Pensiero
Chi c’è dietro alle proteste in Israele?
Israele vive il più alto momento di protesta dalla sua esistenza. Manifestazioni con più di un milione di partecipanti nel Paese non si erano mai viste. Così come era difficilmente vedere le sigle sindacali del Paese scioperare e saldarsi in tempo zero con il fiume della protesta.
L’obiettivo delle dimostrazioni massive non è di quelli che ti fanno pensare immediatamente ad una levata della popolazione, come le tasse, la guerra o la libertà personale: è la questione, certamente più complessa e politica, dell’autonomia della magistratura.
Netanyahu è indagato e lo è stato in passato varie volte. Come riportato da Renovatio 21, è emerso che i famigerati software di sorveglianza che Israele esporta controversamente nel resto del mondo sarebbero stati usati anche contro lo stesso Bibi, vincitore delle ultime elezioni e ora al governo con sigle dell’estrema destra ebraica, con personaggi che vogliono proibire le bandiere palestinesi e il proselitismo cristiano.
Nelle intense immagini delle proteste, abbiamo di colpo visto apparire una nuova edizione di un simbolo piuttosto noto: il pugno.
???? who is supporting the protests
The WEF is destroying Israel’s government pic.twitter.com/ssHVllYbar
— Jayne Potvin (@Fisherlady111) March 29, 2023
Chi segue le vicende di politica internazionale conosce quel segno come Otpor, che in serbocroata che significa «resistenza».
Otpor è forse l’operazione più capillare ed efficace che gli specialisti hanno fatto risalire a George Soros. Ufficialmente si ritiene che Otpor sia nato nel 1998 durante le proteste contro Slobodan Milosevic nell’allora Repubblica di Yugoslavia, dove era apparso d’improvviso come un semplice movimento di protesta non violento fatto di giovani svegli. Il gruppo fu premiato con il Free Your Mind Award da MTV, canale televisivo legato a potentati finanziari un tempo preposto alla manipolazione delle masse giovanili su base mondiale.
Otpor quindi divenne protagonista di vari documentari che vinsero premi a destra e a manca – una nuova strategia di egemonia culturale, portata all’apoteosi da Al Gore con il suo documentario premio Oscar sul cambiamento climatico (invece che parlare di film, anche agli Oscar si parla del tema ecologico) e poi arrivata al parossismo con i documentari sui caschi bianchi siriani, presentati come eroi dall’Occidente che li foraggiava ma considerati da altri come sostenitori di Al Qaeda.
Il coinvolgimento di Soros nei disordini serbi degli anni a cavallo del 2000 fu descritto dal quotidiano Los Angeles Times già nel 2001:
«È un risultato che il finanziere ungherese George Soros non ostenta. Vantarsene, dopo tutto, potrebbe solo rendere la sua missione globale di costruzione democratica più difficile (…) il multimiliardario filantropo ha silenziosamente giocato un ruolo chiave nella drammatica detronizzazione l’anno passato del Presidente Slobodan Milosevic. La sua Soros Foundations Network ha aiutato a finanziare molti gruppi pro-democrazia, inclusa l’organizzazione studentesca Otpor, che ha lanciato la resistenza dal basso all’autoritario leader yugoslavo».
«“Noi eravamo qui per fiancheggiare il settore civile – la gente che stava combattendo contro il regime di Slobodan Milosevic negli ultimi 10 anni”, ha detto Velimir Curgus del ramo di Belgrado del network di Soros. “Molto del nostro lavoro era sotto copertura (…) il ramo belgradese di Soros fu tra i primi finanziatori di Otpor, sotto cui crebbe una giovane e decentralizzata leadership che rafforzava alla frammentaria opposizione a Milosevic: “gli abbiamo dato i primi fondi già nel 1998, quando apparvero come organizzazione studentesca” ha detto Ivan Vejvoda, direttore esecutivo del Fund for an Oper Society-Yugoslavia, il ramo del network qui».
Otpor aveva come logo quell’inconfondibile pugno – che si sostiene essere modellato in base al pugno di Saruman, un personaggio de Il Signore degli Anelli – che avremo poi visto comparire infinite altre volte in tutte le rivoluzioni colorate in tutto il globo.
Pochi anni dopo, il logo del pugno fa capolino nella Georgia e della sua «Rivoluzione delle Rose» di Mikheil Saak’ashvili, quello poi scappato dal suo Paese per divenire, forse perché padrino del figlio del precedente presidente ucraino Petro Poroshenko, governatore di Odessa, quindi scappato anche lì, tornato in patria, arrestato e incarcerato. Anche se dolorante e in gabbia, Saak’ashvili, un favorito dei neocon, sta assistendo ai nuovi, stranissimi moti georgiani di questi giorni, dove la popolazione d’improvviso protesta contro una legge che limita le attività delle ONG straniere .
L’impiego del laboratorio di Otpor è descritto dal giornale britannico Globe and Mail, che nel 2003 scrive direttamente il nome di Soros già nel titolo del reportage, «La rivolta in Georgia portava i segni di Soros»
«Fondi dal suo Open Society Institutes hanno mandato l’attivista trentunenne di Tbilisi chiamato Giga Bokeria in Serbia per incontrare i membri del movimento Otpor e imparare come hanno usato le dimostrazioni di strada per buttare giù il dittatore Slobodan Milosevic. Poi, nell’estate, la fondazione del signor Soros ha pagato per un viaggio in Georgia di attivisti di Otpor, che hanno dato un corso di 3 giorni insegnando a più di mille studenti come mettere in piedi una rivoluzione pacifica».
Soros, sostiene sempre il Globe and Mail, avrebbe poi proclamato nel 2003 il proprio coinvolgimento in molte altre trasformazioni politiche:
«È necessario mobilitare la società civile per ottenere libere ed oneste elezioni perché vi sono molte forze che sono determinata a falsificare o a prevenire che le elezioni siano oneste e libere (…) questo è quello che abbiamo fatto in Slovacchia al tempo di [Vladimir] Meciar, in Croazia al tempo di [Franjo] Tudjman e in Yugoslavia al tempo di Milosevic».
L’anno successivo, è il turno dell’Ucraina, è Otpor fa scuola di rivoluzione a Pora, movimento giovanile che sarà protagonista della nota «Rivoluzione Arancione» che porterà al potere a Kiev un Presidente anti-putiniano, Viktor Yushenko, un uomo sposato con un ufficiale del Dipartimento di Stato (USA). La Rivoluzione Arancione di Kiev è fallita con il ritorno, via urne, del filo-russo Viktor Yanukovich: a quel punto, si fece un’altra «rivoluzione», quella di Maidan, ben più violenta – con tanto di misteriosi cecchini che sparavano dai tetti. Il messaggio è chiaro: il regime change se non si fa con le buone lo si fa con le cattive, perché poi serve la guerra alla Russia. La realtà sotto i nostri occhi è diretta conseguenza di questa storia.
Whenever a rogue nation resists the crushing will of the globalist dream of a "new world order," the intelligence agencies of the U.S. take out their tried and true "Otpor" or "Canvas" color revolution model – a revolution in a box. pic.twitter.com/UwBlSgWfIo
— Michael O'Fallon – Sovereign Nations (@SovMichael) July 12, 2021
Ma non basta. Otpor avrebbe il movimento antigovernativo bielorusso Zubr (a Minsk si sarebbe dovuta tenere una «Rivoluzione di Jeans»), il kirgizo Kelkel (d’aiuto nella cosiddetta «Rivoluzione dei Tulipani» del 2005, anche quella non riuscita perfettamente), l’uzbeko Bolga (l’uomo forte da abbattere a Tashkent è Islam Karimov), e in Libano c’è Nabad Al Horriye (in arabo, «Impulso alla Libertà»: lì l’affare si chiama «Rivoluzione dei Cedri»).
Si segnalano schegge anche in Albania (Mjaft!), in Venezuela dove bisognava deporre Chavez, ovviamente in Russia con un piccolo movimento chiamato Oborona, il cui fine è – sorpresa, sorpresa – combattere Vladimir Putin.
Add an Otpor-like iconography and lets go pic.twitter.com/qZuFWZtj10
— sukoithirtyfive (@sukoithirtyfive) March 8, 2023
Le cosiddette «rivoluzioni colorate» il meglio lo hanno dato quando si trovò il modo di declinarle in salsa levantina. In varie interviste, i leader di Otpor – ora divenuti una ONG che dà ripetizioni si sovversione a tempo pieno vantando studenti palestinesi, papuani, eritrei, azeri, tongolesi, birmani, zimbabweani – hanno rivendicato la programmazione e il coordinamento di diverse azioni della primavera araba, in ispecie istruendo il Movimento giovanile 6 aprile, un raggruppamento egiziano che ha come bandiera, senza tanto pudore, proprio il pugno di Otpor.
Ora, nelle proteste israeliane al momento abbiamo visto solo una foto di un grande striscione con l’inconfondibile pugno. Abbiamo cercato altre immagini, abbiamo trovato però delle vignette.
In #Israele, l’indignazione popolare ha costretto #Netanyahu a ritirare la sua legge ad personam, formulata per mettersi al riparo dalle conseguenze delle proprie malversazioni
Dove si vede che non sempre e non dovunque “tutto il mondo è Paese”Così Paolo Lombardi pic.twitter.com/d9ndcKAEPa
— Vignettisti per la Costituzione???????? (@vignettisti) March 28, 2023
C’è da dire tuttavia che l’immagine è stata usata per impaginare un editoriale al vetriolo contro Netanyahu scritto da… Yuval Harari. Sapete di chi si tratta: uno dei filosofi preferiti dal World Economic Forum, portatore di un transumanismo mondialista estremista che ritiene che la maggior parte della popolazione diverrà inutile, e quindi forse si dovrà drogarla, o altro.
Ebbene, Harari, mingherlino, omosessuale (con il marito dona un milione all’OMS dopo che Trump aveva fatto ritirare il supporto degli USA), con la voce calma e monotona e l’immancabile erremoscia dei madrelingua ivrit, tira fuori l’artiglieria pesante: «Il mio messaggio a Benjamin Netanyahu: ferma il tuo colpo di Stato o fermeremo il Paese» titola il pezzo.
Ebbene sì: Harari minaccia Netanyahu. Abbiamo visto anche questa: il filosofo israeliano di Davos e del pensiero postumano sterminatore che dice al sempiterno suo premier, già commando nelle guerre ebraiche, cosa deve fare – per forza.
Harari è immerso totalmente nella proposta: «ci sono momenti nella storia in cui la paura è la reazione più sensata. Ci sono momenti nella storia in cui la paura è necessaria per spingerci all’azione» scrive, raccontando la sua metamorfosi rivoluzionaria anti-Netanyahu (la cui casa, abbiamo visto, è stata assediata dai dimostranti).
«Non capite con chi avete a che fare» dice Harari rivolgendosi al primo ministro Netanyahu, al ministro della giustizia Levin, membro della Knesset Simcha Rothman. «Gli israeliani non sono una buona materia prima per creare schiavi. Noi israeliani siamo testardi, abbiamo uno spirito libero e nessuno è mai riuscito a zittirci. Non vi permetteremo di trasformare Israele in una dittatura».
Il fatto che chi parla dell’inevitabilità dell’hacking degli esseri umani dica che non diverrà mai uno schiavo può far sorridere. Almeno noi.
Il pezzo continua con appelli allo sciopero e messaggi diretti alle forze armate e ai servizi segreti. «All’IDF, allo Shin Bet, al Mossad e alla polizia israeliana: se arriva il momento della verità, fate la scelta giusta. Passare alla storia come i protettori dei cittadini, non come i servitori dei despoti».
Scusate, ma questo sembra un appello al pronunciamento, una chiamata all’esercito perché faccia in modo di rimuovere il vertice democratico. (Avevamo visto un richiamo paragolpista espresso in chiarezza anche in Italia nell’era della campagna vaccinale mRNA: ricordate?)
Insomma, Netanyahu mostrificato. Dopo anni in cui lo si è lasciato libero di fare quel che voleva (guerre, scandali, acrobazie diplomatiche e parlamentari), ecco che improvvisamente diventa un pericoloso dittatore.
Cosa sta succedendo? C’è un’operazione di regime change lanciata su Tel Aviv? Non abbiamo elementi, ma certo questo spiegherebbe l’improvvisa apparizione del pugno di Otpor.
Possiamo aggiungere che, sì, Netanyahu e George Soros non hanno un bel rapporto. Nel 2018, il premier israeliano accusò Soros di aver convinto, tramite l’organizzazione New Israeli Fund finanziata dal miliardario, di aver convinto il Ruanda da un uscire da un accordo con Tel Aviv per accogliere i migranti africani.
I rapporti tra i due sono compromessi al punto che un giovane figlio del premier israeliano, ad una certa, aveva pure postato sui social un meme che mostrava Soros come un puparo, più puparo perfino dei rettiliani spaziali che governano l’universo. Il mondo gridò allo scandalo, dicendo che il meme era antisemita.
I immediately recalled this meme I saw on 4chan over 10 years ago, which clearly shows that Soros is canonically the ultimate string-puller. But what's hilarious is it turns out that Yair Netanyahu recently posted this exact meme on his Facebook and there are stories about it. pic.twitter.com/SzhIPZ1OA9
— no cookie for u (@NoCookie3) September 26, 2020
Il figlio di Netanyahu accusato di antisemitismo. La situazione, come diceva Ennio Flajano, è grave, ma non seria.
Tante cose stanno succedendo intorno alla Terra Santa e allo Stato Ebraico.
Il primo ministro non si è capito ancora cosa farà con Kiev, protettissima dal grande alleato americano, ma in una guerra con un Paese, la Russia, da cui provengono porzioni immense della popolazione israeliana (il russo è forse la seconda lingua più parlata in Israele), e dove, di dice, Netanyahu quando era premier negli anni scorsa andava due volte al mese per incontrare lo Zar Putin.
Gli evangelici ultrafiloisraeliani USA sono incazzati per il disegno di legge anti-conversioni, che pare immaginato proprio per castrare lo zelo proselitista cristiano, senza il quale i fondamentalisti non avranno l’apocalisse che cercano di accelerare (gli ebrei, secondo il copione, dovranno convertirsi).
La Siria – bombardata da Tel Aviv anche dopo il terremoto – sta riallacciando rapporti con tutti, compresi i Paesi del Golfo con cui Israele aveva stretto gli accordi di Abramo.
L’Iran, irriducibile arcinemico di Israele, fa pace con l’Arabia Saudita, con la quale lo Stato Ebraico aveva in questi anni formato un asse più o meno dichiarato.
Insomma, c’è tanta carne al fuoco. Capire cosa sta succedendo non è facilissimo. Epperò, certi segni sono davvero unici e vederli dà quasi soddisfazione.
Restiamo con una certezza, imparata nei mesi delle manifestazioni massive contro il green pass: se una protesta è davvero contro il potere, non te la lasciano fare.
Roberto Dal Bosco
Immagine screenshot da YouTube
Pensiero
Le tenebre di Michel Foucault
Renovatio 21 pubblica la traduzione del testo scritto su X dall’imprenditore e attivista francese Brivael Le Pogam, di cui avevamo pubblicato il mese scorso un denso articolo di sintesi sui danni mondiali fatti dalla filosofia parigina dei Foucault, Deleuze e Derridda. Il Le Pogam è ingegnere informatico e sviluppatore francese, noto soprattutto per essere il co-fondatore e CTO di Argil, una startup innovativa supportata dal celebre acceleratore americano Y Combinator. Renovatio 21 ha accennato alla figura del Foucault varie volte, l’ultima giusto ieri per parlare della riapertura a Nuova York delle saune gay, luoghi di perversione e contagio: Foucault, omosessuale sadomasochista, frequentava assiduamente questi luogi, e altri club parafiliaci, a San Francisco, finendo per contrarre l’AIDS e, secondo una voce raccolta dal suo biografo ma non confermata, infettando volontariamente altri omosessuali, non si sa se con o senza il loro consenso: l’unzione volontaria dell’HIV tra gay è un fenomeno noto e praticato oggi (i recipienti del virus sono chiamati bugchasers, «cercatori del baco», mentre gli untori «giftgivers», «donatori del dono»). Foucault è entrato a forza, complici la pressione internazionale generata dall’adozione negli anni Novanta della filosofia francese da parte delle grandi Università americane, anche nel sistema italiano. Frotte di professori universitari, e dei professori di medie e superiori che essi licenziano, adorano l’idolo Foucault, tirandolo dentro perfino nella spiegazione dei lockdown pandemici. Tutti costoro, che solo salariati dallo Stato che Foucault raccontava essere persecutore, non arrivano a comprendere quanto la realtà sia semplice: le teorie dell’autore di Sorvegliare e punire avevano più a che fare con le sue devianze sadomasochistiche che non che il pensiero razionale. Ci rendiamo conto altresì quanto sia complicato spiegare al docente con background di filosofia normaloide come poi queste figure, nemmeno al culmine della loro perversione, finiscano per identificarsi non solo masochisticamente come vittime, ma pure sadisticamente come carnefici: è il caso, abbiamo visto, di Robert Mapplethorpe, fotografo omosessuale sadomasochista anche lui morto di AIDS che fu tra i primi compagni di vita della ciclica ospita del vaticano conciliare Patti Smith – l’uomo, secondo un memoir, consumava i rapporti omofili violenti sotto una grande bandiera nazista… Domandiamoci: siamo sicuri che le autorità repressive e punitrici fossero per Foucault un problema? O è possibile che la sua filososfia stessa sia, per paradosso, uno strumento del sistema che a parole dice di voler combattere? Non è che l’impulso di morte antiumano che permea il lavoro dell’omofilosofo francese (l’uomo verrà cancellato «come un volto di sabbia in riva al mare») sia l’esatto motivo per cui la sua opera viene propalata alle ultime generazioni in tutto il mondo? Sul tema Renovatio 21 pubblicherà altri articoli.
L’altro giorno ho aperto una discussione su Sartre e il Maggio ’68. Oggi vi parlerò del pensatore più importante della teoria francese. Non il più mondano. Il più importante. Quello il cui software è ancora in funzione nelle università, negli uffici delle risorse umane, nelle redazioni giornalistiche, nei ministeri. Michel Foucault.
1926. Poitiers. Figlio e nipote di chirurghi. Borghesia medica. Il padre vuole un medico. Il figlio rifiuta. ENS, rue d’Ulm. 1948: un tentativo di suicidio. Sainte-Anne. Studia la follia dall’interno prima di scriverne. Breve periodo nel PCF. Lo lascia. Poi l’esilio: Uppsala, Varsavia, Amburgo. Lontano da Parigi. Lontano dal padre. 1961. Storia della follia. La tesi si riduce a una frase: la ragione non ha scoperto la follia. L’ha inventata per separarsi da essa. Il manicomio non è un ospedale. È un confine.
1966. Le parole e le cose. Un improbabile bestseller. Frase finale: l’uomo verrà cancellato «come un volto di sabbia in riva al mare».
L’autre jour j’ai fait un thread sur Sartre et Mai 68.
Aujourd’hui je vais vous parler du penseur le plus important de la French Theory.
Pas le plus mondain. Le plus important. Celui dont le logiciel tourne encore dans les universités, les DRH, les rédactions, les ministères.… pic.twitter.com/okO9aoXHdc
— Brivael Le Pogam (@brivael) August 30, 2026
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Maggio ’68, non è a Parigi. È a Tunisi. Dirà più tardi: senza il maggio ’68, non avrei mai fatto quello che ho fatto sulle prigioni, la delinquenza, la sessualità.
1969. Vincennes. È a capo del dipartimento di filosofia. L’anti-Sorbona. Lì non cercano più la verità. Cercano chi domina.
1970. Collège de France. Cattedra di Storia dei sistemi di pensiero. La carica più prestigiosa di Francia. Ha 43 anni. 1975. Sorvegliare e punire. Il panopticon. La scuola, la fabbrica, l’ospedale, la prigione: stessa architettura. Stesso sguardo.
1976. Storia della sessualità, Vol. 1. La sessualità non è repressa. È prodotta. Confessata. Gestita. 1977. Firma. Il diritto dei bambini e degli adolescenti «di avere rapporti con chi scelgono».
1978. Teheran. Vede in Khomeini una «spiritualità politica». Una volontà collettiva. Si sbaglia. Non ritratta del tutto.
1984. Muore di AIDS. A 57 anni.
Ora il punto cruciale. Foucault non era un filosofo che ha sbagliato un dettaglio. Era un uomo che ha sganciato la connessione con la verità. Non ha detto: «2+2 a volte fa 5». Ha fatto qualcosa di più radicale. Ha insegnato che la domanda interessante non è «è vero?», ma «chi ha il potere di dire che è vero?».
Nel suo sistema, la verità non è un obiettivo. È un costume. Un effetto. Un prodotto di istituzioni che parlano in nome della conoscenza.
Una volta accettato questo, tutto si capovolge. La scienza non è più un’indagine. È una forza di polizia della realtà. Il medico non è più un operatore sanitario. È un agente di normalizzazione. Il professore non è più un trasmettitore. È un cane da guardia. La giustizia non è più un giudizio. È una messa in scena. Una donna non è più una donna. È un incarico.
Judith Butler legge questo e inventa il genere performativo. Edward Said legge questo e inventa l’orientalismo accademico. Un’intera generazione impara che «la mia esperienza vissuta» ha più peso delle prove. Ed è qui che la situazione diventa vertiginosa. Foucault scriveva per seminari. Per Gallimard. Per un’aula magna del Collège de France. Non avrebbe mai potuto immaginare cosa sarebbe successo dopo.
Non immaginava che il dipartimento delle risorse umane di una multinazionale potesse trattare un fatto come un atto di violenza. Non immaginava che agli studenti venisse insegnato che la scienza occidentale è dominio. Non immaginava che in un’università non si potesse più affermare che un uomo non può partorire. Non immaginava la parola «wokismo». Non immaginava che un articolo di rivista, letto da trecento persone nel 1976, sarebbe diventato il sistema operativo di un continente.
Un uomo di Poitiers, brillante, tormentato, che voleva allentare la presa delle istituzioni, ha fornito il manuale d’uso per impadronirsene tutte. Questa è l’ironia.
Pensava di denunciare il potere. Ha dato al potere una nuova veste: quella di vittima, che si atteggia a vittima e tratta qualsiasi verità contraria come un’aggressione. Non ha rotto le finestre. Ha cambiato il programma. Ora ogni fatto è prima di tutto una mossa di potere. Il programma è in esecuzione. Non discutiamo più della realtà. Negoziamo la narrazione.
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Ecco come ci siamo ritrovati in questo mondo. Una scuola che sospetta invece di trasmettere. Una medicina che esita a nominare un corpo. Una stampa che confonde la verità con il kitsch. Una generazione che vede potere ovunque e bellezza da nessuna parte. Non è una deriva. È la tesi, spinta alle sue estreme conseguenze.
Se la verità non esiste, non resta altro che il gioco di potere. E il gioco di potere, una volta rivestito di virtù, non ha limiti.
Le persone che hanno ereditato tutto questo non sono mostri. Hanno ricevuto un software. Le cattive idee uccidono prima chi ci crede. La riconversione è possibile. Ma una civiltà che non sa più distinguere un fatto da un gioco di potere non può né guarire, né insegnare, né costruire.
La realtà non è un’oppressione. È l’unico terreno su cui i costruttori possono lavorare. Scusate.
E al lavoro.
Brivael Le Pogam
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Immagine di pubblico domini CC0 via Wikimedia
Pensiero
Il Vaticano autoghigliottinante. Se la Chiesa conciliare loda la Rivoluzione francese
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Sono stati beatificati o canonizzati 443 cattolici uccisi in quel periodo (17 santi e 426 beati), tra cui le carmelitane di Compiègne, le martiri di Orange e i vescovi e preti dei massacri di settembre.
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Bioetica
Morte a Venezia. E inferno sulla Terra senza soprannaturale
Il consiglio regionale del Veneto ha votato per la Morte. Il cosiddetto «fine vita», espressione di pudicizia orwelliana per definire l’eutanasia e il suicidio assistito, è passato con 32 favorevoli, 14 contrari, 5 astenuti.
Il Veneto diviene la quarta regione a intervenire, seguendo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna. Il dato politico è che si tratta della prima regione governata dal centrodestra. Il segnale – morale, politico, religioso, storico – è chiarissimo. Il Veneto non è più la «sacrestia d’Italia» – anche perché se non esiste la Chiesa come può esistere la sacrestia?
La regione più cattolica del mondo, alcuni dicevan così, non è più tale. È stata conquistata dall’Impero della morte, che ha ottenuto un trofeo non da poco.
Ha vinto Luca Zaia, il vero protagonista di questo ostinato raid della Necrocultura. Il quale Luca Zaia, ricordiamo, appena eletto governatore con un plebiscito impressionante nel 2010 mise al bando negli ospedali, in concordia con gli altri due governatori leghisti di Lombardia e Piemonte freschi di elezione(Maroni e Cota), la pillola RU486, ossia la pasticca che uccide i feti e poi li fa espellere magari nel water. Era un segnale chiaro, perché l’operazione non sembrava dare vantaggi politici. Ci sembrava un vero atto morale, spirituale.
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Avevamo applaudito Zaia anche nel 2017 quando, unica figura politica in Italia, si oppose alla legge Lorenzin sull’obbligo dei vaccini pediatrici – quella per cui i nostri figli non possono andare a scuola senza essere sottomessi a 10 sieri – presentando ricorso alla Corte Costituzionale e chiedendo formalmente di sospendere gli effetti del decreto prima del giudizio di merito.
In seguito lo Zaia avrebbe perso interesse per questa battaglia, anche perché sul piatto della Consulta aveva la questione della costituzionalità dell’autonomia differenziata referendum. Che volete farci: la politica pesa più delle vite dei bambini, altrimenti non esisterebbe le legge su aborto, provette etc.
Tuttavia nemmeno con una visione di cinismo politico si riesce a spiegarsi questa ostinazione assoluta dello Zaia, divenuto paladino della Necrocultura, al punto da tornare a spingere per una manovra che lo aveva scottato nel 2024, quando il Consiglio regionale respinse il primo tentativo di introdurre la legge.
Vuole davvero essere ricordato per questo, lo Zaia? Probabilmente sì. E allora, ci chiediamo, come tutti, cosa gli è successo? Da cosa deriva questa «conversione»? Abbiamo raccolto ipotesi da ambienti vicini alla Regione, ma nulla è pubblicabile.
Ricordiamo ancora una pubblicità per le TV locali (all’epoca la comunicazione politica si faceva soprattutto lì…) della campagna che portò Zaia a Palazzo Ferro-Fini 16 anni fa. Il video si apriva con Zaia che scendeva da una macchina della polizia: un’operazione di sicurezza notturna, con cui il già presidente della provincia di Treviso indicava la sua priorità.
Nella réclame elettorale seguiva un’inquadratura, fugace ma efficace, del futuro governatore mentre stava probabilmente ad una Messa o a qualcosa del genere, un evento in cui entrava anche la religione: al suo fianco si intravede appena uno zucchetto colorato (un vescovo?) dove, con un microscopico cenno, portava su il capo chino, il volto serio, lo sguardo pieno di rispetto, di gravitas. Come a dire: io sono qui a rispettare il fondamento religioso della nostra terra. Tipo: io mi inchino…
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Ora anche Zaia, dopo tre lustri al vertice incontrastato della politica veneta, può aver compreso che la religione non conta più nulla. Nemmeno in Veneto. La Balena Bianca è morta, fiocinata da mille capitani Achab, nutriti dallo Stato moderno, dalla sua democrazia farlocca, e dai noi stessi, dalla nostra stessa tolleranza, la nostra incapacità di reagire alla catastrofe che sapevamo sarebbe arrivata.
La questione, quindi, è eminentemente religiosa. Anzi, più specificatamente: è soprannaturale. Più nessuno crede al soprannaturale. Più nessuno crede all’invisibile. Più nessuno crede.
Basta vedere quale resistenza è stata fatta alla legge della morte veneta: nessuna, a parte il gruppetto creato dall’indomito attivista Alberto Zelger, che con probabilità nel 2024 aveva contribuito a far fallire il putsch eutanasico regionale. Di fatto, non si è visto niente altro. Il cattolicesimo organizzato è non pervenuto. Anzi: sappiamo che la chiesa moderna sia d’accordo, perché il compromesso cattolico con i padroni della Morte va molto oltre l’aborto.
Lo si capisce perfino leggendo la nota, in teoria «dolente», in realtà molto rivelatrice, del patriarcato di Venezia, l’istituzione cattolica che nei secoli è servita come trampolino di lancio per il papato. Il patriarca – un genovese, a Venezia: una nomina che molti hanno ritenuto un segno di quanto il papato di Ratzinger fosse divenuto disfunzionale – non si è mai visto nei giorni precedenti al voto, ma poi ha emanato questa letterina, che vale la pena di leggere.
«A seguito dell’approvazione della legge regionale sul suicidio assistito, si esprime amarezza poiché, in tal modo, si afferma un modello culturale e un modello di sanità che possono portare ad una deriva difficilmente controllabile» scrive la dichiarazione del patriarca cardinale Moraglia. Fate bene attenzione alle parole: «amarezza», tipo quando perde la squadra del cuore. E poi «modello di sanità»: la chiesa pensa a ospedali ed amminstrazioni. Non pensa ai poveretti che ora verranno uccisi dallo Stato. Non pensa alle sue pecore sacrificate a Baal. Non pensa ai figli di Dio – pensa alle strutture burocratiche.
La «deriva difficilmente controllabile» non è nel futuro, Sua Eminenza: la deriva è già qui. Uno Stato che uccide i suoi cittadini è già dentro all’Inferno, cardinale!
Poi è un raffica di frasette cosparse di forme attenuative. «La percezione della dignità della vita umana appare da oggi meno tutelata». La percezione? Ma dice seriamente? Tipo «la percezione che l’acqua sia bagnata»?
«C’è soprattutto grande preoccupazione per le persone fragili e sole» scrive ancora la noterella patriarcale. «Preoccupazione», certo: non la certezza di quello che accadrà, come stiamo vedendo in Belgio, Olanda, Canada, dove a farsi uccidere (o ad essere uccisi pure contro la loro volontà…) sono i malati, i depressi, i poveri, i disabili… e bambini. Ma comprendiamo anche qui l’uso della parola di attenuazione: «preoccupazione», come quella dei polacchi quando Hitler invase nel 1939.
Il cardinale patriarca fa comprendere quindi di aver assimilato la posizione e il linguaggio del fronte della Morte: «l’impegno è di accompagnare le persone, sempre più e con i mezzi tecnici che oggi la scienza ci offre. Non ci si riferisce – è chiaro – ad alcuna forma di accanimento terapeutico ma, piuttosto, a quelle cure palliative di provata efficacia nel ridurre il dolore». Eccerto: la cura del malato diviene «accanimento terapeutico», come da manuale della battaglia eutanatica.
Non poteva mancare la bandiera definitiva del compromesso con il male: ecco «l’auspicio che l’obiezione di coscienza sia davvero garantita in tutti i momenti e in tutti i soggetti interessati da tali protocolli sanitari». Ecco: uccidete pure, ma lasciate in pace quei colleghi, che stanno nell’altra stanza a tapparsi le orecchie, gli occhi, la bocca, o che non fanno nemmeno quello: poi andranno a pranzo assieme agli assassini, magari pure vi si accoppieranno a certe cene di Natale furbette. È la realtà della buffonata genocida dell’obiezione di coscienza, il feticcio catto-politico a cui vi ordinano di attaccarvi mentre nel retrobottega loro avanzano con il programma della Morte.
Infine, il patriarca offre il capolavoro: «oggi non ha vinto o perso qualcuno, ma, certo, un modello di vicinanza umana è stato, in qualche modo, ferito e limitato». Capito? Non ha vinto o perso nessuno: no, ci rassicura il porporato, alla fine la Cultura della Morte non ha segnato un punto che costerà migliaia di vite innocenti, anche dei fedeli del patriarcato. Macché: è stato colpito «un modello di vicinanza umana», cioè un’astrazione ricoperta di un’etichetta da Unità Pastorale, da chiesa ONG del postconcilio.
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Insomma, per la massima autorità spirituale veneziana (cioè, genovese…), la figura che nei millenni ha guidato le sorti dei milioni di anime venete, non è in fondo successo niente di che. È stata una cosa incruenta, un bisticcio ideologico, una partita a briscola bioetica finita male.
Notate, Dio, il soprannaturale, mai entrano nel discorso del cardinal Moraglia. Eppure, quello dovrebbe essere il suo lavoro: ricordare non il «modello di sanità», ma Iddio, e magari pure la sua ira.
È stato così nei secoli. La Repubblica Veneta è stata, certo, non sempre in linea con il papato. Stampava libri proibiti. I suoi costumi, certo tenuti dietro il velo del pudore, erano ben noti, e desiderati da tutto il mondo: il carnevale, le sue sale da gioco (da dove credete che deriva la parola «casinò»?), i suoi abiti sfolgoranti, le «cortigiane», la cultura libera ed abbondante, come le sue licenze. Chi conosce le Memorie di Casanova, o anche ha solo veduto il capolavoro di Federico Fellini (1976), sa di cosa sto parlando.
Tuttavia, da studioso del tabarro, e suo indossatore seriale, conosco la storia: esso serviva anche, assieme alla maschera (la bauta) a non farsi riconoscere nemmeno nel passo (quindi, a prova di computer vision attuale: la frontiera della sorveglianza IA, invero superata da anni, è il gait, la possibilità di individuarvi da come camminate), ed è stato colpito ciclicamente da leggi suntuarie, cioè leggi sui costumi, piuttosto ignorate da tutte le classi sociali.
Ebbene, il tabarro, che era variopinto, ad un certo punto divenne scuro – lo stesso destino toccato alle gondole, rimaste nere per sempre. Forse si tratta solo di una leggenda popolare, tuttavia si dice che l’abbandono del colore sia stato in segno di penitenza e lutto per la peste del 1630, per la quale costruirono come ex voto Santa Maria della Salute – mezzo secolo prima, per la pestilenza precedente, il Senato della Serenissima aveva commissionato ad Andrea la costruzione della Basilica del Redentore. Gli storici moderni questo non lo possono smentire. Così come non si può smentire che la chiesa costruita per la peste è stata poi chiusa durante il COVID.
Sì, Venezia credeva materialmente nel soprannaturale. Venezia credeva. Me lo ha ripetuto anche un amico venetista qualche giorno fa, spiegandomi che le ville venete prevedevano per forza una cappella che desse all’esterno, perché il popolo non poteva essere privato dei sacramenti. Come dire: lo Stato veneto non osava sfidare Dio, temeva che farlo avrebbe cagionato i semi della sua stessa distruzione, come si era visto con la peste: il potere sapeva che il controllo del proprio destino non esiste, in ultima analisi è la Grazia che fa andare avanti le cose. Le cose sono molto cambiate. Ora le élite, politiche e religiose, credono ad una sola cosa: credono di non credere.
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Il lettore può rimirare la differenza: Venezia un tempo distribuiva al suo popolo i sacramenti, Venezia oggi vuole distribuire ai suoi cittadini la morte. È incontrovertibilmente così, ed è terrificante pure per chi, come noi, sa che il vero principio dello Stato moderno è la sottomissione e l’eliminazione della sua popolazione.
Più nessuno crede che possano esservi delle conseguenze divine alla scelta di infliggere la morte alle persone: punizioni, catastrofi, inferni sulla Terra, o dopo. Non ci credono gli eredi dei dogi e del Maggior Consiglio, non ci credono gli zucchetti. Eppure, il credente sa che ciò sarà inevitabile. Il castigo è nel nostro futuro.
«Dal Veneto una legge di civiltà» ha trionfato lo Zaia, che come noto è senza figli. Ha ragione: è una legge della civiltà della Morte, che spazza via secoli di Civiltà Veneta, di Civiltà cristiana, di Civiltà umana. L’attacco è alla stessa matrice che ci ha generati: la matrice divina della Vita.
La civiltà della Morte è l’anti-civiltà: è il sistema che vuole eliminare l’essere umano, magari per sostituirlo con esseri artificiali. Tutti oramai sapete che questa non è fantascienza, né deve sembrarvi un discorso apocalittico: umanoidi e macchine pensanti sono qui.
Il Leone alato piange. Nel Risiko dell’Inferno, la Necrocultura ha portato a casa una bella partita, si è presa un’icona non da poco, una storia cristiana millenaria.
Tuttavia, fino a che siamo vivi, la battaglia non finisce. Forse è per questo che vogliono ucciderci e sostituirci. Non lo permetteremo: né noi, né i nostri bambini.
Preghiamo, combattiamo contro l’Impero della Morte e i suoi servitori. San Marco ci guida e ci aiuta.
Viva San Marco. Viva.
Roberto Dal Bosco
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