Nucleare
La prima centrale nucleare del Bangladesh è quasi completata
La prima centrale nucleare del Bangladesh è quasi completata, poiché l’uranio della prima delle due unità della centrale nucleare di Rooppur (RNPP) è arrivato a Dhaka il 28 settembre e sarà consegnato ufficialmente dal direttore generale di Rosatom Aleksey Likhachev il 5ottobre.
Il primo ministro Sheikh Hasina e il presidente russo Vladimir Putin dovrebbero partecipare alla cerimonia online.
Una volta entrato in funzione nel settembre 2024, il Bangladesh diventerà il sesto Paese asiatico ad avere una centrale nucleare, dopo Cina, India, Giappone, Corea del Sud e Pakistan.
La centrale nucleare di Rooppur è stata costruita dalla russa Rosatom, in collaborazione con la Commissione per l’energia atomica del Bangladesh. Il carburante per l’impianto è stato prodotto presso lo stabilimento di concentrati chimici di Novosibirsk, una filiale della società di produzione di carburante di Rosatom, TVEL JSC.
La seconda unità del progetto da 12,65 miliardi di dollari dovrebbe essere messa in servizio nel 2025. La centrale sarà costruita sulla riva del fiume Padma.
L’RNPP dispone di due reattori di potenza VVER-1200 raffreddati ad acqua e moderati ad acqua del modello AES-2006/V-392M e produrrà 3,2 GW di potenza, con un fattore di utilizzo massimo previsto superiore al 90%.
Il ciclo di funzionamento del carburante è compreso tra 48 e 60 mesi, mentre la durata sarà di oltre 60 anni. Secondo Construction Review, la filiale di Rosatom, JSC Atomstroyexport, installerà i reattori.
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Mentre i bengalesi raggiungono il club del nucleare civile, gli europei ne stanno uscendo, volenti o nolenti.
Come riportato da Renovatio 21, la Germania ha rinunciato catastroficamente al nucleare nell’era Merkel, affidandosi alle rinnovabili che non solo hanno disatteso le aspettative, ma hanno addirittura fatto riaprire le centrali a carbone. Nella società tedesca, tuttavia, affioravano segni di pentimento ancora prima della distruzione del gasdotto Nord Stream: scienziati, normali cittadini e pure qualche ministro rivogliono l’atomo inibito dalla cancelliera Angelona, fautrice dei multiplo disastri ora slatentizzatisi in Europa.
La Francia nelle parole di Macron dovrebbe vivere una «nuova rinascita dell’industria nucleare» nazionale, tuttavia le centrali francesi sono piagate improvvisamente da problemi tecnici imprevisti. Nel 2022 la metà dei reattori nucleari francesi dovettero chiudere. Da notare come il fornitore del 30% dell’uranio necessario alle centrali francesi, il Niger, abbia ora sospeso le vendite a Parigi a seguite delle tensioni acuitesi con il golpe della scorsa estate a Niamey seguito dalle continue minacce di Macron e dei Paesi limitrofi dell’ECOWAS. Da notare come, quattro settimane prima del colpo di Stato nigerino, il governo era in trattative con la Repubblica Popolare Cinese per un accordo proprio sull’uranio.
In questo momento vogliono l’atomo l’Olanda (che vuole due centrali) e il Sud Corea. Il Giappone, nonostante il tabù che da Hiroshima arriva fino a Fukushima, ha fatto sapere di voler tornare al nucleare, riaccendendo due centrali. La Cina avanza pure nello studio della fusione. La Turchia ha completato una centrale, sempre con tecnologia russa, e ora ne sta progettando una seconda.
Come riportato da Renovatio 21, Mosca due mesi fa ha approvato un prestito per costruire due centrali nucleari in Ungheria, in controtendenza totale rispetto agli altri Paesi dell’euroblocco.
La Russia si conferma come il più grande esportatore di energia nucleare del mondo. Oltre ad Akkuyu in Turchia, la Russia discute di tecnologia nucleare con Vietnam, Uganda, e quantità di altri Paesi. La Russia detiene tuttora la magna pars del mercato dell’uranio, sostanza sulla quale gli USA, divenuti incapaci di trattarlo da soli causa deindustrializzazione del settore, non hanno osato mettere sanzioni.
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Immagine di Masum-al-hasan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata
Nucleare
Marjorie Taylor Greene: Washington sta valutando un attacco nucleare contro l’Iran
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Nucleare
La Romania chiude la sua unica centrale nucleare
L’unica centrale nucleare della Romania è stata completamente chiusa a causa dei livelli record del fiume Danubio, ha annunciato giovedì la compagnia energetica statale Nuclearelectrica.
L’acqua dei fiumi è essenziale per il raffreddamento di molte centrali nucleari europee, e i bassi livelli idrici rappresentano un vincolo sempre più rilevante per la produzione di energia. La grave ondata di calore e la siccità che hanno colpito l’Europa hanno spinto il Danubio e il Reno, due dei fiumi più vitali della regione, a livelli storicamente bassi, compromettendo la stabilità della produzione di energia elettrica in diversi paesi e ostacolando la produzione industriale e le principali vie commerciali.
Cernavoda, che rappresenta circa il 20 % della produzione energetica rumena, dispone di due reattori, ciascuno con una capacità di 706 MW. Alla fine di luglio, Nuclearelectrica ha spento uno dei due a causa del drastico calo del livello dell’acqua nel fiume, colpito dalla siccità.
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La scorsa settimana, le autorità rumene hanno affondato quattro chiatte cariche di rocce vicino al canale di Bala sul Danubio, in uno sforzo senza precedenti per deviare l’acqua verso la centrale di Cernavoda, dopo che l’esercito aveva aperto un canale nel letto del fiume con delle esplosioni. I livelli dell’acqua, tuttavia, sono infine scesi al di sotto della soglia necessaria per mantenere il reattore in funzione, costringendo la direzione a scollegarlo dalla rete elettrica.
Contemporaneamente, Bucarest ha dichiarato lo stato di emergenza energetica per il mese di agosto, esortando imprese e famiglie a ridurre volontariamente i consumi durante le ore di punta serali. Il governo ha predisposto un sistema per interrompere gradualmente l’erogazione di energia elettrica ai consumatori industriali, previo preavviso se necessario.
La chiusura della centrale di Cernavoda ha destato preoccupazione anche nella vicina Moldavia, che sta affrontando bassi livelli idrici sul Dnestr e dipende dall’energia rumena per coprire fino al 60 % del suo fabbisogno elettrico.
Come riportato da Renovatio 21, la crisi energetica si è fatta sentire in tutta la regione, con la centrale nucleare ungherese di Paks costretta a ridurre drasticamente la produzione a causa del calo del livello del Danubio a minimi storici.
Anche la Francia ha ridotto la produzione di energia nucleare a causa delle alte temperature dei fiumi e dei bassi livelli dell’acqua. All’inizio di questa settimana, il gruppo energetico statale francese EDF ha dichiarato che un enorme sciame di meduse ha costretto l’operatore a spegnere tre reattori a Gravelines, una delle più grandi centrali nucleari del Paese. Il problema si era riproposto anche quattro anni fa.
A Nord, i livelli dei bacini idrici norvegesi sono scesi al minimo degli ultimi trent’anni
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Gli analisti avvertono che le interruzioni e i fermi dei reattori potrebbero aumentare la dipendenza dalle importazioni di elettricità nei paesi più vulnerabili dell’UE e far lievitare i prezzi dell’energia in tutta l’Unione. L’interruzione potrebbe ulteriormente aggravare la crisi energetica del blocco, iniziata con la perdita del gas russo a basso costo in seguito alle sanzioni imposte a Mosca per la crisi ucraina.
La situazione si è ulteriormente complicata quest’anno a causa della guerra degli Stati Uniti contro l’Iran e della chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, una rotta fondamentale per il trasporto globale di energia.
La grave siccità ha colpito la produzione di energia idroelettrica in Italia. Secondo dati Terna, a giugno la produzione idroelettrica è diminuita del 24% su base annua.
Secondo calcoli, il caldo avrebbe portato costi pari a quella di una manovra di bilancio del governo italiano. In totale, in Europa la perdita causata dall’ondata di calore 2026 sarebbe pari all’1% del PIL.
L’Italia abbisogna ogni anno circa 312 terawattora, tuttavia è in grado di produrne circa 260, comprando dall’estero – incluso da Paesi che producono elettricità col nucleare, come la Francia – un sesto del proprio fabbisogno.
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Immagine di IAEA Imagebank via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY 2.0
Nucleare
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