Geopolitica
Overton termonucleare. Overton ipersonica
Inizio a scrivere un’oretta dopo che Biden ha finito di parlare. Il solito discorso letto al teleprompter, ad un passo dall’incespicare sulle parole. Lo hanno capito tutti, è un guscio vuoto. Assicura che non manderà soldati in Ucraina, ma nei Paesi NATO alleati: in pratica, fa la voce grossa per restare a casa sua. Accusa Putin puntando il ditino tremante.
Ad un certo punto lo sentiamo tutto: è l’abisso tra il discorso del presidente USA e quello del presidente russo, pronunciato stamane, quello che abbiamo riportato su questo sito. A Mosca, un una sintesi di 70 di storia, russa e mondiale, che difficilmente si può non condividere. A Washington, qualche minaccia in accento yankee, forse fasullo pure quello, e niente più.
Biden si è fermato qualche minuto per le domande dei giornalisti: qualcosa che ha fatto raramente, il clan dei suoi badanti-Rasputin non lo permette, perché teme la figura di merda in mondovisione. Ricordate? Il mese scorso gli scappò di chiamare pubblicamente un giornalista di Fox «stupido figlio di puttana».
Diciamo subito che è la fase più patetica di tutto lo spettacolo: Biden invece che indicare il giornalista a cui è concessa la domanda, chiamandolo per nome come da tradizione, legge dei bigliettini, forse perché non è in grado di ricordare i nomi, forse perché le domande sono concordate, non si sa. Ma non è la cosa peggiore: le sue risposte alla pioggia di domande anche piuttosto pertinenti della stampa impaurita dalla guerra, danno un quadro desolante. Non applicheranno, al momento, l’esclusione della Russia dallo SWIFT, minacciata velatamente e non, e considerata un’arma economica di extrema ratio. Il mentitore del Delaware si vanta di aver fatto partire una quantità di sanzioni, ma alla domanda su come mai non sia stato sanzionato personalmente Putin non risponde. Alla domanda su quale sia ora la politica da seguire con la Cina su questo conflitto, nemmeno c’è risposta.
La domanda sugli affari di suoi figlio (cioè, del clan Biden) con gli oligarchi ucraini di Burisma tuttavia non arriva…
Insomma: quantomeno a parole, dagli USA non dovremmo aspettarci sorprese. Come invece sorprese incredibili sono arrivate da Mosca. Nessuno, davvero nessuno, si aspettava una cosa del genere. Un attacco su larga scala, con caccia, bombardieri, elicotteri, navi, missili, uomini a terra.
Eppure lo aveva detto. Non solo nel discorso di attacco di stamane: lo aveva detto anche in quello dell’altro giorno, prima delle firme per il riconoscimento delle repubbliche di Donetsk e Lugansk. In realtà lo aveva detto quasi per un decennio. Rispuntano massime attribuite a Mikheil Saak’ashvili, ex presidente georgiano, ex governatore dell’oblast’ di Odessa (traiettoria strana, se non si considera il salvacondotto neocon), ora in carcere a Tbilisi: «Putin dice al mondo esattamente cosa vuole e cosa è disposto a fare per questo. L’Occidente non lo prende sul serio finché non è troppo tardi».
È vero. È stato sempre così. In Cecenia, nei primi anni 2000. In Ossezia e Abcasia, nel 2008. In Crimea nel 2014. In Siria nel 2015. E tutti gli anni riguardo all’Ucraina nella NATO.
Dite quello che volte, ma Putin, l’ex spia KGB, è di una sincerità ineffabile, geometrica.
Quindi eccoci di fronte ad un fuoco annunciato. Anzi spiegato nelle sue cause geopolitiche, storiche e cosmiche, con dovizia di particolari, in messaggi urbi et orbi.
L’Occidente è di fronte a qualcosa di mai visto. Lo avrete percepito anche voi se avete guardato qualche immagine del conflitto.
Non ci siamo abituati: l’«altro da noi» non è un esercito di cartapesta come quello iracheno, sulla carta il quarto più potente del mondo, nei fatti del 2003 un ammasso di burro sotto il sole del deserto. Non ci sono i pastori di capre con la barbona e il kalashnikov (allora, ora sono armati fino ai denti, dono degli USA). Non ci arrivano le tristi immagini di edifici serbi sventrati da missili.
L’altro da noi, per la prima volta, non è un Paese piccolo o sottosviluppato. È una superpotenza. E non ha nemmeno iniziato a farci vedere di cosa è capace
L’altro da noi, è una potenza militarmente incredibile, probabilmente perfino superiore. Guardate i video di aerei che attaccano al suolo e poi evadono la contraerea con virate mai viste. Stormi di elicotteri che attaccano depositi di munizioni. Aeroporti resi inagibili dai missili Kalibr, che già il mondo aveva visto in azione, in un misto di ammirazione e tremore, in Siria.
L’altro da noi, per la prima volta, non è un Paese piccolo o sottosviluppato. È una superpotenza. E non ha nemmeno iniziato a farci vedere di cosa è capace.
Qui sta il vero punto della questione. Putin ha fatto capire che davanti ad una minaccia come quella di trovarsi missili e truppe NATO nel giardino di casa è disposto alla guerra – la guerra calda. E non ricordiamo interventi di questa portata. Non a Cuba, non nel Caucaso né in Est Europa negli anni Cinquanta, Sessanta, o alla caduta del Muro.
Putin ha fatto all-in, ho sentito dire, con gergo pokeristico, da un bravo analista militare. Non è del tutto vero: ribadiamo, non abbiamo visto ancora niente. Tuttavia, non è sbagliato pensare che quello che è stato mostrato, più che i muscoli e l’artiglieria, è la volontà.
Ci chiediamo: c’è la volontà di andare oltre, e, magari, spezzare il tabù dei tabù, e cioè l’atomo?
Ci chiediamo: c’è la volontà di andare oltre, e, magari, spezzare il tabù dei tabù, e cioè l’atomo?
Da parte americana, è già stato dichiarato da più di qualche rappresentante eletto a Washington, di ambo gli schieramenti. E perché dimenticarlo: le atomiche, con fare un po’ spaccone, le aveva agitate anche Trump contro Kim Jong-un, prima di portarlo al tavolo di Singapore.
La Russia non può che prenderne atto, e, in caso reagire. Sicuramente, il nucleare non è pensabile utilizzarlo in Ucraina, visto che tutta questa grande operazione di castrazione militare in corso è in realtà, come dichiarato da Putin con richiami alla storia e ai legami di sangue, un grande riassorbimento di Kiev nella realtà russa.
Però, altrove, è pensabile?
Quest’ultimo aggettivo ci riporta alla Finestra di Overton. Ricorderete, è il processo cognitivo per cui qualcosa di impensabile può, dopo determinate fasi di transizione, realizzarsi, essere perfino legalizzato. Il cannibalismo è impensabile, ma può diventare radicale, accettabile, razionale, popolare, legale. Per altre devianze ora razionalmente accettate, popolari e legali, è stato così.
L’uso delle armi termonucleari è impensabile, è rimasto per decenni un tabù assoluto, rafforzato da infinite cooperazioni tra le due superpotenze per limitare l’idea di uno scambio atomico tra le due superpotenze. Ora è così? Ora sarebbe un’opzione radicale. Diventerebbe immediatamente accettabile e razionale dopo la prima bomba, qualsiasi delle due parti cominci.
Una volta passata quella linea, vogliamo dire, non c’è modo di tornare indietro.
E sappiamo pure quale pensiero va ad installarsi immediatamente: quello secondo cui un conflitto nucleare è «sopravvivibile». È la dottrina atomica di Herman Kahn, stratega nucleare della RAND Corporation, un think tank del Pentagono, negli anni caldi della Guerra Fredda.
«Nel nostro tempo, la guerra termonucleare può sembrare impensabile, immorale, insana, orrenda, molto improbabile, ma essa non è impossibile (…). Nonostante i nostri sforzi un giorno potremmo trovarci faccia a faccia con la scelta netta di arrenderci o andare in guerra» Herman Kahn (1962)
Kahn, profondo conoscitore della Teoria dei Giochi, relativizzò la portata dell’opzione atomica, e cominciò ad affermare – destando scandalo presso le anime belle – che una guerra nucleare non solo è possibile, ma che, a differenza di quello che sostengono in molti, essa può avere un vincitore.
Kahn osava pensare l’impensabile, come suggerisce il titolo di un suo libro del 1962, Thinking the Unthinkable:
«Nel nostro tempo, la guerra termonucleare può sembrare impensabile, immorale, insana, orrenda, molto improbabile, ma essa non è impossibile (…). Nonostante i nostri sforzi un giorno potremmo trovarci faccia a faccia con la scelta netta di arrenderci o andare in guerra».
In un altro suo libro scioccante, On Thermonuclear War («Sulla guerra termonucleare», con evidente riferimento a Sulla Guerra del Von Clausevitz ) descrisse un panorama completo del dopo-bomba: gli anziani avrebbero dovuto mangiare il cibo contaminato, riservando alle nuove generazioni la precedenza sugli alimenti non radioattivi; il fallout nucleare sarebbe divenuto solo uno dei tanti contrattempi della vita; le deformazioni fetali prodotte dalle radiazioni vi sarebbero state, sì, ma un certo numero di bambini sarebbe comunque nato sano.
Tutti questi erano da considerare «tragic but distinguishable postwar states», stati postbellici tragici ma percepibili, descrivibili. Si dice che Stanley Kubrick leggendo questo libro trovò l’ispirazione per Il Dottor Stranamore.
Insomma: una società post-apocalittica retta sull’utilitarismo e l’eugenetica, cioè dalla Necrocultura. La quale già governa larga parte del nostro mondo, ma che nel mondo post-nucleare sarebbe slatentizzata per sempre, con uno stato di emergenza definitivo fatto di macerie radioattive fumanti.
Il Kahn non era solo, c’era anche il Mao – e non è un giuoco di parole stupidino, ma una profonda realtà storica.
Tuttavia, l’atomica non è l’unica cosa impensabile che potrebbe venire improvvisamente realizzata in questi giorni
Quando Mao Zedong definì la bomba atomica «una tigre di carta», questo stava dicendo: provate pure a tirarci addosso l’atomo, noi sopravvivremo, guardate che siamo tanti – e abbiamo costruito una città sotterranea fatta di bunker che va da Pechino a Tianjin (è ancora visitabile: e non tutti raccontano che Mao la fece costruire più per la paranoica paura delle atomiche sovietiche che di quelle americane).
Quindi, già la Cina, dove il successore di Mao già si presenta vestito come lui, è già fuori dalla fase impensabile: all’uso dell’atomo hanno già pensato, e da mo’. Eccome.
Tuttavia, l’atomica non è l’unica cosa impensabile che potrebbe venire improvvisamente realizzata in questi giorni.
Vi parliamo, per l’ennesima volta, e sempre più soli nel panorama desolato dell’informazione italiana e occidentale, delle armi ipersoniche, e della loro importanza.
Non lo facciamo perché ci sembra interessante, perché analiticamente crediamo che avranno un grande ruolo in futuro: ne parliamo perché lo sta facendo Putin, in continuazione, da settimane. E nessuna testata sembra dare spazio alla cosa.
Davvero, lo ha ribadito anche stamattina:
«La Russia moderna, anche dopo il crollo dell’URSS e la perdita di una parte significativa del suo potenziale, è oggi una delle più forti potenze nucleari del mondo e, inoltre, presenta alcuni vantaggi in una serie di gli ultimi tipi di armi» Vladimir Putin
«La Russia moderna, anche dopo il crollo dell’URSS e la perdita di una parte significativa del suo potenziale, è oggi una delle più forti potenze nucleari del mondo e, inoltre, presenta alcuni vantaggi in una serie di gli ultimi tipi di armi».
Questi «ultimi tipi di arma» sono certamente i missili Tsirkon, vettori ipersonici in grado di colpire viaggiando a più di 10 mila chilometri all’ora. Gli Tsirkon, ultimati in pompa magna il 31 dicembre (quasi fossero raudi, fuochi d’artificio da mostrare al capodanno del mondo), sono sicuramente carichi e puntati. Gli Americani, a quanto sembra, non hanno ancora armi ipersoniche pronte per essere schierate.
Il risultato, al di là dei danni materiali e militari, è a livello strategico: le armi ipersoniche non sono intercettabili, quindi infrangono completamente l’equilibrio su cui si reggeva la Brinkmanship, la tesa, ma in fondo pacifica, enantiodromia tra le superpotenze nucleari.
Pensate agli anni Settanta: Mosca e Washington facevano trattati per smettere di sviluppare difese antimissilistiche: il famoso Trattato anti-missili balistici (ABM), impediva a russi e americani di schierare difese a livello nazionale contro missili balistici strategici. Per quanto possa sembrare pazzesco, è così: i due Paesi rinunciavano a difendersi, pur di mantenere l’equilibrio atomico.
Ora le ipersoniche disintegrano quell’equilibrio.
Putin ne ha parlato varie volte, ma non è chiaro se vorrà utilizzare le ipersoniche e seppellire per sempre ogni rete di sicurezza della Guerra Fredda.
L’uso di missili ipersonici, di cui l’altra parte non dispone, mette l’avversario all’angolo, quindi capace di fare qualsiasi cosa. Farlo è impensabile. Ma fino a quando?
La Finestra di Overton ipersonica potrebbe spalancarsi in un attimo, nel corso di una notte, con un discorso inappuntabile di Putin a giustificare tutto
La Finestra di Overton ipersonica potrebbe spalancarsi in un attimo, nel corso di una notte, con un discorso inappuntabile di Putin a giustificare tutto.
E poi?
E poi, non sappiamo nulla. Gli USA risponderebbero con una sventagliata di atomiche? Oppure metterebbero in campo altre armi di cui non abbiamo contezza? Armi biologiche? Armi genomiche per la pulizia etnica? Armi a microonde? Sciami infiniti di droni assassini?
Non abbiamo idea di cosa succederà: sappiamo però che la devastazione massiva è dietro l’angolo, e i passetti per arrivarvi, come abbiamo scritto, sono già tutti visibili.
Un tempo c’erano uomini veri che lavoravano fino all’ultimo minuto per scongiurare la distruzione. C’erano i Kruscev e i Kennedy.
Ecco il vero precipizio a cui siamo dinanzi: la rapida Finestra di Overton atomica e ipersonica può spalancare alla Cultura della Morte l’intero XXI secolo
Essi credevano nel valore dell’umanità, nella necessità di preservarla, nell’imperativo della sua riproduzione; forse credevano perfino, da qualche parte dentro il loro cuore, in Dio.
Possiamo dire lo stesso ora? Credono ancora, tra aborti, provette e sodomia, nella riproduzione umana? Credono ancora nella custodia dell’umanità, virus eco-cancerogeno per il pianeta? Credono ancora, da qualche parte nel loro essere, in Dio?
Guardate Biden e i suoi sgherri. Rispondetevi da soli.
Ecco il vero precipizio a cui siamo dinanzi: la rapida Finestra di Overton atomica e ipersonica può spalancare alla Cultura della Morte l’intero XXI secolo.
Roberto Dal Bosco
Immagine di VHS222 via Deviantart pubblica su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported (CC BY-NC-ND 3.0)
Geopolitica
Ben Gvir chiede di strappare le Isole Falkland a Londra e di cederle all’Argentina
Il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha chiesto che le Isole Falkland (Isole Malvinas) vengano strappate al Regno Unito e cedute all’Argentina.
«È ora che lo Stato di Israele riconosca pubblicamente che le Isole Malvinas sono territorio argentino occupato, che gli inglesi sottraggono violentemente al popolo argentino. Gli inglesi non si accontentano della semplice occupazione del territorio; vi effettuano anche trivellazioni petrolifere, derubando il popolo argentino del denaro ricavato».
«Chiedo al Primo Ministro Benjamin Netanyahu di riconoscere la sovranità dell’Argentina sulle Isole Malvinas e di imporre sanzioni alla Gran Bretagna finché l’occupazione persisterà».
Es hora de que el Estado de Israel reconozca públicamente que las Islas Malvinas son territorio argentino ocupado, que los británicos le roban violentamente al pueblo argentino. Los británicos no solo se conforman con ocupar el territorio, sino que también realizan allí…
— איתמר בן גביר (@itamarbengvir) September 7, 2026
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Londra controllava l’arcipelago dal 1833. Nel 1982 l’Argentina invase le Falkland, ma fu sconfitta dall’esercito britannico.
È chiaro che il Ben Gvirro si sta esprimendo a sostegno del suo alleato sionista, il presidente argentino Javier Milei, esortandolo ad espandere il proprio territorio. Israele stesso sta attivamente lavorando per espandere il proprio territorio attraverso conquiste, nell’ambito del progetto della Grande Israele. Non solo: voci consistenti parlano di interessi israeliani nell’acquisto di vastissimi terreni in Patagonia.
Va detto che il governo dell’Argentina ha avviato una denuncia penale e sanzioni contro la compagnia petrolifera israeliana Navitas Petroleum per le sue attività di esplorazione e trivellazione nella zona delle Falklandsenza l’autorizzazione di Buenos Aires. La vicenda rappresenta un delicato caso geopolitico che mette a dura prova l’asse diplomatico tra il presidente argentino Javier Milei e lo Stato d’Israele.
«Il governo sostiene che le società abbiano violato la legge argentina detenendo licenze di esplorazione e sfruttamento di idrocarburi rilasciate dalla Gran Bretagna nel bacino delle Falkland settentrionali. La denuncia si baserebbe sulla legislazione vigente in materia di progetti petroliferi e del gas in aree rivendicate dall’Argentina. Non è chiaro se un tribunale abbia deciso di avviare un’indagine sulla denuncia del governo», ha riferito l’agenzia Reuters martedì.
«La denuncia penale inasprisce una disputa di lunga data sulla sovranità tra Argentina e Gran Bretagna per le Falkland e potrebbe mettere alla prova la capacità di Buenos Aires di utilizzare il proprio sistema legale per ostacolare un importante progetto petrolifero offshore sostenuto da investitori stranieri e autorizzato da un territorio britannico autonomo».
Mentre Israele appoggia le nazioni che lo sostengono apertamente, come l’Argentina , si scaglia contro le nazioni e le regioni che non lo fanno.
La scorsa settimana il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha messo in guardia tutta l’Europa dal partecipare alla guerra contro l’Iran, nella quale lo Stato ebraico ha trascinato con successo gli Stati Uniti .
NETANYAHU PUTS ALL OF EUROPE ON NOTICE for not joining the war on Iran.
“Israel will not forget what you did to us in the holocaust.”
Remember the leadership of Israel sees Europe, the United States and the west in general as the new Rome that must pay for the destruction of… pic.twitter.com/UFWkXb8Sex
— Alex Jones (@RealAlexJones) September 1, 2026
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I vertici israeliani sono stati accusati pure di aver ingegnerizzato, forse con l’ausilio di alleati all’interno della politica statunitense, l’invasione degli immigrati a Ceuta, che ha registrato messaggi aperti di soddisfazione da parte di funzionari israeliani che hanno ricordato l’ostilità di Madrid verso le politiche israeliane recenti.
Come riportato da Renovatio 21, l’asse tra l’Argentina di Milei, che è circondato da rabbini interessanti e sarebbe in procinto di convertirsi al giudaismo, è divenuto chiaro durante i Mondiale, dove il tifo del governo Netanyahu per nazionale albiceleste fu sfacciato,e poco fortunato.
Netanyahu to Argentina’s Milei:
We support Argentina in so many ways, including tomorrow.
I don’t hide that I’m rooting for Argentina. I think most Israeli citizens are rooting for Argentina.
Good luck! Vamos Argentina!pic.twitter.com/NigTSDQAr8
— Clash Report (@clashreport) July 18, 2026
Cosa non saputa da proprio tutti, la quarta città al mondo per numero di cittadini di religione ebraica è Buenos Aires, dove la comunità giudea è fiorente, alla faccia della nomea dell’Argentina come Paese ospite dei gerarchi nazisti fuggiti dall’Europa.
Come riportato da Renovatio 21, negli ultimi anni l’Argentina di Milei aveva promesso di prendere il controllo delle isole contese, dicendo di volere discutere con Londra della loro restituzione. Il tono inzialmente tiepido tuttavia sta alzandosi di temperatura.
Come riportato da Renovatio 21, rivendicazioni delle isole da parte di Buenos Aires sono state viste pure tra i giocatori all’ultimo mondiale americano, perso malamente dagli argentini.
Come riportato da Renovatio 21, riguardo alle Falkland è arrivato in settimana anche l’avvertimento di Washington che avrebbe minacciato di rivedere la propria posizione sul controllo britannico delle Isole Falkland per spingere Londra a destinare somme ben più elevate alle proprie forze armate.
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Geopolitica
Ursula in Groenlandia attacca Trump e promette 200 milioni di euro
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Geopolitica
L’Iran minaccia la Corea del Sud che valuta operazioni militari congiunte a Ormuzzo
Lunedì il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha lanciato un avvertimento alla Corea del Sud, esortando il Paese a riflettere attentamente prima di unirsi alle operazioni americane nello Stretto di Ormuz.
La scorsa settimana l’ufficio del presidente sudcoreano ha annunciato di stare valutando l’adozione di misure militari a sostegno degli sforzi statunitensi volti a garantire la libertà di navigazione delle navi che attraversano lo Stretto di Ormuzzo.
Seoul dipende in modo molto significativo dal petrolio che passa attraverso lo Stretto ormusino, Il paese si rifornisce per circa il 70% del suo petrolio greggio dal Medio Oriente, con il 95% delle importazioni petrolifere che passano proprio attraverso Ormuzzo. Anche sul fronte del gas, la dipendenza è rilevante: il 20% del gas naturale liquefatto sudcoreano arriva dal Medio Oriente.
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Le importazioni nette di petrolio della Corea del Sud rappresentano il 2,7% del PIL, e il paese ha riserve strategiche limitate rispetto, ad esempio, alla Cina — il che la rende una delle economie più vulnerabili della regione a uno shock nello stretto. A maggio 2026, l’arrivo di una singola petroliera proveniente da Hormuz è stato descritto come capace di coprire tra il 35% e il 50% del consumo giornaliero di greggio della Corea del Sud — un dato che dà la misura di quanto ogni singolo carico sia strategicamente rilevante.
Ora l’Iran afferma che la Corea del Sud subirà «gravi conseguenze» se deciderà di inviare navi, aerei o personale militare nello Stretto ermisino.
In un messaggio pubblicato su X, Baghaei ha scritto: «La relazione tra l’Iran e la Repubblica di Corea ha una storia che dura da oltre 64 anni e i legami tra i due Paesi si sono costantemente sviluppati sulla base del reciproco rispetto. L’Iran attribuisce grande importanza alle sue relazioni amichevoli con la Repubblica di Corea».
«Tuttavia, al momento il popolo iraniano si sta difendendo dalle azioni aggressive dell’America e, nella situazione in cui sta rispondendo con fermezza ai crimini di guerra americani contro donne e bambini, qualsiasi altro Paese che mantenga una presenza militare o partecipi a operazioni nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz non può che essere considerato come un diretto sostenitore degli autori dell’aggressione, e ciò comporterà gravi conseguenze», ha aggiunto.
Il portavoce iraniano ha concluso: «Nessun Paese sovrano e responsabile dovrebbe cedere alle pressioni e alle minacce dell’America e rendersi complice degli atti aggressivi e degli orribili crimini contro il grande popolo iraniano».
이란과 대한민국의 관계는 64년이 넘는 역사를 지니고 있으며, 양국 관계는 줄곧 상호 존중을 바탕으로 발전해 왔습니다. 이란은 대한민국과의 우호 관계를 매우 중요하게 여기고 있습니다.
그러나 현재 이란 국민이 미국의 침략적 행위에 맞서 자위하고 있으며, 여성과 어린이를 상대로 한 미국의… pic.twitter.com/ThlIXzIyIN
— Esmaeil Baqaei (@IRIMFA_SPOX) September 7, 2026
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Il presidente statunitense Donald Trump ha esercitato pressioni sulle nazioni alleate, tra cui la Corea del Sud, criticandole per il loro rifiuto di partecipare alle operazioni nello Stretto di Ormuzzo.
Gli Stati Uniti, il Giappone e la Corea del Sud parteciperanno questa settimana alle esercitazioni militari congiunte «Freedom Edge», suscitando critiche da parte del neo-nominato ministro della Difesa nordcoreano Kim Song-gi.
In risposta alle esercitazioni, il dittatore nordcoreano Kim Jong-un ha annunciato lunedì la messa in servizio del secondo cacciatorpediniere della marina militare, affermando: «Le preoccupazioni dei nemici si acuiranno sicuramente. Dobbiamo stabilire in modo più chiaro un deterrente nucleare potente e affidabile, mettere in pratica l’impiego diversificato ed efficace dei nostri sistemi di combattimento nucleare e rafforzare ulteriormente le nostre attività militari per la difesa marittima e la deterrenza bellica».
L’Iran e la Corea del Nord intrattengono da decenni una partnership strategica, militare ed economica, il che significa che i due Paesi potrebbero unire le forze contro gli Stati Uniti se le tensioni dovessero continuare ad aumentare.
La voce circolante (o fatta circolare…) è che sia possibile che i nordcoreani stiano effettivamente collaborando alla progettazione di una testata nucleare iraniana. Si tratta di un sospetto pubblicato spesso da realtà avverse ai due Paesi. Tuttavia, è invece confermata la cooperazione missilistica tra Teherano e Pyongyango. La Corea del Nord ha intensificato la collaborazione con l’Iran per la produzione di missili balistici e per la progettazione di modelli più avanzati.
Ambedue i Paesi disporrebbero di missili ipersonici.
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La relazione tra i due paesi non è nuova. Con lo sviluppo del programma nucleare nordcoreano e il suo ritiro dal Trattato di Non Proliferazione (TNP) nel 2003, Pyongyang era già stata accusata di fornire tecnologia nucleare all’Iran, e nel 2012 i due paesi avevano firmato un accordo di cooperazione scientifica, accademica e tecnologica.
Dopo la Guerra dei 12 Giorni (giugno 2025) tra Israele e Iran, la guida suprema Khamenei aveva sempre bloccato la decisione di procedere all’arricchimento al 90% e allo sviluppo di testate miniaturizzate; oggi, con Teheran che cerca di ricostruire la propria deterrenza, la Corea del Nord resta una delle poche opzioni percorribili, dato che il Pakistan (in buoni rapporti con USA e Arabia Saudita) non avrebbe interesse ad aiutare l’Iran.
Diversi analisti notano come la guerra contro l’Iran abbia rafforzato a Pyongyang la convinzione che l’arsenale nucleare sia l’unica vera garanzia di sopravvivenza per un regime sotto pressione — una lezione che l’Iran stesso potrebbe voler applicare, rendendo più plausibile una richiesta di assistenza nordcoreana.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
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