova di principio con sequenze inedite».

 

I ricercatori del programma di ricerca sui virus finanziato dagli Stati Uniti ne hanno forniti due in otto settimane. Uno dei ricercatori, Simon Anthony, era anche uno degli autori della revisione pubblicata su Cell.

 

Alina Chan, una biologa molecolare che si è battuta per un’indagine approfondita sugli scenari di origine di laboratorio, ha recentemente esaminato le e-mail di Munster e Letko su richiesta dell’organizzazione statunitense Right To Know.

 

«Questo dimostra che diversi gruppi di virologi stavano convergendo sull’idea di inserire siti di clivaggio nelle proteine ​​spike dei coronavirus potenzialmente pericolosi», ha affermato.

 

«Ipotizzando un’origine di laboratorio per il COVID-19, se un laboratorio di Wuhan non avesse causato la pandemia, è plausibile che un laboratorio negli Stati Uniti avrebbe alla fine seguito lo stesso percorso».

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Sequenze di sollecitazione

La proposta di Munster, inviata via email, non è arrivata dal nulla. Lui e Letko erano nel bel mezzo di un progetto di ricerca della durata di un anno, come documentato dai documenti recentemente pubblicati, fin dal suo inizio.

 

Sette mesi prima, nel marzo 2019, Munster e Letko si erano posti l’obiettivo di rispondere a una domanda: tra le centinaia di coronavirus correlati alla SARS presenti nei database di ricerca di tutto il mondo, quali potevano infettare le persone?

 

Secondo i documenti, Letko ha creato una soluzione alternativa che lui e Munster hanno descritto come una «piattaforma rapida e scalabile».

 

Anziché costruire ciascun virus individualmente, hanno preso solo il dominio di legame al recettore, ovvero il frammento della proteina spike che si aggancia al recettore della cellula ospite, e lo hanno inserito nella struttura portante della proteina spike del SARS-CoV.

 

Hanno quindi caricato queste proteine ​​spike chimeriche su particelle reporter innocue e le hanno utilizzate per infettare cellule che esprimono hACE2, il recettore che il SARS-CoV usa per entrare nelle vie respiratorie umane.

 

La luminescenza dell’enzima bioluminescente luciferasi indicava l’avvenuta penetrazione nella cellula. Con il metodo di Letko, ciò che in genere richiedeva mesi di test ora si completava in circa tre settimane.

 

L’elemento limitante per testare il loro metodo erano le sequenze spike. Letko aveva esaurito le sequenze simili alla SARS già pubblicate. Quindi, lui e Munster iniziarono a cercarne altre che non erano ancora state pubblicate, come risulta dai documenti.

 

L’8 marzo 2019, Munster ha inviato un’e-mail al presidente di EcoHealth Alliance, Peter Daszak, al vicepresidente Kevin Olival e al virologo della Columbia University, Simon Anthony, allegando un abstract riservato con un grafico e delle figure che illustravano il loro progetto.

 

«Sebbene abbiamo testato tutte le varianti attualmente pubblicate dei beta-coronavirus del lignaggio B per la loro capacità di entrare nelle cellule dei primati, siamo alla ricerca di ulteriori sequenze di beta-coronavirus del lignaggio B non ancora pubblicate da testare sulla nostra piattaforma», ha scritto Munster.

 

Ha chiesto loro di non diffondere l’allegato, perché il lavoro era «ancora inedito e piuttosto competitivo».

 

Dei tre destinatari, solo Anthony, all’epoca uno dei leader principali di PREDICT, compare nella corrispondenza resa pubblica. Quella stessa sera rispose: «Ehi! Sembra davvero fantastico».

 

Dalle email emerge che seguirono due mesi di trattative. Il 5 aprile, Letko ringraziò Anthony «per aver accettato di condividere con noi le sequenze della proteina spike del lignaggio B del betacoronavirus», aggiungendo che il materiale inedito «aumenterà sicuramente l’impatto del nostro articolo».

 

Il 2 maggio, Anthony ha riferito di aver partecipato a una riunione del gruppo PREDICT a Vancouver, nella Columbia Britannica. Il suo team aveva individuato «circa 5 o 6 nuovi virus 2b», ha scritto, ma «finora era riuscito a ottenere picchi solo per 2 di essi».

 

Poiché nessuno dei due studi era stato pubblicato, l’articolo di Letko «sarebbe la prima segnalazione di questi virus nella letteratura scientifica», a patto che riconoscesse il contributo di PREDICT e dei suoi partner come coautori, ha affermato Anthony.

 

Letko acconsentì. Due giorni dopo, Anthony inviò le sequenze. Le identificò come PREDICT_CoV-51, isolato PDF-0663, proveniente dalla Malesia (che Anthony descrisse come «SUPER divergente. Potrebbe essere davvero interessante») e PREDICT_CoV-43, proveniente da Uganda e Ruanda.

 

«Assolutamente fantastico!» rispose Munster. «Vi terrò aggiornati sui risultati!»

 

Anthony aveva sostanzialmente ragione. Un piccolo frammento del virus malese era stato depositato in GenBank, il database pubblico di sequenze del NIH, nel 2016, e citato l’anno successivo in un articolo di ricerca scritto da Anthony insieme a Daszak e altri. Tuttavia, né la sequenza completa della proteina spike né il genoma completo erano pubblici.

 

Non c’era assolutamente nulla di pubblico riguardo al virus africano. In nessun caso qualcuno al di fuori di PREDICT avrebbe potuto ottenere la sequenza della proteina spike, la parte che determina se un virus può entrare nelle cellule umane e l’unica parte che la piattaforma di Letko poteva utilizzare.

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Un passo in più

Cinque mesi dopo, dopo aver letto il nuovo preprint sulla tripsina, Munster propose di portare avanti il ​​progetto di Letko.

 

Affinché un coronavirus possa infettare una cellula ospite, il legame con il recettore è solo il primo passo. La proteina spike deve poi essere scissa da uno degli enzimi dell’ospite prima che il virus possa fondersi con la cellula e penetrarvi. Questi enzimi che scindono le proteine ​​sono chiamati proteasi e ognuno di essi agisce su punti diversi.

 

La proteasi per cui è progettata la proteina Spike determina in gran parte quali tessuti può infettare. Il SARS-CoV dipende da proteasi che non sono presenti in tutto il corpo. La furina, tuttavia, è espressa nelle cellule della maggior parte dei tessuti.

 

Il preprint di Menachery-Baric che ha ispirato l’idea di Munster aveva di

mostrato che l’aggiunta di tripsina dall’esterno poteva consentire ai coronavirus, che altrimenti non sarebbero stati in grado di infettare le cellule umane.

La tripsina è una proteasi molto meno selettiva, che taglia una proteina dopo amminoacidi comuni anziché richiedere una particolare sequenza breve, o motivo. Ciò che Munster ha proposto a Letko – inserire un sito di legame per la furina nella proteina spike stessa – permetterebbe al virus di auto-tagliarsi.

 

Invece di aspettare che un enzima esterno svolga il lavoro, un sito di legame per la furina potrebbe superare l’ostacolo in un solo passaggio per «migliorare l’infettività», come scrisse Munster.

 

L’idea era già stata proposta in precedenza.

 

EcoHealth Alliance ha presentato la proposta DEFUSE alla DARPA, nell’ambito di un programma denominato PREventing Emerging Pathogenic Threats (PREEMPT). Tra i suoi principali partner figuravano il laboratorio di Baric presso l’Università del North Carolina (UNC) e Zhengli Shi, la principale virologa specializzata in coronavirus del laboratorio di Wuhan.

 

La proposta mirava a introdurre siti di clivaggio proteolitico specifici per l’uomo, inclusi i siti della furina, nelle proteine ​​spike del coronavirus dei pipistrelli correlato alla SARS, al fine di valutarne e potenziarne la capacità di infettare le cellule umane. La DARPA ha rifiutato di finanziarla, criticando la proposta per i rischi connessi alla ricerca di «guadagno di funzione».

 

Il nome di Munster non figurava nella proposta presentata alla DARPA. Tuttavia, secondo la corrispondenza ufficiale del Congresso, due mesi prima aveva fatto parte del team DEFUSE.

 

Nell’aprile 2024, il senatore Rand Paul, allora membro di spicco della Commissione per la sicurezza interna e gli affari governativi del Senato, scrisse al Dipartimento della salute e dei servizi umani degli Stati Uniti (HHS) e alla DARPA affermando di aver ottenuto documenti che dimostravano che «Vincent Munster del NIAID [National Institute of Allergy and Infectious Diseases]

 

Il Rocky Mountain Laboratory è stato indicato come partner nella proposta DEFUSE presentata al «PREEMPT Proposers Day», un evento della DARPA tenutosi nel gennaio 2018, durante il quale Daszak ha illustrato il progetto ai rappresentanti di almeno 15 agenzie federali.

 

Secondo Paul, Rocky Mountain Laboratories «era a un certo punto elencata come partner» insieme al WIV, all’UNC, al Lipkin Lab della Columbia University e al Duke-NUS, una rivelazione che, a detta di Paul, sembrava contraddire la testimonianza resa al Congresso dall’ex direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, Anthony Fauci, secondo cui il NIH non sapeva nulla di DEFUSE.

 

Quando la proposta giunse alla DARPA nel marzo di quell’anno, Munster e il suo laboratorio non ne facevano più parte; l’elenco finale dei partner includeva EcoHealth, il WIV, l’UNC, la Duke-NUS, il National Wildlife Health Center dell’USGS e il Palo Alto Research Center.

 

Paul ha richiesto al Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS) i registri di «tutte le comunicazioni tra Vincent Munster e qualsiasi individuo di EcoHealth Alliance, WIV, Università della Carolina del Nord, Università della Columbia o Duke-NUS». Paul non ha reso pubblici i documenti in questione e né l’HHS né la DARPA hanno risposto pubblicamente alle sue richieste.

 

I documenti del NIH recentemente resi pubblici mostrano che circa un anno dopo la presentazione del progetto DEFUSE, Munster chiese a EcoHealth sequenze inedite di sarbecovirus; che le ricevette da un virologo del Center for Infection and Immunity della Columbia University, il centro diretto da Ian Lipkin; e che nell’ottobre del 2019 propose di costruire una proteina spike con un sito di clivaggio simile alla furina per aumentarne l’infettività.

 

Steven E. Massey, professore di bioinformatica all’Università di Porto Rico e ricercatore presso DRASTIC, il gruppo indipendente che per primo ha pubblicato la proposta DEFUSE, ha definito il suggerimento di Munster «significativo», affermando che «dimostra che l’idea [del sito sulla furina] circolava al di fuori del gruppo EHA-WIV-UNC», un riferimento a EcoHealth Alliance, WIV e UNC.

 

Nell’email di Munster non si fa menzione di DEFUSE. La sua idea appare invece come una reazione al preprint di Menachery-Baric, presentata come un potenziale esperimento successivo per il suo lavoro e quello di Letko.

 

E il motivo da lui proposto non è quello riscontrato nel virus pandemico emerso meno di tre mesi dopo. Il sito del SARS-CoV-2 presenta alanina laddove il modello di Munster richiedeva lisina o arginina.

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Un sito non ottimale

Questa differenza è fondamentale. Il sito di legame della furina nel SARS-CoV-2 migliora sostanzialmente la capacità del virus di entrare nelle cellule delle vie respiratorie umane ed è ampiamente considerato un fattore determinante nella sua trasmissibilità. La sua assenza in tutti gli altri sarbecovirus presenti in natura è anche una delle osservazioni citate più spesso dai sostenitori dell’origine in laboratorio.

 

La revisione del 2021 pubblicata su Cell ha affrontato direttamente anche la questione se il sito potesse essere stato creato artificialmente. I suoi autori, tra cui Kristian Andersen, Robert Garry e Simon, hanno sostenuto che la sequenza stessa del sito depone contro un progetto di laboratorio.

 

Il motivo del SARS-CoV-2, RRAR, «non corrisponde alla sua forma canonica (RXR/KR)», hanno scritto, ed è «subottimale» rispetto a quelli di altri coronavirus umani.

 

«Non esiste alcuna ragione logica per cui un virus modificato geneticamente dovrebbe utilizzare un sito di clivaggio della furina così subottimale, il che implicherebbe un’impresa di ingegneria genetica così insolita e inutilmente complessa», si legge nell’articolo.

 

Hanno osservato che l’unico lavoro precedente che aveva inserito un sito di legame per la furina in quella posizione nella proteina spike del SARS-CoV aveva utilizzato una sequenza ottimale in un sistema pseudotipico.

 

Massey contesta questa interpretazione. Ha affermato che una scissione eccessivamente efficiente può destabilizzare la proteina spike e ridurre la capacità del virus di entrare nelle cellule, quindi un sito che appare subottimale sulla carta potrebbe non esserlo per il virus.

 

I documenti recentemente pubblicati mostrano che Munster ragionava in linea con gli autori di Cell quasi due anni prima della pubblicazione della loro recensione. Il motivo da lui proposto corrisponde alla forma canonica da loro descritta, non a quella del virus pandemico, e il suo laboratorio utilizzava un sistema di pseudotipi del tipo da loro citato.

 

Interpretata in un certo modo, l’email corrobora la loro logica: uno scienziato che contemplava un sito simile alla furina ha cercato il motivo classico, e il SARS-CoV-2 non lo possiede.

 

Interpretato in un altro modo, questo dato chiarisce un aspetto che la revisione non ha affrontato: nell’ottobre del 2019, l’idea di aggiungere un sito di clivaggio della furina a una proteina spike correlata alla SARS per aumentarne l’infettività circolava non solo in una proposta non finanziata dalla DARPA, ma anche all’interno di un laboratorio del NIH.

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Ciò che è stato pubblicato

Quando gli scienziati cinesi pubblicarono finalmente la sequenza genetica del nuovo coronavirus che si stava diffondendo a Wuhan il 10 gennaio 2020, Letko e Munster avevano tutto il necessario per testarlo nel loro sistema.

 

La piattaforma non richiedeva un virus vivo, ma solo la sequenza del piccolo frammento della proteina spike che si aggancia a una cellula umana. Poche ore dopo la pubblicazione della sequenza, Neeltje van Doremalen, un’altra scienziata del laboratorio di Munster, la incollò in un’e-mail indirizzata a Letko e Munster.

 

Letko si aspettava i risultati entro il 26 o il 27 gennaio. Arrivarono prima del previsto. Il 21 gennaio, Munster decise a chi inviare il manoscritto finale che illustrava la loro ricerca. «Sia Nature», scrisse a Letko. «Facciamo due autori e acceleriamo i tempi».

 

L’articolo è stato inviato quel pomeriggio a Nature e al server di preprint bioRxiv. Erano trascorsi solo 12 giorni dalla comparsa della sequenza online.

 

Il laboratorio ha puntato tutto sulla velocità del nuovo metodo. Il loro metodo «riduce a meno di 12 giorni il tempo che intercorre tra la pubblicazione della sequenza e l’ottenimento di dati in vitro reali», si legge nella lettera di presentazione indirizzata ai redattori di Nature, «consentendo alla comunità scientifica di acquisire informazioni cruciali sul tropismo virale quasi in tempo reale con lo scoppio dell’epidemia».

 

Il lavoro ha attirato l’attenzione ai vertici del NIAID.

 

«Primi dati dal mio laboratorio che confermano ACE2 come recettore per il 2019-NCoV», ha scritto Munster in una e-mail inviata quel pomeriggio a una lista di contatti del NIAID impegnata nella risposta al coronavirus.

 

Greg Folkers, all’epoca capo dello staff dell’allora direttore del NIAID Anthony Fauci, rispose: «Quando questo verrà pubblicato su bioRxiv, potrebbe valere la pena di pubblicare un tweet».

 

L’articolo presentato non indica che Letko abbia accolto il suggerimento di Munster di creare un sito di clivaggio all’interno di una proteina spike. Mostra però che gli scienziati hanno utilizzato la proteasi tripsina anziché la furina, come proposto da Munster.

 

La seconda figura dell’articolo è intitolata «La tripsina potenzia l’ingresso del lignaggio B in diverse linee cellulari». Essa riporta che le proteine ​​spike del coronavirus dei pipistrelli, che non erano in grado di penetrare nelle cellule umane, dei primati o dei suini da sole, vi sono riuscite una volta che le particelle sono state immerse nell’enzima.

 

Gli esperimenti con la tripsina non compaiono in nessuna parte del progetto prima dello scambio di opinioni tra Munster e Letko avvenuto a ottobre in merito al preprint di Menachery-Baric. Sono assenti anche dall’abstract che Munster aveva precedentemente diffuso in primavera. L’articolo pubblicato cita il preprint di Menachery-Baric che ha dato origine alla loro conversazione.

 

Nessuna delle sequenze inviate da Anthony nel maggio 2019 compare nell’articolo, e né lui né PREDICT vengono menzionati. L’unica traccia di PREDICT nel manoscritto di 18 pagine è una citazione in nota a piè di pagina.

 

Il pannello di virus analizzati, secondo quanto riportato nello studio, era composto da 29 domini di legame ai recettori, ottenuti da un database pubblico gestito dal NIH.

 

Uno dei due virus è riemerso un anno dopo, quando il Center for Infection and Immunity della Columbia ha depositato il suo genoma completo in GenBank il 6 luglio 2020, cinque mesi e mezzo dopo la pubblicazione preliminare che avrebbe dovuto contenerlo.

 

Nel febbraio 2021, il coronavirus dei pipistrelli proveniente dall’Uganda e dal Ruanda è comparso anche sulla rivista Virus Evolution, in uno studio su come i virus correlati alla SARS abbiano acquisito la capacità di utilizzare il recettore umano ACE2.

 

Letko era il secondo autore, Munster era elencato quasi alla fine, Anthony era l’autore senior e gli scienziati sul campo ugandesi e ruandesi e la leadership di PREDICT erano inclusi come coautori, come Anthony aveva affermato nel 2019 che sarebbe stato necessario. Attraverso la piattaforma di Letko, il virus non è riuscito a entrare nelle cellule umane attraverso l’ACE2.

 

Il virus malese, che Anthony aveva definito il più interessante dei due, non è mai comparso in uno studio pubblicato. Nulla negli archivi spiega il perché. Anthony, ora professore all’Università della California, Davis, non ha risposto alle richieste di commento.

 

Il 24 maggio 2021, due anni dopo aver inviato via email la sequenza della proteina spike del virus al laboratorio del Montana, Columbia ha depositato il suo genoma completo in GenBank per conto del consorzio PREDICT, ringraziando il Dipartimento della fauna selvatica del Sabah e l’EcoHealth Alliance della Malesia.

 

Lewis Kamb

 

Originariamente pubblicato da US Right to Know. 

Lewis Kamb è un giornalista investigativo specializzato nell’utilizzo delle leggi sulla libertà di informazione e dei documenti pubblici per smascherare illeciti e chiamare i potenti a risponderne. 

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Epidemie

La Nigeria segnala un caso di Ebola. È il quinto Paese

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La Nigeria ha confermato il suo primo caso di Ebola in oltre un decennio: una donna che aveva recentemente viaggiato in Uganda è risultata positiva al virus nella capitale, Abuja.   La paziente è arrivata in Nigeria all’inizio di ottobre e ha iniziato a manifestare i sintomi il 7 ottobre, ha dichiarato martedì il Ministero della Salute del Paese. La donna si è recata in un ospedale privato l’11 ottobre e le è stata diagnosticata l’infezione da Ebola, ceppo Bundibugyo, il 20 ottobre, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). La donna rimane in isolamento e sta ricevendo assistenza medica. Le autorità sanitarie hanno identificato 44 persone che potrebbero essere state esposte all’infezione.   La paziente è stata inizialmente curata per sintomi simili alla malaria, ma i medici si sono preoccupati quando le sue condizioni non sono migliorate, ha dichiarato Odianosen Ehiakhamen, funzionario del Centro nigeriano per il controllo e la prevenzione delle malattie (NCDC), ad Arise TV, come riportato da Punch.   «Per quanto riguarda i 44 contatti, si tratta principalmente di operatori sanitari e personale di supporto dell’ospedale, perché tutto è accaduto all’interno dell’ospedale», ha affermato Ehiakhamen.   Il ministero della Salute ugandese ha dichiarato che la donna era una cittadina nigeriana che si era recata nella Repubblica Democratica del Congo orientale per affari prima di transitare per l’Uganda. Il ministero ha sottolineato che il luogo del contagio rimane sconosciuto e che in Uganda non ci sono casi attivi di Ebola. Secondo l’OMS, la Nigeria è il quinto Paese a segnalare casi di virus Bundibugyo dall’inizio dell’epidemia nella Repubblica Democratica del Congo a maggio, dopo i precedenti casi registrati in Uganda, Francia e Kenya. Il Kenya ha registrato nove contagi collegati a un caso importato, mentre l’epidemia nella Repubblica Democratica del Congo continua a diffondersi.   Come riportato da Renovatio 21, il Kenya aveva già bloccato il progetto statunitense per la struttura di cura dell’Ebola. Dei 800 milioni di dollari che erano stati stanziati, una parte sarebbe destinata alla fornitura di materiali, medicinali e alla costruzione di una rete logistica regionale.
Secondo il ministero della Salute della Repubblica Democratica del Congo, l’epidemia di Ebola ha causato 4.602 vittime e registrato 9.552 casi di contagio confermati dall’inizio dell’epidemia a maggio. Al 18 ottobre, il virus aveva colpito otto province, con l’Ituri che rappresentava quasi il 73% di tutti i casi.   La Nigeria era già riuscita a contenere un’epidemia di Ebola nel 2014.   Nel frattempo, lunedì il dipartimento di Stato americano ha innalzato il livello di allerta viaggi per il Kenya dal livello 2 al livello 3, esortando gli americani a riconsiderare la possibilità di visitare il Paese a causa dei rischi per la salute legati all’Ebola, nonché per problemi di sicurezza.   Come riportato da Renovatio 21, a settembre la Francia ha confermato il suo primo caso di Ebola in un medico rientrato di recente da una missione umanitaria nella Repubblica Democratica del Congo. L’India, dove si vociferava vi fossere dei casi, non ha confermato alcun caso di contagio.   Precedentemente manifestanti avevano dato fuoco a un centro di cura per l’Ebola in Congo dopo che era stato loro impedito di portare via il corpo di una presunta vittima per la sepoltura.   Come riportato da Renovatio 21, il produttore di sieri genici mRNA Moderna la scorsa settimana si è aggiudicata un contratto da 50 milioni di dollari per il vaccino Ebola.   Gli USA due mesi fa hanno vietato ai propri cittadini residenti nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) di imbarcarsi su voli commerciali per tornare in patria finché non avranno trascorso almeno 21 giorni in un altro Paese  

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Immagine di di UNMEER via Flickr pubblicata su licenza CC BY-ND 2.0
 
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Epidemie

Secondo caso di Ebola in Kenya

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Il Kenya ha confermato un secondo caso di Ebola: un familiare del primo paziente del Paese è risultato positivo al virus, ha annunciato mercoledì il Ministero della Salute. Con quest’ultima infezione, il numero totale di casi confermati sale a due, incluso un decesso.

 

Il nuovo paziente, un uomo di 39 anni, era già stato posto in quarantena dopo essere stato identificato come contatto stretto del primo caso. Martedì ha sviluppato sintomi quali febbre, affaticamento e dolori articolari ed è stato quindi sottoposto al test per il virus. L’uomo è stato trasferito in una struttura di cura designata, dove sta ricevendo assistenza.

 

Le autorità sanitarie hanno affermato che i due casi sono collegati e che al momento non ci sono prove che il virus si sia diffuso nella comunità.

 

La scorsa settimana il Kenya ha confermato il suo primo caso di Ebola: un uomo che aveva vissuto nella Repubblica Democratica del Congo per sette anni è deceduto in un ospedale di Nairobi. Secondo il ministro della Salute Aden Duale, il paziente si era ammalato circa un mese prima e aveva viaggiato attraverso l’Uganda prima di volare a Nairobi il 3 ottobre, dove è stato ricoverato e successivamente è risultato positivo al ceppo Bundibugyo del virus.

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Il ministero ha identificato 128 persone che sono entrate in contatto con il primo paziente, di cui 113 erano state rintracciate fino a martedì. Tra queste, 108 sono in quarantena in Kenya, con controlli sanitari giornalieri per un periodo di 21 giorni. Altre cinque persone che sono entrate in contatto con il paziente si trovano all’estero.

 

Il Kenya ha inoltre vietato il rimpatrio all’estero delle salme delle persone decedute a causa dell’Ebola, in base alle nuove norme sanitarie entrate in vigore lunedì. Le norme impongono anche rigidi requisiti per la gestione e la sepoltura dei corpi delle vittime di Ebola, al fine di prevenire un’ulteriore trasmissione del virus.

 

L’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, iniziata a maggio, non accenna a diminuire. Secondo gli ultimi dati del ministero della Salute congolese, al 12 ottobre si registravano 9.144 contagi e 4.410 decessi, con il virus che si sta diffondendo in sette province. La provincia nord-orientale di Ituri rimane l’epicentro, con quasi tre quarti di tutti i casi confermati.

 

Come riportato da Renovatio 21, il Kenya aveva già bloccato il progetto statunitense per la struttura di cura dell’Ebola. Dei 800 milioni di dollari che erano stati stanziati, una parte sarebbe destinata alla fornitura di materiali, medicinali e alla costruzione di una rete logistica regionale.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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