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Re Carlo perde il titolo di «Difensore della Fede»

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Secondo il rapporto annuale sulle finanze reali del Regno Unito, Buckingham Palace ha eliminato il titolo di «Difensore della Fede» dalla descrizione ufficiale dell’incarico di Re Carlo, sostituendo la denominazione vecchia di 500 anni con un impegno più vago a salvaguardare la religione nella «nazione multireligiosa» britannica.

 

Il rapporto del Sovereign Grant per il biennio 2025-2026, pubblicato venerdì, stabilisce che «Sua Maestà è il Governatore Supremo della Chiesa d’Inghilterra e protegge lo spazio per la fede all’interno della nazione multireligiosa». La formulazione, tuttavia, differisce significativamente dalla versione dell’anno scorso che descriveva Carlo come «Capo della Chiesa d’Inghilterra e Difensore della Fede». Il titolo, tuttavia, rimane sul sito web della famiglia reale.

 

L’espressione «Difensore della Fede» risale al 1521, quando papa Leone X la concesse a Enrico VIII dopo che il re si era schierato apertamente contro la Riforma di Martin Lutero. Poi, come noto, purtroppo cambiò idea, forse per una malattia od un trauma che ne alterava la psiche, divenendo motore dello scisma anglicano per divorziare e sposare una donna, Anna Bolena, che poi farà decapitare.

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Curioso che il titolo di supposto «Difensore della Fede» sparisca proprio mentre un altro papa Leone, il XIV, lo invita in Cappella Sistina per pregare con lui, per poi ricevere a San Pietro la grottesca «vescovessa» di Canterbury messa in testa alla oramai svuotata (di fedeli, di significato) chiesa scismatica d’Inghilterra. Va ricordato inoltre che papa Prevost ha cnominato Carlo III «confratello reale» di San Paolo fuori le Mura, una delle quattro basiliche papali. A tal proposito, a Carlo sarà concesso l’uso di una cattedra speciale e permanente.

 

Questo cambiamento riaccende un dibattito che accompagna Carlo da tre decenni. Nel 1994, quando era ancora principe di Galles, suggerì di preferire essere «difensore della fede» piuttosto che «difensore della Fede», indicando di voler rappresentare tutte le religioni, non solo il cristianesimo.

 

Durante la sua incoronazione nel 2023, non ha modificato il giuramento a questo proposito, ma il preambolo del voto affermava che la Chiesa d’Inghilterra «cercherà di promuovere un ambiente in cui le persone di tutte le fedi e credenze possano vivere liberamente».

 

In passato, i messaggi a sfondo religioso avevano già messo Carlo nei guai dopo che, a febbraio, aveva registrato un messaggio di auguri per il Ramadan rivolto ai musulmani britannici, ma si era rifiutato di inviare un messaggio personale per Pasqua, attirando le accuse di commentatori cristiani che lo ritenevano intenzionato a emarginare la chiesa di cui è formalmente a capo.

 

In seguito alle polemiche, l’account social della famiglia reale ha pubblicato un breve messaggio di «Buona Pasqua», sebbene Carlo non abbia mai pronunciato un discorso personale.

 

Per fare un confronto, la regina Elisabetta II non ha mai registrato un messaggio per il Ramadan e ha diffuso un solo messaggio dedicato alla Pasqua durante il suo regno, in occasione del lockdown per il COVID del 2020. Tradizionalmente, inoltre, registrava messaggi natalizi che menzionavano anche altre fedi oltre al cristianesimo.

 

L’ultimo emendamento giunge dopo che un sondaggio IPSOS della scorsa settimana ha rilevato un sostegno alla monarchia pari al 55%, la cifra più bassa degli ultimi decenni, in calo rispetto al picco dell’80% raggiunto nel 2012.

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Più che le premure religiose, per il sovrano contano altri progetti.

 

Come riportato da Renovatio 21, due mesi fa re Carlo ha annunciato che il Regno Unito procederà con l’introduzione di un sistema di identificazione digitale per «modernizzare» i servizi pubblici, nonostante le forti controversie sulle implicazioni per la libertà e la privacy.

 

La storia del Carlo, come universalmente noto, ma per qualche ragione non considerato, non è stata limpidissima, dalla morte Diana ai milioni presi dalla famiglia Bin Laden in buste di plastica. Un anno fa emerse che nel 1983 l’allora principe di Galles aveva ricevuto un premio da un veterano nazista, una laurea ad honorem presso l’università dell’Alberta, in Canada.

 

Andrebbero anche ricordati l’amicizia, e le donazioni milionarie, che a Carlo fece il misterioso petroliere americano (per qualcuno spia KGB) Armand Hammer: quando nel 1988 la piattaforma petrolifera marina Piper Alpha della Occidental Petroleum collassò nelle fiamme a 200 miglia da Aberdeen uccidendo 160 persone, il futuro re si precipitò a difendere Hammer, che se la cavò alla grande. Sulla questione della dinastia degli Hammer, miliardari ebrei americani di origini russe a cui fu permesso per qualche motivo di restare vicini al Cremlino, andrebbe scritto un articolo a parte, specie dopo le accuse, sulle quali oltre ai presunti stupri i giornali hanno pure fatto aleggiare lo spettro di perversioni cannibalistiche, del nipote divo di Hollywood Armie Hammer.

 

Per non parlare dell’amicizia personale con Jimmy Savile, il popolare DJ e conduttore TV della BBC che, secondo accuse emerse appena dopo la sua morte nel 2011 ma che circolavano come voci da decenni, avrebbe abusato in istituti scolastici e manicomiali di cui era donatore, di qualcosa come 400 ragazzine.

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Cina

Peter Thiel ad Aspen: il papa «lavora per i comunisti cinesi»

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Il miliardario e investitore tecnologico Peter Thiel ha lanciato una serie di avvertimenti e previsioni provocatorie sul futuro dell’intelligenza artificiale e dell’Occidente, accusando papa Leone XIV di agire involontariamente come «agente comunista cinese» per aver chiesto una regolamentazione dell’IA. Lo riporta la CNN.   Nel suo intervento all’Aspen Ideas Festival in Colorado, ha anche messo in guardia contro una «presa di potere democratico-socialista» del Partito Democratico degli Stati Uniti.   Thiel, cofondatore di Palantir e PayPal, è stato uno dei primi sostenitori del presidente Donald Trump nella Silicon Valley, contribuendo al lancio della carriera del vicepresidente JD Vance: Vance lavorava presso Mithril Capital, una società di investimenti cofondata da Thiel, prima che quest’ultimo appoggiasse il suo ingresso in politica. Il Thiel tenuto il suo intervento durante un dibattito non registrato, insieme al politologo, noto per la sua teoria sulla «fine della storia», Francis Fukuyama. Ai giornalisti è stato permesso di prendere appunti.

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Durante l’evento, il Thiel ha attaccato direttamente il Vaticano, accusando Papa Leone XIV – il primo papa statunitense – di aver involontariamente favorito gli interessi cinesi promuovendo una maggiore supervisione internazionale sull’intelligenza artificiale.   A maggio, Leone XIV, con la sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, ha dichiarato che l’intelligenza artificiale «deve essere disarmata» e ha chiesto una maggiore regolamentazione internazionale di questa tecnologia. Poiché il messaggio del papa potrebbe influenzare alcuni americani, ma difficilmente verrebbe recepito dai cinesi, ha sostenuto Thiel, l’enciclica rischiava di rallentare solo una delle due parti della «corsa tra Stati Uniti e Cina» per lo sviluppo dell’IA.   Ciò significa che Leone «lavora per i comunisti cinesi», ha detto il Thiel. Il pubblico di Aspen ha accolto con risate la sua descrizione del papa come agente cinese.   Le tensioni tra il miliardario del settore tecnologico e il Vaticano non sono una novità. A marzo, il Thiel ha tenuto una serie di conferenze sull’Anticristo a Roma, a pochi isolati dalla Santa Sede, su invito. Le conferenze avrebbero innervosito il Vaticano e spinto due università cattoliche a dichiarare pubblicamente di non essere coinvolte nell’organizzazione degli eventi.   Thiel ha sostenuto che l’Anticristo potrebbe manifestarsi non come un individuo, bensì come un governo mondiale che prende il potere promettendo di proteggere l’umanità da minacce esistenziali come l’IA o il riscaldamento globale.   La discussione tra Thiel e Fukuyama, intitolata «L’umanità alla fine della storia», ha rappresentato una netta svolta rispetto all’ultimo dibattito tra i due, avvenuto 14 anni prima.   Nel 2012, i due si sono concentrati principalmente sulle cause di quella che Thiel definisce «stagnazione tecnologica», discutendo di disuguaglianza di reddito, dei fallimenti delle tecnologie per le energie pulite e dello stallo dei progetti infrastrutturali statunitensi, come la ferrovia ad alta velocità.   Mentre il loro precedente confronto si era concentrato su questioni economiche, questa volta i due hanno inquadrato il destino della democrazia occidentale in termini più drastici. Fukuyama è noto per la sua tesi sulla «fine della storia», in cui ipotizzava che, dopo la Guerra Fredda, la democrazia liberale potesse rappresentare la forma di governo definitiva. Durante il dibattito ad Aspen, Fukuyama ha sostenuto che il pericolo maggiore risiede nell’abbandono delle istituzioni che hanno sostenuto la democrazia.   Thiel ha replicato affermando che quelle stesse istituzioni sono diventate motori di paralisi e che decenni di stagnazione tecnologica hanno spinto la politica occidentale verso una maggiore instabilità: «le strane modalità con cui la politica è andata fuori controllo mi stanno dicendo qualcosa di molto profondo».   Le posizioni politiche di Thiel hanno suscitato critiche da parte di alcuni scrittori e intellettuali, i quali sostengono che la sua sfiducia nelle istituzioni democratiche e il suo entusiasmo per un governo guidato dalle élite costituiscano una forma di «tecno-autoritarismo».

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In risposta all’argomentazione di Fukuyama secondo cui, nonostante il crescente estremismo, la democrazia liberale rimane il miglior sistema politico dell’umanità, Thiel ha avvertito che le forze di estrema sinistra stanno dominando sempre più la politica americana.   «Credo che ci sarà una presa di potere democratico-socialista all’interno del Partito Democratico», ha affermato Thiel.   Le sue dichiarazioni giungono in un momento in cui i socialisti democratici autoproclamati hanno guadagnato influenza all’interno del Partito Democratico, in particolare con l’elezione dello scorso anno del sindaco di New York Zohran Mamdani, seguita quest’anno da una serie di vittorie di candidati socialisti democratici alle primarie per la carica di sindaco e per il Congresso.   «Il Partito Repubblicano non conta poi molto. È quello meno importante», ha detto Thiel. «Quando il Partito Democratico andrà al potere, questo Paese sarà finito».   Alla vigilia del 250° anniversario dell’adozione della Dichiarazione d’Indipendenza da parte degli Stati Uniti, Thiel ha anche sostenuto che la Rivoluzione americana è stata fondamentalmente fraintesa. «Ci sono tutte queste proteste anti-Trump: non vogliamo re, vogliamo lo stato di diritto», ha detto Thiel. Il finanziere ha inquadrato la Rivoluzione americana non come una campagna contro Re Giorgio III, ma come una rivolta contro un Parlamento britannico onnipotente, i cui legislatori esercitavano un controllo «totalitario».   Secondo la versione di Thiel, la Costituzione degli Stati Uniti fu concepita come correttivo al «governo tirannico degli avvocati» in Gran Bretagna, con una presidenza, a suo dire, pensata per essere «più potente di quella di Re Giorgio III». Il multimiliardario ha quindi contrapposto il sistema costituzionale degli Stati Uniti a quello dell’attuale Unione Europea, che ha descritto come una burocrazia stagnante e rigidamente regolamentata, in cui le persone sono «NPC» (i personaggi non giocabili dei videogiochi, espressione gergale odierna con cui si descrivono persone comuni senza particolare coscienza di ciò che accade) senza alcun potere decisionale.   «L’UE è l’imperio del diritto [Rule of Law]», ha affermato Thiel. «È come un’Intelligenza Artificiale difettosa.»   Thiel ha parlato di Palantir, la società di software da lui co-fondata, e della sua stretta collaborazione con agenzie federali statunitensi, tra cui il Pentagono e l’agenzia statunitense per l’immigrazione e le dogane (ICE).   Nonostante intrattenga rapporti commerciali per miliardi di dollari con le istituzioni preposte alla sicurezza nazionale, l’azienda «non è indissolubilmente legata» al «deep state statunitense», ha affermato Thiel, definendo i dirigenti dell’azienda «persone leali ma dissidenti» e ha dichiarato che né lui né l’attuale CEO di Palantir, Alex Karp.   Come riportato da Renovatio 21, recentemente Palantir, per mezzo di Karp, ha lanciato un vero e proprio manifesto riguardo allo Stato americano e alla situazione storica mondiale.   L’enorme influenza esercitata dalle aziende tecnologiche, ha affermato Thiel, è «uno degli aspetti davvero positivi degli Stati Uniti», perché significa che «i centri di potere sono distribuiti sul territorio nazionale».   Come esempio dei molteplici centri di potere, ha avanzato un’affermazione complottista infondata secondo cui l’azienda di Intelligenza Artificiale Anthropic, una «società progressista woke» a cui ha attribuito il merito di aver «vinto la corsa all’IA», e «truccato le elezioni del 2028» a sostegno dei Democratici. Anthropic, ha affermato Thiel, potrebbe utilizzare i suoi modelli di IA leader del settore per «sbaragliare completamente» qualsiasi tentativo ideologico che Elon Musk possa intraprendere nella direzione opposta attraverso X.

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Nonostante le sue posizioni politiche libertario-destroidi, Thiel ha affermato di preferire l’idea che gli Stati Uniti abbiano centri di potere concorrenti a una situazione come «Roma o Russia», poiché «non si vuole che tutto si concentri a Washington».   Thiel ha anche parlato del nome di Palantir, ispirato alle pietre magiche veggenti de Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien. I critici hanno notato che i personaggi che cercano di usare i poteri del palantír finiscono per essere manipolati dall’arcinemico della storia, Sauron.   Thiel sostenne che quelle persone fraintendono la storia di Tolkien. «Verso la fine, viene usata dai buoni», disse Thiel. L’eroe e futuro re, Aragorn, usa un palantír per affrontare Sauron, mostrandogli di essere ora in possesso della spada riforgiata dei suoi antenati. Sauron poi interpreta male questa informazione, commettendo un fatale errore strategico. «Chiunque vi racconti una versione diversa di Tolkien», ha affermato Thiel, «non sa nemmeno di cosa sta parlando, dal punto di vista letterario».   Dichiarazioni di Thiel contro la Cina si sono susseguite negli anni, comprendendo anche l’allarme secondo cui il Bitcoin sarebbe un’arma finanziaria della Repubblica Popolare creata per distruggere l’economia americana. È noto che il Thiel a sua volta ha fatto immani investimenti nella criptovalute, per poi uscirne poco prima di un crash, e dicendo anche di essere sicuro di aver incontrato il misterioro creatore del bitconio, Satoshi Nakamoto, «sulla spiaggia di Anguilla nel febbraio del 2000» ad un evento prodromico dell’era delle criptovalute.   L’interesse di Thiel e del CEO di Palantir Alex Karp per il Vaticano e il pensiero cattolico sono note. Thiel è discepolo diretto a Stanford del filosofo cattolico del sacrificio Réné Girard sulla cui teoria mimetica ha impostato la sua fortunatissima filosofia di investimento. Thiel è figlio di genitori tedeschi protestanti emigrati in America, e nonostante le sue posizioni para-transumaniste ha dichiarato in passato che il cristianesimo è la verità. Ora si sarebbe trasferito in Argentina temendo l’apocalisse.   Il Karp ha studiato in Germania con il filosofo dell’ermeneutica Jürgen Habermas, che con papa Ratzinger aveva vergato i libri Etica, religione e Stato liberale e Ragione e fede in Dialogo.   L’Aspen Institute è un elitario think tank internazionale nato negli Stati Uniti nel 1949, ufficialmente focalizzato sulla promozione della leadership e del dialogo su tematiche globali. Attraverso dibattiti e seminari geopolitici, unisce leader politici, accademici ed esponenti del mondo economico.   Tra le figure legate a questo network di potere spicca Giorgia Meloni, entrata a far parte dei soci della divisione italiana nel 2021. La premier italiana ha consolidato forti legami con l’establishment internazionale e, in particolare, con il magnate Elon Musk, che l’ha pubblicamente elogiata a New York nel 2024 definendola «onesta e premurosa». L’autore dell’ultima biografia estensiva su Musk, Walter Isaacson, è stato prima presidente della CNN e poi presidente dell’Aspen Institute, ruolo che ha ricoperto dal 2003 al 2018.  

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Oligarcato

Aria condizionata solo per i piani alti della Commissione Europea: ecco il feudalesimo Von der Leyen

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La sede della Commissione europea a Bruxelles ha spento l’aria condizionata ai piani inferiori durante un’ondata di caldo record, mentre gli uffici della presidente Ursula von der Leyen e di altri alti funzionari hanno mantenuto l’impianto di climatizzazione attivo, secondo quanto riportato venerdì dal sito Politico, che cita dipendenti e avvisi interni. Questa presunta disparità di trattamento ha fatto infuriare alcuni dipendenti, che l’hanno definita «feudalesimo» eurocratico.

 

I circa 3.000 dipendenti dell’edificio Berlaymont hanno ricevuto venerdì a mezzogiorno un SMS urgente che li avvertiva che, «a causa di condizioni meteorologiche estreme», l’impianto di climatizzazione dal primo al settimo piano sarebbe stato spento «per il resto della giornata», secondo quanto riportato dalla testata.

 

Tuttavia, la zona interessata dal blocco non riguardava i piani dall’ottavo al tredicesimo, dove operano i funzionari di più alto livello, tra cui la maggior parte dei 26 commissari e la stessa Von der Leyen.

 

«È come il feudalesimo», ha detto a Politico un funzionario della Commissione che lavorava a un piano inferiore, rimasto anonimo. Un secondo funzionario ha definito la situazione «una vergogna», mentre un terzo membro dello staff, all’ottavo piano, ha affermato che anche dove l’aria condizionata funzionava ancora, la temperatura interna si manteneva a 25,7 °C (78,3 °F).

 

Il blocco è scattato mentre il Belgio registrava la giornata più calda degli ultimi 50 anni, con Bruxelles che giovedì ha raggiunto i 34,6°C, battendo il record stabilito nel 1976. I meteorologi hanno avvertito che le temperature potrebbero salire fino a 40°C in alcune zone del Paese, mentre l’ondata di calore sta investendo gran parte dell’Europa occidentale.

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La leadership della Von der Leyen è stata funestata da scandali per anni, sebbene l’attenzione dei media si sia concentrata perlopiù non su dettagli insignificanti, bensì su controversie di grande rilevanza come il Pfizergate, quando un tribunale dell’UE ha stabilito che la presidente della Commissione europea non era riuscita a giustificare la mancata divulgazione di messaggi di testo scambiati con l’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla, durante le negoziazioni sul vaccino contro il COVID-19, del valore di miliardi di euro.

 

Per quanto riguarda controversie minori, nel 2021 von der Leyen – che da tempo si batte per un’economia verde e zero emissioni nette – è stata criticata per le notizie secondo cui avrebbe utilizzato jet privati per 18 dei suoi 34 viaggi ufficiali da quando si è insediata, incluso un breve tragitto di 50 km tra Vienna e Bratislava.

 

Nel 2022, un lupo uccise Dolly, il pony preferito di von der Leyen, nella proprietà di famiglia in Bassa Sassonia. Alcuni mesi dopo, in quello che fu ampiamente interpretato come una vendetta vera, la Von der Leyen si adoperò per declassare lo status di protezione dei lupi da parte dell’UE. Le associazioni ambientaliste affermarono che la decisione era dettata da «ragioni personali» piuttosto che da criteri scientifici, esprimendo al contempo la preoccupazione che potesse creare un precedente per l’indebolimento della protezione delle specie in via di estinzione.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’anno scorso era emerso che la Commissione europea starebbe pianificando di invitare gli Stati membri dell’UE a ridurre il consumo di acqua di almeno il 10% entro il 2030. La legge segnerebbe la prima direttiva della Commissione sulla riduzione del consumo di acqua nella storia dell’UE.

 

L’ambientalismo, chi segue Renovatio 21, lo sa, altro non è che uno strumento di controllo sociale, tenuto in piedi dalla farsa climatica tramite personaggi improbabili (Greta Thunberg…) e soprattutto grandi investimenti di immani gruppi finanziari internazionali (facciamo un nome, BlackRockma non solo), quella «piovra verde» di cui una deputata AfD, Beatrix Von Storch, due anni fa ebbe il coraggio di parlare al Parlamento tedesco.

 

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Weinstein rinviato a giudizio per una nuova sentenza nell’ambito dell’appello contro la condanna per stupro

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Una corte d’appello californiana ha ordinato una nuova udienza di condanna per l’ex produttore cinematografico statunitense Harvey Weinstein, confermando al contempo le condanne per stupro e violenza sessuale nei confronti della modella e attrice di origine russa Evgeniya Chernyshova. La condanna originale a 16 anni si basava «esclusivamente su una circostanza aggravante che non sussiste più», ha affermato la corte in una sentenza emessa venerdì.   Il magnate del cinema hollywoodiano caduto in disgrazia, accusato di molestie sessuali da decine di donne, è stato condannato nel 2023 per «copulazione orale forzata, penetrazione sessuale con oggetto estraneo e stupro» ai danni di un’attrice durante un festival cinematografico a Los Angeles nel 2013.   Durante l’udienza di condanna, Weinstein ha continuato a dichiararsi innocente, definendo la testimonianza dell’attrice di origini siberiane una «storia inventata» e affermando che lei «si era messa a piangere» quando ha pianto in aula.

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La sentenza di venerdì afferma che, sebbene Weinstein abbia sollevato «numerose contestazioni in appello, tra cui errori probatori, istruttori, processuali e di condanna», la corte ha respinto i suoi «tentativi di invalidare i verdetti di colpevolezza della giuria», pur concordando sul fatto che abbia diritto a una nuova sentenza «poiché la corte ha imposto una pena massima sulla base di una circostanza aggravante ora non più valida».   L’aggravante è stata la condanna di Weinstein nel 2020 a Nuova York, per la quale è stato condannato a 23 anni di carcere dopo essere stato riconosciuto colpevole di stupro ai danni dell’ex aspirante attrice Jessica Mann e di aver commesso un atto sessuale criminale ai danni dell’ex assistente di produzione Miriam Haley. Il giudice del processo si è basato su tale condanna per imporre la pena massima nel caso di Los Angeles nel 2023.   Tuttavia, nel 2024 la Corte Suprema di Nuova York ha ribaltato la sentenza del 2020, stabilendo che la testimonianza di donne le cui accuse non erano incluse nel procedimento penale aveva ingiustamente influenzato negativamente la giuria. I pubblici ministeri hanno quindi processato nuovamente Weinstein, ma i due successivi processi si sono conclusi con una giuria non unanime sull’accusa di stupro che coinvolgeva Mann.   In particolare, giovedì i procuratori di Nuova York hanno abbandonato l’intenzione di processarlo una quarta volta dopo che Mann ha dichiarato di non poter sopportare di testimoniare di nuovo. Weinstein è ancora in attesa della sentenza per la condanna per violenza sessuale nei confronti di Haley, con i procuratori che chiedono una pena detentiva di 20 anni.   La condanna originaria di Weinstein a 16 anni di carcere in California avrebbe dovuto aggiungersi immediatamente alla pena di 23 anni che stava già scontando a Nuova York. Tuttavia, con l’annullamento di tale condanna e la revoca della sentenza californiana, la sua pena detentiva complessiva non è ancora stata definita. Weinstein rimane detenuto a Riker’s Island, a Nuova York.   Il Weinstein, ebreo, durante le prime fasi dell’attacco si era servito esplicitamente di Black Cube, una nota agenzia di intelligence privata israeliana composta in larga parte da ex agenti del Mossad e delle forze di difesa israeliane (IDF). Il legame tra il produttore cinematografico e l’agenzia investigativa è emerso pubblicamente grazie alle storiche inchieste giornalistiche del 2017 firmate da Ronan Farrow sul The New Yorker ed è stato poi confermato da documenti legali presentati durante i suoi processi penali.

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Il Farrow è figlio dell’attrice Mia Farrow e (anche se è emersa una possibile paternità dell’ex marito di quest’ultima, Frank Sinatra) del controverso comico ebreo Woody Allen, che Ronan odia appassionatamente, e alcuni dicono che non è escluso che l’inchiesta del Farrow non avesse come fine quello di arrivare proprio alle malefatte padre.   Ingranaggio fondamentale dell’inchiesta di Farrow fu la modella italiana Ambra Battilana Gutierrez, già testimone, anni prima, nel caso delle cene di Silvio Berlusconi a Villa San Martino ad Arcore, conosciute anche con l’espressione, divenuta internazionale, di «Bunga-bunga». Secondo quanto riportato nel 2015 lo Weinstein molestò la modella nel suo ufficio nel quartiere neoeboraceno Tribeca. A differenza di altre vittime, la Battilana andò subito alla polizia e accettò di indossare un microfono per incastrare il produttore in un’operazione sotto copertura.  

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Durante l’incontro registrato dalla Battilana, Weinstein ammise esplicitamente di averle toccato il seno il giorno prima. Nonostante questa prova schiacciante, il procuratore distrettuale di Manhattan, Cyrus Vance jr. (figlio dell’ex segretario di Stato USA Cyrus Vance sr.), decise incredibilmente di non incriminare il produttore, e la modella fu costretta a firmare un accordo di riservatezza (Nda) da un milione di dollari per non parlare   La commentatrice politica statunitense Candace Owens sostiene fermamente che Weinstein sia stato ingiustamente condannato e ha avviato una campagna mediatica per scagionarlo davanti all’opinione pubblica. Attraverso una serie di inchieste e interviste esclusive realizzate direttamente con il produttore in carcere, la Owens ha strutturato la sua difesa basandosi su tesi ben precise.   Per la Owens, il comportamento del produttore, già grande fiancheggiatore hollywoodiano del Partito Democratico, era immorale ma non criminale: bisogna distinguere nettamente tra l’abuso di potere o l’infedeltà coniugale e il reato di stupro. Candace definisce Weinstein un «uomo immorale», ma nega che sia un violentatore.   La podcaster riconosce quindi la natura transazionale dei rapporti tra lo Weinstein è le attrici, aspiranti o affermate che fossero: secondo la sua analisi, i rapporti tra il produttore e le attrici erano di tipo transazionale e consensuale, finalizzati a ottenere favori in cambio di avanzamenti di carriera a Hollywood – si tratterebbe quindi del grande classico del «divano del produttore», un tropo non solo di Hollywooddo.   Vi è poi, secondo la commentatreice, il fattore estetico: in talune dichiarazioni provocatorie rilasciate alla stampa, la Owens ha affermato che molte donne si sarebbero rivoltate contro di lui solo a posteriori perché Weinstein «non è un uomo attraente come Brad Pitt», trasformando rapporti consensuali in accuse di violenza.

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Si sarebbe trattato, quindi, di un processo mediatico e politicizzato: la Owens accusa il movimento #MeToo di aver creato un clima da «tribunale del popolo», dove il desiderio di giustizia sociale ha soffocato le prove fattuali, portando a processi fortemente politicizzati, in cui è stata vista l’incoerenza delle accusatrici – analizzando i documenti processuali e i messaggi privati, come le email tra Weinstein e un’accusatrice, la Candazza ha evidenziato come molte presunte vittime abbiano continuato a cercare affettuosamente il produttore, richiedendo favori lavorativi e biglietti aerei anche dopo i presunti abusi.   Si sarebbe avuta quindi una violazione del giusto processo: la Owens ha criticato aspramente la condotta dei giudici (esultando quando la prima condanna di Nuova York è stata ribaltata per vizi di forma), sostenendo che i processi si siano trasformati in «character assasination» piuttosto che in verifiche oggettive dei fatti contestati.   Alla base delle teorie della Owens – che ha intervistato il Weinstein dal carcere – vi è un’originale teoria, quella secondo cui a Hollywood opererebbe una cricca, di una certa estrazione socio-religiosa, che lavorerebbe alacremente per il controllo delle IP, la proprietà intellettuale, cioè i diritti sui film. Secondo questa suggestione, lo Weinstein sarebbe stato semplicemente «sacrificato» così da ottenerne poi i poteri.   La stessa cosa, sussurra la Owens, sarebbe successa a Michael Jackson: i grandi scandali che lo hanno colpito hanno reso aggredibili i diritti commerciali del catalogo di cui disponeva, che dal 1985 comprendeva anche quelli della società editoriale ATV Music Publishing, acquistata per 47.5 milioni di dollari e che deteneva i diritti di pubblicazione di circa 4.000 canzoni, tra cui oltre 250 brani storici dei Beatles scritti dal duo Lennon-McCartney.    

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Immagine di David Shankbone via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported
 
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