Pensiero
I pro-life italiani vogliono tenersi la legge 194. Mentre qualcuno dissemina il Paese di feti in barattolo
Oggi mi ha chiamato un amico per chiedermi se avevo sentito di una nuova iniziativa del mondo prolife italiano.
Io rispondo che no, è difficile, se non impossibile, perché, secondo una comprensione ingeneratasi in me nel tempo, considero storicamente l’antiabortismo organizzato come un fenomeno ingenuo se non stupido nel migliore dei casi, venduto se non corrotto nel peggiore, e comunque sempre deleterio, con forte nocumento finale alla stessa causa che credono di portare avanti, la difesa della vita umana.
Forse qualche lettore sa cosa ne penso: l’aborto è uno stalking horse, uno specchietto per le allodole, un’arma di distrazione della massa cattolica: mentre mandano tante brave persone a protestare contro l’interruzione di gravidanza, questi dall’altra parte continuano a sprone battuto con la produzione di esseri umani in laboratorio, che tecnicamente ad oggi, dati governativi ufficiali, uccide più embrioni che l’aborto chirurgico e/o chimico.
L’amico comincia a raccontarmi per sommi capi di cosa si tratta: è un insieme di tutte le sigle possibili, sempre le stesse, della giostra catto-attivistica degli ultimi lustri.
Quelli che dicevano di lottare contro l’aborto, ma poi hanno mandato alle elezioni politiche personaggi che dichiaravano che la legge feticida non andava toccata.
Quelli che dicevano di combattere contro il matrimonio gay, che poi si è materializzato sotto i loro occhi senza che potessero fare niente, pur avendo ampie proiezioni parlamentari (deputati, senatori, ministri, sottosegretari) negli allora partiti di governi.
Quelli che dicevano di essere in trincea contro il gender nelle scuole, che ora è percolato sin negli asili, senza che questi, a parte chiedere soldi o fare congressi infertili ed altre trovate pubblicitarie, potessero fare nulla.
Quelli che parlavano di dignità umana, per poi fare le conferenze con il green pass – cioè la sottomissione biologica della persona, realizzata attraverso un farmaco derivato dall’aborto.
Insomma, capite con quale difficoltà, per ascoltare la storia di questa telefonata, freno il disgusto.
Ecco che mi racconta: «si tratta di una raccolta di firme – sì, un’altra… – per modificare la legge 194». Già qui cadono le braccia, e non solo. Ma come? Davvero ancora propongono di stare dentro quella legge, invece che abolirla?
In verità non mi sorprendo: da Ruini sino al ministro Roccella, sono decenni che il potere democristiano ancora infiltrato ovunque ci dice che la 194 non si tocca. Tuttavia, possibile che almeno sigle e movimenti (compresi quelli fatti magari da una solo persona, o anche due), perennemente ingannati dalla classe politica ed episcopale, siano rimasti ancora lì, e pure senza vergognarsi?
L’amico va avanti, e la racconta tutta: «in pratica si aggiungerebbe un comma nella legge sull’aborto per obbligare il medico che visita la donna che vuole abortire a fargli ascoltare il battito del cuore del bambino, magari farle pure vedere delle ecografie».
A questo punto il sangue, e lo schifo, ribollono nelle vene.
A questo punto tocca di analizzare il processo cerebrale che sta alle spalle di tale idea, di figurarsi come possa essere venuta loro in mente una cosa del genere.
Dobbiamo immaginarci la storia che si sono fatti in testa questi pro-life pro-194: cercate di vederlo proprio come una striscia a fumetti.
Primo riquadro: donna triste che va dal tizio in camice, e dice «dottore voglio abortire».
Secondo riquadro: il dottore (che magari ha prescritto o eseguito centinaia e migliaia di aborti, o ha visto e lasciato fare quantità di colleghi con cui pranzava continuamente, il tutto votando PD, Radicali, Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia, quello che volete) che a questo punto esclama, perché intimamente obbligato dalla legge: «prima dobbiamo ascoltare il battito cardiaco del nascituro!»
Terzo riquadro: la donna, sentendo il toc-toc del cuore del figlio, esclama (col fumetto seghettato e abbondanza di punti esclamativi): «ma allora è vivo! Non abortisco più!»
Quarto riquadro: il bambino nasce e la mamma è felicissima. (Del padre non si sa nulla, mica possiamo metterlo nel fumetto: di fatto la 194/78 lo estromette dall’assassinio del figlio, e questa è una fantasia ad inchiostro sub speciem centum nonaginta quattuor).
Quinto riquadro: il bambino cresce e diventa un ingegnere, un geniale musicista, un contribuente dell’8 per mille. L’aborto, grazie a questa piccola gabola inserita nella legge genocida, è sconfitto per sempre. Trionfa il bene e il futuro dell’umanità. Fine.
Il lettore capisce da sé che i fumetti della Marvel, paragonati a questo, sono puro neorealismo: L’Uomo Ragno, I fantastici Quattro, L’Incredibile Hulko si danno a questo punto come opere veriste. Mostrano d’improvviso la loro cifra di realismo sociale anche Topolino e Dylan Dog (il quale esclamerebbe, con molta ragione visto il contesto, «Giuda ballerino!»).
Siamo nell’antiabortismo fantasy, nella fantascienza pro-life: eppure qualche anziano presente nelle varie sigle dovrebbe ricordarsi di quando la visita per l’aborto poteva essere fatta di un dentista (professione medica che con la ginecologia non c’entra nulla, a parte quel famoso irripetibile canto d’osteria, il duodecimo).
Altri, più giovani, possono ricordare che le visite pre-aborto prescritte dalla legge vengono eseguite con tale cura che, anni fa, accadde che mandarono a far abortire una signora che non era nemmeno incinta. È una storia che circolava: scommettiamo che i casi sono molteplici, ma, certamente, non raggiungono i giornali.
Non è finita, perché di qui, come la nobile iniziativa contro l’aborto, si va in peggio.
L’amico mi legge il testo del comunicato: «La donna ha il diritto di essere resa consapevole della vita che porta nel grembo, una vita con un cuore che pulsa. Solo in tal modo può essere realmente libera e responsabile delle sue azioni».
Ammettiamo di non capire cosa ci sia davvero scritto: aiutiamo la donna a capire davvero di stare per divenire un’assassina figlicida?
Oppure c’è scritto: lasciamo la donna libera di uccidere il figlio in piena consapevolezza?
La parola «responsabile», cosa significa? «Responsabile» di che, visto che l’aborto (con la produzione di esseri umani in vitro e lo squartamento per predazione degli organi) è, al di fuori della guerra, l’unica forma di terminazione della vita altrui (dicesi anche: «omicidio») senza alcuna conseguenza penale, anzi, con dietro una spinta morale dello Stato e della società?
Nemmeno ora è finita: la proposta di legge «intende dare piena applicazione alla legge sul consenso informato».
Eh?
Consenso informato? Ma stiamo scherzando, vero? Il «consenso informato» vale una vita umana? Un bambino vale un bugiardino?
E poi, scusate, parliamo di consenso informato, dopo anni di vaccinazioni obbligatorie mRNA? Dopo che milioni di persone (e quanti antiabortisti viscidi, scappati di casa e/o para-democristiani?) si sono iniettati un siero genico sperimentale senza sapere nemmeno cosa fosse – come non lo sapevano nemmeno i produttori dell’intruglio stregonesco genetico-nanolipidico?
Massì. I prolife italici cianciano «consenso informato» dopo che hanno accettato – praticamente tutti – il vaccino venuto dal niente, che è stato derivato, memento, proprio dall’aborto.
Arrivati qui, non riesco nemmeno a definirmi bene in testa la magnitudine dello schifo che provo.
Perché sento addosso le ore-uomo passate in questi anni a riflettere e a scrivere sulla fine del «consenso informato» decretata dalla pandemia, la cancellazione di Norimberga, l’istituzione di un biototalitarismo spietato ed onnipervadente che non ha bisogno né di informarci né di avere il nostro consenso, perché, toltici i diritti e le costituzioni, siamo solo schiavi.
Eccoli, discutono di «consenso informato», in un argomento, quello dell’aborto, dove inserirlo non poteva venire in mente neanche sotto tortura – perché è ridicolo, non c’entra nulla con la vita del bambino, che è l’unica cosa che conta! – in un mondo dove, con estrema probabilità, già si muovono i vaccini autopropaganti: cioè, piccole epidemie vaccinali che si diffondono non con programmi statali sanitari di sierizzazione, ma con la diffusione virale tipica delle malattie.
Su Renovatio 21 ne parliamo da anni: i vaccini autopropaganti – che sono materialmente la fine del feticcio del «consenso informato» – stanno avanzando, oltre che nei discorsi dei bioeticisti, anche negli esperimenti. E non è detto che quello che chiamano lo «shedding», la diffusione involontaria interpersonale delle proteine spike e possibilmente dell’mRNA (e pure delle particelle LNG che trasportano il materiale genetico del vaccino), una questione che sta impegnando diversi scienziati al momento, non abbiamo un esempio di vaccino autopropagante già con la siringa anti-COVID-19.
Il che significa, che c’è chi dice che i non vaccinati si stiano contaminando anche solo rimanendo a contatto con i vaccinati – e non solo con i contatti sessuali (dove, con orrore, si è osservata l’incidenza della spike negli spermatozoi!) ma pure per trasmissione aerea.
Gli antiabortisti, che magari si sono fatti il siero fatto con l’aborto, vogliono la clausola di «consenso informato», mentre magari stanno contagiando, con la loro pozione diabolica derivata da sacrificio di bambino, il prossimo loro, senza che questi possa essere informato, o consentire, ad alcunché.
Bisogna dire che non sono solo stanco delle ingenuità, così come dei traffici dell’immortale network democristiano para-episcopale, con la loro programmatica opposizione simbolica all’aborto, che mi sono ritrovato ovunque, nel governo Berlusconi, nel governo Monti, nel governo Letta, nel governo Renzi e pure ora, a volte ritornano, nel governo Meloni. Ne ho scritto, negli anni, ad nauseam.
Il fatto è che sto cominciando a maturare una visione più ampia, e tetra, che mi rende la dabbenaggine catto-attivista ancora più intollerabile. Non è solo il fatto che il maggiore numero di morti non lo fa la 194/78, ma la 40/2004: cioè muoiono più embrioni con la riproduzione assistita (legge vergata, come quella abortista, da democristiani) che con l’interruzione volontaria di gravidanza. Non è solo il fatto che mi è chiaro, e da anni, che il Vaticano, con i suoi omini piazzati in politica e le capriole bioetiche nei Sacri Palazzi, sta preparando lo sdoganamento del bambino artificiale, dell’umano concepito in provetta, magari bioingegnerizzato col CRISPR.
No, il mio livello di disillusione, e di timore, oramai è passato di livello.
Ho capito che mentre tutto il mondo pro-vita – per decenni, me compreso – parlava di 194, legge 40, uteri in affitto, DICO, PACS, unioni civili, fecondazione eterologa, gay, testamento biologico, DDL e pontificie accademie, qualcuno nascondeva in giro per il Paese barattoli contenenti feti.
Se siete nuovi su Renovatio 21 e questa non l’avete sentita, andate a leggervi qualcuno degli articoli. Bambini perfettamente formati, figli di chissà chi, abortiti chissà come (per cesareo? I bambini abortiti normalmente escono a pezzi, «frullati») inseriti in barattoli pieni formaldeide, e disseminati sul territorio, specialmente in zone verdi.
Uno è stato ritrovato poco tempo fa nella campagna veneta. Uno lo avevano rinvenuto nel 2019 in un parchetto di Torino. Indietro con gli anni spuntano gli stessi feti imbarattolati, con la formaldeide, vicino ai fiumi, nei cimiteri… un caso su cui sto cercando materiale, di anni fa, riguarderebbe addirittura una chiesa: enigmatico aborto in bottiglia, piazzato dentro la Casa di Dio.
Non nascondo, infine, che nonostante la mia tenacia, ancora nulla ho capito riguardo a cosa fossero quelle decine di barili pieni di feti ritrovati in quel capannone di Granarolo… Chi erano? Come erano stati ottenuti? A cosa servivano? All’uomo che tenta di unire i puntini, può uscire il pensiero più folle, e finire per ipotizzare che siano in qualche modo correlati a questi feti in barattolo occultati nel territorio – un fenomeno il cui pattern, ci rendiamo conto, è stato ipotizzato solo da Renovatio 21.
Torno a parlare di questa storia perché, qualora avessi ragione, saremo davanti alla necessità di capire che la lotta contro l’aborto è condotta sul piano sbagliato, con i mezzi sbagliati, e magari pure con le persone sbagliate.
E se l’aborto, invece che essere una faccenda di raccolta di firme e di marcette, di comma di legge, di incontri con vescovi e parlamentari farlocchi… fosse una guerra con forze sataniste, post-sataniste, organizzate in reti di cui mai abbiamo avuto sentore?
Quanto è importante l’aborto per questi attori invisibili, se arrivano a incastonare nelle provincie – a loro pericolo – questa serie di capitelli occulti fatti di feti morti?
Quella motivazione esoterica, prima che sociopolitica, ha davvero la persistenza dell’aborto legale nel nostro Paese?
Dovete capire che per me non è una domanda campata in aria. Qualche idea mi gira già per la testa, e da tempo. Ci sono alcune cose che mi hanno riportato riguardo ad antiche figure che sulla carta dovevano combattere l’aborto (hanno fallito, o anzi hanno fatto peggio) che, messe insieme con altre informazioni, mi hanno portato ad unire altri puntini ancora… facendo uscire disegni indicibili, che lambiscono scandali e misteri del Paese.
Non lo sto dicendo per una qualche forma di vanteria, per gongolare stile «io-so-una-cosa-che-voi-no», anche perché con certezza non so nulla, sono solo stato gettato, con la mente, in quadro che è spaventoso, e ogni passo che faccio in avanti, più mi rendo conto che l’abominio è radicato in cose che nulla hanno a che fare con la politica, con la CEI, con gli attivismi inetti e babbalei.
Non è una ricerca che ho portato a compimento: non ho certezze, perché so che nel momento in cui mi dedicassi a cercarle, ne verrei divorato, non potrei pensare ad altro, finirei come tutti quegli scrittori la cui esistenza finisce consumata dall’ossessione per un serial killer… e mi rendo conto che è proprio questa la questione, perché qui parliamo di persone e strutture che hanno consentito l’omicidio seriale non di decine, non di centinaia, ma di milioni di persone.
Qualcuno, operante su un livello ancora incompreso, ha impostato questo immane sacrificio umano – e lo sta mantenendo, forse pure con segni occulti.
Mi fermo qua. Il fastidio per l’ingenuità pro-vita sta lasciando il passo alla paura, all’orrore.
Il fumetto che descrive ciò di cui sto scrivendo è, quello sì, davvero un pezzo di letteratura fantastica. Tuttavia, esso è aderente alla realtà: mostruosa e oscura, la storia più orrenda che abbiate mai sentito, il racconto che più nella vita dovrebbe intimorirvi, la maledizione concreta che dovrebbe terrorizzare tutti i cristiani, e non solo loro.
Nell’orrore e nell’incomprensione, nel mistero e nella stupidità, il sacrificio umano nazionale va avanti.
Mentre i catto-ebeti continueranno, ad aeternum, a non capire un cazzo.
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Le tenebre di Michel Foucault
Renovatio 21 pubblica la traduzione del testo scritto su X dall’imprenditore e attivista francese Brivael Le Pogam, di cui avevamo pubblicato il mese scorso un denso articolo di sintesi sui danni mondiali fatti dalla filosofia parigina dei Foucault, Deleuze e Derridda. Il Le Pogam è ingegnere informatico e sviluppatore francese, noto soprattutto per essere il co-fondatore e CTO di Argil, una startup innovativa supportata dal celebre acceleratore americano Y Combinator. Renovatio 21 ha accennato alla figura del Foucault varie volte, l’ultima giusto ieri per parlare della riapertura a Nuova York delle saune gay, luoghi di perversione e contagio: Foucault, omosessuale sadomasochista, frequentava assiduamente questi luogi, e altri club parafiliaci, a San Francisco, finendo per contrarre l’AIDS e, secondo una voce raccolta dal suo biografo ma non confermata, infettando volontariamente altri omosessuali, non si sa se con o senza il loro consenso: l’unzione volontaria dell’HIV tra gay è un fenomeno noto e praticato oggi (i recipienti del virus sono chiamati bugchasers, «cercatori del baco», mentre gli untori «giftgivers», «donatori del dono»). Foucault è entrato a forza, complici la pressione internazionale generata dall’adozione negli anni Novanta della filosofia francese da parte delle grandi Università americane, anche nel sistema italiano. Frotte di professori universitari, e dei professori di medie e superiori che essi licenziano, adorano l’idolo Foucault, tirandolo dentro perfino nella spiegazione dei lockdown pandemici. Tutti costoro, che solo salariati dallo Stato che Foucault raccontava essere persecutore, non arrivano a comprendere quanto la realtà sia semplice: le teorie dell’autore di Sorvegliare e punire avevano più a che fare con le sue devianze sadomasochistiche che non che il pensiero razionale. Ci rendiamo conto altresì quanto sia complicato spiegare al docente con background di filosofia normaloide come poi queste figure, nemmeno al culmine della loro perversione, finiscano per identificarsi non solo masochisticamente come vittime, ma pure sadisticamente come carnefici: è il caso, abbiamo visto, di Robert Mapplethorpe, fotografo omosessuale sadomasochista anche lui morto di AIDS che fu tra i primi compagni di vita della ciclica ospita del vaticano conciliare Patti Smith – l’uomo, secondo un memoir, consumava i rapporti omofili violenti sotto una grande bandiera nazista… Domandiamoci: siamo sicuri che le autorità repressive e punitrici fossero per Foucault un problema? O è possibile che la sua filososfia stessa sia, per paradosso, uno strumento del sistema che a parole dice di voler combattere? Non è che l’impulso di morte antiumano che permea il lavoro dell’omofilosofo francese (l’uomo verrà cancellato «come un volto di sabbia in riva al mare») sia l’esatto motivo per cui la sua opera viene propalata alle ultime generazioni in tutto il mondo? Sul tema Renovatio 21 pubblicherà altri articoli.
L’altro giorno ho aperto una discussione su Sartre e il Maggio ’68. Oggi vi parlerò del pensatore più importante della teoria francese. Non il più mondano. Il più importante. Quello il cui software è ancora in funzione nelle università, negli uffici delle risorse umane, nelle redazioni giornalistiche, nei ministeri. Michel Foucault.
1926. Poitiers. Figlio e nipote di chirurghi. Borghesia medica. Il padre vuole un medico. Il figlio rifiuta. ENS, rue d’Ulm. 1948: un tentativo di suicidio. Sainte-Anne. Studia la follia dall’interno prima di scriverne. Breve periodo nel PCF. Lo lascia. Poi l’esilio: Uppsala, Varsavia, Amburgo. Lontano da Parigi. Lontano dal padre. 1961. Storia della follia. La tesi si riduce a una frase: la ragione non ha scoperto la follia. L’ha inventata per separarsi da essa. Il manicomio non è un ospedale. È un confine.
1966. Le parole e le cose. Un improbabile bestseller. Frase finale: l’uomo verrà cancellato «come un volto di sabbia in riva al mare».
L’autre jour j’ai fait un thread sur Sartre et Mai 68.
Aujourd’hui je vais vous parler du penseur le plus important de la French Theory.
Pas le plus mondain. Le plus important. Celui dont le logiciel tourne encore dans les universités, les DRH, les rédactions, les ministères.… pic.twitter.com/okO9aoXHdc
— Brivael Le Pogam (@brivael) August 30, 2026
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Maggio ’68, non è a Parigi. È a Tunisi. Dirà più tardi: senza il maggio ’68, non avrei mai fatto quello che ho fatto sulle prigioni, la delinquenza, la sessualità.
1969. Vincennes. È a capo del dipartimento di filosofia. L’anti-Sorbona. Lì non cercano più la verità. Cercano chi domina.
1970. Collège de France. Cattedra di Storia dei sistemi di pensiero. La carica più prestigiosa di Francia. Ha 43 anni. 1975. Sorvegliare e punire. Il panopticon. La scuola, la fabbrica, l’ospedale, la prigione: stessa architettura. Stesso sguardo.
1976. Storia della sessualità, Vol. 1. La sessualità non è repressa. È prodotta. Confessata. Gestita. 1977. Firma. Il diritto dei bambini e degli adolescenti «di avere rapporti con chi scelgono».
1978. Teheran. Vede in Khomeini una «spiritualità politica». Una volontà collettiva. Si sbaglia. Non ritratta del tutto.
1984. Muore di AIDS. A 57 anni.
Ora il punto cruciale. Foucault non era un filosofo che ha sbagliato un dettaglio. Era un uomo che ha sganciato la connessione con la verità. Non ha detto: «2+2 a volte fa 5». Ha fatto qualcosa di più radicale. Ha insegnato che la domanda interessante non è «è vero?», ma «chi ha il potere di dire che è vero?».
Nel suo sistema, la verità non è un obiettivo. È un costume. Un effetto. Un prodotto di istituzioni che parlano in nome della conoscenza.
Una volta accettato questo, tutto si capovolge. La scienza non è più un’indagine. È una forza di polizia della realtà. Il medico non è più un operatore sanitario. È un agente di normalizzazione. Il professore non è più un trasmettitore. È un cane da guardia. La giustizia non è più un giudizio. È una messa in scena. Una donna non è più una donna. È un incarico.
Judith Butler legge questo e inventa il genere performativo. Edward Said legge questo e inventa l’orientalismo accademico. Un’intera generazione impara che «la mia esperienza vissuta» ha più peso delle prove. Ed è qui che la situazione diventa vertiginosa. Foucault scriveva per seminari. Per Gallimard. Per un’aula magna del Collège de France. Non avrebbe mai potuto immaginare cosa sarebbe successo dopo.
Non immaginava che il dipartimento delle risorse umane di una multinazionale potesse trattare un fatto come un atto di violenza. Non immaginava che agli studenti venisse insegnato che la scienza occidentale è dominio. Non immaginava che in un’università non si potesse più affermare che un uomo non può partorire. Non immaginava la parola «wokismo». Non immaginava che un articolo di rivista, letto da trecento persone nel 1976, sarebbe diventato il sistema operativo di un continente.
Un uomo di Poitiers, brillante, tormentato, che voleva allentare la presa delle istituzioni, ha fornito il manuale d’uso per impadronirsene tutte. Questa è l’ironia.
Pensava di denunciare il potere. Ha dato al potere una nuova veste: quella di vittima, che si atteggia a vittima e tratta qualsiasi verità contraria come un’aggressione. Non ha rotto le finestre. Ha cambiato il programma. Ora ogni fatto è prima di tutto una mossa di potere. Il programma è in esecuzione. Non discutiamo più della realtà. Negoziamo la narrazione.
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Ecco come ci siamo ritrovati in questo mondo. Una scuola che sospetta invece di trasmettere. Una medicina che esita a nominare un corpo. Una stampa che confonde la verità con il kitsch. Una generazione che vede potere ovunque e bellezza da nessuna parte. Non è una deriva. È la tesi, spinta alle sue estreme conseguenze.
Se la verità non esiste, non resta altro che il gioco di potere. E il gioco di potere, una volta rivestito di virtù, non ha limiti.
Le persone che hanno ereditato tutto questo non sono mostri. Hanno ricevuto un software. Le cattive idee uccidono prima chi ci crede. La riconversione è possibile. Ma una civiltà che non sa più distinguere un fatto da un gioco di potere non può né guarire, né insegnare, né costruire.
La realtà non è un’oppressione. È l’unico terreno su cui i costruttori possono lavorare. Scusate.
E al lavoro.
Brivael Le Pogam
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Immagine di pubblico domini CC0 via Wikimedia
Pensiero
Il Vaticano autoghigliottinante. Se la Chiesa conciliare loda la Rivoluzione francese
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Sono stati beatificati o canonizzati 443 cattolici uccisi in quel periodo (17 santi e 426 beati), tra cui le carmelitane di Compiègne, le martiri di Orange e i vescovi e preti dei massacri di settembre.
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Bioetica
Morte a Venezia. E inferno sulla Terra senza soprannaturale
Il consiglio regionale del Veneto ha votato per la Morte. Il cosiddetto «fine vita», espressione di pudicizia orwelliana per definire l’eutanasia e il suicidio assistito, è passato con 32 favorevoli, 14 contrari, 5 astenuti.
Il Veneto diviene la quarta regione a intervenire, seguendo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna. Il dato politico è che si tratta della prima regione governata dal centrodestra. Il segnale – morale, politico, religioso, storico – è chiarissimo. Il Veneto non è più la «sacrestia d’Italia» – anche perché se non esiste la Chiesa come può esistere la sacrestia?
La regione più cattolica del mondo, alcuni dicevan così, non è più tale. È stata conquistata dall’Impero della morte, che ha ottenuto un trofeo non da poco.
Ha vinto Luca Zaia, il vero protagonista di questo ostinato raid della Necrocultura. Il quale Luca Zaia, ricordiamo, appena eletto governatore con un plebiscito impressionante nel 2010 mise al bando negli ospedali, in concordia con gli altri due governatori leghisti di Lombardia e Piemonte freschi di elezione(Maroni e Cota), la pillola RU486, ossia la pasticca che uccide i feti e poi li fa espellere magari nel water. Era un segnale chiaro, perché l’operazione non sembrava dare vantaggi politici. Ci sembrava un vero atto morale, spirituale.
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Avevamo applaudito Zaia anche nel 2017 quando, unica figura politica in Italia, si oppose alla legge Lorenzin sull’obbligo dei vaccini pediatrici – quella per cui i nostri figli non possono andare a scuola senza essere sottomessi a 10 sieri – presentando ricorso alla Corte Costituzionale e chiedendo formalmente di sospendere gli effetti del decreto prima del giudizio di merito.
In seguito lo Zaia avrebbe perso interesse per questa battaglia, anche perché sul piatto della Consulta aveva la questione della costituzionalità dell’autonomia differenziata referendum. Che volete farci: la politica pesa più delle vite dei bambini, altrimenti non esisterebbe le legge su aborto, provette etc.
Tuttavia nemmeno con una visione di cinismo politico si riesce a spiegarsi questa ostinazione assoluta dello Zaia, divenuto paladino della Necrocultura, al punto da tornare a spingere per una manovra che lo aveva scottato nel 2024, quando il Consiglio regionale respinse il primo tentativo di introdurre la legge.
Vuole davvero essere ricordato per questo, lo Zaia? Probabilmente sì. E allora, ci chiediamo, come tutti, cosa gli è successo? Da cosa deriva questa «conversione»? Abbiamo raccolto ipotesi da ambienti vicini alla Regione, ma nulla è pubblicabile.
Ricordiamo ancora una pubblicità per le TV locali (all’epoca la comunicazione politica si faceva soprattutto lì…) della campagna che portò Zaia a Palazzo Ferro-Fini 16 anni fa. Il video si apriva con Zaia che scendeva da una macchina della polizia: un’operazione di sicurezza notturna, con cui il già presidente della provincia di Treviso indicava la sua priorità.
Nella réclame elettorale seguiva un’inquadratura, fugace ma efficace, del futuro governatore mentre stava probabilmente ad una Messa o a qualcosa del genere, un evento in cui entrava anche la religione: al suo fianco si intravede appena uno zucchetto colorato (un vescovo?) dove, con un microscopico cenno, portava su il capo chino, il volto serio, lo sguardo pieno di rispetto, di gravitas. Come a dire: io sono qui a rispettare il fondamento religioso della nostra terra. Tipo: io mi inchino…
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Ora anche Zaia, dopo tre lustri al vertice incontrastato della politica veneta, può aver compreso che la religione non conta più nulla. Nemmeno in Veneto. La Balena Bianca è morta, fiocinata da mille capitani Achab, nutriti dallo Stato moderno, dalla sua democrazia farlocca, e dai noi stessi, dalla nostra stessa tolleranza, la nostra incapacità di reagire alla catastrofe che sapevamo sarebbe arrivata.
La questione, quindi, è eminentemente religiosa. Anzi, più specificatamente: è soprannaturale. Più nessuno crede al soprannaturale. Più nessuno crede all’invisibile. Più nessuno crede.
Basta vedere quale resistenza è stata fatta alla legge della morte veneta: nessuna, a parte il gruppetto creato dall’indomito attivista Alberto Zelger, che con probabilità nel 2024 aveva contribuito a far fallire il putsch eutanasico regionale. Di fatto, non si è visto niente altro. Il cattolicesimo organizzato è non pervenuto. Anzi: sappiamo che la chiesa moderna sia d’accordo, perché il compromesso cattolico con i padroni della Morte va molto oltre l’aborto.
Lo si capisce perfino leggendo la nota, in teoria «dolente», in realtà molto rivelatrice, del patriarcato di Venezia, l’istituzione cattolica che nei secoli è servita come trampolino di lancio per il papato. Il patriarca – un genovese, a Venezia: una nomina che molti hanno ritenuto un segno di quanto il papato di Ratzinger fosse divenuto disfunzionale – non si è mai visto nei giorni precedenti al voto, ma poi ha emanato questa letterina, che vale la pena di leggere.
«A seguito dell’approvazione della legge regionale sul suicidio assistito, si esprime amarezza poiché, in tal modo, si afferma un modello culturale e un modello di sanità che possono portare ad una deriva difficilmente controllabile» scrive la dichiarazione del patriarca cardinale Moraglia. Fate bene attenzione alle parole: «amarezza», tipo quando perde la squadra del cuore. E poi «modello di sanità»: la chiesa pensa a ospedali ed amminstrazioni. Non pensa ai poveretti che ora verranno uccisi dallo Stato. Non pensa alle sue pecore sacrificate a Baal. Non pensa ai figli di Dio – pensa alle strutture burocratiche.
La «deriva difficilmente controllabile» non è nel futuro, Sua Eminenza: la deriva è già qui. Uno Stato che uccide i suoi cittadini è già dentro all’Inferno, cardinale!
Poi è un raffica di frasette cosparse di forme attenuative. «La percezione della dignità della vita umana appare da oggi meno tutelata». La percezione? Ma dice seriamente? Tipo «la percezione che l’acqua sia bagnata»?
«C’è soprattutto grande preoccupazione per le persone fragili e sole» scrive ancora la noterella patriarcale. «Preoccupazione», certo: non la certezza di quello che accadrà, come stiamo vedendo in Belgio, Olanda, Canada, dove a farsi uccidere (o ad essere uccisi pure contro la loro volontà…) sono i malati, i depressi, i poveri, i disabili… e bambini. Ma comprendiamo anche qui l’uso della parola di attenuazione: «preoccupazione», come quella dei polacchi quando Hitler invase nel 1939.
Il cardinale patriarca fa comprendere quindi di aver assimilato la posizione e il linguaggio del fronte della Morte: «l’impegno è di accompagnare le persone, sempre più e con i mezzi tecnici che oggi la scienza ci offre. Non ci si riferisce – è chiaro – ad alcuna forma di accanimento terapeutico ma, piuttosto, a quelle cure palliative di provata efficacia nel ridurre il dolore». Eccerto: la cura del malato diviene «accanimento terapeutico», come da manuale della battaglia eutanatica.
Non poteva mancare la bandiera definitiva del compromesso con il male: ecco «l’auspicio che l’obiezione di coscienza sia davvero garantita in tutti i momenti e in tutti i soggetti interessati da tali protocolli sanitari». Ecco: uccidete pure, ma lasciate in pace quei colleghi, che stanno nell’altra stanza a tapparsi le orecchie, gli occhi, la bocca, o che non fanno nemmeno quello: poi andranno a pranzo assieme agli assassini, magari pure vi si accoppieranno a certe cene di Natale furbette. È la realtà della buffonata genocida dell’obiezione di coscienza, il feticcio catto-politico a cui vi ordinano di attaccarvi mentre nel retrobottega loro avanzano con il programma della Morte.
Infine, il patriarca offre il capolavoro: «oggi non ha vinto o perso qualcuno, ma, certo, un modello di vicinanza umana è stato, in qualche modo, ferito e limitato». Capito? Non ha vinto o perso nessuno: no, ci rassicura il porporato, alla fine la Cultura della Morte non ha segnato un punto che costerà migliaia di vite innocenti, anche dei fedeli del patriarcato. Macché: è stato colpito «un modello di vicinanza umana», cioè un’astrazione ricoperta di un’etichetta da Unità Pastorale, da chiesa ONG del postconcilio.
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Insomma, per la massima autorità spirituale veneziana (cioè, genovese…), la figura che nei millenni ha guidato le sorti dei milioni di anime venete, non è in fondo successo niente di che. È stata una cosa incruenta, un bisticcio ideologico, una partita a briscola bioetica finita male.
Notate, Dio, il soprannaturale, mai entrano nel discorso del cardinal Moraglia. Eppure, quello dovrebbe essere il suo lavoro: ricordare non il «modello di sanità», ma Iddio, e magari pure la sua ira.
È stato così nei secoli. La Repubblica Veneta è stata, certo, non sempre in linea con il papato. Stampava libri proibiti. I suoi costumi, certo tenuti dietro il velo del pudore, erano ben noti, e desiderati da tutto il mondo: il carnevale, le sue sale da gioco (da dove credete che deriva la parola «casinò»?), i suoi abiti sfolgoranti, le «cortigiane», la cultura libera ed abbondante, come le sue licenze. Chi conosce le Memorie di Casanova, o anche ha solo veduto il capolavoro di Federico Fellini (1976), sa di cosa sto parlando.
Tuttavia, da studioso del tabarro, e suo indossatore seriale, conosco la storia: esso serviva anche, assieme alla maschera (la bauta) a non farsi riconoscere nemmeno nel passo (quindi, a prova di computer vision attuale: la frontiera della sorveglianza IA, invero superata da anni, è il gait, la possibilità di individuarvi da come camminate), ed è stato colpito ciclicamente da leggi suntuarie, cioè leggi sui costumi, piuttosto ignorate da tutte le classi sociali.
Ebbene, il tabarro, che era variopinto, ad un certo punto divenne scuro – lo stesso destino toccato alle gondole, rimaste nere per sempre. Forse si tratta solo di una leggenda popolare, tuttavia si dice che l’abbandono del colore sia stato in segno di penitenza e lutto per la peste del 1630, per la quale costruirono come ex voto Santa Maria della Salute – mezzo secolo prima, per la pestilenza precedente, il Senato della Serenissima aveva commissionato ad Andrea la costruzione della Basilica del Redentore. Gli storici moderni questo non lo possono smentire. Così come non si può smentire che la chiesa costruita per la peste è stata poi chiusa durante il COVID.
Sì, Venezia credeva materialmente nel soprannaturale. Venezia credeva. Me lo ha ripetuto anche un amico venetista qualche giorno fa, spiegandomi che le ville venete prevedevano per forza una cappella che desse all’esterno, perché il popolo non poteva essere privato dei sacramenti. Come dire: lo Stato veneto non osava sfidare Dio, temeva che farlo avrebbe cagionato i semi della sua stessa distruzione, come si era visto con la peste: il potere sapeva che il controllo del proprio destino non esiste, in ultima analisi è la Grazia che fa andare avanti le cose. Le cose sono molto cambiate. Ora le élite, politiche e religiose, credono ad una sola cosa: credono di non credere.
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Il lettore può rimirare la differenza: Venezia un tempo distribuiva al suo popolo i sacramenti, Venezia oggi vuole distribuire ai suoi cittadini la morte. È incontrovertibilmente così, ed è terrificante pure per chi, come noi, sa che il vero principio dello Stato moderno è la sottomissione e l’eliminazione della sua popolazione.
Più nessuno crede che possano esservi delle conseguenze divine alla scelta di infliggere la morte alle persone: punizioni, catastrofi, inferni sulla Terra, o dopo. Non ci credono gli eredi dei dogi e del Maggior Consiglio, non ci credono gli zucchetti. Eppure, il credente sa che ciò sarà inevitabile. Il castigo è nel nostro futuro.
«Dal Veneto una legge di civiltà» ha trionfato lo Zaia, che come noto è senza figli. Ha ragione: è una legge della civiltà della Morte, che spazza via secoli di Civiltà Veneta, di Civiltà cristiana, di Civiltà umana. L’attacco è alla stessa matrice che ci ha generati: la matrice divina della Vita.
La civiltà della Morte è l’anti-civiltà: è il sistema che vuole eliminare l’essere umano, magari per sostituirlo con esseri artificiali. Tutti oramai sapete che questa non è fantascienza, né deve sembrarvi un discorso apocalittico: umanoidi e macchine pensanti sono qui.
Il Leone alato piange. Nel Risiko dell’Inferno, la Necrocultura ha portato a casa una bella partita, si è presa un’icona non da poco, una storia cristiana millenaria.
Tuttavia, fino a che siamo vivi, la battaglia non finisce. Forse è per questo che vogliono ucciderci e sostituirci. Non lo permetteremo: né noi, né i nostri bambini.
Preghiamo, combattiamo contro l’Impero della Morte e i suoi servitori. San Marco ci guida e ci aiuta.
Viva San Marco. Viva.
Roberto Dal Bosco
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