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Eutanasia

La regina Elisabetta e l’eutanasia di re Giorgio, suo nonno

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Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge.

 

 

 

La morte della regina Elisabetta II giovedì ha dominato i titoli dei giornali negli ultimi giorni. L’editore di BioEdge stava cercando un punto di vista bioetico e ha ricordato un articolo che ha scritto nel 2011. Ruotava attorno a suo nonno, George V, che è stato soppresso dal suo medico personale. Potrebbe essere definito il primo regicidio dall’esecuzione di re Carlo I nel 1649. Sebbene sia diventato noto nel 1986, da allora è stato appena menzionato. Ecco la storia.

 

 

Penseresti che avere un medico personale garantirebbe un’ottima assistenza sanitaria.

Tuttavia, la condanna del medico di Michael Jackson per omicidio colposo suggerisce che non è necessariamente così. I pubblici ministeri hanno descritto la cura del cantante pop da parte del dottor Conrad Murray come un esperimento farmaceutico «osceno».

 

Anche i reali non sono esenti.

 

Una delle affermazioni sensazionali fatte in un nuovo libro sui monarchi norvegesi durante la seconda guerra mondiale, il re Haakon VII e la regina Maud, è che la regina potrebbe essere stata vittima di eutanasia involontaria.

 

L’autore norvegese Tor Bomann-Larsen scrive nel suo libro Æresordet («Parola d’onore») che «la regina Maud aveva lasciato la casa sana e salva e sarebbe tornata in una bara, senza che i medici norvegesi avessero avuto alcun collegamento con ciò che è successo».

 

Le prove di questa sorprendente affermazione sono in gran parte circostanziali. Maud era inglese, sorella di Giorgio V. È stato riferito che morì di insufficienza cardiaca nel 1938 in Inghilterra, sotto la cura del medico più eminente e rispettato dell’epoca, Lord Bertrand Dawson.

 

Tuttavia Bormann-Larsen ha portato alla luce documenti che suggeriscono che la vera causa della morte fosse il cancro. Dawson scrisse alla sua controparte norvegese: «quando leggerai questo resoconto, concorderai sul fatto che la morte improvvisa della regina è stata un sollievo e che l’ha salvata da queste ultime dolorose fasi della malattia che sia tu che io conosciamo fin troppo bene».

 

Alla luce di ciò che ora sappiamo di Lord Dawson of Penn, presidente della Royal Society of Medicine, presidente del Royal College of Physicians, presidente della British Medical Association e ideatore del National Health Service britannico, queste parole assumono un sinistro , anche se in definitiva non verificabile, significato.

 

Perché non solo Dawson era un sostenitore dell’eutanasia, ma due anni prima aveva soppresso suo fratello, re Giorgio V. Fu il primo regicidio dopo Carlo I, quasi 300 anni fa.

 

Questo è venuto alla luce solo nel 1986, quando il biografo di Dawson ha rivelato una voce di diario che aveva deliberatamente omesso dal suo libro del 1950. Dawson salvò la vita del re nel 1929 dopo una pericolosa infezione al torace e fu al comando durante la sua ultima malattia.

 

Alle 21:25 del 20 gennaio 1936, Dawson pubblicò un bollettino alla Nazione: «La vita del re si sta muovendo pacificamente verso la fine». Ma non si stava chiudendo abbastanza velocemente. Cinque minuti prima di mezzanotte, senza nessun altro nella camera tranne un’infermiera discreta, Dawson fece un’iniezione letale al re.

 

Nelle parole del suo diario:

 

«Verso le 23 era evidente che l’ultima fase poteva durare per molte ore, sconosciuta al paziente ma poco in sintonia con la dignità e la serenità che così riccamente meritava e che richiedevano una breve scena finale. Ore di attesa solo per la fine meccanica quando tutto ciò che è realmente vita è passato non fa che sfinire gli astanti e li tengono così tesi che non possono avvalersi del conforto del pensiero, della comunione o della preghiera. Ho quindi deciso di determinare la fine ho iniettato (io stesso) morfina gr.3/4 e poco dopo cocaina gr. 1 nella vena giugulare distesa».

 

Come mai? Anche per gli standard odierni, affrettare deliberatamente una morte è un omicidio. Né il morente era in grande pericolo.

 

Tuttavia, ragionò Dawson, la Nazione stava aspettando. Se il vecchio irritabile si fosse trattenuto ancora per qualche ora, la notizia della sua scomparsa sarebbe apparsa per la prima volta sui tabloid squallidi di Londra. Dawson ha ritenuto che fosse più appropriato che la morte di un sovrano fosse annunciata sul Times, il giornale britannico di riferimento. Ha persino chiesto a sua moglie di informare il Times che la morte era imminente.

 

E, come bonus, una morte prematura ha permesso a Lord Dawson di tornare al suo intenso studio in Harley Street.

 

Con tutto questo in mente, la morte improvvisa della regina Maud di Norvegia sotto la sua guida assume un significato sinistro.

 

«Non c’è motivo di pensare che re Giorgio V fosse l’unico paziente che ha curato in questo modo», ha scritto  JHR Ramsay nel BMJ. Perché non la regina della Norvegia? Il caso è plausibile, se non dimostrato.

 

Qualche intuizione nella mente di Dawson può essere raccolta dal suo contributo a un dibattito su un disegno di legge sull’eutanasia alla Camera dei Lord pochi mesi dopo. (I termini del dibattito sull’eutanasia sono cambiati molto poco.) La qualità della vita conta più della quantità, disse ai nobili signori. «Si dovrebbe rendere l’atto di morire più gentile e più pacifico anche se comporta una riduzione della durata della vita», ha detto. «Questa è diventata sempre più l’usanza».

 

In ogni caso, gli standard morali si evolvono in questa epoca illuminata. La contraccezione è ampiamente accettata; l’aborto è ampiamente praticato; perché non dovremmo accettare l’eutanasia? «Le si deve negare l’immersione delle sofferenze [di una donna morente] perché la sua vita potrebbe essere accorciata di due o tre mesi?»

 

Lord Dawson ha votato contro il disegno di legge, non perché si opponesse alla «missione di misericordia» di un medico, ma perché le salvaguardie burocratiche avrebbero comportato troppa burocrazia e concesso poca discrezionalità ai medici.

 

La responsabilità di un medico mediocre per la morte di Sua Maestà Giorgio V, Re per grazia di Dio di Gran Bretagna, Irlanda e dei domini britannici oltre i mari, difensore della fede e imperatore dell’India è istruttiva.

 

In primo luogo, i medici che accettano l’eutanasia possono essere incredibilmente arroganti. Lord Dawson si considerava un apostolo illuminato del progresso. Questo gli dava il diritto di decidere l’ora della morte del suo paziente, senza il suo consenso. Come ha affermato nel suo intervento, l’eutanasia è una questione troppo delicata e personale per essere regolata da leggi inflessibili. Solo i medici possono decidere.

 

In secondo luogo, sebbene l’eutanasia sia considerata un omicidio per misericordia, comunemente è un omicidio per convenienza. Lord Dawson ha ucciso il suo paziente perché preferiva leggere le notizie su un giornale piuttosto che su un tabloid.

 

Terzo, l’inganno è inerente all’eutanasia. Per quanto compiaciuto Lord Dawson fosse fiducioso nella rettitudine delle sue azioni, fu attento a nasconderle ai suoi colleghi e alla famiglia reale. Solo l’infermiera lo sapeva, ma ha portato il segreto nella tomba. Se avesse consultato altri medici, avrebbero potuto mettere in dubbio le sue capacità cliniche. Un medico rivale della casa reale compose addirittura un jingle:ù

 

Lord Dawson di Penn
ha ucciso molti uomini
Ecco perché cantiamo
God Save the King.

 

Nonostante la capacità di Lord Dawson di collezionare titoli onorifici, altri medici lo consideravano «rispettabile piuttosto che straordinario», secondo il suo necrologio in The Lancet.

 

Inoltre, per lealtà mal riposta, altri colluderanno nell’inganno. In questo caso, Francis Watson, il biografo di Dawson, ha aspettato 36 anni prima di pubblicare il diario incriminante.

 

«Forse avrei dovuto includerlo nel libro in quel momento», ha detto dopo aver pubblicato la vera storia della morte di Giorgio V. «Lady Dawson non l’ha voluto nel libro e ho subito accettato. Non l’ho ritenuto opportuno».

 

In quarto luogo, come per gli abusi sui minori, una cultura del compiacimento, della segretezza e dell’inganno consente ai medici di eutanasia di uccidere ancora e ancora.

 

Non sapremo mai quante persone uccise Lord Dawson. Ma sappiamo che uno e forse due reali morirono sotto le sue cure.

 

Per parafrasare Oscar Wilde, perdere un paziente può essere considerato una disgrazia; perderne due sembra incuria: incuria da parte sia del governo britannico che di quello norvegese.

 

Lord Dawson di Penn era l’ Harold Shipman di Harley Street? Non dovrebbe esserci un’indagine storica approfondita per portare alla luce la verità?

 

 

 

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

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Eutanasia

Morte in Umbria

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In Umbria ha vinto la morte. Come già in altre regioni italiane quali Toscana, Sardegna, Emilia-Romagna e Veneto, anche il cuore verde d’Italia ha deciso di non battere più per la vita.

 

Qualche giorno fa l’Assemblea legislativa ha approvato — con 11 voti favorevoli dei consiglieri della maggioranza di centrosinistra, sei contrari e tre astenuti — la proposta di legge di iniziativa popolare sul suicidio assistito denominata «Liberi subito», nel ricordo di Laura Santi, la giornalista protagonista della battaglia per l’approvazione della norma, malata di sclerosi multipla e morta somministrandosi un farmaco il 21 luglio 2025 nella sua casa di Perugia.

 

Immagino che le mani si siano spellate dagli applausi partiti dagli scranni della sinistra politica, perché la conquista del fine vita è vista come un atto di libertà, una libera scelta, «il corpo è mio e decido io cosa farne». Gli esponenti della maggioranza esultano di fronte a questa svolta, anche perché molti di essi suppongo che non siano manifestamente credenti. In qualche rara occasione istituzionale ho avuto modo di incontrarli in qualche funzione religiosa e ho notato che non hanno fatto nemmeno il segno di croce, confermando ancor più la loro posizione ideologica di fede. Lungi da me giudicarli: è una loro convinzione.

È evidente e chiaro che i singoli casi gravi, quelli che toccano nel profondo l’animo dei malati e dei loro cari, rappresentano sempre un terreno scivoloso in cui il «giudizio da divano» rimane aleatorio. Attenzione, però, che ciò non sia prodromico ad un’eutanasia massiva di anziani o malati e che poche eccezioni non finiscano per giustificare una necrocultura come già, peraltro, ha preso piede in altri Stati nel cosiddetto mondo occidentale civilizzato. 

 

I dati ufficiali del governo del Canada dell’anno passato mostrano che circa la metà dei canadesi che non sono malati terminali, desideravano porre fine alla propria vita tramite il suicidio assistito autorizzato dallo Stato e lo hanno fatto perché affermavano di sentirsi soli.

 

Ed ecco che viene sdoganata la libertà di togliersi la vita con l’avallo dello Stato, che magnanimamente accompagna i propri sudditi a morire presentandogli questa via come l’unica e inconfutabile soluzione al loro malessere. E dopo, il nulla.

 

Un cristiano dovrebbe destarsi, sobbalzare sulla sedia nel vedere e accettare tutto questo, poiché si tratta di un punto di non ritorno, un passo avanti verso l’abisso. Lo abbiamo visto con l’aborto: guai se oggi qualche politico – anche se sedicente cattolico – mettesse in discussione la legge 194, che ha fatto oltre sei milioni di vittime. Anzi, si esalta la portabandiera di tali battaglie, Emma Bonino, che ha pure ricevuto i funerali di Stato. 

 

Lo abbiamo visto con il divorzio, di cui oggi scontiamo le nefaste conseguenze con quasi il cinquanta per cento delle famiglie sfasciate e disgregate. Anche questa legge sul «suicidio assistito» segnerà inevitabilmente un prima e un dopo. La storia ce lo insegna. In tutto questo vociare si nota soltanto qualche flebile reazione da parte di alcuni politici presunti cattolici, ma si tratta di slogan postati sui social che non arrivano a nulla di veramente concreto per poter arginare e fermare questa deriva.

 

I porporati hanno commentato con una laconica nota nella quale esprimono «amarezza e delusione. La vita è un dono inestimabile» per l’approvazione di tale norma mortifera. Non c’è da stupirsi, perché sono gli stessi vescovi che permettono, senza colpo ferire, i funerali in chiesa di defunti che poi vengono trasportati nei forni crematori, una pratica che cozza apertamente con i dettami della Chiesa, e non vado oltre con la filosofia modernista e permissiva della chiesa post conciliare.

Come detto, basta aprire gli occhi e vedere ciò che succede in altri paesi che sponsorizzano e applicano «la dolce morte».

 

Nello Stato di Victoria, in Australia, i casi di eutanasia sarebbero cresciuti del 400% nell’arco di cinque anni, e la regione intende allargare ancora la normativa a partire dal prossimo anno, come riportato puntualmente da Renovatio 21.

 

Il 15 luglio 2026 rimarrà una data oscura nella storia francese. Dopo diversi anni di dibattito e tre respingimenti consecutivi da parte del Senato, l’Assemblea nazionale ha approvato la legge che istituisce il «diritto al suicidio assistito».

 

Ecco che a volte questo desiderio di morire, nel suo atto terminale, può essere rigettato come nel caso di un uomo dell’Ontario il quale ha gemuto, fatto smorfie e ripetuto «aiutatemi!» mentre veniva sottoposto a un processo di morte assistita da un medico, dopo che uno dei farmaci non aveva prodotto il livello di sedazione previsto, lasciandolo inizialmente cosciente.

 

Un altro uomo sulla sessantina ha scelto di ricorrere all’eutanasia in Canada, indicando come motivo principale la profonda solitudine. Nonostante ciò, era in grado di utilizzare autonomamente il bagno e di muoversi da solo, ma viveva da anni in una struttura di assistenza a lungo termine. Nei documenti si legge che tal paersona lamentava una «profonda sofferenza psicosociale e solitudine», dovuta alla difficoltà di relazionarsi con gli altri, una condizione che, a suo dire, lo accompagnava da molto tempo.

 

Sempre nel lungimirante Canada, che si presenta come stato portabandiera della necrocultura, leggiamo che l’Ordine dei medici del Quebecco ha dichiarato che l’eutanasia è un «trattamento appropriato» per i bambini nati con gravi problemi di salute.

 

Nei Paesi Bassi l’eutanasia rappresenta ormai il 6% di tutti i decessi, tanto che nel 2025 10.341 persone sono morte per eutanasia e, mentre tre quarti dei richiedenti avevano più di 70 anni, un caso riguardava una persona di età compresa tra i 12 e i 18 anni.

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E se ribaltassimo il paradigma? E se lo Stato, anziché aiutare a morire, aiutasse a vivere dignitosamente chi soffre?

 

Se lo Stato sostenesse con sussidi economici cospicui tutte quelle famiglie con malati gravi, pagando loro le cure persino delle malattie più rare e sovvenzionando i familiari che assistono i propri cari con assegni adeguati, così da poter dedicare tutto il tempo agli affetti anziché vivere con l’ossessione del lavoro a tutti i costi, nel terrore di non arrivare a fine mese e condurre un’esistenza socialmente penalizzata a causa delle spese mediche?

 

E se lo Stato promulgasse leggi che guardano all’amore che le persone potrebbero scambiarsi, anziché inneggiare alla dolce morte come pillola unica, finale e irreversibile?

 

Ebbene, uno Stato che ha quasi totalmente messo da parte la propria radice cristiana, credo non possa neanche concepire pensieri del genere.

 

Cari signori, vedo nei vostri sguardi il vuoto, la vacuità spirituale di un’anima che inneggia alla morte anziché alla vita, perché in voi non arde la fiamma della Fede.

 

Francesco Rondolini

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Eutanasia

Le case di cura cristiane di Zurigo perdono il diritto di rifiutare il suicidio assistito

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Il 27 settembre 2026 gli elettori del Canton Zurigo hanno approvato con il 68,1% dei voti (298.813 sì contro 139.933 no) modifiche alla legge sui pazienti e alla legge sanitaria. La partecipazione è stata del 47,6%. La nuova normativa impone a tutti gli ospedali, le cliniche di riabilitazione e le case di cura e di riposo del cantone di tollerare il suicidio assistito nei propri locali. Restano escluse le strutture psichiatriche e le carceri. L’entrata in vigore è prevista nella primavera 2027.   Fino ad oggi l’obbligo di tolleranza riguardava solo le case di cura gestite o commissionate dai comuni. Ospedali e strutture private potevano decidere autonomamente se consentire o rifiutare la pratica. Secondo i dati della direzione sanitaria cantonale, su circa 212 case di cura del cantone, 129 non sono pubbliche; di queste, 29 (prevalentemente di ispirazione cristiana) rifiutavano il suicidio assistito, per un totale di circa 2.000 residenti. Nella maggior parte delle altre strutture la pratica era già ammessa.   La normativa non obbliga il personale sanitario o assistenziale a partecipare direttamente al suicidio assistito: la procedura è eseguita da organizzazioni esterne specializzate (come Exit o Dignitas), previo rispetto delle condizioni di legge svizzere (come la capacità di discernimento della persona e volontà persistente).

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La proposta era il controprogetto del Consiglio cantonale a un’iniziativa popolare più ampia, successivamente ritirata. Contro il controprogetto è stato indetto un referendum da forze di centro-destra e conservatrici (tra cui SVP, EDU ed EVP). Il Consiglio di Stato (governo cantonale) si era espresso contro l’estensione dell’obbligo agli ospedali. Tra i sostenitori figuravano partiti di sinistra e centro-sinistra, le organizzazioni per il suicidio assistito e il consiglio della Chiesa riformata del Canton Zurigo, che ha visto nella misura un bilanciamento tra autodeterminazione e tutela delle persone vulnerabili.   I contrari, tra cui diverse strutture cristiane e il vescovo di Coira Joseph Maria Bonnemain, hanno sostenuto che l’obbligo viola la libertà religiosa e di coscienza delle istituzioni, nonché la libertà economica. Hanno sottolineato che i residenti e le famiglie scelgono consapevolmente strutture con una missione di cura orientata alla vita e che la presenza del suicidio assistito potrebbe creare disagio a personale e altri ospiti.   Markus Schaaf, direttore di una casa di cura e parlamentare dell’EVP, ha dichiarato che la decisione elimina la possibilità di scegliere tra strutture che ammettono e strutture che rifiutano la pratica. Il direttore della Haus St. Otmar (collegata alla parrocchia cattolica di St. Anton) ha ribadito che il suicidio assistito è incompatibile con la missione dell’istituto.   I favorevoli hanno invece messo al centro l’autodeterminazione: una casa di cura è la casa dell’ospite e non dovrebbe essere costretto a trasferirsi per poter accedere a un’opzione legale. Hanno sostenuto che il diritto della persona prevale sull’orientamento valoriale della struttura privata.   La direttrice sanitaria Natalie Rickli (SVP) ha commentato che per la maggior parte delle strutture non cambierà nulla e che chi sceglie una casa di cura cristiana probabilmente non ricorrerà comunque al suicidio assistito. Il risultato è stato letto da alcuni osservatori come un segnale più ampio sul rapporto tra autodeterminazione individuale e libertà delle istituzioni di ispirazione religiosa.   La vicenda offre un’idea del (giusto) destino che spetta a tutti coloro che confidano nell’obiezione di coscienza, grande, oscena foglia di fico della Cultura della Morte. Essendo essa già una stretta di amano con l’Inferno, è idiota pensare che questo poi non voglia inghiottirsi il braccio e tutto il resto.   Il totalitarismo della Necrocultura evolve verso la disintegrazione dell’obiezione di coscienza e va bene così: non va cercato l’adattamento al sistema diabolico, ma il suo abbattimento e riformulazione.  

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Eutanasia

Pena sospesa per l’australiana che aveva ucciso il marito malato terminale

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Una donna australiana che ha ucciso il marito con una combinazione letale di farmaci ha ricevuto una condanna a due anni con sospensione condizionale della pena dopo essersi dichiarata colpevole di istigazione al suicidio. Il tribunale ha archiviato l’accusa di omicidio. Lo riporta LifeSite.

 

Kylie Ellina Truswell-Mobbs rischiava l’ergastolo per aver somministrato il cocktail letale al marito malato terminale, che a quanto pare desiderava morire. Il quotidiano britannico Guardian riporta che la donna, 52 anni, si è dichiarata non colpevole di omicidio ma colpevole di aver aiutato il marito a suicidarsi davanti alla Corte Suprema di Brisbane alla fine di settembre.

 

Il pubblico ministero ha accettato la dichiarazione di colpevolezza e il tribunale l’ha condannata a due anni di reclusione con sospensione condizionale della pena, dopo che aveva già trascorso 14 mesi in custodia cautelare. Il giudice Tom Sullivan ha riconosciuto che la donna aveva agito per compassione, il che lo ha indotto a sospendere la pena.

 

Suo marito, l’ex vigile del fuoco David Ronald Mobbs, soffriva di una forma aggressiva di sclerosi laterale amiotrofica (SLA). Il suo corpo è stato rapidamente paralizzato dalla malattia dopo la diagnosi, ricevuta nell’aprile del 2023. Da persona in forma e indipendente, è diventato costretto a letto nel giro di pochi mesi.

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Mobbs avrebbe probabilmente potuto richiedere l’eutanasia ai sensi della legge del Queensland sul suicidio assistito volontario (VAD). Tuttavia, la difesa di Truswell-Mobbs ha sostenuto che, entro il 5 dicembre 2023, non era più in grado di parlare e comunicare correttamente. La procedura per richiedere il VAD richiede almeno nove giorni e il consenso esplicito, personale e volontario della persona che desidera morire.

 

Secondo quanto affermato dalla Truswell-Mobbs, suo marito soffriva di forti dolori e di un profondo disagio, e «implorava di morire», dopodiché lei gli avrebbe somministrato un cocktail letale di farmaci attraverso i sondini per l’alimentazione, causandone la morte il 6 dicembre.

 

L’avvocato difensore della Truswell-Mobbs, Ruth O’Gorman, ha dichiarato: «Non c’era nulla di segreto. È stato fatto con la piena consapevolezza dei suoi figli e del numero di assistenti che si prendevano cura di lei». Truswell-Mobbs ha parlato fuori dal tribunale dopo la lettura della sentenza, dove è stata accolta da applausi e abbracci da parte della sua famiglia e dei suoi sostenitori. «Mi sento bene», ha detto ai giornalisti.

 

Non solo la normalizzazione dell’eutanasia è un fatto, ma ciò che sta venendo sdoganato è l’omicidio stesso, ora ancora al livello overtoniano dell’«omicidio del consenziente».

 

L’Italia non è considerabile ancora molto lontana dalla legalizzazione dell’assassino puro e semplice: pensiamo al referendum di cinque anni fa, bocciato dalla Corte costituzionale, sulla depenalizzazione dell’omicidio del consenziente.

 

All’epoca Renovatio 21 lamentò questo esito: perché la legalizzazione dell’omocidio sic et simpliciter è ciò che forse serve a tutti per capire che viviamo nella società della Necrocultura più forsennata. Aborto, eutanasia sono solo fasi iniziali: nel Regno Sociale di Satana, l’assassinio è legale, la strage è premiata, la distruzione dell’umano è un valore imposto dallo Stato moderno.

 

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