Eutanasia
Eutanasia di coppia per l’ex premier «cattolico» olandese e moglie
L’ex primo ministro olandese Dries Van Agt, ha scelto di sottoporsi all’eutanasia insieme alla moglie Eugenie, entrambi di 93 anni. La notizia è stata riportata dal quotidiano britannico Guardian.
Van Agt era considerato un politico «cattolico» per formazioni con il Partito Popolare Cattolico (KVP) e l’Appello Cristiano Democratico.
I giornali ora riferiscono che l’episodio rientra in una crescente tendenza nei Paesi Bassi verso la «eutanasia a due», osservata per la prima volta nel 2020 quando è stata concessa l’eutanasia a 26 persone e contemporaneamente ai loro partner. Tale fenomeno è cresciuto nel tempo, arrivando a coinvolgere 32 coppie l’anno successivo e 58 nel 2022.
Van Agt e la moglie si trovavano da tempo in precarie condizioni di salute, scrivono i media. Nel 2019, il Van Agt aveva subito un’emorragia cerebrale durante un discorso in un evento di commemorazione dei palestinesi e non era mai completamente guarito.
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Membro di spicco della politica di matrice cristiano-democratica olandese, il Van Agt aveva abbracciato posizioni sempre più progressiste dopo aver abbandonato la politica nel 2017, lasciando infine il suo partito a causa di divergenze ideologiche con l’approccio del partito Appello Cristiano-Democratico di centro-destra nei confronti di Israele e dei palestinesi.
Per diversi anni, Dries van Agt ha assunto una posizione critica nei confronti delle politiche del Medio Oriente, esprimendo forte disapprovazione per le azioni del governo israeliano nei confronti dei palestinesi. Durante il suo mandato come primo ministro, van Agt era un sostenitore convinto di Israele, ma ha cambiato la sua prospettiva dopo aver lasciato l’incarico nel 1982. Un momento cruciale, secondo le sue dichiarazioni, è stata una visita alla fine degli anni ’90 presso l’Università di Betlemme nella Cisgiordania occupata da Israele.
Van Agt ha accusato Israele di praticare il «terrorismo di Stato» e di trasformare i territori controllati dall’Autorità palestinese in «bantustani». Nel 2012, ha avanzato l’affermazione provocatoria che gli ebrei dovrebbero avere uno Stato in Germania piuttosto che in Israele. Nel settembre 2016, in risposta alla visita del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nei Paesi Bassi, il Van Agt ha sostenuto che l’occupazione israeliana dei territori palestinesi e la costruzione di insediamenti costituivano un crimine di guerra ai sensi dello Statuto di Roma, suggerendo l’opportunità di inquisire Netanyahu presso la Corte penale internazionale.
Il Van Agt era famoso per il suo linguaggio ricercato e antiquato, oltre alla sua passione per il ciclismo. Nel 2019, ha dovuto rinunciare a questo hobby a causa di una caduta. Nel 2009, ha fondato il Rights Forum, un’organizzazione che si impegna per una «politica olandese ed europea giusta e sostenibile riguardo alla questione Palestina/Israele», come specificato nello statuto della no-profit.
Il primo ministro olandese membro del World Economic Forum Mark Rutte in un comunicato ha ricordato «il suo eloquio fiorito e distintivo, le sue convinzioni chiare e la sua presentazione sorprendente».
Anche la famiglia reale olandese ha elogiato Van Agt, affermando che «si è assunto responsabilità amministrative in un periodo turbolento ed è riuscito a ispirare molti con la sua personalità sorprendente e il suo stile colorato», come indicato in una nota congiunta del re Guglielmo Alessandro, della principessa Beatrice e della controversa regina Maxima, anch’ella membra del World Economic Forum.
Immagine di Sander Bakkes via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported
Eutanasia
Fine vita in Veneto: la reazione dei vescovi
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Eutanasia
La festa della morte in Veneto
Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».
Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.
C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.
Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.
La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.
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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.
Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.
Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.
Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.
Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.
Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?
Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?
E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.
Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?
Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.
Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.
Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.
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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.
Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.
«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.
È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.
Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.
E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».
Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.
L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.
E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?
Massimo Zanetti
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Morte a Venezia. E inferno sulla Terra senza soprannaturale
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