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Trump: le case automobilistiche statunitensi potrebbero produrre missili

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Le attuali discussioni sulla riconversione delle case automobilistiche americane alla produzione di armi, promosse dall’amministrazione Trump, richiamano in modo esplicito la massiccia mobilitazione industriale avvenuta durante la Seconda Guerra Mondiale.

 

Durante il secondo conflitto mondiale, gli Stati Uniti trasformarono rapidamente l’industria civile in una macchina bellica senza precedenti. Le fabbriche di Detroit, cuore dell’industria automobilistica, passarono dalla produzione di auto a quella di carri armati, aerei, camion militari e munizioni. Aziende come Ford, General Motors e Chrysler convertirono i loro stabilimenti: la Ford costruì bombardieri B-24, la General Motors produsse carri armati M4 Sherman e la Chrysler contribuì con veicoli corazzati.

 

Tale riconversione permise agli Stati Uniti di diventare l’«arsenale della democrazia», producendo oltre 300.000 aerei, 100.000 carri armati e milioni di tonnellate di munizioni tra il 1941 e il 1945.

 

Oggi, come allora, si parla di sfruttare capacità produttiva inutilizzata per rafforzare gli arsenali militari, con General Motors e Ford tra le aziende coinvolte nella produzione di missili Patriot, Tomahawk e altre armi. Tuttavia, le differenze sono notevoli: nel 1940-1945 l’impegno fu totale e sostenuto da uno sforzo nazionale di guerra contro nemici esistenziali, mentre l’attuale spinta risponde a preoccupazioni per l’esaurimento delle scorte dopo i conflitti in Ucraina e contro l’Iran, con un bilancio militare record richiesto per il 2027.

 

In entrambi i casi emerge l’idea di una «forte spinta economica» attraverso la produzione bellica, ma mentre la Seconda Guerra Mondiale vide una conversione su scala gigantesca e quasi immediata, l’attuale iniziativa appare più mirata e graduale, concentrata su munizioni avanzate e sistemi di difesa piuttosto che su una produzione di massa di veicoli e aerei tradizionali.

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La storia mostra che tali riconversioni possono accelerare l’economia in tempo di crisi, ma dipendono dalla volontà politica, dalla disponibilità di manodopera e dalla capacità di adattare linee di produzione moderne, altamente automatizzate, rispetto a quelle degli anni Quaranta.

 

Di fatto la Seconda Guerra Mondiale salvò l’economia americana ponendo fine in modo definitivo alla Grande Depressione degli anni Trenta.

 

Nel 1939 il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti superava ancora il 14%, nonostante gli sforzi del New Deal di Roosevelt. L’ingresso nel conflitto trasformò radicalmente lo scenario: la spesa federale passò da 9 miliardi di dollari nel 1939 a quasi 100 miliardi nel 1945. Questo massiccio deficit spending finanziò lo sforzo bellico e fece raddoppiare il PIL reale americano in soli cinque anni.

 

La mobilitazione militare eliminò completamente la disoccupazione, che scese sotto il 2% nel 1944. Circa 16 milioni di cittadini entrarono nelle forze armate, lasciando vuoti nei posti di lavoro civili. Questi posti vennero rapidamente occupati da milioni di donne e afroamericani, che fecero il loro ingresso in massa nella forza lavoro industriale.

 

Le fabbriche automobilistiche e tessili vennero riconvertite per produrre carri armati, aerei e munizioni sotto la supervisione del War Production Board. Lo Stato garantiva profitti alle aziende private tramite contratti «cost-plus» (che coprivano i costi di produzione assicurando un margine di guadagno), stimolando un boom manifatturiero senza precedenti e una forte innovazione tecnologica.

 

A differenza delle altre potenze mondiali, il territorio continentale degli Stati Uniti non subì distruzioni infrastrutturali. Nel 1945 gli USA detenevano la metà della capacità manifatturiera mondiale e la maggior parte delle riserve d’oro. Gli accordi di Bretton Woods del 1944 sancirono il dollaro come valuta di riserva globale, consolidando l’egemonia economica americana nel dopoguerra.

 

Come riportato da Renovatio 21, la riconversione dell’industria automobilistica in industria bellica è con evidenza stata decisa anche ora in Europa, in particolare in Germania, dove le grandi aziende avevano collaborato negli anni Trenta con il regime nazionalsocialista di Adolfo Hitler..

 

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L’Ucraina non produrrà missili Patriot nonostante la promessa di Trump

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Nonostante la promessa del presidente statunitense Donald Trump di concedere a Kiev la relativa licenza, è improbabile che l’Ucraina inizi a produrre i propri missili di difesa aerea Patriot, secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, che cita fonti informate.   Durante l’incontro a margine del recente vertice NATO ad Ankara, in Turchia, mercoledì, Trump ha detto al presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj: «Vi daremo la licenza per produrre i Patriot. È una cosa fantastica. In questo modo, non potrete lamentarvi che non ne forniamo a sufficienza». Tuttavia, il presidente ha ribadito che Washington non fornirà direttamente gli intercettori tanto richiesti.   Venerdì l’agenzia Reuters ha riferito che, secondo le sue fonti, per l’Ucraina non è sicuro avviare la produzione di missili Patriot finché persistono i combattimenti entro i suoi confini dichiarati.   Secondo due persone a conoscenza delle trattative, i nuovi intercettori saranno probabilmente prodotti in Germania o in un altro paese europeo. Le due fonti dell’agenzia hanno aggiunto che la produzione potrebbe essere trasferita in Ucraina solo dopo la fine del conflitto con la Russia.   Lo Zelens’kyj ha ripetutamente accusato l’Occidente della carenza di munizioni per la difesa aerea, in un contesto di continui attacchi missilistici e con droni russi contro obiettivi militari in tutta l’Ucraina, attacchi che, secondo Mosca, sarebbero una risposta agli attacchi terroristici di Kiev contro infrastrutture energetiche e civili in Russia.   Gli Stati Uniti e i loro alleati stanno affrontando una grave carenza di missili Patriot a causa del loro massiccio impiego nel conflitto in Ucraina e nella guerra israelo-americana contro l’Iran. Negli ultimi mesi, Washington è stata costretta a ritardare le consegne di questi intercettori ad alcuni clienti in Europa e in Asia.

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Il presidente ucraino ha dichiarato venerdì su Telegram che lui e Trump avevano «raggiunto un accordo politico» sulle licenze per la produzione dei missili intercettori Patriot in Ucraina. Ha aggiunto che ora i dettagli tecnici del processo dovranno essere definiti dai team di Kiev e Washington.   Lo Zelens’kyj ha inoltre affermato che nei prossimi giorni Kiev riceverà un altro pacchetto di aiuti militari dagli americani, che includerà un numero imprecisato di missili PAC-3 per i sistemi Patriot.   Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha dichiarato venerdì che «per quanto riguarda il Patriot, sì, è un fatto ovvio che gli Stati Uniti continuano a fornire all’Ucraina armamenti e tecnologie militari su vasta scala. Lo sappiamo. Allo stesso tempo, però, c’è una certa dualità nella posizione degli Stati Uniti: a differenza degli europei, gli Stati Uniti mantengono il desiderio di facilitare un passo verso un processo di pace», ha sottolineato Peskov.   La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha insistito sul fatto che il vertice di Ankara è stato «umiliante» per lo Zelens’kyj, poiché i membri della NATO «non hanno offerto alcuna risposta significativa» alle sue richieste di fornire più armi.   I missili Patriot sono forniti a Kiev da anni, e secondo i russi sarebbero coinvolti anche in casi eclatanti di fuoco amico, come contro un F-16 o un aereo che trasportava prigionieri di guerra ucraini.   In passato lanciatori Patriot, inviati in grande copia da Joe Biden, sono stati oggetto di attacco da parte di missili ipersonici di Mosca. In altri traffici veduti all’inizio del conflitto gli USA hanno mandato Patriot in Slovacchia, che in cambio mandava i missili di produzione russa S-300 in Ucraina.   Come riportato da Renovatio 21, di recente Trump ha affermato che le case automobilistiche americane potrebbero inziare a produrre missili.  

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Immagine di Ministerie van Defensie via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
     
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Trump contro Netanyahu per la vendita di F-35 alla Turchia

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha respinto la richiesta del primo ministro israeliano Benjamino Netanyahu di non vendere aerei da combattimento F-35 alla Turchia. Lo riporta la testata di Washington The Hill.

 

Netanyahu ha accusato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan di destabilizzare il Medio Oriente, mentre Ankara si è posizionata tra i critici più duri delle operazioni militari israeliane a Gaza e in Libano.

 

Trump, giunto in Turchia martedì per un vertice NATO, ha affermato che valuterà la vendita dei caccia all’alleato degli Stati Uniti.

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«Non ho alcuna preoccupazione. Voglio dire, è il leader di un Paese che ha reso molto migliore, molto più potente», ha detto Trump. In precedenza Netanyahu aveva invitato Washington a non concedere ad Ankara l’accesso ai suoi aerei da combattimento più avanzati.

 

«Non credo che dovrebbero ricevere gli F-35 o i motori per i loro aerei da combattimento, perché ciò sconvolgerebbe l’equilibrio di potere in Medio Oriente, che è in definitiva garantito dalla superiorità aerea israeliana e anche, credo, dalla posizione degli Stati Uniti in Medio Oriente», ha dichiarato Netanyahu a Fox News lunedì.

 

«La Turchia è un grande Paese, ma è governata da un uomo che invoca apertamente l’annientamento di Israele», ha affermato Netanyahu.

 

Secondo la testata Axios, il leader israeliano avrebbe esercitato pressioni in privato su Trump affinché non fornisse i jet e avrebbe affrontato la questione durante una telefonata la settimana scorsa.

 

Nel 2019 gli Stati Uniti hanno espulso la Turchia dal programma F-35 dopo che Erdogan si era rifiutato di rinunciare all’accordo per l’acquisto del sistema missilistico di difesa aerea russo S-400. L’anno scorso Ankara ha confermato il proprio interesse ad acquisire gli aerei, ma ha precisato che avrebbe mantenuto anche gli S-400.

 

Erdogan si è scontrato più volte con Netanyahu, paragonando, sempre meno paradossalmente, il leader dello Stato Giudaico al cancelliere della Germania nazionalsocialista Adolfo Hitler – la famosa risorsa retorica della reductio ad Hitlerum, di cui il turco sembra essere ghiotto. Martedì il ministero della Difesa turco ha accusato Netanyahu di condurre una campagna di disinformazione sul ruolo del Paese nella regione.

 

«Netanyahu e i suoi complici distorcono deliberatamente qualsiasi critica rivolta loro e cercano di distogliere l’attenzione attraverso una sistematica campagna di propaganda», ha dichiarato il Ministero della Difesa.

 

I rapporti tra Trump e Netanyahu si sono deteriorati negli ultimi mesi, poiché i continui raid aerei israeliani in Libano hanno rischiato di far fallire i colloqui di pace con l’Iran. Il presidente statunitense ha ammesso di aver utilizzato un linguaggio duro durante le telefonate con il suo omologo israeliano, nelle quali ha chiesto a Israele di interrompere gli attacchi.

 

I rapporti tra Ankara e lo Stato degli ebrei sono invece tesissimi da anni. L’anno scorso la Turchia aveva interrotto totalmente gli scambi commerciali con Israele.

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La Turchia, unendosi agli altri Paesi che hanno portato il caso al tribunale dell’Aia, ha accusato Israele di aver commesso un genocidio a Gaza. Il presidente Recep Tayyip Erdogan in precedenza aveva definito il primo ministro Benjamin Netanyahu «il macellaio di Gaza», suggerendo a un certo punto – in una reductio ad Hitlerum che è andata in crescendo, con contagio internazionale – che la portata dei suoi crimini di guerra superasse quelli commessi dallo Hitlerro.

 

Nel 2023 la Turchia ha richiamato il suo ambasciatore da Israele e nel 2024 ha interrotto tutti i rapporti diplomatici. Mesi fa Ankara aveva dichiarato che Israele costituisce una «minaccia per la pace in Siria». Erdogan ha più volte chiesto un’alleanza dei Paesi islamici contro Israele.

 

Come riportato da Renovatio 21, in settimana i turchi hanno guidato gli sforzi per far sospendere Israele all’Assemblea generale ONU. L’anno scorso il presidente turco aveva dichiarato che le Nazioni Unite dovrebbero consentire l’uso della forza contro lo Stato degli ebrei.

 

Un anno fa Erdogan aveva ventilato l’ipotesi che la Turchia potesse invadere Israele. A fine dell’anno scorso era apparsa nel Nord-Este della Turchia un’effigie di Netanyahu impiccata ad una gru.

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Kim supervisiona il test di un missile strategico dal suo nuovo cacciatorpediniere

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La Corea del Nord ha effettuato test su un missile da crociera strategico e su altri sistemi d’arma a bordo del suo più recente cacciatorpediniere, stando a quanto riferito domenica dall’agenzia di stampa statale KCNA. Il leader del Paese, Kim Jong-un, avrebbe assistito al lancio e alle prove dei sistemi di combattimento della nave.   Secondo le informazioni, i test, svolti il 3 luglio a bordo della Kang Kon, unità da guerra di nuova costruzione da 5.000 tonnellate, hanno esaminato le capacità di rilevamento dei bersagli e di elaborazione delle informazioni dell’imbarcazione, il sistema di potenza di fuoco integrato, i cannoni navali, i cannoni automatici e le apparecchiature di guerra elettronica, nell’ambito della valutazione complessiva delle prestazioni.   L’agenzia di stampa ha riportato le parole di Kim, il quale ha elogiato l’affidabilità e l’efficacia in combattimento dei sistemi d’arma del cacciatorpediniere.  

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Secondo quanto riferito, il leader nordcoreano ha osservato che i recenti progressi nello sviluppo di armamenti nazionali dimostrano il potenziale dei sistemi di combattimento navale del paese nel rafforzare la prontezza militare per le operazioni strategiche.   Secondo il rapporto, Kim ha inoltre delineato ulteriori piani per lo sviluppo di sistemi di combattimento di superficie e subacquei aggiuntivi e per il loro impiego nelle acque operative.   Ha auspicato un impegno costante per ampliare le capacità di deterrenza bellica e di combattimento della Corea del Nord, ha riferito la KCNA.   Stando al rapporto, il leader del Paese ha ordinato ai funzionari di completare il programma di collaudo del cacciatorpediniere e di mettere in servizio l’unità nella marina entro due mesi.   Secondo quanto riferito, Kim ha convocato nel corso della giornata una riunione consultiva sullo sviluppo dell’industria cantieristica del paese.   A giugno, Pyongyang ha commissionato il cacciatorpediniere Choe Hyon da 5.000 tonnellate e ha annunciato l’intenzione di schierare la Kang Kon, una nave della stessa classe, nell’ambito del più ampio programma di modernizzazione navale della Corea del Nord, rivelando l’intenzione di dare seguito all’attuale programma di cacciatorpediniere con una nuova classe di navi da combattimento strategiche di superficie da 10.000 tonnellate.

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